Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
UTILIZZATI OLTRE 250.000 PROFESSIONISTI, PER LA CORTE DEI CONTI SI TRATTA DI”COSTI SPROPORZIONATI E INUTILI”…”INCARICHI SPESSO ASSEGNATI IN ASSENZA DI ADEGUATI REQUISITI PROFESSIONALI”…IN 4 ANNI LA SPESA E’ SALITA DI 400 MILIONI
La marcia dei consulenti non conosce soste, sospinta da interessi clientelari e fondi pubblici a go
go: ammonta a quasi un miliardo 800 milioni la spesa annua per gli incarichi affidati da sindaci, presidenti di Province e Regione, manager di aziende sanitarie, rettori di atenei più o meno illustri.
Quello del ricorso al tecnico esterno è un fenomeno che riguarda circa 250 mila professionisti nel foglio paga delle pubbliche amministrazioni italiane e che è in costante crescita.
Basti raffrontare il dato della spesa – fornito dal ministero dell’Innovazione e aggiornato al 2010 – con quello fatto registrare quattro anni prima: oltre 400 milioni euro in meno.
Accanto ad incarichi necessari, fa rilevare la Corte dei Conti, ce ne sono tanti assegnati “in assenza di requisiti professionali adeguati o senza previa verifica dell’esistenza di professionalità interne”.
È un male endemico, rileva il magistrato siciliano Luciano Pagliaro, avendo bene in mente come l’amministrazione regionale dell’Isola segni un record poco edificante: con 13 incarichi al mese la giunta Lombardo non teme confronti.
Anche se nel più ricco Centro-Nord il valore dei contratti firmati, e di conseguenza la spesa pubblica, è superiore: Lombardia al primo posto, nel 2010, seguita da Emilia Romagna, Veneto, Lazio e Piemonte.
Da Milano a Palermo, da Genova a Castellammare di Stabia, è una rassegna di sprechi: dai velisti e dai suonatori di piano bar chiamati ad occuparsi della ricostruzione dopo l’alluvione del Messinese ai tecnici precettati dopo il sisma in Basilicata che dal 2002 al 2008 hanno esaminato cinque pratiche (5!) ogni anno.
Dalle due relazioni fatte col copia incolla che sono valse a un professionista ligure un doppio compenso ai dipendenti del ministero delle Politiche agricole nominati pure consulenti di una partecipata.
Una malapianta difficile da estirpare.
Se è vero che, a fronte dei quasi due miliardi di spesa, le condanne per consulenze illecite si sono limitate ad accertare un danno erariale di tre milioni.
Emilia Romagna
Ventidue milioni di danno erariale e il dipendente diventa consulente
Il sito del ministero della Funzione pubblica pone l’Emilia Romagna ai vertici della classifica
Di recente la Guardia di finanza ha elencato una casistica di furbetti e doppiolavoristi in nero che hanno provocato un danno erariale superiore ai 22 milioni.
Un docente dell’Alma Mater di Bologna, all’insaputa di università e fisco, faceva l’ad in una spa del settore ingegneristico.
E in una decina di anni avrebbe messo in tasca 386mila euro extra. Il funzionario di un’agenzia fiscale ha incassato 8.500 euro di consulenza da un’azienda di servizi.
Un altro dipendente pubblico pare sia riuscito nella incredibile impresa di diventare consulente dello stesso ente da cui riceve lo stipendio.
Liguria
La giunta ha pagato due volte per avere lo stesso progetto
Doppio compenso per relazioni-fotocopia. È il caso paradossale giunto a conclusione, almeno sul piano giudiziario, nel 2011 in Liguria.
Una sentenza della sezione giurisdizionale della Corte dei conti ha condannato un ex assessore regionale, Giovanni Battista Pittaluga, e il dirigente Giuseppe Profiti, al pagamento di 30 mila euro, in quanto responsabili di una spesa gonfiata sostenuta dalla Regione.
La giunta affidò nel 2001 al professor Giovanni Valotti l’incarico di un progetto di sviluppo della organizzazione dell’ente: il lavoro si concluse due anni dopo con una relazione, e costò 72.500 euro.
Nel 2007 nuova consulenza, allo stesso professionista, “sullo stesso oggetto”. Incarico ingiustificato, osserva la Corte. “E ciò è dimostrato dalla pressochè totale identità del testo delle due relazioni”. Un caso ben remunerato di “copia e incolla”.
Lombardia
Il consulente telefonico e il segretario promosso direttore
Nel j’accuse della procura contabile meneghina una parte significativa riguarda incarichi e consulenze assegnati in modi illegittimi.
I magistrati elencano una sfilza di esempi: la promozione del segretario comunale a direttore generale, la figura apicale della burocrazia, in un Comune con soli tre dipendenti.
O ancora la consulenza affidata “in modo del tutto generico”: “espletava le sue funzioni al telefono”. Storie che seguono le condanne piovute sull’ex sindaco Moratti per lo spoils system che aveva premiato manager esterni sprovvisti di titoli e per i compensi a sei componenti dell’ufficio stampa.
Anche da ministro, nel 2001, la Moratti aveva assegnato una consulenza ritenuta impropria dalla Corte: quella a Ernst&Young, costata 180 mila euro.
Sicilia
13 contratti al mese, per l’alluvione: reclutati pianisti, velisti e sciatori
L’ultimo caso è quello del presidente della Provincia di Palermo, Giovanni Avanti, citato a giudizio dalla procura contabile per la spesa spropositata sostenuta per tenere in piedi, dal 2008 a oggi, il suo ufficio di segreteria “imbottito” di esterni: la Corte dei Conti gli contesta un maxi danno erariale, pari a un milione di euro.
Ma è la Regione a far registrare un boom di consulenze: nel 2011 la giunta Lombardo ha viaggiato alla media di 13 contratti al mese, per uscite complessive superiori a un milione e mezzo di euro.
Fra i capitoli di spesa più sostanziosi, la ricostruzione delle zone alluvionate del messinese.
Con i suoi poteri commissariali il governatore ha affidato 15 incarichi (400 mila euro la spesa) che hanno premiato, si legge dai curricula, appassionati di vela e sci alpino, pianisti di piano bar e organisti su richiesta per matrimoni.
Campania
Castellammare, il record della Asl: 23 milioni per parcelle di avvocati
La stangata più recente risale a gennaio: la Corte dei conti campana ha fatto pervenire ai vertici dell’ex Asl 5 di Castellammare di Stabia un “invito a dedurre” (l’equivalente dell’avviso di garanzia) per le spese legali sostenute sino al 2008.
L’accusa rivolta ai dirigenti è quella di essersi rivolti allegramente ad avvocati esterni all’ente, fino ad accumulare parcelle (interessi compresi) per 23 milioni di euro.
Sono 75 le istruttorie aperte su incarichi e consulenze affidati da enti campani. “In svariati casi si registra una completa inutilità della spesa”, dice il procuratore Tommaso Cottone) che cita alcuni esempi (il Comune di Capri deve rispondere di un danno pari a 240 mila euro) ma segnala che il fenomeno è assai diffuso anche in settori diversi dagli enti locali. Il Cira (centro ricerca aerospaziale) deve rispondere di un danno pari a 106 mila euro.
Lazio
Le spese Rai a difesa di Meocci, condannati i dirigenti aziendali
Il presidente della sezione giurisdizionale della Corte, Salvatore Nottola, mette in evidenza tre sentenze di condanna del 2011.
La principale riguarda il danno finanziario procurato alla Rai dopo l’illegittima nomina dell’ex direttore generale, Alfredo Meocci, sanzionata dall’Agcom.
Alcuni dirigenti, fra i quali il capo dell’ufficio legale Rubens Esposito, sono stati condannati a rifondere le spese “sostenute dalla società pubblica per l’acquisizione di pareri favorevoli a tale nomina nonostante la palese illegittimità “.
È stato condannato al pagamento di 100 mila euro l’ad di una società partecipata dallo Stato, Fabrizio Mottironi, che aveva affidato consulenze a professionisti nel frattempo anche assunti con contratti di collaborazione nello staff del ministro delle politiche agricole: insomma, gli “esperti” erano pagati due volte.
Basilicata
Qui il primato delle “condanne”: 125 mila euro per 5 pratiche in 7 anni
La Basilicata è, a sorpresa, la regione che ha registrato il maggior numero di condanne, nel 2011, per il ricorso a consulenze illecite: cinque.
Anche il terremoto del 1998 ha contributo a gonfiare il fenomeno. Ha visto il traguardo l’iter di un’inchiesta che ha condannato la giunta di Lauria, in provincia di Potenza, al pagamento delle spese sostenute (125mila euro) per l’assunzione di un gruppo di tecnici “esterni” incaricati di vagliare le pratiche di risarcimento danni.
La Corte ha sottolineato che in sette anni (2002/2008) sono state definite soltanto 172 pratiche: circa 5 pratiche all’anno per ciascun tecnico convenzionato. Insomma, per dirla con le parole dei giudici, non proprio “una gestione efficace ed economica”.
Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DI TORINO APRIPISTA A TANTE ALTRE… STORIE DI DISCARICHE, ACCIAIERIE E IMPIANTI CHIMICI CHE HANNO DANNEGGIATO TERITORIO E SALUTE DELLA GENTE….OLTRE 5 MILIONI DI PERSONE INTERESSATE
“Quando moriva qualcuno, in una fabbrica in cui tutti sapevano che prima o poi sarebbe
successo, negli anni Ottanta veniva condannato l’addetto alla sicurezza. Negli anni Novanta le sentenze sono arrivate a punire il direttore dello stabilimento. Ora tocca ai top manager e ai proprietari”.
Rino Pavanello, da 25 anni segretario dell’associazione Ambiente e lavoro, riassume così il percorso che ha portato alla sentenza contro l’Eternit per disastro colposo.
La notizia ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo e ora sembra destinata a rilanciare centinaia di vertenze sull’impatto sanitario dei vecchi colossi della chimica, delle acciaierie monstre, delle grandi discariche abusive.
Stabilito il principio delle responsabilità legate non a un incidente catastrofico tipo Seveso ma a uno stillicidio di veleni somministrati quotidianamente per anni, le industrie a rischio sanzione si moltiplicano.
I dossier sulla minaccia chimica messi a punto dalla Legambiente e dal Wwf mostrano un panorama costellato di richieste di risarcimento.
Sul banco degli accusati ci sono soprattutto i grandi poli dell’industria pesante che hanno devastato il territorio negli anni del boom economico. E i giudici ascoltano con attenzione.
“Il salto che si è determinato con la sentenza del tribunale di Torino, anche se siamo ancora al primo grado di giudizio, è netto”, osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.
“Nel caso dei grandi incidenti del passato, da Seveso a Bhopal, si è trattato di un episodio, sia pure gravissimo: e il giudizio della magistratura ha riguardato quelle specifiche responsabilità .
Ma le conclusioni del processo Eternit ribaltano questo punto di vista e spostano l’attenzione sulle responsabilità per la routine quotidiana, quando questa routine comporta un rischio inaccettabile per chi vive dentro le fabbriche, per chi abita vicino agli impianti a rischio e, molto spesso, anche per milioni di altre persone che possono venire in contatto con oggetti pericolosi”.
Dunque si passa da una valutazione sulla pericolosità legata a un incidente alle considerazioni sugli effetti di lungo periodo prodotti da merci dannose o da situazioni ambientali pericolose.
E Patrizia Fantilli, responsabile dell’ufficio legale del Wwf, ricorda che, a questo punto, il discorso della richiesta di risarcimenti si allarga ad altre situazioni critiche.
Ad esempio al poligono di Quirra, in Sardegna, dove sono stati interrati rifiuti militari (bombe, parti di missile, batterie, pneumatici) contenenti sostanze tossiche tra cui amianto e uranio.
O alla discarica di Bussi (Pescara), considerata una delle più inquinanti d’Europa: dagli anni Sessanta ai Novanta qui sono state smaltite abusivamente grandi quantità di sostanze chimiche che hanno contaminato per oltre 25 anni le falde idriche che arrivano ai pozzi utilizzati da 400 mila persone.
Una situazione complessiva che lascia una traccia pesante anche dal punto di vista epidemiologico.
Secondo lo studio Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di Sanità , che analizza i punti in cui il rischio chimico è più alto, ci troviamo di fronte a un quadro decisamente allarmante.
La mortalità per cause ambientali in questi siti è in media del 14% superiore alla norma.
Il record è nelle sei località inquinate dall’amianto, dove i casi di tumori della pleura sono stati quattro volte superiori alla norma nel periodo 1995-2002.
Le vittime in eccesso, uccise dall’inquinamento, sarebbero circa 10 mila su una popolazione interessata di 5,5 milioni di persone.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’ESASPERAZIONE DEL CONFLITTO HA PORTATO A QUESTO: VALEVA LA PENA? …. LUCA ABBA’, STORICO ATTIVISTA, SI ARRAMPICA SU UN PALO DELLA LUCE E CADE FOLGORATO DA DIECI METRI DI ALTEZZA… MOBILITAZIONE NO TAV, ORA SI RISCHIA IL PEGGIO
Sono gravissime le condizioni di Luca Abbà , 37 anni, l’attivista No tav caduto da un traliccio alla
baita Clarea, mentre questa mattina cominciavano le operazioni di allargamento del cantiere dell’alta velocità Torino-Lione in località Chiomonte.
Abbà ha subito traumi da caduta e ustioni gravi dovuti alla folgorazione ed è stato trasportato con l’elicottero al Cto di Torino dove i medici lo hanno intubato, sedato e messo in coma farmacologico.
In serata probabilmente verrà trasferito in terapia intensiva.
Intanto la procura di Torino ha aperto un’inchiesta sull’incidente: il pm Giuseppe Ferrando è arrivato alla Baita Clarea per le indagini.
Ma cosa è accaduto prima dell’incidente?
La questura, arrivando con 24 ore d’anticipo, ha inviato un gran numero di agenti a presidiare l’area di “interesse strategico nazionale” del cantiere dell’alta velocità in vista dei lavori di allargamento e quindi degli inevitabili espropri di terra.
Alberto Perino, leader del movimento che si batte contro la realizzazione della Tav, l’aveva detto sabato durante la marcia da Bussoleno a Susa: “Martedì cominceranno gli espropri”. E così è stato.
Prima che Abbà cadesse a terra fulminato, aveva rilasciato un’intervista alla radio degli anarchici torinesi — Radio Blackout — in cui diceva: ”Mi sono arrampicato sul traliccio dopo essere sfuggito ai controlli. La situazione è tranquilla e non vedo violenze. Sono riuscito a svicolare. Mi guardavano attoniti. Gliel’ho fatta sotto il naso un’altra volta”.
Poi la frase finale destinata a far discutere: ”Adesso stacco perchè sta salendo un rocciatore e devo attrezzarmi per difendermi”.
Sui siti No Tav, sono rimbalzate subito le richieste di raggiungere la valle: “E’ in corso lo sgombero della baita, i compagni sono stati identificati, nessuna violenza, sembra verranno semplicemente riportati a Giaglione — scrivono gli attivisti — Intanto stanno chiudendo l’accesso ai sentieri, quindi invitiamo tutti a raggiungere la baita, ma dai sentieri, o a trovarsi a Giaglione, per tentare di raggiungere insieme la baita dai sentieri”.
E per chi non può muoversi ora, l’appuntamento — fanno sapere i militanti — è alle 17 a Bussoleno.
Due consiglieri — Davide Bono (Consiglio regionale del Movimento 5 stelle) e Michele Curto (capogruppo in Consiglio comunale di Sel) — hanno ottenuto il permesso per entrare all’interno del cantiere.
Gli attivisti intanto hanno bloccato la statale 24 e 25 nonchè l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia.
Secondo gli avvocati che compongono il ‘Legal team’ del movimento No Tav, l’occupazione dei terreni costituisce “una vera e propria emergenza democratica“.
“Ltf si è presentata nuovamente soltanto con un’ordinanza prefettizia — spiegano i legali — in palese violazione dell’articolo 2 del Testo unico di Pubblica sicurezza, che prescrive quella procedura soltanto in casi di estrema urgenza, che qui non vi sono. Presenteremo immediato ricorso al Tar del Piemonte”.
Ed è proprio con ordinanza del Prefetto della Provincia di Torino che è stata nuovamente “interdetta la circolazione di persone e mezzi, nell’area della Val Clarea — comunica la Questura — in alcune strade e vie dei comuni di Giaglione e di Chiomonte. E’ inoltre vietato l’accesso a tutti i sentieri ed alle aree prative e silvestri dei comuni di Chiomonte e Giaglione, che comunque conducano all’area di interesse strategico nazionale”.
Intanto il presidente della Comunità montana Valle Susa e Val Sangone, Sandro Plano, ha chiesto al Prefetto di Torino, Alberto Di Pace, di sospendere le operazioni in corso visto “il clima di tensione che si sta creando in Valle di Susa”.
La Confederazione unitaria di base di Torino invece, ha indetto uno sciopero generale provinciale per protestare contro l’esproprio dei terreni e, in una nota, parla di “attacco al presidio No Tav della Clarea” affermando che la caduta di Luca Abbà dal traliccio è stata “provocata dall’inseguimento da parte dei poliziotti”.
Ma Ltf, la società responsabile del tratto internazionale della nuova linea ferroviaria Torino-Lione fa sapere che i lavori di ampliamento stanno proseguendo.
E sulla vicenda emergono nuovi elementi. Luca Abbà , spiega una fonte interna al Movimento, “è un agricoltore, un coltivatore diretto proprietario del terreno oggetto di esproprio”.
Un esproprio, precisa la fonte, dai contorni ancora poco chiari.
“Abbà era in attesa di un decreto, un pezzo di carta insomma, che non è mai arrivato. Il terreno, infatti, è stato occupato a seguito di una decisione d’urgenza del prefetto e non seguendo l’iter di legge degli espropri per pubblica utilità ”.
Ma ci sarebbe dell’altro.
Il terreno, spiega ancora la fonte, “non fa parte dell’area del cantiere e quindi non si capisce per quale motivo dovesse essere occupato”.
L’ipotesi, sempre secondo la fonte, è che da parte delle autorità vi sia “l’intenzione di allargare l’area controllata per tenere i manifestanti a ulteriore distanza dal cantiere”. Non siamo ancora in grado, per il momento, di verificare con altre fonti tutti questi elementi.
«Una persona straordinaria». Chi conosce Luca Abbà , l’uomo caduto da un traliccio mentre protestava per l’ampliamento del cantiere della Tav, non nasconde l’emozione. E la rabbia: «Ora basta».
Luca, 37 anni, è tornato a vivere a Cels, una frazione di Exilles, da «diversi anni per fare l’agricoltore».
L’amore per la terra e la natura l’ha spinto «a difenderla fino in fondo dalle mani avide degli speculatori», come ha scritto lui stesso in un articolo per Notav.info.
Un impegno, il suo, che lo vede protagonista nel Comitato No Tav Alta Valle.
Abbà , insomma, «non si tirava mai indietro».
Anche perchè le sue «terre sono vicine al cantiere».
Ma non solo: fa parte dei 50 proprietari del terreno espropriato lunedì mattina per ampliare il cantiere e cominciare i lavori.
Gli amici sono tutti sconvolti.
Attendono notizie dall’ospedale.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 26th, 2012 Riccardo Fucile
ESPOSTI IN PROCURA, INTERROGAZIONI PARLAMENTARI: SI MOBILITA IL FRONTE ANIMALISTA CONTRO LE CRUDELTA’ CUI SARANNO SOTTOPOSTE 900 SCIMMIE IMPORTATE DALLA CINA E DESTINATE ALLA VIVISEZIONE… E’ ASSEDIO CONTRO LA MULTINAZIONALE HARLAN
Finisce sul tavolo del governo il caso delle 900 scimmie, destinate alla sperimentazione e alla
vivisezione, importate dalla multinazionale Harlan nello stabilimento di Correzzana, in Brianza.
Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha disposto «verifiche immediate» sul carico di macachi- uno dei più grossi mai arrivati in Italia.
Gli accertamenti riguarderanno «il rispetto delle procedure previste dalla normativa sull`ingresso» nel nostro Paese «di «primati utilizzati per la sperimentazione scientifica», «in relazione sia alle condizioni di viaggio sia al trattamento degli animali».
Balduzzi ha dichiarato che la vicenda delle scimmie-rivelata ieri da Repubblica – sarà monitorata costantemente dai tecnici del ministero della Salute: dovranno verificare eventuali irregolarità e violazioni nelle modalità con cui i macachi, dalla Cina, sono stati importati da Harlan, via Roma-Fiumicino, in uno dei due allevamenti-laboratorio italiani (l`altro è a San Pietro al Natisone, provincia di Udine).
Da notare: l`ingresso del mega-carico di primati in Italia è stato autorizzato dallo stesso ministero, competente in materia.
È dunque al ministro Balduzzi che, con due interrogazioni parlamentari, Fabio Granata, vice coordinatore nazionale di Fli, e Michela Vittoria Brambilla, ex ministro del Turismo, chiedono di fare chiarezza.
Granata invoca «una moratoria per queste scimmie e per tutti gli animali condannati alla stessa crudele sorte. Dopo l`ennesimo episodio di barbarie- sottolinea l`esponente finiano – è il momento che in Italia si apra una seria riflessione sull`opportunità di mettere fine alla pratica della vivisezione».
Granata ha annunciato che chiederà a Balduzzi «la posizione del governo in materia e di non cedere alle pressioni delle lobby industriali».
L`ex ministro Brambilla, nel merito del caso Harlan, vuole sapere «attraverso quale iter è stata autorizzata l`importazione di un numero così elevato di macachi destinati ai laboratori, chi è il funzionario del ministero che ha firmato l`atto, quali controlli sono stati effettuati sul trasporto dalla Cina e con quale frequenza vengono eseguite verifiche igienico sanitarie nello stabilimento Harlan».
Per sollecitare un intervento nella struttura, e un eventuale sequestro dei macachi, Brambilla ha presentato anche un esposto alla Procura e ai Nas.
Il mondo degli animalisti, intanto, è in rivolta contro Harlan.
I primi a manifestare davanti al capannone di Correzzana sono stati i militanti di “Cento per cento animalisti”, che continueranno la protesta.
La vicenda sta compattando il fronte delle associazioni che si battono contro le pratiche della vivisezione e della sperimentazione scientifica: un settore nel quale Harlan – che alleva e vende animali da laboratorio – è tra i leader mondiali.
«È una vergogna, nei prossimi giorni organizzeremo nuove iniziative contro questa multinazionale», dice Susanna Chiesa, presidente di “Freccia 45”. Manifestazioni di protesta – anche davanti ai ministeri della Salute e dell`Ambiente- sono state annunciate da Fare Ambiente.
Gli animalisti chiedono di«fermare il massacro» degli animali-cavie.
«La grandezza e il progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali», diceva Gandhi.
“Cento per cento animalisti” lo ha scritto su uno striscione che verrà esposto mercoledì allo stadio di Marassi in occasione della partita Italia-Usa.
Paolo Berizzi
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 24th, 2012 Riccardo Fucile
DICE DI AVERE DUE LAUREE, MA LA G.d.F. SOSTIENE CHE NON HA NEPPURE IL DIPLOMA….I PM LO HANNO INDAGATO PER FALSIFICAZIONE DI ATTO PUBBLICO… SOSTIENE DI ESSERSI LAUREATO IN GRAN BRETAGNA MA DICHIARA DI CONOSCERE SOLO IL FRANCESE… “LIGURIA FUTURISTA” ATTACCA: “E’ TESORIERE ANCHE DELLA LEGA LIGURE, CARICA INCOMPATIBILE CON QUELLA NAZIONALE”
Due lauree? A leggere gli atti di un’inchiesta, Francesco Belsito non ha neppure il diploma superiore.
Ma allora, quali studi ha fatto, sul serio, il potente tesoriere nazionale della Lega Nord ed ex sottosegretario di Berlusconi?
Sono veri i titoli fatti pubblicare anche sui documenti del governo dall’uomo che per conto di Umberto Bossi gestisce oltre 30 milioni di euro l’anno, due terzi in finanziamenti pubblici?
E poi: aveva titoli adeguati a ricoprire cariche come quella di vicepresidente alla Fincantieri o di consigliere di amministrazione Filse, cassaforte della Regione?
Le ombre scaturiscono dagli atti di un’inchiesta per falso in cui Belsito rimase coinvolto nel 2002.
L’anno prima aveva scampato miracolosamente quelle per bancarotta e false fatture, nelle quali un curatore fallimentare lo accusava di essersi intascato “indebitamente” assegni per centinaia di milioni e di aver fatto la bella vita con la carta aziendale.
Nello stesso periodo, Belsito aveva chiesto di iscriversi all’Università di Genova, dove la sua carriera sarà “annullata”: così risulta anche da una verifica fatta a suo tempo dal “Secolo XIX”.
Perchè?
Ora i motivi sono chiari: il diploma che Belsito presenta all’ateneo ligure ha le sembianze di una patacca.
E’ talmente singolare che l’Università stessa lo spedisce in Procura e chiede di fare qualche accertamento.
Il “titolo” che finisce nelle mani degli inquirenti è (sarebbe) stato conseguito nel 1993 all’istituto privato “Pianma-Fejevi”.
Una particolare scuola con sede in corso Risorgimento a Frattamaggiore (Napoli), specializzata in “recupero anni” e maturità , diciamo, abbastanza snelle.
Fosse questo il problema.
La domanda che si pongono Procura e Finanza, delegata agli accertamenti, è netta: l’ha fatto o no, Belsito, quell’esame, nel 1993, dopo il quale sarebbe diventato “perito commerciale e ragioniere”?
La risposta non conforta.
Primo: “il nome di Belsito non risulta nell’elenco degli esaminandi”.
Secondo: “la firma del preside non corrisponde”.
Terzo punto: i finanzieri di Afragola hanno in mano una copia del diploma e sollevano dubbi sulla fattura dei timbri.
Belsito spiegò così il problema “C’era un problema di timbri, nulla di che…”.
Belsito ha poi sostenuto che finì a Frattamaggiore per un accordo vigente fra un istituto privato genovese, il “Palazzi”, e la scuola napoletana (abilitata a celebrare i test conclusivi).
Gli allievi venivano mandati al Pianma-Fejevi dove la tornata aveva valore legale.
Il punto è, e se lo chiedono già nel 2002 le forze dell’ordine: al di là dell’opinione personale che ciascuno può forgiarsi sulla credibilità di quel percorso formativo, Belsito ci è andato almeno al “Palazzi”?
I finanzieri lo chiedono direttamente alla preside Maria Luisa Berti, durante un interrogatorio andato in scena il 24 luglio 2002.
L’insegnante non ha dubbi: “Inviai effettivamente dei maturandi al Fianma-Fejevi, ma non risulta che Belsito sia mai stato da noi”.
In sintesi: secondo le Fiamme Gialle il diploma è contraffatto e la dirigente della scuola che avrebbe dovuto preparare Belsito a sostenere l’esame fuori regione, sostiene di non averlo mai visto.
E l’inchiesta per falso?
Belsito fu rinviato a giudizio, ma miracolosamente non condannato.
All’Università di Genova invece bastarono i riscontri dell’indagine e la sua carriera accademica, appena iniziata, fu “annullata”.
A complicare l’attendibilità del titolo che gli ha permesso di occupare qualificate e retribuite poltrone, contribuiscono le dichiarazioni del suo ex amico e socio Ermanno Pleba.
Durante un interrogatorio dichiara: “Gli diedi 2000 euro per finire di comprarsi il diploma, mi pare dalle parti di Napoli. Belsito ha la terza media, su questo non ci piove, E io lo conosco molto bene”.
La terza media?
Nei curricula con cui Belsito cercava di accaparrarsi cariche ovunque indicava un presunto “diploma di laurea” in Scienze della comunicazione”.
Sul sito del Governo (era sottosegretario alla semplificazione”) vantava invece una laurea di Scienze politiche.
Che cosa aveva conseguito davvero?
E soprattutto dove, visto che l’unica università italia cui aveva provato a iscriversi (Genova) lo aveva depennato, non credendo ai pezzi di carta, secondo lui rilasciati a Frattamaggiore?
Secondo Belsito, la laurea in Comunicazione sarebbe stata ottenuta in un ateneo di Malta, non riconosciuto in ogni caso dall’ordinamento italiano.
Quella in Scienze politiche sarebbe maturata a Londra, in una università mai precisata e a suo dire teoricamente riconosciuta: ma perchè quel titolo abbia valore, deve esserci prima il passaggio formale in un ateneo italiano.
Non è mai avvenuto.
Che Belsito abbia sempre avuto qualche problema nel procurarsi “i titoli” è scritto anche altrove.
Dal casellario giudiziario risulta nel 2004 una condanna, per “guida di veicolo senza aver conseguito la patente”, a 1 mese e 10 giorni.
Le macchine, come la scuola, lo perseguitano, ma alla fine la patente riesce a ottenerla.
E da sottosegretario è beccato a posteggiare la sua Porsche Cayenne da 100.000 euro nei parcheggi riservati ai poliziotti della questura di Genova.
I sindacati insorsero e l’allora questore Piritore (uno che quando c’era da distribuire premi per meriti di servizio non trovò di meglio che darlo alla moglie, anche lei poliziotta) corse in suo aiuto, dicendo che era una soluzione per garantirne la sua sicurezza (anche se quegli spazi sono assai poco protetti, in realtà ).
Problemi con i titoli sempre.
Nel dicembre 2000 sequestrarono a casa di Belsito due assegni per un totale di 60 milioni “stracciati e poi accomodati con un nastro adesivo”.
Che roba era?
Secondo il giudice “assegni che Belsito non aveva granchè titolo a custodire”.
Dopo la bufera sui fondi pubblici dirottati in Tanzania e Cipro, diverse forze politiche si sono affacciate sul caso.
L’ultima è “Liguria Futurista”: “Belsito risulta ancor oggi tesoriere non solo nazionale, ma anche della Lega ligure, ma la carica è incompatibile secondo lo statuto. Ciò significa che gode sempre della massima fiducia dei dirigenti locali?”
Un altro titolo quindi che potrebbe essere messo in discussione.
Mentre sembra che avessero tutti i requisiti del caso alcuni amici liguri di Belsito (della zona chiavarese) che hanno svolto incarichi da consulenti per il piano casa del ministro Calderoli (al quale faceva capo il Belsito sottosegretario) durante l’ultimo governo Berlusconi.
Si tratta di Sabrina Dujani e di Alessandro Agostino (figlio del sindaco di Chiavari Vittorio): lavorarono per un breve periodo a Palazzo Chigi.
Entrambi hanno un rapporto privilegiato con Belsito: per la fedelissima Dujani, Belsito aveva previsto anche un futuro da segretario politico della Lega nel Tigullio. Per Agostino aveva immaginato un incarico in Fincantieri.
Ma le due operazioni sono state subito stoppate: la Dujani sembrava un’emanazione troppo diretta di Belsito e su Agostino pesava una condanna in secondo grado (condivisa con il padre).
Matteo Indice e Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX”)
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Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
GIOIELLERIE E CENE DA 750 EURO, OLTRE A 150 EURO SPESI IN PROFUMERIA, ALTRI 100 IN INTIMO E BIANCHERIA PER LA CASA…IN 11 RICEVUTE UNA SPESA DI 3.870 EURO CON LA CARTADI CREDITO AZIENDALE
Ristoranti con conti anche da 750 euro. Gioiellerie, profumerie, negozi di articoli sportivi.
Ha davvero speso così i soldi della Rai Guglielmo Rositani, consigliere a Viale Mazzini ed ex parlamentare di Alleanza nazionale?
A domanda, Rositani non risponde.
Repubblica lo ha cercato al telefono e per e-mail il 16 febbraio, il 20 febbraio e di nuovo ieri, anche attraverso la sua assistente Raffaella Pichini. Ma senza risposta.
Il consigliere della Rai non vuole confrontarsi sulle spese di rappresentanza che la televisione di Stato permette a tutti i componenti del Cda, lui compreso, attraverso la carta di credito aziendale.
In busta anonima, nei giorni scorsi, Repubblica ha ricevuto le fotocopie di 11 ricevute di carta di credito per una spesa totale di 3870 euro.
Tutte le ricevute hanno lo stesso codice “AID” che conduce ad un’unica carta di credito.
Su una di queste fotocopie compare la scritta “Rai”.
Un’altra ricevuta – Hotel Ristorante da Checco al Calice d’Oro (Rieti), importo 420 euro – è spillata su carta intestata della televisione di Stato (mentre la ricevuta stessa ha l’intestazione scritta a mano: onorevole Rositani).
Tutte le ricevute sono emesse in ristoranti, negozi, esercizi di Rieti, città dove Rositani vive.
Ed ecco le spese in dettaglio, dunque: Hotel Ristorante da Checco al Calice d’Oro 420 euro e Ristorante la Foresta 500 euro (per 10 pasti a prezzo fisso).
Altre tre ricevute portano a questo Ristorante la Foresta, molto apprezzato, pare: 300 euro per 7 coperti, 750 euro (quantità 15) e 250 euro (per 5 coperti).
A seguire ci sono: il Gioielliere Passi 300 euro; la Goielleria Cesare Amici 400 euro; ancora la Gioielleria Cesare Amici 380 euro; quindi la Profumeria Michele Cellurale 150 euro e Grassi Sport 310 euro.
Infine, Letizia Sas (intimo e biancheria per la casa, si deduce da Internet) per altri 110 euro.
Le spese sono state fatte tra il 9 aprile 2011 e il 21 agosto 2011.
Repubblica ha spedito a Rositani e alla sua assistente due distinte e-mail che avevano, in una cartella allegata, copia di tutte le ricevute.
Ma il consigliere di amministrazione della Rai non ha risposto alle e-mail, agli sms e non è venuto al telefono del suo ufficio al settimo piano di Viale Mazzini.
Martedì, però, Rositani ha informato l’ufficio Affari Legali della Rai delle e-mail che aveva ricevuto da Repubblica.
I consiglieri di amministrazione della tv di Stato, per il loro lavoro, ricevono uno stipendio annuo lordo di poco superiore ai 98 mila euro.
Questa somma può essere integrata da un extra fino a 28 mila euro, a patto che i consiglieri diano vita a gruppi di lavoro ristretti, chiamati “comitati editoriali”.
A queste somme, i consiglieri aggiungono una carta di credito aziendale – per le spese di rappresentanza – che ha un tetto massimo di 10 mila euro l’anno.
Al momento del loro insediamento, di norma, i consiglieri non ricevono istruzioni scritte su come utilizzare la carte di credito.
Il suo impiego viene rimesso alla sensibilità del singolo amministratore,
Per le sue spese di rappresentanza, il consigliere Rositani non ha ricevuto contestazioni dalla Rai.
Aldo Fontanarosa
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
ORA RISCHIA DI DECADERE… HA AGEVOLATO UNA MULTINAZIONALE NELLA QUALE LAVORA IL FIGLIO: CONDANNA A UN ANNO E MEZZO DI RECLUSIONE E INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI…SI RISCHIA DI TORNARE AL VOTO
Il governatore del Molise, Michele Iorio, è stato condannato per aver favorito il figlio e ora rischia
di decadere, a pochi mesi dalla sua terza rielezione alla guida della Regione.
I giudici del tribunale di Campobasso hanno emesso una sentenza che potrebbe segnare le sorti del governo regionale.
Iorio, infatti, è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici (per un anno e mezzo).
Ed è proprio l’interdizione che farebbe automaticamente scendere il governatore dallo scranno più alto del Molise, rimandando nuovamente la regione al voto.
Al momento però, la pena è stata sospesa e la difesa ha già annunciato il ricorso in appello.
Per i giudici il governatore, forte del suo ruolo istituzionale, avrebbe aiutato indebitamente la multinazionale Bain &co, dove lavorava il figlio Davide.
Alla società in questione, infatti, erano state affidate consulenze per progetti riguardanti l’autostrada Termoli-San Vittore e per il sistema sanitario regionale.
A inguaiare Iorio, due delibere di giunta (datate 2003 e 2004), proposte all’esecutivo direttamente dal presidente.
Il governatore, inizialmente, era stato accusato anche di concussione, accusa poi caduta in sede di udienza preliminare. E’ però arrivata la condanna per abuso d’ufficio.
Le motivazioni si conosceranno tra novanta giorni.
“L’impianto accusatorio è stato confermato. Sono state accolte le mie richieste. Non ho altro da aggiungere”, ha commentato il pubblico ministero Fabio Papa che per anni ha portato avanti prima l’indagine e poi il processo.
“Si tratta di una sentenza ingiusta. Vedremo cosa accadrà in appello”, ha detto invece Arturo Messere, avvocato di Iorio.
“Io ho le mie convinzioni. Ritengo che il fatto non costituisca minimamente reato”.
I giudici di Campobasso, Michele Russo, Libera Rosaria Rinaldi e Gianpiero Scarlato. hanno anche sancito che il risarcimento dei danni alla parte civile, il Codacons.
Questa non è l’unica inchiesta in cui è coinvolto il governatore del Molise, che da oltre undici anni è alla guida della Regione tra inchieste, polemiche e forti riconferme elettorali.
Iorio è indagato per i soldi del terremoto finiti per acquistare una nave (il Termoli Jet) ed è accusato di aggiotaggio per la vicenda dello Zuccherificio del Molise.
Rischia il processo anche per una vicenda di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, e per favorito una scuola privata nella distribuzione di fondi pubblici.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PARLA ERMANNO PLEBA: “GLI HO COMPRATO PERSINO I VESTITI, MI HA FATTO PERDERE SOLDI E CASE”
«Un giorno viene a trovarmi in ufficio Roberto Levaggi . Era stato della Dc, ai tempi militava in Forza Italia. Si porta appresso un ragazzotto, vestito in modo dimesso, e mi dice: “Ermanno puoi aiutarlo? Mi fa un po’ pena…”. Non gli avessi mai dato retta».
Ora che gli anni d’oro in cui si mungeva la Prima Repubblica sono passati, e restano solo i debiti e gli acciacchi, Ermanno Pleba è un’altra persona. Settantotto anni, una moglie invalida, le case di famiglia vendute per far fronte ai debiti: «Sono stato un manager piazzato ovunque dal partito, la Dc, e mi sono ritrovato senza una lira. Sapete a causa di chi? Francesco Belsito (lo chiama il “camoscio” , ndr), che ha approfittato del mio aiuto spennandomi. Mi ha fatto perdere almeno un miliardo».
Per contro, Levaggi, ex assessore regionale nella giunta di centrodestra guidata da Sandro Biasotti fra il 2000 e il 2005, oggi candidato a sindaco di Chiavari, smentisce la cosa: «Belsito? L’ho conosciuto che era già impiegato da Pleba».
Pleba è stato davvero un manager: iniziò come direttore generale della Gemeaz (industria alimentare), piazzandosi poi nei consigli d’amministrazione di Oto Melara e Termomeccanica (dal ’92 al ’95), quindi ruoli di primissimo piano nelle spa genovesi.
«Ero nell’area della sinistra Dc. Loro mi mettevano ovunque e io ne tutelavo gli interessi».
Torniamo all’attuale tesoriere della Lega Nord, ed ex sottosegretario, Belsito.
«Quando Levaggi me lo presentò, aveva un’impresa di pulizie con un certo Varanzi (il faccendiere che nel corso di varie inchieste penali accuserà Belsito di averlo rovinato, vedi sopra, ndr). Io ricoprivo un’alta carica in “Stazioni marittime spa”, a Genova, e gli feci avere un po’ di appalti, mi pare per 600 milioni delle vecchie lire».
Con gara pubblica?
«No no, non direi proprio, erano tempi diversi. Belsito faceva pena pure a me. Oltre a procurargli il lavoro, gli ho comprato dei vestiti: cappotto, giacca e pantaloni».
Aveva entrature politiche?
«Forza Italia lo aveva già scaricato e si stava avvicinando alla Lega Nord, in particolare a Bruzzone (Francesco, ancora oggi segretario regionale, ndr). Soprattutto, cominciò a tampinare Maurizio Balocchi, l’ex tesoriere di Bossi: “Prima o poi prenderò il suo posto e ti restituirò tutto quello che mi dà i, con gli interessi”».
Balocchi è stato uno dei maggiorenti della Lega. Ex amministratore di condominio, al momento della morte nel 2010 – dopo una rielezione a deputato nel 2008 – era sottosegretario alla Semplificazione normativa di Berlusconi. Fu rimpiazzato, come sottosegretario e tesoriere, da Belsito.
Pleba, lei quando entrò in affari con Belsito?
«Misi quattrocento milioni in una società d’intermediazione (la Cost Service, vedi articolo sopra, ndr) nel ’99. Li prelevai in due tranche in una banca in pieno centro a Genova e li portai con una valigetta nell’ufficio di via Venti settembre, dove c’era una specie di sede».
Solo quelli?
«No. Ne investii altri seicento per un affare immobiliare consigliato da Belsito, che andò in fumo come i primi quattrocento milioni».
Pleba qualche scheletro nell’armadio lo ha. Finito a bagno, le provò un po’ tutte.
Nel 2003 la polizia francese lo ferma nei pressi di Lione, vicino alla frontiera svizzera, con centomila euro in tasca.
Lo accusano di riciclaggio e le sue giustificazioni non convincono granchè. «Capisce come mi aveva ridotto Belsito?», riesce a dire oggi che non ha più niente da perdere, ma nemmeno da guadagnare: «Gli ho comprato il cappotto, mi ha turlupinato usandomi come testa di legno e ora gira in Porsche Cayenne».
(da “Il Secolo XIX“)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
COME FECE FORTUNA IL CASSIERE LEGHISTA: MILIARDI DI LIRE SPARITE E AMICIZIE PERICOLOSE… IL CURATORE FALLIMENTARE SCRIVE: “SI E’ INTASCATO CENTINAIA DI MILIONI DI LIRE, INTESTANDOSI INDEBITAMENTE ASSEGNI, OLTRE AD AVER ABUSATO DELLE CARTE DI CREDITO PER FARE LA BELLA VITA”…MOLTI SUOI SOCI ARRESTATI O CONDANNATI PER TRUFFE
Assegni spariti o falsificati. Fallimenti a catena e amicizie pericolose.
Un “tesoro” ottenuto da un (ex) amico, ammanicato alla peggiore prima Repubblica, che oggi lo accusa di averlo ridotto sul lastrico.
E una serie di acrobazie finanziarie – sul filo di due inchiesta archiviate per un pelo – che ne raccontano un passato finora ignoto, in cui parrebbe aver messo da parte, non si sa come, due miliardi delle vecchie lire.
Decisivi a fargli spiccare quel salto di qualità politico, sortto forma di sostegno alle campagne elettorali, dopo il quale è stato proiettato nell’Olimpo padano.
Chi è il potente tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito?
Chi è il piccolo impresario delle pulizie, oggi 41enne, divenuto sottosegretario alla Semplificazione normativa nell’ultimo governo Berlusconi, oltre che amministratore di un patrimonio da oltre 22 milioni di euro in contributi elettorali pubblici solo nel 2010?
Cosa c’è nella vita precedente dell’uomo legato a filo rosso con Umberto Bossi?
Il suo nome era finito recentemente alla ribalta poichè s’era scoperto che il denaro pagato dagli italiani per foraggiare la Lega era stato dirottato in Tanzania e a Cipro.
Oggi però il Secolo XIX è in grado di ripercorrere, documenti inediti alla mano, un ottovolante di miliardi, avvisi di garanzia, crac, affari immobiliari e alleanze a dir poco avventurose.
L’antefatto della sua storia politica, sempre in simbiosi con un fiume di soldi.
Per orientarsi bisogna partire dal caso di una strana azienda creata a Genova, la Cooperativa servizi tecnologici Liguria srl, dichiarata fallita a Genova il 16 novembre 2000.
Belsito fa parte del consiglio di amministrazione dal’11 ottobre 1998 al 17 luglio 1999.
Con lui entra Ermanno Pleba, ex fedelissimo della DC, piazzato in varie società semipubbliche fin dagli anni ’90, che oggi racconta di aver perso un miliardo e quattro appartamenti per colpa di Belsito.
Quando va a carte quarantotto la Cost Liguria, è nominato curatore fallimentare Paolo Lanzillotta: è lui a spedire in tribunale il dossier che fotografa l’andamento del gruppo.
Il curatore scrive: “ho potuto accertare l’emissione non giustificata di assegni, cambiali ed effetti a Pleba e Belsito, già amministratori della fallita Cost Service. Il signor Varanzi ha dichiarato che la causa unica del dissesto è correlata alla sottoscrizione di alcuni contratti con primarie società genovesi. A fronte di tali contratti, stipulati con l’intermediazione di Belsito e Pleba, poi rivelatisi fasulli in quanto contraffatti e falsificati nelle firme, la società effettuava investimenti addebitandosi con le banche”.
Belsito è indagato per bancarotta e fatture false, insieme agli altri soci, la pratica si trascina tra un pm e un altro.
Il 2 febbraio 2004, mentre la carriera politica di Belsito avanza, il curatore Lanzillotta rileva nuovamente: “l’emissione non giustificata di assegni e cambiali a suo favore per un importo di lire 625.036.500”.
Non solo: “Per Belsito sono stati raccolti assegni firmati dallo stesso a nome della cooperativa per spese non giustificate e assegni non intestati e firmati a nome di Varanzi con firma non riconosciuta”.
C’è il sospetto che Belsito si sia girato altri assegni, taroccando la firme altrui.
Scrive il curatore: “Non sono riuscito a reperire nei documenti contabili gli estratti, emergono numerosi acquisti presumibilmente a titolo personale”
Per scagionare Belsito dagli addebiti penali, i pm riterranno sufficiente la data di uscita ufficiale dal consiglio di amministrazione, antecedente all’emissione di una serie di fatture fasulle.
“In realtà – dice il suo vecchio socio Pleba – faceva sempre tutto lui”.
E Massimo Varanzi, presidente del Cda rincara la dose: “Belsito e Pleba avevano falsificato la mia firma su assegni e cambiali, depositato la propria su alcune banche, riuscendo a versare e immediatamente far sparire somme di cui ignoro la provenienza. Ritengo che il mio conto possa essere servito quale mezzo per ripulire denaro di dubbia provenienza”.
E le fatture false? “Belsito ha provveduto a compilare i documenti fasulli concordati”.
Belsito viene sottoposto a sette interrogatori tra la fine del 200 e l’inizio del 2001.
Si difende sostenendo che è tutta una montatura di Varanzi, ma qualcosa è costretto ad ammettere.
A proposito di una cambiale di svariati milioni dice: “Ho cercato di imitare la sua grafia, ma me lo aveva detto lui”.
Belsito annuncia ai magistrati di allora che presenterà querela contro Varanzi, ma caso strano, non risulta sia mai stata presentata.
(1 continua)
Matteo Indice e Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX“)
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