Destra di Popolo.net

DA CLASSE MEDIA A QUASI-POVERI: ECCO L’ITALIA DEGLI SPROFONDATI

Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile

IN PIAZZA ANCHE LA RABBIA DI COMMERCIANTI, PENSIONATI E IMPRENDITORI

L’Italia che sprofonda. Precipita, in caduta libera, lungo la scala sociale e si ritrova alle soglie della povertà .
L’Italia che aggiunge, ai milioni di disoccupati e cassintegrati, altri milioni che non riescono ugualmente a pagare le bollette. Che hanno prosciugato il conto in banca e adesso si sentono chiedere di rientrare dallo scoperto, che tirano giù per l’ultima volta la saracinesca del negozio o si rassegnano a far fallire l’impresa.
L’Italia che è povera e disperata da sempre, al Sud, e l’Italia che, invece, si ritrova, improvvisamente e senza sapere come, impoverita e impaurita, al Nord Est, come al Nord Ovest.
L’Italia che, piegata da cinque anni di crisi e di austerità , si ritrova in piazza – o vorrebbe andarci – spinta solo dalla rabbia e non dalla speranza di ottenere risposte a domande che non riesce a formulare.
Forse anche per questo, in piazza, più che i poveri, ci sono quelli che si guardano alle spalle, con i nervi a fior di pelle, perchè sentono i poveri, di colpo, sempre più vicini.
La mappa del disagio sociale dice, infatti, che l’Italia è un Paese con sempre più poveri: ormai, quasi una famiglia su cinque.
Oltre un milione 700 mila famiglie non raggiunge «uno standard di vita minimamente accettabile», secondo la definizione dell’Istat: lo standard varia a seconda del numero di componenti e della città , ma, in quattrini, oscilla fra i 600 e i 1000 euro al mese.
Questi poverissimi, solo un anno fa, erano un quarto di meno.
Tuttavia, in un Paese del mondo avanzato, che fa parte del G8, si è poveri anche se si riesce a mangiare, ma non si tiene il passo con il resto della società .
I calcoli statistici dicono che, per non essere povera in un Paese ricco, una famiglia di due persone deve disporre almeno di mille euro al mese.
Giusto lo stipendio di un precario fortunato, con moglie a carico, ma senza figli.
Anche qui, in fondo alla scala sociale, le fila si ingrossano.
Nel 2009, questa povertà  relativa coinvolgeva quasi l’11 per cento delle famiglie italiane, oggi sono più di 3 milioni, cioè vicini al 13 per cento.
Altrettanto male, però, sta chi rischia, ogni mese, di slittare sotto quella soglia, chi guadagna 1100, 1200 euro.
Sono i “quasi poveri”, un altro 6 per cento di famiglie, perennemente in bilico.
Chi sono questi poveri? In Italia, ci sono ormai più di 3 milioni di disoccupati, di cui solo 2 milioni e mezzo ricevono il sussidio.
Poi ci sono più di un milione e mezzo di cassintegrati. Soprattutto, ci sono oltre 7 milioni di pensionati che, ogni mese, vedono arrivare dall’Inps meno di quei mille euro della soglia di povertà . Di loro, più di 2 milioni non arriva neanche a 500 euro.
Praticamente, quasi un pensionato su due vivrebbe ai limiti della sussistenza, se il suo assegno fosse l’unico reddito di casa. Così, spesso, non è. Ma il discorso vale anche a rovescio.
Quei mille euro di pensione sono, spesso, l’unica fonte di reddito stabile e sicura della famiglia, intorno a cui ruotano altri introiti volatili, precari, anche occasionali, portati a casa da membri più giovani, ancora a caccia di un posto fisso. Anzi, di un posto qualsiasi.
Solo un terzo degli italiani under 30, in effetti, lavora o cerca lavoro.
Il grosso, d’altra parte, studia. Ma uno su dieci cerca lavoro e non lo trova
E’ questa situazione di incertezza, casualità , fragilità , fra alti e bassi imprevedibili che gli sprofondati, caduti dalle certezze e dalle sicurezze delle classi medie, sentono sempre più vicina o stanno imparando a conoscere in questi mesi.
Le statistiche cominciano solo ora a dare conto della mazzata della crisi.
Fra il 2008 e il 2011 il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto del 5 per cento: quando prima si faceva la spesa al supermercato per 100 euro, poi ci si è dovuti accontentare di una spesa di 95 euro.
Ma il vero colpo è arrivato fra il 2011 e il 2012, con l’avvitarsi della crisi e dello spread: il potere d’acquisto è sceso in un solo anno di un altro 5 per cento. La spesa di 100 euro del 2008, ora è più magra di 10 euro.
Le bollette della luce, del gas, le rate del condominio, la tassa della spazzatura sono diventate un incubo: il Censis dice che un quarto delle famiglie italiane ha difficoltà  a pagarle.
Non ci sono più neanche le riserve a cui attingere. Conti in banca e risparmi vengono progressivamente prosciugati e mai rimpolpati.
Negli anni ’90, il Paese poteva permettersi di mettere da parte, in media, quasi un quarto del suo reddito.
Erano gli anni in cui le Giornate del risparmio erano grandi feste trionfalistiche. Oggi, su 100 euro di reddito, in media (ricchi compresi, quindi) nel salvadanaio per i tempi bui ne vanno meno di dieci.
Getta la spugna e sprofonda soprattutto quella parte del ceto medio che, prima della crisi, più si era fatta largo nelle gerarchie sociali ed economiche: imprenditori, commercianti, lavoratori autonomi.
Fra gennaio e settembre di quest’anno quasi 10 mila società  hanno dichiarato fallimento, il grosso nel corso dell’estate. Molte erano solo scatole vuote, aziende che non avevano mai presentato bilanci negli ultimi tre anni: semplici progetti o terminali di operazioni più complicate. Ma chiudono i battenti, senza l’onta del fallimento, migliaia di aziende vere.
In Italia, secondo le elaborazioni della Fondazione Nord Est, in meno di due anni, dalla fine del 2011 allo scorso settembre, hanno cessato l’attività  quasi 80 mila imprese, dai campi alle fabbriche, ai negozi.
Nell’ultimo anno, sono sparite 12 mila fabbriche, oltre 20 mila imprese edili, 5 mila aziende di trasporto.
A cui bisogna aggiungere 17 mila fra bar e ristoranti, 11 mila negozi di moda e abbigliamento. Un gelo che ha investito anche le zone più dinamiche del paese.
Il Nord Est ha perso oltre 3 mila aziende manifatturiere, 5 mila imprese edili, fra la fine del 2011 ed oggi, ad un ritmo di chiusure superiore a quello nazionale.
Troppe tasse, troppe bollette, ma, soprattutto, a spegnere la luce sono state le banche, preoccupate di rientrare dei loro prestiti.
Il termometro della caduta di una parte di società  che, fino a ieri, veniva accolta in banca con sorrisi e pacche sulle spalle lo danno le statistiche sulle sofferenze, ovvero i crediti incagliati, che le banche disperano di recuperare.
All’ultimo conto, i prestiti, probabilmente, svaniti, sfiorano i 150 miliardi di euro: rispetto all’anno scorso, c’è un aumento del 22,9 per cento.
Ma, se si prende a confronto il 2010, quando la crisi era ancora strisciante, i soldi che gli sprofondati, ormai, non sembrano in grado di restituire, sono raddoppiati.

Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)

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ITALIA, LE PERSONE A RISCHIO POVERTA’ BALZANO VERSO IL 30% CON LA CRISI

Dicembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

OLTRE 18 MILIONI DI PERSONE SONO A RISCHIO ESCLUSIONE SOCIALE, SOLO LA GRECIA E’ MESSA PEGGIO CON IL 34,6% DELLA POPOLAZIONE

Da uno su quattro a un passo dall’uno su tre.
Nei cinque anni di crisi economica tra il 2008 e il 2012, gli italiani che secondo Eurostat ricadono nella definizione di individui “a rischio povertà  o esclusione sociale” sono balzati al 29,9 per cento, dal 25,3 per cento del 2008 e il 28,2 del 2011.
Significa che questa fetta della popolazione ha almeno uno di questi tre “requisiti” certo poco invidiati: è a rischio povertà , visto che vive in una famiglia con un reddito disponibile (inclusi gli eventuali assegni ricevuti dallo Stato come sostegno) inferiore alla soglia di povertà , che è posta al 60% del reddito medio disponibile nel Paese di riferimento (19,4% in Italia); registra “forti mancanze materiali” (ad esempio è impossibilitata a pagare spese impreviste, non mangia con regolarità  carne e proteine affini, non può permettersi di riscaldare la casa, non possiede una macchina – in Italia riguarda il 14,5% della popolazione); oppure vive in una famiglia con una bassa intensità  di lavoro (cioè nella quale i membri fino a sessant’anni hanno lavorato meno del 20% dei mesi durante i quali teoricamente avrebbero potuto essere occupati, il 10,3% in Italia).
Ebbene, guardando a tutti questi indicatori dopo la Grecia (34,6%), l’Italia è il Paese della zona euro dove il rischio di povertà  ed esclusione sociale è più alto.
L’anno scorso – e l’andamento economico del 2013 non lascia certo pensare che le cose siano migliorate -, a rischio di esclusione sociale c’erano 18,2 milioni di persone.
In Spagna, Paese in difficoltà  economica e con altissima disoccupazione, è il 28,2% della popolazione ad essere a rischio, in Portogallo il 25,3%, a Cipro il 27,1%, in Estonia il 23,4%. Mentre scende parecchio la difficoltà  in Francia, dove il rischio povertà  si concretizza per il 19,1% dei cittadini, in Germania (19,6%), Finlandia (17,2%), Olanda (15%).
Per trovare dati peggiori dell’Italia e della Grecia, bisogna andare ai Paesi fuori della zona euro: al top Bulgaria (49,3%), Romania (41,7%), Lettonia (36,5%), Croazia (32,3%).
Se si guarda l’intera Unione europea, l’anno scorso 124.5 milioni di persone, il 24.8% della popoazione, era a rischio di esclusione sociale, in peggioramento rispetto al 24.3% del 2011 e il 23.7% in 2008.
La riduzione di questa incidenza è uno degli obiettivi principali della strategia europea al 2020, ma la strada da fare è molto lunga.

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IL GOVERNO PROMETTE IL REDDITO MINIMO, MA E’ UN BLUFF

Novembre 29th, 2013 Riccardo Fucile

IL MINISTERO PARLA DI 7-8 MILIARDI ANNUI, MA GLI STANZIAMENTI REALI   PREVISTI SONO SOLO PER POCHE DECINE DI MILIONI…ALLA FINE COPRIRA’ UNA SOMMA NEANCHE PARI ALLA META’ DELLA SOCIAL CARD

Enrico Letta parla di “reddito minimo” e così fa il suo governo.
Ma parlarne è facile (Grillo è maestro n.d.r.) , il difficile è realizzarlo.
Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, definisce il Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) previsto dalla Legge di Stabilità  una “riforma strutturale” che risponde alle richieste della Commissione Ue, che va al di là  del reddito minimo in quanto è una vera e propria “presa in carico delle famiglie”.
Ma, stando ai numeri, il provvedimento non potrà  che incidere solo in maniera marginale sulla difficile realtà  di chi vive al di sotto della soglia di povertà .
Le cifre elencate dal governo, che parla di “sperimentazione”, sono infatti insufficienti persino rispetto al documento elaborato dal ministero del Lavoro sul Sia: per il dicastero il costo del programma sarebbe di “di 7-8 miliardi” annui, ma la Legge di stabilità  prevede nuovi stanziamenti solo per poche decine di milioni.
Nel maxiemendamento alla Legge di stabilità  vengono stanziati 120 milioni in 3 anni, ovvero 40 milioni l’anno.
In pratica meno della metà  di quanto stanziato per la Carta acquisti per un solo anno, che è di 250 milioni annui e a cui i 120 milioni del Sia si vanno a sommare nel quadro della “riforma” prevista dal governo.
A questi, ha spiegato in mattinata Giovannini, vanno aggiunti i “170 milioni per il Mezzogiorno e altri 50 milioni per i grandi comuni” già  stanziati.
In tutto circa 500 milioni. Però basta andare sul sito del ministero del Lavoro per scoprire che le cifre sono necessarie a far sì che il provvedimento possa incidere minimamente sulla realtà .
Nel documento con cui il dicastero presenta il Sostegno per l’inclusione attiva si legge: “Il programma potrebbe ragionevolmente comportare un costo a regime dell’ordine di 7-8 miliardi” annui. Altro che le cifre sbandierate dal governo.
Non solo. “Un tale programma consentirebbe di raggiungere non meno di circa il 6% delle famiglie del Paese”, si legge ancora nel documento.
Ma solo una volta entrato a regime, cioè quando sarebbero disponibili i 7-8 miliardi. Quindi, anche se dovesse entrare a regime, il Sia risolverebbe solo un terzo del problema: secondo l’Istat le famiglie italiane sono in tutto 26 milioni.
Quindi il 6% di 26 milioni sono 1 milione e 560 mila famiglie, moltiplicato per il numero medio dei componenti, che è 2,3, fa 3,6 milioni di persone.
Per l’Istituto di statistica in Italia ci sono 9,5 milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di spesa.
Quasi tre volte quelle che verrebbero aiutate dal Sia.
Il quale non è, quindi, un reddito minimo garantito, ma somiglia più che altro ad un ampliamento della Carta acquisti, l’ex Social card, che il governo ha ora esteso a tutto il territorio nazionale, “vale 40 euro al mese e viene caricata ogni 2 mesi con 80 euro (40 euro x 2 = 80 euro) sulla base degli stanziamenti via via disponibili”, si legge sul sito del ministero dell’Economia.
In pratica, il solito assistenzialismo.
Altro problema: la copertura del Sia è in odore di incostituzionalità .
Il provvedimento verrebbe finanziato con i fondi ottenuti dal contributo di solidarietà  delle pensioni d’oro.
Il contributo, progressivo, è pari al 6% oltre i 90mila euro, al 12% sopra i 128 mila e al 18% sopra i 193 mila.
Il premier Letta pensa “che si possa superare l’incostituzionalità  con questa nuova formulazione”, ma la misura che spesso è comparsa nelle manovre correttive degli ultimi anni e puntualmente è stata boccata dalla Corte Costituzionale.
L’ultima volta lo scorso giugno: secondo la Consulta, non è in linea con il dettato della Carta qualsiasi prelievo fiscale sugli assegni previdenziali, anche su quelli che superano i 90mila euro lordi, come prevedeva il decreto legge 98 del 2011, perchè costituisce “un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”.
Lo stesso ministro Giovanni lo scorso agosto aveva ammesso: “Non possiamo tagliare le pensioni d’oro, sarebbe incostituzionale”.

Marco Quarantelli

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CRISI E POVERTA’, PER 4,1 MILIONI DI ITALIANI QUEST’ANNO NIENTE CENONE DI NATALE

Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile

ALLARME COLDIRETTI: IN TRE ANNI SONO AUMENTATI DEL 47% COLORO CHE NON RIESCONO A MANGIARE… CRESCE ANCHE IL NUMERO DEI BAMBINI IN DIFFICOLTA’: 428.000 SOTTO I 5 ANNI HANNO AVUTO BISOGNO DI AIUTO PER POTER BERE LATTE

A Natale non potranno permettersi nè pranzi nè cenoni. Perchè quello delle nuove povertà  è un numero che in Italia aumenta di anno in anno. Bambini compresi. Salgono a quota 4,1 milioni gli italiani indigenti che, in vista delle festività  di fine anno, per mangiare dovranno ricorrere all’aiuto delle istituzioni, delle organizzazioni o dei singoli cittadini.
Rispetto al 2012 la cifra è in aumento del 10 per cento. Ma negli ultimi tre anni l’incremento è addirittura del 47 per cento.
Il record è al sud, dove ci sono 4 affamati su 10 (+65% in tre anni). E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti, sulla base del ‘Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti 2013’, divulgata in occasione del primo baratto della solidarietà .
Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando – sottolinea la Coldiretti – un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti neanche a sfamarsi: erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 ed hanno raggiunto i 3,7 milioni nel 2012.
Una situazione drammatica che rappresenta la punta di un iceberg delle difficoltà  che incontrano molte famiglie italiane nel momento di fare la spesa. Il nuovo povero, peraltro, si vergogna ad andare in mensa.
Da qui, il boom dei pacchi alimentari: 3,8 milioni ne hanno già  fatto richiesta.
“Sul totale di 4,1 milioni di italiani indigenti – dice Coldiretti nel proprio dossier – ci sono ben 428.587 bambini con meno di 5 anni di età  che nel 2013 hanno avuto bisogno di aiuto per poter semplicemente bere il latte o mangiare, con un aumento record del 13% rispetto allo scorso anno.
Ma ad aumentare, con un tasso superiore alla media, è stato anche il numero di anziani, ben 578.583 over 65 anni di età  (+14% rispetto al 2012), che sono dovuti ricorrere ad aiuti alimentari”.
“Accanto al numero di persone in difficoltà  economica anche per mangiare – sottolinea la Coldiretti – in Italia è aumentata pure la solidarietà  con un incremento del 22% nel numero di cittadini italiani che hanno aiutato qualcuno dal 2007 al 2012, un incremento maggiore rispetto alla media dei Paesi dell’Ocse”.

(da “La Repubblica”)

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CON LA CRAVATTA ALLA CARITAS: LA NUOVA FRONTIERA DELLA POVERTA’

Ottobre 31st, 2013 Riccardo Fucile

IMPRENDITORI TRAVOLTI DAL CRAC, IMPIEGATI SENZA LAVORO: VIAGGIO TRA I NUOVI POVERI CHE AFFOLLANO DORMITORI E MENSE

Rotolato grande e grosso com’era dal posto fisso alla strada, va in giro in scarpe da tennis, come il “barbun” di Jannacci. Come tanti e tante italiane che la crisi sta sbalzando fuori in massa dal treno della vita normale.
Rotolato grande e grosso com’era dal posto fisso alla strada, ci ha lasciato 30 chili, la dignità  e anche il portafoglio, rubato una notte nella stazione centrale di Milano, binario laterale.
Dentro ci teneva la foto del figlio. «È uguale a me, sputato, peccato non poterglielo far vedere».
In compenso, ha conservato il biglietto da visita: Davide Prestifilippo, agente di commercio, salumi e formaggi (in piccolo, anche il numero di partita Iva e cellulare).
Va in giro in scarpe da tennis, come il “barbun” di Jannacci cinquant’anni prima (“barbun” da barba lunga, ultimo gradino del vivere civile).
Scarp de tennis come tanti e tante italiane che la crisi sta sbalzando fuori in massa dal treno della vita normale.
La porta del vagone di Davide si è spalancata di schianto il 26 settembre 2011, ore 7.30, via sms: la ditta per cui andava in giro a vendere mozzarelle per la pizza gli annunciava la chiusura.
Da allora, infiniti tentativi di risalire, zero risultati.
Perito industriale, 44 anni, dopo essere finito nel tritacarne Parmalat («Sono anch’io una vittima di Tanzi») e incappato nel fallimento di un paio di cooperative, Davide ha lasciato Vercelli per Milano, fuori di casa, niente più famiglia, uno scivolo rapido e stordente in fondo al quale c’è il marciapiede.
«Non vado nei dormitori perchè ho vergogna, non chiedo l’elemosina per lo stesso motivo. Da un po’ frequento una mensa dei frati, ho accettato di farmi fare il tesserino. Si passa uno a uno dai tornelli, sembrano quelli dello stadio. Sa che ero a Madrid a vedere l’Inter del triplete? E adesso qui a sgrinare, a sbattersi per trovare due lire, scusi, cinque euro, e un lavoro, sì, ciao».
«L’altro giorno, al tavolo con me, c’era un tizio distinto, pettinato. Giacca e cravatta. A un certo punto, prende l’Iphone 4 dalla tasca e se lo mette accanto al piatto. Allora gli ho detto: amico, non so cosa ti è capitato per essere qui, ma l’Iphone 4 mettilo via. È uno schiaffo per noi e un rischio per te»
Povera Italia che improvvisamente si scopre povera. Ai 4,8 milioni di persone che secondo l’Istat non ce la fanno più (8 per cento della popolazione, il doppio rispetto a 5 anni fa), vanno aggiunti altri 9 milioni e mezzo che tirano a campare con meno di 506 euro al mese.
Il totale fa spavento, 14 milioni e rotti.
E lo spavento cresce con i 6 milioni di analfabeti e un tasso di abbandono scolastico tra i più alti dell’Unione europea
Come mai una simile bomba atomica sociale non occupa il centro del dibattito politico? Dice da tempo, inascoltato, Luigi Ciotti, prete e profeta degli ultimi,un’esistenza spesa a riscattarli, rincuorarli: «Dobbiamo rendere illegale la povertà ».
Basterebbe anche cominciare a riconoscerla, guardarla in faccia.
Guardare oltre lo spread, indicatore nobile ma parziale.
Guardare dietro la classifica, pubblicata proprio da Repubblica, che da quinta potenza industriale del mondo (anni Ottanta) ci ha visti scivolare al nono posto, e molto presto ancora più giù, fuori dai primi dieci, anche dodici
Milano, la città  col più alto reddito d’Italia,è un buon punto di osservazione per misurare la nostra febbre da miseria.
Al Centro Aiuto di via Ferrante Aporti, la prima boa per chi sta per affondare, bussano ormai in 13mila, 3mila in più di due anni fa.
Il 30 per cento sono italiani, spiega Silvia Fiore che lo coordina. E la curva è destinata a crescere. L’inverno renderà  ancora peggiori le cose, e la vita di gente come il signor Davide, ex agente per salumi e formaggi, uno dei 13mila
La povertà  si misura (anche) in metri. E si sta allungando.
Due file mute e ordinate compaiono ogni mattino, domenica esclusa, di fronte e alle spalle del centro di Milano. Una sta in via Concordia, ma chi la frequenta dice “Piazza Tricolore” perchè è la fermata annunciata dalla voce registrata dei tram 9 e 23 che passano di lì: piazza san Babila è a due passi.
L’altra, via Canova, è la porta d’ingresso opposta, appena dietro Cadorna e il Castello. Il cuore ricco e famoso di Milano ha le arterie che si stanno vistosamente ingrossando di miseria: 6mila pasti al giorno nelle mense con la fila.
E si concentrano non a caso qui i figli inattesi della grande depressione, come sulla poppa del Titanic dopo l’iceberg: il tentativo estremo di salvarsi, di ritrovare uno stipendio , un alloggio, la speranza.
Persone dai 30 ai 60 anni in attesa di un pasto caldo gratis, una doccia, una camicia da lavare, un sacco a pelo o una coperta per dormire.
La maggior parte sono stranieri, ma gli italiani stanno scalando in fretta posizioni. In pochi mesi, in molti dei centri comunali o cattolici che offrono aiuto, sono già  diventati la seconda comunità  dopo i rumeni e prima dei marocchini
Sono poveri del terzo tipo: non hanno il barbone, anzi sono puliti e quasi sempre ben rasati, non mendicano, preferiscono sistemazioni di fortuna ai dormitori perchè ancora non ci vogliono credere di essere arrivati a quel punto, perchè non era previsto nè prevedibile.
Accanto a loro, vagano per la città ,in cerca di un rifugio, cibo o alcol, i poveri del primo e secondo tipo, cioè gli emarginati che si sono definitivamente arresi alla strada e le migliaia di nuovi migranti, molti dei quali ormai vivono l’Italia come una stazione di passaggio verso altri Paesi. Dei 150 siriani ospitati dal Comune in via Aldini, nessuno pensa di restare qui: per tutti, il sogno sono Germania o Svezia
Proprio accanto a via Aldini, periferia nord ovest, quartiere Quarto Oggiaro, c’è uno dei nuovi dormitori della Milano invisibile, quello di via Mambretti, nato due anni fa sulla scorta dell’emergenza recessione.
È l’unico gratuito, gestito dalla cooperativa Arca (l’altro grande dormitorio pubblico, quello storico di via Ortles, arriva a 600 presenze ma costa un euro e mezzo per dormire e lo stesso per la cena: tutto esaurito, comunque, con un 40 per cento di italiani, moltissimi dei quali esodati di fresco nel vecchio casermone dallo tsunami della crisi). In via Mam-bretti, dove prima c’era una scuola, i posti sono 170, i letti (da 8 a 20 per stanza) hanno sostituito i banchi, valigie e borsoni gli zaini degli studenti.
Al primo piano le donne, in qualche caso con bimbi piccoli, al secondo gli uomini.
Si sta il tempo di dormire, dalle 19 (cena compresa) alle 8 (prima colazione).
Il resto del giorno, aria. Tra gli inquilini, regole comprensibilmente severe: due assenze ingiustificate e si perde il posto, niente risse, niente urla. Un riparo dignitoso.
Che però a Carau Antonio, camionista fino al fatidico 2011, sta diventando insopportabile. «Ho la patente C, 40 anni di esperienza, l’ultima nel trasporto di carta igienica ai supermercati. Licenziato, sbam, e nessuno che mi riprende perchè a 60 anni, dicono, sono vecchio.Durante il giorno giro,come tutti noi fregati dal Duemila, spesso vado alla libreria Sormani dove danno dei film, faccio le code alle mense, mi ammazzo di colloqui per un lavoro. Ma il vero tormento è la notte. Dormo tra due marocchini. Ruttano, scoreggiano, non hanno rispetto, si lavano i piedi dove io devo lavarmi la faccia. Fortuna che ho un amico imbianchino. Gli ho chiesto di lasciarmi la sua macchina per la notte. Farà  più freddo ma almeno non sentirò la puzza dei cameroni».
Anche Dario Colucci è un inquilino di Mambretti, anche lui ha conosciuto il salto in basso repentino, da rompersi le ossa.
Odontotecnico diplomato, 30 anni da artigiano di dentiere e ponti fino alla specializzazione in modellazioni tridimensionali, ha perso tutto in un colpo, come al casinò: lavoro, casa, famiglia, tre figli.
«I clienti non pagavano, il laboratorio è soffocato, ci hanno uccisi di tasse. Avevo il mutuo della casa da pagare, ho consegnato le chiavi alla banca e mi sono trasferito nella mia Ford Fiesta».
Licenziato, poi sfrattato: un classico. A Milano e provincia“saltano”18mila appartamenti l’anno per morosità  (va peggio solo a Roma). Nel 2007 c’era uno sfratto ogni 841 appartamenti, adesso uno ogni 358.
E dopo la Fiesta, signor Dario? «Non resistevo più, ghiacciava anche dentro. Mi sono trovato un localino segreto all’ospedale di Niguarda, vicino alla sala prelievi. In cambio di non venir denunciato, aiutavo gratis quello che caricava le macchinette di bibite e merende alle 5 di mattina. Anche quando sono venuto in Mambretti, ho dato una mano. Pitturare i muri, pulizie. Adesso quelli dell’Arca mi hanno affidato l’incarico di operatore notturno. Lo dico sottovoce ma sto ritrovando fiducia».
Quella fiducia che perdi per strada e che, se qualcuno non ti aiuta prima che sia dissolta l’ultima traccia di resistenza, non ritrovi mai più.
La fortuna di Milano è che, di gente che aiuta, ce n’è parecchia.
Il centro dell’Opera di San Francesco di via Concordia è un prodigio di carità  organizzata, con 700 volontari di cui 200 medici.
Lo coordina, non a caso, un ingegnere civile, padre Maurizio: 2.700 pasti al giorno (niente dolce, che però offrono i carmelitani scalzi di via Canova), 25mila docce in un anno, di cui 1.328 per le donne, 8.421 cambi di vestiti, 10.219 barbe, 37mila visite mediche nell’ambulatorio, 63mila farmaci prescritti e regalati.
Ci trovi di tutto, tra questi italiani maltrattati dalla recessione e trascurati dalle istituzioni romane.
Per esempio, una signora sulla cinquantina, golfino verde, capelli lunghi biondi e occhi azzurri, che mangia da sola, molto composta, mentre il figlio trentenne fa lo stesso in tavolo riservato ai maschi.
Vengono dal Piemonte, avevano una ditta di import-export finita in tribunale. Storia complicata, lei ha le lacrime trattenute, sembra cedere al pianto, poi s’accende: «Sono cresciuta nel mito di Almirante. Ora più che mai il mio motto è boia chi molla».
Il figlio sembra più mesto ma ugualmente elegante. Mentre se ne vanno dopo il pranzo delle11sotto la pioggia e un ombrello grande per due, lui si volta con un sorriso e dice: «Da imprenditore a questo posto qua. Bella carriera, non trova?»
Già , la pioggia. E presto anche il gelo.
Il Comune ha appena avviato il “piano freddo” per i senza dimora: da novembre a fine marzo, 3.672 interventi nel 2012, molti di più nel 2013.
Verrà  a costare più di un milione di euro, a cui vanno aggiunti i soldi per il fondo anti crisi, quelli per il sostegno al reddito (domande aumentate del 300 per cento). In tutto, 25 milioni di euro, e solo per Milano
Alla presentazione della leggedi Stabilità , l’ineffabile ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo, ha comunicato al Paese: «Sono molto soddisfatta di poter dire che il governo ha destinato 5 milioni di euro agli indigenti». Cinque. Molto soddisfatta.
Pierfrancesco Majorino è l’assessore per le Politiche sociali di Milano, e non l’ha presa bene. «Che vergogna. Miliardi di euro ci vorrebbero. Tutto il peso della miseria delle persone ricade sulle nostre spalle di amministratori locali e sulla disperata voglia di fare qualcosa dei volontari, della Curia. Ma manca lo Stato, mancano misure nazionali di sostegno al reddito. Ci sono ovunque, tranne che in Grecia e da noi. Vorrei veder cadere un governo su una tragedia come questa della povertà , e invece se ne fa un tema di compassione».
Caterina Disi ha 48 anni, dei lunghi capelli neri senza neanche uno bianco e non cerca compassione.
Nata in Sardegna, diploma di educatrice professionale alla Sapienza di Roma, un curriculum di dieci pagine, ultimo lavoro riconosciuto alla Asl di Ravenna che però la licenzia, da due anni e mezzo è in giro con le sue valigie.
Single, dorme in un convento di suore, aspetta gli esiti della causa che ha intentato alla Asl («Mi daranno dei soldi ma non mi ridaranno il posto»), non va alle mense per la vergogna («Mangio biscotti, piuttosto »), entra ed esce dagli uffici di collocamento come dalle librerie, senza mai niente in mano.
«Ma la fede non mi fa perdere la speranza. Avrei potuto schiantarmi nella depressione, invece non ho mai preso un farmaco. Il mio unico sonnifero è il rosario. Ma non accetto più. Ho studiato tanto, lavorato tanto, non ho commesso reati e mi ritrovo nella povertà  assoluta. Pretendo rispetto dal mio Paese. Pretendo autonomia e ruolo sociale. Voglio giustizia, perchè la merito».

(da “La Repubblica”)

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EMERGENZA CASA A TORINO: VIAGGIO NELLA CAPITALE DEGLI SFRATTI

Ottobre 22nd, 2013 Riccardo Fucile

SONO STATI 4.000 SOLO NEL 2012, ORA ALTRE 4.400 FAMIGLIE   RISCHIANO DI PERDERE L’ALLOGGIO… UNA MASSA DI INQUILINI DISPERATI CHE HANNO ASSEDIATO L’UFFICIO PER LA CASA DEL COMUNE

Quattromila nel solo 2012: così Torino è diventata la capitale italiana degli sfratti.
Gli ultimi dati disponibili sono quelli diffusi nel giugno scorso dal ministero dell’Interno, che parlano di un cittadino sfrattato ogni 360 abitanti.
Una situazione che, nella realtà  dei fatti, potrebbe essere addirittura più cupa, “visto che le cifre raccolte dal Ministero risultano inferiori a quelle fornite dal Tribunale di Torino, che nel 2012 ne ha registrati circa 6.000 nella sola area metropolitana”, come spiega Giovanni Baratta del Sicet, il sindacato inquilini della Cisl.
E che ora rischia di farsi esplosiva, mentre molti residenti delle case popolari si vedono recapitare le lettere di ingiunzione dell’Agenzia territoriale per la casa, che intima loro di saldare gli arretrati sul contributo al Fondo sociale regionale, pena l’apertura del procedimento di decadenza (che, in soldoni, equivale a uno sfratto eseguito in tempi molto brevi).
Nei giorni scorsi ne sono partite 4.400, per importi che partono da un minimo di 480 euro e che in media si attestano sul 14% del reddito familiare lordo, conteggiato nell’anno precedente all’assegnazione dell’alloggio.
“Il problema – spiega Pierluigi Dovis, direttore della Caritas di Torino — è che la legge regionale che ha introdotto questa forma di contribuzione risale al 2010, quando la crisi non aveva ancora raggiunto il suo picco. Molte di queste persone, nel frattempo, hanno perso il lavoro: il calcolo del reddito familiare, in questi casi, risulta falsato. Di fatto molti di loro non hanno alcuna possibilità  di saldare gli arretrati”.
Il rischio, quindi, è che altre 4 mila famiglie si riversino in strada “nel periodo più freddo dell’anno, quello che va da gennaio a marzo” conclude Dovis. “Non credo ci sia da scherzare di fronte a un’eventualità  del genere”.
Per questo, appena qualche giorno fa, un folto gruppo di dimostranti ha letteralmente invaso l’atrio della sede Atc di corso Dante: chiedevano la proroga sulla riscossione degli arretrati, una moratoria sugli sfratti per morosità  e la possibilità  di ristrutturare e abitare gli alloggi non assegnabili (spesso perchè fatiscenti).
Tra loro, oltre agli inquilini raggiunti dalle ingiunzioni, c’erano famiglie in lista d’attesa per l’assegnazione degli alloggi o colpite da provvedimenti di sfratto: la situazione ha rischiato di degenerare quando il personale di sicurezza ha sbarrato l’ingresso alle scale che portano all’ufficio del presidente Elvio Rossi.
Che ha comunque voluto incontrarli, promettendo di farsi portavoce delle loro difficoltà  con la regione, i comuni e il governo.
“Il problema — ha dichiarato Rossi — è che le regole sono stabilite dalla legge e l’Atc non può che farla rispettare. Abbiamo invitato gli abitanti a mettersi in regola proprio perchè conosciamo la situazione che molti di loro vivono e non vogliamo che perdano il diritto a questo contributo”.
Qualche giorno prima era toccato alla sede dell’Ufficio comunale per la casa, presa d’assedio dai torinesi in lista d’attesa per le case popolari.
Ad accendere la miccia, in questo caso, è stata la comunicazione del punteggio relativo all’ingresso in graduatoria: dopo i controlli della commissione regionale incaricata di verificare le autocertificazioni, 316 famiglie su 931 in totale (con altre 9 mila domande da controllare) si sono ritrovate con il punteggio ribassato, oltre ad altre 71 del tutto escluse.
Centinaia di loro si sono quindi precipitati negli uffici di via Corte d’Appello, per chiedere una spiegazione che nelle lettere ricevute era del tutto assente: la congestione degli sportelli è andata avanti per giorni, con gli animi sempre più caldi; ed è culminata con il portone d’ingresso sprangato “in via preventiva”, per evitare disordini che parevano imminenti.
A dare il senso del baratro in cui la città  pare sprofondare c’è il fatto che la stragrande maggioranza dei casi di sfratto (circa il 95% secondo il Sicet) sono riconducibili a situazioni di morosità  incolpevole.
Che, in sostanza, si verificano quando – in seguito alla perdita del lavoro o alla chiusura di un’attività  – l’inquilino non può più permettersi di pagare l’affitto. Circostanze sempre più frequenti in tutto il paese, che stanno cambiando i connotati a una fetta enorme della classe media, ricollocando migliaia di artigiani, operai, impiegati e piccoli imprenditori sotto la dicitura di “nuovi poveri”.
E che a Torino hanno spinto il vicesindaco Elide Tisi a creare un fondo “salva-sfratti” da un milione di euro, di imminente attivazione, che servirà  a soccorrere le famiglie che non riescono più a far fronte all’affitto.
Nel frattempo – mentre anche l’arcivescovo Nosiglia ha rivolto un appello per la moratoria ad Atc, regione e comune — fioccano le proposte di legge: l’ultima è di Eleonora Artesio, consigliera regionale della Federazione della sinistra in Piemonte, che pochi giorni fa ha depositato a palazzo Lascaris la proposta di censire e acquisire tutti gli immobili rimasti inutilizzati per almeno tre anni o costruiti grazie a incentivi e agevolazioni pubbliche, per destinarli alle famiglie colpite dall’emergenza abitativa. “Negli ultimi anni — spiega Artesio — i programmi di edilizia pubblica non sono più stati ampliati e rifinanziati: è prevalsa l’idea che, in una situazione di relativo benessere , i cittadini potessero trovare delle soluzioni per conto proprio. Oggi siamo tornati a un quadro molto simile a quello degli anni ’60, quando tali programmi non erano indirizzati solo a situazioni di emarginazione o povertà  marcata, ma verso una fetta molto più ampia della popolazione. La nostra proposta si rivolge agli appartenenti del ceto medio; i quali, pur non rientrando nei requisiti per l’assegnazione degli case popolari, vengono colpiti sempre più duramente dall’emergenza casa”.

(da “Redattore Sociale”)

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REDDITO DI CITTADINANZA: LA GUERRA TRA POVERI

Ottobre 7th, 2013 Riccardo Fucile

NECESSARIA UNA RIFORMA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI ESISTENTI PER POTER TUTELARE LE CATEGORIE NON PROTETTE

Quanto è difficile nel nostro paese uscire da logiche puramente categoriali: che riconoscono diritti e protezioni diversi a persone nella stessa condizione oggettiva, ma appartenenti a categorie — professionali, territoriali, di età , ecc. — differenti.
Non appena il ministro Giovannini annuncia di voler introdurre un reddito minimo per chi si trova in povertà  — una misura che esiste da diversi decenni in quasi tutti i paesi europei — non solo la destra, ma anche i sindacati fanno opposizione, chiedendo che prima, appunto, vengano salvaguardati e rifinanziati tutti i diversi tipi di ammortizzatori sociali esistenti.
Mantenendo proprio quella frammentazione categoriale che ha finora impedito di garantire diritti certi e omogenei per omogeneità  di condizione: una indennità  di disoccupazione universale per tutti coloro che perdono il lavoro e non sistemi macchinosamente differenziati che si prestano a logiche clientelari e lasciano scoperti ampi gruppi di disoccupati, unitamente, appunto, ad un sostegno al reddito per i poveri.
Condivido il timore dei sindacati che, in una situazione di risorse scarse, ci sia il rischio che avvengano tagli senza compensazione.
È dovere dei sindacati, oltre che dei partiti che dovrebbero avere a cuore l’equità  e l’uguaglianza almeno di fronte al bisogno, sorvegliare che ciò non avvenga.
Capisco, e in linea di principio condivido, anche la richiesta di risorse aggiuntive, specie dopo che la questione della mancanza di fondi non ha fermato la cancellazione della prima, e forse anche della seconda, rata dell’Imu sulla prima casa, con ovvio beneficio per i più abbienti.
Ciò che non condivido è la difesa strenua della frammentazione categoriale.
Come se un giovane che perde un lavoro a tempo determinato valesse meno di uno che perde un lavoro a tempo determinato e viene messo indefinitamente in cassa integrazione a zero ore; come se un esodato avesse più diritti di un/una cinquantenne che ha perso il lavoro e difficilmente ne ritroverà  un altro; come se chi è povero e non appartiene a nessuna “categoria protetta” avesse meno diritti.
La frammentazione categoriale cui assistiamo oggi, con tutte le ingiustizie che produce e i buchi che lascia aperti, è frutto del modo in cui si è sviluppato il sistema di protezione sociale italiano: per progressivo incrementalismo che allargava sì la platea dei “protetti”, ma senza mai ridefinire il disegno complessivo, creando disuguaglianze anche tra gli stessi “protetti”.
È avvenuto per i lavoratori, i pensionati e persino i disabili. In modo diverso è avvenuto anche per quanto riguarda il sostegno al costo dei figli, ove chi finisce con il non aver diritto a nulla sono proprio i più poveri.
In effetti, non si può non rimanere colpiti dall’attenzione, nel migliore dei casi marginale, per la povertà  che caratterizza il dibattito politico e la stessa posizione dei sindacati, oltre che del Pd.
Eppure la povertà  è aumentata notevolmente negli ultimi anni, colpendo soprattutto le famiglie con figli minori e toccando anche ceti che fino a poco tempo fa pesavano di esserne al sicuro.
A farla crescere non è stato solo l’aumento della disoccupazione, ma anche la riduzione forzata degli orari di lavoro e lo scarto tra redditi e costo della vita.
Il reddito minimo, proposto dalla commissione di esperti che il ministro Giovannini sembra voler far propria, mira a coprire almeno parte della distanza tra reddito disponibile e costo di mantenimento di un livello di vita decente.
Per chi non ha lavoro, o è in una forte situazione di precariato, sarebbe accompagnata da attività  di formazione e accompagnamento al lavoro, per rafforzarne, come si dice, l’occupabilità .
Da questo punto di vista, potrebbe essere anche inteso come uno stimolo dal lato dell’offerta di lavoro, a integrazione di quelli che si dovrebbero mettere in campo dal lato della domanda (riduzione del cuneo fiscale, sostegni a chi assume, ecc.), per evitare che i più poveri manchino anche queste opportunità .
È sicuramente legittimo chiedere risorse aggiuntive, e prima ancora chiedere che, in una situazione di risorse scarse, queste non vengano erogate principalmente a favore dei più abbienti, cui anzi si dovrebbe chiedere una solidarietà  maggiore, rinunciando ad una quota dei propri benefici (disboscando le detrazioni fiscali, ad esempio, e tassando le pensioni alte).
Tale richiesta sarebbe, tuttavia, più forte se si accompagnasse alla disponibilità  a rivedere anche le ingiustizie che si nascondono nel categorialismo spinto del nostro frammentato sistema di protezione sociale.

Chiara Saraceno

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RADDOPPIATI GLI ITALIANI POVERI: IN DIFFICOLTA’ 5 MILIONI DI PERSONE

Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile

LA SITUAZIONE PEGGIORE NEL CENTRO ITALIA (+112%)… PER IL 16,6% DEI CITTADINI DIVENTA DIFFICILE PROCURARSI UN PASTO ADEGUATO

Dall’inizio della crisi sono praticamente raddoppiati (+99%) gli italiani che si trovano in una condizione di povertà  assoluta ed oggi sono 4,81 milioni quelli che non hanno una disponibilità  economica sufficiente neanche ad acquistare beni e servizi essenziali per vivere.
E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti che fotografa la realtà  del Paese, in base dei dati Istat relativi agli ultimi 5 anni segnati dalla crisi.
La situazione si è aggravata di più nel Nord Italia dove l’aumento dal 2007 – sottolinea la Coldiretti – è stato addirittura del 105% rispetto al Mezzogiorno (+90%) anche se il peggioramento più marcato è stato registrato nel Centro Italia (+112%).
In valori assoluti tuttavia – precisa la Coldiretti – si contano 2,35 milioni di cittadini in grave difficoltà  nel Mezzogiorno, 1,78 milioni nel Nord e 684mila nel Centro Italia. Ad essere entrati in una condizione di povertà  assoluta negli ultimi cinque anni di crisi sono stati ulteriori 3,4 milioni di persone ed oggi sul territorio nazionale più di un italiano su dieci (11.3%) si trova in questa situazione.
L’effetto principale è stato un crollo storico dei consumi di beni essenziali come il cibo poichè ben il 16,6 per cento degli italiani non può neanche permettersi una pasto con un contenuto proteico adeguato almeno una volta ogni due giorni.
La spesa alimentare delle famiglie è tornata indietro di venti anni.
Nel 2012 i consumi delle famiglie italiane per alimentari e bevande a valori concatenati sono stati pari – sottolinea Coldiretti – a 117 miliardi, di mezzo miliardo inferiori a quelli del 1992.
La crisi – precisa la Coldiretti – ha fatto retrocedere il valore della spesa alimentare, che era sempre stato tendenzialmente in crescita dal dopoguerra, fino a raggiungere l’importo massimo di 129,5 miliardi nel 2007, per poi crollare oggi al minimo di ben quattro lustri fa.
La situazione – conclude la Coldiretti – si è aggravata nel 2013 con le famiglie italiane che hanno tagliato gli acquisti per l’alimentazione, dall’olio di oliva extravergine (-10 per cento) al pesce (-13 per cento), dalla pasta (-10 per cento) al latte (-7 per cento), dall’ortofrutta (-3 per cento) alla carne (-2 per cento), sulla base delle elaborazioni su dati Ismea-Gfk Eurisko relativi al primo semestre dell’anno che fanno registrare complessivamente un taglio del 4 per cento nella spesa alimentare delle famiglie italiane.

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GIU’ LA CASA DEL BLOGGER “SENZA FISSA DIMORA”: EROICA AZIONE DEI VIGILI ROMANI A TRASTEVERE

Settembre 19th, 2013 Riccardo Fucile

DA ANNI ROBERTO VIVEVA IN VIA DI MONTE FIORE COL SUO CANE BRENDA, BENVOLUTI DA TUTTO IL VICINATO… SI ERA COSTRUITO UNA PICCOLA DIMORA DOVE C’ERANO CUCINA E COMPUTER, ORA GLI HANNO PORTATO VIA TUTTO

“Se ho avuto la disgrazia di assistere alla morte dei miei genitori, secondo il Comune di Roma, dovrei anche stare sotto la pioggia, senza coperta, senza vestiti.. e senza spaghetti?”.
Questa mattina Roberto, che da oltre 15 anni vive a via di Monte Fiore, a Trastevere, con il suo fedele cane Brenda, si è visto “portar via tutto”, ma non l’ironia.
Alle 8.30 circa la polizia municipale e alcuni funzionari dell’Ama, hanno fatto “incursione” nella casa a cielo aperto che Roberto, ormai un’istituzione nel quartiere, aveva “costruito”, dopo essersi ritrovato a vivere per strada in seguito alla morte dei suoi genitori.
“Mi ero creato il mio mondo e adesso lo stavo abbellendo con i fiori – racconta con un velo di tristezza Roberto – Io sono una persona costruttiva, guardo ciò che mi sta intorno e quello che non va bene lo sistemo”.
In quell’angolo di via di Monte Fiore, “Roberto aveva chiuso tutto con dei teli – racconta Elena, che con suo marito, da quindici anni, vive pochi metri più avanti – teneva tutto pulito, aveva allestito un salottino con due poltroncine rosse di velluto, un comodino con il computer, grazie al quale ogni tanto vedeva le partite con i suoi amici senzatetto, poi un cucinino, con il fornello da campeggio e le provviste di viveri. Aveva un letto arrangiato, costruito con due paletti di legno e, fuori, aveva messo un tavolino con delle piantine aromatiche”.
Nessun problema con i “vicini di casa”, anzi, da questa mattina c’è un continuo via vai di residenti e commercianti di Trastevere che scendono per assicurarsi che Roberto stia bene e per aiutarlo ad affrontare lo sgombero.
Era ben voluto, raccontano e “non aveva mai creato alcun problema di ordine pubblico.
E anche il cane non è aggressivo nè intontito da farmaci o droghe.
Negli anni questo spazio l’ha curato e ha fatto lavori che l’Ama a volte non fa”. Elena ha regalato 50 euro a Roberto e due coperte: “Mi serviranno per mangiare ed iniziare a riorganizzarmi”, ringrazia lui.
“Computer, pacchi di pasta, olio, coperte, comodino, tutti i vestiti, il letto, la poltrona, mi hanno tolto tutto, ma io sono solo con il mio cane, non è un problema grave, si risolve, ma ci sono anche barboni con la famiglia, loro come avrebbero fatto?”.
La storia di Roberto: ha studiato elettrotecnica, classe ’66, dice di saper parlare quattro lingue. “Sono un tecnico, avrei le carte in regola per essere un cittadino modello”. Circa quindici anni fa lavorava all’aeroporto di Zurigo, occupandosi del sistema informatico.
Dopo la morte dei genitori decise di tornare in Italia: “Non avevo alcuna ragione per restare in Svizzera”. Si stabilì inizialmente sotto gli archi di Porta Pinciana, fino a quando non “l’hanno cacciato, murando il posto che si era allestito, poi è andato a vivere sotto i ponti del Tevere”, aggiunge una residente, infine è approdato a Trastevere.
Appena arrivato in Italia si è iscritto all’ufficio di collocamento, racconta, ma non ha trovato facilmente lavoro: l’unica officina a San Lorenzo che lo ha assunto, ha chiuso senza averlo mai pagato.
Nessun familiare lo ha aiutato e i pochi soldi messi da parte grazie al lavoro in Svizzera “li ho buttati nelle caparre delle case dove poi non sono più andato”.
Roberto cura anche un suo blog personale, dove racconta tutto ciò che gli succede, “adesso aggiornerò, scrivendo cosa mi hanno fatto oggi, ma sarà  un’impresa ardua, mi hanno tolto anche l’antenna”.
Il blog si chiama “Vivere senza fissa dimora”, l’ha aperto su Blogspot.com. Roberto, però, ha bisogno di sfogarsi anche con le persone, non solo con un pc: “Mi hanno detto che non va bene stare qui col comodino ma solo col cartone, però non devo farmi vedere dai turisti e, ogni tanto, devo cambiare posto. Qui in Italia non ci date la possibilità  di organizzarci la vita”.
Rivolge un appello anche alle istituzioni, in particolar modo si rivolge al sindaco Ignazio Marino: “Dovete mettere i bagni pubblici e le strutture di accoglienza devono essere fatte anche per accogliere gli animali, perchè quasi tutti noi barboni abbiamo un cane ed è come un fratello. Nei punti più frequentati, dove la gente dorme per strada, ci deve essere un presidio fisso come punto informazione per barboni che si trovano in difficoltà , dovete stare sul campo perchè, per capire il problema, lo dovete vedere. Anche gli zingari hanno la rappresentanza in Comune, i barboni hanno solo Sant’Egidio che ci campa su di noi. Poi è necessario cambiare la legge sull’occupazione del suolo pubblico: io devo sentirmi libero di scegliere dove stare, sennò non chiamatelo suolo pubblico e se io lo curo, è più mio che di altri”.

(da “la Repubblica”)

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