Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL GERMANIA CHI VIOLA LE NORME RISCHIA FINO A 5 ANNI DI DETENZIONE, IN FRANCIA E’ PREVISTA LA REVOCA DEL DIRITTO AI SOLDI, IN GRAN BRETAGNA C’E’ L’OBBLIGO DEI RENDICONTI, IN SPAGNA IL CONTROLLO E’ AFFIDATO ALLA CORTE DEI CONTI
In Italia i partiti possono riscuotere rimborsi elettorali gonfiati rispetto alle spese effettivamente sostenute, certi di un sistema di controlli inefficace.
Lo scandalo che ha travolto Luigi Lusi, già tesoriere della Margherita e oggi senatore del Pd, ha acceso i riflettori sull’opacità delle nostre formazioni politiche, visto che è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni di euro e di averli ‘girati’ indebitamente sui suoi conti.
Ma se in Italia il sistema di verifica dei rendiconti è di fatto inadeguato, in Europa i partiti sono tenuti alla trasparenza di finanziamenti e patrimoni.
E chi occulta o sbaglia, paga.
FRANCIA
I partiti in Francia che incassano contributi annuali e rimborsi elettorali, per ottenere i fondi devono raggiungere l’1% dei voti presentandosi in almeno 50 circoscrizioni.
Il sussidio annuale è soggetto a un tetto massimo di 80 milioni di euro e il limite della spesa è fissato a 38mila euro per candidato, a differenza dei 52mila in Italia.
Anche il rimborso si suddivide in effettivo, che compensa le spese elettorali per i candidati che hanno superato il 5% dei voti e avviene dopo il deposito dei conti delle campagne, e forfettario, che in nessun caso può superare le spese effettive.
Obbligatoria la contabilità che riguarda sia il rendiconto del partito, che quelli degli enti e delle società partecipate, da sottoporre a due revisori dei conti e in seguito depositati presso la “Commission nationale des comptes de campagne et des financements politiques”.
In caso di violazione della legge, il partito può perdere il diritto al finanziamento per l’esercizio successivo e sono previsti sanzioni, sia elettorali che penali e pecuniarie, per i candidati.
Se infatti la Commissione accerta il superamento dei limiti di spesa, sarà lo stesso politico a compensare la differenza con la somma rimborsabile per legge.
“La Francia — spiega Paolo Bracalini, autore di ‘Partiti S.p.a’ — punisce per davvero chi sgarra. Dal 2003 a oggi infatti i partiti hanno preso solo 73,7 milioni di finanziamenti pubblici sugli 80 disponibili”.
E i restanti 7?
“Non sono stati assegnati per mancata applicazione della normativa sulle quote rosa. Che esiste anche in Italia, sebbene in pochi la rispettino”.
GERMANIA
Controlli ferrei anche in Germania, dove i partiti si finanziano con i rimborsi elettorali e le somme elargite dalle fondazioni di partito, su cui lo Stato impone l’obbligo di rendicontazione.
Il tetto massimo del sussidio statale è fissato a 133 milioni di euro e i rimborsi elettorali corrispondono a 0,85 euro per ogni voto valido, che scende a 0,70 dopo i 4 milioni, e 0,38 per ogni euro ricevuto tramite donazioni e quote degli iscritti.
Anche le Fondazioni dei partiti ricevono finanziamenti globali e a progetto, rispettivamente 95 e 233 milioni nel 2011.
L’attuale legge elettorale tedesca (Gesetz à¼ber die politischen Parteien — Parteiengesetz) del 31 gennaio 1994 è stata formulata in seguito al rilevamento di incostituzionalità sul quale è intervenuto il Tribunale.
Dal 1966 infatti ai partiti potevano finanziarsi solo tramite rimborsi elettorali, norma che aveva portato a un aumento incontrollabile dei costi della politica. Il Tribunale dunque sanzionò il contributo pubblico perchè ormai trasformato di fatto in finanziamento in via continuativa, oltre alle importanti deduzioni fiscali sulle donazioni ai partiti e alla ripartizione dei contributi a prescindere dal seguito elettorale.
Oggi per avere accesso ai contributi è necessario ottenere come lista almeno lo 0,5% dei voti validi per le elezioni europee e del Bundestag, o l’1% per le elezioni dei Parlamenti dei Là¤nder.
Il rendiconto deve essere esaminato da un revisore dei conti o da una società di revisione e dal 2004 lo Stato reso obbligatori la doppia contabilità e l’adeguamento del limite assoluto del finanziamento pubblico dei partiti. Inoltre chi viola la normativa, revisori inclusi, rischia la detenzione fino a tre anni, o cinque se l’errore è stato commesso dietro compenso per favorire o danneggiare un terzo soggetto.
Una regolamentazione dettagliata e restrittiva riguarda anche le donazioni che, ad esempio, non possono provenire dall’estero o, se anonime, superare i mille euro.
Nel caso poi in cui non venissero rendicontate, il partito perde il diritto ai contributi pubblici per una somma pari al doppio della somma ottenuta in modo illegittimo.
GRAN BRETAGNA
Controlli severi anche nel Regno Unito, dove il finanziamento statale interessa soltanto i partiti di opposizione, ‘svantaggiati’ poichè non al governo. Rivestono invece un ruolo importante i sussidi privati che possono essere erogati da persone fisiche e imprese e sono resi pubblici attraverso un registro controllato dalla ‘Electoral Commission’, un organismo indipendente di vigilanza, e che per la campagna elettorale del 2010 ammontavano a 26,3 milioni di sterline (contro il 7,8 elargito dallo Stato).
L’attuale normativa inoltre, oltre a rendere pubblici tutti i finanziamenti sul registro pubblico disposto dalla Electoral Commission, impone obblighi vincolanti sul controllo e la trasparenza dei rendiconti dei candidati, tenuti a designare un agente elettorale responsabile di depositare il rendiconto finanziario alla Commissione entro 35 giorni dalla proclamazione del risultato.
SPAGNA
Obblighi contabili anche per i partiti spagnoli, che ricevono finanziamenti pubblici ordinari per la loro attività , rimborsi elettorali e contributi elargiti dalle Comunità Autonome.
Un partito ha diritto al sussidio statale se ha almeno un eletto in Parlamento e la somma è ripartita per 2/3 in base ai voti ottenuti, e 1/3 sulla base dei seggi vinti per un totale di 86,5 milioni nel 2011.
Per quanto riguarda invece i rimborsi elettorali sono suddivisi in base al numero di seggi vinti e ai voti conquistati, e l’anno scorso ammontavano a 44,5 milioni di euro.
Molto severa anche la disciplina sul controllo della gestione: le formazioni politiche devono infatti tenere registri contabili dettagliati sulla situazione finanziaria e patrimoniale sui quali si pronuncia la Corte dei Conti, che può irrogare sanzioni pecuniarie nel caso di donazioni ‘fuori legge’, “comminando una multa — aggiunge Bracalini — fino a un importo pari al doppio del contributo ricevuto illegalmente, che sarà dedotta dal successivo conferimento della sovvenzione annuale al partito”.
E nel caso in cui un partito “non presenti, senza giustificazioni, i conti corrispondenti all’ultimo esercizio annuale o se essi siano incompleti, la Corte può proporre che al partito stesso non siano assegnati i contributi annuali a cui esso avrebbe diritto”.
Insomma, in Europa la politica che sbaglia, paga. Ma in Italia no.
E’ davvero così?
“Sì — osserva Lorenzo Cuocolo, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università Bocconi-, anche perchè i partiti in Italia sono soggetti di carattere privato, in buona parte liberi di gestire i denari che ricevono. La Corte dei Conti, come accade in altri paesi, sarebbe l’organo più idoneo per garantire la trasparenza dei patrimoni”.
Inoltre, aggiunge, “la nostra legge è il frutto di una serie di imprecisioni e inganni che iniziano con il referendum del 1993, tradito dalla reintroduzione dei contributi sotto forma di rimborsi elettorali”.
Una situazione che si aggravata negli anni “visto che oggi questi contributi non sono più dati sulla base di giustificativi ma su base forfettaria e i partiti ricevono l’erogazione anche in caso di scioglimento anticipato, cumulando così tesoretti molto consistenti”.
Come i 13 milioni per i quali è indagato l’ex tesoriere della Margherita.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IN UN LIBRO DI PAOLO BRACALINI TUTTE LE CIFRE DELLE HOOLDING IN CUI PASSANO 500 MILIONI DI EURO PER OGNI LEGISLATURA IN PARLAMENTO, 230 MILIONI PER LE EUROPEE E 200 PER LE REGIONALI…OLTRE A 70 MILIONI DI EURO L’ANNO AI GRUPPI PARLAMENTARI
In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12
milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali.
In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza.
Invece in Italia — il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% — i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità ufficiale delle erogazioni”.
Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalista Paolo Bracalini.
I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro […] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno […] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.
Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila).
E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pd addirittura meno 42 milioni).
Il risultato del referendum del 1993, che sancì l’abrogazione del contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (82 miliardi di lire all’anno a partire dal 1974, con la cosiddetta legge Piccoli, da Flaminio, allora capogruppo Dc che ne fu relatore), è diventato subito carta straccia e qualche numero lo testimonierebbe.
Scrive infatti l’autore che dal 1994, quando venne introdotta la legge sul rimborso elettorale, a oggi l’ammontare del denaro erogato sotto questa voce ha raggiunto quota 2 miliardi e 700 milioni di euro, 600 dei quali dal 2008 sono andati solo per Pdl e Pd.
E si tratta di un importo al netto delle elezioni “minori”, come quelle supplettive o delle regioni a statuto speciale.
Cifra che, specifica Paolo Bracalini facendo notare che dal 2006 l’erogazione avviene sulla base di tutti gli anni di legislatura anche se questa non giunge a scadenza, “non tiene conto degli stipendi dei parlamentari, consiglieri di regioni, province e comuni, dei loro vitalizi, dei loro ‘assegni di reinserimento’, dei loro benefit, delle spese di affitto sostenute da Camera e Senato per ospitarli, dei milioni per l’editoria di partito, dei costi delle auto blu e di quant’altro va sotto il nome di ‘costi della politica’. Noi ci limitiamo esclusivamente a considerare i soldi erogati direttamente ai partiti, denaro liquido”.
Una nota da rilevare è che, in 13 anni di modifiche alle norme, il rimborso per elettore è passato da 1.600 lire a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate solo per questa voce 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato la soglia dei 500.
I paradossi delle norme che compongono la voce rimborso elettorale proseguono.
Intanto, per riceverlo, occorre superare per esempio la quota dell’1% dei suffragi alla Camera (per il Senato la ripartizione è su base regionale), molto inferiore rispetto a quella per entrare nei palazzi della politica, e la percentuale di rimborso non si calcola sul numero effettivo dei votanti, ma sul numero di cittadini iscritti nelle sezioni elettorali.
C’è poi il tasto, anche in questo caso dolente, della corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale e l’importo del rimborso.
Scrive in proposito l’autore citando ancora la Corte dei Conti: “Dei 2.253.612.233 euro (la somma è arrotondata per difetto però…) di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto. Ma la differenza si è accentuata con l’aumentare degli importi del rimborso. Le ultime elezioni, quelle 2008, sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”.
Non meglio va il capitolo controlli, con le verifiche che dovrebbero essere condotte, oltre che dalla Corte dei Conti, anche dal collegio dei revisori nominato dall’ufficio di presidenza della Camera.
Da un lato la legge limita i riscontri al “rispetto formale degli obblighi informativi […] ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”.
Dall’altro il collegio sottolinea la “mancata attribuzione di specifici poteri istruttori”.
Bracalini ne intervista uno dei 5 professionisti che dovrebbero controllare.
Non ne rivela l’identità (per quanto il pool sia composto dal commercialista Salvatore Cottone, dai professori Tommaso Di Tanno, Duilio Lutazi e Francesco Perrini, e dal commercialista e revisore contabile Maurizio Lauri), ma gli chiede quali sono i criteri con cui i professionisti vengono scelti dal parlamento.
“Manuale Cencelli al cento per cento”, risponde l’intervistato alludendo alla mai tramontata pratica da Prima Repubblica di spartizioni delle poltrone sulla base della forza di partiti e correnti.
Questo fiume di denaro può poi avere qualche impiego ulteriore.
Come risanare almeno in parte le casse asciutte dei partiti. Impiego a cui è ricorsa — più clamorosamente di altri, ma non l’unica — Forza Italia “vendendo” nell’aprile 2007 i suoi rimborsi di 105 milioni di euro a Intesa Sanpaolo, quella del ministro Corrado Passera e del vice alle infrastrutture Mario Ciaccia, la stessa che vede il “suo” Banco di Napoli gestire i conti correnti dei deputati e i movimenti di Montecitorio.
Forza Italia ha così trovato nuova linfa per la campagna in vista delle politiche del 2008 e ha ripetuto il meccanismo, quando il partito è andato a caccia di un finanziamento analogo con l’arrivo del Popolo della Libertà e con l’idea di cartolizzare i rimborsi fino al 2012.
Quello descritto da Bracalini, in sostanza, è un mondo fatto da una casta che quando il partito non ce l’ha se lo inventa e qualche volta riesce pure a farsi rimborsare a fronte di nessun rappresentante eletto.
Un mondo di debiti e morosi, di assi strategiche tra finanza e politica che passano dai consigli d’amministrazione degli istituti di credito e delle immobiliari che affittano ai partiti, di feste-eventi e marchi da registrar per sfruttamento commerciale in gadget e affini.
“Se almeno servisse, tutto questo finanziamento pubblico, a rendere marginale il ricorso a quello illecito”, scrive l’autore. “Invece no […]. Il ‘valore’ di mazzette e falsi appalti? Cinquanta-sessanta miliardi di euro, l’anno.
‘Una vera e propria tassa immorale e occulta’ […] l’ha definita Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti”.
Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
SALVARE IL QUARTIERE A NORD DI NAPOLI STRETTO TRA CAMORRA E DROGA: NASCE OCCUPYSCAMPIA
Salvare Scampia. Con un tweet. E un obiettivo: “Occupyscampia”. 
Richiamando giovani e tende, meglio se fisicamente, nel droga shop più vasto del Mediterraneo, nella catena di montaggio delle quindici piazze di spaccio.
“Ma vogliamo gente vera, non passerella”, avvertono gli indignati.
Da un sasso lanciato on line dalla deputata Pd Pina Picierno, è scattata la mobilitazione sui social network per contrapporre il rumore della vita ai regolamenti di conti ripresi tra il clan degli “scissionisti” e una fazione di vecchi killer legati ai Di Lauro (8 morti in sei mesi).
La paura spinge le famiglie a chiudersi in casa, c’è chi ha colto indiscrezioni su un “coprifuoco” che sarebbe stato imposto dalla camorra.
Notizia smentita ufficialmente sia dalle forze dell’ordine, sia dal procuratore aggiunto antimafia di Napoli, Alessandro Pennasilico, secondo cui “non si registra alcun riscontro su tali notizie. Si tratta di una circostanza infondata in base a tutti i rilievi in corso sul territorio”.
Che ci sia o meno il coprifuoco, gennaio è stato un mese di angoscia per chi vive a ridosso dei “signori” dello spaccio, tra le Vele o al lotto P.
Per gli abitanti di Scampia, c’era il rischio di una nuova faida. Per gli inquirenti, invece, “si è trattato solo di un assestamento”.
E’ al nuovo clima di violenza e prevaricazione che ha cercato di dar voce la deputata Picierno con quel Twitter che fa il verso a Zuccotti Park, – Occupyscampia – poi seguito da centinaia di indignati al giorno.
Un tam-tam che registra un twitter al minuto.
E se il marchio Scampia da sempre fa discutere, Occupyscampia suscita mobilitazione, passione e anche dissenso.
Il giornalista Sandro Ruotolo scrive: “La liberazione di Scampia può partire solo da Scampia”.
E Lorenzo Tag risponde: “Infatti! Se ne hanno voglia che lo facciano loro! Sarebbe la prima volta che gli italiani rinunciano alle deleghe…”.
Elladbs è di tutt’altro avviso: “Spero che #occupyscampia qualunque cosa voglia dire vada in porto. Abbiamo bisogno di sperare”.
Scrive Francesco Gentile: “Se occupiamo Scampia da “stranieri” per poi tornarcene a casa, non serve a nulla. Parli il territorio e ci dica cosa serve”.
Cifella avverte: “Questa cosa di Occupyscampia mi eccita”. Salvio Sapio li sveglia: “Va be, Scampia va di moda quindi presidiamo Scampia. Melito non fa notizia e poco importa se è un marciapiede più in là “. (Melito è il territorio attaccato alla periferia di Scampia, ma fa comune a sè ed è travolto dalle lotte).
Salvatore Sanna lancia: “Okay per occupyscampia ma occuparla qui su Twitter non serve a molto. Bisogna andare dint’ a Scampia, guagliu'”.
E Ciro Pellegrino risponde: “Per me si può fare pure domani, ho anche pensato a dove mettere le tende”.
E Devandrea sostiene da lontano. “Coraggiosi i ragazzi di occupyscampia. Supporto e ammirazione da un campano emigrato”.
Ma Orsatti63, a chi chiede in cosa si concretizzerà questa mobilitazione, risponde: “Guarda, non penso che sarà un corteo. Quello che si tenterà è occupyscampia vera. Niente passerelle. Gente”.
E per Emensileonline: “L’hashtag del giorno, per noi, è #occupyscampia”.
Eppure, sono tante le voci di Scampia che non vogliono essere rappresentante come “colonia criminale e basta”.
Che non vogliono commentare “il coprifuoco perchè sono fenomeni mediatici che non servono a Scampia”.
Da Gianni Maddaloni, maestro di judo e soprattutto padre del campione olimipico Pino che lì guida una palestra al preside dell’Istituto modello “Ferraris”, dagli operatori sociali delle sessanta associazioni che interagiscono con il territorio ai religiosi come il gesuita Fabrizio Valletti e il parroco Vittorio Siciliani, hanno sempre la stessa parola: “Scampia ha bisogno di fatti, e di esempi positivi”.
Conchita Sannino
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL PARTITO-ZOMBIE CHE ACCAPARRAVA FONDI SENZA RENDERE CONTO A NESSUNO AVEVA GIA’ PRODOTTO UNA FURIBONDA POLEMICA E PERSINO UN GIALLO SULLE PRIMARIE
L’allora tesoriere della Margherita, infatti, messo spalle al muro da Arturo Parisi, giustificava una voce del suo bilancio così: “Ho dato 4 milioni di euro a Franceschini per la sua campagna da segretario”.
Lo scandalo inizia il 20 giugno del 2011, a via del Nazzareno c’è l’assemblea della Margherita che deve approvare il bilancio.
I 300 dirigenti della ex Margherita dovevano approvare i conti di un partito ufficialmente morto ma finanziariamente floridissimo.
La seduta iniziò malissimo, non più di 15 persone in sala. Nessuno dei partecipanti aveva ricevuto una copia del consuntivo. “Come pensi — aveva detto Parisi a Lusi — che noi si possa approvare un bilancio a scatola chiusa?”.
Era scoppiato un finimondo.
Un altro dirigente, l’umbro Luciano Neri: “Fra un anno il finanziamento finirà : che cosa facciamo di questi soldi? La cosa più logica, per me, sarebbe dividere i fondi tra organizzazioni sociali: Emergency, La Caritas, Medici senza Frontiere”.
Parisi torna alla carica: “La seduta va aggiornata per dar modo ai dirigenti di visionare il testo e chiedere chiarimenti, oppure la votazione perde qualsiasi legittimità politica”.
A questo punto Lusi esplode, cancellando l’immagine del dirigente tecnico compassato e pignolo: “Adesso basta! Non posso accettare di essere trattato in questo modo”.
Estrae dalla borsa un fascicolo che sbatte sul tavolo: “Il bilancio è qui. Non c’è nessun segreto: ma se queste proteste vogliono suggerire che io non faccio bene il mio lavoro, non ho problemi a rimettere il mio mandato!”.
Cala il gelo.
Oltre ai due “contestatori” – Parisi e Neri — ci sono Francesco Rutelli, Paolo Gentiloni, Giuseppe Fioroni, Enzo Bianco, Giulio Santagata.
La riunione si interrompe. Lusi si alza. Fioroni media.
Parisi chiede di visionare il fascicolo.
Lusi accetta che il professore guardi, ma non gli da una copia del testo.
Parisi non ha una preparazione contabile, ma l’occhio gli cade su una voce: “Attività politica, 4 milioni di euro”.
Allora chiede a bruciapelo: “Scusa Lusi, cosa vogliono dire questi denari, nel 2011, per un partito che ha cessato l’attività politica?”.
La risposta del tesoriere: “Lo scorso anno ci sono state le primarie tra Bersani e Franceschini. Quella voce indica il nostro contributo al candidato che veniva dalla Margherita”.
Parisi trasecola: “Ma come? Il tetto di spesa prescritto dal regolamento interno del Pd, era di 250 mila euro!”.
Il problema che Parisi si pone, non sospettando truffe, è quindi tutto politico: lo stesso Franceschini aveva più volte lamentato la spesa enorme sostenuta da Bersani per la sua visibilissima campagna.
A chi scrive, nell’anticamera dell’Infedele di Gad Lerner, solo sei giorni prima del voto aveva detto: “Io i soldi per affiggere e stampare una manifesto nazionale non li ho mai avuti!”.
Torniamo per un attimo al 20 giugno 2011.
“La riunione — racconta Neri — fu aggiornata alla sera, per dare tempo ai pontieri di ricucire lo strappo. Il bilancio, malgrado le nostre proteste fu approvato con la scusa che si era oltre il termine massimo. Lusi promise solennemente che lo avremmo ricevuto a casa. Non arrivò mai”.
I dirigenti, ancora una volta pressati da Parisi e Neri, prendono l’impegno di convocare un comitato per decidere cosa fare dei soldi quando, dopo il 2011, il finanziamento sarà finito.
L’assemblea non si riunirà mai. Si arriva a settembre.
Dopo la scissione dell’Api, sorprendendo tutti, Lusi sceglie di non seguire Francesco Rutelli.
Rimane senatore del Pd, parte dell’Area democratica che fa capo proprio a Franceschini.
La Margherita, come soggetto giuridico, continua a stipendiare una decina di funzionari e a occupare una parte della sede del Pd.
Quando chi scrive era venuto a conoscenza della polemica, chiede a Franceschini (diventato capogruppo del Pd) come sia possibile che Lusi giustificasse una spesa così ingente con un finanziamento a lui.
Questa la risposta dell’ex segretario del Pd: “Ho sentito anche io questa voce! E’ una menzogna vergognosa e priva di qualsiasi fondamento. Primo: non avevo realmente un euro a disposizione. Secondo: non avrei mai accettato di ricevere una cifra di questa entità perchè lo avrei ritenuto immorale, per una primaria. Terzo, c’era un regolamento che lo vietava”.
Obiezione, allora perchè Lusi dice di aver stanziato quella cifra?.
Franceschini è netto: “Non lo so. Sono solo certo che non può essere che una balla. E voglio anche io andare fino in fondo”.
Lusi, cercato dal sottoscritto su tema, si è sempre negato.
Il bilancio della Margherita viene pubblicato, su Europa, con le voci di spesa raggruppate e poco comprensibili.
Oggi Parisi dice: “Avevo individuato voci opache, ma il sospetto di corruzione o di appropriazione indebita non lo avevo avuto, altrimenti avrei denunciato tutto ad un magistrato. Quello che io sospettavo — aggiunge Parisi — era un uso, discrezionale sicuramente, forse clientelare, e di certo improprio di denaro pubblico. Ho ripetuto la mia protesta e i miei dubbi in ogni sede, ma non ho ricevuto nessuna risposta e nessuna spiegazione”.
Lusi amministrava la Margherita con un rigore quasi arcigno: non pochi, in quella sede, ricordano le ramanzine impartite ai dipendenti anche per un semplice rimborso taxi, e i contributi negati alle tante richieste.
Certo che la vicenda lascia aperti non pochi dubbi: quanto costò davvero a Bersani e Franceschini la campagna delle primarie?
Chi la finanziò? Dove sono i rendiconti?
E perchè nessun dirigente della ex Margherita si pose il problema del modo in cui veniva amministrato un patrimonio di milioni di euro?
E soprattutto: Lusi ha fatto un uso politico, oltre che personale, di parte di quei fondi che amministrava con disinvoltura ed arroganza?
E, visto che non sono andati a Franceschini, come sono stati impiegati quei 4 milioni?
Luca Telese blog
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL PARTITO NON ESISTE PIU’ DAL 2007 MA CONTINUA A RICEVERE RIMBORSI ELETTORALI…DA PARISI A NERI, CHI AVEVA CHIESTO DI VEDERE I CONTI SI E’ SCONTRATO CONTRO UN MURO
Francesco Rutelli aveva promesso “massima trasparenza nella destinazione di fondi della Margherita”, un tesoretto di circa 20 milioni di euro, uscendo dall’assemblea federale del partito il 20 giugno 2011.
Invece in questa storia di trasparenza non ce n’è affatto.
Dall’inizio alla fine, con il tesoriere Luigi Lusi, attuale senatore del Pd, indagato per aver usato parte di quei soldi per fini privati, compreso l’acquisto di una casa nel centro di Roma.
E passando per il fatto che la Margherita non esiste più come partito dal 2007, ma ha continuato a percepire rimborsi elettorali anche in questa legislatura, iniziata l’anno successivo, e fino al 2011.
A proposito di trasparenza, in quell’assemblea federale dell’estate scorsa a Roma non fu neppure possibile leggere con la dovuta attenzione una copia del bilancio del partito.
E sui 398 aventi diritto, pare che la convocazione sia arrivata a non più una ventina di persone, tanto che su questo è in corso a un processo civile a Roma, seguito alla denuncia, tra gli altri, di Renzo Lusetti, Rino Piscitello, Enzo Carra e Gaspare Nuccio.
Alla fine si presentarono appena una dozzina di esponenti del partito.
E dire che l’ordine del giorno era allettante: l’assemblea doveva decidere proprio la destinazione di quella montagna di soldi.
Sul tavolo c’era anche la proposta di distribuirli per il 50 per cento ai terremotati dell’Aquila e per l’altra metà ad associazioni come Emergency e Medici senza frontiere.
Perchè dal primo all’ultimo euro si trattava di fondi dello Stato, erogati come rimborsi elettorali, e non di quote del tesseramento o di donazioni private.
A proporlo era stato Luciano Neri, responsabile della Circoscrizione estero del partito, che oggi ricopre lo stesso incarico nel Partito democratico.
“Chiesi di avere il bilancio, ma Lusi si oppose”, ricorda Neri.
“Si inalberò, minacciò le dimissioni perchè non ci fidavamo di lui. Alla fine fu possibile leggere una copia del bilancio messa a disposizione di tutti, ma per un tempo limitato, che rendeva impossibile un’analisi seria”.
Francesco Rutelli è il presidente dell’ormai ex partito, Enzo Bianco è presidente dell’Assemblea.
Nessuno dei due si spende per accogliere la richiesta di trasparenza.
Chi vuole vederci chiaro è invece Arturo Parisi, attuale leader referendario.
“Chiesi un approfondimento del bilancio”, afferma, “perchè c’erano voci opache e ampie. Non votai il bilancio preventivo”, continua, “e l’assemblea fu sospesa finchè non si decise la formazione di un organismo che approfondisse successivamente. Ma questo organismo non si è mai riunito”.
Già intorno al 2003 Parisi se n’era andato sbattendo la porta dall’Ufficio di tesoreria del partito, perchè non gli venivano forniti i documenti necessari a esercitare un vero controllo sui conti.
Il tesoriere era sempre Lusi, il presidente era sempre Rutelli.
Risultato, ancora oggi non si sa a quanto ammonti esattamente il patrimonio rimasto nelle casse del partito.
Questo è il clima in cui matura lo scandalo del senatore Lusi, che avrebbe già ammesso le proprie responsabilità di fronte ai magistrati di Roma e si sarebbe detto pronto a restituire il denaro.
Per di più, il tutto avviene in un partito fantasma, sciolto nel 2007 in vista del matrimonio con i Ds per dare vita al Pd.
Anzi, nel frattempo Rutelli è diventato presidente di una nuova formazione politica, l’Alleanza per l’Italia (Api), concorrente centrista del Pd.
E perchè un partito che non esiste più continua ad avere (e ricevere) denaro?
Il primo motivo è che quando nacque il Pd, i due partiti fondatori scelsero la “separazione dei beni”.
I Ds avevano un grande patrimonio immobiliare — la storica eredità del Pci — ma un indebitamento superiore ai 100 milioni di euro; la Margherita, pur discendendo dalla Democrazia cristiana, era meno ricca, ma aveva i conti in ordine.
Insieme nella politica, separati nei patrimoni, fu la decisione finale.
Il secondo motivo sta nella legge sui rimborsi elettorali. I soldi pubblici, calcolati sula base dei consensi ottenuti alle urne, vengono erogati in più tranche.
Fino al 2011, la Margherita ha ricevuto le somme relative alla legislatura del 2006, calcolata per intero nonostante sia durata solo due anni.
Il che sarebbe logico se si trattasse di un vero rimborso delle spese elettorali, un po’ meno se si pensa che questo finanziamento multimilionario non ha alcun legame con i costi effettivamente sostenuti per conquistare seggi alle elezioni.
Naturalmente lo stesso vale per altre formazioni estinte, come i Ds, Forza Italia, An, Rifondazione comunista.
A loro vanno i finanziamenti per le vecchie elezioni, e contemporaneamente i loro figli — il Pd e il Pdl — li ricevono per le più recenti.
Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
A DICEMBRE LA MAGGIORANZA IN COMUNE AVEVA ACCETTATO LA BOZZA D’INTESA, ORA IL SINDACO CI HA RIPENSATO: “SIAMO ORIENTATI A DIRE NO”
«Quando si arriva all’ultimo minuto bisogna giocare con prudenza».
La premessa è di natura cestistica, perchè da buon appassionato di basket, Giorgio Demezzi conosce bene l’importanza delle fasi finali di una partita, quando il cronometro scorre inesorabile verso la fine.
«Esistono però le condizioni per un nostro ripensamento. La decisione definitiva non è ancora presa, ma siamo orientati a non accettare l’offerta di transazione fatta al Comune dall’imputato Stephan Schmideiny per la vertenza sull’amianto».
Quasi un tiro da tre punti a fil di sirena.
Ogni domenica il sindaco di Casale Monferrato siede sui gradoni del Palaferraris, il palazzetto che ospita la Novi Più, matricola e rivelazione del campionato di seria A, non fosse per la propensione a perdere molto spesso in volata.
Ci vuole prudenza, anche per le trattative, soprattutto quando sembravano ormai chiuse.
Lo scorso 18 dicembre la maggioranza del Consiglio comunale aveva accettato la bozza d’intesa spedita dai legali di Stephan Schmidheiny, ex proprietario dello stabilimento Eternit nel quartiere Ronzone che per oltre cinquant’anni ha diffuso nell’aria e nei polmoni il micidiale polverino.
Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offriva una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune al processo sui morti d’amianto che il 13 febbraio andrà a sentenza.
Era una proposta indecente, ma erano anche tanti soldi.
Maledetti e subito, dall’incasso sicuro.
Fu una brutta notte, quella.
Qualche consigliere della maggioranza di centrodestra invocò la forza pubblica per far sgomberare le centinaia di persone che aspettavano nella piazza di fronte.
Non erano facinorosi, ma un pezzo importante di una città di 35 mila abitanti martoriata da almeno 1.700 morti di mesotelioma, il tumore della pleura indotto dall’amianto.
In poco più di un mese possono accadere tante cose, persino da noi.
Per una volta si è mossa la politica, seppur tecnica.
Il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, è nato a venti chilometri da qui. Conosce bene questo infinito rosario di morti. Ha contattato Demezzi, gli ha mostrato un’altra strada per evitare la firma su un accordo destinato a creare una lacerazione profonda in una città così segnata dal dolore, che avrebbe cancellato anche trent’anni di lotta per giungere alla verità .
Non parole, ma opere di bene, con il coinvolgimento diretto del ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Nuovo accordo di collaborazione tra Stato, Regione ed Enti locali.
La conferma dei 9 milioni di stanziamento che finanzieranno le spese per il prossimo biennio.
L’impegno a trovare il denaro per una nuova discarica di Eternit.
«Si sono presi a cuore il problema in maniera seria, attivando un canale di dialogo quasi quotidiano. Ci hanno permesso di trovare lo stimolo e l’appiglio per ripensare la nostra decisione. La stiamo riconsiderando, finalmente sulla base di atti concreti». Giorgio Demezzi è un ingegnere prestato alla politica, a un Pdl che aveva bisogno di un nome nuovo per riprendersi Casale Monferrato.
Ha sempre rivendicato la bontà della decisione iniziale, che ancora oggi definisce «pragmatica», ma come essere umano ne ha sofferto. «Sono avvenuti fatti che mi hanno fatto capire quanto la decisione di Casale fosse una questione nazionale».
Il sì all’offerta dello «svizzero» ha avuto l’effetto collaterale di un ritorno del dramma dell’amianto al centro dell’attenzione.
Petizioni, assemblee, mobilitazioni.
Libri in uscita, da segnalare «Eternit, dissolvenza in bianco» opera a fumetti di Gea Ferraris e Assunta Prato che racconta la storia della fabbrica della morte.
Persino una pièce teatrale, Malapolvere, ispirata al libro omonimo di Silvana Mossano che questa sera apre in prima nazionale al teatro Gobetti di Torino.
C’è stato l’esempio dei piccoli comuni dell’alessandrino, da Coniolo a Morano Po, che hanno avuto la forza di respingere al mittente la stessa offerta.
Demezzi ha visto le reazioni dei suoi concittadini. Forse ha anche valutato il danno che subirebbe l’immagine di Casale.
«Abbiamo il dovere di riconsiderare la nostra decisione» dice.
Non può aggiungere altro. L’ultima parola spetta alla giunta, che si riunisce giovedì. La decisione non dipende solo da lui.
C’è da convincere una parte del suo partito, dove alcuni non vogliono recedere da quel sì e ne fanno ormai una questione di principio.
Manca poco, ormai. «L’impegno diretto di un ministro non è cosa da poco» dice Demezzi.
La Novi Più ha finalmente vinto una partita all’ultimo secondo e sabato torna a giocare nel palazzetto che porta il nome dell’assessore regionale Paolo Ferraris.
Uno degli uomini che più ha lottato per far avere alla città i soldi necessari a fronteggiare il dramma dell’amianto.
È morto nel 1997, ucciso dal mesotelioma.
Marco Imarisio
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
I PARTITI ITALIANI CE LA FARANNO A USCIRE DALLA CONDIZIONE DI IRRILEVANZA E DI INUTILITA’ IN CUI LI STA PRECIPITANDO LA PRESENZA DEL GOVERNO MONTI?
Questa è la domanda cruciale da qui alla prossima scadenza elettorale, qualunque essa sia.
Rispondere è impossibile essendo troppe le variabili in gioco.
Ma di una cosa però mi sentirei sicuro. Che essi non potranno mai riacquistare un senso e un ruolo se nella loro identità politica non tornerà ad avere posto un elemento da troppo tempo assente: e cioè il discorso sull’Italia.
Intendo dire la consapevolezza di che cosa è stato ed è il nostro Paese e di quali sono i suoi grandi e sempre attuali problemi: l’antica tensione tra pluralità dei luoghi e dissolvimento localistico, l’abisso multiforme tra Nord e Sud, la perenne e generale scarsa educazione alla legalità e alle virtù civiche, la forza degli interessi, delle corporazioni e delle camarille, sempre pronti a diventare dietro le quinte gli attori concreti di ogni realtà sociale e pubblica.
Infine l’egoismo di chi ha e la triste condizione dei troppi che non hanno.
Questa è l’Italia vera con la quale i partiti e le loro culture e i loro programmi dovrebbero sentirsi chiamati a fare i conti.
E con la quale per la verità ci fu un tempo in cui cercarono di farli.
Accadde all’incirca fin verso gli anni 70-80 del secolo scorso quando ancora tenevano il campo le culture politiche del nostro Novecento: tutte nate, per l’appunto, da un’analisi approfondita della vicenda del Paese, da una radiografia dei suoi problemi, dei suoi vizi e delle sue virtù.
Da qui non solo programmi, ma soprattutto un’idea dell’interesse generale della collettività nazionale e di conseguenza una loro ispirazione autentica, e quindi la voglia e la capacità di darle voce venendo presi sul serio.
Ma con la fine della cosiddetta Prima Repubblica le culture politiche del nostro Novecento si sono disintegrate.
Qualunque discorso sull’Italia è scomparso dalla vita pubblica italiana.
Si è diffusa una sorta di stanchezza per il pensare in generale e magari in grande. Abbiamo provato come una noia, quasi un disgusto, per noi stessi e per una nostra storia che sembrava averci portato solo a Tangentopoli e al grigiore un po’ torbido e inconcludente della stagione successiva.
È accaduto così che ci siamo buttati a corpo morto sull’Europa.
Per quindici anni e più il solo avvenire che è apparso lecito augurare al nostro Paese è stato quello di «entrare» in Europa, o, per restarci, di «avere i conti in ordine», di adottare le sue direttive, di «fare i compiti» a vario titolo assegnatici.
Giustissimo, per carità , ma troppo ci è sembrato che a tutto dovesse (e potesse!) pensare l’«Europa»; che nel frattempo, peraltro, stava diventando sempre più evanescente.
Troppo ci è sembrato che per essere europei fosse necessario buttarsi dietro le spalle l’Italia e il fardello della sua storia.
Superficialmente persuasi che ormai essa avesse fatto il suo tempo abbiamo guardato con sufficienza alla dimensione statal-nazionale. Non si decideva, tanto, tutto «in Europa»?
L’europeismo è diventato l’ideologia radio-televisiva del potere italiano, il pennacchio di ogni chiacchiera pubblica, il prezzemolo di tutte le minestrine dei Convegni Ambrosetti.
Oggi ci accorgiamo che le cose stavano – e soprattutto stanno – un po’ diversamente. La crisi paurosa del debito pubblico, e insieme la manifestazione di tutte le nostre innumerevoli inadeguatezza che essa ha causato, ci hanno ricordato, infatti, che esiste una cosa chiamata Italia, e che, ci piaccia o meno, tanta parte della nostra vita individuale e collettiva dipende da essa (e forse è servito a questo ricordo anche il concomitante anniversario della nascita del nostro Stato).
Ora è giunto il momento che se ne accorgano e se ne ricordino pure i partiti.
L’origine della loro afasia degli ultimi anni, della loro perdita di senso e dunque di ascolto presso l’opinione pubblica, nasce per tanta parte dall’aver escluso dal loro orizzonte l’Italia e la sua vicenda, la sua realtà più intima.
Nasce dall’aver cancellato ogni riflessione, ogni proposta di vasto respiro, ma credibile, capace di tener conto di quella vicenda parlando al cuore, alla mente, ma soprattutto alle speranze degli italiani.
Siamo pieni di discorsi su ciò che è fuori dei nostri confini, su dove va il mondo, ma non abbiamo un’idea di dove vada o voglia andare l’Italia.
Di che cosa essa debba volere.
Nessuno ci dice, non sappiamo, a che cosa essa possa ancora servire.
Sono i partiti che devono ricominciare a dircelo.
Non ricordo più dove Antonio Gramsci ha scritto che si può essere realmente cosmopoliti solo a patto di avere una patria.
Bene: è tempo che la politica, facendo sentire di nuovo la propria voce, torni a parlarci della nostra.
Ernesto Galli della Loggia
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 31st, 2012 Riccardo Fucile
INDAGATO LUSI: NOVANTA BONIFICI A SE STESSO E IMMOBILI DI PRESTIGIO, DENARO ALLO STUDIO DELLA MOGLIE COME “CONSULENZA”…. IL PARLAMENTARE PD HA GIA’ CONFESSATO E PROMESSO DI RESTITUIRE I SOLDI
La Procura di Roma e la Finanza scoperchiano dopo due mesi di lavoro un brutto affare che ha a
che vedere con la passione della Politica per il “mattone” e il denaro contante.
Che svela singolari amnesie sul rendiconto patrimoniale dei partiti e, da ieri sera, agita assai il Pd e l’ex Margherita.
Il procuratore aggiunto Alberto Caperna ha infatti iscritto al registro degli indagati il senatore del Partito Democratico Luigi Lusi per il reato di appropriazione indebita.
Con un’accusa che lo vede per giunta “reo confesso” e lo vuole responsabile di aver sottratto per interessi “privatissimi” e “immobiliari” poco meno di 13 milioni di euro dal conto del partito di cui era il tesoriere (la Margherita), in cui era continuato ad affluire fino al 2008 denaro pubblico, e su cui aveva conservato diritto ad operare con l’ex segretario Francesco Rutelli.
È una storia che comincia nel novembre scorso.
Con una segnalazione della Banca d’Italia di movimenti sospetti sul conto corrente bancario intestato a “Democrazia e Libertà – Margherita”, partito che, nell’ottobre del 2007 è confluito nel Pd, ma che è sopravvissuto come fondazione e ha dunque conservato i suoi asset.
I movimenti segnalati da Bankitalia sono decisamente consistenti per un partito che ha cessato di esistere e dunque dovrebbe presentare un profilo finanziario “conservativo”.
Tra il gennaio del 2008 e l’agosto del 2011, si contano infatti 90 bonifici in uscita per un totale di 12 milioni 961 mila euro.
Tutti con un identico beneficiario – la “T. T. T. srl.” – e una medesima quanto assai curiosa causale: “Prestazioni di consulenza”.
Di più: quei quasi 13 milioni, oltre ad essere una gran bella somma, sono, soprattutto, denaro pubblico perchè – per quanto ricostruisce la Finanza – sul conto della ex Margherita sono affluiti gli ultimi rimborsi elettorali riconosciuti al Partito (2008) e versamenti del Pd.
C’è insomma, materia per indagare.
E andare a fondo sui 90 bonifici partiti da quel conto su cui risultano avere delega ad operare (ancora oggi) Luigi Lusi e Francesco Rutelli, rispettivamente ex tesoriere ed ex segretario del Partito.
Ebbene, la prima “scoperta” è illuminante.
La “T. T. T. srl”, destinataria dei 12 milioni 961 mila euro, è una società – accerta l’inchiesta – “direttamente riconducibile a Luigi Lusi”.
Oggi senatore Pd, ma di professione – il dettaglio è cruciale – “avvocato penalista” specializzato in “contratti d’affari e real estate” (così recita la sua biografia ufficiale di parlamentare).
La causale che vuole la “TTT” società di consulenza della disciolta Margherita appare dunque la grossolana foglia di fico necessaria a giustificare il trasferimento di fondi da un conto di cui Lusi è amministratore ad un altro di cui è proprietario.
Una circostanza – accerta ancora l’indagine – che si rafforza quando l’inchiesta accerta come la “TTT” abbia impiegato il denaro proveniente dal tesoro della Margherita.
La società risulta infatti lavorare nel business di cui Lusi tiene a segnalare la competenza, il real estate.
E infatti – documenta la Finanza – la srl. acquista un prestigioso immobile a Roma, in via Monserrato 24, per 1 milione e 900 mila euro; bonifica in due distinte occasioni, 1 milione 863 mila e 2 milioni 815 mila euro alla “Paradiso Immobiliare”.
C’è di più.
Con il denaro pubblico “succhiato” dal conto della Margherita, la “TTT” bonifica 270 mila euro alla “Luigia Ltd.”, società di diritto canadese, “riconducibile allo stesso Lusi”; gira 49 mila euro sul suo conto personale e 60 mila su quello del suo studio legale a titolo di “fondo spese”. Mentre impiega 5 milioni e 100 mila euro di quel “tesoro” per saldare imposte che, evidentemente, non sono quelle dovute al Fisco dal disciolto Partito.
Oltre a destinare 119 mila euro allo studio di architettura “Giannone-Petricone” di Toronto (Canada).
Una coincidenza definitivamente rivelatrice, visto che l’architetto canadese Pina Petricone è la moglie di Lusi.
Travolto dalle evidenze raccolte dall’inchiesta, l’ex tesoriere della Margherita, interrogato dal procuratore aggiunto Caperna, ha ammesso l’accusa che gli viene mossa.
Si è assunto per intero la responsabilità della distrazione dei fondi. Si è impegnato a “restituire in tempi brevissimi” il denaro che ha sottratto al partito.
Ma a quanto pare la sua confessione non necessariamente chiuderà l’inchiesta.
Resta infatti ora da comprendere – ed è questione cruciale – come sia stato possibile che nessuno, a cominciare dall’ex segretario, Rutelli, abbia mai avuto sentore, per altro in un arco di tempo così lungo (2008-2011), delle operazioni che Lusi faceva sul conto del partito.
E ancora, come sia stato possibile dissimulare quell’emorragia di denaro (13 milioni di euro) dai rendiconti di bilancio.
Rutelli, che è stato sentito dalla Procura in qualità di persona informata dai fatti (una testimonianza durante la quale avrebbe spiegato di essere stato all’oscuro di quanto Lusi combinava), ha spiegato ieri sera di non poter entrare nel merito della questione, perchè tenuto al “rispetto del segreto istruttorio”.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
IL GRADIMENTO PER IL CAPO DEL GOVERNO AVEVA RAGGIUNTO UN LIVELLO IMBARAZZANTE TRA LA BASE LEGHISTA E I TAROCCATORI PADAGNI CENSURANO IL SONDAGGIO DA LORO STESSI PROMOSSO… ROBA CHE NON ACCADREBBE NEANCHE IN TANZANIA
La spaccatura fra la base leghista e i vertici del partito esiste oppure o è un’invenzione mediatica?
I fischi che piazza Duomo aveva riservato a Bossi erano proprio per il Senatur, oppure (come dice Renzo) c’è stato un problema di sincronizzazione fra audio e video ed erano rivolti a Monti?
E’ tempo di dilemmi, in casa Lega.
Nelle ultime ore a chiarire qualche dubbio ci aveva pensato Radio Padania Libera.
O meglio, gli ascoltatori delle frequenze leghiste.
Subito dopo la manifestazione di sabato, infatti, la radio aveva deciso di lanciare un sondaggio on line sul proprio sito.
Domanda secca: «Cosa ne pensi dei primi mesi di attività del governo Monti?».
Un quesito che, seguendo quello che è il pensiero del partito, non avrebbe dovuto lasciare scampo all’attuale premier.
Del resto la Lega è, ad oggi, il più grande partito d’opposizione.
E Bossi non nasconde, un giorno sì e l’altro pure, il malcontento verso questo esecutivo, definito “infame”.
Invece il risultato era stato sorprendente.
Oltre l’80% dei votanti (su 5493 voti) s’era detto favorevole a Mario Monti.
Il 71,1, addirittura, si diceva «molto soddisfatto».
I delusi erano circa il 3%.
Gli «arrabbiati», invece, il 12,9.
Un giudizio che lasciava poco spazio ai commenti.
E che forse evidenziava in modo netto, se i numeri hanno ancora un senso, la divisione fra la base del partito e chi sta al timone.
Ma il sondaggio non si trova più.
E in Rete la notizia già spopola sui social media.
Sulla home page del sito non ve n’è traccia. Sparito.
L’area sondaggi, nella side bar sinistra, è completamente vuota.
Solo chi ha conservato il vecchio link può ancora accedere e visualizzare i risultati.
Biagio Simonetta
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: Bossi, Costume, denuncia, LegaNord, Monti, Politica, radici e valori | Commenta »