Destra di Popolo.net

I CONTESTATORI DI FINI AI FUNERALI DI RAUTI SI SONO DIMENTICATI DI PORTARE IN TRIONFO I “NON TRADITORI” PRESENTI: GASPARRI, LA RUSSA, STORACE, MANTOVANO, RONCHI, LANDOLFI, MELONI.

Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile

FUORI LA LISTA DEI “DURI E PURI” CHE HANNO ADERITO ALLA SVOLTA DI FIUGGI E HANNO AVUTO CARICHE E ONORI IN AN E AL GOVERNO… FUORI I NOMI DEI PARTITINI DI DESTRA CHE SI SONO ALLEATI CON IL PDL NEL CORSO DEGLI ANNI… FUORI IL CONTEGGIO DEI FINANZIAMENTI PUBBLICI DI CUI HANNO USUFRUITO I “RIVOLUZIONARI” ALLA PUTTANESCA

Parto da un principio personale: in politica ci vuole coerenza, solo così puoi permetterti di giudicare gli altri.
Coerenza non vuol dire “non poter cambiare idea”, il che è legittimo, ma comportamenti motivati non da interessi personali e stile di vita adeguato, nelle scelte quotidiane, ai principi che si professano.
Chi accusa Fini dopo 20 anni dalla svolta di Fiuggi di essere un “traditore” finge di dimenticare che il percorso del presidente della Camera era stato tracciato in maniera chiara da Giorgio Almirante.
Già  nella scelta del segretario del Fronte della Gioventù quando, di fronte a tre “rautiani” ai primi tre posti nella scelta dell’assemblea giovanile, Almirante scelse il quarto, ovvero il suo delfino Gianfranco Fini.
Già  nella decisione di nominarlo suo successore poi alla guida del Msi, affinchè lo traghettasse verso altri lidi.
Miopia o lungimiranza non ha rilevanza, resta il fatto che chiunque avesse un briciolo di cervello sapeva dove si sarebbe andati a parare, ovvero verso una “destra nazionale” divenuta poi “alleanza nazionale”.
Non a caso chi ha combattutto questo percorso, una volta usciti di scena Rauti, Niccolai e pochi altri, hanno consegnato le chiavi e lasciato libero l’apppartamento.
Peccato che molti degli apologeti o dei giustificazionisti della contestazione a Fini di ieri abbiano sempre, ripeto sempre, avallato “il tradimento delle origini”, il che è percorso legittimo, salvo riscoprirsi “duri e puri” ieri, il che decoroso non è.
Perchè costoro sono semmai correi del reato di presunto “tradimento” anche più di Fini, visto che sono stati loro, non certo io che non l’ho mai votato, che lo hanno portato alla carica di segretario nazionale a suo tempo.
Sempre “ben coperti e allineati” dietro il carisma di Almirante prima, mai una parola di dissenso: è così che molti sono diventati deputati, senatori, consiglieri regionali e via discendendo, mantenuti dalla politica e da quel Sistema di cui fingevano di ergersi ad alternativa.
Beneficiati da Fini poi, quando con An hanno raggiunto pure i posti di governo e di potere, incancreniti nel “non cambiare per non rischiare”.
Hanno giustificato tutto, hanno assolto i Cosentino, si sono venduti il voto per salvare Silvio nel dicembre di due anni fa, hanno apprezzato le “cene eleganti”, i massaggi a Bertolaso, le mignotte a corte, i condannati in Parlamento, hanno giurato che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
Questi sono “gli eroi” di chi ha contestato Fini e che si è dimenticato di loro, i veri protagonisti che avrebbero potuto “correggere” qualche errore di Fini e non l’hanno mai fatto per vigliaccheria e per interesse personale.
Il massimo del loro coraggio è stato parlarne male al bar, tra un cappuccino e un cornetto.
Loro sì che avevano titolo per presenziare alle esequie di Pino senza essere sputacchiati: coloro che non hanno mai alzato un dito contro il potere, italioti condannati alla cronaca mondana, non certo alla Storia di questo nostro tormentato Paese.
Poi ci sono i rivoluzionari di una rivoluzione mai fatta, quelli dell’armiamoci è partite, quelli che caracollavano nel portare sempre le borse altrui, quelli che hanno preso per il culo intere generazioni mostrando la mascella volitiva a favore di telecamere per poi accettare vergognosi inciuci dietro le quinte.
Quelli che si erano già  venduti il partito a Silvio a Trieste, per capirci, salvo poi dover procrastinare il tempo della raccolta delle prebende.
Quelli che hanno diretto presunti partitini anti-capitalisti e rivoluzionari salvo poi vederli alleati elettorali del Pdl (e di riflesso della Lega) per mantenere o raggiungere una poltrona da 12.000 euro al mese, benefit a parte.
Sarebbe interessante un giorno veder pubblicato un elenco dei “beneficiati” da Fini con tanto di “specifica” delle entrate.
Come sarebbe stato anche divertente censire quanti, tra i contestatori di Fini, abbiano avuto in passato la tessera di An in tasca e quante organizzazioni politiche abbiano o meno usufruito di contributi pubblici e/o favori da parte di quel Sistema che aborrono a parole.
A chi infine ha contestato in buona fede, mi limito a dire, sulla base delle considerazioni su esposte: non avete capito un cazzo.
Continuate così, che le strade per essere presi per il culo sono infinite.

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IL PIU’ PULITO AVEVA LA ROGNA: AI FUNERALI DI RAUTI, CONTESTAVA FINI ANCHE CHI E’ STATO SUO SERVO FINO A IERI

Novembre 5th, 2012 Riccardo Fucile

TRA AUTISTI, COLONNELLI E CAPORALI IN CERCA DI APPROPRIARSI DI IDEE CHE HANNO SEMPRE OSTEGGIATO… VADANO A CONTESTARE BERLUSCONI A PALAZZO GRAZIOLI FINCHE’ E’ VIVO SE NE HANNO LE PALLE

Non so se Fini abbia sbagliato a presentarsi ai funerali di Pino Rauti, forse è stato mal consigliato.
Può darsi che sapesse cosa lo attendeva e abbia deciso lo stesso di partecipare, in quel caso ha fatto bene e la cosa gli fa onore.
Ci mancherebbe che in Italia uno non possa presenziare alle esequie di un “avversario interno”.
Almirante stupì tutti andando a rendere omaggio alla salma di Berlinguer, poi fu Paietta a partecipare alle esequie del segretario del Msi.
Si può essere avversari, ma avere rispetto.
A destra questo pare non sia possibile, vige la patologia del rancore.
Da rautiano non acquisito, a differenza di molti che solo oggi si sono scoperti “fascisti di sinistra”, avendo visto nascere e contribuito a   far crescere la componente rautiana nell’allora Msi e avendo coerentemente tolto il disturbo una volta conclusa la sua parabola nel partito, a differenza di tanti convertiti all’acqua di Fiuggi che si sono rifatti una verginità , non apprezzo la chiassata di oggi.
La giudico vomitevole.
Se hai qualcosa da imputare a Fini lo fai nelle sedi opportune, te ne vai dal partito, ne fai un altro, non approfitti di un funerale.
Tolti quelli in buona fede, passiamo agli altri.
Perchè contestare la presenza di Fini e non quella dei pidiellini ed ex Msi Alemanno, Storace, Gasparri e la Russa, noti servitori di due padroni?
E chi mi dovrebbe dare lezioni di “destra sociale”?
Qualche autista di Marchio, qualche addetto stampa imborghesito stipendiato per anni?
O qualche esagitata che si permette di dare giudizi su vicende che non ha vissuto perchè spendeva il suo tempo nei salotti buoni?
Dove erano costoro quando tanti giovani rautiani lottavano per farsi largo nelle federazioni? Erano dall’altra parte sempre, con “Fini il badogliano”, come dicono i pidiellini.
Servi per tutta la vita, prima di Fini e poi di Silvio.
Se avessero ancora un po’ di secrezione salivare a disposizione, stasera consiglieri loro di guardarsi allo specchio e di sputarsi in faccia.
Una vita da sfruttatori, una fine da strilloni da postribolo.
Se Pino avesse potuto alzarsi dalla bara li avrebbe presi a calci nel culo.

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L’ATTUALITA’ DEL PENSIERO POLITICO DI PINO RAUTI: PER ANDARE OLTRE

Novembre 4th, 2012 Riccardo Fucile

PUBBLICHIAMO L’EDITORIALE DI RAUTI SUL PRIMO NUMERO DI “LINEA” DEL 1 MARZO 1979… UNA LUCIDA ANALISI ANCORA ATTUALE

Se credessimo alle coincidenze facilmente gratificanti, faremmo notare che usciamo con questo giornale mentre imperversa la più difficile e torbida crisi che abbia mai conosciuto nel dopoguerra l’Italia; che usciamo, mentre la crisi, d’altronde, appare come il riflesso, la conseguenza, la cassa di risonanza di una situazione generalizzata di degrado e di scollamento; e, ancora, che tutto quello che accade e occupa le cronache, straripandone con flutti sconvgolgenti, è soltanto l’effetto di un “male” più profondo che ha ormai pervaso sin le fibre più riposte della comunità  nazionale (o di quella che, una volta, si usava definire così).
Ma da quanto tempo, esattamente, siamo in piena crisi?
I politologi di tutto il mondo che guardano al “caso Italia” – e hanno l’aria di curvarsi su un letto di un malato inguaribile, quasi riuniti a cronico consulto – alla sua specificità  e peculiarità , questo almeno hanno stabilito: che la crisi viene da lontano e dal profondo, e appunto per questo è vasta e pare irriducibile; che in essa conflusicono fattori antichi di fragilità  e, nuovi, di tensione crescente, sempre peggio fronteggiati.
Anche altrove, in Occidente, vi sono sintomi dello stesso male ma l’Italia è in testa con una serie di primati negativi.
Forse, anticipa i tempi altrui; certo, ne vive di gravissimi e ne deve presagire di ancora più duri.
Come in nessun altro Pese dell’Occidente, la crisi del regime è diventata crisi del sistema e si intreccia al quotidiano, anche al più riposto privato in cui si rifugiano un po’ tutti quasi in ultima, disperata, ridotta difensiva.
Ma proprio questo connubio, questo annodarsi intossicante e defatigante, alimenta un altro aspetto del male italiano dei nostri giorni, l’assuefazione, l’abitudine a tutto, la opaca, spenta , passività  del puro vegetare. I sociologi – anch’essi impegnatissimi a sfornar diagnosi sull’Italia – notano che, in genere, la cosiddetta “affluent society” è quella che “scansa il cadavere”; la gente non si ferma, qualsiasi cosa le avvenga di incontrare.
Devia i propri passi, o gira al largo con la macchina, per superare l’ingorgo, il nodo, il problema.
Solo così, si dice, può continuare a vivere; perchè altrimenti sarebbe sommersa dal flusso delle troppe vicende emotive e traumatizzanti che la assediano e la incalzano.
Qui da noi, scansiamo cose enormi, eccezionalmente visibili. Al reiterarsi frenetico delle varie emergenze fa da contrappeso la capacità  di assorbire sempre di più i colpi, di consumarli, quasi; di diluirli e sgualcirli nella gradualistica sfilacciatura dei giorni che, comunque, passano.
Ogni tanto, un sussulto; e si scopre, ad esempio, all’improvviso la cosiddetta economia dell’Italia sommersa; con sette-otto milioni di italiani che lavorano per conto proprio, magari assentandosi dall’altro lavoro, quello ufficiale, e producono un reddito di otto-diecimila miliardi.
Rifiuto del collettivismo, anche; corsa verso il “privato” come ultima spiaggia produttivistica; ma altresì colossale operazione di ristrutturazione neocapitalistica compita sotto la superficie delle strutture socio-economiche, all’ombra del compromesso storico che si era avviato, sotto lo sguardo distratto di pressioni sindacali tanto laceranti nella forma quanto ottocentesche nella sostanza visto quel che accadeva e che è già  accaduto.
La crisi ha, dunque, due aspetti: da un lato è quella che tutti vedono e che anche nelle nostre file viene seguita fin nei dettagli, la crisi del regime dei partiti e – anche, ormai – del sistema che lo esprime e che ne è alla base.
Ma c’è crisi anche sull’altro versante, meno analizzata sinora e ancor meno assunta come punto di riferimento per nuovi orientamenti e valutazioni; ed è la crisi delle sinistre nel loro complesso, e del Pci in particolare, in termini di incapacità  a prospettare un modello di sviluppo e di società  che sia alternativo a quello attuale e che, già  in itinere, abbia la capacità  di incidere positivamente sulle strutture socio-economiche.
Scardinare, è stato facile; eppure sconsacrare e dissacrare e mettere in crisi. Per il semplicissimo motivo che non c’era quasi più niente di solido nè di sacro.
Il re, era nudo da gran tempo; e non abbiamo aspettato che venissero a dimostrarcelo quelli della scuola di Francoforte, con Marcuse in testa.
Ma le febbri, specie quelle alte, che non sfociano alla fine in atti compiutamente rivoluzionari; in ordinamenti nuovi, alla lunga stancano, sfibrano, disgustano.
Ci si può aggirare tra le macerie per ricostruire; oppure, per bivaccarci a mo’ di tribù chiassosa, inacapace, impotente.
Da certe tensioni prolungate o si esce in avanti, e possibilmente verso l’alto, oppure si tende a ricadere indietro.
Ecco, il riflusso, lo sfaldamento anche umano che si va facendo strada anche a sinistra; la disperata corsa deviata, e deviante, che ne getta una parte nel meccanismo terroristico e ne spinge il grosso verso stati di delusione diffusa e generalizzata, disimpegnanti e amari.
Il Pci se ne è accorto; e per questo ha battuto banco, chiedendo che la Dc onorasse le tante cambiali compromissorie fin qui firmate; perchè altrimenti, si torna all’opposizione prima che sia troppo tardi; si torna a Livorno, al ritualismo delle origini. Tentativo patetico, perchè il problema non è lì o non è tutto lì.
L’incapacità  rivoluzionaria delle sinistre italiane e occidentali in genere non dipende solo da fattori specifici, locali.
Viene anch’essa da lontano, dai fallimenti che si accumulano a ritmo crescente sulla vasta area del mondo socialista, dove Stato-compagno invade e occupa Stato-compagno e riemergono retroterra, anche etnici, anche culturali che si credevano appiattiti per sempre.
E tuttavia, bisogna andare avanti; bisogna andare oltre; è necessario superare questo regime e questo sistema.
Anche laddove esso, come suol dirsi, ancora funziona in termini di meccanismo produttivo e di assetto sociale (vogliamo dire la Germania occidentale, gli Stati scandinavi, gli Stati Uniti) noi vediamo, e gettiamo sul piatto della bilancia, dei nostri contenuti e del nostro spessore, altri costi, umani ed esistenziali, quotidiani e di fondo, personali e comunitari che a tanto ci sollecitano e ci stimolano.
Certo, c’è un’immensa, astronomica differenza tra i Paesi che vivono sotto la sferza del “socialismo reale”, i loro gulag allucinanti, i loro fallimenti assoluti, a ogni livello; ma Solgenitsin, che ha ben conosciuto e sofferto quella realtà  terribile, ci ammonsice senza perifrasi: a che serve vivere meglio, se si perde l’anima, lo spirito?
A che serve – e a “chi” serve, aggiungiamo noi – vantare, ancora, superbe superiorità  tecnologiche e scientifiche, se poi la gran massa di coloro che formano i popoli, le comunità , le nazioni, nel loro vivere quotidiano sono appiattiti da altri meccanismi alienanti e disgreganti; e corrosi nel loro intimo; e ridotti al puro economicismo cui obbediscono quegli stessi meccanismi; e diventano, o tendono a diventare, quella poltiglia senz’anima e senza volto che già  è, diremmo fisicamente, visibile nelle grandi aree metropolitane dei nostri giorni?
Molte bandiere si stanno stingendo, si stanno abbassando in questo periodo; molti miti stanno andando in frantumi, di quelli che sembravano, sin qui, occupare ed egemonizzare il campo delle speranze e delle volontà  dei più.
E’ il momento delle nostre bandiere.
E’ il momento – per andare oltre – dei nostri miti.

Pino Rauti    

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IL SECOLO XIX: “RAUTI, FUCILE RICORDA: MSI CON LUI SVOLTO'”

Novembre 4th, 2012 Riccardo Fucile

SUL MAGGIORE QUOTIDIANO LIGURE IL PENSIERO DEL NOSTRO DIRETTORE

Riproduciamo l’articolo pubblicato sul “Secolo XIX” di oggi:

“Con Pino se ne vanno venti anni della mia vita politica, tante battaglie vinte partendo dal nulla, tanti ragazzi della mia generazione nei cui occhi coglievi il desiderio di cambiare il mondo, prima che un partito. Nella storia del Msi mai un gruppo umano fu più coeso fino al traguardo”.
E’ questo il messaggio con cui Riccardo Fucile, ex consigliere provinciale Msi e fondatore di Destra di Popolo, ha ricordato Pino Rauti, il “fascista di sinistra”.
Fucile si schierò con Rauti e con l’esponente storico della destra Teodoro Buontempo per una svolta sociale del partito: “Travolgemmo il passato: noi parlavamo di ambiente, di musica, di diritti al femminile, di sfondamento a sinistra, di cultura di destra, di confronto politico”.

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PINO RAUTI, L’INCENDIARIO DI ANIME CHE FACEVA SOGNARE I GIOVANI

Novembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile

LE RADICI   EUROPEE E L’ANTICAPITALISMO: “C’E’ PIU’ STORIA NELLA PICCOLA PIENZA CHE IN TUTTA LOS ANGELES”… L’ADDIO DI FIUGGI: “TRASFORMERETE QUESTO PARTITO IN UNA VECCHIA BALDRACCA”

Tra pochi giorni Pino Rauti avrebbe compiuto 86 anni.
Con la sua morte un altro pezzo importante, indimenticabile, del mondo della destra italiana viene consegnato alla storia.
Rauti ha attraversato il Novecento facendosi contaminare dalle contraddittorie passioni e dalle incendiarie speranze di un secolo che sfidava gli animi più inquieti e avventurosi, gli intelletti più acuti, i giovani più disposti a mettersi in gioco.
Rauti fu uno di quei giovani: a 16 anni si arruola nella Rsi e alla fine del 1946 partecipa alla fondazione del Movimento sociale.
Negli anni Cinquanta fu vicino al pensiero radicale di Julius Evola, fonda il Centro Studi Ordine Nuovo ritenendo di dare continuità  a un fascismo di tipo spirituale, quello legato al mito dell’«uomo nuovo».
Rientra nel Msi nel 1969 (da dove era uscito con l’avvento alla segreteria di Arturo Michelini) con l’arrivo di Giorgio Almirante al timone del partito.
È alla metà  degli anni Settanta però che Rauti diventa punto di riferimento di un’ampia area giovanile, affascinata dall’idea di nuove parole d’ordine che giungono a contestare la stessa identità  di destra del Msi, indicando la strada del dialogo con i nemici dell’altro fronte, da considerare ormai come avversari con cui cercare il confronto e non più lo scontro.
Intuizioni che consentirono di strappare molti giovani alla deriva terroristica e offrirono a molti altri un modello alternativo all’attivismo classico.
Prospettive che troveranno forma nella mozione congressuale Linea Futura (al congresso del Msi del 1977), che rappresentò un esperimento di rottura nella dialettica interna al partito. In questi termini ne parla Marco Tarchi nel suo libro “Dal Msi ad An”: «Il progetto di innovazione politico-organizzativa più radicale è quello di Linea Futura, che denuncia l’insufficienza della strategia di Destra nazionale e si propone di organizzare la protesta meridionale e spingere il partito a contestare il modello di sviluppo neocapitalistico, promuovere iniziative anticonsumistiche, prestare attenzione ai temi ecologici e urbanistici. Le nuove strutture auspicate dai rautiani — continua Tarchi — mirano ad un “partito di quadri, di organizzaizone moderna, di militanza politica e sociale, proiettato verso l’esterno”, che deve distinguere tra aderenti e militanti, creare cooperative e comitati di mobilitazione, uscire alla routine con interventi in ambito sociale e puntare su un’offerta politica diretta in primo luogo a giovani e donne, che delinei una controffensiva politica razionale e accantoni nostalgie e ribellismo».
Un modello movimentista difficilmente conciliabile con il partito-apparato da cui scaturirà  la stagione creativa dei Campi Hobbit, uno dei fenomeni più studiati (e più imitati negli anni successivi) che caratterizzarono il mondo giovanile a destra.
Quell’esperienza aprì orizzonti inediti per i ventenni di allora, non più costretti nel clichè del militante anticomunista “duro e puro”.
La lezione di quei raduni (malvisti dal vertice del Msi) è molto semplice: si poteva incidere nel proprio tempo anche facendo musica, scrivendo poesie, tentando di dar vita a un modello comunitario che potesse rappresentare la naturale evoluzione del “cameratismo” reducistico.
Era paradossale che a capo di questi fermenti vi fosse un uomo come Pino Rauti, che aveva combattuto, che aveva creduto nella “milizia” senza compromessi di chi «sta in piedi tra le rovine», che non aveva mai rinnegato il fascismo, un intellettuale raffinato, scrittore e giornalista, poco incline a far maturare le sue sintesi dalle complicità  con le platee giovanili.
Eppure i giovani trovavano nei suoi discorsi un’ampiezza, una profondità , uno stimolo per uscire dal “ghetto”, per dare prospettive persino vincenti a una condizione di minorità  politica e culturale che era dura da sopportare.
Nei suoi discorsi, soprattutto in quelli, Rauti sapeva toccare le corde giuste. La memoria corre a quelle parole (non a caso fu definito, un «incendiario di anime») più che alle schermaglie congressuali, che lo videro avversario prima di Giorgio Almirante e poi di Gianfranco Fini.
Ai giovani Rauti parlava di un fascismo “metafisico”, non quello dei compromessi, dei treni in orario, delle sciagurate leggi razziali, delle leggi liberticide, ma quello che andava incontro al popolo, quello che si chinava sugli ultimi per tentarne il riscatto, quello sociale e socialista.
E con quel “fascismo immenso e rosso”, che poteva piacere a destra come a sinistra, che era al di là  della destra e della sinistra, declinava alla sua maniera personalissima il motto “non rinnegare non restaurare”.
Là , diceva, stavano le radici, lì stava il senso, lì stava il retroterra da cui si poteva attingere ancora per non autocondannarsi all’inattualità .
Quelle parole piacevano e commuovevano, come quando raccontava dell’incontro in Francia con i “falchetti rossi” del Fronte Popolare di Leon Blum, ormai anziani, e li paragonava alle schiere di bamibini derelitti che il fascismo italiano aveva portato nelle colonie marine, per ritemprarli nel corpo e nello spirito.
Ma Rauti non sapeva animare solo la memoria. Era uomo capace di sfide intellettuali.
La più ardita: lo sfondamento a sinistra.
Anticipò la fine del comunismo, una fine che sarebbe avvenuta – diceva – non per le armi americane ma per la diffusione del capitalismo.
E chi se non chi proveniva da certe radici, (dalla “nostra storia”, sintetizzava) poteva rialzare il vessillo dell’anticapitalismo, denunciare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, opporsi al materialismo che offusca lo spirito e rende le società  incapaci di risollevarsi?
Su questo terreno, predicava Rauti, con la sinistra si potevano trovare punti di contatto, superando al contempo la paludosa politica democristiana e il logoro antifascismo militante.
Un sogno. Una speranza. Un tema che fu tra i più osteggiati e ridicolizzati all’interno del Msi ma che allo stesso tempo, anche attraverso gli articoli del quindicinale “Linea”, aveva modo di ricollegarsi a un filone di autori come Sombart e Max Weber.
Un tema capace di scavare nel solco aureo di pensatori trascurati e marginalizzati dalla cultura progressista.
Perchè bisognava leggere, e tanto, per dialogare con gli avversari, per convincerli, per dimostrare loro che la destra non soffriva di alcun complesso di inferiorità .
Un invito che Rauti rivolgeva soprattutto alla classe dirigente di un partito che a suo avviso si accontentava di vivacchiare sulle parole d’ordine dell’anticomunismo: «Dovete mettervi a studiare», esortava.
Ed era un’esortazione che conteneva anche una pesante critica all’approssimazione di una politica fondata sulla “pesca delle occasioni”. Anche sull’immigrazione, altro tema ruvido per la destra, Rauti seppe indicare la strada difficile ma salutare per uscire dal recinto ottuso della xenofobia e proprio quando conquistò la segreteria del Msi, nel 1990.
L’immigrato non è un nemico, diceva, ma uno “sradicato”.
Un’analisi che diventava aneddotica nei suoi discorsi, come quando raccontava di avere visto a Birmingham un gruppo di bambini di colore che sguazzavano in una pozzanghera: «E io mi chiedevo e mi chiedo: che ci fanno questi bambini sotto il cielo grigio di Birmingham?».
Anche loro sfruttati da un Occidente in preda al tramonto spengleriano, ingranaggi di quella logica del profitto che assurgeva, nei suoi discorsi, a vero, reale, «nemico principale».
Eccola la lezione più grande: ci vuole l’analisi, oltre all’elmetto.
E ci vuole l’orgoglio delle radici europee e italiane per non morire schiavi delle mode Usa: «Ricordate: c’è più storia nella piccola Pienza che in tutta Los Angeles».
A Fiuggi Rauti si oppose, solo e negletto, alla trasformazione del Msi in An.
E si condannò lui stesso, politico che aveva sempre saputo guardare più in là  di tutti, a rivestire i panni del nostalgico.
Ma memorabile rimase la chiusa dell’intervento con cui diede l’addio agli ex camerati: «Trasformerete questo partito in una vecchia baldracca».

Annalisa Terranova
(da “Il Secolo d’Italia”)

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IL WELFARE COSTA ALLE FAMIGLIE ITALIANE 22 MILIARDI

Novembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile

VARIE LE TIPOLOGIE DELLA SOLIDARIETA’ PER FRONTEGGIARE LE EMERGENZE SOCIALI

Le famiglie italiane spendono ogni anno tra i 20 e i 22 miliardi di euro per aiutare i propri membri in difficoltà .
Le tipologie di spesa sono le più diverse, si va dall’aiuto economico a fondo perduto (10,1%) alla compagnia a persone sole o malate (15,9%), dal fare la spesa o portare pasti pronti (9,9%) ai prestiti senza interessi (8,2%), dall’assistenza agli anziani (9,8%) a tenere i bambini (17,3%) fino al trasporto di persone bisognose (7,8%).
In molti di questi casi la solidarietà  familiare scatta per la natura diseguale del reddito tra le generazioni ma più in generale svolge una funzione di supplenza di un sistema di protezione sociale in profonda crisi.
Il dato emerge dal progetto «Welfare, Italia» l’indagine annuale promossa dal Censis e dall’Unipol, che punta ad analizzare strumenti e strategie che le famiglie italiane adottano per fronteggiare il presente e attrezzarsi per il futuro.
Altrettanto interessante è quanto accade nella spesa sanitaria: cresce la tendenza a pagare direttamente – in gergo si dice out of pocket, prendendo i soldi dalla tasca – una serie di prestazioni.
In sostanza gli italiani risparmiano sui beni durevoli facendo slittare la decisione di acquisto ma sulla salute non transigono e infatti la spesa out of pocket cresce del 2,8% l’anno (un’eccezione nel campo dei consumi).
Il 78,2% del campione di famiglie indagato da Censis e Unipol ha pagato nel corso dell’ultimo anno per ticket sui farmaci o acquistati a prezzo intero mentre più del 60% ha sostenuto costi per prestazioni di specialistica ambulatoriale.
A questi va aggiunto il 38,6% di famiglie che ha sostenuto nell’ultimo anno costi per visite o prestazioni odontoiatriche private.
Commenta Giuseppe Roma, direttore del Censis: «Si tratta di un’autogestione e autoregolazione familiare che in molti casi risulta efficace ma che mostra due grandi criticità : da un lato è destinata a non poter tenere più in futuro quando i redditi dei pensionati saranno sensibilmente più contenuti e dall’altro rimangono fuori da questo meccanismo di ridistribuzione di risorse le famiglie più vulnerabili sotto il profilo socio-economico».
Insomma, se il welfare familiare sostitutivo ancor oggi funziona è comunque un modello a termine.
La spesa più onerosa risulta il mantenimento dei figli maggiorenni che non studiano e non lavorano (i Neet), spesa stimata in media attorno a 4 mila euro l’anno e indicata circa dal 7% delle famiglie mentre un valore molto simile viene fuori a proposito del mantenimento dei figli che fanno l’università  fuori casa, che costano mediamente 3.865 euro l’anno.
Un altro costo diffuso è quello legato all’acquisto di prestazioni assistenziali private (badanti) per parenti non autosufficienti, indicato dal 6,6% delle famiglie e che richiede una spesa di circa 3 mila euro l’anno.
Per rimanere nel campo dei costi annui la ricerca segnala come l’out of pocket valga mediamente 1.156 euro l’anno ma sale a 1.829 euro per chi non vuole rinunciare – come pure inizia ad accadere – alle cure odontoiatriche.
Ma se le famiglie intervengono così ampiamente a surrogare il welfare pubblico (pescando dai risparmi) e se nel medio termine questo modello non è protraibile che cosa dobbiamo fare?
Negli anni passati la strategia che è andata per la maggiore è stata quella della cosiddetta «seconda gamba», in sostanza si è tentato di mettere in equilibrio il sistema sviluppando pensioni e polizze integrative.
Questa strategia però non sembra aver conquistato gli italiani: solo il 20% degli occupati ha aderito alle pensioni integrative e solo il 12,1% degli interpellati da Censis-Unipol possiede uno strumento previdenziale o assicurativo integrativo. Manca l’informazione (nonostante il legislatore abbia puntato molto sulla seconda gamba) ma anche la fiducia verso gli operatori di mercato.
«La cultura assicurativa da noi stenta ancora a decollare» commenta Giuseppe De Rita. Poi la crisi ha complicato il quadro, infatti se solo un anno fa prevaleva una specie di preclusione ideologica a integrare il welfare pubblico, oggi scatta un niet perchè la spesa aggiuntiva è insostenibile per il budget familiare. In tutte queste decisioni pesa un’incertezza sull’ammontare futuro della propria pensione. Aumenta infatti in modo consistente il numero dei capifamiglia che vorrebbe conoscere l’importo del reddito di cui potrà  disporre nella fase di ritiro dal mondo del lavoro.
C’è dunque necessità  di sbloccare la situazione prima che la crisi scavi ancor di più nel disagio sociale e mettendo in difficoltà  le famiglie mini le reti di protezione.
La tesi del Censis è che quei 20-22 miliardi di euro che le famiglie tirano fuori per le cure odontoiatriche, per mantenere gli studi dei figli e assistere gli anziani, sono una spesa disorganizzata e inefficiente.
Ci sarebbe molto da guadagnare da una (sua) migliore organizzazione e da economie di scala più favorevoli rispetto all’acquisto in prima persona sul mercato.
«Il bisogno sociale è diventato una costellazione e richiede nuove policy» sostiene De Rita.
La prima si chiama welfare aziendale, la seconda potrebbe passare per casse mutue territoriali, la terza tramite interventi e accordi con le categorie.
Il welfare quindi si autoriforma dal basso «industrializzando» quanto le famiglie già  oggi spendono.
Non si parte da zero, anzi la straordinaria diffusione degli accordi di welfare aziendale, a partire dall’esperienza pilota di Luxottica alla quale Unipol ha fornito know how e prodotti, indica proprio una nuova strada che magari rinunci alla pedagogia capitalistica dall’alto e crei invece le condizioni di una contrattazione dal basso. Il welfare quindi si ridisegna partendo dalla periferia.
Ma il mondo assicurativo è pronto a questa discontinuità ? «Il capitalismo collaborativo fa parte del nostro Dna – risponde Carlo Cimbri, amministratore delegato di Unipol – e per rispondere ai nuovi bisogni sociali non abbiamo paura di innovare».

Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera”)

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SI E’ SPENTO PINO RAUTI, EX SEGRETARIO DEL MSI

Novembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile

ADDIO PINO, GRAZIE DI AVERCI FATTO SOGNARE

Nei momenti di addio non contano le cose che dividono, le strade diverse che si intraprendono, le contraddizioni che ci si può rimproverare.
Prevalgono l’emozione e i ricordi di una stagione irripetibile, fatta di militanza e di sacrifici, di viaggi e speranze, di discussioni portate all’alba, di condivisione e di vera comunità  umana.
Con Pino se ne vanno venti anni della mia vita politica, tante battaglie vinte partendo dal nulla, tanti ragazzi della mia generazione nei cui occhi coglievi il desiderio di cambiare il mondo, prima che un partito.
Nella storia del Msi mai un gruppo umano fu più coeso fino al traguardo: e non potrò mai dimenticare quella notte in cui travolgemmo il passato, quel congresso che vide centinaia di delegati inneggiare alla svolta sociale del partito, quei giovani che, come me, si tenevano per mano e urlavano la propria gioia ogni voto in più che ti consacrava segretario.
In quel momento dimenticammo anni di emarginazione, di colpi bassi subiti, irrisi dalla vecchia nomenklatura nostalgica perchè parlavamo di ambiente, di musica , di campi hobbit, di diritti al femminile, di sfondamento a sinistra, di cultura di destra, di confronto politico, di centri librari, di presenza nel sociale.
E mai dimenticherò la tua frase che mi ha fatto da guida: “Cosa sono la vita e la politica senza un pizzico di lucida, raziocinante utopia?”.
Nell’Italia moderna della corruzione, del pragmatico arrivismo, del compromesso quotidiano, della politica spettacolo, non si possono che rimpiangere i politici veri che facevano vibrare i cuori.
Grazie Pino per averci fatto sognare.

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DOMENICA SI VOTA IN SICILIA: MICCICHE’ HA VINTO, CON 12 CANDIDATI INDAGATI, SU CROCETTA (10 INDAGATI) E MUSUMECI (10 INDAGATI)

Ottobre 26th, 2012 Riccardo Fucile

LA GARA DI ARRAMPICATA SUGLI SPECCHI, INVECE, L’HA VINTA FLI CHE E’ RIUSCITO A CAMBIARE TRE POSIZIONI IN TRENTA GIORNI… E’ IL PARTITO DELLA LEGALITA’ E DELL’ETICA, MA SI ALLEA CON LOMBARDO E MICCICHE’… E’ IL PARTITO DELLA COERENZA E FA IL TIFO PER CROCETTA SENZA AVERE LE PALLE DI APPOGGIARLO UFFICIALMENTE

Seguendo sui siti locali l’evolversi delle elezioni regionali siciliani, debbo dire che mai ci era capitato di assistere a uno spettacolo di tale intenso folklore politico.
Consiglieri uscenti che a frotte cambiano partito poco prima del deposito delle liste, alleanze che cambiano tre volte nel giro di 24 ore, leader nazionali che dicono una cosa alla stampa, salvo essere smentiti da loro rappresentanti locali appena hanno un piede sulla scaletta dell’aereo che li riporta a Roma, cacciatori di liste sporche che vedono inquisiti solo nelle liste altrui, palate di demagogia sparse per l’isola a uso e consumo dei pirla che ci credono, paraculismo a gogo’ da parte di chi pensa solo alla propria poltrona da mantenere o da conquistare.
E poi qualcuno finge di stupirsi per il successo del tour di Beppe Grillo in Trinacria, contrassegnato da folle oceaniche.
I siciliani sono persone intelligenti, se vogliono ridere scelgono un comico ufficiale, non quelli involontari.
I sondaggisti dicono che sarà  un testa a testa tra il candidato Pd-Udc Crocetta e quello Pdl (e vari) Musumeci.
Più staccati Micciche’ e la candidata di Sel, con il cinquestelle Cancelleri che potrebbe rappresentare una sorpresa, superando entrambi.
Dopo aver invocato tutti “liste pulite” si scopre che vi sono 32 candidati indagati: in questo campo vince con 12 soggetti a rischio Miccichè, seguito a pari merito con 10 da Musumeci e Crocetta.
Una strage, in termini di credibilità  politica.
Si va al voto con una certezza: non ci sarà  alcuna coalizione vincente, nessuna supererà  quota 40% e pertanto nessuno avrà  il premio di maggioranza.
Per governare dovrà  cercare intese con una pletora di eletti che già  sgomitano per vendersi al miglior offerente e monetizzare qualche assessorato.
Un discorso a parte merita Futuro e LIbertà  che vince il premio dell’arrampicata sugli specchi.
Fli era partita con l’intenzione di presentare un candidato di bandiera, il vice-coordinatore nazionale Fabio Granata: quindi lista propria e tentativo di superare la soglia di sbarramento del 5%.
Diciamo di più: l’ipotesi logica era un’alleanza con Udc e Pd sul candidato Crocetta, persona perbene, contro l’altra persona perbene Musumeci, ma portato da Alfano e Saverio Romano.
A quel punto i grandi strateghi romani e i consiglieri e assessori uscenti Fli che temevano di essere bannati da Palazzo dei Normanni, nel caso probabile di non superamento della soglia del 5%, che fanno?
In quanto portatori di valori etici e legalitari decidono di allearsi con un consumatore dichiarato di cocaina e con un inquisito per concorso in associazione mafiosa: alleanza con il partito del Sud e con Lombardo, quindi e Micciche’ come candidato governatore: “scelta ineccepibile” come ha commentato qualcuno.
E’ finita qua? No.
Di fronte all’incazzamento della base che non vuole votare Miccichè, altro salto carpiato con avvitamento: “diciamo che votiamo Miccichè, ma in realtà  nel segreto dell’urna come presidente indicheremo Crocetta”.
Ma allora non ci si poteva alleare con Crocetta direttamente?
No, ti spiegano gli strateghi, molti elettori non avrebbero capito e poi così abbiamo tolto Miccichè e Lombardo a Musumeci.
Come se i due aspettassero l’apporto del 2% di Fli per decidere come schierarsi, e non in base alle loro convenienze.
Allucinante non tanto la teoria, ma che qualcuno ci creda.
Si arriva così all’assurdo di un partito dove Fini arriva in Sicilia e si prodiga con Briguglio a indicare Miccichè come proprio candidato governatore, negando qualsiasi ipotesi di voto disgiunto, mentre altri esponenti di Fli dicono apertamente che l’imput è votare la lista Fli-Mps, ma poi scegliere Crocetta come governatore.
Il massimo della coerenza e dell’etica politica.
Come i bambini quando fanno le cose di nascosto perchè non hanno il coraggio di farle alla luce del sole.
Con la differenza che i bambini almeno non si muovono per interesse.
I grandi strateghi di Fli non si sono accorti che così in ogni caso hanno già  perso in partenza.
1) Perchè se gli va bene Miccichè finirà  terzo e ben distaccato
2) Se vince Musumeci è roba da suicidio collettivo per gli aspiranti alle poltrone
3) Se vince Crocetta, vincono Pd e Udc che ci hanno messo faccia e simbolo, non certo chi cerca di metterci il cappello sopra dopo, millantando un voto disgiunto che a quel punto può essere stati di tutti e di nessuno
Aggiungiamo l’ultima cosa, anche perchè la sosteniamo dall’inizio: pensate se Crocetta dovesse perdere o vincere per un filo (diciamo un 2-3%).
Che occasione tragicamente persa per Fli di essere protagonista.
Se avesse appoggiato un Crocetta vincente per poco avrebbe potuto dire di essere stato determinante.
E non appoggiando un Crocetta perdente per un alito di vento, sarebbe responsabile della vittoria di Musumeci.
In entrambi i casi un gran risultato: si è buttato nel cesso il manifesto di Bastia Umbra su etica e legalità  per prendersi due sonori schiaffoni.
Se poi, nonostante l’aiuto dell’Mps e dei candidati traino prestati dall’Mpa, la lista unica con Fli finisse sotto la soglia del 5% … beh, qualcuno chieda asilo politico in Tunisia.

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I TRUCCHI DEI PARTITI PER SALVARE LA CASSA: I BUCHI DI FORZA ITALIA E LA SOPRAVVENIENZA PASSIVA DI 9 MILIONI DELL’UDC

Ottobre 25th, 2012 Riccardo Fucile

DALLE FONDAZIONI IMMOBILIARI AI TESORETTI…E GLI ONOREVOLI NON VERSANO LE QUOTE

Questi onorevoli… Sono dei veri taccagni. Peggio di quell’Arpagone protagonista dell’«Avaro» di Molière.
Fargli scucire la manciata di euro che dovrebbero versare ogni mese al Popolo della Libertà  è sempre più difficile.
Sarà  per le sforbiciatine a stipendi e rimborsi, ma è diventato un bel problema.
Tanto che il tesoriere del partito, Rocco Crimi, ha dovuto richiamare tutti all’ordine: al 31 dicembre 2011 gli arretrati dovuti dai parlamentari (800 euro al mese) e dei consiglieri regionali (500) ammontavano a oltre 4 milioni 600 mila euro.
Il suo grido d’allarme è contenuto nel bilancio del Pdl pubblicato, insieme a quelli di altri 61 (sessantuno) partiti sulla «Gazzetta ufficiale» di martedì.
Gli ultimi della storia, senza i controlli più severi introdotti la scorsa estate. E quasi tutti venati da un sottile rimpianto.
Ma per una ragione più prosaica: il taglio dei rimborsi elettorali deciso con quella stessa legge che ha inasprito le verifiche e mal digerita pressochè ovunque, nelle segreterie.
Anche se c’è chi, nel bilancio, la rivendica come un proprio successo politico: il Partito democratico.
Provvedimento andato di traverso, soprattutto, per aver stabilito la rinuncia alla tranche di contributi che si dovevano incassare lo scorso mese di luglio.
Soldi che qualcuno si era già  fatto anticipare dalle banche. E magari aveva speso.
Come l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Che non a caso prevede per quest’anno, causa taglio contributi, una «sopravvenienza passiva» di ben 9 milioni e mezzo, comprendente pure i 2,4 milioni «riferibili alla quota parte di credito non incassabile relativa alle elezioni di Camera e Senato ceduta a un istituto di credito nel corso dei precedenti esercizi».
Poco male: al 31 dicembre 2011 l’Udc denunciava un avanzo patrimoniale, generato dagli utili degli anni precedenti, di ben 18,6 milioni.
E aveva 5 milioni e mezzo depositati in banca
Lo stesso non può dire il Pdl, per cui la rinuncia alla tranche di luglio è stata davvero una brutta botta.
Più brutta della scoperta che moltissimi parlamentari non danno al partito i contributi dovuti. Il bilancio pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» spiega che i rimborsi elettorali «relativi agli anni 2009-2012 sono stati ceduti pro soluto nell’anno 2009 a un istituto bancario».
Al quale adesso vanno restituiti i soldi: Quanto? Più di 20 milioni.
Immaginiamo i salti di gioia. Tanto più dopo la notizia che Silvio Berlusconi non si ricandiderà  per il premierato.
Dal problematico bilancio di Forza Italia, formazione politica ancora esistente dal punto di vista contabile (al pari di An, Ds e Margherita) è chiaro che è stato lui a portare il peso finanziario di quell’avventura politica.
Negli ultimi cinque anni il partito ha accumulato perdite per circa 149 milioni e debiti per 61 milioni. Il tutto coperto da una sontuosa fideiussione bancaria di 177 milioni prestata «da terzi». Dove «terzi» sta, ovviamente, per il Cavaliere.
Succedeva anche questo, negli anni in cui il fiume dei rimborsi elettorali scorreva gonfio di denaro alimentando le casse di tutti i partiti al centro come in periferia.
Al 31 dicembre 2011 l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro aveva accumulato un avanzo patrimoniale superiore a 35 milioni. E sapete quanto ha incassato nel 2010, l’anno delle elezioni regionali, la sola lista della governatrice del Lazio Renata Polverini? Quasi 6 milioni di euro.
Non che non ci sia qualche tesoretto messo da parte, mentre tanti piangono miseria.
Ce l’hanno a destra, dove An, prima di essere messa in liquidazione, ha trasferito il patrimonio immobiliare valutato in 61 milioni a una Fondazione con un capitale di 10 milioni più un «fondo iniziale di gestione» di 45 milioni.
Ma ce l’hanno anche a sinistra, con le decine di fondazioni costituite dai Democratici di sinistra per blindare un numero enorme di immobili provenienti dall’eredità  del Partito comunista.
Nella Margherita, invece, si leccano ancora le ferite causate dallo scandalo che ha coinvolto l’ex tesoriere Luigi Lusi.
Vicenda che merita una puntigliosa ricostruzione nel bilancio 2011.
Dalle «centinaia di assegni di piccolo taglio» per un totale di 869.793 euro «emessi dall’ex tesoriere», alle «spese di rappresentanza non idoneamente documentate per euro 95.653». Dalle «spese per euro 235.219 interamente riferibili a viaggi personali dell’ex tesoriere e/o di persone a lui riconducibili», a «servizi con conducente resi in prevalenza a favore dell’ex tesoriere per euro 167.309».
Fino alla cruenta stoccata finale: «Allo stato attuale risultano accertate operazioni illecite per un valore complessivo di circa 22 milioni di euro».
Nonostante ciò, sui conti correnti bancari della Margherita al 31 dicembre 2011 c’erano ancora più di 19 milioni. Nel bilancio della Lega Nord la storiaccia che ha portato all’espulsione di Francesco Belsito merita invece appena un fugace passaggio: c’è scritto soltanto che l’ex tesoriere «ha rassegnato le dimissioni» ed è stato sostituito.
Nulla, sul perchè.
Niente di niente.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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