Maggio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL PIL STENTA, SIAMO IL FANALINO DI CODA DELLA UE…UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE E’ A “RISCHIO ESCLUSIONE”..L’ECONOMIA NEGLI ULTIMI DIECI ANNI E’ CRESCIUTA IN ITALIA SOLO DELLO 0,2% CONTRO UNA MEDIA UE DELL’1,1%….E AL GOVERNO PENSANO SOLO A LITIGARE
Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) «sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale».
Si tratta di un valore del 23,1% superiore alla media Ue.
Lo rileva l’Istat nel rapporto annuale presentato lunedì alla Camera dei Deputati dal presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini , dal quale emerge un Paese in grande affanno.
«Nel decennio 2001-2010 l’Italia ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i paesi dell’Unione europea».
Il paese è «fanalino di coda nell’Ue per la crescita»: è questa la fotografia della situazione economica del paese contenuta nel rapporto annuale Istat.
Quella italiana «è l’economia europea cresciuta di meno nell’intero decennio», con un tasso medio annuo pari allo 0,2%, contro l’1,1% dell’Ue.
«Il ritmo di espansione della nostra economia – si legge – è stato inferiore di circa la metà a quello medio europeo nel periodo 2001-2007».
L’Italia, insomma, ha avuto una «crescita dimezzata» e il divario «si è allargato nel corso della crisi e della ripresa attuale».
Nella media dello scorso anno l’economia italiana, ricorda l’Istat, è cresciuta dell’1,3 per cento, contro l’1,8 per cento dell’Ue.
«In Italia l’impatto della crisi sull’occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità ».
I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d’età in cui si registrano 501 mila occupati in meno.
L’oltre mezzo milioni di occupati in meno (-2,3%) in due anni è quindi il risultato di una perdita di 501 mila posti tra gli under 30 (-13,2%), di un calo dei 322 mila unità nella fascia d’età compresa tra i 30 e i 49 anni (-2,3%) e di un aumento di 291 mila occupati tra gli over-50 (+5,2%).
L’economia che arranca incide profondamente sui i fenomeni sociali: nel 2010, gli abbandoni scolastici prematuri rimangono consistenti, al 18,8 per cento.
Il dato è più alto tra i ragazzi, 22,0 per cento contro il 15,4 delle ragazze. L’obiettivo fissato dal Pnr (15-16 per cento) non appare particolarmente ambizioso e non consente un avvicinamento deciso rispetto agli obiettivi comunitari.
Nella «Strategia Europa 2020», il piano che delinea le grandi direttrici politiche per stimolare lo sviluppo e l’occupazione nell’Ue gli abbandoni scolastici prematuri devono essere contenuti al di sotto della soglia del 10 per cento.
I giovani (20-24 anni) che hanno abbandonato gli studi senza conseguire un diploma di scuola media superiore interessa tutti i paesi dell’Unione (media 14,4 per cento).
Sono forti le disparità tra gli Stati che già hanno raggiunto o sono prossimi all’obiettivo (paesi del Nord Europa e molti tra quelli di più recente accesso) e alcuni paesi del Mediterraneo (Spagna, Portogallo e Malta), dove le quote di abbandono superano il 30 per cento.
Quasi ovunque l’incidenza è superiore tra i ragazzi rispetto alle ragazze.
L’occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualità¡ del lavoro e rimane la disparità¡ salariale rispetto ai colleghi uomini (-20%).
Cresce inoltre i part time involontario e aumentano le donne sovraistruite.
I dati sul mondo del lavoro femminile in Italia sono contenuti nel rapporto annuale dell’Istat ‘La situazione del paese nel 2010’.
L’occupazione qualificata, tecnica e operaia, secondo quanto si legge è scesa di 170 mila unità¡, mentre è aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unità¡).
Si tratta soprattutto di «italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere».
Un quadro drammatico del nostro Paese, mentre gli italiani assistono ai litigi della loro classe politica.
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Maggio 19th, 2011 Riccardo Fucile
MENTRE A GENOVA SONO MIGLIAIA LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’, LA FUTURA PROBABILE CANDIDATA SINDACO DELLA SINISTRA OSTENTA UNA CENA DI LUSSO PER FESTEGGIARE IL SUO COMPLEANNO…UNA LOCATION ESCLUSIVA AL COSTO DI 30.000 EURO, 300 INVITATI DELLA GENOVA BENE….UNO SCHIAFFO PER TANTI GIOVANI DISOCCUPATI E CASSA INTEGRATI GENOVESI CHE POI LA SENATRICE DICE A PAROLE DI VOLER RAPPRESENTARE
Non sarà propriamente una cena per pochi intimi e neanche una festa tra cassa integrati.
Non sarà rivolta ai giovani precari e alle donne disoccupate che spesso cita nei suoi interventi politici.
Non avrà come location la Sala Chiamata del porto o le aziende in crisi del ponente genovese.
Il compleanno della senatrice genovese del Pd Roberta Pinotti che festeggerà i suoi “primi 50 anni”, domani sera, sarà un evento mondano.
Saranno presenti anche Paola Del Guercio e altre donne di Futuro e Libertà , anche se non invitate: «Alla 21 saremo davanti a Villa Rosetta, la splendida villa che un’azienda di catering utilizza per feste private, per ricordare agli invitati e alla stessa senatrice che sono davvero poche le donne che possono permettersi una festa del genere. Certamente non lo sono le cassintegrate, disoccupate e precarie, che la senatrice dice di voler rappresentare».
Le battagliere donne del Fli distribuiranno alcuni volantini. «Fermo restando che ognuno è libero di impegnare le cifre che vuole e può, sarebbe interessante conoscere il parere della base elettorale del Pd che rincorre il voto dei ceti popolari e di tante famiglie genovesi che non riescono ad arrivare alla fine del mese» — aggiunge Del Guercio.
Sul volantino sarà scritto “No Pinotti, no party?”.
E’ questa la sinistra dei precari, dei lavoratori, di chi spera nel cambiamento? — ci si chiede nel volantino.
Sono questi i vezzi e le abitudini della casta politica di riferimento? In momenti difficili come questi, è opportuno far veicolare un messaggio di opulenza e sprechi che rappresentano uno schiaffo per tanti genovesi indigenti?
Che città vogliono rappresentare la Pinotti e il Pd?
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Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile
LA DIFFICOLTA’ DI INSERIMENTO NEL MONDO DEL LAVORO E’ UN PROBLEMA COMUNE A MOLTI PAESI, MA IN ITALIA E’ PIU’ ACUTO CHE ALTROVE…NON E’ TROPPO TARDI PER INTERVENIRE ED EVITARE DI COMPROMETTERE IL FUTURO DI UN’INTERA GENERAZIONE
Per capire come affrontare il problema bisogna individuarne la natura. 
In Italia, nella fascia d’età fra i 16 e i 24 anni, solo un ragazzo su quattro lavora: in Germania, negli Stati Uniti e nella media dei Paesi europei, uno su due.
I ragazzi italiani lavorano meno di altri per due ragioni: sono meno quelli che cercano lavoro (cioè la partecipazione alla forza lavoro è più bassa che in altri Paesi), e tra quelli che lo cercano in meno lo trovano (cioè il tasso di disoccupazione è più alto).
La partecipazione alla forza lavoro in questa fascia di età è il 30 per cento in Italia, contro il 51 per cento in Germania, 41 in Francia, 56 negli Stati Uniti.
La disoccupazione giovanile è oltre il 25 per cento in Italia a fronte del 19 per cento nell’area Euro, 18 per cento negli Stati Uniti, 10 in Germania.
Questo divario impressionante non dipende dal fatto che i giovani italiani studiano di più, e quindi non lavorano perchè stanno investendo nel loro futuro. Nella fascia d’età 25-34 anni, gli italiani che hanno una laurea sono 18 su cento, meno della metà che in Francia, Svezia e Stati Uniti.
Naturalmente c’è molta differenza tra Nord e Sud.
La disoccupazione giovanile al Centro-Nord è vicina alla media europea, mentre è molto più alta al Sud. Ma non è solo Sud. Anche al Nord la partecipazione dei giovani alla forza lavoro è più bassa rispetto al resto d’Europa.
Un secondo aspetto importante emerge confrontando il tasso di disoccupazione dei giovani (fra i 15 e i 24 anni) con quello degli adulti (25-64).
La peculiarità dell’Italia non è solo l’elevata disoccupazione giovanile, ma il divario fra giovani e adulti.
Il rapporto tra il livello di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti è 4 in Italia (cioè per ogni disoccupato adulto ci sono 4 disoccupati giovani) contro il 2,4 dell’area Euro, 1,4 in Germania.
Questa differenza si riscontra ovunque in Italia, sia al Nord sia al Sud. Anzi, in qualche regione del Nord è più alta che al Sud.
Ad esempio, il rapporto fra disoccupati giovani e adulti è 4,8 in Emilia-Romagna e 3,2 in Sardegna.
Questo rapporto è una misura di quanto il mercato del lavoro protegga chi un lavoro ce l’ha, cioè gli adulti.
Più il rapporto è elevato, più i giovani sono esclusi.
In altre parole, il mercato del lavoro in Italia è molto più chiuso ai giovani che in altri Paesi europei e lo è forse di più al Nord che al Sud.
È un’osservazione importante perchè ci dice che il mancato lavoro dei giovani non è solo un problema collegato specificamente al Mezzogiorno: dipende da regole e istituzioni nazionali, che escludono i giovani sia a Napoli che a Torino.
Non solo i giovani in Italia lavorano poco, ma sempre più sono impiegati con contratti temporanei che raramente sfociano in un contratto a tempo indeterminato.
In Veneto ad esempio (dati pubblicati sul sito www.lavoce.info, vedi anche l’articolo di Ugo Trivellato sul medesimo sito) la percentuale di assunzioni (al di sotto dei 40 anni) con contratti a tempo indeterminato è scesa, negli ultimi 12 anni, dal 35 al 15 per cento; le assunzioni a tempo determinato sono salite dal 40 al 60 per cento.
Sono quasi scomparsi anche gli inserimenti tramite contratti di apprendistato, la cui quota (sempre in Veneto) è scesa dal 25 al 10 per cento.
Altrove al Nord è ancora più bassa. Non conosciamo dati per il Sud. Evidentemente le imprese ritengono altre forme di «assunzione» più convenienti dell’apprendistato.
Il fatto è che le aziende sono comprensibilmente restie a trasformare i giovani assunti temporaneamente in «illicenziabili».
Preferiscono i contratti a tempo determinato perchè consentono loro di aggirare le rigidità dei rapporti a tempo indeterminato.
Le conseguenze di questo mercato del lavoro «duale» sono innumerevoli. I giovani vivono con i genitori più a lungo, si sposano più tardi, fanno meno figli, non accumulano contributi per la loro pensione.
Non solo, ma molti studi dimostrano che lunghi periodi di disoccupazione da giovani hanno conseguenze permanenti sulla carriera lavorativa perchè rendono le persone meno impiegabili. In Italia l’attesa media per trovare il primo lavoro è 33 mesi contro 5 negli Stati Uniti.
Il Testo Unico sull’apprendistato, approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri fa un passo avanti, consentendo l’apprendistato agli studenti delle scuole superiori.
Il testo prevede che questa forma di inserimento nel mondo del lavoro sia utilizzabile per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione di ragazzi che abbiano compiuto quindici anni.
In questo caso la durata del contratto non può estendersi oltre il termine del ciclo di studi, con un limite di tre anni.
Ma il Testo Unico non fa nulla per ridurre il dualismo del nostro mercato del lavoro.
Infatti prevede anche che «se, al termine del periodo di apprendistato, nessuna delle parti esercita la facoltà di recesso, il rapporto prosegue come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», cioè l’apprendista diventa da un giorno all’altro illicenziabile.
Poche imprese rinunceranno all’opzione di esercitare unilateralmente il recesso.
Le idee su come riformare il nostro mercato del lavoro per facilitare l’inserimento dei giovani non mancano, ma qualunque proposta si scontra con un ostacolo politico apparentemente insormontabile: l’elettore medio italiano, cioè colui (o colei) che determinano chi vince le elezioni, è sempre più anziano.
L’età media degli italiani è la terza più alta al mondo, ed è quella che sta crescendo più rapidamente.
Se le riforme che favoriscono i giovani richiedono qualche sacrificio agli adulti, è difficile che siano sostenute da partiti e sindacati la cui fortuna dipende dal voto e dall’influenza degli anziani.
Ciò ovviamente non significa che i genitori italiani non siano interessati al futuro dei propri figli.
Ma si è creato un equilibrio per cui i genitori si occupano del benessere dei figli attraverso la famiglia, mentre come società adottiamo politiche che rendono difficile ai giovani rendersi economicamente indipendenti.
La famiglia è diventata il meccanismo di protezione dei giovani. Il lavoro sicuro (prima) e la pensione (dopo) del padre assicurano un minimo di supporto per figli precari.
La loro sopravvivenza è assicurata, la crescita, il dinamismo ed il futuro dei giovani stessi no.
Cosa fare dunque?
Alcune cose si possono fare subito e darebbero risultati immediati.
Prima di tutto, e di questo si è molto parlato, bisogna riformare radicalmente il mercato del lavoro abolendo la separazione fra contratti a tempo determinato e indeterminato, e sostituendoli con un contratto unico con protezioni e garanzie che crescono con l’anzianità sul posto di lavoro.
Tutte le proposte, di questo governo e dei precedenti, hanno finora riguardato solo i contratti a tempo determinato: modificandoli marginalmente, e introducendo nuove modalità di precariato.
Nessuno ha avuto il coraggio di smantellare il dualismo e passare al contratto unico.
La resistenza degli anziani si potrebbe superare non toccando i vecchi contratti e applicando il contratto unico solo ai nuovi assunti.
Se lo si fosse fatto quindici anni fa, ai tempi del Pacchetto Treu, durante il primo governo Prodi, la transizione si sarebbe già completata. Nessun governo nè di destra, nè di sinistra ha avuto la lungimiranza di farlo.
Un’altra idea è modulare le aliquote delle imposte sul reddito in funzione dell’età , abbassando le tasse per i più giovani.
La perdita di gettito si dovrebbe recuperare con riduzioni di spesa.
Ciò aumenterebbe il reddito disponibile dei giovani e li renderebbe più indipendenti e più impiegabili perchè al lordo delle imposte costerebbero meno alle imprese.
L’idea di modulare le aliquote fiscali in funzione dell’età è stata studiata negli Stati Uniti da una commissione presieduta dal recente premio Nobel Peter Diamond.
A ciò si potrebbero aggiungere sgravi fiscali per le imprese che offrono lavori ai giovani, ma solo dopo aver riformato il sistema dei contratti come discusso sopra.
Altrimenti le imprese continuerebbero a offrire ai giovani contratti temporanei.
Ma si dovrebbe pensare anche a qualche provvedimento più radicale che sblocchi la gerontocrazia che domina l’Italia.
Per esempio, perchè non abbassare a 16 o 17 anni l’età minima per votare?
O porre dei limiti di età (ad esempio 72 anni) ai politici, ai burocrati, ai membri dei consigli di amministrazione delle società quotate?
In questi consigli si vorrebbero introdurre le quote rosa: perchè non pensare anche ai giovani (uomini e donne), oltre che alle donne di ogni età ?
Il problema dei giovani in Italia non è solo economico.
Stiamo creando una generazione sfiduciata, disillusa che non s’impegna perchè non trova sbocchi e non vede per sè un futuro.
Perdiamo molti bravi giovani che se ne vanno all’estero.
Non solo i cosiddetti «cervelli», ma anche giovani che non trovando un normalissimo lavoro in Italia lo cercano, e lo trovano, altrove.
Una generazione di scoraggiati non si riproduce nè economicamente, nè demograficamente e crea un pericoloso circolo vizioso.
Queste spirali si possono arrestare, ma solo se si interviene presto.
Se accelerano diventa impossibile fermarle.
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 5th, 2011 Riccardo Fucile
SECONDO L’OCSE SIAMO IL QUINTO PAESE AL MONDO PER DISEGUAGLIANZE: PEGGIO DI NOI FRANCIA E GERMANIA…IL REDDITO DEI PAESI PIU’ RICCHI AUMENTA IN MISURA MAGGIORE RISPETTO A QUELLO DEI PAESI PIU’ POVERI…TRA LE CAUSE LE DIFFICOLTA’ DEL LAVORO FEMMINILE
Cresce in gran parte del Pianeta il divario tra ricchi e poveri e l’Italia si colloca al quinto
posto tra i paesi dell’Ocse in tema di disuguaglianza complessiva, alle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna ma davanti a Francia e Germania.
Lo afferma la stessa Organizzazione per lo sviluppo in un rapporto pubblicato martedì .
Gli economisti di Parigi spiegano che nel corso degli ultimi 20 anni, fino all’inizio della Grande Crisi nel 2008, il reddito reale disponibile delle famiglie è aumentato in tutti i paesi membri (+1,7% all’anno in media).
Ma nella grande maggioranza dei casi le entrate finanziarie del 10% più ricco della popolazione è cresciuto più rapidamente del reddito del 10% più povero. Nella media, il reddito del 10% più ricco della popolazione è di circa nove volte quello del 10% più povero, anche se poi si vede come questo rapporto risulta molto più basso nei paesi nordici e in molti paesi dell’Europa continentale, mentre la forbice si allarga in Israele, Turchia e Stati Uniti, per toccare il massimo divario in Cile e Messico.
Nella media dei 29 paesi presi a riferimento per lo studio, il reddito del decimo percentuale più ricco è cresciunto del 2% contro l’1,4% del decimo più povero.
Il coefficiente Gini, che misura l’ineguaglianza dei redditi (va da 0, ovvero totale uguaglianza di reddito a 1, totale disparità ), per l’Italia era pari a 0,35 alla fine degli anni 2000, con un incremento del 13% rispetto allo 0,31 di metà degli anni 80.
Mentre il reddito reale nell’Ocse in questo lasso di tempo è salito in media dell’1,7% l’anno, con un incremento dell’1,4% per il 10% più povero della popolazione e del 2% per il 10% al top, in Italia l’ incremento medio annuo si è fermato allo 0,8% (solo la Turchia ha fatto peggio, con lo 0,5%) e mentre per il 10% della popolazione con il reddito più basso l’aumento è stato solo dello 0,2%, per la fascia dei redditi più elevati è stato dell’1,1%.
Il Paese con le maggiori diseguaglianze è il Messico, con un coefficiente Gini dello 0,50, davanti alla Turchia (0,42), mentre la Danimarca (0,25) ha le minori disparità .
Nemmeno i Paesi nordici e la Germania, che tradizionalmente avevano una bassa disparità tra i redditi, sono stati risparmiati dal trend di aumento del divario tra ricchi e poveri e anzi – come sottolinea l’Ocse – negli ultimi dieci anni hanno segnato il maggior incremento.
In media il coefficiente Gini nell’area Ocse è salito all’incirca del 10% dallo 0,28 di metà degli anni 80 allo 0,31 della fine dello scorso decennio.
Le ore lavorate sono diminuite soprattutto tra gli occupati con il salario più basso mentre arranca il lavoro femminile.
Il trend verso famiglie più piccole e con un solo genitore contribuisce ad aumentare il divario tra i redditi.
Inoltre è cresciuta la tendenza dei matrimoni tra persone con livelli di reddito simili.
Oggi il 40% delle coppie in cui entrambi i partner lavorano appartengono allo stesso decile contro il 33% di 20 anni fa.
Lo strumento più diretto ed efficace per ridurre le disparità , scrivono ancora gli economisti, sono la riforma delle tasse e delle politiche di agevolazione per i redditi più bassi.
«La competizione internazionale ha fortemente indebolito il nostro sistema produttivo – affermano le Acli – ma le ragioni delle disuguaglianze nel nostro Paese vanno individuate innanzitutto nell’endemica debolezza dei redditi di lavoro dipendente e dalla quasi totale assenza di un sistema generalizzato di tutele nel mercato del lavoro».
Condizioni che ci hanno avvicinato in questi anni «ai contesti economici di natura anglosassone che non sono n‚ potranno essere nostri punti di riferimento per le politiche sociali».
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Maggio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
TREMILA SBARCHI NEL FINE SETTIMANA, SCATTATO IL PIANO DELLA PROTEZIONE CIVILE PER DISTRIBUIRE GLI IMMIGRATI IN TUTTA ITALIA
L’isola si è svuotata e la furia del mare e del vento che scarica sabbia africana promette un’altra tregua negli arrivi.
I quasi tremila immigrati arrivati nel fine settimana hanno già lasciato Lampedusa a bordo di due navi e adesso tocca alle regioni, soprattutto quelle del Centro e Nord Italia, aprire le porte ai profughi subsahariani fuggiti dalla Libia.
I nuovi arrivati vanno nei centri richiedenti asilo di Mineo, Caltanissetta, Pozzallo, Bari e Crotone nei posti lasciati liberi da chi, arrivato nelle scorse settimane, avrà ora una destinazione definitiva nei luoghi e nelle strutture messi a disposizione dalle Regioni secondo il piano di ripartizione concordato nelle scorse settimane con il ministro dell’Interno Maroni.
Il capo della Protezione civile Franco Gabrielli oggi darà il via all’operazione trasferimenti che coinvolgerà complessivamente 3.000 persone.
«Dai vari Cara – spiega Gabrielli – partiranno circa 1.500 persone per le varie regioni italiane e nel frattempo a prendere il loro posto arriveranno altri. Da Lampedusa sono già partiti domenica altrettanti migranti con la nave Flaminia e ancora altri 1.500 ieri sera con la Moby Vincent. Per questi 3.000 ci sarà dunque un passaggio per verificare le loro condizioni prima di trasferirli nelle varie Regioni».
Questa volta si comincia dal Nord: le destinazioni previste per i profughi che lasceranno i centri di accoglienza per i richiedenti asilo sono in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana.
Qualche centinaio di profughi saranno smistati anche in strutture di Marche, Puglia, Calabria, Campania e in provincia di Roma.
Distribuzione che – assicura il commissario per l’emergenza – avverrà tenendo conto della dignità delle persone.
«Non trattiamo pacchi, ma persone, quindi collaboriamo con le organizzazioni umanitarie per organizzare i trasferimenti nel migliore dei modi». Rassicurazioni che Gabrielli intende dare a quanti, nelle scorse settimane, hanno criticato aspramente il piano del governo nella parte che avrebbe implicato lo sradicamento dei richiedenti asilo già inseriti in contesti di accoglienza.
«Abbiamo già contattato l’agenzia dell’Onu per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale migranti, perchè i rifugiati sono persone con criticità psicologiche, proprio perchè provenienti da territori in guerra, come l’Africa subsahariana. Per questo collaboriamo con chi di questi problemi si occupa ordinariamente, nell’ottica dell’emergenza, certo, ma anche di creare meccanismi di accoglienza degni appunto di persone e non di pacchi».
A Lampedusa, dopo l’ultimo assalto, rimangono solo una settantina di tunisini che da oggi dovrebbero cominciati ad essere rimpatriati e circa 180 richiedenti asilo.
Ma il ministro dell’Interno Maroni non si fa illusioni.
La consapevolezza che barconi stracarichi di migranti riprenderanno ad apparire all’orizzonte non appena il mare si sarà calmato è diffusa.
Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica“)
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Aprile 18th, 2011 Riccardo Fucile
GOVERNO PDL-LEGA: GRAZIE ALLE ADDIZIONALI LOCALI ALL’IRPEF PREVISTE DALLA LEGGE SUL FEDERALISMO, VOLUTA DALLA LEGA E AVALLATA DAL PDL…UNA RIFORMA INCOMPIUTA CHE NON GIUSTIFICA CERTO ENTUSIASMI FUORI LUOGO: SI PARLA DI MAGGIORI TASSE PARI A 1000 EURO A TESTA
Il numero segreto del federalismo è 10 miliardi di euro. 
E’ questo il conto che i cittadini onesti, quelli che pagano le imposte sui redditi, potrebbero ritrovarsi a saldare per garantire quel principio di autonomia delle comunità locali che sta alla base della riforma più importante del governo in carica.
Qui non si tratta di tasse e imposte che già si pagano a Roma e che, con la rivoluzione architettata dai ministri Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, verranno almeno in parte dirottate su città , Province e Regioni.
I 10 miliardi sono una cosa diversa. Sono il prezzo della libertà .
Sono i quattrini che i sindaci e i presidenti delle Regioni potranno chiedere in più alle persone che abitano nei loro municipi, nei loro territori.
Per questo si chiamano “addizionali”: sono maggiorazioni che Comuni e Regioni possono introdurre sull’Irpef, l’imposta sui redditi.
Le addizionali, in realtà , esistono già dal 1998.
Negli ultimi anni, però, il loro incremento era stato bloccato per legge, facendo storcere il naso agli autonomisti più convinti, al fine di impedire che gli enti locali avessero sul fisco una mano troppo pesante.
Con la riforma ormai giunta al dunque gli aumenti sono stati nuovamente autorizzati, in virtù del principio fondamentale che dovrebbe valere per ogni federalismo: il poter godere della libertà di spendere le risorse che gli amministratori hanno il coraggio di chiedere – sotto forma di imposte o di tasse – ai loro elettori.
L’autonomia responsabile, come la chiamano gli esperti.
I sindaci che non l’avevano ancora fatto in passato potranno così esigere fino a un tetto massimo dello 0,4 per cento del reddito delle persone fisiche.
Da parte loro i governatori regionali potranno invece inasprire il balzello (ma solo a partire dal 2013) con quote variabili fra l’1,4 e il 3 per cento, a seconda delle fasce di reddito dei contribuenti.
Quale sia l’effetto ipotizzabile di questo “liberi tutti” ha provato a calcolarlo l’ufficio studi della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese della provincia veneziana.
Nel 2010 le addizionali regionali in vigore, quelle congelate da tempo, hanno garantito un gettito fiscale di 7,1 miliardi per le casse delle Regioni e di 2,7 miliardi per quelle dei Comuni.
Se d’ora in poi sindaci e governatori ricorreranno a questa possibilità nella misura massima consentita, nel 2015 il flusso complessivo delle addizionali salirà a 19,7 miliardi.
A regime il grosso andrà sempre ai governatori (16,6 miliardi, più del doppio del livello del 2010), mentre i sindaci dovranno accontentarsi di un semplice ritocco di 400 milioni (fino a 3,1 miliardi).
Queste tabelle sintetizzano quale potrà essere l’effetto per persone con tre diversi livelli di reddito delle due addizionali: comunale e regionale.
Un milanese che guadagna 25 mila euro lordi l’anno e che nel 2010 aveva pagato in tutto 263 euro potrà arrivare a 850 nel 2015.
Così suddivisi: 100 al sindaco Letizia Moratti, alla quale finora non aveva versato nulla, e 750 al governatore Roberto Formigoni, che fino adesso gli aveva chiesto 263 euro.
Per rimanere agli esempi elaborati dalla Cgia di Mestre, i più fortunati – si fa per dire – sono i cittadini di Roma e Palermo con un reddito di 15 mila euro l’anno.
A loro, che già pagano addizionali al top, il federalismo riserva la magra consolazione di chiedere un conto pari a zero, almeno sul fronte delle addizionali Irpef.
A Bari, Firenze e Milano, invece, l’opzione di aumentare l’imposta riaperta per sindaci e presidenti regionali potrebbe costare parecchio: oltre mille euro l’anno in più per quei contribuenti che dichiarano un reddito di 50 mila euro.
Questi numeri danno spazio a diverse considerazioni.
La prima è che non è fin d’ora scontato che tutti gli amministratori applichino le addizionali previste.
Certo, il drastico taglio negli ultimi anni delle risorse distribute da Roma agli enti locali rende l’ipotesi probabile, almeno in molti casi.
Chi vorrà farlo, però, dovrà assumersi la responsabilità di chiarire agli elettori quali siano i suoi obiettivi.
Tremonti ha lasciato la possibilità di aumentare le addizionali a chi, ad esempio, ridurrà l’Irap, l’imposta sulle attività produttive, molto mal vista dagli imprenditori e da quei lavoratori autonomi che sono tenuti a pagarla. Assecondare i desideri di una parte così influente dell’elettorato, tuttavia, vorrebbe dire trasferirne il costo a chi, come i lavoratori dipendenti e gli autonomi onesti, è già oggi costretto a versare allo Stato più del 50 per cento dei propri guadagni, come ha calcolato Giuseppe Bortolussi nel libro “Tassati e mazziati”, da poco giunto in libreria.
La seconda considerazione è che i 10 miliardi di sacrifici che la riforma potrà chiedere ai contribuenti italiani in nome dell’autonomia fiscale sono, per certi versi, una cifra troppo modesta, almeno agli occhi dei federalisti più convinti. “A ben vedere stiamo parlando del 5 per cento dei 200 miliardi di costi che, nel complesso, le Regioni arriveranno con ogni probabilità a sostenere nel 2015”, dice Gilberto Muraro, professore di Scienza delle Finanze a Padova, che vede proprio nei troppi limiti all’autonomia degli enti locali la grande delusione della riforma Calderoli-Tremonti, colpevole di lasciare il grosso del gettito fiscale di ogni territorio eccessivamente vincolato alle scelte del governo centrale.
“Purtroppo dobbiamo parlare di una riforma incompiuta: per questo motivo è preoccupante l’attesa quasi miracolistica che la Lega ha creato attorno al federalismo, come se da un giorno all’altro le regioni settentrionali dovessero ritrovarsi a nuotare nell’oro e quelle meridionali a cavarsela con le proprie forze”, dice Muraro.
Per l’economista, al contrario, gli effetti della riforma rischiano di essere fin troppo lenti: “Credo che, al massimo, darà qualche frutto se riuscirà a creare nel Mezzogiorno una classe politica più adeguata e onesta, permettendo alle regioni del Nord di ridurre progressivamente il costo dell’assistenzialismo”, spiega.
Per toccare con mano questi paradossi può essere utile qualche calcolo.
A elaborarli è stata una fonte ufficiale, la Ragioneria dello Stato, su richiesta della Commissione tecnica per l’attuazione del federalismo (detta Copaff).
I calcoli mostrano l’applicazione della riforma della sanità secondo la ricetta voluta da Calderoli e Tremonti.
Risultato: con le nuove regole le Regioni del Nord avrebbero avuto meno risorse per la sanità di quelle che avevano ottenuto nel 2010; quelle del Sud ne avrebbero avute di più.
La reazione dei governatori del Nord, e di Formigoni in particolare, pare sia stata immediata: non se ne fa nulla, le regole appena decise vanno cambiate. Così i tecnici di Tremonti hanno dovuto rimettersi al lavoro.
(da “L’Espresso“)
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Aprile 17th, 2011 Riccardo Fucile
ALTRI 40 SINDACI CALABRESI SEGUONO L’ESEMPIO: FERMIAMO LO SPOPOLAMENTO…SU 1800 ABITANTI, A RIACE 300 ERANO STRANIERI, ORA SONO ITALIANI E PERFETTAMENTE INTEGRATI…FANNO I FALEGNAMI, I PANETTIERI, I PASTORI, GLI AGRICOLTORI, I CERAMISTI
Nello stesso mare dove ripescarono i famosi Bronzi, molti anni dopo arrivarono anche loro.
E a Riace, la vita non fu più la stessa.
E non certo per merito o per colpa di quella magnifica coppia di statue greche.
Erano stati loro a cambiare tutto.
Loro erano curdi.
Ma poi loro diventarono afgani e palestinesi, diventarono etiopi, eritrei, somali, serbi e albanesi, egiziani, siriani, iracheni, iraniani.
Tutti «nuovi cittadini» di un piccolo paese appena sopra la Locride dei sequestri e delle nefandezze mafiose, tutti che hanno trovato casa e lavoro in una delle terre più povere da questa parte del Mediterraneo.
Ne sono passati almeno 6 mila da lì. E ne vogliono ancora di naufraghi, profughi, rifugiati.
Anche quelli che stanno sbarcando in queste settimane sugli scogli di Lampedusa. Le porte di Riace sono sempre aperte.
Questa è una storia alla rovescia, una di quelle che non ha niente da spartire con gli egoismi e le ossessioni dei tanti Nord d’Italia o d’Europa.
Questa è la storia di un borgo che non è morto perchè sono arrivati «gli altri». Passa il mondo da Riace.
E un po’ di mondo, qui si è fermato per sempre.
Su 1800 abitanti quasi 300 erano stranieri e adesso sono italiani.
I Bronzi li tirarono su nel 1972 e sembrava che Riace dovesse trasformarsi in una Rimini del basso Jonio.
Tutti che parlavano di turismo, tutti che volevano costruire alberghi e palazzi per onorare e sfruttare la miracolosa pesca di quelle statue di straordinaria fattura, poi però i due guerrieri restarono soli in un museo a Reggio e Riace perse metà della popolazione. Tutti emigrati.
Ogni anno un paese sempre più deserto, sempre più povero.
Fino a quando un barcone quasi si rovesciò a duecento metri dalla costa.
«Io passavo di là , dalla statale e ho visto una folla di uomini e di donne e di bambini che usciva dall’acqua, per me fu come un’apparizione», ricorda Domenico Lucano, allora ragazzo e oggi sindaco di Riace.
Era il 1 luglio 1998.
Nelle case abbandonate dai calabresi che erano andati a lavorare fra il Canada e l’Australia trovarono riparo trecento curdi. I primi.
Perchè poi Riace è diventata una piccola grande capitale multietnica.
Ieri con gli sbarchi dei popoli in fuga dall’Asia e oggi con quelli dei popoli in fuga dall’Africa. Benvenuti a tutti. Anche agli ultimi.
Domenico Lucano e gli altri 40 sindaci della Locride chiederanno ufficialmente al governo «che sono pronti ad ospitare i migranti di Lampedusa».
Sono gli unici che non si rivoltano perchè glieli piazzano nel loro paese, anzi loro li vogliono. È l’esempio di Riace.
È l’altra Italia che è a una cinquantina di chilometri dalla Rosarno della «caccia al negro» di un anno fa e che non è sfuggita a un elogio — un editoriale – dell’Osservatore Romano.
«Ciascun emigrato per noi è una speranza, qui abbiamo bisogno di loro, loro hanno riportato alla vita il nostro paese», racconta il sindaco che viene ormai chiamato da tutti «Mimmo dei curdi» o «Lucano l’afgano».
Il centro storico si è ripopolato anno dopo anno, sbarco dopo sbarco.
Il giorno dopo il permesso di soggiorno, tutti ritirano la carta d’identità all’ufficio anagrafe del Comune. Tutti residenti. E tutti con un lavoro.
Fanno i falegnami, i panettieri, fanno i pastori, i ceramisti, gli agricoltori.
In paese gira anche una moneta speciale («È un bonus in attesa di alcuni contributi comunitari che arrivano sempre in ritardo», spiega Lucano) con il volto di Gandhi sulle banconote da 50 euro, quello di Martin Luther King su quelle da 20, Peppino Impastato e Che Guevara sui tagli da 10 euro.
Sono ticket che poi si trasformano in soldi veri.
La convivenza con gli italiani di Calabria è perfetta. Un miscuglio di razze e un modello che ha attirato anche il regista de Il Cielo sopra Berlino Wim Wenders, che un anno fa ha girato un cortometraggio «sull’utopia di Riace». Tutto è cominciato con quella visione di Mimmo, il mare e i naufraghi.
E tutto è cominciato anche con il «laboratorio Badolato», l’esperimento di far rinascere con l’arrivo di altri curdi un altro paese calabro voluto tanti anni fa da Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina. Sull’esperimento di Badolato è risorto Riace.
«In mezzo a tanti disastri, c’è anche una civiltà del Meridione che è questa», dice Perna che spiega poi come etiopi ed eritrei ed afgani abbiano «occupato» nella sua Calabria terre abbandonate per coltivare i campi come una volta.
Dopo Badolato Riace, dopo Riace anche il paese di Caulonia ha i suoi «nuovi cittadini».
Dopo Caulonia adesso altri comuni calabresi vogliono «gli altri».
Ve l’avevamo detto che questa era una storia alla rovescia.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
argomento: Comune, Costume, economia, emergenza, governo, Immigrazione, Lavoro, Politica, povertà, radici e valori | Commenta »
Aprile 12th, 2011 Riccardo Fucile
SONO APPENA TRENTA I TUNISINI RIPORTATI IN PATRIA E LA NOTIZIA HA GIA’ SCATENATO LA RIVOLTA A LAMPEDUSA… LE LEGGE VIETA I RIMPATRI DI MASSA, TUNISI NON LI VUOLE, IL GOVERNO HA BLEFFATO COME SEMPRE E ORA CHI E’ ARRIVATO DOPO IL 5 APRILE VIENE SMISTATO NEI VARI CENTRI DEL CENTRO SUD, ALTRO CHE LO SPOT DEL RITORNO A CASA…E QUALCUNO A TORINO VIENE GIA’ LASCIATO LIBERO DI ANDARSENE A SPASSO
S’avvia il Piano dei rimpatri verso la Tunisia, ma è subito in salita. 
È bastato che trenta tunisini arrivassero sul suolo patrio per accorgersi che erano stati truffati: gli avevano detto che erano in trasferimento verso l’Italia, invece si sono ritrovati a casa loro, così hanno avvertito con i cellulari gli amici rimasti nel Centro di accoglienza di Lampedusa.
E lì è divampata immediatamente una rivolta.
Risultato: il Centro è parzialmente inagibile dopo che i tunisini presenti hanno dato fuoco a materassi e suppellettili, inoltre gli animi sono particolarmente accesi e quindi il ministero dell’Interno ha cambiato i suoi piani e ora i 1300 «ospiti» della struttura verranno trasferiti al più presto nei diversi Cie italiani.
I primi 500 dovrebbero essere imbarcati sulla nave Excelsior, che era a Lampedusa in rada da quattro giorni.
Ma siccome i Cie sono saturi un po’ dappertutto, ecco che molti tunisini di quelli che hanno diritto al permesso umanitario sono stati mandati via già ieri. A Torino ne hanno «liberati» circa 80 con un foglietto in mano, invitandoli a ripresentarsi tra cinque giorni.
Lo stesso accadrà in Toscana, dove i 483 migranti ospiti sono stati pregati di avere pazienza perchè ci vorrà qualche tempo prima di ricevere da Roma il permesso elettronico valido per sei mesi.
E intanto il flusso non s’interrompe. Un barcone con 300 persone a bordo, apparentemente profughi in fuga dalla Libia, è stato avvistato al largo della Sicilia.
Le cose sembravano finalmente mettersi bene, per il Viminale.
Ieri mattina alle 13 i primi trenta tunisini (di quelli approdati a Lampedusa dopo il 5 aprile (perchè tutti gli altri sono già stati trasferiti sul continente nei giorni scorsi) sono stati imbarcati su un charter, ciascuno accompagnato da due agenti.
Un’ora dopo su un altro charter salivano in oltre cento, settanta tunisini e il resto profughi scappati dalla Libia, ma per andare nel Cie di Crotone.
E ancora nel pomeriggio partiva un altro volo charter per la Puglia con a bordo quasi cento profughi e diciotto cittadini tunisini, per lo più donne e bambini a cui è stato riconosciuto il diritto al ricongiungimento familiare con parenti già da tempo in Italia.
Altri 328 immigrati erano stati smistati ieri mattina nelle strutture di accoglienza umbre dopo essere giunti all’alba nel porto di Civitavecchia. Cento sono arrivati a Bologna, ospiti della Cgil.
Così come sono rimaste chiuse le frontiere europee, però, se qualcuno al ministero dell’Interno pensava di poter rimandare indietro i 1300 tunisini che sono concentrati a Lampedusa senza passare per i Centri delle regioni e con una corsia veloce, il piano è saltato.
Oltretutto quelli che si sono ribellati non avrebbero diritto al permesso umanitario essendo sbarcati in Italia dopo il 5 aprile.
A rigore, dovrebbero essere tutti rimpatriati con procedure accelerate verso il loro Paese.
Quando finiranno nei Cie, a questo punto, andranno gestiti separatamente perchè per loro è previsto un trattamento differenziato e comunque rientreranno nelle regole della Bossi-Fini, vale a dire che potrebbero essere tenuti dentro per 180 giorni fino a saturazione di posti.
Dal Cie di Gradisca d’Isonzo intanto segnalano che tutti quelli che non hanno ottenuto il permesso di soggiorno umanitario, ancorchè tunisini, ma sbarcati in Italia a novembre e dicembre, non capiscono la differenza di trattamento e si stanno creando ulteriori tensioni.
Francesco Grignetti
(da “La Stampa“)
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Aprile 11th, 2011 Riccardo Fucile
“NON C’E’ ANCORA UNA FORTE PRESSIONE DI MIGRANTI CHE GIUSTIFICHI LA MISURA”… IL GOVERNO ITALIANO SPERAVA DI SCARICARE I TUNISINI NELL’AMBITO UE E COSI’ EVITARE I CAMPI AL NORD…MARONI REPLICA: “TANTO VALE USCIRE DALL’EUROPA”; MA PER ADESSO FUORI DAI GANGHERI CI VA SOLO LUI
Attivare la direttiva europea per la protezione temporanea dei rifugiati è prematuro.
Lo ha ribadito oggi, dopo la secca bocciatura di ieri, il commissario europeo Cecilia Mallstrom a margine della riunione dei ministri degli Interni che si è tenuta in Lussemburgo.
L’esponente della Commissione europea ha ribadito come quelle norme risalgano ai tempi del conflitto in Kosovo che riguardavano una situazione di “centinaia di migliaia di profughi. E non siamo ancora a questo punto”.
Con queste motivazioni il consiglio europeo ha bocciato la proposta italiana e maltese di attivare la direttiva 55 del 2001, così da estendere la protezione temporanea concessa dall’Italia ai migranti provenienti dal Nord Africa al resto del Continente. Condizione necessaria per fare diventare operativa la direttiva è che ci sia una fortissima pressione di migranti da paesi in conflitto. Come sostiene la Malmstrom, “la maggioranza dei paesi ritiene che la direttiva puo’ essere utilizzata, ma non ci troviamo ancora in una situazione tale da far scattare il meccanismo”
La Malmstrom ha anche enumerato le iniziative europee per fare fronte all’emergenza profughi che coinvolge il nostro paese: “Abbiamo dato assistenza, messo a disposizione stanziamenti e la missione Frontex. Inoltre ci sono i fondi strutturali che possono essere utilizzati a Lampedusa”.
Il commissario ha poi precisato che l’Italia ha tutto il diritto di concedere permessi di soggiorno temporanei, ma perchè questi siano validi anche nell’Area Schengen, “devono rispettare i criteri previsti dall’Unione europea”.
«Non possiamo accettare – aveva spiegato il ministro dell’Interno tedesco Hans Peter Friederich nel corso della riunione con i suoi colleghi europei in Lussemburgo – che immigrati economici in gran numero vengano in Europa passando per l’Italia”.
“Constatiamo – ha detto Friedrich – che gli italiani stanno concedendo dei permessi di soggiorno provvisori che “de facto” permettono ai migranti di venire in Europa. I francesi stanno rafforzando i controlli, e l’Austria ci sta riflettendo. Non sarebbe nell’interesse dell’Europa – ha sottolineato il ministro tedesco – essere costretti a introdurre nuovi controlli alle frontiere; speriamo che gli italiani compiano il loro dovere».
«Dobbiamo fare in modo – ha concluso Friedrich – che la situazione migliori nei Paesi di origine (dei migranti, ndr), e che controlli rigorosi da parte di Tunisia e Italia evitino che i migranti vengano in Europa».
«La Commissione ha ragione», ha osservato, da parte sua, il ministro dell’Interno spagnolo Rubalcaba.
«Non si può attivare la clausola di solidarietà di fronte a questa situazione. I migranti tunisini – ha sottolineato il ministro spagnolo – sono illegali, e bisogna riportarli in Tunisia».
All’obiezione dei cronisti circa la mancanza di volontà di Tunisi di riprenderli, Rubalcaba ha risposto: «Deve accettarli».
Lo spagnolo si è detto «favorevole al fatto che l’Europa resti una regione d’asilo, uno spazio in cui quelli che hanno problemi possono venire e trovare la libertà , ma bisogna dire chiaramente che gli immigrati illegali devono tornare a casa loro; quelli arrivati dalla Tunisia – ha insistito il ministro spagnolo – sono per la maggior parte migranti economici e non hanno diritto all’asilo».
Amara la prima reazione del ministro italiano dell’Interno, Roberto Maroni: nell’emergenza immigrazione l’Italia «è stata lasciata sola» dall’Europa e quindi «mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell’Unione europea.
«È stato un incontro deludente – ha aggiunto il ministro – e la linea passata è quella che l’Italia deve fare da sola”.
D’altronde va rimarcato che altri Paesi hanno accolto 4 volte il numero attuale di profughi per ragioni umanitarie (vedi Germania) e non hanno chiesto aiuto a nessuno.
Tutto nasce dalla volontà della Lega di “liberarsi” dei profughi al più presto senza dover accoglierli al Nord per ragioni meramente elettorali.
Per ora infatti li ha scaricati tutti al centro-sud.
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