Destra di Popolo.net

VIOLENZE E ABUSI SU ANZIANI, SETTE ARRESTI A SANREMO, AI DOMICILIARI LA RESPONSABILE DEL CENTRO: E’ LA MOGLIE DEL SENATORE PDL BOSCETTO

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

ANZIANI PICCHIATI, INSULTATI, ABBANDONATI IN CONDIZIONI IGIENICHE INDECENTI: NELLA CASI DI RIPOSO BOREA ERA LA PRASSI… I FILMATI INCHIODANO I RESPONSABILI

Maltrattamenti e gravi e reiterati abusi ai danni degli anziani pazienti.
E’ questa l’accusa con cui sette persone sono state arrestate a Sanremo dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri del Nas di Genova mercoledì.
Anziani picchiati e insultati, legati ai letti, presi per i capelli, abbandonati in condizioni igieniche indecenti: alla casa di riposo Borea della Città  dei fiori era la prassi.
Così è scattata l’operazione, chiamata «Acheronte», che ha portato quatto operatori socio sanitari e due infermiere dipendenti della cooperativa «Airone» in carcere e la presidente della Fondazione agli arresti domiciliari.
Quest’ultima, Rosalba Nasi, 58 anni, originaria di Mondovì ma abitante a Sanremo, è la moglie del senatore Gabriele Boscetto del Pdl: è accusata di non aver denunciato la grave situazione pur essendo a conoscenza dei fatti.
A incastrare gli operatori della clinica i filmati girati in tre mesi dalle Fiamme gialle, immagini che hanno sconcertato anche gli stessi militari.
Le indagini erano scattate già  la scorsa estate, ora sono scattati i provvedimenti.
Oltre ai sette arrestati, ci sono anche otto indagati.
Contemporaneamente all’operazione, sono intervenuti anche quattro medici della Asl, chiamati a verificare le condizioni di salute e di vita dei 42 anziani ospiti.
Ci sarebbero anche due morti sospette, risalenti periodo 2005-2006: si tratta di due donne. Una morì in seguito a un ictus dopo un ricovero in ospedale dovuto a gravi ferite alla testa. L’altra è deceduta dopo aver ingerito una massiccia dose di farmaci.
«Oggi non è facile stabilire se le vittime fossero già  in condizioni fisiche pregiudicate, o se invece vi possa essere qualche nesso di causalità », ha spiegato il sostituto procuratore Maria Paola Marrali, titolare delle indagini.
Il sindacato generale dei pensionati (Spi) ha subito reagito: «Nessuna pietà  verso chi muove violenza nei confronti degli anziani che vivono nelle case di riposo», ha commentato il segretario generale Carla Cantone, che ha chiesto una pena esemplare «perchè gli anziani, specialmente quelli non autosufficienti, non possono continuare ad essere vittime di ogni tipo di violenza sia essa fisica, psicologica o morale».
Dalla Spi parte, quindi, una proposta: «che le strutture residenziali siano aperte 24 ore su 24 a continui controlli, ai visitatori esterni e ai familiari degli ospiti perchè solo attraverso un’opera costante e accurata di vigilanza sarà  possibile prevenire episodi tristi e aberranti come quello avvenuto a Sanremo».

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IL CAPITANO DE FALCO: “MACCHE’ EROE, DOVEVO SALVARLI TUTTI”

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

“QUELLA NOTTE HO PIANTO…ORA DIMENTICATEVI DI ME, HO BISOGNO DI SILENZIO PER CAPIRE SE C’E’ ANCORA UNA SOLA POSSIBILITA’ DI TROVARE QUALCUNO VIVO. PERCHE’ IL MIO MESTIERE E’ SOCCORRERE”

Capita di essere o diventare quello che forse si è ma che non si vuole essere. Neppure per il breve spazio di un giorno. Un eroe.
“Gesù, che ho fatto di straordinario? Io ho fatto solo il mio dovere. Quello che avrebbe fatto qualunque altro uomo, donna, marinaio al mio posto quella notte”.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, classe 1964, ha la cantilena dolce di chi è nato a Napoli ed è cresciuto a Ischia. “Sant’Angelo di Ischia. Ci tengo”.
Ed è l’unica civetteria di un uomo che non dorme da quattro giorni, con le gote traslucide della pomata che serve a mare per evitare che la pelle si spacchi per il freddo e il sole.
“Comandante, comandante c’è un mayday” lo richiama una sorridente sottocapo della Guardia costiera. Lui si gira di scatto: “Ma che dici?”. E lei ridendo: “Sono le sue figlie, vorrebbero sapere se è ancora vivo, e soprattutto dov’è”.
Maria Rosaria e Carla hanno 12 e 5 anni e con la madre, Raffaella sono il suo mondo. Alloggiano con lui in una delle foresterie della guardia costiera di Livorno dove lui, Gregorio, è arrivato nel 2005, come capo della sezione operativa.
Arrivava da tre anni di comando della Capitaneria di porto di Santa Margherita Ligure e, prima di allora, da Genova e Mazzara Del Vallo.
Le sue prime destinazioni, dopo il concorso in Guardia costiera nel 1994, l’accademia a Livorno e una laurea in giurisprudenza da fuori sede alla statale di Milano.
Una prima volta per una famiglia (Gregorio, il fratello Domenico e la sorella Ines) che di marinai non ne aveva mai avuti.
Facebook e ogni genere di social network si scambiano da ore gli audio delle sue conversazioni con il comandante Francesco Schettino come fossero la metafora epica della lotta tra eroismo e codardia.
In un curioso incrocio di destini in cui l’eroe e il codardo parlano lo stesso dolce dialetto, il napoletano. Epperò come spesso accade, la furia lucida e indignata di quella notte di questo capitano di fregata – “Glielo ordino torni a bordo di quella nave, cazzo” – non rende ragione di un’indole.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, da venerdì notte piange.
Ha pianto all’alba di sabato 14 quando ha avuto chiaro che nel ventre della balena ferita erano rimasti donne, uomini forse bambini.
Ha pianto di rabbia – come conferma uno dei suoi superiori – mordendosi il labbro inferiore pensando alla irragionevole “disumanità ” di un altro comandante che dà  le spalle a chi gridando viene inghiottito dall’acqua gelida.
“È vero sì, piango, mi capita di piangere, non credo sia una debolezza. L’umanità  non è una debolezza”.
“Vi posso chiedere un favore? Dimenticatevi di me. Smettete di parlare di me. L’eroe non sono io”.
Eppure, l’intuizione che sulla Concordia stava succedendo qualcosa…
“L’intuizione? L’eroe è il mio sottocapo Alessandro Tosi, è lui che ha capito tutto quella notte. È lui che alle 22,07 guardando un puntino verde su un monitor senza sapere nulla che non fosse una telefonata dai carabinieri di Prato mi ha detto, “comandante, quella nave da crociera va troppo piano, 6 nodi… che ci fa a 6 nodi e a rotta invertita la Concordia? Comandante, chiamiamoli. Lì c’è un guaio”.
Capite chi è l’eroe?”. Sì ma… “Sì ma niente. Un altro eroe? Sapete chi ha salvato quasi tutte le persone quella notte dopo che il comandante aveva abbandonato la nave? Un ragazzo meraviglioso del nostro elisoccorso. Marco Savastano. È questo il nome che dovete scrivere. E dovreste fare una pagina di soli nomi di marinai della Guardia costiera, della Marina militare, della Finanza, dei carabinieri, dei vigili del fuoco, della Protezione civile, che quella notte hanno dimenticato se stessi per gli altri. Savastano, dicevo. Lo hanno calato su quella nave al buio, con una muta invernale e un palmare, non una radio, non un filo con noi. Si è buttato a capofitto lì dentro senza pensare alla sua vita ma a quella di chi cercava di salvare. Si muoveva in un ambiente che non conosceva, tra suppellettili sfasciate, acqua, passeggeri che gridavano al buio. Chi è l’eroe? Io che strillavo con Schettino o lui, che ascoltava le urla di supplica di quelli che volevano essere salvati e non capivano perchè perdeva tempo ad imbracare alle barelle spinali i feriti più gravi da tirare su con l’elisoccorso?”.
Ascoltando De Falco capisci perchè, quando chiedi di lui in caserma, di come sia la vita in questo parallelepipedo color ocra, casa della Guardia costiera, che guarda il mare di Livorno ti rispondono che il comandante de Falco “è l’ufficiale più generoso, l’uomo più disponibile della nostra piccola famiglia”.
E capisci anche perchè, in queste ore, ripeta come un mantra una sola richiesta: “Io ora ho bisogno di silenzio”.
Per dormire? “Per lavorare. Per capire cosa è accaduto e se c’è ancora solo una possibilità  di trovare qualcuno vivo, perchè il mio mestiere è questo, soccorrere. Per questo quella notte urlavo”.
De Falco saluta. Nella mano destra ha un sacchettino che tiene stretto. Cos’è? “Un regalo di due amici. Me l’hanno portato stamattina dicendo che mi volevano ringraziare per quello che ho fatto. È un libro, la biografia di Steve Jobs. Non so quando potrò cominciare a leggerlo. Magari comincerà  mia moglie. Buon lavoro”

Carlo Bonimi e Marco Mensurati
(da “La Repubblica”).

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“VADA A BORDO, CAZZO”: ONORE, GLORIA E DISONORE

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

PER FORTUNA IN ITALIA PER OGNI SCHETTINO C’E’ ANCHE UN DE FALCO…DOPO LA DIFFUSIONE DELLE TELEFONATE TRA IL CAPO DELLA CAPITANERIA DI PORTO DI LIVORNO E IL COMANDANTE DELLA CONCORDIA, IL WEB SI SCATENA TRA STIMA E INDIGNAZIONE

La nave prende voce. E risuona in tutta Italia.
Passa dai telegiornali, rimbalza tra le stanze degli uffici, esce dai computer, dalle radio, dai profili dei social network.
Frasi, toni, risposte e domande che danno un quadro più chiaro di una notte buia.
Si ascoltano, riascoltano e mentre la Costa Concordia si inclina e affonda lenta, i contorni dei protagonisti del naufragio diventano più netti. Il capitano, gli ufficiali, la capitaneria di porto.
Chi ha aiutato, chi è andato via, chi ha avuto troppa paura, chi ha mantenuto il controllo, chi ha tentennato.
Ma la voce della nave oggi è quella di Gregorio De Falco, capo della Capitaneria di porto di Livorno. Esce dalle telefonate nelle ore 1 del naufragio con Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia.
E’ la sua voce oggi a fare eco ovunque.
Il timbro deciso come nei film di guerra in bianco e nero, come gli eroi dei fumetti. Ma purtroppo è tutto vero.
De Falco ha una voce e l’impostazione d’altri tempi.
E non ci sono descrizioni che valgano più di quel tono indignato per far immaginare la scena di una sola notte.
Non è questione di processi nè giudizi.
C’era il capitano della nave su una scialuppa. C’erano le persone ancora intrappolate dentro.
C’era il capo della capitaneria in una stanza, alla radio, che cercava di capire la situazione, che spingeva il comandante a tornare indietro.
Per fare quello che lui, dalla sua stanza, non poteva fare.
Al telefono, rumori di fondo, altre persone intorno, caos. Schettino che si giustifica: “Ma si rende conto che è buio e qui non vediamo nulla …”.
De Falco, perentorio: “E che vuole tornare a casa Schettino? E’ buio e vuole tornare a casa? Salga sulla prua della nave tramite la biscaggina e mi dica cosa si può fare, quante persone ci sono e che bisogno hanno. Ora!”.
L’allarme alla capitaneria era arrivato da una passeggera della Concordia, tramite i carabinieri.
Da quel momento una serie di telefonate legano i due comandanti.
La prima dalla capitaneria il comandante Schettino la riceve verso mezzanotte e mezza (00,32).
Gli viene chiesto quante persone sono ancora a bordo.
Pochi minuti dopo (00,42) una nuova telefonata. De Falco chiede quante persone devono ancora essere evacuate. Schettino risponde un centinaio di persone. Inizia a contraddirsi. E’ fuori la nave.
De Falco è infuriato, capisce che sta mentendo ma non alza il tono, smuove il comandante, che sembra sperduto. “Comandante, ha abbandonato la nave?”, chiede De Falco. E’ gelido.
Spazientito, non vuole perdere tempo, per perdere le staffe ci sarà  tempo: “Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto… veramente molto male… le faccio passare un’anima di guai. Vada a bordo!”, dice.
All’1,46 le comunicazioni si fanno più concitate.
L’ufficiale della guardia costiera alza la voce.
Schettino: “Comandà , io voglio salire a bordo, semplicemente che l’altra scialuppa qua… ci sono gli altri soccorritori, si è fermata e si è istallata lì, adesso ho chiamato altri soccorritori…”.
De Falco: “Lei è un’ora che mi sta dicendo questo. Adesso va a bordo, va a B-O-R-D-O!. E mi viene subito a dire quante persone ci sono”.
Schettino: “Va bene comandante”.
De Falco: “Vada, subito!”
Gregorio De Falco è di origini napoletane, arruolato in Marina nel settembre del 1993, arrivato a Livorno nel 2005.
Vent’anni di esperienza alle spalle.
Venerdì sera era a capo della sala operativa della Capitaneria e coordinava un team di cinque persone.
Insieme a lui c’erano il capoturno, un operatore radio, l’operatore dell’apparecchiatura Port approach control (Pac), l’ufficiale di ispezione e l’ufficiale operativo, De Falco appunto.
Che in un’intervista sul Tirreno ha detto: “Abbiamo fatto solo il nostro dovere, cioè portare a regime il soccorso. La Capitaneria è un’istituzione sana, bellissima, semplice. Io sono innamorato del lavoro che faccio”.
E tutti hanno immaginato il timbro in cui l’ha dichiarato.
La rete, dopo aver sentito le voci della nave, si è scatenata.
Su Twiiter gli hashtag sono diversi, tre di questi hanno quasi 20 post al minuto (#vadaabordocazzo – #schettino – #defalco).
Su Facebook, sono nati subito altrettanti fanclub per De Falco e uno a sostegno di Francesco Schettino con duemila iscritti.
Continuano a riempirsi di commenti.
Post di stima per De Falco e indignazione per Schettino. Onore, gloria, e disonore.
L’Italia buona e l’Italia irresponsabile.
Qualcuno invita a non accanirsi troppo sul comandante della Concordia, a non renderlo vittima di un “tribunale del popolo”.
Ma non funziona così.
Funziona che la rete è viva, e commenta.
“La telefonata fra il comandante De Falco e Schettino andrebbe tradotta subito in tedesco. Monti apprezzerebbe”, dice un utente.
E un altro “Direi che vadaabordocazzo dovrebbe essere l’hashtag per tutti quelli che dicono ‘non è un problema mio'”.
E poi “Viva l’Italia del Comandante della Capitaneria di Porto”.
E ancora. “Comunque quella di De Falco è la cazziata del secolo”. E anche: “Io son qua, sto coordinando, ma scusate: che r’è na biscaggina?? Ccà  c’stamm’ muzzann’e fridd!! Tenimm’l ummid intelloss!”, scrive il rapper Frankie Hi Nrg, anche lui su Twitter.
E mille altri, come: “grazie al cielo in italia per ogni schettino, c’è anche un de falco”.
Così la tenacia di un uomo del quale tutti hanno ascoltato la voce, oggi ha battuto i tentennamenti di un altro che avrebbe dovuto restare a bordo.
Che invece ha risposto al telefono da una scialuppa di salvataggio.
Che non aveva contato i passeggeri rimasti a bordo.
Che era al sicuro con gli altri ufficiali.
Che negli audio registrati sembra un bambino nel panico sgridato da un adulto.
Ma soprattutto un comandante che nel pericolo, non è riuscito a rispettare il codice d’onore.
Di lui deciderà  il tribunale, deciderà  la legge.
La reazione della rete è solo una critica alla voce che ha tentennato, alle bugie scoperte, e al disonore.

Katia Riccardi
(da “La Repubblica“)

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REGIONE SICILIA, C’ERA CHI TELEFONAVA GRATIS: SPUNTANO 80 SCHEDE FANTASMA

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

SONO 700 I TELEFONINI DISTRIBUITI CON CREDITO ILLIMITATO AI 90 DEPUTATI REGIONALI SICILIANI NEL 2001… NESSUNO DI LORO LI HA MAI RESTITUITI A FINE MANDATO E MOLTI DEPUTATI AVEVANO PURE DATO INDIRIZZI FALSI PER EVITARE DI PAGARE LE BOLLETTE

Qualcuno ha comunicato un cognome falso alla Tim. Oppure, una strada che nemmeno esiste a Palermo.
Qualcuno ha saltato persino qualche cifra del suo conto bancario.
Così, 80 persone che hanno in tasca il telefonino con la superconvenzione agevolata dell’Assemblea regionale siciliana non pagano da anni la bolletta del telefono. Probabilmente, c’è anche qualche ex deputato fra i titolari dei cellulari fantasma sui cui adesso indaga la Procura della Repubblica, ipotizzando il reato di truffa, commessa nei confronti del gestore telefonico
Tre anni fa, come anticipato ieri da Repubblica, la Tim aveva chiesto conto e ragione di un buco di 316 mila euro all’assemblea regionale siciliana.
Ma i vertici dell’Ars si sono ben guardati dal pagare: “Non abbiamo sborsato un solo euro”, ha detto ieri il presidente Francesco Cascio, che nel 2008, davanti a quella maxi richiesta di risarcimento della Tim ha deciso che bisognava mettere ordine in un sistema in cui dal 2001 c’era stata sin troppa confusione: sulla carta, era una semplice convenzione, come quella di tante aziende, quella che consentiva ai deputati di avere un telefonino e una scheda a prezzi agevolati.
Restava inteso che il traffico telefonico l’avrebbero dovuto pagare gli utilizzatori della scheda, circa 700 persone.
Sì, perchè le schede telefoniche “privilegiate” dell’Ars, dal 2001 in poi, hanno permesso dialoghi low-cost non solo ai deputati dell’Assemblea, ma anche ai dipendenti e poi a uno stuolo di amici, segretarie, portaborse dei politici: il senatore Vladimiro Crisafulli, allora vicepresidente di Palazzo dei Normanni, ne aveva intestate 11.
Santi Formica, uno dei “big” di An del Messinese (oggi Pdl) poteva disporne di 9.
E l’ex carabiniere Antonio Borzacchelli, il parlamentare dell’Udc poi condannato a 8 anni per corruzione, ne possedeva sette.
Anche deputati nazionali e senatori erano titolari delle vantaggiose schede convenzionate dell’Ars: negli elenchi finiti in mano agli inquirenti ci sono i nomi del sindaco di Palermo Diego Cammarata, che dal 2001 al 2006 sedeva alla Camera, come di Mario Ferrara, che tuttora ha uno scranno a Palazzo Madama.
Il sindaco, attraverso il suo portavoce, ricorda: “È vero, avevo una scheda telefonica dell’Ars: non ricordo da chi mi fu fornita. Ma ho sempre pagato regolarmente la bolletta”, fa sapere il sindaco attraverso il suo portavoce.
Di certo le tariffe, almeno nel 2002, erano allettanti: un abbonamento gratis, lo sconto dell’82 per cento sul prezzo di noleggio del cellulare, e un costo del traffico da cinque centesimi al minuto verso altri telefonini Tim, 15 nel caso di chiamate verso altri operatori. Inizialmente, la Tim inviava periodicamente un’unica bolletta all’Assemblea regionale, che poi provvedeva a trattenere le somme dalle buste paga dei deputati.
Nel 2004, qualcuno si accorse che il numero delle schede era cresciuto a dismisura e che la contabilità  cominciava ad essere un po’ confusa.
Così, l’Ars chiese agli utilizzatori dei cellulari di intestarsi i contratti.
Da quel momento in poi, in una situazione di “disordine contabile e amministrativo” raccontata il 13 maggio scorso ai carabinieri e ai magistrati dal capo dell’ufficio informatico dell’Ars Gaetano Savona, la Tim ha cominciato ad accumulare un credito via via crescente.
Fino a una somma di 316 mila euro: fra i “morosi” gli attuali senatori Salvo Fleres e Sebastiano Burgaretta oltre all’ex governatore Totò Cuffaro.
Le fatture contestate si riferiscono per lo più a piccole somme, inferiori a cento euro, e riguardano non solo il traffico telefonico: dentro, ci sono pagamenti non effettuati per servizi wap e sms interattivi.
Accanto a disguidi e ritardi, la “furbata” di un’ottantina di persone divenute irreperibili che, secondo i magistrati, disporrebbero ancora delle vecchie sim e le utilizzerebbero senza pagare alcunchè.
Fra loro, potrebbe esserci qualche politico.
Un comportamento che configurerebbe il reato di truffa ma in un rapporto fra privati – gli utenti – e la Tim.
Visto che l’Ars, dopo avere presentato ampia documentazione, ha dimostrato che il debito della Tim è da attribuire ai singoli possessori delle schede: è quanto risulta dal verbale di una riunione tra Savona e due dirigenti dell’azienda telefonica, risalente al giugno del 2010.
“Abbiamo fatto presente all’azienda che si doveva rivalere sugli intestatari delle schede e non sull’amministrazione e la vicenda si è poi chiusa senza nessun esborso dell’Ars”, afferma ancora Savona.
Negli ultimi anni è cambiato il sistema di “copertura” delle spese telefoniche dei deputati dell’Assemblea: i parlamentari regionali dispongono oggi di una somma annua di 4.150 euro inclusi i servizi di connettività .
Ed entro quel budget devono muoversi, scegliendo da soli contratti e gestori. Intanto, le spese per i telefonini di servizio, concessi a dipendenti e dirigenti degli uffici, si sono ridotte, passando dagli 8.270 euro del 2010 ai 7.156 del 2011.
Ma sulla vecchia convenzione, e sui beneficiari-fantasma, rimangono accesi i riflettori della magistratura.

Emanuele Lauria e Salvo Palazzolo

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IL REGIME DEI NOMINATI: IL VERDETTO DELLA CONSULTA PIACE ALLE SEGRETERIE DEI PARTITI ANCHE SE DELEGITTIMA IL PARLAMENTO

Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile

IL BOCCINO DELLE CANDIDATURE RIMARRA’ SALDAMENTE IN MANO AI VERTICI DEI PARTITI CHE AVRANNO LA CERTEZZA DEL CONTROLLO DEL PARLAMENTO… E IL PARTITO DEL VITALIZIO ASPETTA FINE LEGISLATURA

Cosa succede ora, nel Parlamento dei nominati?
Mercoledì scorso, solo pochi attimi prima del voto su Cosentino.
Una piccola scenetta che si svolge in Transatlantico rende bene l’idea del clima che si respira dentro la sinistra.
Si incrociano davanti all’ingresso dell’aula due dirigenti di primo piano del Pd. Il primo, Arturo Parisi, è incazzato nero dopo il verdetto della Consulta.
L’altro, Ugo Sposetti è disincantato, quasi serafico.
Con l’ironia affettuosamente perfida che lo ha reso leggendario, Il fondatore dell’Asinello, che non ha ancora smaltito la rabbia per il milione e duecentomila firme andate in fumo.
Sposetti fa, quasi protettivo: “Arturo come va?”.
E lui: “Dopo quello che è successo oggi non mi resta che scriverti l’epitaffio, Ugo…”.
E l’ex tesoriere del Pd, stupito: “Il mio?”.
E Parisi quasi seccato: “Sì, sì, hai capito bene. Quello che metterai sulla lapide. Qui è tutto finito, i nominati hanno vinto, tu sei l’ultimo testimone di una storia. Fa che ti scrivano ‘Ugo Sposetti: il partito è partito'”.
Scoppiano a ridere tutti, compreso Pier Luigi Bersani, che passa di là  proprio in quel momento.
Eppure l’ironia nera di Parisi contiene una grande verità .
Questo voto non è un voto a favore della politica, ma è un voto che uccide la politica.
Non è un voto che salva il Parlamento e la sua sovranità , ma un voto che lo delegittima.
E così occorre fare un esercizio di verità , e grattare oltre le apparenze e le dichiarazioni di facciata.
A Montecitorio, la bocciatura del referendum ha fatto contenti tutti i leader di partito, di tutti i partiti, che portano a casa una certezza.
Dopo la quaresima dei tecnici, quando si tornerà  a votare, il boccino delle candidature sarà  di nuovo nelle loro mani.
E questa certezza di controllo, che diminuisce il potere di condizionamento dei cittadini, li rafforza, aumentando anche la disciplina unanimistica che governa il Parlamento.
Fateci caso : fra tutti i commenti raccolti a caldo, spiccava un silenzio fragoroso.
Quello del governo. E soprattutto quello di Mario Monti, che su tutto esterna, ma che si guarda bene da impegnarsi sulla legge elettorale.
Non è un caso: il difficile rapporto di non belligeranza si regge su questo tacito scambio: lui governa, e loro sceglieranno, ancora una volta, i loro capibastone.
Notate il paradosso: nel momento in cui si predica il governo della liberalizzazione, l’unico mercato che resta protetto, e con tutte le barriere corporative intatte, è quello della politica.
Altra scena, altro paradosso: se nello stesso giorno parli con Pier Ferdinando Casini, l’unico leader che ancora oggi rivendica di aver avuto un ruolo quando il Porcellum fu approvato (i bene informati ricorderanno che su quella mediazione saltò la poltrona di segretario dell’Udc di Marco Follini), è anche l’unico che oggi vuole cambiare la legge davvero e non per finta: “Sai — dice — in questo momento abbiamo il dovere di restituire alla gente le preferenze e la possibilità  di scelta .Altrimenti se poi la gente ci spara non ha tutti i torti”.
Dietro l’ironia di Casini si nasconde, come spesso capita, un’altra verità  di questo Parlamento.
Dopo che la bocciatura del referendum ha blindato il Porcellum, l’unico vero emendamento possibile sono proprio le preferenze.
Che terrorizzano Berlusconi (già  adesso alle prese con il problema della “fedeltà “) molto più di quanto non si creda.
Ma anche del Pd, a cui ancora brucia lo smacco delle primarie, dove la gente sceglie regolarmente candidati opposti a quelli che vogliono loro.
E così nel Parlamento dei nominati vince la grande palude.
“Il partito di maggioranza relativa — scherza sempre sul filo del paradosso quel gran conoscitore del Transatlantico che è Gigi Meduri, calabrese del Pd — in questo momento è il partito del vitalizio. E il partito del vitalizio per ora ha un solo obiettivo: arrivare fino a ottobre”.
Perchè proprio ottobre?
Perchè solo allora tutti i deputati che sono entrati di prima nomina nel 2008 avranno il diritto di ricevere l’agognato trattamento previdenziale.
Cosa c’entra questo con il ragionamento che abbiamo fatto, con la fine della politica, con la lapide metaforica che Parisi ha scolpito per Sposetti, ultimo esecutore testamentario dell’eredità  postcomunista?
Meduri sorride sotto i suoi baffi grigi da faina: “Ricordati che i nominati di oggi sono i trombati di domani”.
Comunque vada, il Parlamento del Porcellum, è un Parlamento di sopravvissuti, che sanno di non poter sopravvivere, se non per fedeltà .

Luca Telese   blog        

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TRAGEDIA DEL GIGLIO: SONO “MARINAI DI TERZA CLASSE” I QUARANTUNO DISPERSI, STANOTTE INDIVIDUATE DUE PERSONE ANCORA VIVE

Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile

LE VITTIME SAREBBERO DIPENDENTI DI ORIGINE CINESE E FILIPPINA DEDITI A MODESTE MANSIONI: NON AVREBBERO AVUTO IL TEMPO DI METTERSI IN SALVO… DUE PERSONE ANCORA VIVE SULLA NAVE: SI LOTTA PER RAGGIUNGERLE IN TEMPO

Il sospetto è che, a cento anni dall’affondamento del Titanic, anche questa volta a pagare il prezzo più alto sia stata la “terza classe”.
In questo caso sarebbero i “membri dell’equipaggio — come raccontano fonti confidenziali all’interno della Procura di Grosseto a ilfattoquotidiano.it — dalle mansioni più modeste”.
Secondo gli ultimi numeri raccolti ieri coloro che non sono ancora stati rintracciati sulla terraferma sarebbero 41.
Prevalentemente cinesi e filippini che, secondo l’ipotesi della procura, si sarebbero trovati negli alloggi o nelle lavanderie: non si sarebbero neppure accorti di cosa stava succedendo e comunque non avrebbero avuto il tempo di mettersi in salvo.
I morti accertati, nell’incredibile sciagura dell’isola del Giglio, sono invece i francesi Francis Servel e Jeanpierre Micheaud e il marinaio peruviano Thomas Alberto Costilla Mendoza, che sarebbero tutti annegati.
La speranza è arrivata a mezzanotte passata.
I Vigili del Fuoco hanno annunciato di avere individuato due persone vive dentro la nave.
Ancora irraggiungibili, però, perchè lontane dai soccorritori.
E’ sempre più inclinata la nave Costa Concordia, di oltre 90 gradi e si sta inabissando.
Questo, spiegano i soccorritori, rende più difficili le operazioni di ricerca di eventuali dispersi a bordo della Costa Concordia. “E’ una corsa contro il tempo”, viene spiegato dai soccorritori.
Comandante fermato.
Una tragedia da non credere. Tanto che il procuratore di Grosseto Francesco Verusio ha sottoposto a fermo il comandante della Costa Concordia: Francesco Schettino, 52 anni, originario di Napoli, è già  nel carcere di Grosseto dove attenderà  l’udienza di convalida programmata nelle prossime ore. Schettino dovrà  rispondere, insieme al primo ufficiale in plancia, Ciro Ambrosio e ad altri 4 membri dell’equipaggio, di omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave.
Il comandante, infatti, dopo aver condotto un transatlantico pesante come 110 Boeing sugli scogli, secondo gli inquirenti, alle 23,30 (neanche due ore dopo l’allarme) avrebbe lasciato la nave.
Peccato che le operazioni di evacuazione della Concordia fossero ben lontane dall’essere concluse: gli ultimi a tirare un sospiro di sollievo lo hanno fatto intorno alle 3. Una manovra che il procuratore di Grosseto ha definito Francesco Verusio ha definito “maldestra”.
Il giallo delle liste.
Ma sempre dall’Unità  di crisi di Grosseto arriva una denuncia: “Ancora non sappiamo quante persone fossero a bordo al momento dell’incidente. Costa Crociere non ci ha ancora fornito un numero esatto”.
La giornata è frenetica, eppure, a quasi 24 ore dal naufragio la Costa Crociere non ha dato ancora quel numero che aiuterebbe a capire quanti possano essere realmente i turisti o i membri dell’equipaggio ancora dispersi. Un elenco di passeggeri e ciurma è arrivato e su quello si lavora, ma ci sarebbero punti poco chiari. “Nella lista c’erano dei nominativi di persone che probabilmente erano scese a Civitavecchia o in tappe precedenti. Accanto ad alcuni nomi infatti — riferiscono dall’unità  di crisi — c’era scritto ‘No’, ma a dire il vero non sappiamo cosa significassero. Abbiamo dovuto interpretare”. “Abbiamo il numero delle persone censite all’arrivo a Porto Santo Stefano, cioè 4.152″. Ma qui sta il giallo che lascia aperta qualche speranza: “Due americani sono stati salvati ed erano rimasti ospitati all’isola del Giglio da una famiglia e questi due non erano stati censiti”.
Inizialmente si era parlato di 4.234 a bordo. Poi di 4.229, 1.013 membri di equipaggio e 3.216 passeggeri.
La realtà  è che un numero preciso e un elenco dei nomi non sarebbe stato ancora fornito e nel pomeriggio lo confermava al fatto.it anche la Guardia di Finanza. Dall’azienda però hanno negato e hanno detto di avere fornito quel dato in giornata.
Corsa contro il tempo.
Più passa il tempo più si riducono le speranze di trovare vive quelle 41 persone.
La nave ieri all’ora di cena era ancora in movimento, come confermato da Cosimo Di Castro, del comando generale della Guardia costiera, e per questo i sommozzatori hanno difficoltà  a entrare e a verificare l’eventuale presenza di persone dentro i locali della crociera.
I sub hanno ispezionato, nel lato sommerso dall’acqua, solo le parti all’aperto. Nessuno, insomma, è ancora riuscito a entrare all’interno della nave a oltre 24 ore dall’sos.
Le indagini.
A pesare sulla decisione della Procura di arrestare il comandante è stato il rischio di inquinamento delle prove.
Al momento dell’impatto era Schettino al comando ed è stato lui a ordinare la rotta: “E’ stata — ha spazzato via gli ultimi dubbi il procuratore Verusio – una manovra voluta“.
Secondo quanto ricostruito finora peraltro la falla lunga decine di metri sulla chiglia della nave si sarebbe aperta intorno alle 21,45, ma la Capitaneria sarebbe stata avvertita con tutta calma.
Perchè sfiorare il Giglio?
Non è inusuale per le navi anche di questa stazza passare vicino alle isole. Meno virate significa meno carburante consumato.
La rotta? La calcola il Gps. Così è successo anche in questo caso. Il problema è che questa volta la nave si è avvicinata alla costa “molto maldestramente”, insiste la Procura.
Anche perchè quando in plancia di comando hanno visto sfilare su un lato l’isola a un tiro di schioppo non è stato fatto niente per rimettersi a una distanza di sicurezza, finchè gli scogli delle Scole hanno aperto irrimediabilmente la gigantesca breccia nello scafo e l’acqua del mare ha fatto il resto.
Il comandante Schettino ha detto ieri, ai giornalisti, che quello scoglio sulle carte non c’è. Un’altra uscita improvvida, che avrebbe ripetuto.
Quegli scogli sono una meta arciconosciuta in tutta Italia dagli appassionati di immersioni.
C’è chi li paragona alle guglie del duomo di Milano e non solo perchè si alzano di molto dai fondali, ma anche come metafora simbolica.
Chi naviga nel Tirreno, in Toscana, non può non conoscere quegli scogli.
E non poteva non conoscerli il comandante che quella rotta l’ha fatta altre volte e che spesso, dicono alcuni testimoni, “si avvicinava al Giglio e faceva fischiare la sirena, come se dovesse salutare qualcuno”.
Gli equipaggi che partecipano alle manovre di navigazione di navi del genere (circa 200 persone su un totale di circa mille) e’ ritenuta generalmente di elevata professionalità .
Tuttavia il sospetto da parte degli investigatori è che anche questa volta fosse tutto in mano all’alta tecnologia e quindi al Gps che come tutte le macchine può pure sbagliare.
Fidarsi ciecamente del progresso e poco dei dubbi dell’uomo ha una volta di più tradito, come cent’anni fa sul Titanic.
Anche questa volta, come cantava De Gregori, la nave era “fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia”, ma anche oggi ha fallito ed è complicato dare la colpa a uno scoglio.

Emiliano Liuzzi, David Marceddu, Antonio Massari e Diego Pretini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DUE A ZERO PER LA COSCA

Gennaio 13th, 2012 Riccardo Fucile

IL GIORNO DELLE DUE PORCATE: VINCE LA MALAPOLITICA, PERDONO I CITTADINI

Due a zero per la malapolitica contro i cittadini, cioè contro la vera Politica.
Ma forse è giusto così.
Quando i partiti diventano cosche e fanno amorevolmente sapere alla Corte costituzionale quel che si attendono da lei; quando giudici costituzionali usano i pizzini per anticipare le loro sentenze a qualche giornale e vedere di nascosto l’effetto che fa; quando giornali autorevoli e ispirati giustificano preventivamente l’affossamento del referendum per il Bene della Patria (cioè dei partiti-cosca); quando una speciale lupara bianca seppellisce sottoterra le firme di 1.210.466 italiani per difendere una legge elettorale che lo stesso autore ha definito “porcata”; è giusto che un politico amico della camorra si salvi per la seconda volta dall’arresto.
Così, dopo un paio di mesi di illusioni ottiche, qualcuno capirà  che brutto paese continuiamo a essere.
Conosciamo l’obiezione: chi se la prende con la Consulta parla come Berlusconi.
Ma poteva reggere fino a due anni fa, quando si pensava che tutti e 15 i giudici costituzionali fossero il più alto presidio di legalità  del Paese (e a buon diritto, visto che ci avevano salvati da una serie di leggi incostituzionali imposte da Berlusconi per piegare il Diritto ai suoi porci comodi).
Ora non più: da un anno e mezzo sappiamo che nel settembre del 2009 sei di quei giudici, esattamente come han fatto la scorsa settimana, avevano anticipato il loro voto favorevole alla porcata Alfano ad alcuni faccendieri della P3, che disponevano di loro a proprio piacimento. Due di quei giudici addirittura organizzavano cene con i promotori della porcata (B., Letta e Alfano) che di lì a poco avrebbero dovuto valutare.
Il capo dello Stato, assieme al Parlamento, avrebbe dovuto sollevare lo scandalo e fare in modo, in qualsiasi modo, che quei signori abbandonassero ipso facto i loro scranni. Invece tutti si voltarono dall’altra parte, lasciando intatta una Consulta ormai irrimediabilmente inquinata.
Il lodo Alfano fu respinto per un pelo, grazie agli altri nove giudici.
Ma poi i partiti hanno inserito nella Corte altri loro emissari e il risultato s’è visto ieri con il No ai due quesiti referendari.
Quesiti che oltre cento fra i maggiori costituzionalisti italiani, compresi tre ex presidenti della Consulta, giudicavano legittimi, e nessuno, dicesi nessuno, aveva obiettato nulla in punto di diritto.
Gli unici “giuristi” di diverso parere, guardacaso, sono quelli della Corte (o la maggioranza di essi).
Ora i partiti-cosca si fregano le mani, perchè potranno nominarsi anche il prossimo Parlamento. Ma la loro è una gioia miope e passeggera: vedranno presto che cosa significa consacrare il Porcellum, la norma più impopolare dai tempi delle leggi razziali.
E, se non lo vedranno, provvederanno gli elettori a farglielo vedere.
Quella che lorsignori sordi e ciechi chiamano “antipolitica” esploderà  alle stelle, compattando in un solo blocco chi è convinto che non esistano più vie democratiche per risanare la malapolitica e chi più semplicemente pensa che ormai tanto vale fare a meno del Parlamento e delle elezioni, lasciando per sempre al governo un gruppo di “tecnici” che nessuno ha mai eletto.
Dio acceca chi vuole perdere.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Costume, Giustizia, la casta, Parlamento, radici e valori | Commenta »

“VOLI DI STATO PER SCOPI ILLEGITTIMI”, INDAGATO CALDEROLI: AVREBBE USATO AIRBUS DELL’AERONAUTICA PER ANDARE A CUNEO DALLA SUA COMPAGNA, GIANNA GANCIA

Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile

GLI ATTI TRASMESSI DALLA PROCURA DI ROMA ALLA GIUNTA PER LE IMMUNITA’ PARLAMENTARI DEL SENATO…TUTTO PARTE DA UN ESPOSTO DEL CONSIGLIERE REGIONALE “CINQUE STELLE” BIOLE’ SULL’USO IMPROPRIO DI AEREI DI STATO

I pm di Roma vogliono procedere contro Roberto Calderoli per l’uso di un aereo di Stato “per scopi non istituzionali”.
Proprio lui, che di recente ha bacchettato il presidente del Consiglio Mario Monti sulle spese per una festa privata di Capodanno a palazzo Chigi, è ora sospettato di aver usufruito di un volo di Stato per andare nella zone dove risiede e lavora la sua compagna, Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo.
Gli atti del procedimento contro l’ex ministro per la Semplificazione e senatore leghista sono stati trasmessi ieri dalla Procura della Repubblica di Roma alla Giunta delle immunità  parlamentari del Senato, che settimana prossima affronterà  il caso.
L’indagine parte da un esposto del consigliere regionale del Piemonte per il Movimento Cinque Stelle, Fabrizio Biolè.
Il 19 gennaio 2011 all’aeroporto di Levaldigi (Cn) atterra un Airbus 319-115 CJ dell’Aeronautica militare, con la scritta “Repubblica Italiana”, un aereo della flotta di base a Ciampino, riservata alla Presidenza della Repubbica, presidenti delle due Camere del parlamento e al Presidente del Consiglio. Come già  dichiarato al Fatto, Biolè sa da fonte certa che a bordo c’è l’allora ministro Calderoli.
“Sono andato di persona all’aeroporto di Levaldigi perchè avevo ricevuto segnalazioni sul fatto che l’ex ministro avesse già  fatto dei viaggi lì con aerei della flotta istituzionale”, racconta Biolè al fattoquotidiano.it.
Il consigliere cerca di ottenere informazioni, ma le autorità  aeroportuali non possono fornirgliele: Calderoli è sotto scorta, con la protezione del più alto livello, ed è impossibile ottenere notizie sul motivo del suo atterraggio.
“Personalmente non ho visto il ministro — precisa — però dopo aver fatto la richiesta ho dato la notizia ai giornali e alcuni cronisti, dopo essersi confrontati con l’entourage di Calderoli, hanno avuto conferma del fatto che lui non avesse nessun impegno istituzionale in zona”.
L’aereo serviva per fare ritorno a Roma, dove Calderoli — stando a quanto risposto dai suoi collaboratori — aveva un impegno immediato in Commissione federalismo.
Eppure, consultando il sito della Camera dei Deputati, non c’era nessun impegno della Commissione quel giorno.
“Ho capito che era una cosa importante, un uso improprio dell’aereo di Stato, così ho fatto una richiesta di informazioni all’autorità  aeroportuale e poi un’altra tramite il Consiglio regionale, perchè la Regione Piemonte controlla l’aeroporto di Levaldigi”.
Tutti tacciono.
Si interessa al caso anche il deputato Pd Emanuele Fiano, con una interrogazione a risposta scritta a cui non è mai stata data una risposta: “Non risulta all’interrogante che in quella data ci fossero missioni istituzionali programmate, nè risulta esserci alcun documento ufficiale che certifichi il viaggio stesso”.
A questo punto Biolè presenta un esposto alla Procura di Cuneo, poi inviato a quella di Saluzzo competente per i fatti avvenuti a Levaldigi.
Da qui, poi, alla capitale.
“Avendo avuto notizie nei giorni successivi dell’uso del suddetto volo per scopi strettamente personali, ritengo illegittimo l’uso del mezzo appartenente alla flotta”, scrive nel documento.
Senza un impegno istituzionale o senza motivazioni adeguate Calderoli non avrebbe potuto usarlo: la legge prevede l’uso esclusivo della flotta per il Presidente della Repubblica, quello del Senato, quello della Camera e per il premier.
I voli sono concessi ai ministri solo dopo una “richiesta altamente motivata”. Ai magistrati spetta ora verificare se il volo di Stato Roma — Levaldigi — Roma fosse giustificato.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NEL PD L’ELEZIONE DEL NUOVO SEGRETARIO GIOVANILE DIVENTA UN CASO, ADDIO PRIMARIE

Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile

REGOLAMENTI MODIFICATI: LA NOMINA DEI VERTICI DEL MOVIMENTO GIOVANILE DEVE PASSARE DA UN CONGRESSO… FUOCO INCROCIATO TRA IL SEGRETARIO USCENTE RACITI E LO SFIDANTE BENIFEI…LA POSTA IN GIOCO E’ UNA CANDIDATURA IN PARLAMENTO

“Basta divisioni” ha detto Pier Luigi Bersani una settimana fa.
L’invito del leader del Pd però sembra essere rimasto inascoltato perchè le falle interne ai dirigenti del partito si allargano ogni giorno di più.
Non è solo il tema del lavoro a creare fratture, anche il congresso dei Giovani democratici rischia di diventare una miccia esplosiva.
Lo scontro interno all’organizzazione giovanile peraltro è tutto tra bersaniani, con il segretario uscente, Fausto Raciti, appoggiato dall’ala dalemiana del movimento, che in queste ore sta facendo di tutto per tagliare fuori dalla corsa lo sfidante Brando Benifei, anche lui vicino al numero uno dei democratici e fino a pochi giorni fa responsabile Esteri dei Gd.
Fin dal loro insediamento, nel dicembre 2008, i vertici del movimento giovanile (tanto Raciti quanto Benifei) hanno lavorato per un congresso che restringesse il più possibile la platea elettorale: già  a maggio 2009 hanno smantellato le primarie senza troppo clamore, approvando uno statuto che riabilitava il congresso vecchia maniera, valido solo per gli iscritti, con un numero più ristretto di votanti e quindi molto più facile da gestire.
Eppure i big del partito hanno sempre sostenuto le primarie come metodo di selezione degli organismi dirigenti: prima Veltroni, poi, anche se con molto meno entusiasmo, Bersani.
Le primarie nel documento dei “giovani” sono una parola tabù, non vengono neanche menzionate. Si parla solo e soltanto di congresso.
Ogni tre anni, si legge, “l’esecutivo in carica convoca la direzione nazionale per proporre regolamento congressuale e modalità  di svolgimento del congresso”. La posta in gioco d’altronde è alta: chi vince avrà  quasi sicuramente un seggio alla Camera alle prossime elezioni del 2013.
Ecco perchè il 13 dicembre scorso la direzione ha approvato all’unanimità  un regolamento blindato che prevede due scenari.
Il primo imposta la “base della discussione del congresso — si legge all’articolo 4 — su un documento politico per tesi proposto dal segretario e dall’esecutivo”.
Si tratta del cosiddetto “congresso a tesi”, modello vecchio Pds, ovvero un documento unico presentato dall’esecutivo uscente (quindi dallo stesso Raciti) che può poi essere emendato dai vari livelli territoriali, fino alla platea nazionale.
In poche parole con questo metodo i tesserati dei vari circoli hanno la possibilità  di scegliere solo i delegati, i quali andranno poi a far parte di assemblee che avranno il compito di nominare i nuovi vertici.
Nessuna elezione diretta quindi, con tutto il tempo per i capicorrente di organizzarsi e spartirsi le poltrone.
Il secondo scenario invece è la classica conta per mozioni, in cui gli iscritti votano direttamente i candidati segretari.
Le regole però non sono state fatte per incoraggiare eventuali competitors, visto che chiunque avesse voluto presentare una mozione alternativa avrebbe dovuto raccogliere in soli tre giorni (“dal 20 al 23 dicembre”) “le firme del 33% della direzione”.
La stessa direzione che ha approvato all’unanimità  il regolamento blindato.
Con queste regole la rielezione di Raciti sembrava scontata.
Invece è arrivato il colpo di scena: uno sfidante c’è. Benifei appunto, che raccoglie le firme necessarie ma viene estromesso subito dalla competizione.
Perchè? Perchè ha presentato la sua mozione con cinque giorni di ritardo. “Anche Raciti però ha presentato le sue tesi oltre i termini, il 21 dicembre anzichè il 20 — obbietta il candidato escluso -. Le regole devono essere uguali per tutti. E poi è importante che il segretario sia scelto dalle decine di migliaia di iscritti dei Gd piuttosto che da qualche centinaio di delegati”.
Da regolamento, il segretario uscente avrebbe dovuto rendere pubbliche le tesi il 20 dicembre, invece sono state pubblicate online solo il 21.
Il primo ricorso Benifei lo ha presentato alla Commissione di garanzia della giovanile e dopo il parere negativo di quest’ultima (con molte ombre sulle modalità  della decisione: i commissari hanno deciso a maggioranza e sono stati contattati via mail e telefono, senza una vera e propria riunione finale) l’aspirante segretario ha deciso di interpellare la Commissione di garanzia nazionale del Partito, che prenderà  una decisione domani.
Il presidente dell’organismo, Luigi Berlinguer, al momento non vuole sbilanciarsi. “Valuteremo il caso con attenzione — dice a ilfattoquotidiano.it — ma prima del 12 non possiamo dare nessun orientamento, neanche per quanto riguarda la competenza”.
Il problema è proprio questo: se la Commissione dovesse dichiararsi incompetente il fascicolo arriverebbe direttamente sulla scrivania di Bersani e del suo responsabile organizzazione Nico Stumpo.
Il rischio è che l’organizzazione giovanile venga commissariata e che le beghe congressuali degli under 30 diventino una grana nazionale.
A quel punto molti big del partito potrebbero chiedere un intervento deciso del segretario, a partire da Veltroni e Franceschini che non hanno mai digerito la cancellazione delle primarie.
I franceschiniani, che nella giovanile hanno una corrente di peso, sono marcatamente a favore della pluralità  di candidature.
Un dirigente molto vicino al capogruppo alla Camera ricorda di quando “nel 2009 aiutammo noi Parisi a raccogliere le firme per candidarsi in assemblea contro Franceschini”.
Più tiepidi i veltroniani, a cui la restaurazione del congresso non è mai andata giù.
“A noi le questioni burocratiche interessano poco”, spiega Walter Verini, braccio destro dell’ex ledaer, “di certo è inconcepibile che un’organizzazione di giovani che si definiscono democratici non si apra alle nuove generazioni con le primarie”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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