Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile
I DATI UFFICIALI DEL MINISTERO, REDDITI MEDI: ORAFI 12.300 EURO, TAXI 14.200, NEGOZI DI SCARPE 7.700, LAVANDERIE 8.800, CENTRI DI BELLEZZA 5.300, MECCANICI 24.300, PROFUMERIE 10.800
A scorrere il dettagliato elenco sui redditi medi dei lavoratori autonomi che il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha messo in rete ieri, si ha l’idea di un Paese poverissimo, dove i cittadini lavorano per il gusto di farlo e non per portare a casa un qualche guadagno.
Un Paese, dove, sotto ai notai, ai farmacisti e ai medici, categorie privilegiate, si agita una plebe cenciosa di tassisti, noleggiatori, orafi, sarti, costruttori di barche, ristoratori, negozianti di scarpe, pellicciai, gestori di stabilimenti termali o balneari, albergatori e baristi, che non riesce ad arrivare alla fine del mese.
Dalle complicate tabelle degli studi di settore relativi al periodo di imposta 2009 (quello delle dichiarazioni dei redditi 2010), fanno capolino gestori di discoteche che invece di fare soldi – come uno immaginerebbe – perdono di media 4.700 euro l’anno, centri benessere e terme, attività già avviate (la statistica non tiene conto del primo anno di esercizio) che stanno aperti solo per perderne 5.300.
Noleggiatori che passano ore in auto per portare a casa, a fine anno, una perdita netta di 6.100 euro di media.
Un Paese disgraziato e bizzarro, quello che emerge dai numeri della contabilità della finanza pubblica, dove un negoziante di scarpe, abbigliamento, pelletterie e accessori dichiara un reddito medio di 7.700 euro l’anno (641 euro al mese), che non solo è ampiamente sotto la soglia di povertà (indicata dall’Istat in mille euro al mese, e circa 1600 con due figli a carico), ma è anche sensibilmente più basso di chi, quello stesso lavoro, lo esercita senza avere un negozio. Il commerciante ambulante di calzature e pelletterie dichiara infatti 11.100 euro l’anno. Sempre povero, ma meno povero.
Certo più ricco di chi confeziona abiti su misura. Lavoro che dovrebbe essere considerato alla stregua di un hobby se in un anno porta a un guadagno dichiarato di 7.500 euro (625 euro al mese).
Così come gestire un impianto sportivo. In media frutta 100 euro l’anno.
È un paese povero, il nostro.
Sono poveri i parrucchieri (11.900 euro l’anno).
Sono poveri i baristi (15.800 euro l’anno, quasi meno dei loro dipendenti).
Sono poveri gli orafi, che con 12.300 euro l’anno di reddito medio chissà come faranno ad acquistare la materia prima per le loro creazioni.
Fanno vita grama i gestori di stabilimenti balneari (13.600 euro l’anno), le profumerie (11.400 euro), i cartolai (10.800 euro), le agenzie di viaggio (11.300).
Avere una lavanderia è un bidone. In un anno produce un reddito di 8.800 euro.
Poveri tassisti. Il governo si è messo in testa di liberalizzare un settore già ridotto alla fame. Avere un taxi significa portare a casa un reddito di 14.200 euro l’anno, meno di un operaio. Una miseria.
Molto peggio dei farmacisti (che almeno 109.700 euro l’anno li dichiarano), dei notai (310.800 euro di media), degli studi medici (68.300 euro), anche degli idraulici (30.500 euro), da sempre considerati evasori d’imposta.
I tassisti guadagnano meno dei salumieri (17.100), dei fruttivendoli (15.300), dei pescivendoli (14.300), dei ricchissimi panettieri (25.100).
Anche gli erboristi (14.700) e i pasticcieri (19.000) possono dirsi fortunati di non aver pensato, nella vita, di mettersi alla guida di un’auto pubblica.
Gli psicologi dichiarano 20.800 euro l’anno, poco più dei veterinari (19.200).
Sono poveri i librai (12.500), i grossisti di mobili (15.900), i venditori di animali (10.300).
Gli architetti, con 30.500 euro l’anno, sono meno abbienti dell’ampia schiera degli avvocati (58.200), dei gestori di sale giochi (41.900), delle agenzie di pompe funebri (48.700).
Sono numeri che, annota il ministero dell’Economia, risentono della crisi di questi anni. E, probabilmente, anche di un certo tasso di furbizia e mancanza di controllo tutta italiana.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, economia, povertà | Commenta »
Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
STORIE DI AZIENDE NEI TEMPI DIFFICILI DELLA CRISI: “IN 5 ANNI DI CRESCITA DA 5 A 35 DIPENDENTI, LE BANCHE MI FACEVANO LA CORTE, ORA CHIEDONO DI RIENTRARE DAI PRESTITI”
«Non resisto più». Si firma Matteo ed è un piccolo imprenditore.
Spiega come si senta assalito da tutto e da tutti: «Non so ancora quante umiliazioni dovrò subire. Quante telefonate, raccomandate, ufficiali giudiziari, responsabili vendite degli istituti giudiziari, notai, tutto per levare il protesto». Matteo si sente abbandonato a se stesso e racconta la storia amara «di quel direttore di banca che ogni anno mi faceva gli auguri dal compleanno a Natale».
Ceste di regali, vino, agende, calendari, «mi chiedeva se volevo soldi per ampliare, per costruire un nuovo capannone».
Oggi quando Matteo chiama in banca risponde la segretaria, «mi dice che il dottore è impegnato o malato e mi ricorda subito dello sconfino e del mutuo non ancora pagato, mi rammenta che è partita la raccomandata per il rientro immediato del castelletto, del fido, delle carte di credito. Lei sì che ha memoria».
Matteo è solo uno dell’incredibile numero di imprenditori e artigiani che hanno scritto al forum aperto da Corriere.it sulla crisi delle piccole aziende.
Uomini e donne che si sentono dimenticati, lasciati soli con i loro debiti e le loro angosce, con i dipendenti da licenziare e le speranze tradite.
«Tutti ti girano le spalle – scrive Alberto 46 – io e il mio socio avevamo un’azienda nel meccano-tessile, dinamica, innovativa, esportatrice».
In 5 anni sono passati da 300 mila a 5 milioni di fatturato, da 5 a 35 dipendenti poi «il tessile è stato il primo ad essere travolto, i pagamenti internazionali sono sempre più difficili, le banche aspettano solo i rientri». Provano a resistere, convocano i sindacati, i dipendenti, cercano nuovi azionisti, presentano un concordato.
«Io e il mio socio abbiamo perso tutto anche le nostre abitazioni che avevamo messo in garanzia. E ci domandiamo perchè all’imprenditore che fallisce onestamente non viene riconosciuta la stessa dignità e lo stesso rispetto del lavoratore che perde il lavoro?».
Dimenticato si sente anche Miccad che aveva creato 7 posti di lavoro e a causa dei mancati pagamenti delle aziende municipalizzate si è vista la casa pignorata, la macchina venduta e il telefono staccato.
«È vero che ho 50 anni però conosco bene due lingue e appena finisco di pagare faccio i bagagli e vado all’estero. Vi vedrò dal satellite».
La tentazione di trasferirsi è contagiosa e anche un altro imprenditore che si firma provocatoriamente «Il fesso» scrive: «Mi trasferirò in Svizzera a fare le cose altamente tecnologiche, qui nessuna banca ti dà retta e ti apre un conto».
Uomini e donne che non trovano più la solidarietà delle comunità e si trovano a dover fare scelte difficili.
Manuela racconta: «Insieme al mio compagno ho una piccola attività in Sardegna ma il lavoro è praticamente fermo. Non riusciamo più nemmeno a pagare il telefono e lui ha deciso di lasciare qui me e i figli per cercare lavoro a Milano. Ma almeno una volta al mese dovrà tornare a vedere i ragazzi? Ma sommando costo della vita e trasporti ce la farà ?».
Alzi la mano chi non ha mai sognato di aprire un agriturismo, business e benessere in un colpo solo.
Luka lo ha fatto nel 2003, ha comprato un podere in Toscana e l’ha ristrutturato.
La banca prima lo ha incoraggiato ad aprire, a comprare nuovi terreni e poi, con la crisi, lo ha lasciato in braghe di tela.
Commenta Graziano: «La verità oggi è che l’andamento delle nostra attività non dipende più dal nostro entusiasmo, dalle idee originali, dal nostro carattere o dalla capacità di affrontare i problemi. Lo Stato impone e pretende, le banche ostacolano il credito. Mi sono reso conto di tutto ciò e ho chiuso l’azienda».
Prima di mollare la presa un artigiano che ama il suo mestiere fa di tutto per evitare il peggio come un lettore che si firma «Un fu imprenditore»: «Ho ridotto i costi all’osso tagliando ovunque, ora non so più dove tagliare e dovrò iniziare a non pagare i fornitori, come già hanno cominciato a fare alcuni miei clienti. Dopo le utenze toccherà ai dipendenti. La chiamano discesa controllata».
Nel settore calzaturiero i “piccoli” si sentono martellati dalla concorrenza sleale dell’estero e da chi produce fuori e poi scrivere sulle scarpe made in Italy.
Come Rudizzo «dopo 40 anni che la nostra azienda è sul mercato non ce la facciamo più, in più i signori delle banche ci stanno scavando la fossa e siamo costretti a chiedere aiuto ai fornitori».
La globalizzazione «è stata una mazzata sui piedi» aggiunge Lettore 333. «L’Unione europea si deve dare una regolata e mettere paletti alla delocalizzazione e ai rapporti con la Cina. E meno male che i cinesi cominciano giustamente a chiedere salari più alti!».
Qualcuno pur in questa condizioni di mercato sfavorevole ce la fa e se capita è grazie alla capacità di esportare.
Come Ilaria Mugnaini che ha una piccola azienda di abbigliamento per bambini: «Ho diversificato il mio prodotto cercando di posizionarmi nella fascia alta e ritagliandomi una nicchia. La differenza l’ha fatta l’estero che assorbe il 70% del mio fatturato, il restante 30% di fatturato Italia è un disastro in quanto produci, fatturi ma non sai mai quando riscuoterai e questo non è giusto. Non possiamo noi imprenditori fare da banca per gli altri».
Sono un figlio di imprenditore scrive il giovane Amartya che si dice fortunato perchè è stato mandato a studiare fuori. «La società di mio padre da 10 anni paga solo tasse senza vedere utili e come sia possibile ciò rimane un mistero italiano».
La parola Stato molti piccoli imprenditori la scrivono tutta in maiuscolo.
Uno psicologo potrebbe spiegarci che è una forma di soggezione, di paura. Lo chiamano «muro insuperabile», lo accusano di trattarli «da nemici», di tenere in piedi l’anacronistico articolo 18 ma soprattutto si lamentano perchè non paga.
Un imprenditore napoletano che si firma «Avvilito» sostiene che lo Stato è il suo debitore primario, rimborsa con 24 mesi di ritardo e non garantisce nemmeno i pagamenti tra privati.
«È l’unico Stato europeo con una polizia fiscale – rincara R.S. – ma abbiamo uno dei tassi di evasione fiscale più alti e quindi la Guardi di Finanza serve a poco».
Nella 1968 se la prende anche lei con uno Stato che «ci chiede di pagare le tasse su cifre mai incassate».
Ed è quasi un coro. «Ci sono alcuni mesi come maggio, agosto e novembre che il 16 del mese si spendono cifre mostruose tra tasse e Iva, quasi la metà dell’utile di un anno, uno sproposito» denuncia Marco.
È assurdo anche il sistema che «ti fa pagare le tasse sulle rimanenze di magazzino perchè ci si paga pure l’Inps, pago l’Inps su del materiale che non ho venduto. E poi quando non si riesce a pagar tutto arriva Equitalia che nel pieno rispetto della legalità si prende tutto quello che trova».
Il nome di Equitalia, l’agenzia pubblica di riscossione oggetto in queste settimane di attacchi dinamitardi, ricorre tante volte nei messaggi degli «imprenditori dimenticati» di Corriere.it .
I giudizi sono forti e gli epiteti ancora peggio.
L’accusa è di non comprendere le dinamiche della crisi e di essere la spada di Damocle che si abbatte impietosa su chi è stato ridotto al lastrico dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione.
Uno Stato che non dà ma mena.
«Sono un 35enne di Milano – scrive Fax76 – sono un lavoratore autonomo da sempre, mai fatto il dipendente, ho debiti per 350 mila euro dovuti a incassi non pervenuti e lo Stato non ti aiuta a riprenderli. Così sono entrato mio malgrado nel mondo dei decreti ingiuntivi».
Persino quando finanzia le imprese per la ricerca e l’innovazione lo Stato si mostra patrigno e profondamente ingiusto.
Spiega Paolo Sensini: «Chi prende i finanziamenti? Guardate i titoli delle ricerche proposte, dei progetti. È fuffa, fuffa allo stato puro nell’80% dei casi. E sono sempre i grandi a trarne beneficio. Quei grandi che scrivono bilanci di 200 pagine in cui tutto è possibile. Prendono i soldi, ci fanno cassa e nessuna ricerca».
Dario Di Vico
argomento: Costume, denuncia, economia, emergenza, Politica, povertà | Commenta »
Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL CODACONS: OGNI FAMIGLIA BASE DI 4 PERSONE PER AUMENTO DEI PREZZI, RINCARI DELLE TARIFFE, MANOVRE ECONOMICHE, CARO-AFFITTI E CARO-CARBURANTI, HA PERSO 10.850 EURO… ORA I PEDAGGI AUTOSTRADALI AUMENTANO DEL 3,51%, LA TARIFFA DELLA LUCE DEL 4,9%, QUELLA DEL GAS DEL 2,7%
Dal primo gennaio i pedaggi della rete Autostrade per l’Italia aumenteranno del
3,51%.
L’adeguamento tariffario, spiega Autostrade per l’Italia, è il risultato della somma di diverse componenti: un aumento dell’inflazione registrata nel periodo 1° luglio 2010 — 30 giugno 2011 e un incremento relativo alla percentuale e alla remunerazione dei nuovi investimenti previsti.
E nuovi rincari sono annunciati anche per le bollette energetiche.
Dal primo gennaio, secondo quanto deciso dall’Autorità per l’energia, la luce registrerà un aumento del 4,9% e il gas del 2,7%.
Una sostanziale perdita di oltre 50 euro per un nucleo familiare base composto da 4 persone.
Le stangate delle tariffe arrivano mentre il Codacons comunica i dati di uno studio effettuato sui consumi degli italiani negli ultimi 10 anni: da quando c’è stato il passaggio dalla lira all’euro, da gennaio 2002 a gennaio 2012, la perdita del potere d’acquisto per il ceto medio è stato del 39,7%, e una famiglia media ha subito un taglio, per aumento dei prezzi, rincari delle tariffe, manovre economiche, caro-affitti, caro-carburanti, di circa 10.850 euro.
Da quando il nostro paese ha aderito alla moneta unica gli aumenti su quasi tutti i prodotti sono stati esponenziali: del 207,7% per l’acquisto di una penna a sfera, del 198,7% per un tramezzino, del 159,7% per un cono gelato.
Lo studio del Codacons riporta che fra i prodotti che hanno subito i maggiori rialzi di prezzo ci sono la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+92,3%).
Nella lista di cento prodotti stilata dall’associazione a difesa dei consumatori, l’unico ad aver subito un calo di prezzo è stato il francobollo di posta prioritaria passato da 0,62 a 0,60 euro (-3,2%), e che nel 2006 ha sostituito quello di posta ordinaria, che costava 0,45 centesimi.
La pizza margherita costava, a dicembre 2001, l’equivalente di 3,36 euro mentre oggi è indicata a 6,50 (+93,5%), un jeans di marca per uomo è passato da 64,56 a 126 euro (95,2%), un chilo di patate da 0,62 a 1,12 euro (+80,6%), cappuccino e brioche costavano l’equivalente di 1,19 euro e oggi si pagano 2 euro. Per un chilo di pane si spendeva 1,80 euro mentre oggi 2,85 (+58,3%), il quotidiano costava 77 centesimi e oggi 1,20 (+55,8%).
Fra i prodotti per cui i rincari sono stati contenuti ci sono il Cd, da 20,14 a 22 euro (+9,2%), una confezione da sei di uova da 1,03 a 1,20 euro (+16,5%), e quella da due omogeneizzati da 2,69 a 2,99 euro (+11,2%).
E mentre l’Eni ha decretato un ulteriore aumento della benzina, superando il livello raggiunto dal leader del mercato e toccando un nuovo record storico a 1,724 euro al litro nei distributori a marchio Ip, le associazioni dei consumatori (Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione Nazionale Consumatori) indicono per il 5 e 6 gennaio due giorni di sciopero della benzina per protestare contro i rincari dell’ultimo mese dei carburanti: “I cittadini italiani sono invitati ad astenersi dal fare rifornimento di benzina e gasolio, come forma di protesta contro i continui aumenti delle accise” hanno dichiarato i promotori che aggiungono: “L’abnorme situazione dei carburanti in Italia determina non solo una stangata sul pieno, che sfiora i 200 euro annui ad automobilista, ma anche un effetto negativo sui prezzi al dettaglio dei beni trasportati su gomma”.
Dal primo gennaio, intanto, Piemonte, Liguria e Toscana applicheranno maggiorazioni che, comprese di Iva, alzeranno i prezzi di 6,1 centesimi al litro.
Ad aumentare sarà anche l’addizionale nelle Marche (compresa di Iva arriverà a 9,1 centesimi in più rispetto al livello nazionale), così come Umbria e Lazio che introdurranno per la prima volta la maggiorazione rispettivamente di 4,1 e 3,1 centesimi al litro.
Buone notizie solo in Abruzzo, dove l’addizionale introdotta il primo gennaio 2011 verrà invece abrogata.
argomento: carovita, Costume, denuncia, economia, povertà | Commenta »
Dicembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
NEL MIRINO GIUSTIZIA CIVILE, REVISIONE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI, REALIZZAZIONE OPERE PUBBLICHE
Un nuovo consiglio dei ministri nei primi giorni dell’anno (il 3 o 4), passaggio con i sindacati probabilmente il 9 per avviare il tavolo sulla riforma del lavoro, tutto pronto entro il 30 gennaio quando ci sarà il Consiglio europeo specificamente dedicato alla crescita.
Tre i pacchetti sui quali lavora il governo e dei quali si parla da molto: uno dedicato alle liberalizzazioni, uno dedicato alle infrastrutture e uno dedicato al tema giustizia-economia.
Il piano illustrato ieri da Monti durante le tre ore di consiglio dei ministri, prevede di dispiegare completamente la strategia della crescita dell’Italia in tempo per il 30 marzo quando sarà presentato il Piano nazionale di riforme in Europa.
Nelle priorità del governo anche la riforma del mercato del lavoro, soprattutto sotto forma di revisione degli ammortizzatori.
Sullo sfondo la possibile modifica dell’articolo 18 che trova l’opposizione di sindacati e Pd, mentre per i tagli alla spesa e la cosiddetta spending review sarà necessario tutto il primo semestre del 2012: sarà pronta in vista delle legge di Stabilità 2013.
Sul piano delle misure, bocche cucite.
Quello che è certo che saranno a costo assai ridotto o addirittura zero: come il taglio Irap per le assunzioni e l’Ace (defiscalizzazione per le imprese che investono).
Le risorse sono praticamente inesistenti e non è possibile (dopo 76 miliardi nel 2011) mettere in atto nuove manovre per recuperare fondi.
Per questo continua il pressing dall’esterno sul governo per la costituzione di un mega-fondo con attività mobiliari e immobiliari da far sottoscrivere a banche e imprese, ma che membri autorevoli dell’esecutivo giudicano un “prestito forzoso”.
Tuttavia qualcosa filtra: obiettivo del ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera è quello di coinvolgere i privati nella realizzazione delle opere pubbliche attraverso il cosiddetto “project financing”.
Mentre prende corpo l’idea di una abolizione totale, con un unico provvedimento, delle tariffe minime di tutte le professioni esercitando la delega della legge di Stabilità .
Liberalizzazioni.
Forse è la carta che il governo intende giocare con maggiore determinazione, sfidando le ire di avvocati, notai, architetti, e di tutte le altre professioni.
Si chiama abolizione delle tariffe professionali minime: la norma è già in mano al governo in base alla manovra d’estate e alla recente legge di stabilità .
L’esecutivo potrà agire con un semplice regolamento di delegificazione abolendo tariffe e altre norme per ciascuna professione.
Non è escluso che il governo, invece di trattare con ciascuna professione, vari un regolamento unico e un decreto in cui si abolisce l’articolo 2233 del codice civile in base al quale le tariffe devono essere calibrate “all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.
Il pacchetto liberalizzazioni dovrebbe recuperare anche gli interventi su taxi, farmacie e farmaci di fascia C.
Fin qui ciò che è probabile e che risulta da dichiarazioni di membri del governo o da indiscrezioni.
I nodi del dossier liberalizzazioni sono molto più ampi: nelle poste, ad esempio, la liberalizzazione non è ancora decollata per la mancanza di una authority specifica.
Ma soprattutto l’apertura totale ai privati dei servizi pubblici locali gestiti dai Comuni, dai trasporti, all’informatica, all’energia.
Gli enti locali possiedono 675 società , di cui 72 nell’energia, 52 aeroporti e interporti, 87 nel settore dell’acqua (la cui vendita tuttavia è bloccata dal referendum).
Tra queste società si sono veri e propri giganti.
Crescita e tagli.
Accelerare sui brevetti e coinvolgere le aziende: scuola e ricerca sono i punti forti esposti da Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino, presidente del Cnr e ministro per l’Università .
Obiettivo: produrre più brevetti, riuscire a far sbocciare dal rapporto tra università e centri di ricerca nuove iniziative imprenditoriali.
L’idea è quella di aprire il Cnr e le Facoltà a parteniariati con Fondazioni bancarie e imprese.
Quanto di questo si tradurrà in norma non è ancora noto, tuttavia queste sono le intenzioni del ministro.
L’altro punto sul quale si conta, i cosiddetti “semi” per lo sviluppo, è costituito dal già varato taglio dell’Irap per chi assume giovani e donne e dall’introduzione dell’Ace (defiscalizzazione degli investimenti delle imprese).
Niente per ora c’è sul fronte dello stimolo dei consumi: la filosofia del governo è che al massimo si possono dare aiuti al reddito e alle famiglie disagiate.
L’unica possibilità di recuperare denaro sta nel taglio delle agevolazioni fiscali (alternativo all’aumento dell’Iva da ottobre) e dalla spending review ma sarà un lavoro lungo e difficile.
Il governo pensa di poterlo portare a termine entro giugno: si dovranno consolidare i tagli lineari dove sono stati efficaci e sostituirli con azioni mirate dove hanno prodotto vere e proprie strozzature nelle amministrazioni dello Stato.
L’obiettivo è comunque quello di aggredire i 480 miliardi di spesa dello Stato e delle amministrazioni periferiche.
Infrastrutture.
Un piano grandi opere anche con capitali privati. E’ questo l’altro nodo sul tavolo del governo Monti.
L’obiettivo è quello di rilanciare le infrastrutture: su questo tema dovrebbe esserci un ulteriore sblocco di fondi e nuove disposizioni per facilitare il project financing e semplificare le procedure.
Secondo quanto annunciato dagli stessi ministri Passera (Sviluppo economico) e Barca (Coesione Territoriale) si punterebbe a otto-nove grandi opere per il Sud, a misure per attrarre capitali privati sulle infrastrutture e a favorire la deburocratizzazione.
Il ministro Corrado Passera è al lavoro su questi temi da tempo e nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri ha fatto un primo passo: un provvedimento impone ad ogni ministero, dalla Sanità alla Difesa, di approntare un documento pluriennale di pianificazione dei programmi di investimento per opere pubbliche.
Lo stato di avanzamento delle opere sarà oggetto di un monitoraggio assai stretto: si terranno sotto controllo, con un sistema informatizzato, i lavori e l’utilizzo dei finanziamenti nei tempi previsti. In prima linea anche i Fondi strutturali.
Già 3,1 miliardi saranno concentrati su quattro settori: ferrovie, scuola, agenda digitale e occupazione dei lavoratori svantaggiati. Infine una nomina: su proposta del ministro per le Infrastrutture Corrado Passera, il consiglio dei ministri ieri ha nominato Pasquale De Lise direttore generale dell’Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali.
Mercato del lavoro.
E’ uno dei nodi più importanti sul tavolo del governo: la riforma del mercato del lavoro.
E l’articolo 18, che tutela i lavoratori licenziati senza giusta causa, è il tema più “caldo” sul quale il segretario del Pd Bersani e i sindacati hanno fatto muro.
Nel suo discorso di insediamento in Parlamento Monti ha assicurato che “non verranno modificati i rapporti di lavoro stabili in essere” e ha fatto riferimento ad un nuovo ordinamento.
In che direzione? Lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, il sostegno alle persone senza impiego volto a facilitarne il reinserimento nel mercato del lavoro, costruito sul modello della flexsecurity danese e l’intenzione di colmare il fossato che si è creato tra garantiti e non garantiti.
Dopo lo sciopero di tre ore post manovra e i presidi dei tre segretari di Cgil-Cisl e Uil di fronte a Montecitorio i rapporti sembravano ai ferri corti tuttavia l’annuncio del ministro Fornero (Lavoro e Welfare) di un convocazione per il 9 gennaio sembrerebbe riaprire la partita.
Certamente il pacchetto di richieste dei sindacati, che ha in prima linea modifiche alla riforma delle pensioni e interventi sul potere d’acquisto, non coinciderà con le proposte del governo sul mercato del lavoro.
Ma una prima carta che potrà giocare la Fornero è quella dei nuovi ammortizzatori sociali e del contratto unico di inserimento.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
argomento: economia, emergenza, Lavoro, Politica, povertà, radici e valori | Commenta »
Dicembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
LE DICHIARAZIONI DI TOMMASO FOTI DA PIACENZA LASCIANO A BOCCA APERTA…. MA TUTTI I DEPUTATI DELL’EMILIA ROMAGNA SI LAMENTANO ALL’IDEA DI VEDER TAGLIATO IL PROPRIO STIPENDIO: DA RAISI A BERSELLI, DA ALESSANDRI A CAZZOLA E A QUELLI DEL PD
Il Comune di Piacenza ha appena rinnovato un accordo con la Caritas diocesana per andare in aiuto alle famiglie falciate dalla crisi.
I Vigili del fuoco protestano perchè non hanno più i soldi per fare benzina.
Mentre la città ha il record di sfratti in Emilia Romagna.
In questo contesto, tra i nuovi “indigenti” ci sono anche insospettabili personaggi del mondo politico, come il deputato del Pdl Tommaso Foti che lancia il suo personale grido di allarme: “Se mi tagliano lo stipendio da parlamentare ho le pezze al culo”.
Il povero di Montecitorio
Una storia singolare, quella di Foti, che interrogato sul come la pensasse a proposito della necessità di dimezzare i compensi di deputati e senatori- in linea con il regime di austerity imposto dal periodo di crisi- prima è andato su tutte le furie (“è una polemica vergognosa”) per poi ammettere il proprio status di “sfigato”, visto che dopo anni di aspettativa dal suo precedente lavoro, non riuscirebbe a mettere insieme il pranzo con la cena se proprio ora la mannaia dei tagli del Governo colpisse anche i parlamentari. Foti percepisce uno stipendio di 113.394 euro l’anno che, su per giù, fanno 9.449 euro al mese, rientrando nella classifica dei più “poveri” di Montecitorio.
“Non mi sento per niente un beneficiato” replica il deputato piacentino “perchè io devo sempre girare, telefonare, ho anche una prima moglie a cui devo dare gli alimenti”.
“Non sono mica Paniz” —
Insomma, a Foti quei nove mila euro e mezzo al mese servono tutti e, anzi, forse non bastano nemmeno.
“Per telefonare spenderò 500 euro al mese e alla Camera ti rimborsano solo per 350 euro”. E uno.
“Poi io invece di andare in vacanza, faccio 70.000 chilometri l’anno con una 166 sfigata, e ce l’ho solo io quella macchina lì”. E due.
Poi, le bollette di luce, gas e telefono della sede del Pdl di piazzale Torino che il deputato usa anche come ufficio. E tre.
Infine, è chiaro, la famiglia. “Io alla mia prima moglie devo dare gli alimenti. Glielo dite voi al giudice che non posso più darle 2.000 euro al mese?”.
La proposta del Governo non trova quindi il favore del deputato visto che “non sono mica Paniz, che lui ha lo studio legale più grande d’Italia e 3.000 o 5.000 euro al mese non gli fanno la differenza”.
Lui, Foti, era un semplice rappresentate della Martini “e dopo 17 anni di aspettativa, visto che sono stato eletto in parlamento, mi spetterà di pensione 1.500 euro”.
Spicci, insomma.
Potessi tornare indietro —
Dopo la rabbia iniziale, per Foti inizia lo sconforto. Gira per il suo ufficio con la dichiarazione dei redditi, i contributi versati all’Inps gli ultimi salari percepiti durante gli anni da lavoratore dipendente.
Perchè se da gennaio entrasse in vigore il nuovo sistema contributivo per tutti i comuni mortali “io sono rovinato, con le pezze al culo, e poi mi si costringe a brandire una pistola, sparare in giro e costituirmi” dovendo dire addio al vitalizio.
E a 51 anni Foti dovrebbe andare a ribussare alla porta della Martini per chiedere indietro il suo vecchio posto da rappresentante “e magari, che so, non mi mandano a lavorare vicino a casa, ma a Reggio Calabria”.
Una vera sciagura. Ma il pidiellino, una soluzione ce l’ha: “L’indennità parlamentare dovrebbe essere adeguata all’ultimo stipendio percepito”.
Sì, perchè “sarebbe giusto che le regole del gioco si stabilissero all’inizio e non durante- chiosa sconsolato il parlamentare- perchè se lo sapevo mica mi mettevo in aspettativa”.
Spostandosi verso il centro, il ragionamento non è molto diverso. Anche Enzo Raisi, ex consigliere del Comune di Bologna e oggi deputato di Futuro e libertà , si potesse tornare indietro ci penserebbe due volte prima di candidarsi per Montecitorio. “Proseguendo la carriera imprenditoriale avrei guadagnato di più e sarei stato più rispettato. Mentre in Italia appeni esci dal palazzo ti prendono a pesci in faccia”.
Il finiano si dice disposto a fare la sua parte, ma avverte: “Se andiamo avanti di questo passo avremo un Parlamento composto solo da ricchi o da pensionati”.
Le reazioni degli onorevoli —
Insomma per alcuni parlamentari emiliano-romagnoli non è facile digerire la prospettiva (in verità tutt’altro che vicina) di una busta paga più leggera.
Sia a destra sia a sinistra sono diversi gli onorevoli schierati sulla difensiva.
C’è chi si sente vittima di campagne mediatiche mirate, chi bersaglio di “un accanimento ingiustificato”.
E chi non accetta di essere il solo a pagare: “Sono altri a dover fare sacrifici”.
Berselli: “Paghino anche gli altri” —
Con queste premesse sembra proprio che il provvedimento, una volta approdato in Parlamento, non avrà vita facile. “Troppo semplice prendersela con noi — sbotta il senatore bolognese del Pdl Filippo Berselli —. Perchè non si vanno a toccare i compensi dei membri del Csm, o quelli dei dirigenti di Finmeccanica ed Eni?”
Il rischio, secondo il senatore, è che si scivoli nella demagogia senza ottenere risultati concreti: “Non sono contrario ridurmi lo stipendio, ma se lo fanno solo le camere non servirà a nulla. Occorrerebbe pianificare una serie di tagli, estendendoli ad altre figure”.
Gli attacchi ai media —
La ricetta di Giuliano Cazzola, altro bolognese di centrodestra seduto a Montecitorio, è andare a toccare tutte le “indennità accessorie” e i vitalizi.
“Sono tante le voci che vanno riviste — spiega — ma nell’elenco non includerei gli stipendi che mi sembrano arrivati a un livello sostenibile”.
Cazzola si smarca da alcuni suoi colleghi di partito, in particolare da chi ha già sfoderato le armi promettendo battaglia.
“Si sentono vittime di chissà quale ritorsione. È avvilente vedere come si siano messi a fare i conti in tasca agli altri”.
Da ex-direttore del Resto del Carlino, il deputato Pdl Giancarlo Mazzuca sposta l’attenzione sul comportamento dei media.
“Molti giornali stanno portando avanti una campagna populista che strizza l’occhio all’antipolitica — commenta —. Va bene, ridimensioneremo i nostri stipendi. Ma è sbagliato continuare e demonizzare il Parlamento”.
Anche deputati Pd contro i tagli –
Da Bologna a Reggio Emilia, anche a sinistra qualcuno è contrariato. Il deputato del Pd Maino Marchi, intervistato dalla Gazzetta di Reggio, tira fuori cifre e dati a sua discolpa.
“Abbiamo già fatti quattro tagli soltanto quest’anno. Il primo, di 500 euro, sulla diaria. Il secondo, di altri 500 euro, sulle spese per il rapporto col territorio. Il terzo, di 300 euro, è stato il taglio del 10% sul compenso lordo. Sarà l’Istat a dirci se e come dovremo ridurre ancora. Non il Governo”.
E poi lancia la stoccata all’Italia dei valori, secondo cui si potrebbe agire subito senza aspettare i risultati delle comparazioni con i colleghi europei.
“Sono populisti e cavalcano tutto”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il leghista Angelo Alessandri, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, che sempre interpellato dalla Gazzetta di Reggio definisce la questione “demagogica”.
Per l’esponente del Carroccio, infatti, la priorità è ridurre il numero di deputati e senatori e non le loro paghe.,
Il centrosinistra bolognese –
Fuori dal coro alcuni parlamentari bolognesi del Pd, tra cui Sandra Zampa, l’ex sindaco di Bologna Walter Vitali e Donata Lenzi, che sembrano non avere obiezioni alla riduzione dei compensi.
Anzi, si dicono pronti ad accelerare i tempi. “Le ragioni di equità e di solidarietà sociale richiedono un ulteriore intervento sul nostro trattamento economico, oltre a quelli che sono già stati fatti, e ci impegneremo perchè le due camere diano pronta esecuzione alle deliberazioni, senza indulgere in tecnicismi”.
Massimo Paradiso e Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Costume, economia, Parlamento, Politica, povertà | Commenta »
Dicembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
CHI SEMINA VENTO RACCOGLIE TEMPESTA: DOPO ANNI DI APOLOGIA DELLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE, CON UNA FORZA XENOFOBA AL GOVERNO DEL PAESE, QUESTI SONO I FRUTTI… CASA POUND NON C’ENTRA NULLA, IL PROBLEMA E’ AVER SDOGANATO IL RAZZISMO E AVERGLI DATO DIGNITA’ CULTURALE
Mentre Casa Pound prende le distanze da Gianluca Casseri («lo conoscevamo appena», “era
considerato lo scemo del villaggio”), definendo l’assassinio dei due senegalesi «un gesto ripugnante», «un gesto vile e miope messo in atto da chi non ha a cuore il vero interesse della Nazione e finisce a fare il gioco del potere che a parole sostiene di voler combattere», ci sono forum di sedicente estrema destra in cui gli iscritti celebrano la memoria del loro «camerata».
Su stormfront.org, forum italiano di «White Pride, World White», si leggono commenti che inneggiano a Casseri quale «eroe bianco», che merita «rispetto e onore» perchè ha avuto il coraggio di «fare pulizia di questa immondizia negra».
«E’ uno dei nostri» scrive un utente; «Rispetto e onore» gli fa eco Biomirko.
Chissà in quale mondo vivono questi due soggetti e a quali riferimenti valoriali facciano capo, ammesso che sappiano leggere.
C’è anche chi azzarda concetti più articolati, come NonConforme, «E’ il prezzo che ha pagato un eroe — dice — una situazione ormai figlia dell’esasperazione di chi ha creato questa società multietnica che è una bomba a orologeria pronta a esplodere, perchè la storia insegna che tante etnie non possono coesistere insieme».
Ancora più deliranti le affermazioni di un certo Costantino che scrive: «Gli sbirri di m… che non ci sono mai quando un allogeno [uno straniero, ndr] delinque oggi sono stati efficientissimi. E’ terribile, Casseri è morto».
E siccome non c’è limite al delirio, Longobard, un nickname che è tutto un programma, prova a dire la sua: «Firenze è ormai contesa tra bande di sporchi negri criminali. E’ ora che qualcuno faccia pulizia di questa immondizia negra! Via negri e stranieri dall’Italia. Abbattere chi devasta le proprietà degli italiani».
Intanto su Facebook è subito nata l’immancabile pagina celebrativa dell’omicida, «Onore al Camerata Gianluca Casseri, Italiano Vero».
Pochi gli utenti che inneggiano alla sua terribile azione, una quindicina, ma molto significativi i post: immagini di manifestazioni con tanto di saluto romano, slogan pesantemente razzisti come «Morte ai negri» e frasi antisemite talmente sgrammaticate da risultare quasi incomprensibili («Havete le ore contate bancari giudii»); tanto che Sergio ribatte: «Io che sono albanese scrivo meglio».
A ruota, è nata una seconda pagina fan, sempre su Facebook («Gianluca Casseri e il conte Dracula Vlad Tepes eroi!!!») in cui Costel affianca la figura di Casseri a quella dello storico impalatore (di cui l’omicida era un appassionato), esaltando entrambi come eroi «anti islamici».
Il basso livello degli interventi dimostra che portare studi sulla struttura delle società aristocratiche (intesa come espressione della mente e non del censo), sulla fenomenologia dei flussi migratori, sulle diseguaglianze dei processi storici e sull’analisi geopolitica può provocare problemi psichici a persone già scosse mentalmente.
Persino nelle tradizioni di riferimento di costoro, gli eroi sono ben altri, non certo chi uccide a sangue freddo per odio razziale. Per questo suggeriremmo a certi sfigati una lettura alla presenza di un traduttore che sappia far comprendere i testi a fronte.
Forse costoro dimenticano i milioni di emigranti italiani a cavallo del secolo scorso che, spinti dalla necessità , approdarono nelle Americhe e nei paesi del nord Europa. Salvo che anche costoro, seguendo i loro criteri razziali, non avrebbero dovuto essere abbattuti dai locali a colpi di pistola.
In fondo è un peccato che non esistano più i campi di rieducazione dove, rompendosi la schiena a spaccare pietre per 10 ore al giorno, certi soggetti comprenderebbero i reali problemi della società in cui vivono.
E che il posto di lavoro non glielo ruba nessuno, se avessero voglia di lavorare.
Anche se in fondo essi sono solo il prodotto dello sdoganamento di una cultura razzista, fatta di egoismi e meschinità , che ha trovato persino rappresentanza al governo del nosstro Paese e dignità istituzionale (si fa per dire).
Ai figli di Borghezio e Calderoli, acculturati su malfatti Bignami senza libri di testo a fronte, non resta che la trincea razzista per giustificare il proprio fallimento. perchè la sfida del futuro è sulle intelligenze, non sul colore dela pelle.
Ieri non sono morti assassinati “due senegalesi”, ma due esseri umani di nome Mor Diop e Modou Samb che si guadagnavano onestamente da vivere in Italia.
Come un secolo fa nelle baracche svizzere vivevano ai margini della società tanti Salvatore e Carmela.
E per la povertà si deve avere rispetto, non odio.
argomento: criminalità, denuncia, Giustizia, governo, LegaNord, povertà, radici e valori | Commenta »
Dicembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
PENSIONATI TRATTATI COME EVASORI, UNA CAZZATA STRATOSFERICA DEL GOVERNO MONTI, UN FAVORE ALLE BANCHE…PROTESTANO LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: “UNA VIOLENZA SULLA PARTE PIU’ DEBOLE DELLA POPOLAZIONE”
“Da oggi le pensioni sopra i 500 euro non si pagano più in contanti”. Il messaggio allo sportello potrebbe essere più o meno questo.
Rivolto a due milioni e duecentomila pensionati italiani che non hanno nè conto corrente nè carte elettroniche.
E che in fretta dovrebbero provvedere, se vogliono assicurarsi pensione e tredicesima.
Sì, perchè il decreto legge 201 – il “salva-Italia” – è entrato in vigore già il 6 dicembre, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
E all’articolo 12, quello che limita l’uso del contante all’ormai famosa soglia dei mille euro, prevede una pillola avvelenata per chi riceve stipendi, pensioni o compensi dalla Pubblica amministrazione.
Superata la soglia di 500 euro, addio banconote.
“Una vergogna e una violenza sui poveri pensionati costretti dallo Stato ad aprire un conto corrente”, tuona Elio Lannutti, senatore Idv e presidente di Adusbef. Pensionati come evasori?
In realtà c’è tempo. Lo farebbe intendere lo stesso articolo del decreto.
Entro tre mesi il ministero dell’Economia e l’Associazione bancaria italiana definiranno con una convenzione le caratteristiche di un conto corrente di base da offrire ai pensionati “vecchio stile” – quelli che fanno la fila ogni mese alla Posta o in banca e poi infilano guardinghi i pochi euro ricevuti in borsa – ad un costo accettabile: struttura semplice e trasparente e carta di debito.
E zero spese ma solo per “le fasce socialmente svantaggiate”.
Così come entro tre mesi l’Abi dovrebbe definire le regole per “una equilibrata riduzione” delle commissioni sulle carte.
Sempre il decreto riferisce che il limite di 500 euro non è blindato, ma “può essere modificato con decreto del ministero dell’Economia”.
Una via di fuga?
Il livello della protesta è già alto.
Imporre bancomat, carte prepagate, pin, token – e tutto l’armamentario bancario fatto di scartoffie infinite da firmare, con postille scritte a corpo otto – a 2,2 milioni di anziani pensionati Inps “analfabeti” bancari (su 16,9 milioni totali) non significa solo “incrementarne i livelli di sicurezza fisica”, come sembra darsi premura il decreto.
Ma cambiare un mondo. Fatto di abitudini, relazioni, tradizioni. E poca dimestichezza con la tecnologia.
E’ anche vero che nel 2010 ciascun italiano ha usato strumenti alternativi al contante solo 66 volte, rispetto alle 176 rilevate in media nei Paesi dell’Eurozona.
Con un divario – spiega Bankitalia – molto forte tra Nord e Sud (84 operazioni contro 39), anche per una diffusione inferiore al 40 per cento di sportelli, Atm, Pos, carte di pagamento, collegamenti telematici per l’e-banking.
Un utilizzo modesto. Lo stesso governatore Ignazio Visco, ieri in audizione alla Camera, ha auspicato “un’ulteriore riduzione” della soglia per il contante, da affiancare a “un taglio dei costi” per la moneta elettronica.
Privilegiare gli scambi telematici, poi, aiuta a monitorare e scoraggiare riciclaggio ed evasione.
Ma che a questo contribuisca anche l’azzeramento dell’imposta di bollo da 34,20 euro, promesso dal decreto Monti, a chi ha una pensione minima o un assegno sociale, purchè apra un conto corrente, è più dubbio.
Come è ridicolo che uno Stato che si rispetti debba ricorrere a questi mezzi vergognosi per impedire chissà quale evasione fiscale, quando non esiste nulla di più tracciabile dell’importo di una pensione (basta chiedere all’Inps).
In realtà e’ solo un sistema per foraggiare le banche, allora bastava instaurare una “tassa pro-banca” senza rompere le palle a tanti anziani.
argomento: denuncia, economia, governo, Politica, povertà, radici e valori | 1 Commento »
Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
TRENTA MILIARDI IN PIU’ IN DODICI MESI, FAMIGLIE E IMPRESE IN DIFFICOLTA’
Le sofferenze bancarie — i prestiti erogati dagli istituti di credito che potrebbero non rientrare e
trasformarsi così in rosso di bilancio — hanno fatto un balzo del 40 per cento in dodici mesi, sfondando e superando, nello scorso mese di settembre, quota 100 miliardi.
«Una situazione preoccupante, soprattutto per le famiglie italiane », commenta Elio Lannutti, presidente di Adusbef.
E di certo non una buona notizia per le banche, già sotto pressione sul fronte della ricapitalizzazione e degli spread e sempre più restie a concedere nuovi crediti.
Da una parte, dunque, il boom degli incagli.
Dall’altra, la minaccia di un nuovo credit crunch, la stretta nelle erogazioni.
Sono proprio le famiglie — a quanto si legge nell’ultimo supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia dedicato a “Moneta e finanza” — ad essere sempre più esposte: quasi 34 miliardi su un totale di 102 miliardi “ballerini”, perchè a rischio esigibilità , risultano difatti in capo a nuclei familiari.
Sia in qualità di “famiglie consumatrici” (24 miliardi) che come “famiglie produttrici” (10 miliardi), ovvero società semplici, di fatto e piccole imprese individuali con pochi addetti.
Nel settembre del 2010 — un anno prima dell’attuale rilevazione di Bankitalia — le sofferenze “familiari” ammontavano a 24 miliardi, dieci in meno.
Ben un terzo, dunque, dei maggiori capitali “zoppicanti”, prestati dalle banche e ora pericolosamente iscritti nei loro bilanci, è stato accumulato proprio dalle famiglie. Sempre più incagliate nella crisi e dunque in difficoltà con le rate.
Questa situazione è la «prova provata di una crisi lunga e difficile che interessa soprattutto l’Italia », aggiunge Lannutti.
Ma, a suo avviso, è anche la conseguenza di certe «allegre erogazioni del credito». Questi prestiti molto probabilmente dovranno «essere iscritti quasi totalmente a perdite nei bilanci delle banche», prosegue Lannutti.
Per questo l’Adusbef chiederà un monitoraggio (e relative sanzioni) sulle «sofferenze bancarie derivanti da erogazioni e affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulla meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo decotti, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati».
Sul fronte delle imprese si registra senza dubbio una vera e propria impennata.
A settembre Bankitalia annotava 67 miliardi di sofferenze.
Erano 48 miliardi nel settembre di un anno prima. Un rialzo del 40 per cento.
Tutti crediti difficilmente recuperabili.
L’ammontare record dei prestiti a rischio si presenta di gran lunga superiore anche rispetto all’inizio della crisi.
Nel 2008, ad esempio, le sofferenze attribuite alle famiglie “consumatrici” erano pari a soli 9,1 miliardi.
Saliti a 12,8 miliardi nel 2009. Poi raddoppiati fino ai 24 attuali.
Segnali poco rassicuranti che preannunciano un 2012 difficile, con la recessione che incombe e l’emorragia di posti di lavoro, oltre che di commesse.
La criticità di famiglie e imprese, moltiplicata dalle tensioni della finanza globale e dalla crisi dei debiti sovrani europei, potrebbe spingere le banche a chiudere ulteriormente i rubinetti del credito.
Come nel 2008 e 2009. A fine settembre i prestiti erogati erano pari a 1.984 miliardi, dai 1.914 del 2010.
Solo settanta miliardi in più.
Un timido aumento del 3,6 per cento.
argomento: Costume, denuncia, economia, povertà, radici e valori | Commenta »
Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
INIZIA LA CAMPAGNA “NESSUN BAMBINO ESCLUSO”: CON UN SMS AL 45508 SI POTRA’ CONTRIBUIRE ALLA REALIZZAZIONE DEI PROGETTI DI AIUTO AI 2 MILIONI E MEZZO DI BAMBINI ITALIANI IN POVERTA’ E AI 650.000 SENZA DIRITTI ELEMENTARI
Non sono solo i bambini che abitano dall’altra parte del mondo quelli che vivono in
condizioni di rischio e di disagio sociale: in Italia, i minori che sperimentano quelle che vengono definite “condizioni di povertà relativa” sono 2 milioni e mezzo, uno su quattro; e per 650mila minori la povertà è assoluta, e pregiudica i più elementari diritti di un bambino, come andare a scuola, non essere costretto a lavorare, poter contare su una casa e una alimentazione adeguata.
Questi bambini vivono una condizione di povertà e di disagio sociale che diventa un ostacolo, spesso insormontabile, al loro diritto di sperare in un futuro semplicemente “normale”.
L’Albero della vita , una Ong italiana che da 14 anni lavora a tutela dei diritti dei minori, lancia “Nessun bambino escluso”, la campagna di comunicazione e raccolta fondi (tramite un sms al 45508) che si propone di dare a tanti bambini italiani l’opportunità di uscire dal disagio e di vivere una vita normale.
La povertà relativa minorile nel nostro paese rende i bambini addirittura più a rischio degli anziani.
E nel sud le percentuali salgono ulteriormente, innescando una relazione innaturale e perversa tra numero di figli e status economico della famiglia: più sono i bambini, più la famiglia si impoverisce.
Nelle famiglie con 3 bambini il livello di povertà relativa sale, dalla media nazionale del 10%, fino al 27,8%.
Per 650 mila minori (il 6% del totale) la povertà risulta addirittura assoluta.
Ed estreme diventano le conseguenze di questa condizione, come quella di non avere accesso a esperienze e servizi irrinunciabili: non vanno a scuola (circa 210mila minori abbandonano i banchi scolastici), non accendono mai un computer, non vedono film al cinema, non leggono libri, non praticano sport.
Minori opportunità d’educazione si trasformano, con il passare degli anni, in maggiori probabilità di essere esposti a fattori di rischio, per la salute e non solo.
Si stima che ben 500mila minori, in Italia, siano costretti, contro ogni legge e semplice senso civico, a lavorare.
Circa 30mila vivono in affido familiare o vengono accolti in servizi residenziali.
Quasi quattromila sono vittime di abuso e violenza, e 1.500-1.800 sono vittime di prostituzione minorile di strada.
“Nessun bambino escluso per noi significa che nessuna vita deve essere offesa – commenta Patrizio Paoletti, Presidente de L’Albero della Vita. – La campagna ha l’obiettivo di dire, una volta e per tutte, basta alla povertà e al disagio minorile e di riaffermare, grazie al sostegno delle istituzioni, dei media e dei cittadini, il profondo diritto ad un futuro possibile dal quale nessun bambino può essere escluso.”
In 11 Paesi, 1 milione di beneficiari. Fino al 19 novembre, è possibile contribuire a finanziare i 15 progetti di accoglienza ed educativi in corso (che diventeranno 17 entro la fine del 2011) portati avanti da L’Albero della vita.
In particolare, l’associazione in questi anni sta realizzando progetti che riguardano oltre 500 minori sostenuti nei centri di accoglienza e interventi educativi e di sostegno alle mamme e alle donne in difficoltà .
L’Albero della vita è presente in 4 continenti e in 11 paesi, e i beneficiari indiretti dei suoi interventi sono circa 1 milione.
L’Ong, dalla sua fondazione ad oggi, lavora su progetti di scolarizzazione, assistenza medica, sicurezza alimentare, sviluppo locale, infrastrutture, accoglienza, sensibilizzazione sui diritti dell’infanzia.
In questi anni, quasi 60.000 bambini di Kenya, Perù, India, Romania hanno ottenuto assistenza sanitaria, mentre 1.500 haitiani hanno ricevuto cure mediche all’interno dell’emergenza colera. L’Albero della vita distribuisce un milione 150mila pasti all’anno in India e, sempre in quell’area, ha attivato oltre 4.500 sostegni a distanza.
Emanuela Stella
(da “La Repubblica”)
argomento: denuncia, emergenza, Politica, povertà | Commenta »