Novembre 2nd, 2020 Riccardo Fucile
“INTELLETTUALE LUCIDO E APPASSIONATO”
“E’ con grande dolore che ho appreso la notizia della scomparsa, nel giorno dell’ottantesimo compleanno, di Gigi Proietti. Attore poliedrico e versatile, regista, organizzatore, doppiatore, maestro di generazioni di attori, erede naturale di Ettore Petrolini, era l’espressione genuina dello spirito romanesco”. Così lo ricorda il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una dichiarazione.
“Alla grande cultura, alla capacità espressiva eccezionale, frutto di un intenso lavoro su sè stesso, univa una simpatia travolgente e una bonomìa naturale, che ne avevano fatto il beniamino del pubblico di ogni età . Desidero ricordarlo anche come intellettuale lucido e appassionato, sempre attento e sensibile – prosegue il Presidente – alle istanze delle fasce più deboli e al rinnovamento della società ”.
“Alla signora Sagitta, alle figlie Susanna e Carlotta, ai suoi collaboratori e ai tanti suoi allievi desidero far giungere il mio più profondo cordoglio, a nome della Repubblica, e sentimenti di vicinanza personale”, conclude.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2020 Riccardo Fucile
AURORA, 22 ANNI, DOVEVA ENTRARE AL PRONTO SOCCORSO CON IL PAZIENTE A BORDO, OTTO ORE DI ATTESA… OGNI GIORNO IN TRENO E, QUANDO NON E’ DI TURNO, FA ANCHE LA VOLONTARIA DEL 118: “QUANDO TORNO A CASA RINGRAZIO DIO PERCHE’ HO FATTO IL MIO DOVERE”
Stremata, distesa come può sul volante dell’ambulanza del 118. Ha fatto il giro del web la foto che
ritrae l’infermiera Aurora Tocco ed è già diventata una delle immagini simbolo di questa seconda ondata di coronavirus.
La 22enne stava attendendo da otto ore il tampone per un paziente Covid, davanti a Villa Sofia a Palermo. Lo scatto è stato postato su Facebook da un collega dell’infermiera.
“Sto pensando a ciò che ho vissuto assieme alla mia èquipe, vestiti per otto ore di fila con un sospetto in ambulanza poi positivo. Otto ore interminabili e ancora non è finita”, ha scritto il soccorritore.
L’intervento, infatti, è cominciato alle 10 del mattino e si è concluso solo alle 18, quando si è avuto l’esito del tampone molecolare risultato positivo.
Nelle tende attrezzate del pre triage all’esterno dell’ospedale ci sono malati positivi che aspettano di essere visitati e poi trasferiti nei reparti Covid 19.
Nel frattempo, il personale sanitario con il malato a bordo resta in ambulanza, con l’equipaggio che non può muoversi e il paziente preso in carico che attende il suo turno
Aurora lavora all’Ospedale dei Bambini di Palermo, ma quando non è di turno sale sui mezzi del 118 “per la passione, per il mio impegno, la spinta che mi fa alzare la mattina” racconta a Live Sicilia.
“Sono una ragazza fortunata e mi aiuta molto la riconoscenza delle persone, quando andiamo per servizio. Qualcuno pensava che il Covid fosse tutto una finzione e adesso che, purtroppo, è positivo, si rende conto della realtà . Il Coronavirus è un nemico invisibile. Ma c’è chi lo nega anche per paura. Io vivo a Cinisi con la mia famiglia, ogni giorno prendo il treno. Sognavo di lavorare in un ospedale a sedici anni, quando frequentavo la scuola. La medicina è il mio sogno da sempre, come lo studio del corpo umano, questa macchina bellissima che può incepparsi”.
Noi non siamo eroi, siamo persone. Vinceremo la battaglia per merito di tutti. Cosa penso la sera, sul treno, quando torno? Ringrazio Dio perchè ho fatto il mio dovere. Non lo facciamo per lo stipendio, lo facciamo per gli altri. Ora mi scusi, sono arrivata”.
(da Fanpage)
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Ottobre 23rd, 2020 Riccardo Fucile
L’ABBRACCIO SUL TETTO E’ COMMOVENTE: QUESTA E’ L’ARMA DI CUI GLI ITALIANI SONO ORGOGLIOSI
Si stava per gettare nel vuoto dal tetto di casa sua, ma sono intervenuti i Carabinieri che
l’hanno convinta a scendere. Il suicidio è stato sventato mercoledì 21 ottobre nella periferia di Roma.
Non tutti in questo periodo di difficoltà riescono ad affrontare la vita allo stesso modo. E la signora che era salita sul tetto era di fronte a un crollo psicologico.
Un passante l’ha notata e ha subito chiamato i carabinieri. Appena avvisati, i militari dell’Arma sono intervenuti. Sono saliti sul tetto dove si trovava la donna, si sono avvicinati e l’hanno convinta a desistere da quel suo gesto estremo.
Sulla pagina Facebook dei Carabinieri si legge: “Contrastiamo il crimine, vigiliamo sulla sicurezza dei cittadini, ma soprattutto rispondiamo alla vostra richiesta di aiuto”. Poi il post prosegue: “Ieri eravamo anche seduti su un tetto accanto a qualcuno in difficoltà per abbracciare il suo dolore, garantire la nostra presenza e donare la speranza in uno sguardo”
Il timore di poter essere contagiati, di perdere il lavoro, di restare chiusi a casa può essere insopportabile per alcune persone. È questo il motivo per cui da quando è iniziata l’emergenza Covid-19 la Regione Lazio e alcune strutture del Servizio Sanitario Nazionale hanno attivato uno sportello di ascolto psicologico.
Basta chiamare il numero verde 800 118 800 oppure uno di quelli delle Asl di Roma. Alcuni sono attivi tutto il giorno, 24 ore su 24, altri solo parte della giornata. È sufficiente consultare la lista. Una parola di conforto può essere d’aiuto ed evitare guai ben peggiori.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
“AMO IL MIO LAVORO MA A DICEMBRE MI SCADE IL CONTRATTO”
Infermiera precaria di 33 anni. Michela Mainardi, è una degli eroi che combattono quotidianamente il Covid.
Sul volto sono ben evidenti i segni dei dispositivi che le proteggono bocca e occhi. Li ha appena tolti per una breve pausa pranzo dopo ore passate nel Covid-hospital realizzato con i moduli nel parcheggio dell’Ospedale del mare di Ponticelli.
Michela, mamma di una bimba di 16 mesi, sorride, sembra un ritratto di Jorit.
A dicembre le scadrà il contratto, ma adesso non ci pensa.
Si è buttata a capofitto nel lavoro: doppi turni, 12 ore al giorno, per assistere i pazienti colpiti dal Covid: “C’è carenza di personale e abbiamo dato la massima disponibilità – dice l’infermiera-mamma-precaria – la situazione è sempre più complicata e i reparti si sono riempiti”.
Paura e senso di smarrimento sono gli altri nemici da combattere insieme alla patologia: “La maggior parte dei ricoverati è spaventata – afferma l’infermiera – i pazienti vivono un senso di smarrimento a essere in un reparto con dieci posti letto senza finestre e senza avere percezioni di quello che avviene all’esterno. E il decorso di questa malattia è del tutto imprevedibile. Ci sono gli anziani, ma abbiamo avuto anche pazienti 17enni e 20enni. Io sono felice di lavorare in questo Covid-center, qui mi sento più protetta e mi danno la possibilità di fare il lavoro che amo”.
(da agenzie)
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Ottobre 20th, 2020 Riccardo Fucile
IL PROPRIETARIO LO PREMIA CON 700 EURO
Ha trovato uno zaino abbandonato, ha visto che conteneva oltre ad alcuni effetti personali
ben settemila euro in contanti e anche un blocchetto di assegni in bianco e senza pensarci due volte si è presentato in Questura per consegnarlo e aiutare gli agenti a rintracciare il legittimo proprietario.
Il bel gesto che vede protagonista un trentunenne tunisino arriva da Rimini. Il giovane aveva visto lo zaino su una sedia di un locale della città , in zona San Giuliano: a dimenticarlo era stato un imprenditore del posto di quarantanove anni che, uscito dal locale in via Ortigara, aveva poggiato lo zainetto coi soldi su una sedia
Il giorno successivo il trentunenne ha portato lo zainetto ritrovato in Questura. A quel punto gli agenti ben presto sono risaliti all’identità del proprietario e oggi l’uomo che aveva perso il prezioso oggetto ha voluto incontrare di persona il giovane tunisino per ringraziarlo e regalargli la somma di 700 euro per “premiare” il senso civico dimostrato.
Una somma che sicuramente serve all’uomo, da poco disoccupato in quanto lavoratore stagionale. “Quel ragazzo è un buon samaritano”, fanno sapere dalla Questura di Rimini parlando di una prova di onestà e umiltà .
La storia che arriva da Rimini per fortuna non è unica nel suo genere. Qualche settimana fa si era resa protagonista di un bel gesto simile un’altra persona attualmente senza lavoro, una donna di trenta anni di San Cataldo (Caltanissetta) che dopo aver trovato un portafoglio ricolmo di banconote, con all’interno ben 1.850 euro in contanti, ha subito avvisato i carabinieri e consegnato i soldi. Anche in quel caso grazie a lei i militari hanno potuto rintracciare il proprietario, un ventisettenne del posto.
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile
IN ITALIA L’OPPOSIZIONE ALIMENTA IL CONTAGIO DANDO CATTIVI ESEMPI, FLIRTANDO CON I NEGAZIONISTI E ALIMENTANDO ODIO SOCIALE… CAPACI SOLO DI CHIEDERE SOLDI A FONDO PERSO PER LE CATEGORIE CHE PENSANO DI RAPPRESENTARE
Pare che Conte, bruciato da due precedenti inviti rifiutati dal circo Barnum sovranista, non
abbia intenzione di “coinvolgere” l’opposizione nella gestione dell’emergenza coronavirus, come gli consigliano altri settori della maggioranza (leggi Pd e settori del M5S).
Politicamente la “collaborazione istituzionale” è uno strumento per far fronte comune di fronte a una emergenza e smorzare le polemiche quotidiane (ricordate i famosi banchi monouso che sarebbero mancati in tutte le scuole e di cui oggi nessuno parla più?)
Premettiamo che siamo favorevoli, in linea di principio, al convolgimento di tutte le forze politiche e sociali quando è in discussione la salvezza del Paese, ma a una condizione: che l’apporto si traduca in un valore aggiunto, non in squallide rivendicazioni di “ciò che si è ottenuto in cambio”.
Un esempio concreto c’e’ stato in Portogallo, ad esempio, dove una destra “con senso dello Stato” ha azzerato le polemiche e si è messa a disposizione del premier socialista.
Conte in un paio di occasioni ha forzato la sua presunzione, inferiore comunque a quella del “so-tutto-io” di Salvini e della Meloni (il che è tutto dire), e ha invitato le forze di opposizione a un tavolo di discussione.
La prima volta rifiutarono l’invito a Villa Pamphili in quanto “sede non istituzionale”, la seconda, il 1 luglio, Conte li invitò a Palazzo Chigi ma telefonò prima alla Meloni e Salvini ebbe un attacco isterico e fece saltare il confronto per “lesa maestà “.
Questo per dire le cose come stanno.
Nel frattempo, per tutta la durata dell’emergenza, l’opposizione (ad esclusione di Forza Italia) non ha fatto altro che polemizzare su tutto, continuare a pretendere che il governo elargisse soldi senza indicare dove prenderli, votando contro o astenendosi in Europa su ogni aiuto possibile all’Italia, dando il cattivo esempio (vedi mascherine non usate) e contribuendo a diffondere il virus, flirtando persino con il manicomio negazionista.
Ne deriva una semplice evidenza: questi sovranisti NON HANNO SENSO DELLO STATO, per non dire che perseguono finalità eversive, caso unico in Europa.
Se il governo accoglie una loro richiesta che non c’entra una mazza con il Covid, rivendicano la cosa come se avessero vinto chissà che .
Un esempio? La Meloni aveva chiesto, tra altre due banalità , un occhio di riguardo per la ricostruzione post-terremoto. Richiesta legittima ma che non ha alcun nesso con il Covid. Conte l’ha accolta e inserita nel decreto e il giorno dopo Fdi la sbandierava come se avessero “costretto” il governo a chissà quale cedimento.
Tutto solo per darsi un’immagine di chi “tutela i terremotati” quando farebbero prima a chiedere di muovere il culo ai loro governatori, visto che amministrano le regioni terremotate.
Per non parlare di Salvini che voleva prima 20 miliardi, poi 50, poi 100, destinati a tutti i benestanti che lui rappresenta (la Meloni si accontentava di 1.000 euro a tutti, anche i poveracci), salvo poi rimanere senza parole quando il governo ha stanziato in effetti 100 miliardi a pioggia (sbagliando clamorosamente, visto che l’hanno incassato anche soggetti che hanno 100.000 euro in banca).
Leggetevi le dichiarazioni di Salvini negli ultimi sei mesi: condoni agli evasori, miliardi a fondo perso ad aziende che non hanno in realtà mai chiuso (vedi nel Bergamasco), meno tasse così entrano meno quattrini, no ai prestiti a tasso zero perchè i soldi si regalano.
Salvo, dove governano come in Lombardia, aver sfasciato la sanità pubblica per far guadagnare miliardi alle cliniche private.
No, con una opposizione in malafede non si discute, con chi non ha senso dello Stato non ci si siede a un tavolo, è solo tempo perso.
Il governo pensi a governare piuttosto, tutelando la salute e la vita degli italiani, senza guardare in faccia nessuno, compreso chi vuole fare l’imprenditore senza accettare il rischio d’impresa e pensa solo a intascare gli utili (quando ci sono) e socializzare le perdite, scaricandole sullo Stato (e quindi su chi le tasse le paga).
Conte abbia il coraggio di chiudere quello che va chiuso, secondo i consigli degli scienziati, non ci prenda in giro con ridicoli cambi di orari di esercizi commerciali che non servono a una mazza.
L’economia, lo insegna la Storia dell’umanità , si riprende sempre, anche cambiando il tenore di vita dei cittadini, la vita umana no.
E quando si è morti, sai cosa ce ne frega del conto in banca.
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Ottobre 13th, 2020 Riccardo Fucile
PUBBLICATI I TESTI POETICI DEL MILITANTE MORTO PER SCIOPERO DELLA FAME… “DI LUI TI POTEVI FIDARE, ERA CORAGGIOSISSIMO”… “GLI OPPRESSORI SOPRAVVIVONO SOLTANTO SE NON LI AFFRONTI”
Il martirio è un tratto classico, quasi archetipico, di ogni movimento libertario nella storia dell’umanità , inevitabile conclusione drammatica di quella che ha i tratti tipici della tragedia greca: il sacrificio di una figura cardine per il bene della collettività .
La storia del movimento repubblicano irlandese ne è zeppa. Particolarmente frequente è la scelta dell’autocancellazione attraverso la morte per inedia, modalità prediletta dell’attivista irlandese nei secoli per immolarsi alla causa.
La lotta indipendentista dell’Irlanda per liberarsi dal giogo britannico ha dovuto fare i conti, tra le varie violenze e i vari soprusi, persino con la scelta delle forze di occupazione di nutrire forzatamente chi aveva deciso di lasciarsi morire, talvolta ottenendo esattamente ciò che si stava tentando di evitare: la morte del ribelle, soffocato dal cibo che gli veniva schiaffato in gola.
Nel 1981, però, quando i militanti dell’IRA, l’Esercito Repubblicano Irlandese (Irish Republican Army), rinchiusi nei famigerati H-Blocks del carcere di Long Kesh, indissero uno sciopero della fame per far conoscere al mondo l’intransigenza cieca e la pervicacia del primo ministro britannico Margaret Thatcher, sordo alla semplice richiesta di un trattamento più umano e, soprattutto, della concessione dello status di prigionieri politici, nessuno fu nutrito forzatamente.
A capo di quel gruppo di giovani votati al martirio c’era Bobby Sands, il più alto in grado tra i prigionieri dell’IRA a Long Kesh, un veterano del carcere seppur giovanissimo, con sette anni di reclusione alle spalle, malgrado la sua età fosse di soli 26 anni.
E Bobby Sands, il capintesta della clamorosa protesta, sapeva bene che, dopo il fallimento di un altro sciopero della fame nel 1980, stavolta chi vi avesse preso parte sarebbe andato fino in fondo, conscio che la Lady di Ferro non si sarebbe mai piegata alle rivendicazioni di quelli che considerava terroristi spietati.
E lo sapeva pure Margaret Thatcher, che non ebbe mai il minimo tentennamento, per lo meno in pubblico, e il minimo slancio di solidarietà per quei ragazzi votati alla morte.
Oggi, finalmente, è disponibile in italiano l’intera raccolta di poesie e pagine di prosa che Bobby Sands scrisse a Long Kesh.
Scritti dal Carcere (Edizioni Paginauno, traduzione di Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni, pagg 270, euro 18), anticipato dall’ottima introduzione di Riccardo Michelucci, uno dei due traduttori, ci restituisce un Bobby Sands poeta commovente e fine dicitore, un autore a cui la dedizione alla causa strappò la giovinezza, impedendogli di realizzare il sogno di diventare un artista compiuto
Le sue liriche accorate, probabile retaggio della tradizione cantautorale irlandese oltre che della nobile stirpe dei poeti dell’isola, non possono essere scevre dal profondo senso di ingiustizia regnante nelle celle degli H-Blocks, dagli aneliti di libertà (espressi soprattutto attraverso la ricorrente metafora dell’uccello che riesce, malgrado tutto, a spiccare il volo), dalla speranza in un mondo migliore e in un’Irlanda libera.
Sam Millar, oggi stimato autore di noir come I cani di Belfast (pubblicato in Italia da Milieu), ha condiviso con Bobby Sands diversi anni di reclusione negli H-Blocks.
Una sottile parete divideva la sua cella da quella di Bobby e spesso i due si scambiavano messaggi e battute, quasi sempre in gaelico, per eludere la sorveglianza dei secondini, per rivendicare la propria identità culturale e pure per stizzire le guardie carcerarie, in larga parte protestanti e, dunque, lealiste, ovvero fedeli alla corona britannica e al relativo governo.
Millar resta un irriducibile e non ha mai digerito gli accordi che portarono alla fine del secondo conflitto angloirlandese del secolo scorso. Il suo ricordo di Bobby è tuttora vivissimo
“Bobby era una ragazzo normalissimo, fatta eccezione per il suo coraggio, naturalmente. Ma era una persona umile che amava la musica e, che ci si creda o meno, il calcio inglese. Sono certo che facesse il tifo per l’Aston Villa. Ovviamente, talvolta poteva essere una persona serissima, ma, nel periodo trascorso insieme negli H-Blocks, bisognava tirarci su di morale e non essere sempre seri. Gli piaceva fare scherzi ai compagni di prigionia ed era un narratore formidabile. L’ultima volta che lo vidi di persona fu alla fine del primo sciopero della fame, conclusosi in un disastro, dato che eravamo davvero convinti che gli inglesi avrebbero mantenuto la parola data, ovvero cambiare la condizione di noi prigionieri negli H-Blocks. Ovviamente, non lo fecero. Se l’avessero fatto, non ci sarebbe stato un secondo sciopero della fame e Bobby e i suoi nove compagni oggi sarebbero ancora in vita”.
Cosa faceva di lui un leader?
Ci sono uomini che vengono scelti per un ruolo di leadership; altri fanno di tutto pur di salire al vertice. Bobby, invece, era un leader naturale, una di quelle persone di cui ti potevi fidare e nelle cui mani potevi mettere la tua vita. Non ti avrebbe mai chiesto di fare qualcosa che non fosse lui stesso pronto a fare.
Qual è il ricordo più vecchio di Bobby che lei serbi?
Quando prese parte alla protesta della coperta, quella in cui ci rifiutammo di indossare le normali divise carcerarie e, pertanto, fummo costretti a restare nelle celle, dove facevamo i bisogni e vivevamo tra i nostri stessi escrementi. Io la facevo da un paio d’anno e, dunque, lo prendevo in giro, dicendogli che lui era un semplice apprendista e io il veterano.
Che ricordi ha dell’inizio dello sciopero della fame?
Come ho già detto, Bobby era l’ufficiale in capo dei prigionieri e fece un giro delle celle per comunicarci che gli inglesi avevano fatto marcia indietro rispetto alle promesse fatte nel corso del primo sciopero della fame. Era invecchiato notevolmente e si vedeva che portava un pesante fardello sulle spalle, ben sapendo che avrebbe condotto il prossimo sciopero della fame e che probabilmente sarebbe morto per mano della Thatcher. Vederlo in quello stato mi spezzò il cuore. Non me lo scorderò mai.
Quale eredità Bobby lasciò al mondo intero, non solo all’Irlanda?
Il suo messaggio è chiaro: gli oppressori sopravvivono soltanto se non li affronti o se ti aspetti che a combattere per te sia qualcun altro. Le persone che parteciparono alla protesta della coperta e allo sciopero della fame cambiarono l’Irlanda per sempre. Avevamo attaccato gli inglesi e loro pensavano di aver vinto. Invece, come il tempo ha dimostrato, gli inglesi magari vinsero quella battaglia particolare nei confronti dei prigionieri (e pure quello non è così certo), ma, nel complesso, la guerra l’abbiamo vinta noi. Persone che prima non avevano mai sostenuto l’IRA iniziarono a farlo. Ecco come lo Sinn Fèin ha finito per essere la forza partitica dominante in tutta l’Irlanda.
Ci fu mai un atteggiamento solidale da parte di qualche guardia carceraria?
Odio i secondini. Li ho sempre considerati dei sadici codardi che non sono mai stati portati di fronte alla giustizia per ciò che hanno fatto a prigionieri inermi e nudi. Tuttavia, devo ammettere di averne personalmente conosciuto uno che era una brava persona e che ha cercato di alleviare le nostre sofferenze negli H-Blocks. Lo ho citato per nome nel mio memoir di successo, On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese.
Come pensa che avrebbero reagito Bobby Sands e gli altri nove giovani morti con lui nello sciopero della fame del 1981 di fronte agli accordi di pace del Venerdì Santo 1998?
Non parlo mai per i morti, a differenza di certi politici che sembrano convinti di poterlo fare ogni giorno. Lo trovo profondamente offensivo. I repubblicani sono estremamente divisi sugli accordi del Venerdì Santo. Qualcuno pensa che un accordo migliore non fosse raggiungibile; altri, come me, pensano che Gerry Adams e i membri della sua banda chiamata Sinn Fèin ci abbiano svenduti e che noi abbiamo ottenuto pochissimo dagli inglesi in cambio della rinuncia alle armi. Ogni tanto, mi capita di sentire un politico dello Sinn Fèin dire che, se oggi Bobby fosse vivo, sosterrebbe Gerry Adams e gli accordi di pace. È una sciocchezza assoluta e mi fa ribollire il sangue dalla rabbia perchè non potremo mai sapere cosa ne avrebbero pensato Bobby e gli altri nove ragazzi morti con lui. Chi sostiene di poter parlare a nome dei morti dovrebbe cercare lavoro come chiaroveggente o venditore di fumo.
(da Globalist)
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Ottobre 11th, 2020 Riccardo Fucile
QUESTA SERA SU “NOVE” IL DOCUMENTARIO REALIZZATO GRAZIE A PREZIOSI FILMATI FORNITI DALLA FAMIGLIA
Ci sono uomini che grazie al loro operato riescono a diventare dei simboli, e come tali
passare alla storia. Paolo Borsellino è uno di questi.
Il magistrato palermitano è diventato con Giovanni Falcone il simbolo della lotta alla mafia e di una fedeltà allo Stato assoluta, spinta fino al sacrificio della propria vita.
La sua è una storia affascinante ed esemplare, che viene ora ricostruita nel film documentario “Paolo Borsellino — Era mio padre”, nuovo episodio della serie “Nove racconta”, prodotto da Verve media company andrà in onda domenica 11 ottobre alle 21:25 sul Nove, il canale generalista di Discovery (e già disponibile su Dplay Plus).
A differenza di altre opere incentrate sul magistrato ucciso dalla mafia nell’attentato di via D’Amelio a Palermo, il 19 luglio del 1992, il racconto di questo documentario ha un surplus di emotività , essendo costruito su una lunga lettera scritta dal figlio Manfredi, attualmente funzionario di polizia in Sicilia.
Così al centro del documentario non c’è soltanto l’attività di magistrato di Borsellino ma si riesce a fare luce anche su alcuni suoi momenti privati, grazie a filmati originali provenienti dalla famiglia: integrati dalle preziose testimonianze degli amici più stretti, suoi e di sua moglie Agnese, questi filmati forniscono un ritratto per molti versi inedito di uno dei fondatori del pool antimafia di Palermo.
Il documentario ripercorre poi tutte le tappe più importanti della carriera di Borsellino, una carriera spesso costellata da difficoltà e gli ostacoli che il magistrato ha dovuto affrontare nel suo impegno quotidiano per cercare di smantellare l’organizzazione di Cosa Nostra.
Uno dei momenti più importanti riguarda ovviamente il racconto degli anni del maxiprocesso nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, a Palermo. Un processo che portò alla sbarra più di 450 imputati e che per la prima volta permise di assestare un colpo alla mafia siciliana.
Per arrivare a quel procedimento il pool lavorò per anni, spesso in condizioni difficili e sotto la minaccia continua degli uomini della mafia corleonese.
Viene così ricordato quando i magistrati del pool, Falcone e Borsellino in testa, furono trasferiti nottetempo al carcere dell’Asinara, in Sardegna, in modo da poter concludere la requisitoria del processo in condizioni di sicurezza, dopo che alla procura di Palermo erano giunte voci di attentati in preparazione.
Ma quella di Borsellino è stata sempre una vita in prima linea. Tanto che anche quando, tra il finire degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, si staccò dal pool per trasferirsi a Marsala, entrò nel mirino di Matteo Messina Denaro, l’attuale numero uno di Cosa Nostra, tuttora latitante.
E poi il ritorno a Palermo, dopo il massacro di Capaci, in cui perse la vita l’amico fraterno Giovanni Falcone, insieme alla sua compagna e agli uomini della scorta.
Borsellino è stato un uomo capace di camminare per lungo tempo con la morte al fianco, eppure, pur conscio di essere di fatto un condannato a morte, non solo non ha indietreggiato di un passo nella sua missione lavorativa, ma è anche stato capace di mantenere una serenità all’interno della famiglia fino agli ultimi momenti.
E anche in questo caso risultano preziosi i filmati privati girati in famiglia, grazie ai quali si può vedere un Borsellino con il suo indistinguibile sorriso e la battuta sempre pronta, godersi l’ultima vacanza sulla neve a Capodanno del 1991, e concedere qualche gesto di tenerezza verso i suoi affetti più cari.
Ma parlare di Borsellino significa non fermarsi alla sua biografia, per quanto ricca e importantissima. C’è un “dopo” che ancora oggi tiene banco.
E nel documentario viene quindi affrontata la complessa indagine per risalire a mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio.
A 28 anni di distanza da quei fatti e dopo cinque processi, rimangono ancora molte zone d’ombra su quello che qualcuno ha definito come il depistaggio più grave della storia italiana recente. Filmati e audio originali di intercettazioni, interrogatori e sopralluoghi accompagnano il racconto di Fiammetta e Salvatore Borsellino (rispettivamente figlia e fratello minore di Paolo), che sono i principali artefici di una battaglia per la verità sul movente dell’attentato e sulla sparizione dell’agenda rossa del magistrato, che conteneva probabilmente materiale per qualcuno troppo scottante.
(da Fanpage)
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Ottobre 10th, 2020 Riccardo Fucile
L’INFANZIA TERRIBILE IN NIGERIA DOVE MANTENEVA I FRATELLI DOPO LA MORTE DELLA MADRE
Dall’infanzia difficile in Nigeria al sogno Napoli: l’incredibile ascesa di Victor Osimhen che,
sui canali ufficiali del club azzurro, ha raccontato la sua struggente storia.
«Sono nato e cresciuto in Nigeria, in un posto vicino Lagos chiamato Olusosun – le parole dell’attaccante classe 1998 – Sono cresciuto in un ambiente molto umile, è stato molto difficile per me. Mia madre è mancata quando ero piccolo, tre mesi dopo mio padre ha perso il lavoro. È stato un periodo molto difficile per me e i miei fratelli e sorelle, dovevo vendere acqua nelle strade trafficate di Lagos per poter sopravvivere. Io e i miei fratelli. È stato molto difficile, così come il posto da cui sono venuto. È un luogo in cui non c’è speranza, dove nessuno ti dice di credere in te».
«Faccio tutto questo perchè credo che il calcio sia l’unica speranza per me e la mia famiglia – dice ancora Osimhen -, per poter vivere una vita dignitosa. Se aveste chiesto alle persone del luogo, ti avrebbero detto che non sarebbe uscito nulla di buono dalla famiglia di Victor. Sono felice di dove sono ora, ho imparato a non abbattermi e a credere in me stesso. Ho visto mio padre faticare nella vita. Penso che questo mi abbia insegnato molto durante la crescita. La mia infanzia è stata dura, a differenza di altri bambini che magari se la godono. Io, al contrario, lottavo per sopravvivere, ero impegnato a guadagnare da vivere, per me e la mia famiglia».
La sua vita non è mai stata facile. «Sono andato via di casa che ero molto giovane – continua a raccontare il bomber del Napoli -. Vivevo in mezzo al traffico di Lagos, cercando di fare lavoretti come tagliare l’erba, fare commissioni per altre persone, prendere acqua per i vicini, per guadagnare qualche soldo per mangiare e aiutare la mia famiglia. La mia infanzia è stata dura, non c’è nulla che mi sia veramente piaciuto. Era sempre una lotta e questo mi ha aiutato a diventare quello che sono diventato».
Il Napoli lo definisce «un sogno che diventa realtà ». «Se qualcuno mi avesse detto tre anni fa che avrei giocato in una delle squadre più importanti al mondo non ci avrei creduto – prosegue – Ho trascorso momenti difficili al Wolfsburg, sono stato rifiutato da due squadre belghe e poi sono stato reclutato dallo Charleroi. La mia vita era parecchio stressante all’epoca. Se qualcuno mi avesse detto che avrei firmato per il Napoli avrei risposto che sarebbe stato impossibile. Ora credo che nulla sia impossibile. Ho continuato a lavorare e fare le mie cose e ora sono qui. È un sogno che si avvera e sono grato per questo».
Poi racconta l’estate del suo trasferimento: «ancora prima di firmare con il Napoli era come se facessi già parte della squadra. Moltissimi tifosi del Napoli mi scrivevano, mi parlavano della città . Io leggevo tutto. Mi dicevano che la città era bella, che la gente è meravigliosa. Non credo che a Napoli esistano persone razziste, non ho mai visto nulla del genere da quando sono arrivato. Quando sono arrivato a Napoli, è stato fantastico vedere la passione della gente per il calcio. Il Napoli è la loro vita e i tifosi darebbero qualsiasi cosa pur di vedere la squadra vincere. Penso di poter ricambiare e dare loro quello che vogliono, per essere amato ancor di più. Voglio ringraziarli per avermi spinto a fare questa giusta scelta. Penso che il 70% del lavoro per farmi venire qui lo abbiate fatto voi. Vi sono grato e spero di rendervi orgogliosi, dando tutto quello che ho». E ora un altro grande obiettivo: «Il mio sogno è vincere il premio per il miglior calciatore africano dell’anno. Devo fare ancora molta strada e sto lavorando, ma penso di essere sulla strada giusta. Non sarà semplice, ma il calcio è l’unica cosa che ho in testa ora, voglio concentrarmi su questo e sul Napoli. Didier Drogba è stato un esempio per me. Un giorno mi stavo allenando e mia zia mi ha chiamato, chiedendomi se sapevo chi le ricordavo. Mi ha detto di andare a vedere come giocava Drogba. Lì mi sono innamorato del suo modo di giocare e del tipo di persona che è».
(da “Il Mattino”)
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