Aprile 27th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 7,6 MILIONI GLI ITALIANI COSTRETTI A CONTARE I CENTESIMI ANCHE NEL FARE LA SPESA: RISPARMI ZERO… SI TAGLIA SU TUTTO: SPOSTAMENTI, TELEFONO, 34 EURO AL MESE PER VESTIRSI
Il 45,4% dei pensionati italiani arriva a stento a fine mese con un assegno inferiore ai mille euro. 
Secondo i nuovi dati Istat-Inps diffusi ieri – ma riferiti al 2010 – quasi 8 milioni di italiani, per lo più anziani, sono costretti a tirare la cinghia, e di questi 2,4 milioni sono sotto i 500 euro mensili.
Una situazione preoccupante, destinata allo stallo per via delle misure di austerità .
La spesa italiana per le pensioni, intanto, sfiora i 260 miliardi, assorbita per il 71 per cento da assegni di vecchiaia e anzianità .
Una spesa che cresce dell’1,9 per cento rispetto al 2009, in attesa dei risparmi innescati dalla riforma Fornero, mentre la sua incidenza sul Pil cala (di poco) al 16,64 per cento.
Due ritirati su tre possono contare su una sola pensione e la metà dei 16,7 milioni di pensionati ha tra i 65 e i 79 anni.
Ma 234 mila persone intascano più di 4 assegni e 584.500 sono under 40. QUASI la metà dei pensionati italiani vive con meno di mille euro al mese.
Si tratta di 7,6 milioni di persone (per il 55% donne) costrette a spaccare il centesimo, a partire dalla sempre più magra spesa quotidiana.
E non di rado a fare da “cassa integrazione” per i figli espulsi dal mercato del lavoro. La fotografia, restituita da Istat e Inps, si riferisce al 2010.
Al riparo dunque dagli effetti della riforma Fornero e della rivalutazione negata agli assegni sopra i 1.400 euro (lordi), decisa dal Salva-Italia per quest’anno e il prossimo. Ma altrettanto allarmante.
Com si vive con 1000 euro al mese.
Casa, bollette, spesa. Tre voci che valgono l’80 per cento del bilancio mensile di un pensionato “milleurista”.
I rincari di luce, gas, acqua e rifiuti, ma anche del biglietto del bus in moltissime città italianee della benzina, mettono a dura prova l’economia domestica di una famiglia monoreddito.
Nelle simulazioni eseguite da Federconsumatori, per stare nei confini dei mille euro, il pensionato deve sperare in un affitto agevolato (enti, case popolari), oppure in un mutuo residuo molto basso. Altrimenti si va sotto, in rosso.
L’Imu e l’incubo fine mese.
L’Imu ora complica il quadro e preoccupa molto i più anziani che non sanno quanto e come pagare. Mentre il capitolo salute è appeso alla speranza di limitare i controlli alla routine.
Risparmi: zero.
Si taglia su tutto: spostamenti, telefono, abiti, scarpe e sempre più anche sul cibo. «Una situazione drammatica, se i nostri pensionati sono costretti a sacrificarsi a tavola», commenta Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori.
Secondo un’altra simulazione curata dal Codacons, riservare almeno 20 euro al mese per i regali ai nipotini comporta tirare sulle spese per la casa (massimo 10 euro), gli acquisiti di riviste, libri e fiori (al più 24 euro), non cenare mai fuori casa, spendere solo 34 euro per vestiti e calzature e limitare a 70 euro gli esborsi per medicine e analisi.
IL quadro totalit�
Nel 2010 in Italia sono state erogate 23,8 milioni di prestazioni a 16,7 milioni di pensionati. E questo perchè un terzo riceve più di un assegno (di solito i titolari di pensioni sociali, invalidità civili, indennità varie).
n media un pensionato italiano percepisce 15.471 euro (lordi) all’anno.
Peggio le donne che, pur essendo più della metà dei ritirati totali (53%), incassano il 70 per cento di quanto riservato agli uomini: 12.840 euro in media, contro 18.435.
La metà dei pensionati vive al Nord (dove si concentrano molti beneficiari di assegni di vecchiaia), circa un terzo al Sud (dove invece prevalgono i titolari di invalidità o pensioni sociali), un quinto al Centro.
Non solo anziani
Sette pensionati su dieci hanno più di 64 anni, ma un quarto è trai 40ei 64 annie il 3,5 per cento sotto i 40. Il 42 per cento degli uomini incassa più di 1.500 euro al mese contro un quinto appena delle donne (il resto, l’80 per cento, è sotto quella cifra, più della metà è sotto i mille euro).
I pensionati “d’oro” sopra i 2 mila euro al mese sono 2,8 milioni.
Molti in un Paese che conta 71 pensionati ogni 100 occupati (erano 74 dieci anni fa).
Valentina Conte
(da “la Repubblica“)
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Aprile 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL 54,9% DELLE DONNE SONO SOTTO LA SOGLIA PSICOLOGICA…2,4 MILIONI NON ARRIVATO A 500 EURO… SETTE ANZIANI SU DIECI RICEVONO UN SOLO ASSEGNO, L’1,4% NE HA ALMENO QUATTRO
Meno di mille euro al mese. Sono le pensioni di quasi la metà degli italiani: lo ha certificato l’Istituto nazionale di statistica con i dati Inps del 2010: 7,6 milioni di pensionati, il 45,4% del totale, hanno percepito assegni mensili inferiori a questa soglia.
E per 2,4 milioni di questi (14,4%) le prestazioni non superano i 500 euro.
E le donne, che rappresentano oltre la metà dei pensionati (53%), sono le più penalizzate: percepiscono assegni di importo medio pari a 12840 euro all’anno, contro i 18435 euro degli uomini.
In pratica, il 54,9% delle donne riceve meno di mille euro, a fronte di una quota del 34,9% tra i maschi.
I “RICCHI”
Il rimanente 54,5% dei titolari di pensione è così ripartito: il 23,5% percepisce tra i 1000 e i 1500 euro e il restante 31,1% più di 1500 euro. Il 67,3% dei pensionati percepisce un solo assegno, il 24,8% ne percepisce due e il 6,5% tre; esiste una fascia dell’1,4% che è invece titolare di quattro o più pensioni.
Inoltre, il 29,1 % dei pensionati ha un’età inferiore ai 65 anni: il 3,5% ne ha addirittura meno di 40 e e il 25,6% un’età compresa tra i 40 e i 64.
258 MILIARDI
Nell’anno di riferimento la spesa complessiva dell’Inps è stata pari a 258,5 miliardi di euro, aumentando dell’1,9% rispetto al 2009.
È però diminuita l’incidenza di questo dato sul Pil (16,64% a fronte di un valore di 16,69% registrato nell’anno precedente).
Le pensioni di vecchiaia assorbono il 71% della spesa totale, quelle ai superstiti il 14,9%.
Inoltre le pensioni di invalidità sono pari al 4,5%, quelle assistenziali per il 7,9% e quelle indennitarie per l’1,7%.
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Aprile 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA COMUNITà€ DI SANT’EGIDIO: RADDOPPIATO IL NUMERO DEGLI ITALIANI CHE HANNO BISOGNO DI AIUTO
“Sono tornati i bambini”. Quando lo racconta, ad Augusto D’Angelo si incrina
leggermente la voce. Perchè, per una volta, il ritorno dei bambini non è una buona notizia. Anzi.
È il segno che la crisi sta colpendo anche loro.
La Comunità di Sant’Egidio fornisce circa un migliaio di pasti a sera.
Fino a qualche tempo fa il 90 per cento delle persone che riempivano la mensa era straniero. “Da qualche anno a questa parte -spiega D’Angelo, una delle anime di Sant’Egidio, docente universitario – la quota degli italiani è aumentata. Da essere un centinaio al giorno, oggi arrivano anche a 200. E fra loro, ci sono anche quattro o cinque bambini. Non sono tanti, ma sono il segnale che le famiglie non hanno neanche i soldi per assicurare loro un pasto al giorno, oltre quello che fanno a scuola”.
Negli ultimi decenni si è assistito a un lento scivolare nella povertà .
Secondo i dati 2011 della Caritas, oltre otto milioni e 200 mila italiani (il 13,8 per cento dell’intera popolazione) vive in condizione di povertà relativa.
Oltre tre milioni e 100 mila sono i poveri assoluti (con punte elevatissime nel sud Italia). I numeri degli ultimi mesi ancora non ci sono, ma l’impennata si vede senza bisogno di statistiche.
“È una povertà che coinvolge il ceto medio – prosegue da Sant’Egidio D’Angelo -, che comprende al suo interno dipendenti, ma anche commercianti e piccoli imprenditori. Lo capiamo nei centri di distribuzione dei pacchi alimentari”.
Ogni pacco contiene, a seconda di quello che lasciano i donatori, un chilo di pasta, un barattolo di salsa, scatolette, ciò che serve per andare avanti qualche giorno.
“Arrivano tante persone che prendono il pacco – ancora D’Angelo -, ma hanno bisogno soprattutto di parlare. Non che siano disinteressate al cibo, ma sono persone che fino a poco fa avevano un tenore di vita medio-alto e che ritengono di meritare di più di un chilo di pasta. Cercano una sponda, tentano di trovare alleati che li aiutino a resistere a una condizione di vita che non sentono propria”.
E così il disagio, oltre a essere economico, diventa anche psicologico.
Perchè oltre all’umiliazione di dover ricorrere a un aiuto, concreto come un pacco di pasta, c’è il timore di non poter più migliorare le condizioni della propria famiglia.
A Sant’Egidio chiedono un lavoro, una casa, tutto quello che spesso non riescono a trovare per le vie istituzionali.
Perchè i servizi sociali non hanno soluzioni individuali e i percorsi sono quelli standard: la lista per la casa, il collocamento, il sussidio.
Il problema principale di chi si rivolge alle associazioni o agli enti benefici è il lavoro (chi non l’ha mai trovato o chi l’ha perso).
Ma non solo: “La famiglia per anni è stata un grande ammortizzatore sociale – conclude D’Angelo -, oggi non riesce più a esserlo. Pensiamo a un padre separato, che ha dovuto lasciare all’ex moglie la casa coniugale e deve passare gli alimenti ai figli. Torna a vivere dalla madre, ma ha molti meno soldi a disposizione. Per cui deve contare sull’anziana e sulla sua pensione, che spesso non basta. O a chi si trova a dover affrontare una spesa improvvisa, magari per un accertamento medico, e non ha nè i soldi, nè una famiglia a cui chiederli”.
O, peggio ancora, a una madre che si mette in fila per il pasto serale, con lo sguardo abbassato per la vergogna.
Sono tornati i bambini.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2010 UN ITALIANO SU QUATTRO NEL 2010 ERA A RISCHIO POVERTA’, DOPO UN ANNO LA POVERTA’ E’ ARRIVATA… E C’E’ CHI VENDE I SUOI ORGANI PER SOPRAVVIVERE
I numeri non fanno impressione: freddi e lontani dalle abitudini di chi viene minacciato, eppure la speranza non si arrende.
Nel 2010 un italiano su quattro era a rischio povertà . Un anno dopo la povertà è arrivata.
E la disperazione esaspera le diversità che dividono l’Italia dei Suv dall’Italia dalle mani vuote. Professori precari in fila alla Caritas vestiti con la dignità che l’insegnamento pretende.
Non stracci che frugano le pattumiere delle villas miserias o mosche sulle labbra come bambini africani.
Raccolgono la minestra nel piatto di plastica con lo smarrimento di chi è precipitato nel girone degli espulsi mentre il mondo appena perduto continua con le sue farfalle.
Noi che raccontiamo le storie degli altri abbiamo raccontato la stessa angoscia in posti lontani: il cartello appeso al collo della ragazza dagli occhi vuoti nelle favelas di San Paolo, Brasile (“Offro un rene”), o i sospetti sussurrati da un missionario attorno a Dakka, Bangladesh (“portano via i bambini per venderne gli organi”).
Le leggi lo proibiscono, ma le polizie chiudono gli occhi e i medici dalle cliniche discrete rinsanguano vecchi benestanti rubando un po’ di vita ai donatori affamati.
India, Zimbabwe o Kosovo non appartengono all’Europa dalla civiltà cristiana. A Roma o in Brianza mai e poi mai.
Invece, la sorpresa.
Ignazio Marino, senatore Pd, aveva proposto una legge sepolta chissà dove: sottolineava la differenza tra espianti da donatori e trapianti sollecitati da chi paga.
Nelle mani del chirurgo arrivano organi di provenienza misteriosa da qualche tempo offerti anche nell’Italia senza lavoro, appelli nascosti dalle censure e dal buon cuore di chi apre il portafoglio non sopportando l’orrore.
Storie superate: il bazar della disperazione ormai non si nasconde.
La rete ne è il mercato bene illuminato.
Siti frequentatissimi come Annunci Urgenti ( “www.soloinaffitto.it”) raccomandano: “Non vergognarti, scrivi. Ricordati di inserire il recapito mail: se non lo metti nessuno ti potrà aiutare” Chi scrive cerca soldi. Chi scrive è disposto a tante cose.
“Nico, offre rene, parti di fegato, midollo, sangue. Mi rivolgo a questo sito come ultima speranza. Non ho ancora trovato un lavoro decente. Ho bisogno di soldi per continuare a vivere, soldi da dare alla famiglia. Posso mandare gli esami dell’ospedale: ottima salute, 15 mila euro”.
Intanto la crisi continua: l’anno venturo cosa venderà ?
Gerardo (“42 anni, disperato”) ne chiede 20 mila. Dopo la firma, indirizzo mail.
Quindi non proletariato senza parole, ma uomini e donne col computer sul tavolo, libri alle spalle, borghesia minuta che si aggrappa all’ultima illusione.
Un signore si convince di quanto sia insensata questo tipo di esistenza e vorrebbe lasciare qualche soldo alla famiglia con l’allucinazione di un annuncio che avvilisce ogni ragione: “Vendo al miglior offerente la possibilità di riprendere in diretta il mio suicidio. Trattativa seria e professionale”.
Prima di tagliare le casse integrazioni, la signora Fornero dovrebbe dare un’occhiata per capire come è ridotta la gente umiliata da un “risanamento” che rallegra gli gnomi della finanza anche se il prezzo è questo.
È normale che appelli estremi possano rincuorare vecchi commendatori alla ricerca di pezzi di ricambio?
Robuste raccomandazioni hanno chiuso il sito Vajont: “Offendeva” l’onorevole Paniz, avvocato salva Berlusconi, e lo Scilipoti dai variopinti ingegni.
Ma non è tollerabile che negli spazi della disperazione si offrano traffici morbosamente fuori legge. E nessuno si indigna davvero.
Cancellarli e basta non serve se i professori al governo non ascoltano la folla che si allarga, si allarga, ormai disposta a tutto.
Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile
IL POPOLO DEI SENZA TETTO CACCIATI ANCHE DALLA STAZIONE, C’E’ CHI LA LINEA GIALLA DEL RISCHIO SOPRAVVIVENZA L’HA OLTREPASSATO DA TEMPO… LE ISITITUZIONI FANNO FINTA DI NULLA, IL VOLONTARIATO NO
Stazione Termini, nelle notti del grande gelo.
L’altoparlante annuncia treni soppressi, ritardi di ore, la Stazione Tiburtina chiusa. Nevica e l’Italia perde la faccia e la testa.
Si blocca, anche quella magnifica, modernissima, pubblicizzata e costosa ad Alta Velocità .
La voce metallica dell’altoparlante non chiede scusa per i ritardi, non fornisce spiegazioni su quali treni prendere, ma ripete, ad intervalli regolari e ossessivi, che è severamente vietato attraversare la linea gialla.
E invece, ti guardi intorno e vedi che nella notte del grande freddo romano, e della neve che presto diventerà ghiaccio e freddo da spaccarti le ossa, c’è chi quella linea gialla l’ha oltre passata da tempo.
E’ una umanità infreddolita e dolente.
Avvolta in coperte sudice, rannicchiata nei cartoni sui marciapiedi di via Marsala e via Giolitti. Piegata dalla solitudine.
Sotterranei della stazione. La casa di Nicola è una sedia a rotelle traballante che trasporta lui e le povere cose che ha.
Chiede di abbassare la telecamera come tutti gli abitanti del grand Hotel Termini.
“Non voglio che mi vedano i miei figli”. E’ romeno di Brasov, venuto in Italia dieci anni fa a cercare la fortuna.
“Poi la malattia, lo zucchero nel sangue, diabete e cancrena”, ci dice indicando il piede che gli manca, “mi ha distrutto. Ho perso il lavoro nel cantiere, la casa, non vedo la mia famiglia da due anni”.
All’una la stazione chiuderà , polizia ferroviaria e guardie private cacceranno tutti.
E Nicola? “Lo aiuteranno gli altri disgraziati come lui a salire con la sua carrozzella e dormirà all’aperto”, ci racconta un addetto alle pulizie.
“Ogni notte vedo aumentare le persone che cercano un rifugio nella stazione, ci sono i barboni che io chiamo storici e quelli nuovi. Li riconosci subito, all’inizio sono impacciati, abbassano gli occhi, cercano di tenere in ordine i vestiti che hanno addosso. Poi si riducono come gli altri. Ascolto i loro racconti, sono padri di famiglia che hanno perso il lavoro, uomini separati, gente sfortunata”.
Quello dei senza fissa dimora è un popolo.
“Settemila persone a Roma”, ci dice Roberta Molina, della Caritas.
“La cosa più drammatica è che spesso incontriamo per strada interi nuclei familiari. Nei giorni passati abbiamo dato ricovero in una casa famiglia ad una donna con cinque figli. Basta poco per finire in strada, un fallimento, una separazione, la perdita del lavoro”.
Settemila uomini e donne che come tetto hanno il cielo freddo della notte o la volta di una stazione.
Sono i nuovi poveri, gente che a Roma si divide anche i pezzi di strada.
A via Marsala gli immigrati di colore, in via Giolitti, l’altro lato della Stazione Termini, tutti gli altri.
Due ragazze scaricano dalla macchina un materasso. “Non siamo volontarie, vogliamo solo dare un aiuto”. Lo regalano ad un egiziano accucciato a terra sopra i cartoni che lo difendono dalla neve che è già ghiaccio.
Di fronte l’insegna luminosa di un hotel, a pochi passi dai suoi piedi nudi un topo enorme che cerca la strada verso la fogna. “Sono un richiedente asilo. Guarda le mie scarpe, sono pulite, non sono un barbone”.
Via Marsala, ore tre del mattino. Ci colpisce una figura che avevamo visto due ore prima.
E’ una donna di colore, è in piedi avvolta in una coperta. Sta così da ore.
Ai volontari che l’avvicinano e le porgono un a tazza di the bollente e un panino, riesce a dire solo una frase: “Ho paura di stare qui”.
Qui è questo pezzo di Bronx capitolino popolato di strani animali metropolitani che diventano padroni della notte e un locale, un bar con luci sfavillanti, i buttafuori di colore che sembrano usciti da un vecchio film di Martin Scorsese e l’alcol venduto a fiumi per tutta la notte.
“Sì, la notte è anche questo a Roma — ci dice Roberta Molina — come Caritas, grazie alle parrocchie e ai nostri ostelli, riusciamo a dare ricovero a 500 persone, ma non basta. Mi irrito quando sento parlare di emergenza freddo, l’inverno viene ogni anno, è prevedibile, ma nessuno fa quello che si dovrebbe per questa gente”.
Stazione Ostiense, le porte a vetri sono illuminate dalle luci di un cartellone pubblicitario. “Quest’inverno i più fortunati se la vedranno nera”, c’è scritto proprio così e pubblicizza una macchina.
Dentro la stazione decine di persone dormono a terra. Due ragazzi ci vedono e scappano. Sono afghani e raggiungono i loro compagni riparati in tende e ricoveri di plastica e cartone, poco più avanti, al terminal costruito per i Mondiali 90.
“Anche questa —ci racconta Dina Giuseppetti del Cies, una ong che si occupa di immigrati e rifugiati — è una emergenza. Ci sono minori non accompagnati, ragazzi fuggiti dall’Iraq, dall’Afghanistan, che raggiunti i 18 anni finiscono per strada o in centri di accoglienza con adulti senza fissa dimora. Un dramma”.
Anche ad Ostiense l’altoparlante gracchia per tutta la notte. Treni soppressi, ritardi e la linea gialla.
Due clochard sono morti. Una donna ucraina di 48 anni l’hanno trovata in una baracca di Ostia. Non c’era riscaldamento.
Un altro, un tedesco, vicino Perugia. Un altro ancora lo hanno salvato a stento a Piacenza. Era assiderato.
Tutti e tre avevano oltrepassato la loro linea gialla.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
SALVARE IL QUARTIERE A NORD DI NAPOLI STRETTO TRA CAMORRA E DROGA: NASCE OCCUPYSCAMPIA
Salvare Scampia. Con un tweet. E un obiettivo: “Occupyscampia”. 
Richiamando giovani e tende, meglio se fisicamente, nel droga shop più vasto del Mediterraneo, nella catena di montaggio delle quindici piazze di spaccio.
“Ma vogliamo gente vera, non passerella”, avvertono gli indignati.
Da un sasso lanciato on line dalla deputata Pd Pina Picierno, è scattata la mobilitazione sui social network per contrapporre il rumore della vita ai regolamenti di conti ripresi tra il clan degli “scissionisti” e una fazione di vecchi killer legati ai Di Lauro (8 morti in sei mesi).
La paura spinge le famiglie a chiudersi in casa, c’è chi ha colto indiscrezioni su un “coprifuoco” che sarebbe stato imposto dalla camorra.
Notizia smentita ufficialmente sia dalle forze dell’ordine, sia dal procuratore aggiunto antimafia di Napoli, Alessandro Pennasilico, secondo cui “non si registra alcun riscontro su tali notizie. Si tratta di una circostanza infondata in base a tutti i rilievi in corso sul territorio”.
Che ci sia o meno il coprifuoco, gennaio è stato un mese di angoscia per chi vive a ridosso dei “signori” dello spaccio, tra le Vele o al lotto P.
Per gli abitanti di Scampia, c’era il rischio di una nuova faida. Per gli inquirenti, invece, “si è trattato solo di un assestamento”.
E’ al nuovo clima di violenza e prevaricazione che ha cercato di dar voce la deputata Picierno con quel Twitter che fa il verso a Zuccotti Park, – Occupyscampia – poi seguito da centinaia di indignati al giorno.
Un tam-tam che registra un twitter al minuto.
E se il marchio Scampia da sempre fa discutere, Occupyscampia suscita mobilitazione, passione e anche dissenso.
Il giornalista Sandro Ruotolo scrive: “La liberazione di Scampia può partire solo da Scampia”.
E Lorenzo Tag risponde: “Infatti! Se ne hanno voglia che lo facciano loro! Sarebbe la prima volta che gli italiani rinunciano alle deleghe…”.
Elladbs è di tutt’altro avviso: “Spero che #occupyscampia qualunque cosa voglia dire vada in porto. Abbiamo bisogno di sperare”.
Scrive Francesco Gentile: “Se occupiamo Scampia da “stranieri” per poi tornarcene a casa, non serve a nulla. Parli il territorio e ci dica cosa serve”.
Cifella avverte: “Questa cosa di Occupyscampia mi eccita”. Salvio Sapio li sveglia: “Va be, Scampia va di moda quindi presidiamo Scampia. Melito non fa notizia e poco importa se è un marciapiede più in là “. (Melito è il territorio attaccato alla periferia di Scampia, ma fa comune a sè ed è travolto dalle lotte).
Salvatore Sanna lancia: “Okay per occupyscampia ma occuparla qui su Twitter non serve a molto. Bisogna andare dint’ a Scampia, guagliu'”.
E Ciro Pellegrino risponde: “Per me si può fare pure domani, ho anche pensato a dove mettere le tende”.
E Devandrea sostiene da lontano. “Coraggiosi i ragazzi di occupyscampia. Supporto e ammirazione da un campano emigrato”.
Ma Orsatti63, a chi chiede in cosa si concretizzerà questa mobilitazione, risponde: “Guarda, non penso che sarà un corteo. Quello che si tenterà è occupyscampia vera. Niente passerelle. Gente”.
E per Emensileonline: “L’hashtag del giorno, per noi, è #occupyscampia”.
Eppure, sono tante le voci di Scampia che non vogliono essere rappresentante come “colonia criminale e basta”.
Che non vogliono commentare “il coprifuoco perchè sono fenomeni mediatici che non servono a Scampia”.
Da Gianni Maddaloni, maestro di judo e soprattutto padre del campione olimipico Pino che lì guida una palestra al preside dell’Istituto modello “Ferraris”, dagli operatori sociali delle sessanta associazioni che interagiscono con il territorio ai religiosi come il gesuita Fabrizio Valletti e il parroco Vittorio Siciliani, hanno sempre la stessa parola: “Scampia ha bisogno di fatti, e di esempi positivi”.
Conchita Sannino
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
INDEBITATO IL 27,7% DEI NUCLEI FAMILIARI, IN MEDIA PER OLTRE 43.000 EURO… UN TERZO RITIENE INSUFFICIENTI LE ENTRATE
Il 27,7 per cento delle famiglie italiane è indebitato, per un ammontare medio di 43.792 euro. 
È quanto emerge da un’indagine della Banca d’Italia secondo cui il rapporto tra debito e reddito disponibile, un indicatore di sostenibilità dell’indebitamento che indica quante annualità di reddito sarebbero necessarie a estinguere lo stock di debito detenuto, risulta pari al 45,6 per cento per la famiglia indebitata mediana, corrispondenti a circa 5 mesi.
La ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), nel 2010 presenta un valore mediano di 163.875 euro.
La Banca d’Italia sottolinea inoltre che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale contro il 44,3 per cento registrato nel 2008.
La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61).
Si restringe il reddito medio delle famiglie italiane che nel 2010, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Secondo la ricerca di via Nazionale in termini reali il reddito medio nel 2010 è inferiore del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991.
Tra il 2008 e il 2010 il reddito familiare è rimasto sostanzialmente invariato, con un aumento dello 0,3% in termini reali, dopo essersi contratto di circa il 3,4% nel biennio precedente.
In termini di reddito equivalente, cioè quello di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive, la variazione delle entrate tra 2008 e 2010 risulta leggermente più sfavorevole (-0,6%) a causa di un lieve aumento nella dimensione media della famiglia osservata nel periodo.
Nel 2010 il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia.
Banca d’Italia che sottolinea come rispetto alle precedenti rilevazioni emerga una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà .
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
NEGLI ANNI ’80 IL RAPPORTO ERA OTTO A UNO…FATICARE NON BASTA, ESSERE LAVORATORE DIPENDENTE NON AIUTA
Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. 
In Italia l’ascensore sociale si è rotto, le categorie di reddito sono sempre più chiuse e il divario fra classi – invece di diminuire – aumenta.
La tendenza accomuna quasi tutte le economie sviluppate, ma da noi la distanza è superiore rispetto alla media dei Paesi Ocse.
Uomini e donne non salgono più i gradini della scala sociale e restano aggrappati alla ringhiera anche al momento delle nozze: il matrimonio tende a «polarizzare» i redditi.
Il medico sposa quasi sempre il medico, l’avvocato dice «sì» solo all’avvocatessa, l’operaio all’operaia.
Ricchi con ricchi, poveri con poveri: una dura legge che nemmeno la favola bella di Cenerentola riesce a contrastare.
Oggi i principi azzurri e le ricche ereditiere non rappresentano più la soluzione del problema: ce lo dice l’Ocse nel suo rapporto «Divided we stand», una spietata analisi sulla crescita delle ineguaglianze sociali presentata ieri all’Istat.
Le cifre indicate dallo studio dettano una tendenza netta: nel 2008, anno degli ultimi dati disponibili (e periodo comunque antecedente alla fase più pesante della crisi), il reddito medio del 10 per cento di popolazione più ricco del Paese era di oltre dieci volte superiore a quello del 10 per cento più povero (49.300 euro contro 4.887).
A metà degli anni Ottanta il rapporto era di 8 a 1: il gap sta quindi peggiorando.
Non è un fenomeno solo italiano, sia chiaro: il divario fra più e meno abbienti, sottolinea l’Ocse, sta aumentano in quasi tutti i paesi europei.
Francia a parte dove – come in Giappone – il quadro è rimasto più o meno stabile, il differenziale è salito anche nella ricca Germania e nell’evoluta penisola Scandinava (passando dall’1 a 5 degli anni Ottanta all’attuale 1 a 6).
Imbarazzante l’1 a 17 degli Stati Uniti, drammatico – pur se in netto miglioramento – il dato del Brasile dove i più ricchi hanno redditi cinquanta volte superiori a quelli dei più poveri.
Più sei pagato, più lavori, più ti arricchisci: a guardare le tabelle dello studio Ocse par di capire che le occupazioni di basso livello difficilmente evolvono e permettono il riscatto.
Secondo gli studi dell’Ocse in Italia (ma la tendenza è confermata anche negli altri paesi) quantità e qualità del lavoro vanno di pari passo.
Dalla metà degli anni Ottanta ad oggi il numero annuale di ore di lavoro effettuate dai dipendenti meno pagati è passato dalla 1580 alle 1440 ore.
Anche fra i lavoratori meglio pagati la quantità è diminuita, ma in minor misura, passando dalle 2170 alle 2080 ore.
Faticare, quindi, non basta. Ed essere lavoratore dipendente non aiuta: a differenza di molti paesi Ocse in Italia la diseguaglianza sociale va di pari passo con l’aumento dei redditi dei lavoratori autonomi. La loro quota sul totale della ricchezza è aumenta, negli ultimi trenta anni, del 10 per cento
Cos’è che fa aumentare la diseguaglianza?
Il livello minimo di istruzione, certo, la bassa percentuale di lavoro femminile, lo storico divario fra Nord e Sud.
Ma non basta. Il gap di casa nostra è causato anche dalla tendenza degli italiani a celebrare unioni fra caste: i principi azzurri non vanno più in cerca della loro Cenerentola e questa mancanza di fantasia ha contribuito per un terzo dell’aumento delle diseguaglianze di reddito. Cosa fare per invertire la tendenza?
L’estensione dei servizi pubblici non basta più: istruzione, sanità e welfare riducono il gap, ma in modo meno incisivo rispetto al passato (di un quarto nel 2000, di un quinto oggi).
La svolta, suggerisce l’Ocse, per l’Italia passa attraverso una riforma del fisco e della previdenza, il potenziamento degli ammortizzatori sociali e delle politiche di sostegno al reddito.
Luisa Grion
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
UN ANNO FA SILVANO LANCINI STACCO’ UN ASSEGNO DI 10.000 EURO MOTIVANDO IL SUO GESTO CON UNA LETTERA TOCCANTE… IN QUALSIASI STATO AVREBBERO COMMISSARIATO IL SINDACO, IN ITALIA E’ ANCORA AL SUO POSTO
Tutti ricordano il clamore mediatico e politico suscitato due anni fa dal la decisione del
sindaco leghista di Adro, Oscar Lancini, che negò la mensa ai figli di quei genitori che non pagavano la retta (quasi tutti stranieri).
E tutti ricordano come il paese franciacortino si riscattò agli occhi dell’Italia intera grazie al gesto di un anonimo imprenditore locale, che staccò l’assegno da 10mila euro e pagò le rette arretrate.
Motivando il suo gesto con una lettera toccante. Il suo anonimato durò poco.
E il gesto di Silvano Lancini adesso gli vale il Cavalierato della Repubblica italiana.
Ha ricevuto la comunicazione ufficiale a fine 2011 e l’ha tenuta segreta ad amici e parenti, confidandola solo ai figli.
La motivazione dell’onoreficenza non è riportata. Ma non è difficile intuirla.
Silvano Lancini (che con il sindaco ha in comune solo il cognome, non vincoli di parentela) è amministratore della Smea di Erbusco, ditta di consulenza e nella fornitura di prodotti informatici.
Un imprenditore tenace e capace, come tanti.
Ma con un senso etico fuori dal comune.
Basta riguardare i passi salienti della lettera con cui motivò il suo gesto: «Non sono comunista. Alle ultime elezioni ho votato Formigoni (…). So perfettamente che tra le 40 famiglie ci sono furbetti che ne approfittano (…) Ma vedo intorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha meno (…) I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono (…) Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?»
Purtroppo al governo qualcuno aveva già barattato la propria salvezza dai guai giudiziari, lasciando mano libera a un movimento razzista che in nessun Paese europeo sarebbe mai stato chiamato al governo.
Napolitano ha dato un riconoscimento al 90% degli italiani perbene.
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