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MA CHE BELLA MANOVRA: CHI HA 20.000 EURO DI REDDITO PAGHERA’ DI IRPEF PIU’ DEL DOPPIO (620 EURO) DI CHI E’ RICCO (364 EURO)

Luglio 17th, 2011 Riccardo Fucile

LE DETRAZIONI RIDOTTE SI CONCENTRANO SUI REDDITI MEDIO BASSI…DAL TAGLIO AGLI SCONTI IVA ALTRI 200 EURO DI EXTRACOSTI

Alla fine, chi li pagherà  quei tagli alle agevolazioni fiscali?
Soprattutto le famiglie italiane con redditi medio-bassi.
E quanto? Quasi il doppio di quelle abbienti.
Fare i conti il giorno dopo l’approvazione d’emergenza della manovra da 48 miliardi non porta buone notizie ai contribuenti.
Le famiglie con redditi modesti, e che versano le tasse, nei prossimi anni subiranno la stangata più odiosa.
Grazie a una clausola di salvaguardia che mette in sicurezza i conti dello Stato, ma che stravolge quelli domestici.
E dunque, proprio chi fino ad ora contava su detrazioni, deduzioni e bonus fiscali per alleggerire l’Irpef, nel 2013 e nel 2014 vedrà  ridotti sensibilmente gli sconti.
L’effetto regressivo, calcolato per il sito lavoce. info da Massimo Baldini, economista e docente, si abbatte con particolare iniquità  sui nuclei familiari con un reddito medio tra i 16 e i 27 mila euro che a regime, nel 2014, perderanno 620 euro di agevolazioni, su un totale medio di 3 mila euro, quasi il 21%. Un quinto in meno.
Al contrario, il 10% più ricco delle famiglie, quelle con un reddito superiore ai 54 mila euro, lasceranno allo Stato solo 364 euro.
Perchè?
Perchè all’aumentare del reddito, le detrazioni Irpef a cui si ha diritto diminuiscono.
E dunque i tagli lineari, così come previsti in manovra, per ora indistinti – del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014 sulle 483 agevolazioni oggi esistenti che valgono 161 miliardi l’anno e che dovranno assicurare 4 miliardi il primo anno e 20 il secondo – pesano molto di
più su chi ha più sconti.
Ovvero le classi intermedie.
Anche perchè si tratta di spese per medici e farmaci, per la scuola e la palestra dei figli, l’affitto, la previdenza integrativa, le ristrutturazioni, gli assegni al coniuge, gli interessi sui mutui, le detrazioni per il lavoro dipendente.
Una previsione talmente dirompente che lo stesso autore dei calcoli considera “molto bassa la probabilità  di un’applicazione” di una manovra siffatta.
A meno che, entro il 30 settembre 2013, non venga varata la riforma fiscale e assistenziale con tagli “mirati”.
La regressività  del salasso Irpef si somma, poi, anche a un analogo recupero di soldi, ai fini del pareggio del bilancio dello Stato, dall’Iva agevolata del 4 e del 10% che oggi gli italiani pagano quando fanno la spesa, quando comprano medicine, libri, giornali, cellulari, fanno benzina, viaggiano, ristrutturano casa, pagano le bollette o la badante per un genitore malato. Di fatto anche queste aliquote, inferiori a quella più diffusa del 20%, rappresentano agevolazioni fiscali.
E dunque soggette alla futura scure dei “tagli lineari”.
Lo studio di Baldini calcola che le sforbiciate del 5 e poi del 20% fissate in manovra equivalgono, nei fatti, ad un aumento delle due aliquote agevolate rispettivamente al 4,7% e al 10,5% nel 2013 e al 6,8% e al 12,1% nel 2014.
La conseguenza è che un’Iva più alta riscalda i prezzi e lascia meno soldi in tasca alle famiglie.
Anche qui esiste un effetto regressivo. Ma più modesto del caso Irpef.
Questo perchè, spiega lo studio, “le famiglie ad alto reddito consumano molti beni e servizi oggi tassati al 4 o al 10%”.
In valore assoluto, le famiglie più povere (con un reddito inferiore ai 12 mila euro) nel 2014 pagheranno 119 euro in più.
Quelle ricche (reddito sopra i 54 mila euro) 313 euro in più.
La regressività  si legge nell’incidenza di questo aumento Iva sul reddito disponibile, chiaramente più alta per chi ha buste paga più magre.
Saldando i due effetti, Irpef e Iva, questa manovra pesa il 7% su chi guadagna al di sotto dei 12 mila euro, il 10% su chi denuncia tra i 12 e i 54 mila euro e il 9% sui benestanti.

Valentina Conte
(da “La Repubblica”)

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ALLARME ISTAT: LA POVERTA’ AUMENTA: “OTTO MILIONI DI ITALIANI IN BILICO”

Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile

IL 13,6% DELLA POPOLAZIONE VIVE CON 900 EURO MENSILI PER DUE PERSONE…SALE AL 4,6% LA PERCENTUALE DELLE FAMIGLIE CHE NON HANNO I MEZZI PER BENI E SERVIZI ESSENZIALI PER VIVERE CON DIGNITA’

Sono 8 milioni e 272mila le persone povere in Italia, il 13,8% dell’intera popolazione. E’ quanto fa sapere l’Istat, aggiungendo che nel 2010 le famiglie in condizione di povertà  relativa sono 2 milioni e 734 mila, l’11% delle famiglie residenti.
L’Istituto spiega che si tratta di quelle famiglie che sono cadute al di sotto della linea di povertà  relativa, che per un nucleo di due componenti è pari ad una spesa mensile di 992,46 euro.
Ma il dato che più fa paura è quello che riguarda le famiglie che risultano in condizioni di povertà  assoluta: sono un milione e 156mila, il 4,6% di quelle residenti nel paese, per un totale di 3 milioni e 129mila persone, il 5,2% della popolazione. L’Istat spiega che sono considerate assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore a quella minima necessaria per acquisire l’insieme di beni e servizi considerati essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
Si tratta, quindi, spiega l’Istituto dei “più poveri tra i poveri”.
Anche tra le famiglie non povere esistono poi gruppi a rischio di povertà ; si tratta delle famiglie con spesa per consumi equivalente superiore, ma molto prossima, alla linea di povertà : il 3,8% delle famiglie residenti presenta valori di spesa superiori alla linea di povertà  di non oltre il 10%, ma questa quota che sale al 6,7% nel Mezzogiorno.
Le famiglie “sicuramente” non povere, infine, sono l’81,4% del totale, con percentuali che passano dal 90,2% del Nord, all’87,9% del Centro e al 64,1% del Mezzogiorno.
L’Istat rileva una sostanziale stabilità  del fenomeno, sia relativo che assoluto, a rispetto al 2010, ma anche un peggioramento per alcune fasce della popolazione.
Al Sud, ad esempio, quasi una famiglia numerosa su due è povera.
I dati indicano infatti che la povertà  relativa aumenta tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), tra quelle con membri aggregati, ad esempio quelle dove c’è un anziano che vive con la famiglia del figlio (dal 18,2% al 23%), e di monogenitori (dall’11,8% al 14,1%).
E la condizione delle famiglie con membri aggregati peggiora anche rispetto alla povertà  assoluta (dal 6,6% al 10,4%).
In particolare, fa notare l’Istituto, nel Mezzogiorno l’incidenza di povertà  relativa cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori. Quindi, quasi la metà  di questi nuclei vive in povertà  relativa.

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PENSIONI NEL 2020: UOMINI A 67 ANNI, DONNE A 62

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

ETA’ PARIFICATA NEL 2035: TUTTI A 68 ANNI….COSTI DELLA POLITICA: SPARISCE IL TAGLIO AI VITALIZI….GLI EFFETTI SULLE DIPENDENTI, FINESTRE E SPERANZE DI VITA

Nel 2020, uomini in pensione a 67 anni e donne a 62. Poi, nel 2035 tutti fuori a 68 anni. Uomini e donne. Dipendenti e autonomi del settore privato.
Secondo alcune inedite proiezioni dell’Inps, la parità  dei generi sul piano previdenziale avverrà , dunque, a un’età  ben più alta di quanto previsto sinora.
L’Istituto di previdenza ottiene questo risultato combinando l’effetto di provvedimenti vecchi e nuovi.
Ovvero le finestre mobili, efficaci dall’1 gennaio scorso: un anno in più per i lavoratori dipendenti e 18 mesi in più per gli autonomi dalla maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione.
E le due norme inserite nella manovra appena licenziata dal governo, ora all’esame del Quirinale: l’anticipo al 2014 dell’età  di pensionamento agganciata all’aumento della speranza di vita (un mese in più ogni anno) e l’innalzamento graduale dell’età  di uscita per le donne del settore privato a partire dal 2020 per arrivare a 65 anni nel 2032.
In realtà , le lavoratrici, secondo il più inclusivo calcolo dell’Inps, per andare in pensione nel 2032 dovranno avere 67 anni e 11 mesi, se dipendenti, e 68 anni e 5 mesi, se autonome.
Per quanto riguarda, poi, l’altro capitolo in manovra, ovvero il blocco delle rivalutazioni per le pensioni che superano di 5 volte l’assegno minimo e la riduzione al 45% dell’adeguamento all’inflazione di quelle comprese tra le 3 e le 5 volte il minimo, fonti governative chiariscono che l’aggravio per i pensionati varierà  tra i 50 centesimi al mese, per una pensione da 1.500 euro lordi mensili, ai 24 euro per gli assegni da 4 mila euro.
Dal decreto della manovra, poi, sparisce il taglio ai vitalizi dei parlamentari, pur presente in bozza e discusso nei giorni scorsi.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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IL QUOZIENTE FAMILIARE DI CUI SI PARLA SPESSO A CHI CONVIENE?

Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI SPOSTARE LA BASE DI CALCOLO DELL’IMPOSIZIONE SUL REDDITO DALL’INDIVIDUO ALLA FAMIGLIA….I DIVERSI PESI DEL NUCLEO FAMILIARE, UN COSTO TRA I 3 E 12 MILIARDI PER FAVORIRE LE FAMIGLIE NUMEROSE…IL PROBLEMA DELLE COPPIE DI FATTO

Alla disperata ricerca di un provvedimento fiscale che gli faccia rialzare le quotazioni presso l’elettorato deluso, una specie di Viagra per riconquistare le urne, Silvio Berlusconi ha rispolverato nei giorni scorsi l’idea del “quoziente familiare”, già  nel programma del centrodestra ma finita, come tante altre, in soffitta.
Di che si tratta? In sostanza, di spostare la base di calcolo dell’imposizione progressiva sul reddito (Irpef) dall’individuo alla famiglia.
In altre parole di tassare il complessivo reddito familiare (la somma dei redditi di uno, due o più percettori) dividendolo però prima per il numero dei componenti del nucleo. L’operazione non è una banale divisione tra i due fattori ricordati: il divisore, infatti, viene stabilito attribuendo a ciascun membro della famiglia un “peso” diverso.
Così in Francia, ad esempio, dove il sistema del quoziente familiare è in vigore da molti anni, una coppia con una persona a carico ha un dividendo di 2,5 (quindi reddito complessivo diviso 2,5), mentre una con tre persone a carico ha un dividendo di 4 (quindi reddito complessivo diviso 4).
Nei due casi le aliquote applicate variano sensibilmente, a vantaggio della famiglia più numerosa.
Occorre considerare, comunque, che anche nel sistema fondato sull’imposizione individuale in qualche misura si tiene conto della numerosità  della famiglia, sia attraverso detrazioni d’imposta che mediante deduzioni dall’imponibile (per coniuge a carico, figli, ecc.).
In generale il metodo del quoziente familiare (imperante sia in Francia che in Germania, con sensibili differenze) si ritiene comunque più marcatamente favorevole alle famiglie numerose rispetto a un sistema su base individuale accompagnato da deduzioni e detrazioni.
Il primo e principale problema che si pone ai “riformatori” che vorrebbero passare anche in Italia al quoziente è quello della copertura finanziaria: se si vuole alleggerire l’imposizione alle famiglie occorre trovare i quattrini e le strade sono poche (le stime del costo del quoziente variano assai, dai 3 ai 12 miliardi di euro, in relazione alla consistenza dell’alleggerimento della pressione fiscale che si vuole concedere).
Di finanziare la riforma in deficit non se ne parla nemmeno con i tempi che corrono e con l’occhiuta e sacrosanta vigilanza di Bruxelles.
L’eliminazione di deduzioni e detrazioni per carichi familiari che accompagnerebbe il nuovo modello non ne coprirebbe che in piccola parte i costi: se così non fosse non avrebbe senso intraprendere questa strada.
La via maestra è ovviamente quella di tagliare spesa pubblica, ma sappiamo quanto è difficile percorrerla e, oltretutto, si rischia di cadere in un circolo vizioso: da un lato si abbassa l’imposizione alle famiglie con più figli, dall’altro si aumentano le tasse scolastiche, si riducono gli asili nido, si tagliano spese sanitarie di cui quelle stesse famiglie sono le maggiori beneficiarie.
E tutto ciò in un paese nel quale la spesa sociale per disabili, famiglie, disoccupati e lotta alla povertà  sono fra il 30 e il 90 per cento inferiori a quelle medie dell’Ue (a causa di una spesa previdenziale sensibilmente superiore).
Resta un’altra scelta, certo non entusiasmante: attuare la riforma fissando un preciso paletto: si cambia ma a parità  di gettito.
E’ evidente a tutti che in questo caso i benefici per le famiglie numerose non potrebbero che essere limitati e comunque compensati da maggiori imposte per i single (qualcuno ricorda la tassa sul celibato del compianto Cavalier Benito?) o per le coppie senza figli che già  oggi sopportano una pressione fiscale fra le più alte al mondo.
E poi, che senso ha muovere tutto l’ambaradan di una riforma così complessa come quella del quoziente per fare un po’ di maquillage, qualche correzione marginale, per dare qualche euro in più (e qualche servizio in meno) alle famiglie più numerose?
Per far questo basterebbe innalzare deduzioni e detrazioni per i congiunti a carico. Qualcuno insisterà : comunque sarà  sempre un sistema più equo dell’attuale, un sistema che terrà  conto dei maggiori bisogni di un nucleo più folto (e quindi con minore “capacità  contributiva”, vedasi l’articolo 53 della Costituzione).
Ma le cose non sono così semplici…
Come è stato osservato da più parti, mentre il sistema di imposizione “individuale” è neutrale rispetto allo stato civile dei contribuenti, quello del quoziente non lo è affatto. Quindi, innanzitutto, per non discriminare le coppie di fatto bisognerebbe adeguare il concetto fiscale di coppia: in Francia il quoziente si applica a tutti i tipi di coppie, non solo a quelle unite dal sacro vincolo del matrimonio, perchè i nostri cugini d’Oltralpe hanno da tempo varato i Pacs, quei patti paramatrimoniali che in Italia sono aborriti soprattutto da coloro che maggiormente tifano per i quozienti.
Superato questo piccolo ostacolo, ve ne sono di più sostanziosi.
Se uno dei membri della coppia (tanto per fare un esempio non casuale, l’uomo) ha un reddito elevato, mentre la donna non lavora, con il quoziente otterrà  un sensibile vantaggio fiscale, tanto maggiore quanto è più elevato il reddito del coniuge che lavora. Se l’altro coniuge dovesse iniziare a lavorare il vantaggio iniziale calerebbe drasticamente, fino ad annullarsi se i due redditi che entrano in famiglia si equivalessero. E’ evidente che il nuovo sistema sarebbe un potente disincentivo per il lavoro delle donne e ben corrisponderebbe a un modello di società  dove l’altra metà  del cielo fa i lavori di casa e l’uomo lavora.
Questo è particolarmente vero per l’Italia, dove il tasso di occupazione femminile è assai più basso che altrove (non raggiunge il 47 per cento).
Non è quindi un caso che a battersi da sempre come leoni per l’introduzione del quoziente familiare siano la Chiesa (di recente l’ha riproposto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei), una parte consistente del Pdl (l’ha ribadito ad esempio nei giorni scorsi, oltre che Silvio Berlusconi, il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, specificando che parlava “della famiglia riconosciuta dalla Costituzione”, vale a dire basata sul matrimonio), l’Udc in tutta la sua potenza di fuoco, a cominciare dal leader tutto partito e famiglie Pierferdinando Casini.
Tant’è che qualcuno ha persino ipotizzato che l’introduzione del quoziente familiare possa costituire il “ponte” per una rinnovata alleanza fra il centrodestra e i centristi di Pierfurby.
Ma scendiamo dal cielo delle ideologie familiari alla terra degli interessi materiali: avvantaggiare i nuclei monoreddito significherebbe anche non tener conto che la “produzione” di due redditi è ovviamente più costosa di quella di uno solo: costi di trasporti più elevati, asili e baby sitter in presenza di figli e quant’altro.
Anche da questo punto di vista, quindi, la penalizzazione della donna lavoratrice tramite il quoziente è evidente.
La soluzione ci sarebbe: accompagnare i quozienti con un sistema di deduzioni e/o detrazioni per tener conto dei costi di produzione del reddito: ma ciò farebbe schizzare i costi della riforma al di là  dell’immaginabile.
Un simile “doppio binario” (quoziente più deduzioni) è stato pensato da qualcuno anche per ridimensionare altre magagne che i quozienti, a uno sguardo più ravvicinato, presentano, come vedremo nel seguito.
Ma, di nuovo, i conti pubblici non potrebbero sopportare un tale sovraccarico.
I quozienti familiari comportano risparmi di imposte tanto più elevati quanto maggiore è il reddito del nucleo e quanto più è concentrato su un minor numero di soggetti.
Questo dovrebbero ricordarselo coloro che invocano il nuovo sistema per motivi di equità  sociale e di sostegno ai più deboli.
Sarebbe invece pienamente legittima la posizione di chi sostenesse il nuovo strumento fiscale per favorire i redditi di quel ceto medio che paga le tasse: purtroppo un simile punto di vista non viene mai esplicitato, quasi ci se ne vergognasse e si preferisse un approccio populista, anche se in evidente rotta di collisione con la realtà  dei fatti.
E neppure viene evidenziato un altro possibile obiettivo del nuovo sistema, nettamente perseguito in Francia, cioè quello di incentivare la crescita demografica: se a questo si tendesse, anche le caratteristiche dei quozienti andrebbero coerentemente modulate.
Un lustro fa una studiosa dell’Università  di Firenze, Chiara Rapallini, ha calcolato che, per nuclei familiari di pari consistenza, mantenendo inalterate le aliquote e il gettito ed eliminando deduzioni e detrazioni, “l’introduzione del quoziente comporterebbe la riduzione del reddito netto per i nuclei che si collocano nei primi sette decili di reddito a favore della crescita del reddito netto di coloro che si collocano nell’ottavo e nel nono decile”.
In altre parole le famiglie più numerose e più “ricche” sarebbero beneficiate, quelle povere, numerose o non, sarebbero penalizzate.
Un risultato sconvolgente e stimato per l’Italia che in buona parte si spiega con una caratteristica peculiare della distribuzione del reddito nel nostro paese: i redditi e le aliquote delle coppie bireddito sono mediamente superiori a quelli delle famiglie monoreddito.
In conclusione, il nuovo sistema disincentiverebbe il lavoro femminile, favorirebbe soprattutto le famiglie numerose con i redditi più alti, costerebbe — mantenendo inalterate aliquote e scaglioni — una perdita di gettito di circa il 3 per cento e renderebbe quindi necessario un ritocco all’insù delle aliquote (proprio il contrario di quello che Berlusconi & C: dicono di voler fare).
A questo punto non resta che chiedersi, come il Gattopardo: vogliamo cambiare tutto il sistema dell’imposizione sulle persone fisiche perchè nulla cambi?
Ne vale la pena?

Paolo Forcellini
(da “blitzquotidiano“)

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FATEGLI LA CARITA’

Giugno 16th, 2011 Riccardo Fucile

I CONSIGLI DI MARCO TRAVAGLIO AL PREMIER PER UN PIANO DI AUSTERITY E DI RISPARMIO DOPO CHE BERLUSCONI, DI FRONTE ALLA PROSPETTIVA DI DOVER PAGARE 450 MILIONI DI RISARCIMENTO A DE BENEDETTI, HA DETTO: “NON SO DOVE TROVARE I SOLDI”

Si sono svolte in Sant’Ambrogio le esequie del sen. Romano Comincioli, compagno di classe e di altre belle cose di Silvio B., presente alla cerimonia.
Funerale anomalo: le salme erano due, ma ne è stata tumulata una sola.
In chiesa anche Ricucci, Mora, Minetti, don Verzè, Confalonieri, Paolo B., Schifani e alcuni incensurati nascosti nel tabernacolo.
Al termine della toccante cerimonia, distrutto dal dolore, il premier in gramaglie ha pianto sul sagrato con gli ex compagni per la dipartita di quanto ha di più caro: i soldi che dovrà  presto restituire a De Benedetti per lo scippo Mondadori se sarà  condannato anche in appello: “Rischio di dover pagare 750 miliardi di lire. Ma dove li trovo i soldi?”.
Al drammatico interrogativo proviamo a rispondere noi, ormai gli unici a volergli bene, con alcuni suggerimenti che sgorgano dal cuore per un piano draconiano di austerità  con tagli lineari, orizzontali ma anche verticali per non escludere Brunetta.
1) Pdl: eliminare i peli superflui, dunque Frattini e Alfano (che nel primo mese da segretario unico non ha ancora trovato nemmeno una sedia dove sedersi).
Restituire, ove possibile, i prestiti d’uso ai legittimi proprietari: Cicchitto alla P2, Ferrara alla Cia, Quagliariello a Pera, Capezzone a Pannella, Apicella alla pizzeria Marechiaro, Dell’Utri a Cosa Nostra, Formigoni al suo stilista, Gasparri a Mel Brooks, la Santanchè a chi se la piglia.
Tre coordinatori sono troppi, tanto più che talvolta sparisce l’argenteria.
Uno basta e avanza: Bondi, che s’accontenta di pane e acqua, non fa rumori molesti, non sporca e dove lo metti sta.
2) Governo. Tagliare i rami secchi restituendo Brunetta a Biancaneve o all’Unione Venditori Gondolette P.za San Marco, la Carfagna a Davide Mengacci o alla Calendari Camionisti Production, Giovanardi e la Gelmini all’Intelligence.
3) Mediaset. Trasferire Mastrota e Vinci da Canale5 alla Rai al posto di Santoro, così li paghiamo noi. Tosare Fede: lui sa perchè.
4) Mondadori: sfoltire l’iperproduzione limitandosi ai libri con aspettative di vendita sopra le 10 copie. Ergo basta poesie di Bondi. Che può sempre metter su una casa editrice (Bondadori).
5) Medusa. Spostare Rossella, che solo di aperitivi, noccioline e olive costa un occhio, a Raicinema, per la logica Vinci-Mastrota.
6) Milan. Cedere Pato. O, se proprio insiste, lo paga Barbara.
7) Stampa e propaganda. Ridurre permanenti a Veneziani, colpi di sole a Del Noce e mèches a Facci.
Eliminare i doppioni: se hai già  Feltri, a che ti serve Sallusti? Se hai già  Ostellino, a che ti serve Signorini? Se hai già  il Giornale, a che ti serve Libero (e viceversa)? Se hai il Foglio, a che ti serve il Foglio?
8) Bigiotteria. Affiancare a B. infermieri di sesso maschile, pronti con la camicia di forza appena lo coglie il raptus dello shopping compulsivo (collanine, farfalline, perline & affini).
Persuadere Paolo B. a trovarsi un lavoro onesto e vivere con mezzi propri.
9) Day Hospital. Razionalizzare lifting (max 1 l’anno), trapianti piliferi e penieni (1 al mese), catramatura parietale (1a settimana).
10) Cosa Nostra. Sospendere o rateizzare versamenti ai clan: nei momenti di crisi tutti si devono sacrificare, a partire dagli amici.
11) Nano real estate. Cinque ville al mare sono più che sufficienti, vendere o affittare le altre 95. Subaffittare loculi eccedenti mausoleo Arcore e inviare fattura del suo a Fede: lui sa perchè.
12) Hardcore. Avvertire i fornitori di gnocca di alleggerire i cargo per villa S. Martino (non più 30 ragazze, ma 10 posson bastare, evitando però le gemelle se no sembran 9). Ricondurre le Papi-girl all’autosufficienza finanziaria e recuperare le somme già  versate, con le buone (tagliando le mani al ragionier Spinelli) o con le cattive (ricattandole con la minaccia di sputtanarle per sempre rivelando che sono state a letto con B.).
Recuperare laser anti-depilazione da 60 mila euro donato a Ruby perchè non si prostituisse e metterlo su eBay pregando molto.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FAMIGLIE SEMPRE PIU’ INDEBITATE: I RISPARMI CROLLANO DEL 50%

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

IN 20 ANNI MESSI DA PARTE 20 MILIARDI IN MENO….SI E’ PASSATI DA 4.000 A 1.700 EURO PRO CAPITE

Risparmio ridotto al minimo per finanziare la spesa corrente.
È l’effetto della crisi globale che continua a cambiare le abitudini delle famiglie italiane.
Dopo aver tagliato i consumi, è quindi calata anche la capacità  di risparmiare. Al punto che negli ultimi cinque anni i debiti sono schizzati alle stelle fornendo una fotografia dell’Italia molto simile a quella degli Stati Uniti dove, da sempre, si compra a credito.E il cuscinetto di sicurezza che fino ad oggi ha messo al riparo i conti dello Stato inizia a sgonfiarsi.
Le cifre dei bilanci famigliari arrivano dall’Adusbef che, elaborando dati della Banca d’Italia, ha calcolato una crescita della passività  del 55% da 595,6 a 923,3 miliardi di euro.
Nel frattempo si è dimezzato il “forziere” accumulato negli anni è sceso da 60 a 30,6 miliardi (-49%). Anche perchè nell’immaginario collettivo il mattone resta il bene rifugio per eccellenza e così l’acquisto della casa è in cima ai desideri degli italiani: per un terzo delle famiglie l’investimento immobiliare è la principale forma di utilizzo del surplus monetario.
Secondo Adusbef, infatti, a crescere sono proprio i debiti a «medio e lungo termine» passati da 425,6 a 643,4 miliardi di euro.
Cifre destinate — in larga misura — alla spesa per mutui, ma in tempo di crisi rispettare le scadenze delle rate è diventato più difficile e l’associazione a tutela del consumatore sottolinea come dal 2006 al 2010 sia «notevolmente» aumentato il numero delle famiglie in difficoltà  nell’onorare i propri impegni: le sofferenze sono salite del 46,9%.
A due cifre anche il tonfo dei risparmi che tra il 2002 e il 2010 è arrivato al -67,75%. Nell’ultimo anno è addirittura sceso del 26,6%.
Per il presidente Adusbef, Elio Lannutti, e il segretario dell’associazione, Mauro Novelli «il risparmio privato declina velocemente al perdurare della crisi finanziaria internazionale e un numero sempre maggiore di famiglie in difficoltà  vede chiudersi il canale bancario e deve far ricorso alle finanziarie, a tassi crescenti».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche i dati presentati dall’Ufficio Studi di Confcommercio: negli ultimi 20 anni il risparmio complessivo si è ridotto di circa 20 miliardi.
Addirittura, se nel 1990 ogni 100 euro di reddito ne generavano 23 di risparmio, lo scorso anno la soglia è scesa sotto i 10 euro.
In termini reali, quindi, il risparmio annuo pro capite è calato del 60%: da 4mila a 1.700 euro.
Un trend negativo e preoccupante nel lungo periodo, ma — almeno per il momento – il confronto con gli altri Paesi vede l’Italia in una posizione di vantaggio.
Nello studio Adusbef si sottolinea come «pur cresciuti dal 2004, i nostri debiti privati del 2010 superano appena il 60% del reddito disponibile».
Per le famiglie francesi si avvicina all’80%, in Germania sale al 90% e in Spagna al 110%.

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SOCIETA’ DISGREGATA, DISEGUAGLIANZE RECORD: LA CRISI HA DISTRUTTO WELFARE E DIRITTI, SPESA SOCIALE TAGLIATA DEL 78,7%

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

PRESENTATO IL “RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI”: SI AGGRAVANO POVERTA’ E VULNERABILITA’… I DATI SU LAVORO, CASA, SERVIZI SOCIALI, DIVERSITA’ DI SALARI

No, non siamo la Grecia e neanche il Portogallo. Ma dalla crisi non siamo certo passati indenni.
E non si tratta solo del Pil che arranca ancora faticosamente o della produzione industriale ben lontana dai livelli raggiunti qualche anno fa.
Si tratta di una nuova concezione dello Stato, che lascia indietro i più deboli, le persone senza lavoro, che stentano a pagare l’affitto, sempre più penalizzate dai tagli del welfare.
La crisi, insomma, ha segnato la fine dello “stato sociale europeo”. E’ la tesi conclusiva del “Rapporto sui diritti globali 2011”, promosso, oltre che dal sindacato Cgil, da diverse associazioni italiane, tra le quali Arci, ActionAid, Antigone, Legambiente.
Gli Stati europei, si legge nel rapporto, “stanno cercando di liberarsi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali per promuovere lo sviluppo economico-sociale e oggi ritenuti un fardello”.
Gli autori del volume citano Luciano Gallino: “Negli ultimi cinquant’anni il modello sociale europeo ha migliorato la qualità  della vita di decine di milioni di persone e ha permesso loro di credere che il destino dei figli sarebbe stato migliore di quello dei genitori. Ora il modello sociale europeo è sotto attacco nientemeno che da parte dell’Europa stessa”.
La scure sul welfare: spesa tagliata del 78,7%. Un “passaggio epocale”, dunque. Che rischia di passare inosservato.
E invece i segni per rendersene conto (e per cercare di fermare questa trasformazione che appare ineluttabile) ci sono tutti.
I tagli abnormi sulla spesa sociale in Italia, per esempio.
Il “Rapporto sui diritti globali” li elenca tutti, sottolineando come “dal 2008 al 2011 i dieci principali ambiti di investimento sociale hanno avuto tagli complessivi pari al 78,7%, passando da 2.527 milioni stanziati nel 2008 ai 538 milioni della legge di stabilità  2011”.
Il Fondo per le politiche sociali, per esempio, è passato dai 584 milioni del 2009 ai 435 del 2010 e arriverà  nel 2013 ad appena 44 milioni.
Il Fondo per la famiglia è passato dai 346,5 milioni del 2008 ai 52,5 milioni attuali (il taglio è del 71,3%).
Il Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati, finanziato nel 2007 con 100 milioni dal governo Prodi, è semplicemente sparito.
Sparito anche il “piano straordinario di intervento per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per la prima infanzia”, che aveva avuto 446 milioni nel triennio 2007-2209.
Stessa fine per il “Fondo per la non autosufficienza”.
Poveri e “vulnerabili” in aumento.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma emergono anche dalle fredde cifre, a cominciare da quelle dell’Istat, che rileva la “povertà  relativa” e quella “assoluta”.
La povertà  relativa oscilla tra il 10,2% e l’11,4% e negli ultimi anni è stabile.
Ma da un lato peggiorano le condizioni dei poveri, la loro “deprivazione”, e dall’altro comunque si registra un aumento nel Mezzogiorno.
Aumentano inoltre i “vulnerabili”, cioè i candidati a diventare i prossimi poveri.
Tra loro ci sono i bambini: il 22% dei minorenni vive in condizioni di povertà  relativa in Italia e 650.000 (il 5,2%) in condizioni di povertà  assoluta.
Questo spesso perchè i loro genitori sono cassintegrati: ha figli il 58,3% di chi usufruisce della Cig.
Chi perde il lavoro nel 72% è già  in una situazione difficile. Ma ci sono anche i “working poor”, definizione statistica riferita a chi lavora, ma guadagna troppo poco. L’incidenza della povertà  nelle famiglie con persona di riferimento occupata è dell’8,9% con oscillazioni tra il 4% del Nord e il 19,8% del Sud.
Gli operai stanno peggio (il 14,9% è working poor). E ci sono persino i lavoratori “poveri assoluti”, saliti al 3,6% dal 3,4% del 2008.
La casa sempre più un miraggio.
L’Italia, si dice sempre, è il Paese dei proprietari di casa.
Lo è infatti l’81,5% della popolazione.
Ma quel 17,1% in affitto si trova spesso in grave difficoltà : l’incidenza dell’affitto sul reddito ha avuto una crescita costante e tra il 1991 e il 2009 l’incremento dei canoni di mercato in città  è stato pari al 105%.
Chi sta in affitto appartiene alle fasce meno abbienti, e quindi in media il canone “brucia” il 31,2% del reddito.
Non stupisce che quindi siano aumentati gli sfratti (+18,6% nel 2008 rispetto al 2007): il 78,8% sono per morosità .
Spesso, poi, si trova in difficoltà  anche chi ha comprato la casa ma deve sostenere il rimborso di un mutuo oneroso: i 10.281 mutui sospesi all’inizio del 2010 a fine anno erano diventati 30.868.
All’impoverimento dei poveri dovuto alla crisi e favorito dal “restringimento” del welfare si contrappone un miglioramento delle condizioni dei più abbienti: l’Italia è al sesto posto nella classifica Ocse della diseguaglianza sociale, ricorda il rapporto.
Che elenca alcune “diseguaglianze tipo”: se il salario netto medio mensile è di 1.260 euro al mese, una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (e in Italia sono la stragrande maggioranza) il 18,2% in meno; un lavoratore del Mezzogiorno il 20% in meno; un immigrato il 24,7% in meno; un lavoratore a tempo determinato il 26,2% in meno; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27% in meno e infine un lavoratore con contratto di collaborazione il 33,3% in meno.

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PISAPIA AVANTI DI 17 PUNTI TRA AUTONOMI E PROFESSIONISTI, DI BEN 30 PUNTI TRA I LAUREATI

Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile

DA UN SONDAGGIO SWG EMERGE UN ELETTORATO GIOVANE E COLTO PER IL CENTROSINISTRA E UNA SVOLTA LABURISTA DELLE PARTITE IVA…AUDIENCE ANZIANA E TELEVISIVA AL CENTRODESTRA, INCAPACE DI ASCOLTARE E INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO E L’INSICUREZZA SOCIALE

Due novità  di carattere socio-politico hanno tenuto banco in queste settimane a Milano ed entrambe hanno in qualche misura accompagnato la vittoria di Giuliano Pisapia.
Il radicale pronunciamento di settori della borghesia più tradizionale e (soprattutto) lo spostamento di consensi dentro il lavoro autonomo, che pure aveva rappresentato storicamente una constituency del voto di centrodestra.
La prima novità  è stata scandita dalle interviste pro-Pisapia di diversi esponenti delle èlite industriali e finanziarie e dalla nascita di un gruppo di saggi capitanati da Piero Bassetti.
La seconda è stata fotografata da alcune analisi del voto del primo turno, realizzate dalla «Swg» per conto dello staff di Pisapia, analisi che segnalano come tra gli elettori laureati ci siano stati 30 punti di differenza a favore del centrosinistra e come tra i lavoratori autonomi Pisapia abbia sopravanzato la Moratti di ben 17 punti (tra i lavoratori dipendenti Giuliano stava sopra Letizia di 15 punti).
A stare all’insieme delle elaborazioni «Swg» il centrosinistra avrebbe avuto dunque un elettorato più giovane, più colto, più inserito nell’attività  produttiva mentre il centrodestra avrebbe presidiato meglio gli strati a bassa scolarità  e più avanti con gli anni.
Un’audience molto televisiva, viene da commentare.
Come si spiega questo che appare un vero e proprio ribaltone?
Non è facile rispondere a caldo, però è probabile che sia in qualche maniera mutata la cultura di fondo dei professionisti, dei commercianti e delle partite Iva milanesi.
La Grande Crisi che ha colpito questi strati, che ne ha tarpato le ali e evidenziato una condizione di debolezza in termini di protezioni sociali, può aver favorito una migrazione – non sappiamo quanto temporanea – da un orientamento prettamente «liberale» a una visione «laburista» della propria collocazione sociale.
Anche da un punto di vista lessicale ormai siamo abituati ad accomunare un giovane avvocato o un architetto junior alla voce «precario», cosa che evidentemente sarebbe stata improponibile dieci o forse ancora cinque anni fa.
Se dai giovani passiamo ad analizzare chi tra i legali, i commercialisti e gli architetti il lavoro ce l’ha vediamo che c’è sicuramente uno strato d’eccellenza (il 24%) che si è internazionalizzato e che dovrebbe aver risentito meno della crisi, ma il grosso (ben il 57%) lavora solo per la città  o al massimo per la Lombardia.
Mentre non si è ancora sviluppato un intenso rapporto con il resto del Nord.
Se focalizziamo la condizione di vita e il posizionamento delle partite Iva il senso di retrocessione appare ancora più evidente.
Chi sceglieva la via del lavoro autonomo lo faceva in nome dell’indipendenza e di un certo gusto del rischio, oggi accade esattamente il contrario.
Spesso si apre una partita Iva sotto il segno della dipendenza da un unico committente e della totale assenza di potere negoziale.
Che c’entra Pisapia con tutto ciò?
Soggettivamente forse poco e tutto sommato i temi del lavoro autonomo non sono stati certo centrali nella sua campagna ma il candidato-sfidante ha comunque usufruito della svolta laburista per affinità  politica e in certa misura per una maggiore capacità  di ascolto dispiegata attraverso il presidio dei social network.
Il voto alla fine ha risentito di questa nuova composizione sociale, dei conseguenti slittamenti culturali e della disillusione nei confronti di alcune parole-chiave tipiche del centrodestra.
Un caso a sè è il meccanismo della gestione separata dell’Inps, un tema molto sentito sulla piazza milanese.
Si può far ricorso alla retorica del lavoro autonomo nei comizi e poi, pur avendo le leve dell’amministrazione comunale e provinciale, non avanzare nemmeno la più elementare delle proposte come quella di creare una «casa delle partite Iva» che fornisca a pagamento servizi e formazione continua?
Ma torniamo alla borghesia tradizionale.
Sicuramente Milano è un terreno d’osservazione privilegiato per analizzare le trasformazioni del capitalismo italiano.
Oscurato il ruolo delle grandi famiglie, in ribasso la stella della finanza dura e pura, il cuore del sistema ormai gira attorno alle grandi banche.
Se le imprese milanesi una volta facevano la spola con Roma per il giro dei sette ministeri, ora nell’epoca della spesa-pubblica-zero tutto si sposta in banca.
Torna a Milano e mostra l’inutilità  dei partiti che stanno al governo.
I criteri di finanziamento, la creazione delle reti di impresa, l’impostazione delle politiche di settore e di filiera via via tendono a passare dalle anticamere dei grandi player del credito.
Se davvero come si dice Intesa e Unicredit dovessero cooperare per il rilancio delle infrastrutture del Nord, ciò diventerebbe evidente anche per quanto riguarda la trasformazione del territorio.
E si realizzerebbe un’ulteriore perdita di ruolo dell’intermediazione della politica romana.
Anche qui: che c’entra tutto ciò con Pisapia?
Direttamente poco, ma spiega come tutte queste esperienze e culture non tendono più ad affluire nel centrodestra ma prendono le strade più disparate facendo mancare però linfa vitale all’asse Pdl-Lega. E determinando anche un distacco con la borghesia più tradizionale.
Lo stesso ragionamento vale per il ruolo delle fondazioni bancarie e anche qui la causa sta nella difficoltà  di finanziare dal centro le politiche di welfare.
Per dirla con Nanni Moretti di «Habemus Papam», c’è «un deficit di accudimento» da parte della politica nei confronti dei ceti urbani vulnerabili che invece nel momento del bisogno si trovano a fianco istituti della società  civile, una rete di secondo welfare fatta di fondazioni, filantropia, volontariato, fondi privati.
Ed è abbastanza evidente che le reti della solidarietà  non presentano molti punti di contatto con il centrodestra, anche in virtù della fortissima e controproducente polemica scatenata a Milano dalla Lega contro il cardinale Tettamanzi, che ha dato vita proprio a un fondo di sostegno alle vittime della crisi.

Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA META’ DELLE PENSIONI NON ARRIVA A 500 EURO MENSILI: QUESTI SONO I REALI PROBLEMI DEGLI ITALIANI

Maggio 25th, 2011 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO ANNUALE DELL’INPS RIVELA UN’ALTRA ITALIA: IL 79% DEI PENSIONATI E’ SOTTO LA SOGLIA DEI 1000 EURO MENSILI, L’11,1% TRA 1000 e 1500 EURO, SOLO IL 9,9% SOPRA TALE QUOTA

Metà  dei pensionati vive con meno di 500 euro al mese.
E’ quanto si legge nel Rapporto annuale dell’istituto. La quota sale al 79% se si considera la soglia dei 1.000 euro lordi mensili. L’11,1% presenta importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili e il 9,9% superiori ai 1.500 euro.
Per quanto riguarda le pensioni da 500 a 1.000 euro mensili, continuano a prevalere le pensioni femminili con il 30,5% rispetto al 24,9% delle pensioni maschili.
Il trend si inverte nelle classi di importo più elevato, laddove le pensioni dei titolari maschi presentano pesi percentuali nettamente più significativi: il 18,9% tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili (contro il 5,6% per le donne) e il 20,2% con importi superiori ai 1.500 euro mensili (a fronte di appena il 2,6% per le pensioni erogate alle donne).
Il gruppo più numeroso di pensionati è rappresentato dai titolari di sole pensioni di vecchiaia (7,2 milioni), ai quali è destinato un reddito pensionistico lordo medio mensile pari a 1.182,82 euro.
Il secondo gruppo in termini di numerosità  è costituito dai titolari di almeno due pensioni di tipo previdenziale non della stessa specie (1,6 milioni), che mediamente ricevono 1.185,31 euro al mese.
Seguono i beneficiari di sole pensioni assistenziali (1,5 milioni) che percepiscono mediamente 621,71 euro mensili e, nell’ordine, i percettori di prestazioni assistenziali associate a una qualche prestazione di tipo previdenziale (1,4 milioni) con importi medi mensili pari a 1.338,98 euro, i titolari di sole pensioni ai superstiti (1,3 milioni), che ricevono mediamente ogni mese 869,15 euro e i beneficiari di sole pensioni di invalidita’ previdenziale (circa 717mila) con importi medi mensili di 754,30 euro.
Il rapporto riassume anche il costo complessivo dei trattamenti di sostegno al reddito (cassa integrazione, indennità  di disoccupazione, mobilità ).
L’Inps ha speso nel 2010 19,7 miliardi comprensivi dei contributi figurativi connessi a queste prestazioni.
Nell’anno “sono proseguite le azioni dirette a contrastare l’impatto sociale della crisi sia attraverso l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in deroga, con l’ampliamento delle categorie di fruitori, che mediante specifici interventi atti a fronteggiare la congiuntura economica sfavorevole”.
Le ore autorizzate nell’anno per le prestazioni di Cassa integrazione nel complesso (ordinaria, straordinaria e straordinaria in deroga) sono state 1,2 miliardi (+31,7% sul 2009).
Il livello di utilizzo reale dello strumento espresso dal cosiddetto “tiraggio” (rapporto tra il totale delle ore utilizzate ed il totale delle ore autorizzate), è stato nel 2010 del 49,1% ( pari a 590,8 mln di ore) a fronte del 65,4% registrato nell’anno precedente. Per le prestazioni ordinarie sono stati erogati 1.175 milioni di euro, per quelle straordinarie al netto della deroga 1.363 milioni di euro e per i trattamenti in deroga 628 milioni di euro (per un totale di oltre tre miliardi).
La spesa sostenuta per le prestazioni di indennità  di mobilità  ammonta a 1.273 milioni di euro mentre per i diversi trattamenti di disoccupazione sono stati erogati 6.700 milioni di euro.

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