Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL NO ALLA CERTIFICAZIONE ESTERNA DEI BILANCI DEI PARTITI: UNA DELLE PAGINE PIU’ SQUALLIDE DELLA STORIA DELLA REPUBBLICA
La classe dirigente al crepuscolo ha vissuto ieri un’altra delle sue surreali giornate. La Giunta per il regolamento della Camera ha respinto la proposta del presidente Fini di affidare la certificazione dei bilanci dei gruppi parlamentari a una società esterna. Perchè scomodare degli estranei quando gli onorevoli deputati possono giustificare le proprie magagne benissimo da soli?
Tanto più che la certificazione esterna li obbligherebbe a garantire la tracciabilità delle spese.
Addio a contanti e fuori busta, e instaurazione della dittatura delle ricevute e delle carte di credito.
Una scelta da Paese civile, quindi oltremodo antipatica ma fortunatamente scongiurabile, a patto che il controllo venga lasciato a chi ha davvero i titoli per esercitarlo: i controllati.
Naturalmente non è questa motivazione prosaica ad avere impreziosito le relazioni dei membri della Giunta.
Essi hanno preferito appigliarsi alla Costituzione, alla democrazia e alla libertà .
Ma appena il frutto delle loro cogitazioni è finito sulle agenzie di stampa è scoppiato il pandemonio.
I più lesti ad accorgersene sono stati due democristiani — Casini dell’Udc e Franceschini del Pd — che fiutando la rabbia degli elettori di centro e di sinistra si sono affrettati a smentire i propri rappresentanti in Giunta, dicendo che mai e poi mai avrebbero accettato una simile riforma consociativa e che anzi si sarebbero adoperati per fare certificare all’esterno i bilanci dei loro gruppi parlamentari.
Nessun segnale apprezzabile è venuto invece dal Pdl, nonostante i suoi elettori siano persino più arrabbiati degli altri.
Il partito che fu di Berlusconi ha preferito osservare l’ennesimo minuto di silenzio in morte di se stesso.
Alla fine il nuovo strappo fra Palazzo e Paese è stato in parte scongiurato e, fra un inciampo e un tentennamento, la Casta continua la sua opera di redenzione fuori tempo massimo.
Cavour ammoniva che le riforme vanno fatte un attimo prima che i cittadini ne avvertano l’esigenza.
Invece l’autoriforma della politica sta avvenendo in ritardo, a singhiozzo, e solo per il costante stimolo dell’opinione pubblica.
Appena giornali e associazioni si distraggono un attimo, quelli ci riprovano.
E quando la magistratura scoperchia gli scandali come alla Regione Lazio, imponendo uno scatto quantomeno di dignità , alle promesse iniziali di sfracelli seguono brodini caldi che ancora qualche tempo fa ci sarebbero apparsi saporiti, ma adesso risultano inesorabilmente sciapi.
Se Renata Polverini avesse bloccato la proliferazione (con relativi benefit) dei gruppi consiliari composti da una sola persona o avesse tagliato le ventotto auto blu del garage laziale quando tutti glielo chiedevano, avrebbe raccolto consensi.
Oggi che di auto ne toglie ventitrè, i cittadini non applaudono.
Semmai guardano con dispetto alle cinque rimaste, immaginando che serviranno a saziare i bisogni mobili del presidente del Consiglio regionale Abbruzzese, quel tizio impermeabile alla vergogna che ha dichiarato al nostro giornale di avere urgente necessità di due vetture sovvenzionate dai contribuenti, una per muoversi a Roma nel corso della settimana e l’altra per curare il collegio elettorale di Cassino durante il weekend.
La sensazione è che, malgrado gli sforzi dei politici più avveduti, all’opera anche ieri, il rapporto di fiducia fra questa classe politica e il Paese sia saltato definitivamente. Ormai basta un equivoco o un dettaglio sospetto — il classico capello sulla giacca che allarma la moglie più volte tradita, dunque diffidente — perchè il disgusto, la nausea e la disistima tornino a prendere il sopravvento.
Il ricambio della nomenclatura di destra e di sinistra non è un capriccio populista, ma la condizione perchè gli italiani ricomincino a fidarsi dei loro rappresentanti.
Per tentare di restituire alla politica il prestigio perduto non è rimasto che un modo: cambiare le persone che la fanno.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
ECCO TUTTI I CONTI PER LA “SQUADRA” DELLA POLVERINI…SOLO UNO DEI QUINDICI ASSESSORI ELETTO DAI CITTADINI…SONO 17 I CAPIGRUPPO, OTTO FORMAZIONI COMPOSTE DA UN SOLO CONSIGLIERE
Cinque milioni di euro all’anno paga la Regione Lazio per i 14 assessori chiamati
dall’esterno. Solo uno dei 15 uomini della giunta è stato eletto dai cittadini.
È un altro primato del Lazio: in Lombardia, 4 su 16 sono gli assessori nominati.
C’è dunque un esecutivo di tecnici nella Regione della capitale? Non sembrerebbe a scorrere il curriculum degli uomini di giunta.
Molti sono i “bocciati senza esami” alle regionali 2010, quando la lista del Pdl venne esclusa, complice l’attacco di fame di quell’Alfredo Milioni che, a ridosso del time out per la consegna dei nomi dei candidati, se ne andò a mangiare un panino.
I vitalizi
Non è l’unico regalo della governatrice Renata Polverini ai suoi fedelissimi. Dopo l’annuncio dell’abolizione dei vitalizi (da 3.100 euro mensili agli oltre 5mila) per la legislatura prossima, la presidente ha voluto una norma che garantisse una pensione d’oro agli assessori non eletti. Con costi che il gruppo dei Radicali stima in un milione di euro all’anno.
Tutti graduati
Con buona pace di tutti, non c’è consigliere senza gradi. Per i 71 eletti del Lazio sono 79 le poltrone occupate tra presidenze, vicepresidenze di commissione e segretariati d’aula.
Posti che valgono prebende ed emolumenti aggiuntivi a una retribuzione mensile di oltre dieci mila euro.
Così nel Lazio, con la metà degli abitanti della Lombardia (5 milioni contro 10), i consiglieri regionali incassano una retribuzione doppia di quella dei loro colleghi del “Pirellone”(10 contro 5mila euro).
E di cariche, in molti ne cumulano più d’una. Ecco così 4 segretari del Consiglio, 20 presidenti e 57 vice per le 19 commissioni (ce ne sono 8 in Lombardia, 15 per Camera e Senato) e per il comitato di controllo contabile.
Le commissioni erano 20 a fine maggio quando fu abolita quella per i Giochi Olimpici che ha resistito comunque quattro mesi dopo il ritiro della candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
20 milioni
Tra le altre cariche ecco quelle dei capigruppo, 17 in tutto.
Ma sono 8 i gruppi costituiti da un solo consigliere (5 di questi non sono stati neanche legittimati dal voto popolare) e costano sui 20 milioni all’anno.
Tutti i consiglieri, oltre alla diaria (4.252 euro al mese) e all’indennità di ruolo (4.003), godono dell’indennità di funzione che va dai 2.311 euro per il presidente del Consiglio, Mario Abruzzese, al minimo dei 594 euro dei vicepresidenti di commissione.
Rimborsi spese
Tanti annunci, ma stipendi, vitalizi e indennità sono rimasti gli stessi.
I rimborsi spese, invece, ritoccati all’insù per gli spostamenti con auto propria (40 centesimi al chilometro), continuano a essere corrisposti senza ricevute.
Basta l’autocertificazione. Si dichiara, per esempio, di aver trasferito il domicilio ai confini del Lazio nord o di quello meridionale e si lucra ogni giorno su carburante e usura auto. Ma sul “730”, oltre la metà dei consiglieri dichiara di non possedere una macchina e c’è chi non ha neanche la patente.
335mila euro
Conti alla mano, la Cisl Lazio stima che un consigliere valga quanto un appartamento, 335mila euro all’anno, il 20% in più rispetto al 2009.
Sono lievitati di 5 milioni e 300mila euro, passando dai 109 milioni 700mila ai 115 milioni. Sarebbero dovuti scendere a 103: uno scarto di 9 milioni.
Solo per le spese di manutenzione degli immobili che ospitano il Consiglio, la Regione spende 10milioni di euro all’anno.
Le consulenze esterne
Con una delibera approvata da maggioranza e opposizione, è stato speso in sei mesi un milione 60mila euro per affidare a 45 esperti “bipartisan” tra i quali vari ex assessori ed ex consiglieri regionali, «studi dei regolamenti regionali», «progetti di finanza attiva», «cura della comunicazione per il garante dei detenuti» e via elencando.
Carlo Picozza e Laura Serloni
(da “la Repubblica“)
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Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
PDL NEL CAOS, ORMAI E’ GUERRA PER BANDE… DOMANI CONSIGLIO REGIONALE STRAORDINARIO
“Io non ci sto”. Renata Polverini non ha alcuna intenzione di farsi rosolare a fuoco lento sulla graticola dei ricatti e dei veleni incrociati che stanno dilaniando il Pdl regionale, sempre più preda di una guerra tra bande che ha ormai travalicato i confini locali mostrando tutta l’inanità di una dirigenza nazionale incapace di prendere qualsiasi decisione, persino quella di espellere l’ex capogruppo Fiorito indagato per peculato.
“Io non ci sto a farmi coinvolgere nelle beghe di un partito allo sbando, a essere confusa coi ladri”, ha ribadito ieri la governatrice del Lazio, sibilando ai fedelissimi quelle quattro parole che da giorni le frullano in testa: “Ora basta, mi dimetto”.
Proposito annunciato ai vari responsabili della sua maggioranza che fino a notte fonda si sono affacciati nel palazzone della regione.
E che stavolta sia qualcosa più di una minaccia – già ripetuta altre volte, nel tentativo estremo di farsi rispettare dagli ex colonnelli di An e Fi che l’hanno sempre considerata un corpo estraneo – lo dimostra la convocazione, domani, di un consiglio straordinario per “comunicazioni urgenti”.
È nell’acquario della Pisana, l’aula a forma di emiciclo isolata dai vetri blindati, che la sindacalista già finiana, poi folgorata dal verbo berlusconiano, potrebbe annunciare il suo addio alla Regione.
Una strategia studiata a tavolino che prevede due subordinate, a seconda dalle risposte che arriveranno nelle prossime: dimissioni senza condizioni, che le consentirebbero di proporsi come l’unica faccia pulita di una politica sporca, mettersi sul mercato portando in dote la sua lista civica e provare il gran salto in Parlamento (magari con l’Udc, anche se il corteggiamento di Storace è assai più stringente); dimissioni condizionate a un cambio di registro radicale, della serie “o tutti quelli che sono marci o me ne vado”.
Un aut aut rivolto a tutti i partiti, non solo al Pdl: o il consiglio regionale approva subito una legge che tagli di netto i costi della politica, a cominciare dai fondi destinati ai gruppi, affidando l’esame delle fatture al Segretariato generale e il controllo alla Guardia di Finanza; oppure stop, game over, si va a casa.
È frustrata la governatrice, agitata, arrabbiata.
All’indomani della pubblicazione dei dossier su vacanze, auto di lusso, ostriche e champagne pagati dai pidiellini con soldi pubblici, si sarebbe aspettata uno scatto d’orgoglio: un segnale chiaro dal segretario Angelino Alfano, al quale aveva chiesto provvedimenti esemplari contro Fiorito e gli altri consiglieri coinvolti nello scandalo; l’azzeramento delle cariche all’interno del gruppo per ripartire daccapo con volti meno compromessi; una sforbiciata seria alle indennità e ai rimborsi che il presidente del consiglio, Mario Abbruzzese, avrebbe dovuto predisporre in tempi brevi per dare una risposta all’indignazione popolare.
E invece niente: non una sola delle sue richieste è stata esaudita.
Ecco perchè ora è necessario forzare. Per dare una scossa. Giocarsi il tutto per tutto alla roulette russa delle dimissioni.
Una manovra che pare sortire subito i primi effetti. “Per quanto ci riguarda Fiorito è già fuori dal partito”, tuona Alfano in serata, precisando come l’espulsione non dipenda da lui, “la sospensione è la sanzione massima che io come segretario, a norma di statuto, posso irrogare”.
Oggi poi toccherà al gruppo regionale riunirsi per sostituire Francesco Battistoni, uomo vicino all’europarlamentare azzurro Antonio Tajani, che a fine luglio una congiura forzista promosse al posto di Fiorito, fedelissimo del sindaco Gianni Alemanno.
Un blitz che in molti lessero come un’opa lanciata dagli azzurri sul Campidoglio e sul suo inquilino, al quale inviare un messaggio chiaro: se vuoi ricandidarti devi fare i conti con noi.
La prova di quella guerra fratricida che ha precipitato nel caos il Pdl locale, creato non pochi imbarazzi a Via dell’Umiltà , provocato la crisi del governo Polverini.
Un incendio che, a dispetto dei pompieri in campo, non accenna a spegnersi. La miccia innescata nell’aprile 2010 dal famoso panino di Alfredo Milioni, il funzionario di partito che in preda a un attacco di fame ritardò a presentare la lista romana del Pdl e ne causò l’esclusione dalle elezioni regionali.
È allora che comincia la battaglia tra ex An ed ex Fi per accaparrarsi i posti migliori, in giunta e nelle aziende; il “tutti contro tutti” tra correnti.
L’ultimo tra berlusconiani doc: la componente che fa capo a Tajani contro quella guidata dal segretario capitolino Gianni Sammarco, cognato di Cesare Previti. Altissima la posta in palio: poltrone, prebende e soldi.
Tanti soldi. Come quelli gestiti dal capogruppo in Regione.
Sullo sfondo, il banchetto più prelibato: le candidature alle Politiche del 2013.
Anna Borgognoni
(da “La Repubblica“)
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Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
RESPINTA LA RICHESTA DI ACCATTONAGGIO DI FLI DI UN LISTONE COMUNE: “CI AVREBBE DANNEGGIATO, PRESTEREMO LORO QUALCHE CANDIDATO FORTE PER RAGGIUNGERE IL QUORUM”…”CONVINTO DI VINCERE, IN CASO CONTRARIO DISPOSTI A UN ACCORDO SIA CON IL CENTRODESTRA CHE CON IL CENTROSINISTRA”
“Con chi mi alleerò in caso di sconfitta? È un problema che non mi pongo: sono certo che sarò io il prossimo presidente della Regione”. Gianfranco Miccichè, in quel momento, scioglie le briglie.
Fino a quel punto, nella conferenza stampa organizzata a Villa Igiea aveva tenuto, tutto sommato, un profilo basso. Toni tenui. Nessun accenno ai rivali. Nessun paragone calcistico-giudiziario. Nessun annuncio di disinfestazioni amministrative.
Alle sue spalle, un cartellone blu, dove troneggia una “E” accentata che ricorda (e qui forse il leader di Grande Sud farà gli scongiuri), la “O” di Aricò. Il candidato sindaco di Palermo che fu appoggiato da Mpa, Mps e Fli.
Gli stessi che oggi sorreggono la candidatura di Miccichè e che accolgono in platea la “sentenza” sulle liste: “Nessun listone unico, noi andremo da soli, così come il Partito dei siciliani. Mentre Mps e Fli comporranno una lista comune”, e osservano il dribbling dell’ex sottosegretario sulla difficoltà di conciliare la richiesta di “liste pulite” con le possibili candidature di Franco Mineo e Riccardo Minardo: “Faremo qualcosa — ha detto Miccichè — ma l’esperienza di amici che sono stati accusati e poi scagionati mi invita a essere prudente”. Insomma, si vedrà .
Oggi, però, era il giorno della presentazione del programma della coalizione.
Un programma che “poggerà su tre pilastri”.
Il primo: una legge sulla quale Miccichè e i suoi collaboratori avrebbero lavorato per anni. Una norma in grado di operare una svolta nella burocrazia siciliana, snellendo l’iter per le concessioni e per gli investimenti.
Secondo pilastro: i rapporti con l’Unione europea. “La squadra di governo — dice Miccichè — dovrà essere capace di dialogare direttamente con le istituzioni europee, senza il tramite del governo nazionale.
Terzo e ultimo “caposaldo” del programma miccheiano, un ruolo nuovo per il Presidente della Regione: “Io sarò un governatore e non un amministratore. Questo vuol dire che governerò i processi politici. In pratica, mi prenderò la responsabilità di fare delle scelte, di fissare delle priorità . Il governo che porterà avanti tutto, in caso di vittoria alle elezioni, sarà composto da politici. Basta con i tecnici”, annuncia Miccichè.
Nel momento in cui dovesse essere necessaria un’alleanza in Assemblea: “Noi non abbiamo vincoli, nè col centrodestra, nè col centrosinistra”.
Il “noi” è rappresentato dalla coalizione. Che alla fine, non confluirà , come invece richiesto da Fli, in un’unica lista: “Questa strategia ci avrebbe danneggiato. Ma rappresentiamo un’alleanza coesa e solidale. Se servirà per raggiungere il quorum in alcune province, non è escluso che qualche candidato forte di Grande Sud o del Partito dei siciliani possa correre nella lista di Mps-Fli”.
Insomma, una coalizione “a vasi comunicanti” dove sarà possibile “prestarsi” i candidati.
Accursio Sabella
(da “Sicilia Live”)
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Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
MAOMETTO RITRATTO COME IMPOSTORE E MENTRE FA SESSO… GIRATO DA UN EBREO CALIFORNIANO, PRODOTTO DA EGIZIANI COPTI RESIDENTI NEGLI USA
«L’innocenza dei musulmani». Si chiama così il lungometraggio che ha scatenato l’attacco
in Libia in cui sono morti l’ambasciatore Usa Chris Stevens e tre funzionari americani.
Girato dal regista californiano Sam Bacile – che descrive se stesso come ebreo israeliano -, prodotto da egiziani coopti emigrati negli Stati Uniti, il film è stato postato su YouTube e accusa Maometto di essere un impostore, lo mostra mentre fa sesso, invoca «massacri» e denuncia le stragi dei cristiani in Egitto.
IL FILM
Il regista – 56 anni, agente immobiliare che ora si trova in un luogo segreto -, aveva parlato prima dell’attacco di Bengasi al Wall Street Journal
Il film, che dura due ore, è costato circa 5 milioni di dollari ottenuti – ha spiegato Bacile – grazie alle donazioni di un centinaio di persone di origine ebraica.
Realizzata in circa tre mesi nell’estate del 2011 in California, alla pellicola hanno lavorato circa 60 attori e uno staff tecnico di 45 persone.
Obiettivo del film, aggiunge Bacile, è presentare il personale punto di vista del regista, secondo il quale «l’Islam è una religione piena d’odio, un cancro». «La pellicola è un film politico, non un film religioso» ha detto ancora Bacile.
RESPONSABILITA’
Contattato al telefono dopo l’attacco, Bacile ha ammesso che non si aspettava una reazione così furiosa e si è detto dispiaciuto per la morte del funzionario Usa ucciso nel consolato di Bengasi.
Ma ha attribuito la responsabilità per l’accaduto alla mancanza di adeguate misure di sicurezza. «Penso – ha affermato – che il sistema di sicurezza nelle ambasciate non funziona. L’America dovrebbe fare qualcosa a questo proposito».
Bacile ha anche aggiunto che per il momento ha respinto le offerte di distribuzione del filmato: «Il mio piano è di produrre una serie di 200 ore».
IL REVERENDO
Tra i promotori del film – evidenzia la stampa Usa – c’è anche il pastore Terry Jones, che in passato ha diverse volte bruciato copie del Corano innescando proteste in tutto il mondo arabo.
Il pastore Jones, ha reso noto di voler mostrare uno spezzone di 13 minuti nella sua chiesa di Gainesville, in Florida.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
PIACE LA NUOVA FORMULA: FACEBOOK INSIEME AI BILIARDINI
Un semplice bastoncino di ghiacciolo a bloccare la gettoniera del calcio balilla così da giocare con la stessa monetina a oltranza, fino a sera, la mamma arrivata a strillare che dai basta, è ora di cena; lo stridere del gesso sulla lavagna nell’aula di catechismo per la lezione della domenica; le caramelle sfuse, liquirizie per lo più, vendute dalle vecchiette volontarie al bar e, diamine, implacabili nel non regalarne mai una di quelle caramelle custodite nei barattoloni di vetro oggi tremendamente vintage (ai mercatini dell’usato possono costare la loro cifra).
Ecco, vintage.
Infatti piantiamola: non esiste più l’antico oratorio. È cambiato, s’è rinnovato, rivoluzionato.
HAPPENING NAZIONALE
Ha chiuso domenica tra Bergamo e Brescia il primo happening nazionale degli oratori organizzato dal Foi, il Forum nazionale degli oratori.
Happening e mica summit, vertice o altre parole sostenute.
L’oratorio versione contemporanea.
Il biliardino? Certo e però c’è anche Facebook sul quale ogni buon oratorio è iscritto. La lavagna? Per il catechismo certi sacerdoti non disdegnano l’uso di internet e pc.
E i dolcetti? C’è poco da perder tempo a mangiare, comincia il corso di teatro e intanto c’è chitarra e in una stanza fanno il giornalino e nell’altra inglese.
E le vecchiette del bar? All’università di Perugia c’è un master post laurea che forma giovani operatori negli oratori.
Una domanda: in nome dell’aggiornamento si perde un velo di romanticismo? No, forse, chissà . Questi stessi oratori sono ancorati all’Italia. In ogni senso. All’happening– stand e interventi di docenti universitari di psicologia, pedagogia, scienze sociali– partecipa anche un oratorio di Scampia, che prima di accogliere i ragazzi deve tirarli fuori dalla camorra.
DON MARCO
Il Foi è presieduto, ti spiegano in fase di presentazione, da «un giovane prete in gamba. Ci parli».
Si chiama don Marco Mori, ha ben 37 anni però secondo l’italiana concezione è per l’appunto un ragazzo, un pivellino.
Don Marco ha una voglia matta di fare e ha chiare le linee programmatiche: «Nuove sfide, nuove tecnologie, nuove frontiere.
Per sfide intendo l’integrazione, tema sul quale noi adulti abbiamo tantissimo da imparare dai bambini che, è probabile, ci aiuteranno a superare pregiudizi e blocchi mentali.
L’oratorio è uno straordinario, privilegiato punto d’osservazione». La generale fiducia, respirata anche all’happening in corso, ha la forza dei numeri.
MEZZO MILIONE DI RAGAZZI
Sono 6.500, gli oratori in Italia.
La scorsa estate hanno ospitato un milione e mezzo di piccoli e adolescenti con una crescita del dieci per cento causata/agevolata dalla crisi (la famiglia resta a casa, i figli vengono spediti dal don, ci penserà lui, questione di usato garantito e sicuro).
In fondo l’oratorio è gratis, eccetto sopportabili quote d’iscrizione.
Dei 6.500, quasi 5 mila sono nel Nord Italia, dove l’oratorio è nato e ha avuto i suoi pionieri.
L’oratorio, nel Sud, è meno una tradizione, il che non impedisce una recente riscoperta dalla Sicilia alla Campania, come c’è fermento in Centro tra Lazio e Umbria.
Una geografia nazionale e non regionale se non addirittura provinciale che merita, torniamo a don Marco, «una rete. C’è bisogno che gli oratori si parlino, condividano preoccupazioni e prospettive».
Del resto in oratorio non ci sono barriere e non ci sono test d’ingresso da superare. Don Giovanni Bosco, a un bimbo poverello e timido che temeva di venir escluso, lasciato fuori, disse: «Sai fischiare? Bene. Chi sa fischiare può entrare ». In pratica tutti quanti. Don Samuele Marelli, 36 anni, è responsabile degli oratori per la diocesi più grande al mondo, quella milanese.
«Siamo una realtà presente però a volte silenziosa» dice con orgoglio e forse amarezza. Uno diventa grande, all’oratorio, ripetono dall’happening di Bergamo e Brescia. Già , i luoghi. Nulla è per caso.
GRANDI BAMBINI
A Bergamo e Brescia sono nati Giacinto Facchetti e i fratelli Baresi, figli dell’oratorio, amati come calciatori e come uomini, simboli di fedeltà , di regole, di serietà .
Non è una ricetta impossibile. È chiaro, semplice e alla portata, l’oratorio.
Per la cronaca il nome preciso dell’happening è la sigla H1o (cioè primo happening degli oratori), simile alla formula chimica dell’acqua. Anzi, l’anticipa perfino d’un numero. §
Andrea Galli
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
DEMOCRAZIA DEL BROGLIO TRA PRIMARIE TAROCCARE, TESSERE INVENTATE E CONGRESSI FINTI
Chi è senza peccato scagli la prima tessera. 
Da destra a sinistra, tutti contenti oggi che è esploso il “caso Favia”, ma andando a pescare nel passato recente quanto a trasparenza interna trovi storie degne di “Totò e Peppino vanno alle primarie”.
Trovi partiti con più iscritti che votanti, altri che hanno tesserato novantenni inconsapevoli, perfino avversari politici.
Sarà dura per il Pdl puntare il dito contro i grillini dopo un anno di scandali e polemiche sulle tessere del partito.
Spuntano come funghi dopo la pioggia: ieri non c’erano e oggi ci sono. Regione che vai scandalo che trovi.
Tutto comincia nel 2011, mentre nei sondaggi il Governo Berlusconi naviga sotto quota periscopica.
Eppure in due mesi il suo partito passa da poche migliaia a un milione di tessere.
Riesce a recuperare una cifra vicina ai 12 milioni di euro moltiplicando il numero delle persone iscritte ai partiti che diedero vita al Pdl (An contava 250 mila iscritti, Fi circa 400 mila).
Ma la politica in Italia, si sa, sfida le leggi di gravità : in centinaia si sono trovati iscritti al Pdl senza aver compilato personalmente la richiesta.
Tra questi, minorenni, gente che ha perso la carta di identità , allettati o malati. E poi chi ha prestato il documento a un assessore “per aiutare un amico” e perfino dipendenti di politici iscritti in blocco.
Da gridare al miracolo.
Ma non basta: prima ancora che arrivino i dati ufficiali già dentro il Pdl si cominciano a “pesare” le tessere conquistate da ogni singolo leader: nel Lazio, dove c’è circa un quarto dei tesserati al Pdl, vanno forte gli ex-An, vicini a Fabio Rampelli e Gianni Alemanno che lottano a colpi di decine di migliaia di tessere.
In Lombardia, prima ancora di conoscere i dati definitivi, Roberto Formigoni e Ignazio La Russa si contendono il primato.
Più che trasparenza sembrerebbe preveggenza.
O chissà che altro. Già , a occuparsi del tesseramento Pdl in alcune regioni — Lombardia, Puglia e Campania per dire — più che la politica sono le forze dell’ordine.
A Bari la polizia deve individuare l’uomo che ha pagato un pacchetto di iscrizioni al partito prima del congresso cittadino.
A Modena lotta in casa. La deputata Isabella Bertolini scatena l’ira dell’ex sottosegretario Carlo Giovanardi. Sembra perplessa perchè in alcune zone i modenesi parrebbero improvvisamente “rapiti” dal Pdl.
Non solo: il 99 per cento dei nuovi tesserati vengono dalla Calabria. Giovanardi, sdegnato, respinge ogni accusa.
Insomma, difficile scagliare la prima pietra.
Ma il centrosinistra non sta molto meglio.
Inutile infierire sul caso Lusi con il tesoriere della Margherita che avrebbe sottratto 25 milioni senza che praticamente nessuno se ne accorgesse.
Alla faccia della trasparenza. Già , la Margherita, passata alla storia anche perchè sembrava avere più iscritti che voti.
A Roma i seguaci passano in una manciata di anni da 20mila a 50mila.
Intere famiglie si ritrovano iscritte a loro insaputa.
A Milano l’allora segretario Nando dalla Chiesa affronta di petto la questione e si rivolge alla Procura: in uno sfogo amaro parla di partito che sa mettere insieme area cattolica e laica, ma anche “area laida”.
Al congresso del 2001 le anime dei Ds si scambiano accuse tra il teatrino della politica e quello della commedia: i sostenitori di Fassino vorrebbero l’annullamento di 1200 tessere (quasi tutti pescatori presi all’amo) che a Manfredonia, nel collegio di Pietro Folena, avrebbero fatto aumentare il partito del 600 per cento.
Il correntone risponde: “E i dirigenti della Uil arruolati in blocco dai fassiniani per esempio a Mirafiori…”. Uno pari e palla al centro.
Eccola la trasparenza sempre più invisibile.
La democrazia interna che a volte scoppia: vedi le primarie Pd, gioiosa macchina da guerra contro gli avversari che talvolta diventano arma bianca per regolare conti interni.
Do you remember Napoli e Palermo? Andrea Cozzolino era stato il recordman delle preferenze, già sognava di regnare sotto il Vesuvio.
Poi, mentre il leader Pier Luigi Bersani si complimenta con i dirigenti del Pd locale, Walter Veltroni solleva dubbi: “In un video ho notato che a Napoli votavano molti cinesi. O erano cinesi democratici, o c’era qualcosa che non va. Se c’è una sola ombra, bisogna intervenire”.
Cinesi, ma non solo, agli immigrati a quanto pare il Pd piace.
Prendete Sarzana, dove alla vigilia dello scontro Bersani-Franceschini le tessere sono esplose: nel giro di un mese aumentano quasi del trecento per cento.
Ecco romeni, albanesi, marocchini, macedoni, un libico, un olandese e un canadese.
Se il Pd è incompreso in patria, riscuote successo all’estero.
E pensare che proprio dai vertici Pd-Pdl-Udc è arrivata nei mesi scorsi la proposta di legge sulla trasparenza dei partiti.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
FLI ALLE PROSSIME COMUNALI DI ROMA PENSA A CROPPI, MA E’ TENTATO DI STRINGERE UN ACCORDO CON LA MELONI
I pranzi nella Capitale posso essere molto divertenti in certi giorni. 
Si fanno incontri curiosi, come quello di oggi.
Passo poco dopo le 13 per piazza di Pietra per andare verso Fontana di Trevi e vedo una bella coppia seduta su una poltroncina all’esterno del Salotto 42, noto locale al centro della Capitale dove di solito parte lo struscio al tramonto tra un aperitivo e un altro.
I due sono volti noti della politica romana.
Lui è Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura che Alemanno ha accompagnato alla porta nel momento in cui si è legato a Futuro e Libertà . Lei è Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia legata a doppio nodo a Fini col compito di occuparsi del coordinamento cittadino di Fli.
I due inciuciano, dico io lanciando un tweet mentre li supero.
Parlano di politica, del futuro del Campidoglio e mangiano un’insalata (come mi racconterà Alessandro Bolis, rispondendo al mio tweet, che dice di averli sentiti al telefono).
Di sicuro parlano del Comune di Roma che verrà , perchè Fli vuole un suo candidato (probabilmente proprio Croppi) magari presentato attraverso una lista civica.
Ma queste sono cose note, non c’è nulla di strano se due romani dello stesso partito mangiano un’insalatina al centro di Roma.
E infatti il punto non è questo.
A pasto finito, Umberto e Flavia si alzano per una passeggiata.
Non sarà lunga.
Passano per Montecitorio e s’infilano in via degli Uffici del Vicario dove c’è la famosa gelateria Giolitti. Vogliono prendere lì il caffè.
Ma attendono, prima di entrare.
Pochi minuti e arriva Giorgia. Sì, avete capito bene, Giorgia Meloni.
Che trio, ragazzi!
L’ex ministro della Gioventù, la romana del Pdl che tutti vedrebbero candidata a sindaco al posto di Alemanno, se ne va in pieno centro storico a prendere un caffè con due “pezzi grossi” di Fli a Roma.
Non deve essere proprio un incontro casuale.
Infatti non lo è.
A quanto pare Croppi e Perina si sarebbero visti con la Meloni per capire se l’ex ministro ha veramente in mente di candidarsi.
I due avrebbero fatto capire a Giorgia che, qualora facesse il grande passo, Futuro e libertà sarebbe dalla sua parte.
Insomma, i finiani della Capitale appoggerebbero ben volentieri la Meloni sindaco e stringerebbero con lei, e tutti i “Rampelliani” (l’area legata a Fabio Rampelli), un accordo elettorale.
Del resto, se per Umberto e Flavia un Pdl guidato da Alemanno sarebbe insostenibile, al contrario un Pdl guidato da Meloni sarebbe la chiave per provare a salire al Campidoglio.
(da “il Portaborse.com”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LE ORE TRASCORSE IN UN PARCO AL PRENESTINO TRA GENTE UMILE, ANZIANI SOLI, EMARGINATI, IMMIGRATI E LE LORO STORIE… CON LA CONVINZIONE CHE SONO LORO I REFERENTI DI CHI VUOLE FARE POLITICA E NON CHI DI POLITICA CI CAMPA
Faccio un bilancio di quest’estate trascorsa in città ,da “minus Habens”,in senso economico (anche se qualcuno pensa che lo sia anche in senso ..mentale).
E’ stata un’estate difficile per il clima, che mi ha fatto vivere male per le difficoltà materiali, a cui non ti abitui mai abbastanza, ma assolutamente positiva per le persone che ho avuto modo di conoscere.
Come tanti che non possono permettersi vacanze, ho trascorso molte ore in un parco, a villa Gordiani, per l’esattezza, splendida villa ingiustamente trascurata dall’amministrazione comunale; si trova in periferia, al Prenestino e due entrate sono rivolte verso un gruppo di case popolari,da cui provenivano molti frequentatori, sopratutto nelle ore serali; ho avuto modo di parlare con tanta gente, che i benpensanti definirebbero “umile”.
La maggior parte di noi possedeva un cane, rigorosamente meticcio e quasi sempre trovatello e quindi avevamo già tanto di cui chiacchierare, pavoneggiandosi ciascuno delle prodezze del proprio amico peloso.
Ma poi gli argomenti variavano, per fortuna poca politica e molta vita quotidiana.
Ho conosciuto gente splendida, una ragazza tossica, o quasi, che ce la sta mettendo tutta, sgobbando come un mulo, a fare le pulizie con una delle tante ditte in circolazione, dalle 4 di mattina alle 12, anche il giorno di ferragosto e muovendosi con i “mezzi” da un punto all’altro della città e che è fiera di sapersi tenere il suo lavoro.
Ho conosciuto due trans, verso i quali ho sempre avuto una certa repulsione e che, giustamente diffidenti all’inizio, poi ti spiegano la scelta difficile che hanno fatto e come ciò che hanno considerato una svolta di libertà si è poi rivelata fonte di umiliazioni ed emarginazione, diventati puri strumento di arricchimento per squallidi papponi.
Ho riso tantissimo con alcuni gay, non di loro ma con loro, canzonandomi loro per la mia ciccia ed io per il loro manierismo, ma il tutto fatto senza malizia. Mi sono commossa conoscendo tanti anziani soli, la cui unica compagnia è un cane e la cui maggiore preoccupazione non è la propria sopravvivenza, ma che gli acciacchi del loro amico peloso abbiano la meglio sull’amore che li lega.
Ho fatto un brindisi con l’aranciata al compleanno di una bambina ecuadoregna, che può camminare solo con il tutore e che, senza bambini con cui giocare, ha trovato in questa umanità varia zii e zie, nonne e nonni e amici,che hanno (abbiamo) intonato gli auguri per lei.
Perchè scrivo tutto questo?
Perchè quest’ estate romana mi ha confermato nella sensazione che covavo da tempo e cioè che l’attività politica che ho cercato di fare in questi 16 anni (tanti sono) da quando mi sono trasferita qui è stata inutile, autoreferenziale, avulsa dalla realtà e troppo spesso utile solo a portare acqua al mulino di qualche politico di professione.
Ho ricordato i tanti anni impiegati a fare il consigliere comunale in una città toscana, la commissione di politiche sociali di cui ho sempre voluto far parte, ciò che ho potuto concretamente fare per i più deboli, per i più fragili, confrontandolo al politichese da cui mi sono lasciata colpevolmente travolgere nella “capitale” e ho deciso che basta così.
Da ora in poi tornerò con i piedi per terra, tra la gente normale, e vaffanculo a chi di politica ci campa.
A. B.
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