Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
I POVERI DELLA PORTA ACCANTO: “UNA SITUAZIONE CHE COLPISCE ANCHE AREE DEL NORD”… E IL GOVERNO HA DIMEZZATO I FINANZIAMENTI: DAI 2,5 MILIARDI DEL 2008 A 766 MILIONI DI OGGI
Crescono, aumentano, vivono al Nord come a Sud, formano un esercito senza nome che pochi notano, di cui
poco si sa.
Sono i bambini poveri e l’unica cosa certa è che in due anni sono raddoppiati: su un totale di circa 10 milioni, erano 723mila nel 2011, sono saliti a 1 milione 434mila nel 2013. E dal 2012 al 2013 sono cresciuti di oltre il 30 per cento.
Le cifre dell’ultima rilevazione Istat indicano quelli che si trovano in uno stato di “povertà assoluta”, ovvero che si trovano nella “incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza”, come mangiare carne o pesce tutti i giorni, possedere libri o giochi adatti alla sua età o avere uno spazio adeguato per fare i compiti.
Ma ce ne sono molti altri, sono quelli che vivono parcheggiati in una zona grigia, impoveriti, a cui la crisi ha tolto molte cose che è difficile definire superflue: la possibilità di fare sport, di andare in vacanza, di fare una gita scolastica o frequentare un centro estivo, o peggio, proseguire gli studi.
Sono i poveri della porta accanto, svantaggiati, ma non in modo vistoso, a cui la famiglia continua a dare una vita apparentemente dignitosa ma che nasconde già molti vuoti, ragazzi a cui può bastare poco per passare il confine, la sottile linea rossa della povertà definitiva.
La povertà minorile in cifre
Sempre più piccoli e al Nord. Ma chi sono i bambini poveri?
Sono i figli delle famiglie numerose che non arrivano a fine mese, i bambini degli immigrati senza lavoro e spesso senza casa, delle madri single che si arrangiano, dei genitori separati.
O sono i figli delle coppie giovani, con lavori precari, famiglie dove l’arrivo di un bambino mette in crisi il bilancio familiare.
Marco, Christian, Manuela, Camilla, Vlad… Le loro storie tutte diverse e tutte uguali: chi è finito in una casa famiglia dopo uno sfratto, chi lascia gli studi, chi sta tutto il giorno in casa davanti alla tv e mangia solo pizza e patatine.
La maggior parte ha difficoltà a scuola, scarsa socializzazione, non va in vacanza o solo con le organizzazioni religiose.
Tra i desideri che elencano c’è “andare allo stadio”, “poter fare tardi la sera”, “un cellulare nuovo”, “una casa”.
Microdesideri. “Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo”, scrive la poetessa Marge Piercy, ma per molti bambini sognare è un lusso, c’è solo da vivere il presente, il quotidiano, giorno per giorno.
“I bambini poveri sono più che raddoppiati e la povertà colpisce bambini sempre più piccoli. Al Nord questa è una grossa novità ed è la conseguenza dell’incremento della povertà assoluta delle famiglie straniere”, spiega Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat.
“L’aumento della povertà infantile è la conseguenza di due fattori: della crescita della povertà assoluta al Sud e del peggioramento della situazione delle famiglie operaie e straniere al Nord, quelle che hanno più figli, nuclei familiari dove lavora solo l’uomo e in regioni dove si è fatta sentire di più la crisi delle fabbriche”.
L’Italia è sempre stato un paese con un alto tasso di bambini poveri, per la presenza al Sud di molte famiglie numerose, ma ora l’impoverimento si è ulteriormente diffuso. “Si è aggravato perchè sono peggiorate le condizioni per tutte quelle famiglie dove c’è una sola fonte di reddito. Ed è peggiorata anche la situazione al Nord per le famiglie immigrate e quelle operaie che si sono ritrovate senza lavoro”.
La mancanza di lavoro e la precarietà economica colpiscono gli adulti, ma si trascinano dietro i bambini. Con conseguenze ancora peggiori.
Per molti minori negli ultimi anni è iniziata una vita in salita: le ultime rilevazioni Istat rivelano che quelli che non possono permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa erano il 40% nel 2007 sono saliti al 51,3% nel 2013.
I bambini che non possono permettersi un pasto proteico una volta ogni due giorni erano 6,2% nel 2007, sono più che raddoppiati nel 2013: 14,4 %.
Anche “Save the children” ha realizzato un dossier sui mille volti dell’infanzia deprivata, lo slittamento progressivo, le rinunce quotidiane.
Vecchie e nuove povertà .
“Possiamo dire che prima c’era la famiglia povera, storie di disagio sociale che attraversano le generazioni e che non si risolvono mai”, spiega Lucia Anania della Caritas.
C’era ed esiste ancora la povertà tramandata come una malattia genetica, il disagio come un virus inguaribile che marchia le generazioni, un ergastolo economico che sancisce: fine pena mai.
Ma non c’è solo la povertà economica assoluta che si tramanda di padre in figlio.
“Ora ci sono tante forme di disagio e a pagare per primi sono loro, i più piccoli. Vediamo aumentare i problemi delle famiglie, si espandono le situazioni difficili perchè negli ultimi dieci anni sono venuti a mancare i supporti sociali e familiari, non ci sono più puntelli esterni. Per sostenere le situazioni di disagio cerchiamo di recuperare con una rete amicale e familiare ma la rete è a maglie sempre larghe ed è facile scivolare da questi buchi”.
E in questi buchi, a volte voragini, finiscono i bambini, nell’impotenza delle famiglie e nell’ignavia generale.
A Roma sud ci sono intere famiglie con i figli che vivono in roulottes, sono perlopiù stranieri, da anni in attesa di una casa, un lavoro, una sistemazione. In un piazzale vicino a Laurentino 38 ci sono un paio di roulottes che stazionano davanti a un centro commerciale, i bambini la mattina vanno a scuola, poi tornano nella roulotte. Qui un bambino è stato anche picchiato da una guardia giurata, ma i genitori non hanno sporto denuncia per paura.
Secondo dati forniti dall’Unicef, il 13,3% dei minori italiani vive in una condizione di deprivazione materiale, intesa come la mancanza di accesso ad alcuni beni ritenuti “normali” nelle società economicamente avanzate: almeno un pasto al giorno contenente carne o pesce, libri e giochi adatti all’età del bambino, un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti.
L’Italia in questa classifica è al 20° posto su 29 Paesi considerati. Islanda, Svezia e Norvegia, per esempio, presentano percentuali di deprivazione inferiori al 2%.
La paura di perdere i figli.
“Il problema è che l’impoverimento aumenta e diminuiscono le risorse, non ci sono più gli aiuti che c’erano qualche anno fa, Comuni e Regioni non ce la fanno. La situazione sta degenerando e poi molte mamme in difficoltà vedono i servizi non come un aiuto ma come una minaccia: hanno paura che possano togliere loro i figli e quindi evitano anche di rivolgersi ai servizi sociali”, racconta Cristina Manzara che dirige “La casa di Christian”, un centro della Caritas a Roma che accoglie madri con bambini in difficoltà .
“Da noi si rivolgono i servizi sociali per chiederci di ospitare madri sfrattate o che hanno perso il lavoro o abbandonate dal marito, in un anno sono state 280 le richieste, in due/tre anni sono raddoppiate”.
Capita così che bambini per uno sfratto perdano la propria casa, finiscano in strutture di accoglienza e da qui a volte inizia una caduta inarrestabile.
“Succede poi che la povertà finisca con il confinare con la criminalità , ragazzi che non avrebbero mai commesso reati finiscono male, perchè smettono di studiare, frequentano la strada e da lì inizia una discesa”.
Tra i bambini che vivono in famiglie con un solo genitore il tasso di deprivazione materiale è del 17,6%, mentre tra i bambini che vivono in famiglie con genitori con un basso livello di istruzione il tasso è del 27,9%, cresce al 34,3% per i bambini che vivono in famiglie senza lavoro mentre per chi è figlio di migranti il tasso è del 23,7% (dati dell’Unicef).
Crisi economica e crisi della famiglia.
Problemi economici e di disagio che si potrebbero attutire se ci fosse una rete che impedisce di cadere o di non farsi male.
Ma la rete non c’è più: sono diminuiti i servizi sociali e di assistenza per i tagli statali, dei Comuni, degli enti locali. In alcuni comuni è capitato che bambini fossero respinti dalle mense scolastiche perchè i genitori non pagavano regolarmente.
Se nel 2008 i fondi nazionali per il contrasto della povertà erano 2 miliardi e mezzo di euro, nel 2013 gli stanziamenti sono arrivati a 766 milioni di euro.
Sono aumentati col governo Letta risalendo a 964 milioni, ma complessivamente c’è un miliardo 536 milioni di euro in meno dall’inizio della crisi.
Mentre i sostegni economici calano anche le famiglie si assottigliano, i legami si fanno più fragili, i padri più assenti.
“Avere figli aumenta il rischio povertà , questo è un legame certo, a livello europeo l’Italia è il paese dove la sproporzione è più forte perchè non ci sono correttivi, nè servizi nè sgravi fiscali. Secondo dati Eurostat, in Italia questa forbice è accentuata come nei pesi dell’Europa orientale, una situazione peggiorata negli ultimi tempi per la rottura di reti familiari e di sostegno”, dice Evelina Martelli della Comunità di Sant’ Egidio.
“Oggi, a differenza di una volta, le famiglie hanno meno reti, meno supporti”, dice Paola Pistelli dell’Istituto degli Innocenti di Firenze.
“C’è più solitudine, più incapacità ad affrontare le relazioni. Noi abbiamo un centro dove ospitiamo donne sole con figli, donne che hanno ricevuto uno sfratto, perso il lavoro, problemi che accadono ma che diventano insormontabili se agli ostacoli materiali si aggiungono quelli interni. Oggi vediamo donne più perse, con più fragilità . Ci sono poi le immigrate: loro sono diverse, sono più forti e consapevoli, sono donne che hanno affrontato un viaggio difficile ma anche per loro non è facile perchè spesso si ritrovano con i figli, ma senza un compagno e senza un lavoro. Oggi oltre alla povertà materiale ad aggravare la situazione c’è una povertà di relazioni che riguarda sia le immigrate che le italiane. Le madri vanno a fondo e si portano dietro i figli”.
Marina Cavallieri
(da “La Repubblica”)
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Agosto 31st, 2014 Riccardo Fucile
TRENTACINQUENNE IN POVERTA’ NON SAPEVA PIU’ COME FARE PER METTERE INSIEME UN PASTO CALDO… ORA AFFIDATO A COMUNITA’ PROTETTA
Evade due volte in tre giorni dai domiciliari. Voglia di libertà ? Nient’affatto, semmai il contrario: voleva
andare in carcere, stanco di una vita di stenti, senza neppure i soldi per mangiare.
Alla fine ha ottenuto quello che cercava: ora si trova in comunità , dove sa che non morirà di fame e potrà pure vedere la tv.
Una battaglia al contrario la sua: evadere sì, ma da un destino di solitudine e privazioni. Si è convinto che solo la custodia in carcere o in un luogo protetto poteva fornirgli un tetto e un piatto caldo.
Protagonista un uomo di 35 anni residente a Mirano, finito nei guai la prima volta per rapina impropria: a Padova aveva tentato di rubare una bicicletta, spintonando il proprietario che se ne era accorto e venendo per questo arrestato.
Il giudice gli aveva poi concesso i domiciliari, vista anche la sua precaria situazione di salute e la povertà in cui vive.
In casa però lui non ci voleva restare: faticava a sopravvivere, impossibilitato a garantirsi anche un pasto e una vita dignitosa.
Solo, abbandonato da tutti, con una vita di privazioni e anche qualche problema di dipendenza, aveva così deciso di uscire, nonostante l’ordinanza restrittiva del tribunale.
Una prima volta, poi una seconda: in ogni occasione si era sempre fatto rintracciare in fretta dai carabinieri, ma era stato solo denunciato.
Alla terza, lunedì scorso, è stato arrestato di nuovo. La sua intenzione era proprio quella di finire finalmente in carcere e l’arresto per evasione stavolta pareva un buon biglietto da visita per il processo: «Almeno lì mi danno da mangiare», ha detto ai carabinieri, «e magari posso pure guardarmi la televisione».
Invece il giudice lo ha di nuovo rispedito a casa: ancora domiciliari.
Tra le mura domestiche sì, senza cella, ma nemmeno nulla da mangiare e una solitudine che fa più male delle sbarre. Così è evaso di nuovo.
Giovedì i carabinieri lo hanno fermato ancora e stavolta il giudice non ha potuto far altro che esaudire i suoi desideri: non più a casa, tanto era immaginabile come sarebbe andata a finire.
Lui voleva il carcere: gli hanno concesso una comunità protetta, meno restrizioni, vitto e alloggio come voleva il detenuto e anche qualche ora di televisione.
Ma soprattutto, si spera, la possibilità di un reinserimento sociale e un aiuto per affrontare con più serenità la vita, magari senza più la necessità di delinquere per farsi notare e aiutare.
Filippo De Gaspari
(da “Nuova Venezia”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
DOPO L’APPELLO DI DOMENICO, 40 ANNI, ROVINATO DALLE SLOT, MOLTE LE OFFERTE DA FAMIGLIE E IMPRESE
La voleva nella «sua» Lambrate. Una seconda occasione, una chance per ricominciare da capo. E invece potrebbe averla in un bar no slot di viale Jenner.
Ma poco dovrebbe importare il luogo a Domenico Caffarella, il clochard 40enne che si è giocato tutto al videopoker e che da otto mesi vive alla stazione in fondo a via Pacini.
Perchè qualcuno ha letto la sua drammatica intervista pubblicata sul Corriere di lunedì scorso, il suo appello disperato.
E già tre persone si sono interessate alla sua storia. Quella di un ragazzo genovese arrivato giovanissimo a Milano dove ha lavorato come muratore, elettricista, qualsiasi cosa, prima d’infilare ogni centesimo guadagnato dentro alle slot senza ricevere nulla in ritorno.
E finendo così a dormire sul mezzanino, costretto a passare le ore connesso a Internet dalle biblioteche di Cimiano e via Valvassori Peroni per inviare in giro il curriculum.
Con la speranza di trovare un lavoro in grado di riscattarne l’esistenza.
Corsa alla solidarietà
Il primo a interessarsi ai tristi trascorsi di Domenico è stato Giuseppe Stallone, titolare del bar ristorante Persefone di viale Jenner 49, l’antesignano della guerra alla ludopatia in città , colui che con il comitato Jenner Farini ha dato il la all’iniziativa per premiare gli esercizi no slot. «Quando sento queste storie devo reagire – ha detto – soprattutto se si tratta di giovani che si sono rovinati con il gioco. Per questo sono disposto a offrirgli un colloquio»
Dopo di lui, al Corriere è arrivata una donna milanese con un’offerta. «Sono vedova, mio marito aveva la taglia 48, sono pronta a regalare gli abiti a Domenico».
Terzo, un indirizzo email giunto via posta elettronica: «Caro Domenico mandami il tuo curriculum». È una corsa alla solidarietà che però necessita di maggiori informazioni e rassicurazioni.
«Ludopatia, piaga sociale tremenda»
Perchè un datore di lavoro, per quanto sensibile, generoso e filantropo possa essere, non è uno psicologo.
«Noi, come piccoli imprenditori, siamo disponibili a dare una mano – spiega ancora Stallone -. Siamo pronti a rinunciare a dei nostri denari per dare sollievo alle persone che ne hanno bisogno. Ma, lo dico per esperienza, è necessario capire come Domenico si voglia aiutare da solo e quanta voglia abbia di cambiare davvero. Dalla ludopatia non si guarisce facilmente. È una piaga sociale tremenda».
Il titolare del Persefone è uno che di macchinette installate nel suo locale nel 2009 ne aveva due. «Per ottenere soldi facili» ammette oggi. Ma poi non ce l’ha fatta a continuare ad alimentare un circolo di «distruzione».
«Vivevo in un incubo, vedere le persone rovinarsi sotto i miei occhi. Ho preferito togliere le slot per sempre e impegnarmi con il comitato Jenner Farini per coinvolgere altre persone»
Giuseppe incontrerà Domenico quando vorrà , basterà che lo contatti.
Lo guarderà dritto negli occhi per cercare di capire quali altri sostegni abbia, quali risorse umane. La preoccupazione infatti non è quella di uno stipendio in più da pagare.
C’è in palio molto di più. «Solo una cosa voglio evitare: che i primi guadagni finiscano ancora dentro a quelle macchinette…».
Giacomo Valtolina
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Agosto 19th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI A CHI CAZZO HAI DATO GLI 80 EURO? HAI VENDUTO I VERI POVERI PER UN PUGNO DI VOTI E TU STAI NELLA SUITE DA 1.000 EURO AL GIORNO
Cosa fareste se, alla soglia dei sessant’anni, perdeste nel giro di pochi mesi il marito, il lavoro di una
vita e la vostra casa?
In questo periodo di crisi economica, sono numerose le persone che all’improvviso si trovano letteralmente per strada.
Una di queste è Lia, una signora di cinquantotto anni. Suo marito è morto poco più di un anno fa.
Poco tempo dopo lei ha perso l’impiego: il ristorante per cui lavorava come cuoca da più di vent’anni è fallito. «Una serie di tragedie ravvicinate. Mi sono ritrovata sola e senza mezzi per vivere – racconta – da un anno passo le mie giornate in strada a chiedere l’elemosina. Prima sotto i portici delle Poste, ma in questo periodo di ferie c’è meno gente e quindi mi sono spostata in Corso Italia».
Lia siede sugli scalini di un negozio: con sè ha un bicchiere di plastica dove raccoglie gli spiccioli che riesce a racimolare durante il giorno e un cartello con cui accenna alla sua storia.
«Mi sono rivolta al dormitorio ma non hanno posto – prosegue Lia – Per mia grande fortuna una mia amica ha accettato di ospitarmi. Non finirò mai di ringraziarla. Io mi sento in imbarazzo perchè non so come ricambiare questa enorme generosità . Posso solo darle i pochi euro che riesco a guadagnare, ma lei mi risponde che non li vuole. Quando ne accetta qualcuno, mi dice che li mette da parte per me e, se un giorno li vorrò, me li renderà . D’estate le mense dei poveri sono chiuse. Non sempre posso mangiare il cibo fornito dai volontari di strada, soffro di gastrite».
Lia va ogni giorno al centro per l’impiego: «Non c’è lavoro per i plurilaureati, figuriamoci per una signora anziana come me. L’Italia non tutela chi è nella mia situazione».
(da “il Tirreno”)
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Agosto 17th, 2014 Riccardo Fucile
POVERI BOCCIATI ALL’ESAME DELL’INPS… I COMUNI: REDDITO ISEE SOTTO I 3.000 EURO E’ UNA SOGLIA TROPPO BASSA, FONDI INUTILIZZABILI
Per lo Stato italiano chi ha un reddito superiore a 3 mila euro all’anno non può essere definito povero.
Non ha diritto a un sostegno; ce la fa benissimo da solo.
Gli altri, quelli che a 3 mila euro non arrivano, possono invece aspettare.
Un paese che volesse davvero prendere a picconate la sua asfissiante burocrazia forse potrebbe partire da questo rompicapo chiamato social card, che alla fine dello scorso anno avrebbe dovuto assegnare un piccolo contributo mensile a 50 mila persone – così aveva annunciato il governo – e che invece non ne coinvolgerà più di 11 mila, ma non ha versato un euro quasi a nessuno, nonostante i soldi siano disponibili da un anno.
È il 10 gennaio 2013: uno degli ultimi atti firmati dall’allora ministro Fornero rivede la vecchia social card introdotta dai governi Berlusconi sperimentandola nelle 12 città con più di 250 mila abitanti.
Prevede di erogare da 231 a 404 euro al mese, a seconda dei casi, per un anno.
In estate il governo Letta avvia le procedure. I comuni pubblicano i bandi per raccogliere le domande.
Ne arrivano meno del previsto, ma le città (quasi tutte) fanno la loro parte: assemblano le graduatorie e le inviano all’Inps.
Il governo ha promesso di staccare i primi assegni a dicembre, il tempo c’è.
Invece l’Inps risponde a marzo. Ed è una falcidia: a Torino vengono accolte 350 domande su 4900, a Napoli 880 su 2.800, a Bari 321 su 1.100, a Milano 600 su 1500, a Firenze la miseria di 66 su 500.
I poveri non sono abbastanza poveri. Almeno, lo sono per i comuni in cui risiedono, dove spesso sono seguiti dai servizi sociali, ma non per l’Inps, che ha fissato paletti così rigidi da rendere la social card un “benefit” per pochi e sfortunatissimi intimi: bisogna avere un reddito Isee inferiore a 3 mila euro, figli a carico, una casa con rendita bassissima, non aver acquistato un’auto o una moto nell’ultimo anno e mille altri requisiti.
Mentre chi ha fatto domanda aspetta, i comuni ingaggiano un durissimo braccio di ferro con l’Inps: le graduatorie vengono limate, riviste, contrattate.
Passano altri mesi: Catania, Palermo, Milano e Torino a giugno hanno la lista definitiva, le altre annaspano ancora.
Roma, il 31 luglio, ha inviato la sua graduatoria di 5.482 nomi e chissà quando riceverà la risposta.
I beneficiari aumentano: oggi sono 6 mila, Roma esclusa.
Ma dopo 14 mesi quasi nessuno ha ricevuto i soldi promessi per lo scorso dicembre. Gli intoppi non finiscono mai: superata la mannaia dell’Inps, l’aspirante beneficiario deve vedersela con le poste.
La social card funziona come un bancomat: bisogna ritirare prima la tessera e poi il codice pin.
Quindi attivarla e sperare che prima o poi qualcuno la carichi, cioè accrediti il denaro. Invece c’è chi ha la tessera ma non il pin, chi ha il pin ma non riesce ad attivarla e chi ha tutto ma scopre che è scarica.
Finora meno di mille persone hanno ricevuto il contributo: 347 a Torino, circa 200 a Bari, forse altrettanti a Palermo.
Il condizionale è d’obbligo perchè i comuni hanno perso il controllo della situazione. «Io non so chi ha ricevuto la social card e chi no», racconta Agnese Ciulla, assessore alle Politiche sociali di Palermo.
«L’Inps non ci dice nulla». E allora come fate a sapere che non sono arrivate nè le tessere nè i soldi? «Perchè chi aspettava questo sostegno ha perso la pazienza e non sapendo a chi chiedere e con chi prendersela, viene in Comune».
Palermo, Torino e Catania useranno tutti i soldi a disposizione. Le altre città , se va bene, ne useranno la metà .
Il governo è corso ai ripari. «Servono procedure più snelle», spiega Franca Biondelli, da maggio sottosegretario alle Politiche sociali.
«Le persone hanno bisogno di risposte rapide, invece questo sistema si è rivelato lento».
Per le future social card sono stati stanziati 170 milioni e il ministero ne ha chiesti altri. «La estenderemo a tutti i comuni, garantendo loro maggiore autonomia».
Ma è già certo che i 50 milioni disponibili da giugno del 2013 verranno usati solo in parte: nella migliore delle ipotesi – cioè se Roma riuscirà a spendere tutta la sua dotazione – si arriverà a 36 milioni.
In un paese con 10 milioni di poveri – secondo l’Istat – lo Stato non è riuscito a trovarne 50 mila.
Andrea Rossi
(da “La Stampa“)
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Luglio 12th, 2014 Riccardo Fucile
“MA QUALE RIFORMA DEL SENATO, L’EUROPA CI CHIEDE MISURE A SOSTEGNO DELLA FASCE PIU’ DEBOLI E DELL’OCCUPAZIONE GIOVANILE”
«Dobbiamo introdurre un reddito minimo di garanzia per i poveri, come c’è in tutti i Paesi europei tranne Italia e Grecia. E le dirò di più: all’Unione europea non interessa che noi facciamo la riforma del Senato, dobbiamo dirgli che abbiamo introdotto il reddito minimo così come abbiamo sostenuto l’occupazione femminile e dei giovani». Per Chiara Saraceno, sociologa famosa per i suoi studi su famiglia e politiche sociali, i dati dell’Istat sulla povertà contenuti nel rapporto della Caritas sono la conferma di una tendenza purtroppo già conosciuta.
«Il pregio della Caritas è di aver messo insieme le politiche attuate per far fronte all’Aumento della povertà assoluta, perchè è di questo che stiamo parlando. In qualche modo la crisi ha fatto sì, che, dall’ultimo governo Berlusconi in poi, la povertà entrasse a far parte dell’agenda politica. Cosa che non avveniva dal 1996, quando è stata fatta la sperimentazione del reddito minimo. La social card di Tremonti è stato il primo segnale che qualcosa bisognava fare. Però a fronte di questa ripresa di attenzione, che ha comportato anche un aumento progressivo dei fondi stanziati, non si è andati al di là di iniziative occasionali
Non interventi strutturali, quindi, ma interventi spot ?
Non strutturali e sperimentali, a volte anche mal disegnati come nel caso della social card dove addirittura non riuscivano a spendere i fondi stanziati. E c’è il rischio che questo errore si ripeta.
La Caritas sancisce il fallimento di queste politiche sociali.
E io condivido perfettamente. E’ importante che la Caritas e altre importanti associazioni dicano al governo: guardate, smettiamo di fare iniziative spot o sperimentali, perchè la sperimentazione in questo paese serve solo per fare interventi simbolici, visto che i risultati non vengono mai utilizzati.
Da questo giudizio critico non si salvano neanche gli 80 euro di Renzi.
No, ma attenzione: gli 80 euro — che la Caritas pure inserisce nel rapporto, in realtà non sono destinati alla povertà nè ad aiutare le fasce più deboli, anche se poi nella retorica è quello che si dice. Sono mirati a sostenere i lavoratori a basso reddito, quindi neanche quelli il cui reddito non basta a sostenere la famiglia. E infatti possono essere presi da tre persone della stessa famiglia, ma non da un lavoratore che è l’unico a portare casa un salario solo perchè supera di un euro il tetto prefissato, e magari ha tre figli a carico oltre al coniuge. E’ un errore dei politici, che confondono il lavoratore che guadagna poco con la famiglia povera, creando così questi effetti paradossali.”
Visto il fallimento di queste politiche lei cosa suggerirebbe come sostegno alle famiglie povere?
Nel 96 ho fatto parte della commissione povertà e già allora proponemmo il reddito di riferimento, che non è diverso dal reddito che propone la Caritas. Da allora non è successo niente, evidentemente sono io che porto sfortuna.
Cambiano anche la figure dei poveri: non sono più soltanto le famiglie numerose del Sud?
Sono sempre più quelle lì. Nel senso che il divario nord-sud si è allargato, ma in aggiunta a quelle ormai ci sono anche le famiglie con due figli: non è più il terzo figli che fa sbarellare i conti. Ma soprattutto quello che è cambiato è che oramai la povertà si sta concentrando tra i bambini, e questo sta avvenendo da un bel po’ visto che ha a che fare con le famiglie numerose, ma anche tra i giovani e sulle famiglie giovani. Gli unici per i quali la situazione non è peggiorata di molto sono gli anziani, non perchè stanno meglio, ma perchè il loro reddito, e in particolare il reddito delle pensioni più basse, è l’unico che è stato un minimo garantito visto che per loro è stata mantenuta l’ indicizzazione.
Carlo Lania
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Luglio 12th, 2014 Riccardo Fucile
DALL’INIZIO DELLA CRISI I POVERI ASSOLUTI SONO RADDOPPIATI; DA 2,4 A 4,8 MILIONI, MENTRE LA SPESA SOCIALE E’ STATA TAGLIATA DA 2,5 A 964 MILIONI
La crisi ha aumentato la povertà assoluta in Italia. 
Nel 2007, ultimo anno di crescita del Pil, i poveri erano 2,4 milioni (il 4,1% della popolazione), mentre nel 2012 vivevano in povertà assoluta 4,8 milioni di italiani, l’8% del totale.
Da Berlusconi fino a Renzi, i governi hanno fatto finta di nulla occultando la gravità di questo flagello.
E così hanno continuato a tagliare la già esigua quota di risorse pubbliche stanziate per fronteggiarla.
Se nel 2008 i fondi statali per il contrasto della povertà erano pari a 2 miliardi e mezzo di euro, tagliando e ritagliando nel 2013 gli stanziamenti sono arrivati a 766 milioni di euro.
Il goveno Letta ha fatto sgocciolare qualche spiccolo sul fondo famiglia, su quello per le pari opportunità , sulle politiche giovanili e sul fondo per la non autosufficienza, portando il livello a 964 milioni.
Un miliardo 536 mila euro in meno dall’inizio della crisi, quando i poveri ufficialmente censiti erano 2,4 milioni in meno.
Il rapporto Caritas «Il bilancio della crisi», presentato ieri a Roma da Don Francesco Soddu (direttore Caritas Italiana) e Cristiano Gori dell’università Sacro Cuore di Milano, è interessante perchè specifica i numeri di questa guerra ai poveri.
Solo nell’ultimo anno il fondo per le politiche sociali è stato tagliato di altri 27 milioni di euro, passando da 344 a 317 milioni di euro. E non si può dire che a qualcuno sia sfuggito il fatto che in Italia i poveri assoluti siano aumentati, senza contare quelli «relativi», i precari e i disoccupati. Questa cecità non è improvvisa, bensì programmatica, è il risultato del darwinismo economico che considera le tutele sociali come variabili dipendenti dell’imperativo del pareggio di bilancio e
del patto di stabilità interno.
I tagli, uniti alla riduzione dei trasferimenti erariali ai comuni e ai vincoli imposti dal suddetto patto di stabilità interno hanno imposto il contenimento dei livelli di spesa sociale da parte dei comuni.
Le ripercussioni peggiori di questi tagli sono state registrate al Sud e nelle isole, scrive Nunzia De Capite nel rapporto, dov’è maggiore l’incidenza dei fondi nazionali sulle politiche sociali.
In Calabria, ad esempio, la spesa è di 25 euro a persona. Nella provincia autonoma di Trento è pari a 282 euro.
Si tratta di una spesa tutta concentrata su interventi per famiglie o minori e disabili, inadeguata per le loro necessità e oltre tutto discriminatoria rispetto ad altre categorie della povertà , della precarietà e della disoccupazione.
A causa dell’austerità , gli enti locali hanno tagliato la spesa del 2% dal 2010 al 2011, mentre le integrazioni al reddito sono diminuite da 762 euro nel 2010 ai 736 euro a persona nel 2011.
Tutto questo mentre aumentava la platea dei beneficiari: dagli 11.800 del 2010 ai 13 mila del 2011.
È la legge direttamente proporzionale dell’austerità : meno hai oggi, meno avrai in futuro, fino a non ricevere nulla. che ha partecipato alla presentazione del rapporto, il direttore della Caritas Soddu ha rinnovato l’invito a pensare almeno ad «una misura nazionale contro la povertà assoluta».
La Caritas l’ha chiamata «reddito d’inclusione sociale».
Ogni famiglia riceve mensilmente una somma pari alla differenza tra il proprio reddito e la soglia di povertà , così da disporre dell’insieme di risorse economiche necessarie ad uno standard di vita minimamente accettabile.
«Diventerà realtà — sottolinea l’organismo della Cei nel rapporto — se Renzi e Poletti faranno della lotta alla povertà una priorità politica».
Il «Ris» dovrebbe costare più di 7 miliardi all’anno.
Poletti ha escluso che questo possa avvenire. «Immediatamente è difficile — si è giustificato Poletti — poichè abbiamo bisogno di costruire anche un’infrastruttura che ci consenta di farlo, il nostro paese non ha una dotazione del tipo banche dati o elementi di analisi».
Insomma, in attesa che il governo istituisca un’«anagrafe» per i 4.8 milioni di poveri «assoluti», i comuni continueranno a tagliare i fondi.
Non è mancato un riferimento al bonus Irpef da 80 euro per il lavoro dipendente.
Il «contributo» non ha ovviamente avuto effetti sulla povertà , anche perchè Renzi ha preferito il lavoro dipendente agli «incapienti».
Poletti sostiene che il bonus verrà esteso anche a loro nel 2015. Prima il «ceto medio impoverito». Poi le urgenze innominabili.
Questa è la visione non proprio universalistica che ha il governo.
«Queste dichiarazioni ci lasciano preoccupati — ha detto il presidente delle Acli Giuseppe Bottalico — non abbiamo riscontrato una volontà ad avviare un percorso strutturato contro la povertà ».
Solo interventi a pioggia e compassionevoli. Sono le politiche sociali in tempo di guerra.
Quella dell’austerità .
Roberto Ciccarelli
(da “La Repubblica“)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
“SI CACCIANO I POVERI”: E POI VANNO ALLA SANTIFICAZIONE DI PAPA RONCALLI
Viale Papa Giovanni XXIII è un pezzo del cuore di Bergamo: si snoda dalla stazione ferroviaria al
centro, fende i palazzi senza soluzione di continuità offrendo prospettive da cartolina su Città Alta.
È il principale collegamento con le Mura e da metà anni 60 è dedicato ad Angelo Roncalli, il pontefice che oggi sarà proclamato santo ed è tra i più importanti figli della terra orobica
La canonizzazione è sentitissima, salutata da mesi con eventi ai quattro angoli della provincia. Sotto il Monte, terra natale di papa Roncalli, ospita frotte di pellegrini e il capoluogo non ha voluto essere da meno nell’omaggio.
L’amministrazione comunale ha commissionato un monumento, l’idea era installarlo proprio lì, sul viale.
Poi le dimensioni del gruppo scultoreo (alto tre metri, largo quattro) hanno suscitato un polverone e al momento l’opera se ne sta in attesa negli studi trevigiani di Carlo Balljana, l’autore.
Passo falso da nulla, rispetto a quanto succede alla vigilia della festa con le panchine anti-clochard.
Decisa a valorizzare la prospettiva da cartolina di cui sopra, oltre a dare lustro alla via che del nuovo santo porta il nome, la giunta di centrodestra ha varato una certosina opera di recupero estetico.
Non ci si è fermati al belletto, perchè, insomma, oltre alla santificazione c’è la campagna elettorale.
Così sul viale del Papa, centrale ma collegato alla stazione meta di senzatetto, tra aiuole rinfoltite e nuova pavimentazione sono comparse le panchine modificate.
Struttura in legno, bracciolo in ferro nel mezzo, funzionalità chiara: qui ci si siede, non ci si sdraia.
Debuttano, in ossequio al bon-ton, le panche anti-clochard: la tempistica fa l’effetto del gesso sulla lavagna, stride la tolleranza zero sulla strada dedicata a un pontefice passato alla storia come il «Buono».
«Semplicemente il decoro va tutelato, ce lo chiedono i cittadini. Qualcuno aveva anche domandato di togliere del tutto le sedute, non ci è sembrato il caso: l’area è molto turistica. E le panche sono fatte per sedersi», chiosa l’assessore alla Sicurezza, Massimo Bandera.
Che è leghista, come chi s’inventò l’accorgimento.
Era il 2007, il sindaco veronese Flavio Tosi installò le panche: tuonarono le parrocchie parlando di «vessazione», attaccò l’opposizione, il comico Crozza fece recapitare in municipio una poltrona con cactus per cuscino.
Eppure le panche scaligere sono ancora lì e la politica del bracciolo scomodo fa proseliti. Anche molti anni dopo.
Il sindaco Franco Tentorio taglia corto: «È un modo per evitare bivacchi».
I competitor al voto criticano: «Sfoggio muscolare».
Ma è don Fausto Resmini, che a un passo dal viale gestisce una mensa per i poveri, a dire tutto con un’immagine: «Ho visto i paletti, ho pensato alle punte per tenere lontani i piccioni che sporcano. Qui però parliamo di esseri umani. Si cacciano i poveri, ma non è così che si risolve il problema».
Roncalli, il santo, sarebbe stato d’accordo.
Anna Gandolfi
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
GIÙ AL NORD: “ALLA FINE PER AVERE UN TETTO SOPRA LA TESTA ABBIAMO DOVUTO OCCUPARE QUI IN PERIFERIA, AL NIGUARDA”
Non è difficile trovare una famiglia a zero reddito a Milano, neppure a Pasquetta, quando la
metropoli si svuota, i parenti si spostano, i figli partono.
Loro restano tutti qui, genitori e figli.
Valentina e Giuseppe Lomoro, tre bambini di 12, 10 e 7 anni, non sono riusciti neanche stavolta a lasciare il dedalo delle case popolari di via Asturie, dove vivono da dieci anni come abusivi “paganti”.
“Siamo stati invitati dallo zio a Pavia, ma il treno ci sarebbe costato 50 euro. Non li abbiamo. La macchina? Un lusso che impari a sacrificare, noi l’abbiamo fatto da un pezzo”.
Zero vuol dire proprio zero, non 500 o 700 euro. Zero.
Pino, 49 anni, ha perso il lavoro due anni fa, Valentina, 38 anni, assiste ogni 15 giorni un anziano del quartiere Niguarda, periferia nord della città .
In una giornata piovosa e fredda aprono la porta di casa per spiegare come si sopravvive senza uno stipendio .
Il forno è spalancato e acceso perchè dal 15 aprile il gestore ha staccato il riscaldamento.
È la loro stufa, perchè di comprarne una vera, a corrente, non è aria.
Loro sono la famiglia-tipo fotografata dall’indagine Istat quando riferisce di 343 mila nuclei familiari al Nord che campano senza reddito, in aumento da due anni a questa parte.
E sono, loro malgrado, maestri di sopravvivenza. “La spesa per noi coincide con la pensione della nonna. Appena la ritira si trasforma in un carrello. Poi c’è il discount, ma anche le catene tradizionali perchè le offerte bisogna inseguirle tutte, mai rifornirsi in un posto solo”.
Oltre ai viaggi i Lo-moro rinunciano a molte cose, oppure si ingegnano.
Perchè la condizione d’indigenza non deve precludere nulla ai figli. Questo il mantra che Valentina e Giuseppe si ripetono ogni sera. Così si usa la rete sociale che c’è a Milano, residuo di quel welfare ambrosiano che ha sostenuto la città per mezzo secolo e oggi è in crisi anch’esso.
“Per la spesa, non mi vergogno a dirlo, c’è anche la Parrocchia di San Giovanni, a due passi. Ogni 15 giorni riforniscono le famiglie in difficoltà di generi di prima necessità , latte, uova, pane etc. Serve tutto il quartiere e a volte c’è la fila e non c’è pasta per tutti”.
Per l’estate dei bimbi c’è la casa vacanze del Comune a Pietra Ligure “l’unico treno che prendiamo e l’unica uscita da Milano che ci concediamo”.
E la casa? Quando entrambi hanno perso il lavoro si sono ritrovati senza i soldi per l’affitto e l’hanno fatto: “Abbiamo occupato, non lo avremmo mai detto. Abbiamo fatto richiesta di un alloggio, da dieci anni lo aspettiamo ma uno dei bambini si è ammalato e dargli un tetto, purchè fosse, era nostro dovere”.
A Milano sono oltre 20 mila le famiglie in graduatoria. Per questo vige una pace non scritta tra enti e abusivi.
Se pagano un canone, benchè occupanti senza titolo, lo sfratto è rimandato. A maggior ragione se con minori. “Ma è salito da 200 a 538 euro al mese. Se li ho io ci faccio mangiare i figli”, sbotta Giuseppe.
E gli 80 euro di Renzi? “Un insulto. Dare soldi a chi è ricco è una cosa di destra. Perchè uno che guadagna mille euro al mese per me, per noi, oggi è ricco. Dovrebbe creare lavoro, non elargire mance a chi lo ha”.
La famiglia tipo non rinuncia a tutto. “Qualche volta andiamo al cinema”, quasi confessa Valentina. “Ma a modo nostro. In 5 ci costa 42 euro”.
Così la mamma tipo accumula i bollini del super che con 250 punti regala due biglietti.
Popcorn e bevande se li porta da casa. “Comprarli lì costa 5 euro a confezione. Io li prendo surgelati, li faccio e li metto in borsa insieme alle lattine di Coca da 1,74 che costerrebbe tre euro. Tutto in borsa. È il nostro piccolo segreto”.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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