Luglio 6th, 2020 Riccardo Fucile
STRUGGENTE E PIENO DI TENEREZZA IL MESSAGGIO ALLA MOGLIE: “UN AMORE STRAORDINARIO CI HA TENUTO INSIEME”
“C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata
non voglio disturbare”. È questa la ragione che ha spinto Ennio Morricone a voler mantenere nella forma più riservata possibile il compianto della sua morte. Il grande compositore, scomparso questa notte alle 2.20 circa, ha voluto scrivere nero su bianco il suo necrologio.
Parole commoventi, che il suo avvocato nonchè amico di famiglia Giorgio Assumma ha enunciato ai cronisti che affollano l’entrata del Campus Biomedico, dove Morricone era stato ricoverato a seguito di una frattura del femore e dove è spirato all’età di 91 anni per, spiega il legale, “complicazioni post operatorie”.
“Io Ennio Morricone sono morto”, questo l’incipit del testo che, ha sempre spiegato Assumma, è stato ritrovato dai famigliari e scritto dal Maestro prima della caduta che lo avrebbe portato alla morte. ” Lo annuncio così, a tutti gli amici che mi sono stati vicini ed anche a quelli un po’ lontani, che saluto Con grande affetto. Impossibile nominarli tutti”.
Poi passa in rassegna solo alcuni amici tra i più cari, tra il quali “Peppuccio” così chiamava Giuseppe Tornatore, le sorelle, i figli “spero che comprendano quanto li ho amati” . Ma l’ultimo saluto, il più struggente, è al suo grande amore Maria, la moglie, compagna di una vita. “A Lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare. – conclude il Maestro -. A Lei il più doloroso addio”.
La camera ardente, al piano -2 del Campus, è completamente off limits.
Nessuno può avvicinarsi, nemmeno per portare i fiori, e sarebbe comunque vietato per le limitazioni imposte dal Covid. Non si vedono nemmeno fan, nel sole accecante del campus a Trigoria, non lontano dal campo di allenamento della sua squadra del cuore, l’As Roma. Il rispetto per il Maestro che ha segnato generazioni con le sue memorabili colonne sonore è massimo.
Il maestro Ennio Morricone era stato ricoverato al Campus biomedico circa un mese fa, dopo una caduta dovuta ad un mancamento per un disturbo respiratorio che gli aveva provocato la frattura del femore. Operato immediatamente,il Maestro è stato poi ricoverato in medicina interna, dove è deceduto sempre per complicanze respiratorie. Così il primario emerito di ortopedia e professore ordinario all’Università Campus Biomedico di Roma Vincenzo Denaro, anche amico della famiglia del grande compositore, ha spiegato ai cronisti davanti all’entrata del Policlinico di Trigoria le ultime giornate di Morricone.
“È stato lucido e presente fino alla fine, ci ho parlato ieri mattina – continua il medico – si aspettava la sua morte e ha pianificato il suo funerale nei minimi dettagli, non voleva nessuna pubblicità “.
Nel 2015 il Maestro si era già fratturato la gamba, “una frattura importante” stavolta per cause traumatiche.
“È avvenuto il 7 agosto del 2015 e i primi di settembre aveva un importante concerto all’Arena di Verona – spiega il professore – mi ha chiesto di operarlo in modo che potesse essere in condizioni di condurre il concerto. Questo dimostra la grande forza d’animo e la grandezza di Morricone, un uomo che ha portato lustro alla nostra terra”.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2020 Riccardo Fucile
SBARCATO IN SICILIA A 15 ANNI SENZA GENITORI, IL CENTRO DI ACCOGLIENZA, POI IL GIOVANE GAMBIANO VIENE PRESO IN AFFIDAMENTO DALL’ALLENATORE DELLA VIRTUS AVIGLIANO, PASSA AL CHIEVO E MIHAJLOVIC LO PORTA AL BOLOGNA
Il 10 giugno 2016, Musa Juwara viveva una giornata decisamente diversa rispetto a quella di
oggi. Quattro anni fa, infatti, sbarcava in Sicilia, dopo aver attraversato il Mediterraneo su un barcone, a 15 anni e senza genitori. Uno dei 25mila minori che, in quell’anno, sono arrivati nel nostro Paese da soli.
Nato nel 2001 e originario del Gambia, i genitori lo avevano fatto imbarcare su uno dei gommoni della disperazione, per cercare fortuna in Italia.
Dopo lo sbarco a Messina, fu inviato in un centro di accoglienza a Ruoti, in provincia di Potenza: lì ha iniziato a dare i primi calci al pallone, con l’allenatore della Virtus Avigliano che lo prende talmente a cuore che se lo porta a casa, diventandone genitore affidatario insieme alla moglie.
Nel 2017 un’altra svolta, perchè si accorge di lui il Chievo, che lo aggrega alla squadra Primavera. Il Toro lo prova in un torneo di Viareggio, in cui Juwara segna tre gol in tre partite, ma poi ritorna a Verona, dove esordisce in Serie A nel maggio 2019.
A credere in lui la scorsa estate è invece il Bologna, con Mihajlovic che ne intravede le qualità e lo porta in prima squadra. Qualche spezzone di partita, mostrando tutte le sue doti tra tecnica e velocità anche contro la Juventus.
Fino alla grande giornata a San Siro: nel giro di 25′ segna il suo primo gol in Serie A, fa espellere Bastoni e dà il via alla rimonta del Bologna. “Il gol è merito di Mihajlovic. Lo ringrazio perchè mi ha fatto giocare contro l’Inter. Sono contentissimo per questa giornata, ho solo 18 anni e ho segnato a San Siro, la ricorderò tutta la vita”, le sue parole, emozionato, dopo la partita.
Una domenica da ricordare per sempre, quattro anni dopo quella traversata piena di paura e di speranza.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2020 Riccardo Fucile
“SPERO DI AVERCELA FATTA”
All’istituto professionale Giorgi-Fermi di Treviso c’è uno studente speciale. Ha 37 anni e per venire in Italia ha attraversato prima il deserto e poi anche il mare.
Patrice Kouame di prove ne ha già superate tante, gli mancava la maturità . Vive da tre anni nel centro profughi di Casier (Treviso) e da due settimane è costretto lì dentro in quarantena, dopo che un operatore è risultato positivo al Covid.
Ma nulla può fermare questo omone della Costa d’Avorio. Ieri di buon mattino è stato ospitato nell’ufficio dei mediatori culturali e si è collegato via Zoom per sostenere la prova orale: un’ora di colloquio con i suoi professori.
Patrice, com’è andata?
“Devo aspettare una settimana per avere l’esito ma spero di averla superata”.
Cosa le hanno chiesto?
“Abbiamo toccato un po’ tutte le materie, dalla storia alla Costituzione italiana, dall’inglese alle funzioni di economia aziendale. Mi hanno chiesto perfino cos’è il coronavirus”.
Un bel traguardo il diploma, non c’è dubbio. Quando è arrivato in Italia?
“Il 9 maggio 2017, a Palermo, dopo 3 giorni in mare. Ero partito dalla Libia. Sono arrivato a Treviso l’11 maggio e mi hanno messo dentro questo centro. Subito a settembre ho iniziato la scuola. Prima ho fatto un corso base di italiano in caserma e poi mi sono iscritto alle medie per adulti stranieri la mattina e all’istituto professionale la sera, indirizzo metalmeccanico”.
E come ha fatto a fare tutto in tre anni?
“Avevo studiato nel mio paese. Mi hanno riconosciuto qualche titolo e così mi sono potuto iscrivere in terza superiore”.
Deve essere stato molto impegnativo.
“Sì, trascorrevo le giornate a studiare ma questo mi è servito per tenermi lontano dai problemi”.
Proprio in questi giorni nel centro profughi di Casier ci sono state sommosse dopo la scoperta di un caso positivo all’interno.
“Esatto ma io mi sono chiuso in camera a studiare. Sentivo solo i rumori che provenivano dall’esterno”.
Dunque l’esame in via telematica l’ha fatto per via della quarantena?
“Sì, non posso ancora uscire da qua. Non mi avrebbero consentito di andare a scuola”.
Quando è scappato da casa sua?
“Sono fuggito dalla guerra in Costa d’Avorio nel 2012, ho trascorso qualche mese in Mali, poi in Algeria dove ho lavorato come muratore. Infine sono arrivato in Libia, dove ho fatto lo schiavo fino al 2017. Mi sono imbarcato, ho rischiato di morire durante un naufragio nel Mediterraneo, ma sono arrivato in Italia”.
E adesso?
“Conto di trovare un lavoro. Qualche mese fa ho lavorato per sei mesi in un’azienda che produce serramenti meccanici, quindi credo di avere già una discreta esperienza anche sul campo della pratica. Poi vorrei iscrivermi all’università , a ingegneria meccanica”.
Ha mai avuto problemi di razzismo in Italia?
“I razzisti ci sono ovunque, anche in Africa. Qua in Italia comunque mi sono sempre trovato bene, per questo ho deciso di restare. Ora spero di ottenere il permesso di soggiorno”.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2020 Riccardo Fucile
LA LETTERA PUBBLICATA DALLA GAZZETTA DELLO SPORT
“Caro Alex, prego per te”. Papa Francesco scrive a Zanardi, attraverso don Marco Pozza
affida alla Gazzetta dello Sport un messaggio di speranza per il campione che sta lottando per la sua vita ormai da diversi giorni.
Una lettera scritta dal Pontefice di cui la Gazzetta dello sport pubblica l’originale il cui incipit è: “Carissimo Alessando la sua storia è un esempio…”.
“Carissimo Alessandro, la sua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo uno stop improvviso – scrive il Papa-. Attraverso lo sport ha insegnato a vivere la vita da protagonista, facendo della disabilità una lezione di umanità ”.
Inizia con queste parole la lettera. Il Santo Padre ha voluto mandargli un messaggio attraverso la Gazzetta dello Sport che ieri ha ospitato anche l’intervento di don Marco Pozza, amico di Zanardi. Insieme hanno corso le maratone di New York, Venezia e Padova. “Alex piace a Francesco perchè è molto vicino al senso del suo pontificato, perchè ha trasformato la disabilità in una grande lezione di umanità – spiega don Marco Pozza alla Gazzetta dello Sport -. E il Papa cerca sempre di restituire autostima a chi è in difficoltà , a chi si sente ai margini. Perchè il vero disabile è chi non ha stima di sè”.
“Grazie per aver dato forza a chi l’aveva perduta. In questo momento tanto doloroso le sono vicino, prego per lei e la sua famiglia. Che il Signore la benedica e la Madonna la custodisca. Fraternamente”, la conclusione del messaggio di Papa Bergoglio ad Alex Zanardi.
(da agenzie)
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Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA MOGLIE DI ALEX NON SI ALLONTANA DALLA CLINICA: “NON LO LASCIO SOLO”
Ha un bel dire Tolstoj, nell’incipit di «Anna Karenina», che tutte le famiglie felici si somigliano, mentre quelle infelici lo sono ognuna a modo loro.
Se c’è una famiglia felice è quella di Alex Zanardi.
Lui, l’eroe indomito, l’icona dell’Italia che non vuole arrendersi nemmeno quando ha un «debito» di energia, mai una parola, mai un gesto senza ironia e coraggio.
Lei, Daniela, la bella bionda su cui mise gli occhi trent’anni fa il ragazzo emiliano che sognava la Formula 1; quando gli comunicò, per prima, che avevano dovuto amputargli le gambe per salvargli la vita, disse anche: «Adesso, allora, ti devo amare il doppio».
Niccolò, frutto del loro amore. A 22 anni, felice per aver trovato una fidanzata a Busto Arsizio, incalzato dal coronavirus dice alla sua ragazza: «Perdona, ma sai, il lockdown voglio farlo con i miei».
Mentre lo raccontava, ancora qualche giorno fa, Alex si proclamava contrito per la fidanzata del figlio, «ma non è mica che non le vuole bene», però si vedeva che gli brillavano gli occhi. Una famiglia felice, quella di Zanardi, ecco tutto. Ma se non è una felicità diversa da tutte le altre questa…
Sorridente e riservato, Niccolò assomiglia molto al suo papà . I due hanno uno splendido rapporto e sono molto uniti, come aveva confessato qualche tempo fa il 22enne su Instagram. In uno scatto postato sul profilo social di Niccolò Zanardi, il ragazzo sorride insieme al padre: “Tutti dicono che mio padre è un esempio di vita in quanto uomo di sport — si legge -. Io penso che lui sia un esempio di vita come padre”.
Daniela ha appena varcato la tenda del triage, dove misurano la febbre, tocca giustamente anche a lei, qui all’Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena, ai piedi di una collina punteggiata di pini marittimi, dove Alex è stato portato in elicottero venerdì sera, una ventina di minuti dopo il drammatico incidente.
Ed è andata bene, perchè dicono che in campo neurologico questa clinica sia davvero un’eccellenza. Si fatica a lanciare lo sguardo oltre i cancelli, presi d’assalto da giornalisti, troupe televisive, gente comune con gli occhi tristi che sbucano dai volti fasciati dalle mascherine.
Madre, figlio e la mamma di Alex, Anna, una donna con lo stesso piglio del figlio, possono vederlo, uno per volta, oltre il vetro, avvolto nel suo sonno farmacologico, dalle 12,30 alle 14,30, proprio ora che il professor Sabino Scolletta scende tra i giornalisti con l’unica buona notizia: la situazione si è stabilizzata, lasciando ben sperare rispetto alle condizioni assolutamente preoccupanti di quando era arrivato. Doveva passare la notte, insomma, e ce l’ha fatta.
Venerdì sera ha subito un intervento neurochirurgico di tre ore, gli hanno dovuto ricostruire tutta la faccia, frantumata nello scontro, dopo di che è stato portato nel reparto di terapia intensiva.
Daniela era lì, con Niccolò e Anna, a rivivere momenti già vissuti, nella saletta del Pronto soccorso. Con il telefono che riceveva messaggi a raffica da tutto il mondo, da tutti gli amici, finalmente spento.
Alex è piuttosto imbranato con le nuove tecnologie ed è sempre stata lei il tramite tra lui e il mondo digitale. In piedi e seduta, in quella saletta, poteva finalmente avere notizie certe, non quelle che circolavano fin dal primo istante.
Chi l’ha visto, lì sulla strada, è rimasto sconvolto. Ha immaginato e trasmesso impressioni ancora più drammatiche della già grave realtà . «È fuoriuscita materia cerebrale», diceva qualcuno. E la voce rimbalza. Ma qui alle Scotte lo escludono: «No, assolutamente no».
Il cranio doveva essere ricostruito, quello sì, ma l’operazione è riuscita e il suo corpo cinquantenne, ben allenato, incredibilmente tonico, non ha subito danni significativi.
I medici non nascondono a Daniela cheil fiato resta sospeso per l’aspetto neurologico. Se tutto andrà come speriamo, la prossima settimana si potrà verificare se Alex potrà cominciare, con il tempo che occorre, a costruirsi una terza vita. Se potrà comunicarglielo Daniela, come la scorsa volta, siamo certi che Alex risponderà : «Beh, passato il mezzo secolo ci sta anche».
Il timore, l’indicibile è che possa toccargli una sorte come quella di Michael Schumacher, a cui Alex ha pensato tantissimo, quasi tormentandosi per non poter fare nulla per lui.
Ieri pomeriggio Anna, la mamma, la più fragile di questa saldissima catena, lei che ha perso anche il marito, lei che ha perso una figlia bambina in un incidente stradale, è tornata a Bologna, dove attende il momento di poter parlare con suo figlio.
Niccolò è chiuso nel suo dolore in una camera d’albergo a qualche centinaio di metri dall’ospedale. Quando accadde l’altra volta era molto piccolo e crescendo visse suo padre come una specie di supereroe. Daniela non si allontana dalla clinica.
Come quasi vent’anni fa è lei a sorvegliare che il marito «riesca nell’impresa». Quando le dicevano, scherzando: «Bel marito che ti sei scelta», lei rispondeva: «Sì, però a lui è andata bene».
Ora, a chi insiste perchè vada a riposarsi, ripete: «Non lo lascio, non lo lascio solo». Resta lì, inchiodata al vetro, per tenere Alex inchiodato alla vita. Una terza vita.
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile
IL DOTTOR SCOLLETTA SULLE CONDIZIONI DEL CAMPIONE: “SIAMO FIDUCIOSI, CONFIDIAMO NELLA SUA CAPACITA’ DI RECUPERO”… LA PROCURA SMENTISCE QUALSIASI DISTRAZIONE ALLA GUIDA
“Rispetto a quando Alex Zanardi è arrivato al pronto soccorso le condizioni sono veramente cambiate. Il dato positivo è che più passa il tempo e le condizioni restano stabili, questo ci fa ben sperare”.
Lo ha detto Sabino Scolletta, direttore del Dipartimento emergenza urgenza dell’ospedale Santa Maria delle Scotte di Siena.
“Vuol dire – ha detto Scolletta – che non c’è un passo indietro e questo ci dà grande fiducia. Siamo fiduciosi come ieri. Siamo a due giorni dal trauma, confidiamo che le condizioni cliniche rimangano stabili e questo ci può dare in settimana la possibilità di pensare di valutarlo neurologicamente”.
Alex Zanardi tornerà il campione di prima? “Lo auspichiamo e lo speriamo. Siamo qui per questo motivo”, ha risposto Scolletta. “Confidiamo nella sua possibilità di recupero, siamo tutti fiduciosi – ha aggiunto – È un grande atleta e lo ha dimostrato e auspichiamo che questo valga anche in questa situazione così impegnativa”.
In Procura non risulta alcuna distrazione che possa aver causato instabilità . “A noi non risulta che Zanardi avesse in mano il cellulare al momento dell’incidente”, ha dichiarato il pm di Siena Salvatore Vitello. Da alcuni filmati acquisiti e già visionati, risulta infatti che poco prima dello scontro Alex stringeva le mani sui suoi manubri mentre percorreva in discesa la strada vicino a Pienza dove è stato poi travolto.
La conferma arriva da Alessandro Maestrini, il videomaker di Perugia che ha visto con i suoi occhi e ha ripreso l’incidente: “Alex Zanardi non teneva il cellulare in mano al momento dello schianto. Dopo aver affrontato una salita pedalando con le mani, al momento della discesa, ha preso il telefonino e fatto alcune riprese a bassa velocità , poi lo ha riposto, lo ha messo via, e ha continuato la discesa fino al punto dell’incidente. Diverso tempo dopo l’impatto il cellulare squillava dal vano dell’handbike ed è stato preso dai carabinieri”.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2020 Riccardo Fucile
DAL VOLONTARIATO IN INDIA AL CAMPO PROFUGHI DI SAMOS
Per i migliaia di profughi che vivono sulle isole greche la situazione è da anni al limite
della sopportazione. Negli inferni a cielo aperto costruiti dall’Europa sulle isole di Leros, Chios, Lesbos e Kira ogni giorno è una battaglia per la sopravvivenza. Nel solo campo di Samos, costruito per ospitare 648 richiedenti asilo, i rifugiati sono al momento 5.825.
Stipati in tende, ripari di fortuna e dimenticati.
«Quando vivi in un luogo che non esiste, anche tu smetti di esistere», dice a Open Nicolò Govoni, 27enne di Crema, uno dei fondatori della Onlus Still I Rise, che nel 2018 ha aperto la prima scuola per rifugiati nel campo sull’isola greca di Samos, accendendo una luce di speranza per i migliaia di bambini e donne bloccati sull’isola ellenica. Un nome, quello di Still I Rise, ispirato all’opera della scrittrice afroamericana Maya Angelou e al suo spirito di resilienza
Da anni Nicolò e un gruppo di altri ragazzi hanno deciso di fare loro questo spirito, arrivando ad aprire una scuola internazionale per rifugiati al confine turco siriano.
Uno sforzo riconosciuto a Nicolò con la candidatura al premio Nobel per la Pace, arrivato dalla Repubblica di San Marino attraverso Sara Conti, membro del Consiglio Grande e Generale, e il premio della Farnesina per l’impegno nel campo dei diritti umani arrivato la scorsa settimana.
Prima la scuola di Mazì (insieme in greco) a Samos, poi l’apertura di una scuola al confine turco-siriano. Il viaggio tuo e di Still I Rise da dove è iniziato?
«Dopo un’adolescenza turbolenta nel 2013 mi sono trasferito in India per un’esperienza di volontariato. E un viaggio che doveva durare 3 mesi è poi diventato una permanenza di 4 anni. Ho fatto l’università e lavorato come volontario in un orfanotrofio. Nel 2017 sono arrivato in Grecia sull’isola di Samos. Qui mi sono trovato davanti a una situazione più grave di quella che avevo trovato in India, le persone sono trattate alla stregua di animali. Quando stai in un luogo che non esiste come quello di un hotspot anche tu smetti di esistere. I profughi che ho incontrato ancora più che per la propria sicurezza erano scappati per la propria dignità . Una dignità che continua a venirgli completamente negata. Una delle problematiche maggiori è che i bambini non hanno accesso alla scuola. Il 70% della popolazione sono donne e bambini».
Da qui l’idea di aprire una scuola…
«Io e un’altra ragazza americana abbiamo improvvisato una classe in cui insegnavamo dei rudimenti di matematica, cultura europea ai bambini e così la mia esperienza di 2 mesi si è allungata di altri 7. C’erano molte difficoltà con le autorità locali, così con un’altra volontaria, Giulia, abbiamo deciso di staccarci dal gruppo con cui operavano e di aprire Still I Rise. Volevamo operare in modo slegato dalle dinamiche delle autorità e delle organizzazioni che lavoravano in questo hotspot. C’è una trama abbastanza fitta di finanziamenti europei e delle Nazioni Unite. Con Still I Rise abbiamo deciso di fare quello che sentivamo fosse giusto senza dover rendere conto a “questi poteri” un po’ più grandi»
Qual è stato il passo successivo?
«Abbiamo deciso di creare Mazì, un centro giovanile a Samos che fornisse un contesto scolastico di educazione formale per bambini e adolescenti. Per noi Mazì (insieme in greco) è stata una gioia incredibile, i due anni più belli della mia vita. I bambini lo amavano alla follia. Entravano e si sentivano non solo protetti ma anche seguiti, ascoltati, capiti e valorizzati. Con l’aiuto di altri volontari abbiamo portato sempre più professionisti in Still I Rise che hanno contribuito a un nuovo modello di scuola. A un certo punto abbiamo però deciso di avviare dei procedimenti penali contro le autorità del campo, sia in Grecia che attraverso la procura di Roma e denunciare come veniva gestito l’hotspot. Abbiamo fatto delle interrogazioni parlamentari e poi siamo arrivati lo scorso dicembre a ricevere una risposta positiva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il ricollocamento immediato di alcuni nostri minori non accompagnati che frequentavano la scuola».
Come siete arrivati in Turchia?
«Il modello che avevamo sembrava funzionare. Dopo pochi mesi i bambini che non parlavano nemmeno una parola della lingua locale, o dell’inglese, facevano enormi passi avanti. I bambini venivano seguiti anche a livello individuale attraversi specialisti dell’infanzia. Abbiamo deciso di portare questo modello di emergenza in altri luoghi e così il nostro pensiero è andato alla Turchia, visto che è una rotta obbligatoria per tutti i nostri ragazzi e coloro che cercano di raggiungere l’Europa. Quindi 8-9 mesi fa ci siamo spostati a Gaziantep, nel sud-est del Paese, dove abbiamo creato tutta la struttura legale e burocratica di Still I Rise in Turchia e ricevuto i permessi per operare. Abbiamo affittato e ristrutturato una scuola in una città che si trova al confine siriano e dove il 90% dei bambini profughi una volta raggiunti i 10 anni lascia la scuola. Purtroppo cinque giorni dopo la sua inaugurazione, il 16 marzo, abbiamo dovuto chiudere la scuola a causa dell’emergenza Coronavirus. Il tempo a disposizione ci ha però dato la possibilità di ristrutturarci. Eravamo nati come un gruppo di 3 volontari mossi dalla voglia di aiutare, ma era necessario creare un’organizzazione più strutturata assumendo persone che si occupassero della parte finanziaria, del marketing e di risorse umane».
Dopo la Turchia è arrivata la Siria. Quali sono le difficoltà di operare così vicino a Idlib e in un contesto geopolitico complicato come quello del nord-ovest della Siria?
«La scuola siriana si trova nella città di Ad Dana. È un progetto transfrontaliero come molti dei progetti portati avanti dalle no profit nel Paese visto che i confini sono chiusi, e l’accesso è interdetto se non in casi straordinari. Abbiamo assunto del personale che è stato addestrato e viene gestito da remoto. Un team di Gaziantep si occupa di seguire il lavoro in Siria. Chiaramente lavorando a distanza alla base di tutto c’è la fiducia. Ci siamo trovati a lavorare con persone che credono moltissimo in quello che fanno. Di solito i nostri direttori lavorano sul campo, ma in Siria non è possibile. Non essere lì e non essere coinvolti fisicamente è un po’ bizzarro e fuori dal nostro solito modo di operare. Ma vogliamo comunque che lo standard sia alto come quello nelle altre scuole. Certamente adesso siamo ancora nelle fase iniziali, ma sarà un progetto intrigante. È Giulia Cicoli a essere incaricata del Medio Oriente, una delle nostre fondatrici e lei è capacissima e non ho dubbi che verrà gestito tutto in maniera ottimale».
Parlando di Turchia, il Paese ospita il maggior numero di profughi e ha un tasso molto elevato di lavoro minorile. Come entrate in contatto con i ragazzi che frequenteranno poi la scuola?
«Come organizzazione abbiamo centri giovanili nei luoghi più volatili, come Samos e la Siria. Mentre in Turchia e in futuro in Kenya, che sono contesti più stabili, apriremo scuole internazionali. Parliamo di un percorso lungo e impegnativo che dà agli studenti un diploma riconosciuto nel mondo e che è di grande valore. Aiutiamo attraverso una borsa di studio quei ragazzi che non potrebbero mai permettersi un’istruzione simile. Per fare questo il numero di persone che possono entrare è limitato e chiaramente ci rivolgiamo a quelli più svantaggiati. Ma ci assicuriamo che per il bene dei ragazzo ci sia una famiglia alle spalle che li supporta. Prima di aprire la scuola passiamo sei mesi a fare una valutazione dei ragazzi con cui entriamo in contatto attraverso ong del luogo che ci segnalano i bambini più vulnerabili».
Hai spesso detto che il vostro è un programma non di volontariato ma di “volontalento”. Possiamo dire che al centro del vostro modello, sia per quanto riguarda gli studenti che lo staff, ci sia la valorizzazione del’individuo?
«Dall’inizio abbiamo preferito fare un servizio che fosse per pochi ma totale, un servizio di altissima qualità . Non ci interessa riempire numeri su excel. Quelli sono i progetti a brevissimo termine che sono necessari per la sopravvivenza delle persone. Quello che purtroppo è un buco nell’ambito della cooperazione sono i progetti a lungo termine che chiaramente hanno dei rischi. Mentre la scuola tradizionale è più come una catena di montaggio dove tutto è molto standardizzato per raggiungere un’efficienza massima, il nostro approccio è molto più agricolo: ogni pianta è una pianta diversa e viene accudita in quanto tale. Questo vale per i bambini che sono il nostro focus principale ma anche per i volontari e per lo staff. Non siamo un’organizzazione da migliaia di dipendenti, possiamo permetterci e siamo felici di assicurarci che tutti siano messi a loro agio. Se i volontari sono selezionati e a lungo termine è meglio per i bambini. Il nostro obiettivo principe è il servizio a minore, anche il servizio che facciamo in diagonale allo staff poi impatta i ragazzi».
A proposito di volontariato e staff. Tra poco lancerete l’International teaching program. Di cosa si stratta?
«Al momento è una “call” chiusa a causa dell’epidemia, ma aprirà presto. Dove noi operiamo tendiamo sempre a puntare su un team di locali. La scuola sarà gestita da professionisti del luogo sia per rispetto del contesto che ci accoglie, sia per favorire l’integrazione dei profughi nella cultura locale. Affiancati da questi professionisti, il nostro programma prevederà di mandare degli insegnanti internazionali che si occuperanno di quelle materie che richiedono una presenza di madre lingua, per esempio. Questi insegnanti saranno formati e avranno un contratto di 2-3 anni dove, a spese nostre, otterranno una certificazione di insegnante internazionale presso un’organizzazione esterna».
Tra le vostre tappe future c’è anche l’Italia. Sarà una scuola aperta a tutti?
«Siamo ancora agli albori di questa ricerca. Prima dell’Italia nel nostro piano di espansione c’è il Sud America. L’idea iniziale era aprire in Italia nel 2021, ma dovremo posticipare. È troppo presto per parlare di un luogo, ma sicuramente la scuola sorgerà dove c’è una grande concentrazione di profughi e grande disoccupazione. Le scuole internazionali che noi apriremo a parte quella di Gaziantep, perchè la legge turca lo impedisce, accoglieranno anche un 30% di bambini svantaggiati del luogo. In Kenya il 70% degli studenti saranno profughi e il 30% bambini svantaggiati kenyoti e la stessa cosa accadrà in Italia. Purtroppo il Coronavirus, come a tutti, ha cambiato i nostri piani».
Sogni futuri per Still I Rise?
«Quello che facciamo con Still I Rise è il nostro grande amore, siamo felici di quello che possiamo fare e di come possiamo farlo. È un’organizzazione che ti fa sentire parte integrante, non sei un funzionario. Il nostro sogno è quello di consolidare questo modello di scuola che è molto efficiente per chi è penalizzato, per chi rimasto è indietro. Ed è anche un ottimo modello economico. Le nostre scuole costano una frazione di una scuola media in un Paese Ocse. Io vorrei che questo modello potesse essere replicato in altri Paesi e perchè no, magari ispirare un cambiamento nella scuola pubblica. Io ho avuto dei problemi giganteschi con la scuola, e ora apro scuole che sono l’opposto di quelle che ho vissuto e ho odiato. Gli insegnanti sono i primi a dire che la scuola non funziona più, ci vuole veramente una riforma. È anche vero che Still i Rise è un grande amore ma è anche abbastanza faticoso, stiamo sempre lavorando. Ma ci dà grande gioia. Il 2020 ci sta testando però ne usciremo e spero che potremmo portare aiuto al meglio delle nostre capacità dovunque andremo».
(da Open)
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Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile
SE ORA POTESSE SENTIRE L’AFFETTO TRAVOLGENTE DELL’INTERO PAESE IN ANSIA PER LUI DIREBBE: “TUTTO QUESTO PER ME?…MA VOI SIETE MATTI”
Alex Zanardi trasmette gioia, serenità , voglia di vivere. Lo guardi negli occhi e capisci che
dentro quel mezzo corpo da macho c’è un cuore infinito.
Un cuore che aveva già provato a smettere di battere il 15 settembre 2001 al Lausitzring, quando un incidente terribile lo tagliò quasi a metà , come diceva sempre lui scherzando sulle gambe che non c’erano più.
Quel cuore d’oro, ma anche d’acciaio che poi, rimasto con pochi litri di sangue, ha ripreso a battere ancora più forte di prima.
Alex è il simbolo di questi giorni post quarantena, incarna la ripartenza come nessun altro e non lo fa solo per compiacere lo sponsor, lo fa perchè lui è proprio così, dare agli altri lo arricchisce dentro.
Ha sempre una parola di incoraggiamento, una parola di conforto. “Se ce l’ho fatta io…!”, dice sempre.
Prendendosi in giro come in una delle barzellette che amava raccontare quando ancora frequentava il paddock della Formula 1, un mondo da cui ha ricevuto poco, pochissimo, soprattutto se lo si paragona a quanto ha dato e ricevuto nelle corse americane e soprattutto nel mondo del ciclismo paraolimpico.
Quel mondo che gli ha tirato l’ultimo “sgambetto” (“sgambetto del destino” era il modo in cui Zanardi descriveva l’incidente del 2001 ndr) mandandolo contro un camion mentre stava correndo per una causa benefica, magari esagerando come faceva sempre in ogni sua attivit
Quando Alex comincia a parlare è difficile farlo smettere. Ti travolge con i suoi racconti profondi, con le sue riflessioni che non sono mai banali, tutto al più sono ironiche soprattutto auto ironiche.
Ti abbraccia con le sue parole e con il suo sguardo. La sua voglia di vivere ti resta addosso. Basta anche solo uno sguardo. Lui è solo Zanardi da Castelmaggiore. Gli piace descriversi così, come nel titolo del suo primo libro. Ma in realtà è un gigante. Una figurina che i bambini a scuola incollavano di fianco a quella del Papa e di Madre Teresa.
Lo guardi gonfiare i muscoli dei bicipiti per trascinare la sua handbike verso le imprese più assurde e difficili. Dalle medaglie olimpiche (4 ori e 2 argenti) all’Iron man delle Hawaii, dalla maratona di New York a quella di Roma, fino alla maratona televisiva che ha condotto sulle reti Rai il due giugno per festeggiare l’azzurro, quella maglia che lui, arrivato dalle tute colorate degli autodromi, ha imparato a indossare e ad amare come una seconda pelle.
Se credi in quello che fai e ti impegni al massimo delle tue possibilità , vedrai che i risultati arriveranno. Alex ha trasformato la sua seconda vita in un master sulla vita.
Ha insegnato a vivere agli altri. Insegnato a gioire per la fatica, a scherzare su un problema. Lezioni che dà con un sorriso, uno sguardo. A nonni e nipoti. A uomini e donne.
La vita gli ha dato tanto dopo avergli tolto quasi tutto. Gli ha fatto quasi vedere cosa c’è dall’altra parte, ma poi lo ha lasciato qui ad insegnare agli altri come superare le difficoltà , come vedere sempre il bicchiere mezzo pieno.
Alex è un uomo fortunato perchè ha un cuore gigante e una famiglia straordinaria a cominciare da sua moglie Daniela, il suo angelo. Lo sa e per questo non si è mai lamentato per quello che gli è successo.
In fondo sa anche lui che senza quell’incidente sarebbe rimasto solo un grande pilota. Dopo quell’incidente che lo ha lasciato a metà è diventato un dio. Anche se, sentendo tutto l’affetto che lo ha accompagnato da quando è stato ricoverato all’ospedale di Siena, sarebbe il primo a dire: “Tutto questo per me? Ma no… Voi siete matti”.
(da “il Foglio”)
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Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile
LA PASSIONE PER I MOTORI, IL DEBUTTO CON LA JORDAN, LE VITTORIE NEGLI STATI UNITI E POI IL GRANDE CAMBIAMENTO CHE LO HA PORTATO A DIVENTARE NUMERO UNO MONDIALE ANCHE NELL’HANDBIKE
Appena due settimane fa su Rai uno presentava gli azzurri e non solo nella trasmissione “Non mollare mai”, per lanciare all’Italia un messaggio di rinascita e speranza dopo il coronavirus.
Perchè lui, Alex Zanardi, è per tutti l’esempio di chi riesce a tirare fuori il meglio dalle difficoltà , di chi non si arrende nonostante tutto.
Per questo l’incidente di cui è stato vittima oggi mentre correva con la sua handbike lungo una statale nei pressi di Pienza, fa male a tutta l’Italia.
La formula 1 e la Cart
Nato a Bologna il 23 ottobre del ’66, figlio di una sarta e un idraulico, da bambino si trasferisce a Castel Maggiore dove si innamora dei motori e della Formula 1. Qui l’inizio sui kart, poi le serie minori, una scalata fino al debutto in Formula 1 con la Jordan nel 1991, quindi il passaggio alla Lotus.
Nel ’94 perde il posto a vantaggio di Lamy, ma resta collaudatore nel team inglese. Quando il portoghese fu vittima di un incidente nei test a Silverstone, si ritrova alla guida di una monoposto, ma l’anno seguente è di nuovo senza un volante. Passa alla Formula Cart, dove dopo una prima stagione di ambientamento ottiene i primi successi, diventando uno dei favoriti e vincendo nel ’97 a Laguna Seca. Torna alla Formula 1, gareggia nella stagione ’99 con la Williams. Le cose non vanno come vorrebbe e nel 2000 torna negli Stati Uniti: nel 2001 riprende a gareggiare in Formula Cart, non senza fatica.
L’incidente nel 2001
Il 15 settembre 2001 Zanardi sul circuito del Lausitzring, in Germania, perde improvvisamente il controllo del sua Reynard Honda che viene poi centrata da Alex Tagliani. Lo schianto gli provoca l’istantanea amputazione di entrambi gli arti inferiori. Zanardi, dopo aver ricevuto l’estrema unzione dal cappellano, viene caricato sull’elicottero e condotto all’ospedale di Berlino, dove rimane in coma farmacologico per circa quattro giorni. Dopo sei settimane di ricovero e una quindicina di operazioni subite Zanardi lascia l’ospedale. È la sua rinascita.
L’handbike
Il suo coraggio si trasforma in agonismo nel paraciclismo, dove corre in handbike nelle categorie H4 e successivamente H5. La sua prima gara è la maratona di New York del 2007, dove ottiene un sorprendente 4 º posto. Nel 2010 vince i campionati italiani di ciclismo su strada di Treviso, nel 2011 l’argento ai campionati mondiali di Roskilde, in Danimarca. Il 6 novembre 2011 trionfa nella maratona newyorkese, stabilendo anche il nuovo record della categoria handbike. Il 18 marzo 2012 vince anche la maratona di Roma con annesso record del percorso.
Nel 2012 prende parte ai Giochi di Londra vincendo l’oro paralimpico sia a cronometro sia su strada e un argento nella staffetta a squadre mista H1-4. Verrà poi eletto “Atleta del mese” da un sondaggio online del Cio.
L’anno successivo, Zanardi vince la Coppa del mondo e nei campionati mondiali su strada di Baie-Comeau prende tre medaglie d’oro. Si ripete l’anno successivo ai mondiali statunitensi di Greenville; nel 2015, ai campionati mondiali su strada di Nottwil in Svizzera, si aggiudica due titoli della categoria H5, a cronometro e in linea, e la staffetta mista.
E alle Olimpiadi di Rio continua a vincere: due ori e un argento. Ai mondiali conquisterà ancora medaglie: 4 ori, 3 argenti e un bronzo
Sempre un sorriso
Ma importantissimo è stato anche il suo impegno per mostrare a tutti gli italiani quanto un disabile abbia in realtà davvero poco di diverso da chi non lo è e soprattutto quanto anche una tragedia come quella da lui vissuta possa essere fonte di nuove ispirazioni. Lo ha fatto esponendosi, come conduttore per la Rai prima con “E se domani” e poi con “Sfide”.
Lo ha fatto scrivendo tre libri, sulle seconde vite e le opportunità da cogliere. Lo ha fatto intervenendo a programmi tv e conferenze, sempre con il sorriso, sempre con la sua infinita energia positiva.
(da “Gazzetta dello Sport”)
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