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YACHT, AUTO DI LUSSO E AEREI PRIVATI: il 42,4% DEI LORO PROPRIETARI DICHIARA AL FISCO 20.000 EURO

Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

INVECE CHE TASSARE I CETI MEDIO-BASSI, PERCHE’ IL GOVERNO NON INDIRIZZA I SUOI PROVVEDIMENTI VERSO I FINTI POVERI CHE PULLULANO IN ITALIA?

Un rapporto dell’Anagrafe tributaria, studiando gli effetti della patrimoniale sul lusso, ha scoperto che i falsi poveri con fuoriserie, elicottero o barca sono un esercito: in proporzione, superano i veri ricchi e gli abbastanza facoltosi
Hanno lo yacht di 17 metri, il bolide in garage e, perchè no, anche l’elicottero privato.
Eppure la loro dichiarazione dei redditi è la stessa di un operaio: 20mila euro o giù di lì. Evasioni fiscali di pochi furbi?
Macchè: i finti poveri in Italia sono un esercito.
E’ quanto emerge dal rapporto dell’Anagrafe tributaria (pubblicato in anteprima su il Sole 24 Ore), che ha dovuto studiare gli effetti concreti della tassa sul lusso inserita nel decreto “salva-Italia” dall’esecutivo di Mario Monti.
L’analisi incrociata dei dati ha portato alla luce non poche sorprese.
In Italia ci sono poco meno di centomila barche di lusso, ovvero natanti lunghi almeno 10 metri.
Tra queste, ben 42mila (quindi il 42,4 per cento) sono di proprietà  di individui che dichiarano al fisco 20mila euro annui di patrimonio.
A chi appartengono il resto degli yacht?
Circa 27mila (26,7 per cento) sono di contribuenti che dichiarano dai 20mila ai 50mila euro annuali, mentre 16mila o poco più (16,5 per cento) sono intestati a cittadini più facoltosi, ovvero coloro che hanno entrate annuali che vanno dai 50mila ai 100mila euro.
E i ricchi veri (con dichiarazioni di redditi da 100mila euro in su) quante barche hanno?
In proporzione, pochissime: 14.235, ovvero appena il 14,4 per cento.
Se fossimo in un Paese di onesti contribuenti, il dato avrebbe una chiave di lettura a dir poco paradossale (i “poveri” con le barche di lusso).
Ma siamo in Italia, e lo studio dell’Anagrafe tributaria vuol dire solo una cosa: che i falsi poveri non sono neanche veri furbi, visto che con il reddito dichiarato sarebbe pressochè impossibile sopportare i costi di gestione delle loro barche. La tassa sugli yacht metterà  fine al raggiro.
Se nel Belpaese le barche sono “roba da poveri”, i bolidi a quattro ruote non fanno eccezione. In Italia ci sono quasi 595mila automobili da 185 kw, ovvero da 248 cavalli.
Tra queste, 217mila (36,6 per cento) sono di proprietà  di quegli italiani che dichiarano un reddito da 20 a 50mila euro, mentre addirittura 188mila (31,7 per cento) sono intestate a chi denuncia neanche 20mila euro.
Per questi ultimi, oltre al danno c’è anche la beffa: oltre alla patrimoniale sul bolide in garage, saranno costretti — ogni qual volta decidono di utilizzarlo — a sborsare fior di quattrini per fare il pieno di carburante, aumentato a dismisura a causa dell’innalzamento delle accise su diesel e benzina. I veri ricchi con ‘Ferrarino’ o fuoriserie, invece, sono pochi: 117mila (19,6 per cento) quelli che dichiarano dai 50 ai 100mila euro, quasi 72mila (12,1 per cento) quelli che ‘incassano’ oltre i 100mila euro.
I più sfortunati di tutti, però, sono i 518 ‘poveri’ che, pur dichiarando 20mila euro annui, possono permettersi un aereo o un elicottero privato: oltre al balzello sul bene di lusso, saranno costretti a prosciugare i loro (presunti) averi ogni qual volta decideranno di alzarsi ‘autonomamente’ in volo.
Ciò che stupisce, nella ‘evasione dei cieli’, sono le percentuali.
Detto del club dei 518 finti poveri con elicottero sul tetto di casa (il 25 per cento del totale), dei circa duemila velivoli privati, 604 (30 per cento) sono di proprietà  di cittadini con dichiarazione dai 20 ai 50mila euro, 523 (26 per cento) di contribuenti che dichiarano dai 50 ai 100mila euro e appena 367 (18,3 per cento) sono di color che dichiarano al fisco più di 100mila euro all’anno.
Gli esempi di barche di lusso, bolidi a quattro ruote e aerei privati rispecchia una tendenza ormai assodata in Italia: l’evasione fiscale è un fenomeno dilagante.
L’ennesima conferma dai dati generali del rapporto a firma dell’Anagrafe Tributaria.
Su quasi 42milioni di contribuenti, ben più della metà  (circa 28 milioni, alias il 66,3 per cento) dichiarano di non superare i 20mila euro annui, mentre sono 12 milioni (29,2 per cento) coloro che ammettono di aver guadagnato dai 20 ai 50mila euro annui.
E i veri ricchi?
Chi denuncia redditi che vanno dai 50 ai 100 mila euro rappresenta il 3,5 per cento (quindi un milione e mezzo scarso di italiani) della torta, mentre le briciole della stessa sono costituite dagli onesti facoltosi: appena 398mila, pari all’uno per cento del totale.
Anche loro dovranno subire la patrimoniale sul lusso: colpa dei loro pari reddito che non pagano le tasse.

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LA POLITICA SECONDO DON PRIMO MAZZOLARI: “NON CONTA GRAVITARE A DESTRA, SINISTRA O CENTRO: LA BUONA POLITICA STA OLTRE I PARTITI”

Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

A 52 ANNI DALLA MORTE, ESCE IN LIBRERIA UNA RACCOLTA DEGLI SCRITTI DEL PRETE DI BOZZOLO, PICCOLO COMUNE DEL MANTOVANO

Scritti che parlano, soprattutto, del suo impegno politico con messaggi rivolti a giovani e adulti. “Nè a sinistra, nè a desta, nè al centro. Perchè la buona politica è possibile ritrovarla solo oltre i partiti” scriveva il parroco.
Pensieri ancora di stretta attualita’: “La disgrazia della lotta politica in Italia è legata alla dimenticanza dell’uomo, per cui abbiamo cittadini che sono quel che volete, vale a dire con denominazioni politiche svariatissime, ma con nessuna sostanza umana. Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo”.
Inutile scervellarsi.
Queste parole, di un’attualità  disarmante, non appartengono a nessun pensatore dei nostri giorni — peraltro merce rara -, ma sono uscite dalla penna di don Primo Mazzolari il 25 settembre del 1945. Fanno parte dei molti scritti politici che il parroco di Bozzolo — antifascista e anticomunista, sempre e comunque dalla parte degli ultimi — ha prodotto tra il 1940 e il 1955 e che stavano rischiando di finire nel dimenticatoio.
La casa editrice Chiarelettere ha pensato di raccoglierne — grazie anche alla collaborazione e alla consulenza della Fondazione don Mazzolari di Bozzolo, che quest’anno festeggia i 30 anni della nascita — una selezione significativa nel libro da poco uscito nella collana di Instant Book con il titolo Come pecore in mezzo ai lupi (150 pagine, 7 euro).
A impressionare, come si diceva, è l’attualità  del pensiero di don Mazzolari, parroco “resistente” (vicino alla causa partigiana) di piccoli paesi del mantovano come Cicognara e Bozzolo con una lungimiranza e una freschezza intellettuale da subito invisa al Vaticano, che in più occasioni ne censurò pubblicazioni e scritti.
Salvo riabilitarlo pochi anni prima della morte, avvenuta il 12 aprile del 1959. Fu l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI) a tendere la mano a don Primo, rinchiuso nella sua Bozzolo come un personaggio scomodo.
Era il 1957. Una volta divenuto Papa, Montini disse di don Mazzolari che “aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti”.
Profeta o non profeta, quel che è certo è che don Primo ha saputo scavare nella politica, è stato in grado di coglierne l’essenza e per questo è riuscito a smascherarne i difetti.
Era convinto che la politica dovesse andare oltre i partiti e concentrarsi sugli uomini eliminando interessi e privilegi.
Era certo che la politica dovesse andare a braccetto con la democrazia. Ma si rendeva conto che i due universi erano sempre più distanti, contrastanti.
Introdotto da una prefazione di un altro prete di frontiera come don Virginio Colmegna, il libro si articola in cinque parti.
La prima dà  spazio agli scritti più attuali, ancora oggi capaci di stupire per la violenza intellettuale con cui abbattono le barriere della “finta” politica; le altre sezioni toccano i giovani, la tolleranza, il mestiere dell’uomo, la giustizia sociale.
Utile soffermarsi sull’ultima sezione del libro, quella in cui don Mazzolari fa una riflessione sul comunismo che, troppo frettolosamente, ha portato l’opinione pubblica a catalogarlo come “prete rosso”.
Senza pregiudizi ideologici, il parroco di Bozzolo analizza il pensiero comunista e vede molte somiglianze con quello cristiano: “Cosa vogliono i comunisti? — scrive don Primo — La fine delle ingiustizie e la felicità  di tutti gli uomini.
Cosa vogliono i cristiani? La fine delle ingiustizie e la felicità  di tutti gli uomini. La differenza è sui mezzi e sul modo di concepire il bene, conseguenza di una diversa visione dell’uomo e della vita”.

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ANZIANI, SOLDI CASH SOTTO I 500 EURO, DUE MILIONI COSTRETTI ALLA CARTA DI CREDITO

Dicembre 10th, 2011 Riccardo Fucile

PENSIONATI TRATTATI COME EVASORI, UNA CAZZATA STRATOSFERICA DEL GOVERNO MONTI, UN FAVORE ALLE BANCHE…PROTESTANO LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: “UNA VIOLENZA SULLA PARTE PIU’ DEBOLE DELLA POPOLAZIONE”

“Da oggi le pensioni sopra i 500 euro non si pagano più in contanti”. Il messaggio allo sportello potrebbe essere più o meno questo.
Rivolto a due milioni e duecentomila pensionati italiani che non hanno nè conto corrente nè carte elettroniche.
E che in fretta dovrebbero provvedere, se vogliono assicurarsi pensione e tredicesima.
Sì, perchè il decreto legge 201 – il “salva-Italia” – è entrato in vigore già  il 6 dicembre, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
E all’articolo 12, quello che limita l’uso del contante all’ormai famosa soglia dei mille euro, prevede una pillola avvelenata per chi riceve stipendi, pensioni o compensi dalla Pubblica amministrazione.
Superata la soglia di 500 euro, addio banconote.
“Una vergogna e una violenza sui poveri pensionati costretti dallo Stato ad aprire un conto corrente”, tuona Elio Lannutti, senatore Idv e presidente di Adusbef. Pensionati come evasori?
In realtà  c’è tempo. Lo farebbe intendere lo stesso articolo del decreto.
Entro tre mesi il ministero dell’Economia e l’Associazione bancaria italiana definiranno con una convenzione le caratteristiche di un conto corrente di base da offrire ai pensionati “vecchio stile” – quelli che fanno la fila ogni mese alla Posta o in banca e poi infilano guardinghi i pochi euro ricevuti in borsa – ad un costo accettabile: struttura semplice e trasparente e carta di debito.
E zero spese ma solo per “le fasce socialmente svantaggiate”.
Così come entro tre mesi l’Abi dovrebbe definire le regole per “una equilibrata riduzione” delle commissioni sulle carte.
Sempre il decreto riferisce che il limite di 500 euro non è blindato, ma “può essere modificato con decreto del ministero dell’Economia”.
Una via di fuga?
Il livello della protesta è già  alto.
Imporre bancomat, carte prepagate, pin, token – e tutto l’armamentario bancario fatto di scartoffie infinite da firmare, con postille scritte a corpo otto – a 2,2 milioni di anziani pensionati Inps “analfabeti” bancari (su 16,9 milioni totali) non significa solo “incrementarne i livelli di sicurezza fisica”, come sembra darsi premura il decreto.
Ma cambiare un mondo. Fatto di abitudini, relazioni, tradizioni. E poca dimestichezza con la tecnologia.
E’ anche vero che nel 2010 ciascun italiano ha usato strumenti alternativi al contante solo 66 volte, rispetto alle 176 rilevate in media nei Paesi dell’Eurozona.
Con un divario – spiega Bankitalia – molto forte tra Nord e Sud (84 operazioni contro 39), anche per una diffusione inferiore al 40 per cento di sportelli, Atm, Pos, carte di pagamento, collegamenti telematici per l’e-banking.
Un utilizzo modesto. Lo stesso governatore Ignazio Visco, ieri in audizione alla Camera, ha auspicato “un’ulteriore riduzione” della soglia per il contante, da affiancare a “un taglio dei costi” per la moneta elettronica.
Privilegiare gli scambi telematici, poi, aiuta a monitorare e scoraggiare riciclaggio ed evasione.
Ma che a questo contribuisca anche l’azzeramento dell’imposta di bollo da 34,20 euro, promesso dal decreto Monti, a chi ha una pensione minima o un assegno sociale, purchè apra un conto corrente, è più dubbio.
Come è ridicolo che uno Stato che si rispetti debba ricorrere a questi mezzi vergognosi per impedire chissà  quale evasione fiscale, quando non esiste nulla di più tracciabile dell’importo di una pensione (basta chiedere all’Inps).
In realtà  e’ solo un sistema per foraggiare le banche, allora bastava instaurare una “tassa pro-banca” senza rompere le palle a tanti anziani.

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INDENNITA’, 5.000 EURO IN MENO E TRA I PARLAMENTARI SCOPPIA LA RIVOLTA

Dicembre 10th, 2011 Riccardo Fucile

SCONTRO SUL DECRETO DEL GOVERNO CHE DA GENNAIO TAGLIA GLI STIPENDI DI DEPUTATI, SENATORI E TUTTE LE CARICHE ELETTIVE… MA LORO NON CI STANNO: “DECIDIAMO NOI, LEDE L’AUTONOMIA DEL PARLAMENTO”

La rivolta parte dalla Camera e rimbalza in poche ore al Senato.
La norma della manovra Monti che prevede un decreto per tagliare già  da gennaio le indennità  ai parlamentari   –   e con loro a tutte le altre cariche elettive   –   non passa.
“Viola l’autonomia del Parlamento”, andrà  riscritta. E rivista. Su deputati e senatori si abbatte una nuova scure.
La notizia è che, dopo la cancellazione del vitalizio, tra poche settimane anche l’indennità  verrà  dimezzata o quasi.
E ora è braccio di ferro sull’ammontare del taglio. Stipendio da agganciare agli europarlamentari, è la proposta messa per iscritto dai questori del Senato.
No, così le spese raddoppiano anzichè ridursi, rilanciano da Montecitorio: meglio la media delle indennità  nei paesi Ue.
La prima bocciatura alla stretta arriva dalla commissione Affari costituzionali della Camera, che in queste ore ha espresso parere negativo sul settimo comma dell’articolo 23 della manovra.
È la norma che prevede che dal primo gennaio gli stipendi di amministratori, consiglieri, sindaci e parlamentari subiranno un taglio che li equipari ai colleghi europei.
A far insorgere le Camere, la previsione del ricorso a un decreto del governo nel caso, ormai probabile, in cui la commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini non depositi il previsto studio di comparazione entro fine anno. Nel Parlamento vige l'”autodichia”, protestano.
La prima commissione di Montecitorio ha già  bocciato il comma.
“Tocca a noi decidere come procedere”.
Lo stesso accade a Palazzo Madama. “Quell’intervento, giusto nel merito, lede l’autonomia del Parlamento – spiega il senatore questore Benedetto Adragna – Se non lo faranno prima i colleghi della Camera, il nostro collegio dei questori depositerà  un emendamento correttivo. Puntiamo all’equiparazione ai parlamentari europei, con tutto ciò che ne consegue”.
Il conto è presto fatto.
Oggi l’indennità  di un deputato italiano ammonta a 11.704 euro al netto della diaria.
La media delle retribuzioni nell’eurozona è invece di 5.339 euro e quello sarebbe l’implicito suggerimento del governo Monti.
Invece l’eurodeputato, al quale i senatori si vorrebbero agganciare, guadagna circa 5.900 euro netti mensili.
Ma a Bruxelles vigono benefit di peso: i collaboratori sono a carico del Parlamento e i rimborsi spese (come i voli) avvengono a piè di lista, dopo presentazione di ricevute, ma sono “pieni”.
Così, a Montecitorio i tecnici hanno fatto due conti e hanno scoperto che l’adeguamento all’Europarlamento farebbe quasi raddoppiare i costi della “casta” anzichè ridurli.
Ecco perchè col placet della struttura, alla Camera i relatori alla manovra depositeranno nelle prossime ore un emendamento più in linea col progetto Monti.
Spiega il questore di Montecitorio Gabriele Albonetti: “Dobbiamo parametrarci a un regime molto più rigido e individuare quale sia la soglia effettiva delle indennità  nette, perchè il lordo non fa testo, la fiscalità  è diversa da paese e paese”.
Quel che è certo è che matura la vera stangata, quella sull’indennità  (già  decurtata di mille euro a inizio anno).
Lamberto Dini si fa portavoce della protesta: “Le nostre retribuzioni sono già  sotto la media Ue”.
Alessandra Mussolini, intervista da “Anna” sostiene che già  togliere il vitalizo è istigazione al suicidio”, figurarsi il resto.
Al rientro degli onorevoli lunedì dal lungo ponte festivo, sarà  battaglia.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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IL RISCHIO DI MONTI

Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

SE NON APPORTA MODIFICHE AL DECRETO SALVA-PRIVILEGIATI, MONTI RISCHIA DI APPARIRE   COME IL CAPO DI UN GOVERNO DEL “BERLUSCONISMO DAL VOLTO EDUCATO”

Se il decreto “salva Italia” resta quello che è (un decreto “salva privilegiati”) il governo dei tecnici rischia grosso, addirittura di fallire già  nella culla.
A Monti la sorte (e Napolitano) ha offerto una opportunità  straordinaria, quella di potere decidere in assoluta libertà  e secondo coscienza i contenuti della manovra: i due partiti maggiori, Pd e Pdl, la fiducia l’avrebbero votata comunque, magari “obtortissimo collo”, per non andare a elezioni immediate col marchio di affossatori dei titoli pubblici (che sarebbero precipitati con “effetto Argentina”).
Dal professore della Bocconi non si pretendeva neppure la tanto sbandierata (e nei fatti svillaneggiata) “equità ”, ma molto meno: un colpo al cerchio e uno alla botte.
Purchè eguali per intensità , energia e “cattiveria”.
Il colpo alla botte, al “terzo Stato”, è arrivato: tutto e subito.
Con aspetti addirittura odiosi: l’adeguamento delle pensioni già  ora copre solo il 70% dell’aumento del costo della vita, il che significa l’impoverimento anno per anno.
Bloccarlo per due anni significa rivoltare il coltello nella piaga di chi è alle soglie della povertà , e ogni lacrima in proposito — per quanto sincera — è lacrima di coccodrillo.
Il colpo al cerchio dei privilegiati invece non si è visto affatto.
Bastava aumentare le aliquote Irpef per i redditi alti (sopra i 75 mila euro all’anno, e aliquote progressivamente incrementate per chi ne guadagna 200, 500…), prelevare una “una tantum” sulle pensioni più ricche (alcune fino all’indecenza) e sulle “buonuscite” milionarie (Guarguaglini docet).
E soprattutto sui capitali “scudati”: la tassa dell’1,5% dimostra che un prelievo non è affatto incostituzionale (mai lo avrebbero proposto i Tecnici e firmato il Custode della Costituzione), e visto che gli antipatrioti dei capitali all’estero avevano pagato il 5% anzichè il 30% preteso dai governi moderati e di destra di Cameron e Merkel c’era un margine del 25% in cui pescare senza fare torto alcuno ai suddetti fedifraghi fiscali.
Il governo può ancora correggersi, dappoichè “errare humanum, perseverare diabolicum”.
E dovrà  comunque decidere della propria “natura” sulla questione delle frequenze tv digitali (che al valore di mercato porterebbero in cassa 4 o 5 miliardi: esattamente la grassazione compiuta contro i pensionati).
Se saranno regalate a Berlusconi sarà  inevitabile che il governo Monti finisca per apparire come un mero “berlusconismo dal volto educato”.
Consegnandosi ai desiderata del Caimano, il governo rischia di cadere non appena al Caimano farà  comodo.

Paolo Flores d’Arcais
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DAL LATTE PARMALAT AI CENTRI COMMERCIALI: I MILLE AFFARI DI MICHELE ZAGARIA

Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

COMPLICITA’ NELLE BANCHE E BUSINESS MILIARDARI: IL LEADER DEI CASALESI E’ UNA STORIA SIMBOLO PER IL GOVERNO…ROBERTO SAVIANO: “NON BASTA REPRIMERE OCCORRE COLPIRE I TESORI DELLE ORGANIZZAZIONE”

La storia che racconto è stata scritta dalla procura antimafia.
Dai pubblici ministeri Federico Cafiero De Raho, Antonello Ardituro, Catello Maresca, Raffaello Falcone, Franco Roberti e Raffaele Cantone.
Dalla polizia, dai carabinieri, dalla Guardia di finanza.
E soprattutto è una storia che riguarda non la mia sfortunata terra, non semplicemente Casal di Principe, il comune più sciolto nella storia d’Italia, ma riguarda l’intero paese e l’economia di questo paese.
Michele Zagaria era un imprenditore, è un imprenditore.
È un imprenditore camorrista, non un camorrista imprenditore.
Sembra uno scioglilingua, ma non lo è.
Non è un camorrista che ha fatto soldi e quindi si è messo a fare impresa con denaro sporco. Al contrario è un casalese e precisamente di Casapesenna   –   un piccolo paese vicino a Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa, i tre paesi dell’Agro Aversano con i maggiori problemi   –   partito come costruttore, come imprenditore, e ha sempre continuato a comportarsi da imprenditore.
Michele Zagaria è stato una pedina fondamentale, ad esempio, nella storia della Parmalat. Quando la Parmalat decide di fornire dati sulle vendite in grado di poter giustificare quotazioni elevate in borsa, ha bisogno di vendite sicure, e queste vendite gliele garantisce Michele Zagaria.
Come? Semplice: decidono di pagare un estorsione settimanale al boss che in cambio impone a tutti i supermercati, a tutti i dettaglianti, a tutto il mondo distributivo e commerciale di acquistare latte Parmalat.
E lo fa attraverso una strategia semplice, da imprenditore, non solo con le pistole puntate.
Va dai grandi distributori di latte e gli propone di distribuire i prodotti Parmalat a una percentuale di sconto elevata.
Accade, naturalmente, che tutti siano soddisfatti perchè il garante di questo sconto si fa Michele Zagaria con Pamalat stesso.
Cioè lui decide di imporre ovunque Parmalat a un dato prezzo che deve necessariamente andare bene anche alla Parmalat.
A questo punto tutti i concorrenti di Parmalat non riescono a reggere quelle percentuali di sconto, e quando uno solo ci riesce, Foreste Molisane, gli uomini di Zafaria gli bruciano i camion per il trasporto.
Michele Zagaria è stato imperatore del cemento in Emilia Romagna; sono note le società  riconducibili a suo fratello Pasquale Zagaria, detto Bin Laden.
E quelle imprese avevano nomi altisonanti (Ducato, Stendhal Costruzioni) e costruirono addirittura un edificio nell’ex area Mondadori, nel cuore di Milano, in via Santa Lucia 3.
Michele Zagaria è un uomo che mette le mani nei più importanti centri commerciali d’Italia.
Al centro commerciale Campania, un colosso dello shopping alle porte di Napoli, lui applica una doppia strategia.
Da un lato chiede la singola estorsione alle imprese che non fanno parte del suo cartello; dall’altro partecipa con le sue aziende alla vittoria dell’appalto e chiede quindi dei negozi da poter gestire. Quindi estorsione e costruzione.
Ho raccontato questa breve storia perchè desidero chiedere a questo governo di avere uno sguardo diverso sui tesori delle mafie. Il precedente ha attuato unicamente una strategia di repressione, ma ora la logica deve necessariamente cambiare. Il nuovo esecutivo può fare molto.
L’inchiesta svelata due giorni fa e che coinvolge anche l’onorevole Cosentino, spiega nel dettaglio come funziona il sistema finanziario che il clan dei casalesi utilizza per garantirsi i crediti.
Accade che un’impresa, in questo caso la “Vian srl” del boss Nicola Di Caterino, impegnata nella costruzione del centro commerciale fantasma “Il Principe” a Casal di Principe, non abbia i requisiti per ottenere un finanziamento dall’Unicredit, eppure il responsabile della gestione crediti per il Sud Italia, Alfredo Protino, e il direttore della filiale Unicredit di Roma Tiburtina, Cristofaro Zara, decidono di accordarlo ugualmente.
Questo è un modo per riciclare denaro, perchè Di Caterino, che avrebbe dovuto costruire un importante centro commerciale con soldi sporchi, avrebbe giustificato quel denaro come proveniente da Unicredit.
Sono decenni che le banche collaborano al riciclaggio del denaro sporco delle mafie.
Le banche, non tutte per fortuna, e spesso attraverso dirigenti infedeli, finanziano le imprese legate alle mafie.
Chiedo a questo governo di mostrarsi risoluto nell’aggredire i patrimoni criminali che costituiscono miliardi di euro accumulati illegalmente.
Chiedo a questo governo di esortare le banche che hanno avuto dirigenti infedeli di poter riparare non soltanto collaborando con l’antimafia, ma investendo al Sud e dando credito all’imprenditoria sana, la stessa che è stata spesso accantonata preferendo sostenere le imprese protette dai capitali mafiosi.
C’è molto da fare, moltissimo, e non bisogna credere che siano altre le priorità , perchè l’enorme tesoro saccheggiato dai clan può tornare alla società  civile.
Deve.

Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)

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L’OSSESSIONE DELLA CRESCITA

Dicembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL CIRCOLO VIZIOSO TRA PRODUZIONE E CONSUMO NON E’ SOLO UN DELETERIO FENOMENO DI COSTUME, E’ UN MODELLO DI SVILUPPO DAI MARGINI SEMPRE PIU’ ESIGUI, IL CUI ESITO ULTIMO SARA’ IL COLLASSO GLOBALE

Se ci si chiede chi sono i responsabili di questa crisi economica globale non si trova una risposta. Perchè sono tutti e nessuno.
Tutti perchè, a parte alcune rare voci “clamans in deserto”, irrise, derise, bollate come apocalittiche dai seguaci dell’Illuminismo e professionisti dell’ottimismo (Umberto Eco: “Di una cosa però sono certo: la dose di futuro contenuta nel nostro presente è in aumento dovunque, nella società , nell’industria, nel costume e insomma in ciascuno di noi”, Repubblica, 28/12/1983), tutti abbiamo accettato un modello di sviluppo paranoico basato sulla crescita continua che anche un ragazzino che studia matematica a scuola avrebbe capito che, prima o poi, sarebbe andato incontro al collasso. Perchè le crescite all’infinito esistono, appunto, in matematica, ma non in natura.
Noi ci siamo messi in un circolo vizioso terrificante.
Il consumismo non è solo un deleterio fenomeno di costume, come pensava Pasolini, è essenziale al modello di sviluppo industriale.
Se la gente non consuma le imprese non producono e sono quindi costrette a liberarsi di molti lavoratori che, così impoveriti, consumeranno ancora di meno obbligando le imprese a contrarsi ulteriormente.
Questa si chiama recessione.
Siamo quindi costretti a produrre, a ‘crescere’ come tutti dicono, da Washington a Berlino a Parigi a Roma.
Ma poichè abbiamo già  prodotto di tutto e di più non possiamo più crescere se non con margini sempre più ristretti che alla fine si esauriranno anch’essi. Certo, per un po’ di tempo gli Stati Uniti potranno vendere alla Cina e     la Cina agli Stati Uniti e così l’Europa.
E lo stesso avverrà  con altri paesi cosiddetti ‘emergenti’ come l’India o il Brasile.
Ma anche questi Paesi, che hanno il vantaggio di essere partiti dopo, prima o poi diventeranno saturi, come lo siamo già  oggi noi occidentali.
Quando ciò accadrà  il sistema collasserà , irrimediabilmente.
Gli scenari che si aprono, a quel punto, sono due.
Uno prende spunto da ciò che accadde dopo il crollo dell’Impero Romano. Le città  si spopolarono (Roma che ne aveva avuti due milioni si     ridusse a 35 mila abitanti) e chi vi abitava andò a rifugiarsi nelle ‘villae’ dei grandi proprietari terrieri o presso i monasteri.
Nacque così il feudo, economicamente autosufficiente (autoproduzione e autoconsumo). Il denaro, di fatto, scomparve.
Bisognerà  aspettare otto secoli perchè, con l’affermarsi dei Comuni, rifaccia la sua apparizione.
Speriamo che sia questo primo scenario ad avverarsi.
Perchè il secondo è apocalittico.
I feudi si formarono abbastanza pacificamente. Oggi potrebbe essere diverso. Col crollo del mondo industriale e del denaro la gente di città , rendendosi conto che non può mangiare il cemento nè bere il petrolio, dopo aver saccheggiato i supermarket si riverserà  nelle campagne alla disperata ricerca di cibo.
Ci arriverà  a piedi (chi avrà  la forza di farlo, gli altri cadranno lungo la strada) perchè non ci sarà  più benzina e si scontrerà  con chiunque possegga un terreno coltivabile che difenderà  con le unghie e con i denti perchè sarà  questione, per tutti, di vita o di morte.
Fra cittadini e contadini o proprietari terrieri scorrerà  il sangue.
A fiumi (altro che il ridicolo ‘lacrime e sangue’ di cui si parla in questi giorni perchè nessuno è disposto a lasciare sul campo 600 euro senza aver capito che fra poco, qualunque siano le misure prese, perderà  tutto).
È anche possibile che le leadership mondiali dei Paesi più potentemente armati, prese dal panico, comincino, nell’impazzimento generale, a sganciarsi Atomiche, l’una contro l’altra.
In questo caso non si salverà  proprio nessuno, nemmeno gli indigeni delle Isole Andemane che, come altri popoli che noi chiamiamo presuntuosa-mente ‘primitivi’ e i tedeschi, più correttamente, naturevolker (popoli della Natura) che hanno scelto di vivere in una società  statica rifiutandosi di entrare in una dinamica come la nostra, nata (assieme a una serie di complessi fenomeni, fra cui, fondamentale, la diversa percezione del tempo, dal presente al futuro) dalla Rivoluzione industriale.
Queste cose noi le andiamo scrivendo, inascoltati, da un quarto di secolo (La Ragione aveva Torto?, 1985).
Siccome non siamo buoni rideremmo a crepapelle vedendo che i cosiddetti illuministi, o, per essere più precisi, i loro ottusi epigoni, stan tagliando, da tempo, il ramo dell’albero su cui son seduti.
Il fatto è che su quel ramo ci stiamo anche noi e dobbiamo assistere impotenti a questo “auto da fè” che ci travolgerà  come tutti gli altri.
Questo è il tragico e beffardo destino di ogni Cassandra.

Massimo Fini blog

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IL “SECOLO XIX” CONFERMA LE NOTIZIE CHE AVEVAMO ANTICIPATO: NAN HA CHIESTO ASILO POLITICO A “GENTE D’ITALIA”, PERSINO IL VICESEGRETARIO REGIONALE NON NE SAPEVA NULLA

Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO ESSERE STATI OSPITI DI NUCERA, ORA I FUTURISTI LO SARANNO DI UN PARTITO DELLO 0,7% ALLE REGIONALI… “HA FATTO TUTTO LUI, NON SONO STATO INFORMATO” DICHIARA IL SUO VICE… E POI NAN CONFESSA: “UN PASSO IMPORTANTE IN VISTA DEL CONGRESSO”… CERTO, CHI GLIELE PORTAVA ALTRIMENTI 400 TESSERE?

Scrive il Secolo XIX

“Futuro e libertà ” ritrova una sede e nuovi compagni di viaggio: sono i circa 400 iscritti a Gente d’Italia, partito mignon che fa capo a Enzo Assereto, confluito in Fli.
Ieri Enrico Nan, coordinatore regionale del partito di Fini, e lo stesso Assereto hanno presentato l’intesa nella sede di Gente d’Italia, un appartamento al civico 21 di via Cantore, divenuto così quartier generale di Fli Liguria.
Il partito era senza casa dalla scorsa estate, quando la formazione politica diretta da Nan perse improvvisamente la disponibilità  di un’altra sede alla Fiumara.
Circostanza che ha suscitato molte polemiche all’interno della neonata formazione politica quando si è scoperto che i locali della Fiumara erano stati messi gratuitamente a disposizione da Andrea Nucera, imprenditore pluri-indagato (e con un ordine di arresto in corso) di cui Nan era stato socio.
La crisi è è poi proseguita con le dimissioni in massa di un nutrito gruppo di dirigenti e militanti e culminata nel commissariamneto del partito.
E, a quanto pare, non è ancora finita: “L’accordo è stato chiuso autonomamente da Nan” precisa Giuseppe Murolo, vicecoordinatore regionale del partito, “non sono stato informato”.
Per Nan invece “l’ingresso in Fli di Gente d’Italia è un passo importante in vista del congresso provinciale del 18 dicembre”.

Da sottolineare la gaffe di Nan che, invece che dare un’analisi politica a questa adesione, finisce per far emergere la verità , ovvero che l’alleanza è importante “in funzione del congresso provinciale”, ovvero affinchè lui possa contare su 400 voti sicuri per il suo candidato.
In effetti dove sarebbe mai andato a prenderli?

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LA VERITA’ DI MARIO NEL TEATRINO DI “PORTA A PORTA”

Dicembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

COSI’ VIENE ARCHIVIATA LA FAVOLA BERLUSCONIANA: DAL SALOTTO DI VESPA PER ANNI MESSAGGI RASSICURANTI…IERI SERA MONTI HA ROTTO L’INCANTESIMO

Erano irritanti le prime domande di Bruno Vespa, al solito le più gradite all’ospite di turno: «Eravamo ormai vicini alla Grecia? A un passo da non poter pagare gli stipendi agli statali? ».
Già , perchè non se n’era accorto nessuno.
Ma soprattutto non se n’erano accorti gli spettatori di Porta a Porta, dove per tre anni si è raccontata un’altra favola.
La favola che la crisi non c’era. Se c’era, riguardava altri.
La Grecia, l’Irlanda, la Spagna, ma anche Germania e la Francia stavano «molto peggio di noi».
In Italia c’era Tremonti che teneva «i conti in ordine» e Berlusconi sempre in procinto di varare una grande riforma fiscale, con ricchi doni per i contribuenti.
Il rischio di default poi era impensabile, «un’ipotesi che non sta nè in cielo nè in terra».
Ed ecco, in dieci secondi, la nuova Italia di Porta a Porta, tagliata su misura per il nuovo premier: un paese sull’orlo della catastrofe, anzi «un treno già  avviato a deragliare ».
Ma una volta superato il fastidio, bisogna ammettere che la lezione del professor Monti è stata piuttosto chiara.
Senza fronzoli, belletti e vespismo, campanelli e «via col vento», compagnia di giro e plastici o scrivanie intorno, il presidente del consiglio ha spiegato le ragioni della stangata.
Il compito non era facile perchè la manovra del nuovo governo è in grado di far piangere molti e non solo i ministri più sensibili.
Per dirla tutta, ha l’aria della solita strage degli innocenti, sulle spalle del pezzo d’Italia che ha sempre lavorato e pagato le tasse.
Lo stesso premier Mario Monti avrebbe avuto difficoltà  a difenderla dalle critiche del Monti Mario opinionista del Corriere della Sera, che negli ultimi anni aveva così ben spiegato ai governi come i tagli alla spesa fossero da privilegiare rispetto a nuove imposte.
Qui le tasse sono l’80 per cento e i tagli alla spesa il 20. Per fortuna o sfortuna l’intervistatore non lo sa, o forse non vuole disturbare, e cita cifre a casaccio («17 miliardi di tasse e 12- 13 di tagli») .
Ma pazienza, Monti si fa le domande e si dà  le risposte.
Il merito maggiore di Mario Monti è la sincerità . Questo lo rendeva un marziano ieri sera sulle poltrone da talk show frequentate dal peggior trasformismo italiota.
Ma forse la scelta di rivolgersi agli italiani dal più compromesso dei luoghi televisivi non era del tutto sbagliata.
L’irrompere della dura verità  sullo stato della nazione proprio in quello che è stato per diciassette anni il teatrino di cartapesta del berlusconismo trionfante, alla fine ha reso il messaggio di Monti più drammatico.
Questa è l’Italia di oggi, ha voluto dire il presidente del consiglio ai cittadini.
Un paese sull’orlo della bancarotta di Stato, a tre mesi di distanza dalla soluzione greca, anello debole di un’Europa già  fragile e ora da rifondare.
Una nazione finita in un tunnel dal quale sarà  lungo e difficile uscire. Ed era impossibile, guardando Monti in quello studio, non pensare ai bagordi del passato, agli altri tunnel e ponti e trafori disegnati sulla lavagna dal predecessore, fra gli applausi dei figuranti in studio, ai contratti che promettevano fantastilioni di posti di lavoro, agli anni persi in uno show demenziale, mentre il declino avanzava inesorabile.
Al conto tragico da pagare tutto di colpo per una buffonata durata troppo a lungo.

Curzio Maltese
(da “La Repubblica”)

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