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IL VENDITORE DI ROSE BUTTATO NELLE ACQUE DELLA DARSENA HA TROVATO UN LAVORO

Agosto 7th, 2020 Riccardo Fucile

GRAZIE ALLA CAMPAGNA DI SOLIDARIETA’ E’ STATO ASSUNTO DA UN RISTORANTE… RACCOLTI 6.000 EURO ATTRAVERSO DONAZIONI DI CITTADINI

È bastato meno di un mese per trasformare una triste notizia di cronaca cittadina in una storia di generosità  che ha coinvolto decine di persone, non solo milanesi.
Dalla notte dell’11 luglio, quando Sahabuddin Chokdar è stato spinto senza un motivo nelle acque della Darsena con le rose che provava a vendere sui Navigli, è partita una gara di solidarietà  tra i lettori che oggi permette di immaginare un futuro migliore per il venditore di rose bengalese.
Repubblica, assieme alla Caritas Ambrosiana, ha lanciato una campagna di raccolta fondi e fino a ieri – quando è arrivato l’ultimo contributo di 50 euro – sono stati raccolti 6.459 euro da 99 lettori.
In più, Sahabuddin ha trovato un’occupazione. Sta per iniziare a lavorare al ristorante Oyster e Samba di via Poliziano. Nei giorni scorsi ha incontrato il titolare, Douglas Di Modica, uno dei primi a scrivere a Repubblica e a rendersi disponibile ad aiutarlo.
“C’è stata una grande risposta da tante persone – dice con soddisfazione il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti – . È importante far sapere che le risorse raccolte saranno utilizzate per il futuro di Sahabuddin e della sua famiglia”.
L’uomo, 55 anni, partirà  con un contratto part time come lavapiatti e addetto alle pulizie, un impiego nel ristorante che renderà  più facile rinnovare il suo permesso di soggiorno, ora per motivi umanitari.
“Un impiego stabile può aiutarlo a regolarizzare i documenti e a immaginare un piano di ricongiungimento familiare, cercheremo di assumere anche uno dei figli, se vorranno venire in Italia – dice Di Modica –. Solo così potremo dare una svolta alla vita di questa persona che mostra negli occhi un forte segno di sofferenza. Sono consapevole che ci saranno dei grossi ostacoli linguistici, ma mi assumo l’impegno e non lo abbandonerò”. Sahabuddin non parla italiano, non ha frequentato la scuola nel suo Paese d’origine, dove ha lavorato sin da piccolo nei campi. P
er questo i volontari pensano di affiancare al lavoro un percorso di studio della lingua che possa aiutarlo nell’inserimento in Italia.
Dopo le tante offerte di aiuto arrivate, i volontari del servizio Accoglienza migranti della Caritas hanno incontrato Sahabuddin per capire quale può essere il modo migliore per aiutarlo. Lui ha raccontato della sua famiglia che vive a Madaripur, nella regione di Dacca, in Bangladesh. Lì ha lasciato i genitori anziani, la moglie e i cinque figli, che non vede ormai da otto anni.
Dopo essere partito dal suo villaggio e aver vissuto prima in Turchia e poi in Libia, dove è stato detenuto e torturato in carcere, ha attraversato il Mediterraneo ed è arrivato in Sicilia a bordo di un barcone. Ha vissuto prima ad Aosta, poi ha raggiunto alcuni connazionali a Milano. Ha lavorato per qualche ora al giorno in un’impresa di pulizie, poi è finito in cassa integrazione.
Da quando è a Milano ha iniziato a vendere rose per poter pagare l’affitto di un posto letto in una casa popolare, dove vive con altri bengalesi, e per guadagnare qualcosa da mandare alla famiglia in Bangladesh.
Ma dalla notte in cui ha rischiato di morire nei canali del Naviglio non è più tornato in strada a vendere rose. Per questo la sua grande preoccupazione resta la famiglia. Non vede la moglie e i suoi cinque figli dal 2012, quando è partito per la Turchia.
Il più grande dovrà  compiere ventuno anni, il più piccolo ne ha dieci. Li ha lasciati bambini, vedendoli crescere solo attraverso le foto che riceveva sul cellulare, perso e mai più recuperato nelle acque del Naviglio.
“Per una settimana non ho potuto chiamare la mia famiglia – aveva raccontato aiutato da un suo amico che conosce un po’ di italiano –. A casa piangevano tutti, pensavano che fossi morto”. Fino a maggio Sahabuddin inviava in Bangladesh qualche centinaio di euro, e teneva per sè solo il necessario per pagare il posto letto e per mangiare. Ma poi ha perso il lavoro part-time e ha potuto spedire a casa solo poche decine di euro ogni mese.

(da “La Repubblica”)

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ANONIMO BENEFATTORE DONA 150.000 EURO E SALVA LA CASA DEL PICCOLO LEO, AFFETTO DA SINDROME DI DRAVET

Luglio 31st, 2020 Riccardo Fucile

LA CASA ERA SU MISURA PER I PROBLEMI DEL RAGAZZINO: FINITA ALL’ASTA PER LA CRISI DELL’AZIENDA DI FAMIGLIA… IN ITALIA NON ESISTONO SOLO PERSONE CHE ODIANO, MA ANCHE CHE SANNO AMARE I PIU’ DEBOLI

Un anonimo benefattore ha versato 152 mila euro per ricomprare all’asta una casa speciale, a misura di un bambino speciale: Leonardo, 14 anni compiuti a maggio, affetto dalla sindrome di Dravet.
La struttura era stata messa in vendita a causa della crisi dell’azienda di famiglia ma, dopo due anni di incubo, finalmente è arrivato il bonifico sul sito della Pro Loco di Piazzola sul Brenta. Al Corriere della Sera la mamma, Martina Varini, racconta cosa significhi vivere con questa disabilità .
“Deve essere assistito giorno e notte. La casa è su due piani ma di sopra Leonardo non può andare, perchè ci sono diciotto scalini. Giù abbiamo allestito un divano letto, che la sera diventa un matrimoniale. Dorme lì, sempre con una persona accanto, perchè non può stare solo. C’è il bagno attrezzato con la doccia grande, dove si può entrare vestiti e lavarlo, e il lavandino a misura della carrozzina”.
La casa di Leonardo, due anni fa, era stata pignorata. Tra 2010 e 2011, la piccola azienda di saldature del papà , Mauro Taverna, entra in crisi e i debiti portano ben presto alla richiesta di sfratto. Per fortuna entra in gioco la Pro Loco che apre un conto e parte la sottoscrizione pubblica: tutti in paese si danno da fare per raccogliere fondi. Ma poi un altro colpo: arriva il lockdown.
In cassa ci sono 80mila euro e il termine per ricomprare la casa è fissato al 3 settembre. Ed è a questo punto che fa la sua comparsa l’ignoto benefattore che mette la cifra che mancava, ovvero 152mila euro, coprendo anche le spese per la pratica. Martina Varini, la mamma del piccolo, saputo del bonifico, ha pianto:
“Sono chiusa in casa 24 ore al giorno, curo Leonardo come un oracolo e sopportare questa cosa dello sfratto per due anni…”. Vorrebbe incontrare il benefattore, anche da sola: “Ma so che è impossibile…”.

(da agenzie)

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GHERARDO COLOMBO LANCIA RESQ: “ANDREMO A SALVARE LA GENTE IN MEZZO AL MARE”

Luglio 29th, 2020 Riccardo Fucile

LA NUOVA ONLUS SI DOTERA’ DI UNA IMBARCAZIONE: “NON POSSIAMO LASCIARE CHE LE PERSONE AFFOGHINO, CE LO CHIEDE LA COSTITUZIONE”

Una nuova nave solcherà  presto il Mediterraneo per rintracciare e salvare chi rischia di morire in mezzo al mare: 40 metri di lunghezza con 10 persone di equipaggio e 9 tra medici, infermieri, soccorritori, mediatori, giornalisti e fotografi.
Due gommoni veloci in appoggio assicureranno gli avvicinamenti alle imbarcazioni in difficoltà  e il salvataggio.
La nave batterà  bandiera “ResQ-People Saving People”: associazione nata negli ultimi giorni e pronta a rinforzare il fronte del salvataggio dei migranti sulle pericolose rotte via mare.
Nata dall’idea di pochi amici, oggi la neonata onlus già  può vantare oltre 130 soci, tutti uniti nel «dire basta allo stillicidio di vite umane nel Mediterraneo, sia di coloro che muoiono affogati, sia di coloro che vengono riportati nei lager libici».
«Quando si è ventilata l’ipotesi di mettere in mare una nave per salvare le persone che affogano mi sono chiesto: se stessi annegando vorrei che qualcuno venisse a salvarmi? Ho risposto sì, sia alla domanda sia alla nave — ha spiegato oggi, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’associazione, Gherardo Colombo, presidente onorario di ResQ — oltretutto ce lo chiede la nostra Costituzione, che bandisce ogni discriminazione e tutela la salute di tutti».
Il progetto prevede di fare rete con chi già  opera nel Mediterraneo ed entro 18 mesi essere in mare con una propria nave, oltre a diversi gruppi di lavoro a terra. Costo stimato di tutta l’operazione: 2 milioni e 100mila di euro. Fondi da reperire attraverso una campagna di crowdfunding, avviata da oggi sul sito resq.it.
«Saremo gli ultimi arrivati — afferma Luciano Scalettari, presidente della onlus — per questo siamo in contatto con i “cugini” di Mediterranea e con le altre navi già  impegnate in mare, prima di tutto per imparare. Perchè una nave in più? Perchè crediamo che ci sia bisogno di 10, 100 navi in più a presiedere quel tratto di mare, dove troppo spesso gli sos cadono nel vuoto».
Ad applaudire l’iniziativa è l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi: «Oggi su 80 milioni di persone in fuga nel mondo, il 90% si trova fuori dall’Europa. Un esempio? L’Uganda in questo periodo ha aperto le frontiere a migliaia di rifugiati dal Congo. I flussi verso l’Europa sono più che gestibili. È immorale che si discuta ancora se sia giusto o meno salvare le persone in mare. È un obbligo. E visto che gli Stati non sono all’altezza delle loro responsabilità , serve la società  civile. Per questo applaudo all’arrivo di ResQ».

(da agenzie)

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IL CAPPELLANO DI VILLA BERETTA: “ALEX E’ UN UOMO D’ACCIAIO, ABBIAMO SCOMMESSO SU DI LUI”

Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile

“QUI LA VERA FORZA E’ IL PAZIENTE E NON IL MEDICO”… “LA MOGLIE E IL FIGLIO DUE PERSONE STRAORDINARIE, DI UN’UMANITA’, COMPOSTEZZA E FORZA INCREDIBILI”

“Certo che ce la farà . Scusi, come fa a non farcela uno che ha sbattuto la testa contro un tir ed è ancora vivo?”. La sua “parrocchia” è questa clinica che riaccende il cervello e rimette in piedi i malati. “Sono qui da nove anni”, dice don Luca Poli.
È il cappellano di Villa Beretta, la nuova casa di Alex Zanardi sulla collina di Costa Masnaga. Ex missionario in Africa, un sacerdote dinamico. Carattere aperto, la battuta sempre pronta.
Padre, ha visto Zanardi?
“Si. L’ho visto in camera in presenza della moglie e del figlio: due persone straordinarie, di un’umanità , di una compostezza e di una forza incredibili”.
Villa Beretta, la clinica che ospita Zanardi. Il primario: “Per pazienti come lui la terapia può durare mesi
Prega per Alex?
“Certo. Prego ogni giorno per lui come per tutti i pazienti della nostra struttura. Abbiamo 90 posti letto, di cui, attualmente, 70 occupati. Sa, il Covid ci ha messi a dura prova. Stiamo tornando a essere quello che siamo sempre stati: una clinica completamente riabilitativa”.
Come sta l’ex pilota?
“Non sono un medico. Non sta a me dirlo. Ma credo che dopo tutti gli esami del caso si stia iniziando con il lavoro. Ecco, mi piace dire ‘incominciamo il lavoro’. Anche se io sono solo il cappellano”.
Lei è ottimista?
“Assolutamente sì. E non lo dico soltanto per fede. Zanardi è un uomo d’acciaio. Come si fa a non essere fiduciosi con un uomo che finisce con la testa contro un camion ed è ancora vivo? Noi abbiamo scommesso su di lui, ce la farà “.
La sua è la forza della fede
“Bisogna sempre affidarsi all’ingegnere che ha progettato la nostra testa (Dio, ndr). Che è come il motore dell’auto. Se ci avesse lasciato anche il libretto delle istruzioni, diciamo che sarebbe tutto più facile. Ma affidiamoci”.
Questo è un luogo di silenzio e di sofferenza
“E di grande eccellenza medica. Anche se la vera forza di Villa Beretta non è il medico ma il paziente”
Può spiegare?
“Qui si lavora su se stessi. In silenzio. E’ come in montagna, bisogna inerpicarsi su sentieri stretti e che a volte fanno mancare l’aria. E’ un cammino lento durante il quale a volte non si intravede nemmeno più la cima. Si va avanti con una lentezza sfiancante. Ma poi il paziente può tornare a vedere oltre, a respirare la vita e a rimettersi in gioco. Cambiato da una ferita che ha lasciato il solco”.
La messa a Villa Beretta
“Una al giorno, alle 16.30”.
Daniela e Niccolò Zanardi sono venuti?
“Si. La forza di Alex sono loro. Mai visto una famiglia così unita e così solare”.

(da “La Repubblica”)

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IL GESTO EROICO DI SUFIEM CHE A PALERMO HA SALVATO UNA MAMMA E IL BIMBO DAL FIUME DI FANGO DURANTE IL NUBIFRAGIO: “DOBBIAMO AIUTARCI TRA DI NOI”

Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile

“URLAVA PRENDIMI NON VOGLIO ANNEGARE, NON SO NUOTARE, MI SONO TUFFATO ANCHE SE ALCUNI MI DICEVANO CHE ERA TROPPO PERICOLOSO, HO RISCHIATO DI MORIRE MA CE L’HO FATTA”

Durante il violento nubifragio che ha colpito Palermo, tra chi è riuscito a mettersi in salvo c’è anche Sufien Saghir, 23 anni, palermitano di origine marocchina.
Il ragazzo, non solo è riuscito a sottrarsi alla furia dell’acqua, ma a sua volta ha messo in salvo una mamma col suo bambino. Se un minuto prima si trovava in auto incolonnato su un ponte, quello dopo si è gettato nel fango senza esitare un istante.
In lontananza ha sentito piangere un bambino e con lui la mamma che disperatamente cercava qualcuno che li aiutasse. Se ne stavano aggrappati a una tavola di legno, in mezzo a un fiume di fango, perchè la loro auto era bloccata nel sottopasso di viale Regione Siciliana. «Non so nuotare, salvatemi», urlava la donna.
È stato allora che Sufien si è tuffato, portandoli in salvo. «Sentivo urlare, la situazione era apocalittica», ha detto il ragazzo a Palermo Today. La mamma «urlava come una disperata, “prendimi sennò muoio, prendimi non so nuotare, non voglio annegare, non voglio annegare!”. Era terrorizzata. Ho immediatamente messo in salvo il bambino. Poi lei. Ma l’acqua andava troppo forte, dal ponte scendeva giù a cascata, era un fiume di fango. Ho avuto paura». Sul web circola l’immagine simbolo di questa vicenda: Sufien che stringe tra le mani il body ancora sporco di fango del piccolino.
Infine, il ragazzo racconta: «Appena ho sentito piangere quel bambino non c’ho pensato su due volte. Qualcuno diceva di attendere le cime per resistere alla corrente. Potevamo essere risucchiati, è vero. Ma ho temuto che attendere potesse essere troppo tardi. Stavano annegando, lei si aggrappava a me, ho rischiato di morire».
Sul suo profilo Instagram, Sufien ha pubblicato invece uno scatto della madre che tiene in braccio il bambino. Poi il messaggio: «sei stato tu a darmi la forza piccolo. Grazie a tutti per i tanti messaggi. Dobbiamo aiutarci tra noi, visto che chi dovrebbe farlo non ne è capace».

(da agenzie)

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E’ MORTA LA SIGNORA ROSA, IL TENERO ABBRACCIO IN OSPEDALE CON SUO MARITO GIORGIO E’ STATO UN SIMBOLO DELLA PANDEMIA

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

SPOSATI DA 50 ANNI ERANO STATI LONTANI SOLO DUE SETTIMANE DOPO IL RICOVERO DI ENTRAMBI

È morta a 74 anni la signora Rosa, che con suo marito Giorgio, 77 anni, era stata raffigurata in una delle foto simbolo della pandemia di Coronavirus.
Lo scatto dei due durante una visita a sorpresa aveva commosso il personale dell’ospedale, che lo ha poi fatto conoscere a tutti a metà  aprile, quando gli italiani erano ancora blindati in casa nel pieno della quarantena.
Il signor Giorgio è stato in ospedale da metà  marzo per quasi un mese. Nei primi giorni di aprile anche sua moglie è stata ricoverata, ma nel reparto di chirurgia multispecialistica. Poco dopo però le sue condizioni sono migliorate, così due dottoresse hanno organizzato quell’incontro sorprendendo entrambi.
Cinquant’anni di matrimonio insieme, Giorgio e Rosa non erano mai stati separati per così tanto tempo.
Durante il ricovero, Giorgio telefonava tutti i giorni a suo figlio Edoardo che al Corriere ha detto: «La sua preoccupazione non era quella di trovarsi lì, ma di aver lasciato da sola la moglie».
Solo dopo pochi giorni il ricovero di Rosa, Giorgio ha capito che in ospedale c’era sua moglie. A quel punto hanno cominciato a telefonarsi, passando ore al telefono da stanza a stanza: «Non ci lasciamo mai soli» si dicevano.

(da “Open”)

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IL COMANDANTE ARMA RICEVUTO AL QUIRINALE PER UNA ONOREFICENZA

Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile

ERA STATO L’ULTIMO A SCENDERE DALLA DIAMOND PRINCESS, LA NAVE DA CROCIERA BLOCCATA PER DUE SETTIMANE IN QUARANTENA CON 3700 PASSEGGERI AL LARGO DI YOKOHAMA

“Io l’anti-Schettino? Se c’era bisogno di un recupero d’immagine spero sia servito, ma non trovo opportuno il paragone tra il sottoscritto e altre persone”.
Lo ha detto il capitano Gennaro Arma, commentando l’onorificenza di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana che gli è stata consegnata oggi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Arma era stato l’ultimo a scendere dalla Diamond Princess, la nave da crociera bloccata per due settimane in quarantena con oltre 3700 passeggeri al largo della baia di Yokohama a causa dell’emergenza coronavirus. Nessun paragone quindi con l’altro comandante campano, Francesco Schettino (nato a Castellammare di Stabia), condannato per il naufragio della Concordia.
Il comandante napoletano Gennaro Arma, originario di Meta di Sorrento, da 21 anni è al servizio della compagnia di navigazione statunitense di proprietà  della Carnival Corporation
“Io spero quanto prima di tornare a bordo di una nave. Sono rimasto in contatto con alcuni membri dell’equipaggio e con alcuni passeggeri. Mi sento una persona normale che ha fatto il proprio dovere in una situazione difficile, come tanti altri. E’ stata una sorpresa questa onorificenza ed e’ un onore, il presidente Mattarella mi ha fatto in complimenti per la gestione dell’emergenza. Abbiamo fatto anche parallelismi su quanto successo in Italia”, ha detto semplicemente Arma commentando l’onorificenza ricevuta da Mattarella.

(da agenzie)

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ORGOGLIO ITALIANO: L’UOMO DELLA GUARDIA COSTIERA CHE SALVA DUE MIGRANTI CONTEMPORANEAMENTE

Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile

L’EROISMO DEL NOSTRO MILITARE CHE RIESCA A TRASCINARE IN SALVO DUE CORPI QUASI INERMI

L’eroismo di un uomo della Guardia Costiera che ha salvato contemporaneamente due migranti nell’ambito di una operazione più vasta di recupero di naufraghi.
Questa mattina, infatti, dopo un avvistamento da parte di un velivolo Frontex sono state soccorse 17 persone, di cui 6 già  in acqua, a poche miglia dall’isola di Lampedusa.
Intorno alle 10.00 un velivolo dell’Agenzia Frontex — stando a quanto riportato dalla Guardia Costiera — ha avvistato 6 migranti in acqua a circa 4 miglia da Lampedusa e, poco distante, un barchino con altre 11 persone a bordo. La motovedetta CP311 di Lampedusa, che si trovava in zona in attività  di pattugliamento, è stata allertata prontamente, in modo tale da raggiungere immediatamente l’area della segnalazione.
I 6 naufraghi sono stati recuperati dai soccorritori marittimi presenti a bordo della motovedetta CP311 che ha successivamente recuperato anche le altre 11 persone che erano alla deriva sul barchino.
Ma in questo frangente, è stato proprio l’eroismo di un uomo che faceva parte della motovedetta di pattugliamento a fare il giro della rete.
Le immagini postate dalla Guardia Costiera mostrano un soccorritore impegnato nel recupero di due ragazzi in estrema difficoltà  nelle acque di Lampedusa. Grazie alla sua azione di recupero, due giovani sono stati salvati contemporaneamente dall’uomo che è riuscito a trascinarsi due corpi quasi inermi e a peso morto.
Un’operazione che ha avuto un esito felice, alla fine, e che mostra come — in alcune circostanze — l’Italia possa davvero essere considerato un paese dell’accoglienza.

(da agenzie)

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L’ABBRACCIO DI YODIT, ITALIANA D’ETIOPIA, CON FRANCESCO, IL SUO BAMBINO IN AFFIDO

Luglio 6th, 2020 Riccardo Fucile

E’ LA PRIMA DONNA DI PELLE NERA CHE IN ITALIA E’ DIVENTATA MAMMA DI UN BAMBINO BIANCO ITALIANO IN AFFIDO

Ci sono piccole storie e “foto” del nostro tempo che fanno la Storia. Non lo sanno, ma è così. Anche noi non ce ne rendiamo conto, tentati di non riprenderle per il timore che possano apparire eccezionali perchè vorremmo che fossero quotidianità  acquisita.
Come la foto di Yodit e del suo Francesco, foto comparsa qualche giorno addietro nella cronaca locale. Sfondo e insieme protagonista di questa piccola storia è Palermo, regista di tante inclusioni.Loro sono Yodit e Francesco.
Lei ha 47 anni, in Sicilia da 35. La terra dei suoi, l’Etiopia, anche sua terra, ma per pochi anni, fino alla fuga. Arrivata qui bambina, come tanti altri bambini che negli anni successivi e fino ai nostri giorni, e chissà  per quanti anni ancora, avremmo visto sbarcare da gusci incerti con una fragile sponda tra vita e morte, spesso fatti per uccidere.
Yodit è psicologa e mediatrice culturale, e facendo questo mestiere di storie di disperazione, di morte, e di rinascita ne ha sentite tante.
Vivendo a Palermo si è anche accorta che le ingiustizie del mondo che continuano a scavare il solco già  profondo tra ricchi e poveri non risparmia neanche questa parte del mondo che al Sud i suoi e lei, bambina, guardavano come il ricco Nord da raggiungere per provare a cambiare il verso della vita. Anche a rischio di morire
La foto   ritrae Francesco in braccio a Yodit, avvinghiato al collo della donna.
E’ la foto di una mamma e di un figlio trovato. Si, trovato e accolto con amore: Yodit è la prima donna di pelle nera che in Italia sia diventata mamma di un bambino bianco, italiano in affido.
Francesco ha trovato in Yodit la mamma che gli era stata negata da una vita all’insegna del degrado. E in questa città , Palermo, che a Yodit bambina aveva offerto una nuova occasione. Intrecci d’amore. E sarebbe bello attraversare, conoscere e fare propri tutti i sentimenti che ha vissuto Yodit nel fare questo gesto d’amore. Avremmo molto da imparare, andremmo attrezzati agli incontri con i maestri dell’odio.
Auguri Yodit! Che tu possa essere felice, piccolo Francesco!

(da Globalist)

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