Destra di Popolo.net

IL LEGHISTA BONI NON MOLLA LA POLTRONA: “NON MI DIMETTO”, LASCIA INVECE IL SUO CAPO SEGRETERIA DARIO GHEZZI

Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile

DICHIARATA INAMMISSIBILE LA MOZIONE DELLE OPPOSIZIONI CHE CHIEDEVA LE DIMISSIONI DELL’ESPONENTE LEGHISTA CHE SI AUTOASSOLVE   DA SOLO

Dario Ghezzi, capo della segretaria del presidente del consiglio regionale Davide Boni, si è dimesso dal suo incarico.
Lo si apprende da fonti vicine alla presidenza.
Ghezzi è indagato assieme a Boni nell’inchiesta per presunte tangenti.
Intanto il presidente del Consiglio regionale ha ribadito a margine della seduta la sua intenzione di non dimettersi.
Nessun passo indietro, ha detto, mentre la riunione dell’assemblea è sospesa per un incontro tra i capigruppo, «perchè sono innocente».
Più volte, negli scorsi giorni, Davide Boni aveva dichiarato di voler prendere la parola nel dibattito in aula sul caso che lo riguarda.
E’ probabile invece che non lo farà .
Letteralmente assediato dalle telecamere, Boni a fatica è riuscito a raggiungere il suo ufficio dietro l’Aula scortato da numerosi commessi.
Intanto ha inviato una lettera a tutti i consiglieri: «Ho svolto sino ad ora il mandato affidatomi dall’aula nel rispetto dello Statuti e del Regolamento; intendo proseguire su questa strada, dal momento che nessuna delle accuse che mi vengono rivolte può avere la minima influenza sul ruolo di rappresentanza che attualmente esercito».
La mozione delle opposizioni che chiedeva le dimissione del presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni, indagato per corruzione, è stata dichiarata inammissibile.
Con questo colpo di scena si è aperta l’assemblea al Pirellone sul caso tangenti.
Il centrosinistra ha protestato per la decisione della maggioranza.
Ora si attende la decisione dei capigruppo.
In difesa di Boni è intervenuto Renzo Bossi, il figlio del Senatùr eletto in consiglio regionale nel 2010. “Io le prove non le ho viste”, ha detto il Trota, come lo ha soprannominato il padre. “Conosco comunque i principi della Lega e non sono quelli, sono altri” rispetto al quadro che emerge sui giornali in questi giorni.

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GENOVA, IL GETTONE DEL DISONORE: CONSIGLIERI PRESENTI SOLO PER L’APPELLO, POI SI SQUAGLIANO MA INCASSANO 100 EURO A SEDUTA

Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile

TRAGICHE SEDUTE DI COMMISSIONE: C’E’ CHI NON SI TOGLIE NEANCHE IL CASCO, FIRMA LA PRESENZA E SE NE VA… TRA GLI ARTISTI DELLA “TOCCATA E FUGA” PRATICO’ E CENTANARO   (PDL), VACALEBRE (UDC), PIANA (LEGA), PROTO E DE BENEDICTIS (IDV)

Mercoledì scorso, a Genova, c’era un bel sole primaverile.
Così il consigliere comunale Aldo Praticò, del Pdl, si è presentato alla seduta della commissione alle 14.48 e ne è uscito alle 14.49, un minuto dopo.
Senza neppure togliersi il casco della moto, per fare più in fretta.
Per quel minuto di “lavoro” – ha risposto “presente” alla domanda “Praticò?” – riceverà  a fine mese 97 euro e 61 centesimi.
Il 16 febbraio aveva fatto la stessa identica cosa, il 15 febbraio era rimasto due minuti, il 23 gennaio tre e il 18 gennaio addirittura quattro.
Ogni volta che gli dicono “Praticò” e lui risponde “presente” fanno 97 euro e 61 centesimi.
Nelle ultime diciotto commissioni consiliari, Praticò ha vinto per nove volte il Trofeo “Prendi i soldi e scappa”: sei minuti, otto minuti, una volta addirittura quindici.
Non è il solo, naturalmente: Vincenzo Vacalebre, dell’Udc, alla vigilia di San Valentino, è rimasto in aula centottanta secondi, Andrea Proto dell’Italia dei Valori il 9 febbraio lo ha superato di pochi attimi.
E ogni volta, nelle loro tasche e in quelle di tutti gli altri consiglieri comunali che rispondono all’appello del presidente di una commissione, arrivano i 97 euro e 61 centesimi (lordi) previsti dal regolamento del consiglio comunale.
Repubblica ha monitorato per quasi due mesi – dal 17 gennaio al 7 marzo – l’andamento delle nove commissioni consiliari operanti nel Comune di Genova, citt�
dove a inizio maggio si andrà  alle urne.
La logica vorrebbe che alla vigilia dell’appuntamento elettorale i consiglieri uscenti dessero il meglio, per meritarsi la riconferma.
Ecco, allora, il capogruppo della Lega Nord, Alessio Piana, per qualche tempo in lizza per essere anche il candidato sindaco del Caroccio,   uscire – per nove volte su diciotto – ancora prima che scatti la “mezz’ora di decenza”: una volta resta otto minuti, due volte dieci, una quindici, una sedici.
La coppia di consiglieri dell’Italia dei Valori – sempre per restare tra i partiti che fanno del buon governo la loro bandiera – lo straccia ampiamente: Andrea Proto vince tre tappe (rispettivamente cinque, tre e dieci minuti) in tredici riunioni, mentre Francesco De Benedictis è il più veloce il primo febbraio (cinque minuti scarsi) ma se ne va repentino altre sette volte.
Non tutti sono uguali in questa hit parade della “Toccata e fuga”: più si va a sinistra, migliore è il comportamento.
I tre consiglieri di Rifondazione e Sel (Antonio Bruno, Arcadio Nacini e Angela Burlando) non compaiono mai in classifica, mentre il pattuglione del Pd (che è il gruppo consiliare più numeroso) ha soltanto qualche pecora nera.
“È una vera schifezza – tuona il presidente del consiglio comunale genovese Giorgio Guerello – questi signori sviliscono il senso della democrazia. Ad inizio del ciclo amministrativo abbiamo provato a cambiare le regole, senza riuscirci. Sono certo che il nuovo consiglio comunale si autoemenderà “.
In fondo basterebbe il “contrappello”, come al militare: basta un comma di due righe, che reciti “il gettone di presenza viene assegnato solo a chi è presente sia all’inizio che alla fine della seduta”.
Anche perchè ogni singola commissione costa 5.500 euro e se ne fanno una ventina al mese.
Il problema, infatti, è assicurare a ogni consigliere il massimo dei gettoni previsti, cioè diciotto: 1.800 euro lordi che sono – secondo quanto previsto dall’ultima Finanziaria – un terzo dello stipendio che si è assegnato il sindaco.
E dato che Marta Vincenzi, fin dall’inizio del suo mandato, ha deciso di riconoscersi lo stipendio più basso possibile per una città  oltre il mezzo milione di abitanti, anche i consiglieri devono “accontentarsi” di 1.800 euro.
A volte sono denari più sprecati del solito.
Il 15 febbraio la quarta commissione doveva discutere una pratica urbanistica: all’appello alle 9,40 hanno risposto in trenta (97 euro per trenta), ma un’ora dopo, i nove che erano rimasti si sono accorti che mancava un documento.
Niente paura, basta una nuova riunione.
Della commissione fanno parte 48 dei 50 consiglieri comunali e – si può star certi – accorreranno in tanti.

Raffaele Niri
(da “La Repubblica“)

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ADDIO TESSERA DEL TIFOSO, ARRIVA NEGLI STADI LA “FIDELITY CARD”

Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile

 SQUALLIDA POLEMICA DELL’EX MINISTRO PATACCA MARONI: “HANNO VINTO LE TIFOSERIE ULTRAS VIOLENTE E QUELLE SOCIETA’ COME LA ROMA CHE ERANO CONTRARIE E DI CUI LA CANCELLIERI E’ TIFOSA”:.. MAI VISTO UN MINISTRO DEGLI INTERNI , PER QUANTO INCAPACE COME MARONI, ACCUSARE IL SUCCESSORE DI ESSERE A FIANCO DEI VIOLENTI.

Addio alla famigerata Tessera del Tifoso. Sparisce il contestatissimo strumento di prevenzione e controllo voluto dall’allora ministro dell’Interno Maroni nell’agosto del 2009 ed entrato in vigore nella stagione 2010-2011.
Dopo soli due anni, dalla stagione 2012-2013, la tessera sarà  sostituita da una vera e propria ‘fidelity card’.
La nuova tessera “sarà  meno di controllo e più legata alla responsabilità  dei tifosi e dei club, con procedure snellite e molti servizi per chi se ne dota”, dice Antonello Valentini, direttore generale della Figc.
Mentre il capo della polizia, Antonio Manganelli, spiega che “manterrà  inalterate le sue caratteristiche fondamentali già  evidenziate negli ultimi due campionati, a cominciare dalla necessità  del suo possesso per le trasferte e gli abbonamenti”.
Fra i punti in discontinuità  con la precedente tessera invece il fatto che non ci possa essere alcun collegamento bancario, in altre parole il motivo per cui la vecchia tessera è stata considerata illegittima dal Consiglio di Stato.
E poi il principio della circolarità  della carta, che varrà  in tutti gli stadi italiani; la possibilità  di utilizzo anche per l’acquisto di biglietti per altre persone e la possibilità  di cessione a terzi. Inoltre, è allo studio anche l’abolizione del divieto di vendita dei tagliandi per il settore ospiti il giorno stesso della gara ai botteghini dello stadio.
Nonostante dal Viminale facciano sapere che “ha dato grandi risultati”, in realtà  la vecchia Tessera del Tifoso per come era strutturata non poteva sopravvivere.
Rilasciata dalle società  sportive solamente ai loro abbonati e previo nulla osta della questura competente (che comunicava l’eventuale presenza di motivi ostativi, come un Daspo in corso o condanne, anche in primo grado, per reati da stadio negli ultimi 5 anni), la tessera era l’unico modo per seguire la partita in trasferta nel settore ospiti, ma non solo.
Chi ne era in possesso infatti, “poteva” usufruire di determinati benefici di natura commerciale stabiliti dal club di appartenenza, oltre a convenzioni a livello nazionale con società  private come Ferrovie dello Stato e Autogrill. E questo è il punto.
Presentata come un sistema di prevenzione e controllo della violenza negli stadi, in realtà  la vecchia tessera si è rivelata essere una vera e propria carta commerciale imposta.
Rilasciata solo ai titolari di carte di credito, la tessera conteneva un microchip di tecnologia RFID, attraverso il quale appositi macchinari sono in grado di rilevarne i dati a distanza. Contrariamente al parere espresso dal Garante della Privacy poi, sulla vecchia Tessera del Tifoso era obbligatoria la fototessera.
Oltre a ciò, al tifoso non era permessa libertà  di scelta, perchè per seguire la sua squadra era costretto a “compiere un’operazione commerciale che non avrebbe altrimenti compiuto”. Come spiega nelle motivazioni del suo pronunciamento il Consiglio di Stato, che a dicembre ha stabilito l’illegittimità  della tessera.
“Brutta notizia per i tifosi che vanno allo stadio solo per divertirsi e non per menare le mani. Hanno vinto le tifoserie ultras e violente, hanno vinto quelle società  di calcio come la Roma (di cui è tifosissima la ministra Cancellieri) che mai avevano accettato le regole”.
Così scrive l’ex ministro Maroni sulla sua pagina facebook cercando la polemica politica. Quando è stato ampiamente dimostrato che il rilascio di questa famigerata tessera non solo non ha contrastato la violenza (i tifosi in trasferta, non potendo entrare nel settore ospiti, si infilavano nelle altre zone causando ulteriori problemi), ma aveva solo finalità  commerciali. Più realistico il commento del vicecapo dell’Osservatorio sulle Manifestazioni Sportive, Roberto Massucci: “La tessera del tifoso ha dato risultati straordinari (…) ora però spetterà  ai club valorizzare la funzione di fidelity card con sconti, agevolazioni e tutto ciò che riterranno necessario per aumentare il senso di appartenenza”.
E così la nuova tessera in vigore dall’anno prossimo, anche nel nome di ‘fidelity card’ si presenta per quello che è: non un argine alla violenza ma una carta commerciale a punti, tipo quella dei supermercati.

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CASO NIGERIA: AGENTI SEGRETI SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile

“BUCHI NELLA RETE ESTERA”, AGENTI IN RETROVIA…LA SCELTA DI MONTI DI NON NOMINARE UN RESPONSABILE PER I SERVIZI SUSCITA PERPLESSITA’…SI APRE LA PARTITA PER IL RINNOVO DEI VERTICI

Lo scontro diplomatico tra Roma e Londra apre la partita sul cambio al vertice dei servizi segreti.
E sul banco degli imputati finisce Adriano Santini, il direttore dell’Aise.
La sua audizione già  fissata per domani di fronte al Copasir, il comitato parlamentare di controllo, rischia di trasformarsi nella resa dei conti sull’operatività  della struttura di intelligence che ha competenza sull’estero.
Perchè – è questa la contestazione che viene mossa a livello politico – avrebbe dovuto essere in prima linea per riportare a casa Franco Lamolinara, l’ingegnere rapito in Nigeria e rimasto ucciso durante il blitz delle teste di cuoio britanniche.
E invece – almeno secondo quanto è stato accertato sino ad ora – nonostante la presenza di 007 italiani ad Abuja, la guida dell’operazione è sempre stata britannica e anche le informazioni trasmesse al vertice della struttura sono arrivate dai servizi collegati, raramente da fonte diretta.
È stato il presidente del Copasir Massimo D’Alema, neanche un’ora dopo la notizia del raid fallito, a evidenziare la necessità  di «chiarire il ruolo dei nostri servizi segreti e valutare le iniziative svolte in questo lungo periodo in relazione alla tragica vicenda».
Lo ha fatto nella consapevolezza che altri italiani sono tuttora nelle mani dei sequestratori, altre vite sono sospese in attesa di una trattativa che non si chiude. Negoziati spesso condotti da altri.
E allora nella partita entra anche la nomina del sottosegretario delegato, autorità  politica e figura indispensabile per cercare di ribaltare una situazione che sta esponendo sullo scenario internazionale la debolezza del nostro Paese.
Perchè bisogna riportare a casa i due marò detenuti in India, salvare Rossella Urru, liberare i marinai sequestrati dai pirati somali, conoscere la sorte di Giovanni Lo Porto rapito in Pakistan e di Maria Sandra Mariani sparita mentre era nel Sahara algerino.
I «buchi» nella rete estera
Sono oltre 2.500 gli agenti in servizio all’Aise. Tra loro ci sono almeno 1.500 «operativi». I numeri non possono essere precisi, però sono circa 200 gli 007 dislocati all’estero e distribuiti in una cinquantina di sedi.
Uffici che dovrebbero rivelarsi strategici nel controllo delle aree di crisi o comunque ritenute a rischio.
E invece nell’ultimo periodo si sarebbero aperte alcune «falle» nella linea di intervento, lasciando spesso gli italiani in retrovia anche quando si trattava di gestire casi che coinvolgono i nostri connazionali.
E dunque sarà  Santini a dover confermare se la sua linea – già  emersa nelle precedenti audizioni di fronte al Copasir – sia rimasta quella di privilegiare l’attività  di analisi rispetto a quella operativa.
Un lavoro di approfondimento che mette in primo piano l’acquisizione di informazioni anche con l’utilizzo di una tecnologia sofisticata, ma poi evidenzia carenze gravi quando si tratta di operare sul territorio.
Perchè è vero che rimane forte la presenza in Afghanistan – favorita anche dal fatto che il contingente militare è ancora impiegato – e in altre zone dell’Asia, ma in Africa solo pochissime aree sono «coperte» e questo ci costringe ad appoggiarci ai servizi di intelligence locale oppure a quelli degli Stati alleati.
Il canale con la Difesa
Ed è proprio il fallito blitz ordinato dagli inglesi che si è concluso con la morte degli ostaggi ad aver mostrato queste crepe, evidenziando nello stesso tempo una debolezza di gestione da parte dell’autorità  politica.
Perchè è vero che le comunicazioni trasmesse erano prevalentemente di seconda mano, ma a questo punto l’inchiesta condotta dal Copasir dovrà  accertare quale uso sia stato fatto delle informazioni acquisite e soprattutto quali fossero le reali intenzioni del governo per concludere la vicenda.
Appare accertato che almeno una settimana prima del blitz, un appunto trasmesso dagli 007 al ministro della Difesa Giampaolo Di Paola confermasse la presenza degli incursori britannici nella zona del sequestro, evidenziando la linea interventista degli inglesi.
Non c’è alcuna dipendenza gerarchica dell’Aise dal dicastero della Difesa.
E dunque il primo interrogativo da chiarire riguarda il canale di comunicazione: è stato diretto oppure l’informazione è passata prima da Palazzo Chigi?
In ogni caso, quando l’autorità  politica ha avuto certezza che i militari inglesi erano stati schierati, ci sono stati contatti tra i governi? Oppure il rapporto è rimasto a livello tecnico?
Si tratta di una questione cruciale per stabilire la correttezza dell’operato degli 007, ma anche per comprendere la capacità  di intervento di Palazzo Chigi e di pressione nei confronti di Stati con i quali vantiamo ottimi rapporti.
Anche tenendo conto che la Nigeria è uno Stato sovrano e al momento – al di là  di una telefonata di cordoglio del presidente Goodluck Jonathan arrivata nella serata di giovedì al presidente del Consiglio Mario Monti, seguita da una lettera che sottolinea «stima e amicizia» – non risulta che abbia consultato le autorità  italiane prima di dare il via al blitz condotto con gli inglesi.
Il sottosegretario delegato
Che cosa avrebbe fatto l’Italia se fosse stata preventivamente avvisata?
Nessuno al momento appare in grado di rispondere a questa domanda.
Anche perchè la questione non sembra essere stata neanche affrontata prima che si aprisse lo scontro diplomatico con la Gran Bretagna.
La scelta di Monti di non assegnare la delega ai servizi segreti comincia a suscitare perplessità , tanto che già  la prossima settimana i partiti che sostengono il governo potrebbero aprire la discussione su una rosa di nomi.
Il primo nodo da sciogliere riguarda però il metodo da seguire perchè si dovrà  decidere se nominare un nuovo componente di governo oppure designare uno dei sottosegretari già  in carica.
Sulla necessità  di procedere i partiti non sembrano comunque avere ormai più dubbi, anche per non venire meno a una prassi che si era consolidata negli anni scorsi quando il ruolo era ricoperto da Gianni Letta.
Quali siano i motivi di urgenza li spiega bene Emanuele Fiano, responsabile del settore sicurezza del Pd e per molto tempo componente del Copasir, che ha contribuito alla stesura della legge di riforma sui servizi: «Poter contare su un’autorità  delegata garantisce una connessione più veloce e più continua tra apparati di intelligence e governo.
Il presidente del Consiglio non può, ovviamente, garantire una conoscenza costante di tutti i dossier aperti e per questo la normativa ha previsto una figura di sua fiducia che a lui risponde, ma che sia in grado di occuparsi costantemente dell’analisi delle vicende e della risposta da fornire sia a livello tecnico, sia a livello politico interno e internazionale».
I vertici in scadenza
Non sono poche le questioni da dover affrontare, tenendo conto che a giugno scade il mandato del direttore del Dis Gianni De Gennaro e di quello dell’Aisi, il servizio segreto interno, Giorgio Piccirillo.
Il dibattito politico non si è ancora ufficialmente aperto, ma già  da settimane si accreditava la possibilità  che entrambi fossero prorogati per non mettere il governo tecnico nelle condizioni di dover compiere scelte politiche e dunque dover trattare un tema tanto delicato con tutte le forze che lo sostengono, ma anche con l’opposizione, come sempre avviene quando si tratta di rinnovare i responsabili degli apparati di sicurezza.
L’esito della partita adesso non appare più così scontato, anche tenendo conto che – al di là  dei pubblici attestati di stima – sembra affievolita la fiducia proprio nei confronti di Adriano Santini, l’unico che invece potrebbe rimanere al proprio posto senza che debba essere firmato alcun provvedimento.
In realtà  il suo nome era già  finito al centro di polemiche la scorsa estate, quando si era scoperto che si era fatto sponsorizzare dal faccendiere Luigi Bisignani proprio per arrivare al vertice dell’Aise.
Il governo guidato da Silvio Berlusconi non diede seguito agli attacchi, ma ora la sua posizione appare nuovamente indebolita.
E i motivi riguardano non i suoi sponsor, ma la gestione delle vicende che all’estero convolgono i nostri connazionali.
Da Rossella ai marò
Nei giorni scorsi l’Aise si era rivolto proprio ai colleghi dell’intelligence inglese, con i quali c’è una collaborazione costante e consolidata, per trovare un canale di trattativa con gli indiani che si mostri più efficace di quelli utilizzati sinora dalla diplomazia per ottenere la scarcerazione dei due marò.
Se in questo caso ad apparire debole è stata soprattutto la Farnesina, tutt’altra valutazione viene fatta per quanto riguarda il sequestro di Rossella Urru.
La liberazione della cooperante sarda portata via da un campo profughi in Algeria la notte tra il 22 e 23 ottobre scorso era stata annunciata una settimana fa dalla televisione araba Al Jazeera e aveva sorpreso tutti, tanto che per ore il ministero degli Esteri non era stato in grado di smentire o confermare la notizia.
Anche in quel caso si è avuta la sensazione che l’Italia non fosse in prima linea nella trattativa per ottenere il rilascio della donna e che ci fosse una evidente difficoltà  nella gestione di una informazione falsa che probabilmente serviva soltanto a far alzare il prezzo del riscatto.

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)

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L’EREDITA’ DI MARONI: A MILANO POLIZIA GIUDIZIARIA SENZA RISORSE, TRE AUTO PER 110 AGENTI

Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile

IL “BARBARO SOGNANTE” ERA IL PRIMO A PRESENTARSI IN TV PER PRENDERSI I MERITI DELLA CATTURA DI UN LATITANTE, MA NON AVEVA ALTRETTANTA SOLERZIA NEL TUTELARE L’OPERATIVITA’ DELLE FORZE DI POLIZIA

La squadra soffre per la mancanza di mezzi e strumenti.
Eppure il “capo” Antonio Manganelli, con i suoi 26 mila euro al mese, guadagna come venti dei suoi uomini
“Non riusciamo più a lavorare, a fare indagini. Noi crediamo nel nostro lavoro, lo facciamo con senso del dovere e con passione, al servizio della giustizia e dello Stato. Ma così non possiamo più andare avanti”.
Ad ascoltare le voci degli sbirri della squadra di polizia giudiziaria di Milano, si sente prevalere lo sconforto. “Non abbiamo strumenti per lavorare. Siamo 110 poliziotti e siamo rimasti con sole tre auto: una Alfa 156 e due vecchissime Punto. Una circolare del ministero dell’Interno ci impone infatti di consegnare, entro sabato 10 marzo, le targhe di altre quattro auto, che sono ormai fuori uso e non verranno nè riparate, nè sostituite”.
Da oggi, dunque, tre auto per 110 agenti.
La squadra di polizia giudiziaria presso il Tribunale di Milano è il gruppo interforze (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, in totale quasi 300 persone) che lavora per la procura di Milano.
Ha fatto le indagini sul caso Ruby e su altre mille inchieste dei pm milanesi.
La parte composta da agenti della Polizia di Stato è quella che soffre di più per la mancanza di mezzi e strumenti.
Il 31 dicembre 2011 è scaduto il contratto per la manutenzione delle macchine fotocopiatrici. Così adesso, quando se ne guasta una, nessuno la ripara. Tra qualche tempo gli agenti non potranno più fare fotocopie.
Non va meglio con i computer: soltanto una ventina sono efficienti, gli altri sono arrangiati, provenienti da altre amministrazioni, oppure personali.
“Alcuni di noi portano in ufficio il loro computer privato: sarebbe proibito, ma altrimenti come facciamo a lavorare?”.
Il punto più dolente è comunque quello delle auto.
L’ultima fornitura consistente dell’amministrazione risale al 1998: venti Fiat Punto che si sono via via ridotte a due.
Quando si guastavano non venivano più riparate.
I contratti d’assicurazione non erano rinnovati.
Ci sarebbero le auto confiscate: sette di queste erano state affidate dal giudice alla squadra di polizia giudiziaria, “ma il ministero ci ha detto che non ci sono fondi per rimetterle in strada e mantenerle”, dice un agente. “Così finiscono al Demanio dello Stato che le svende”. “Eravamo più attrezzati vent’anni fa”, dice sconsolato Carmelo Zapparrata, sostituto commissario nella squadra di polizia giudiziaria, ma anche segretario provinciale del Silp, il sindacato dei poliziotti della Cgil. “Nell’ultimo decennio abbiamo vissuto un lento declino, privati dei mezzi per lavorare. Dicono che bisogna investire nella sicurezza: ma noi vediamo che gli investimenti più elementari non vengono fatti. All’aumento della corruzione e della criminalità , si risponde con armi spuntate”.
La polizia giudiziaria compie il lavoro investigativo per i magistrati e dipende solo dal punto di vista funzionale dall’amministrazione di provenienza (i poliziotti dalla Polizia di Stato, i carabinieri dall’Arma, i finanzieri dalla Guardia di finanza).
“Ci sentiamo un po’ dimenticati dalla nostra amministrazione”, dice sottovoce Zapparrata.
Ci sono pochi soldi per i poliziotti, e ancor meno per quelli della polizia giudiziar ia.
Nelle indagini su Ruby, gli agenti hanno fatto fino in fondo il loro dovere, anche a costo di mettere in imbarazzo i funzionari della questura di Milano che in una notte di maggio del 2010 hanno subito le pressioni dell’allora presidente del Consiglio, il quale aveva chiesto di lasciar andare la minorenne fermata per furto.
Ora il Silp critica anche la sproporzione tra gli stipendi dei poliziotti e quelli del loro capo: Antonio Manganelli, con i suoi 26 mila euro al mese e più, guadagna come venti agenti messi insieme.
“Siamo i poliziotti peggio pagati d’Europa”, dice Zapparrata, “e abbiamo il capo più pagato d’Europa. Non importa. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro. Ci piace. Abbiamo il senso delle istituzioni. Però vorremmo almeno avere gli strumenti minimi per poter lavorare: i computer, le fotocopiatrici, le auto di servizio. Chiediamo troppo?”.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“VILLE, VIAGGI, ALBERGHI DI LUSSO: E LUSI NEGAVA I SOLDI PER LE ELEZIONI”. PARLA ANGELO ROVATI, L’EX BRACCIO DESTRO DI PRODI

Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile

“MARGHERITA E DS ATTACCATI AI RIMBORSI E LA LISTA DELL’ULIVO SALTO’”

Se non fosse che il termine, di questi tempi, ha assunto una connotazione vagamente negativa, si potrebbe dire che Angelo Rovati, 66 anni, un passato nella pallacanestro e una vita tra palazzi del potere e dell’imprenditoria, è stato a lungo «il bancomat» di Romano Prodi e delle sue sempre vittoriose (e sempre finite male) cavalcate politiche.
Un cercatore d’oro, Rovati, con il compito di ossigenare le campagne elettorali del Professore, che, non avendo alle spalle un partito e nemmeno tv, era costretto a drenare due torrenti: i privati e la politica.
Se con i primi Rovati se l’è sempre cavata egregiamente, con i partiti del centrosinistra sono spesso volati stracci quando si trattava di pecunia.
«Con Lusi ho avuto degli scontri violenti nel 2006 per far avere alla Fondazione Prodi un milione e mezzo di contributi da Ds e Margherita per la campagna elettorale delle Politiche, e adesso saltano fuori le ville, i viaggi, gli hotel…».
Aggrappati come l’edera ai loro tesoretti, i partiti.
Anche a costo di pesanti ricadute politiche: «Ma lo sa – prosegue Rovati – perchè nel 2006, in vista di elezioni politiche decisive, non si riuscì a presentare al Senato, a differenza della Camera, la lista Uniti nell’Ulivo? Per una questione di rimborsi elettorali: Margherita e Ds non volevano rinunciarvi…».
Con il rischio, puntualmente centrato, di ottenere al Senato una vittoria striminzita, anticamera di una legislatura politicamente segnata.
Rovati, che impressione le fa il caso Lusi?
«Devastante, se le accuse saranno provate. Penso agli imprenditori che si suicidano perchè non riescono a pagare i loro dipendenti e noi ora siamo qui a parlare di cosiddetti imprenditori della politica che, senza rischiare nulla, si trasformano in immobiliaristi o in tour operator. Un colpo mortale per i partiti, che pure restano i pilastri della democrazia».
Non male, però, la vita del tesoriere, vero?
(Sospiro). «Certo, se c’è chi gliela fa fare».
Ritiene possibile che Lusi abbia fatto tutto da solo?
«Conosco poco i meccanismi di controllo dei partiti, ci sono però cose che non stanno in piedi. Ad esempio, il fatto che nel 2007 la Margherita, pur essendo “in sonno”, abbia iscritto a bilancio spese elettorali per 4 milioni di euro è incomprensibile…».
Quindi?
«Quindi mi domando: ma dormivano tutti? Eppure sui soldi i partiti sono molto sensibili. Quando nel 2006 non riuscivo a ottenere dagli alleati il milione e mezzo per la Fondazione di Prodi, scrissi una lettera al Corriere della Sera , facendo infuriare mezzo centrosinistra perchè affrontavo pubblicamente un tema tabù. Firmai ironicamente la lettera: “Angelo Rovati, pseudotesoriere di Prodi”. Il giorno dopo, l’onorevole Giacchetti della Margherita mi apostrofò così: “Allo pseudo tesoriere daremo pseudo soldi…”. Ora mi chiedo, questi cosa sono? Pseudo appartamenti, pseudo viaggi o che?…».
Lusi dice che non ci sono regole scritte e che lui non doveva rendere conto a nessuno: possibile?
«Se anche fosse, non è una giustificazione per utilizzare, come lo accusano, soldi non suoi ed estranei alla ragione sociale del partito».
Eppure Parisi aveva avanzato dubbi: una voce nel deserto?«È stato l’unico a porre domande, ma senza ottenere risposte».
Anche lei, Rovati, quando faceva il tesoriere per la Fondazione di Prodi, godeva di tanta autonomia?
«Figurarsi! C’era l’obbligo di depositare il bilancio in prefettura, poi c’era il collegio sindacale e il consiglio d’amministrazione, alle cui sedute partecipava anche Romano».
Siete andati in rosso?
«No, abbiamo chiuso le elezioni 2006 con 3 milioni di contributi dai privati e un milione e mezzo dai partiti per un attivo di quasi 2 milioni».
Come se ne esce da questo scandalo?
«Faccio una proposta provocatoria: prorogare fino al 2015 la legislatura, con Napolitano come garante, per consentire al governo Monti di fare le riforme con calma e ai partiti di fare pulizia al proprio interno».

Francesco Alberti

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BARLUMI DI DESTRA EUROPEA: FLAVIA PERINA SUI DIRITTI CIVILI

Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile

UNA RONDINE NON FARA’ PRIMAVERA MA SAREBBE POCO POETICO NON INDICARLA AL CIELO

E’ un po’ questo l’effetto che ha avuto su di me la recente dichiarazione all’Ansa dell’onorevole di Fli Flavia Perina, che rispondendo al delirio lepenista del segretario con i fili del Pdl su aborto, coppie di fatto e diritti civili, ha dichiarato: «In nessun Paese europeo un leader del centrodestra userebbe sul tema dei gay, della famiglia, del fine vita e della maternità  le espressioni e la rozzezza ideologica utilizzata dal segretario del Pdl Angelino Alfano. In Germania, come in Francia o in Inghilterra — osserva Perina — questo tipo di posizioni sono tipiche delle formazioni politiche estremiste. E tutti questi Paesi, governati dal centrodestra, hanno buone leggi sulle unioni civili che nè la Merkel, nè Sarkozy, nè Cameron si sognano di mettere in discussione. Quanto alla retorica sulla maternità  bisognerebbe dargli contenuti con una seria riflessione sui problemi delle moltissime donne che crescono i loro figli da sole e che sono quelle — conclude — che pagano il prezzo più alto della crisi».
Mi piacerebbe tanto credere di avere una minima responsabilità  per questa dichiarazione dell’on. Perina, nata da una provocazione sulla mia bacheca Facebook.
Riprendevo la dichiarazione lepenista di Alfano e chiamavo in causa Perina, commentando che quelle di Alfano sono le posizioni dell’ultradestra filonazi, in Europa, non certo le posizioni della destra liberale cui l’on. Perina oggi si rifà .
Naturalmente le cose non stanno così e l’on. Perina non fa certo dichiarazioni politiche per soddisfare me o chiunque altro.
Dice le cose che, in tutta probabilità , pensa da tempo: sappiamo che nel Movimento Sociale Italiano, dove l’on. Perina si è formata, c’erano molte donne che negli anni Settanta sui temi cosiddetti etici e di libertà  andavano a firmare per i referenda radicali su aborto e divorzio, e anche a votare per posizioni laiche e progressiste, con buona pace della Dc, di Assunta Almirante con i suoi saluti romani “igienici” e della piccola, piccolissima Giorgia Meloni.
E’ probabilmente da qui che parte l’on Perina, quando aggiunge, sempre sulla bacheca del vostro reporter: “Non riesco a essere ironica sui diritti delle persone. E la retorica sulla maternità  mi rende furiosa: centinaia di migliaia di madri crescono i loro figli da sole, senza aiuti di Stato, con lavori di merda e paghe da terzo mondo. Dovrebbero pure sentirsi colpevolizzate perchè non sono ‘famiglia’? Scusate lo sfogo.”
L’on. Perina è forse pronta per aderire al Pd, e venire pure vista come una “sinistra” al suo interno? Perina la vede in modo diverso: “I problemi nati dopo il ‘900 (dal tema delle coppie di fatto alla libertà  della rete) non possono essere affrontati con categorie ideologiche che neanche potevano immaginarli”

Sciltian Gastaldi blog

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CRISI, DISOCCUPAZIONE, CRIMINALITA’: PER TRE ITALIANI SU QUATTRO IL FUTURO E’ NERO

Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile

RAPPORTO DEMOS: PAESE SPACCATO E MAI COSI IMPAURITO

Il futuro fa paura.
L’insicurezza economica è la più grave delle minacce: colpisce sette italiani su dieci. Spaventano disoccupazione, crisi dei mercati e inflazione.
Anche la criminalità  torna a preoccupare.
E ancora: otto italiani su dieci vedono ormai la società  spaccata in due, tra chi ha poco e chi ha molto.
L’85% pensa che i figli staranno peggio dei padri.
E la tv? Prosegue nel suo strabismo: se da un lato pare finalmente sintonizzarsi sulle paure reali degli italiani, dedicando il 39% delle notizie ansiogene alla crisi, dall’altro conferma la sua difficoltà  ad adeguarsi alla realtà , mantenendo salda la sua sfrenata “passione criminale” (con ben il 55% delle notizie).
A mappare le nostre paure è il quinto Rapporto sulla sicurezza, realizzato da DemosΠ e Osservatorio di Pavia per Fondazione Unipolis.
I risultati? La crisi rappresenta oggi il primo motore dell’insicurezza.
Quasi tre italiani su quattro si dicono preoccupati dai problemi economici (peggio di noi solo gli spagnoli): il 73%, un dato lievitato di 10 punti rispetto al 2010 e di 16 negli ultimi due anni.
Oltre un terzo prevede che, nei prossimi sei mesi, il quadro nazionale si aggraverà  ulteriormente e il 77% percepisce un allargamento degli squilibri in termini di ricchezza. “Dopo che per anni l’insicurezza è stata tradotta come paura della criminalità , anche per spostare le preferenze politiche dell’opinione pubblica soprattutto verso il centro-destra –   spiega il direttore del rapporto, Ilvo Diamanti   –   oggi, echeggiando Bauman, potremmo parlare di “insicurezza ontologica”, perchè scuote alle radici la nostra stabilità  sociale e familiare. Ne mina le basi: il reddito, il lavoro, il risparmio. Ha origini che noi non possiamo controllare. È questa la novità : gran parte dei cittadini ha paura di quel sta succedendo, ma non è in grado di comprenderlo. Cosa sono lo spread o Moody’s? Cosa vogliono da noi?”.
La stessa paura della criminalità  (43%), il cui indice balza di dieci punti rispetto al 2010, va in parte ricondotta a questo senso di “vulnerabilità  globale”.
Non a caso la quota di persone che si dicono preoccupate dalla criminalità  sale di altri 10 punti fra coloro che più soffrono l’insicurezza economica: donne, anziani e casalinghe, che divorano oltre quattro ore di tv al giorno.
Non è tutto: l’85% degli italiani ritiene che la criminalità  sia cresciuta rispetto a cinque anni fa e uno su quattro pensa che, nella propria zona di residenza, i reati della criminalità  organizzata siano aumentati nell’ultimo anno (soprattutto al Centro Nord).
Anche l’insicurezza globale (legata ad ambiente, guerre, sicurezza alimentare) si mantiene su livelli elevati, coinvolgendo quasi il 76% degli italiani.
Bassa rimane invece la paura degli immigrati.
Considerando insieme le tre dimensioni (economica, globale e criminale), l’insicurezza complessiva degli italiani raggiunge il livello più elevato dal 2007.
E la tv? Stenta ad adeguarsi alla nuova mappa delle paure.
Certo, i tg si accorgono finalmente della crisi economica, salita al 39% delle notizie sull’insicurezza, ma non abbandonano la loro “passione criminale” (55% delle notizie). Un caso tutto italiano. Non solo.
Nel resto d’Europa della crisi si parla fin dall’inizio del 2011: i telegiornali di Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania affrontano il tema da gennaio. In Italia, invece, stando al Tg1 la crisi economica inizia nel luglio del 2011 e viene trattata da gennaio a giugno in sole 14 notizie (contro le 117 della spagnola Tve).
Non tutti i tg sono però uguali: nel 2011, la dimensione ansiogena di Studio Aperto è legata per l’80% a notizie criminali e per il 7% alla crisi economica.
E anche Tg1 e Tg5 continuano ad assegnare il primato alla criminalità  (rispettivamente 52% e 68%).
Al contrario, il Tg3 e il Tg La7 invertono l’ordine: la voce “peggiorare le condizioni di vita” è in testa all’agenda (49% delle notizie).
“Il sentimento di insicurezza degli italiani è ancora contraddetto dalla rappresentazione proposta dai tg   –   sostiene Diamanti   –   ma in misura meno violenta rispetto agli anni scorsi, perchè la realtà  ha ormai imposto la priorità  dell’emergenza economica”.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)

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I RETROSCENA DEL TRAGICO BLITZ IN NIGERIA: QUELLA TELEFONATA AD OPERAZIONE GIA’ AVVIATA, I CONTATTI SUL CAMPO E IL RITARDO DEGLI 007

Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile

LA SCORSA SETTIMANA DI PAOLA AVEVA SAPUTO DAI SERVIZI DELL’ARRIVO DELLE FORZE SPECIALI INGLESI NELL’AREA…GLI INGLESI RITENGONO GLI ITALIANI PROPENSI A PAGARE IL RISCATTO E QUINDI INAFFIDABILI

Il governo italiano è stato informato del blitz imminente in Nigeria alle 10.30 di giovedì mattina.
Due ore dopo – mentre l’operazione era ancora in corso – l’ambasciatore britannico a Roma Christopher Prentice è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà .
E durante l’incontro non gli è stata mossa alcuna contestazione alla decisione del primo ministro David Cameron, così come alla Farnesina, dove Prentice si è recato subito dopo.
Del resto – si fa notare in ambienti governativi – se anche l’Italia avesse ricevuto un’informazione preventiva, avrebbe potuto opporsi alla missione militare?
È questo ormai il nodo da sciogliere nelle relazioni tra il nostro Paese e la Gran Bretagna, da sempre distanti nelle modalità  di gestione dei sequestri.
Perchè gli inglesi – almeno ufficialmente – sono accesi fautori della linea interventista, mentre gli italiani sostengono come priorità  la salvaguardia della vita degli ostaggi.
E più volte sono stati ritenuti «inaffidabili» perchè disposti a pagare.
Forse ciò ha pesato in quest’ultima vicenda, pur tenendo conto che la scorsa settimana il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola aveva ricevuto un appunto riservato dell’Aise (il servizio segreto che si occupa dell’estero) che comunicava l’arrivo delle forze speciali militari nell’area nigeriana dove presumibilmente erano prigionieri Franco Lamolinara e Christopher McManus.
E dunque era ipotizzabile che fossero pronti a entrare in azione non appena si fossero create le giuste condizioni.
Una convinzione che però secondo il governo italiano non risolve il problema «perchè – come è stato sottolineato durante la riunione convocata ieri d’urgenza a Palazzo Chigi – nessuna informazione ufficiale ci è stata fornita su quanto stava accadendo sul campo. E perchè, come dimostrano anche le dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo britannico, questo tipo di comunicazione è stata fornita soltanto quando il raid era ormai cominciato».
È stato lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti a stigmatizzare «una autonomia operativa rivendicata dagli inglesi che in questo caso non era affatto giustificata», anche se poi in serata, dopo aver ribadito la «necessità  che sia fatta chiarezza su ogni passaggio», una nota del governo sottolinea la volontà  che non ci sia «nessuno strappo o desiderio di escalation diplomatica con la Gran Bretagna» e rinnova «piena fiducia nei servizi segreti», tanto che a coordinare il comitato interministeriale permanente sarà  l’attuale direttore del Dis Gianni De Gennaro.
Dunque è proprio dalla ricostruzione emersa a Palazzo Chigi che bisogna partire per evidenziare quale sia stato il livello di comunicazione fra i due Paesi.
10.30
La telefonata La comunicazione dal MI5 all’Aise arriva pochi minuti dopo il via libera decretato dal Cobra, il comitato per le emergenze, riunito a Downing Street. In Italia sono le 10.15.
Il presidente del Consiglio Mario Monti è atterrato da poco a Belgrado. Alle 10.30 è proprio De Gennaro a informarlo che il blitz è cominciato. Nessuna comunicazione preventiva era stata trasmessa per via diplomatica, nè c’erano stati contatti fra i due governi.
11.00
L’operazione è in corso, i reparti speciali britannici hanno quasi raggiunto l’obiettivo. Le comunicazioni arrivate all’ intelligence italiana nei giorni precedenti assicuravano che i servizi segreti nigeriani avevano dettagli precisi sull’identità  dei rapitori e temevano che avessero deciso di vendere gli ostaggi a un’altra banda o comunque di spostarli in un’altra prigione.
Del resto le informazioni iniziali escludevano che l’italiano e l’inglese fossero nelle mani dei fondamentalisti tanto che i primi accertamenti erano stati delegati a Scotland Yard e non agli 007. Soltanto in seguito è stato percepito il rischio che potesse trattarsi di un gruppo più pericoloso e si è deciso l’intervento.
12.30
Il primo incontro Mentre le teste di cuoio raggiungono l’obiettivo, l’ambasciatore Prentice entra a Palazzo Chigi. Viene fornita un’informazione scarna su quanto sta accadendo in attesa di conoscere l’esito del blitz.
Anche perchè – come sempre accade in questi casi – le fasi dell’intervento militare sono coperte da un totale blackout nel timore che una qualsiasi interferenza possa causare problemi a chi sta operando.
13.30

Il secondo incontro Terminato il colloquio con il rappresentante di governo, l’ambasciatore si reca alla Farnesina. Il ministro Giulio Terzi è a Belgrado con il presidente del Consiglio. Secondo alcune fonti diplomatiche Prentice viene ricevuto dal segretario generale Giampiero Massolo che conosce da tempo e con il quale vanta un ottimo rapporto.
14.00
La disfatta Attraverso i canali di intelligence filtrano le prime informazioni e parlano di un’operazione fallita, accreditano l’ipotesi che gli ostaggi siano morti. Si cerca una conferma, le consultazioni diventano frenetiche. Monti è sull’aereo che lo riporta in Italia, riceve la telefonata di Cameron che lo informa della tragedia ed esprime il proprio cordoglio.
18.15
Il comunicato
Una nota di Palazzo Chigi comunica quanto accaduto.
Nel comunicato viene sottolineato che «dal momento del sequestro le autorità  italiane avevano seguito la vicenda in stretto collegamento con quelle britanniche», ma si evidenzia come «l’operazione è stata avviata autonomamente dalle autorità  nigeriane con il sostegno britannico, informandone le autorità  italiane solo ad operazione avviata».
19.30
La polemica
È il Partito democratico ad avviare il dibattito chiedendo che il governo riferisca in aula su quanto accaduto. Palazzo Chigi ribadisce di essere stato informato soltanto quando il raid era già  cominciato e questo fa salire il livello della polemica fino alla nota del Quirinale di ieri mattina che parla di «comportamento inglese incomprensibile». Il Comitato parlamentare presieduto da Massimo D’Alema convoca per lunedì il direttore dell’Aise Adriano Santini.

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)

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