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GLI IMPRENDITORI VERI: ED SHEERAN CHIUDE IL PUB MA CONTINUA A PAGARE I DIPENDENTI E FA UNA DONAZIONE MILIONARIA A ENTI CARITATEVOLI

Aprile 29th, 2020 Riccardo Fucile

LA POP STAR BRITANNICA E’ PROPRIETARIO DEL “BERTIE BLOSSOMS” A PICCADILLY CIRCUS: HA RINUNCIATO ALLA POSSIBILITA’ OFFERTA DAL GOVERNO DI RIDURRE DELL’80% LA PAGA DEI DIPENDENTI

Ed Sheeran è uno degli artisti più amati del mondo e ultimamente si è divertito anche ad esordire anche al cinema nei panni di sè stesso in Yesterday. La pop star britannica è anche proprietario del “Bertie Blossoms“, pub inglese che si trova nella centralissima Piccadilly Circus a Londra.
Il locale è ormai chiuso da marzo per l’emergenza coronavirus, ma Ed Sheeran ha dimostrato ancora una volta che i guadagni non sono tutto nella vita.
Nel Regno Unito i locali possono infatti ridurre dell’80% la paga dei propri dipendenti e avere accesso ad alcune forme di sostegno da parte del Governo, ma il cantante ha deciso di non avvalersi di questa possibilità .
“L’attività  non ha chiesto e non chiederà  nessun contributo governativo. Inclusi congedi, assegni, prestiti o altro”, ha dichiarato una fonte vicina ad Ed Sheeran, che ha aggiunto: “Ed vuole fare quello che può per aiutare. Ha diviso una cifra a sei zeri tra vari enti caritatevoli locali per sostenere gli sforzi della comunità . Ed è molto coinvolto nell’area in cui vive e sa che la sua donazione può fare un’importante differenza. Tutti gli sono molto grati”.
Ed Sheeran in questo momento è in quarantena a Londra con la moglie e il suo gesto ha avuto ampia risonanza nel Regno Unito. Sono moltissime invece le star, compresi i calciatori, che stanno invece contrattando i sussidi statali previsti dal governo per affrontare l’emergenza coronavirus. Tutto questo ha portato malumore nell’opinione pubblica britannica.
Fortunatamente Ed Sheeran oltre ad essere primo su Spotify si è dimostrato anche al primo posto per il grande cuore mostrato in questa emergenza.

(da agenzie)

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AGENTE PRENDE PER MANO IL RAGAZZO AUTISTICO CHE SI ERA PERSO

Aprile 29th, 2020 Riccardo Fucile

LA FOTO EMOZIONANTE… LA MAMMA DEL GIOVANE, DISPERATA, AVEVA ALLERTATO LA POLIZIA MUNICIPALE

Nelle vie di Napoli è facile perdersi: è quanto è accaduto ad un ragazzo autistico che si è smarrito nel capoluogo campano durante una passeggiata coi familiari.
Il giovane è stato rintracciato dagli agenti della polizia municipale e riportato dalla madre. Un lieto fine testimoniato anche da una foto postata sul profilo Facebook dell’Assessorato alla Sicurezza Urbana e Polizia Locale – Comune di Napoli: nell’immagine si vede l’agente che prende per mano il ragazzo mentre lo riaccompagna a casa.
“Non è il primo caso in cui la sensibilità  delle donne e degli uomini del Corpo della Polizia Locale si manifesta nei confronti dei nostri concittadini più deboli – commenta il Comandante del corpo Ciro Esposito – . La foto che ho ricevuto pochi minuti dopo che la vicenda si era positivamente chiusa, mi ha profondamente emozionato e testimonia come, sempre di più, la Polizia Locale è e vuole essere accanto e di sostegno alla nostra collettività ”.
Tutto è iniziato domenica sera quando gli agenti motociclisti vengono allertati dalla centrale operativa per una segnalazione di una madre disperata per l’allontanamento di un minore affetto da autismo, che si era sottratto alla sorveglianza dei familiari mentre percorrevano Via Palizzi, all’altezza del Corso Vittorio Emanuele.
Gli agenti sono riusciti ad intercettare il giovane in Via Nardones, riuscendo a tranquillizzare il ragazzo ed accompagnando per mano a piedi fino a Piazza Trieste e Trento.

(da agenzie)

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“DOVE STA BABBO?”: LO STRAZIO DEL FIGLIO DEL POLIZIOTTO MORTO A NAPOLI

Aprile 29th, 2020 Riccardo Fucile

I COLLEGHI A SIRENE SPIEGATE SOTTO CASA DI PASQUALE APICELLA PER PORGERE IL SALUTO MILITARE, DAI BALCONI UN LUNGO APPLAUSO

“Dove sta babbo?”. Affacciato al balcone, in braccio alla zia, il figlio di Pasquale Apicella guarda il viale davanti casa. È arrivata la prima volante della Polizia di Stato, subito dopo eccone altre.
E per quel bambino di 6 anni quelle automobili, quei lampeggianti, quelle divise, significano solo una cosa: papà  sta tornando a casa. Non l’agente scelto Apicella del commissariato di Secondigliano, ma quel Lino che una volta dismessa la divisa tornava ad essere quel babbo sorridente con la fissazione dei tatuaggi e col cuore diviso tra la moglie e i due figli, l’ultima nata appena tre mesi fa.
L’agente scelto Apicella, 37 anni, è morto la notte del 27 aprile, durante un inseguimento.
Stava arrivando col collega Salvatore Colucci in supporto ai poliziotti del commissariato San Carlo Arena per bloccare una banda di ladri che avevano appena tentato un furto nella Credit Agricole di via Abate Minichini.
I criminali avevano speronato la prima volta ed erano fuggiti contromano, a luci spente e a oltre cento chilometri all’ora lungo via Calata Capodichino. Hanno centrato la pantera guidata da Apicella, il poliziotto è morto sul colpo. Due dei criminali sono stati arrestati nell’immediato: sono accusati di omicidio volontario; altri due, fermati poco dopo, sono stati sottoposti a fermo. I colleghi hanno anche organizzato una colletta per raccogliere donazioni destinate alla vedova.
Il video del saluto sotto casa lo hanno girato e condiviso su Facebook i parenti, riprende il saluto dei colleghi delle volanti.
Sul balcone ci sono anche la moglie e il figlio, l’altra bimba è in casa. Gli agenti arrivano sotto casa, il bimbo scruta tra le automobili aspettando di vedere uscire il papà  da una di quelle automobili. “Babbo non c’è — gli risponde la zia — babbo non c’è più, sono venuti a salutare a casa di papà , hai visto? Sono venuti a salutare a papà “.
Mentre si forma la fila di volanti coi lampeggianti accesi, in sottofondo comincia il pianto della moglie di Lino. I poliziotti si schierano in piedi, dai balconi arriva un lungo applauso.
E, mentre i poliziotti fanno il saluto militare, e partono le sirene, il pianto diventa grida di disperazione.

(da Fanpage)

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QUESTO E’ UN IMPRENDITORE, IL RE DELLA MODA BRUNELLO CUCINELLI: “LA MIA RICETTA P’ER RIPARTIRE: STIPENDI GARATITI PER I LAVORATORI E MISURE DI SICUREZZA”

Aprile 27th, 2020 Riccardo Fucile

“HO SUBITO DETTO AI MEI 2.000 DIPENDENTI: STATE TRANQUILLI, I VOSTRI STIPENDI NON SI TOCCANO, L’AZIENDA SIETE VOI”…   E NESSUN DIVIDENDO AGLI AZIONISTI QUEST’ANNO E TUTTI SONO STATI D’ACCORDO

L’imprenditore umbro ha riaperto 11 giorni fa gli stabilimenti del suo brand, uno dei simboli del lusso Made in Italy. Ci racconta come ha affrontato lo stop forzato da Coronavirus, e perchè secondo lui la ripartenza comincia guardando lontano
Come tutti quelli che operano nel sistema moda – dai colossi del lusso stranieri ai laboratori a conduzione familiare da generazioni -, Brunello Cucinelli è perfettamente consapevole della necessità  di “ripartire” il prima possibile.
Ma dove molti paiono puntare sul risalire la china in fretta e furia per riprendere là  dove s’era lasciato il discorso a febbraio, lui pare più concentrato sulla lunga distanza, tanto che i suoi progetti paiono convergere sul 2021.
In vista di questi obiettivi, gli stabilimenti del marchio che porta il suo nome, con sede nel borgo umbro di Solomeo – da lui ricostruito letteralmente dalle macerie -, hanno riaperto i battenti da 11 giorni.
Scopo dichiarato, preparare il terreno per la prossima stagione invernale, quando sì che avrà  senso fare progetti. L’imprenditore discute con noi di strategie e progetti. E della paura per ciò che s’è dovuto affrontare.
Qual è la situazione in azienda?
Da 11 giorni abbiamo riaperto circa il 23% della struttura per iniziare a lavorare sulla collezione per la primavera/estate 2021. Devo dire che lo choc di vederci tutti con la mascherina è stato tanto, ma ci si fa subito l’abitudine. Per il resto, mi pare che si proceda bene: tutti i dipendenti sono attenti, parcheggiano le auto più distanti tra loro, mantengono gli spazi senza che nessuno debba dire loro nulla. Abbiamo approntato il controllo della temperatura per chi entra, ogni notte l’intera struttura viene sanificata, la mensa è chiusa ma il servizio di ristorazione funziona con la distribuzione di “cestini” con il pranzo. Non è l’ideale, certo che no, però lavoriamo tutti assieme, e questo sì che fa la differenza: anche se si tratta di venire in laboratorio di sabato per recuperare il tempo perso, o magari di riorganizzare il piano ferie – stavolta non possiamo permetterci le canoniche due settimane ad agosto -, siamo tutti sulla stessa barca.
Come ha affrontato lo stop forzato?
Per prima cosa, non toccando gli stipendi dei dipendenti. L’azienda impiega duemila persone, mille qui a Solomeo e altre mille all’estero: ho detto subito a tutti, di stare tranquilli. Questo è un marchio solido, che è cresciuto per 40 anni ininterrottamente (il fatturato del 2019 è stato di 607,8 milioni di euro, quasi il 10% in più rispetto al 2018, ndr), e che quindi si può permettere di fermarsi per un anno, senza per questo far ricadere la decisione su chi ci lavora. Abbiamo le spalle abbastanza larghe, e così possiamo affrontare il futuro, non dico a cuor leggero, ma di sicuro con minore cupezza. Anche per questo motivo nelle settimane scorse ho incontrato “virtualmente” i nostri azionisti per spiegare la decisione di non distribuire dividendi quest’anno e reinvestirli nel futuro. Tutti hanno capito.
Molti suoi colleghi paiono concentrati sul brevissimo termine, lei no.
Il 2020 è andato, inutile girarci attorno. Adesso bisogna non lasciarsi distrarre dalle scorciatoie che lasciano il tempo che trovano. Anche per questo motivo ho scelto di non partecipare alla prossima edizione di Pitti Immagine Uomo, in programmazione per l’inizio di settembre: a quel punto saremo già  troppo proiettati in avanti, sarebbe una battuta d’arresto che non possiamo permetterci. Però due giorni fa ho confermato la mia adesione all’edizione del prossimo gennaio; lo ripeto, è una situazione temporanea da cui usciremo. Con i miei collaboratori discuto delle vetrine di Natale, di quelle di gennaio, di come incantare i consumatori in quei prossimi mesi. Progettare prima di allora – maggio, giugno, luglio – non mi pare una via sicura.
Lei è stato uno dei primi a rendersi conto della pericolosità  della situazione. Come mai?
E come non avrei potuto? Sono cresciuto con un nonno che mi raccontava dell’epidemia di spagnola del 1918, e con mio padre che mi parlava di quella del 1957; anzi, con lui ne parlo ancora spesso: ha 98 anni, vive di fronte casa mia, e ogni mattina, mascherina in faccia, ci salutiamo da lontano e ci parliamo. E poi uno dei miei idoli, Pericle, è stato portato via dalla peste. Tenendo tutti i loro esempi a mente, quando i nostri impiegati cinesi a fine gennaio hanno iniziato a parlare del Covid-19, e di come le cose stessero precipitando, onestamente mi sono spaventato, e ho capito che andavano presi subito provvedimenti adeguati, dallo smart-working alla chiusura degli stabilimenti.
Viste come sono andate le cose era la scelta giusta, ma ci sono stati momenti parecchio bui: soprattutto a metà  marzo, quando l’epidemia è seriamente esplosa in Italia. Allora ho mostrato ai nostri lavoratori in azienda i video che mi arrivavano, ancora una volta, dalla Cina, dove nel frattempo la vita stava piano piano ricominciando: non sapevo cosa altro dirgli se non fargli vedere che saremmo tornati alla normalità , anche se lentamente. Noi Italiani ci siamo trovati in una posizione complicata in quanto avamposto epidemico dell’Occidente, senza termini di paragone per capire cosa fare: ho cercato di rassicurarli così, e ho fatto lo stesso quando poi la pandemia s’è propagata negli Stati Uniti. Dove, secondo me, sono messi ancora peggio.
Come mai?
Perchè da loro licenziare in situazioni del genere è la norma, non ci pensano due volte. Per fortuna da noi abbiamo una forma mentis completamente diversa: per questo dico e ripeto che la mia priorità  è stata garantire lo stipendio di chi lavora con me. L’azienda sono loro, sono essenziali adesso più che mai. Per utili, dividendi e compagnia bella ci sarà  tempo.
In una sua lettera aperta di qualche giorno fa, parla del post-quarantena come di un “tempo nuovo” denso di opportunità , in cui però va usata anche quella che definisce “prudenza somma”. Cosa intende?
Questa non è la prima crisi che l’azienda si trova ad affrontare, e non sarà  nemmeno l’ultima. Abbiamo passato dei gran brutti momenti dopo l’11 settembre del 2001, e anche nel 2008, quando ci è piombata addosso una crisi economica di dimensioni spaventose, peggiore anche di questa, che è sì più intensa, ma anche più circoscritta. Ne siamo sempre usciti, e ne siamo usciti bene. Credo si debba fare tesoro di ciò che abbiamo passato, scegliere bene ogni mossa, e andare avanti.

(da agenzie)

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EBREI, MUSULMANI E CRISTIANI PREGANO INSIEME PER SCONFIGGERE IL CORONAVIRUS

Aprile 24th, 2020 Riccardo Fucile

L’EVENTO SENZA PRECEDENTI A GERUSALEMME

Un evento unico è quello che si è verificato a Gerusalemme, dove ebrei, musulmani e cristiani hanno pregato insieme per la prima volta per porre fine al Coronavirus.
Sulla terrazza del King David Hotel della Città  Santa si sono riuniti i leader delle tre religioni monoteiste con l’obiettivo comune di sconfiggere la pandemia.
I rabbini di Israele, Yitzhak Yosef e David Lau, il patriarca greco ortodosso, Teofilo III, il patriarca latino, Pierbattista Pizzaballa, l’Imam Gamal el Ubra e Agel Al-Atrash e il leader spirituale dei drusi, lo sceicco Mowafaq Tarif hanno partecipato alla preghiera di gruppo senza precedenti. Ognuno ha fatto uso della propria lingua liturgica.
“Dio, Tu che ci hai nutrito della carestia e ci hai fornito in abbondanza, ci hai liberato dalla peste e da malattie gravi e durature. Aiutaci. Fino ad ora, la tua misericordia ci ha aiutato e la tua gentilezza non ci ha abbandonato, quindi ti preghiamo e chiediamo dinanzi a Te di guarirci, Signore, e saremo guariti, salvaci e saremo salvati, perchè Tu sei la nostra gloria”. Queste le parole della preghiera pronunciate dai leader delle tre religioni tradotte da GreenMe.

(da Open)

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A MILANO 16 OPERATORI SANITARI SONO CHIUSI DA SETTIMANE IN UNA CASA DI RIPOSO PER PROTEGGERE GLI ANZIANI

Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile

ZERO CONTAGI GRAZIE AL SACRIFICIO DEI LAVORATORI CHE ASSISTONO GLI ANZIANI… HANNO RINUNCIATO A STARE CON LE LORO FAMIGLIE.. LA PROPRIETARIA SI E’ OPPOSTA ALLE PRESSIONI DELLA REGIONE CHE VOLEVA INVIARLE MALATI DI CORONAVIRUS

Dallo scorso 31 marzo 16 operatori socio sanitari sono chiusi all’interno di una residenza sanitaria assistenziale di Milano, per prendersi cura degli 81 anziani ospiti.
E questo loro gesto, unito alle decisioni prese dalla proprietaria della struttura e da alcune accortezze messe in pratica fin dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, ha fatto sì che il virus restasse fuori dai cancelli della casa di riposo.
Succede tutto alla Rsa Domus Patrizia di via Pier Lombardo, di proprietà  della dottoressa Manuela Massarotti e in cui i servizi socio sanitari sono affidati alla cooperativa sociale Virtus, presieduta da Gianni Coppola.
Un caso raro, se si considera che i contagi e i decessi di anziani all’interno di strutture analoghe sono stati (e purtroppo continuano ad essere) una tragedia nella tragedia, e che la anche la magistratura ha deciso di indagare su almeno 22 Rsa del Milanese (e altre nel resto della Lombardia), tra cui il noto Pio Albergo Trivulzio.
Al contrario, finora nessuno tra gli 81 ospiti di Domus Patrizia è stato contagiato dal virus. “Parliamo di persone fragili, che hanno in media 90 anni”, racconta a Fanpage.it il presidente della coop Virtus, Gianni Coppola, che fornisce anche un aggiornamento su ciò che avverrà  nella struttura.
“Ieri, 20 aprile, i 16 operatori sarebbero dovuti uscire. Invece si sono proposti di rimanere fino al 3 di maggio, e quindi sono ancora all’interno della struttura”.
I 16 operatori sono single, ma anche padri e madri di famiglia che per amore degli anziani che assistono hanno deciso di costituire una task force che dalla sera del 31 marzo opera quasi ininterrottamente per prendersi cura degli ospiti, senza mai uscire dalla Rsa per evitare le occasioni di contagio e rinunciando così a stare con i loro cari: “Per legge avrebbero diritto allo smonto e riposo se fanno la notte o comunque a un giorno di riposo settimanale, però lei può capire benissimo che stando chiusi là  dentro alla fine danno sempre una mano ai colleghi. Sono dei grandi — dice Coppola, orgoglioso dei “suoi” lavoratori — perchè è bastato un piccolo spunto e in un paio d’ore erano già  tutti pronti per iniziare”.
Lo spunto, l’idea iniziale di costituire una task force è venuta alla proprietaria della struttura, Manuela Massarotti. La stessa che dal 23 febbraio, subito dopo il “paziente 1” di Codogno, ha limitato le visite ai parenti blindando la struttura e ha poi adottato alcune procedure per impedire il contagio: posizionare termoscanner all’ingresso per misurare la temperatura a tutti i lavoratori, imporre l’obbligo di mascherina già  all’ingresso.
“La struttura ci ha procurato anche il gel disinfettante da utilizzare all’ingresso — dice Coppola — mentre le mascherine le abbiamo procurate noi come cooperativa. Non abbiamo avuto difficoltà : mi sono rivolto ai fornitori o a varie farmacie, certo abbiamo dovuto spendere più soldi, ma è stato meglio così per tutelarci. Siamo stati anche fortunati, ma la cosa più importante è che abbiamo preso sul serio la situazione. Ci siamo comportati tutti come se noi fossimo potenziali ‘untori’ e gli ospiti delle persone contagiate”.
La fermezza della proprietaria della struttura è stata una delle chiavi per impedire che il virus entrasse nella Rsa: “Non tutti i parenti sono stati felici della mia decisione al 23 di febbraio, perchè i tempi non erano sospetti — spiega Massarotti a Fanpage.it -. Molti parenti hanno capito, altri un po’ meno: c’è stato anche chi si è messo davanti alla porta per un’ora, chiedendo di entrare. Dopo il 7 di marzo, quando è stata bloccata tutta l’Italia, hanno capito tutti”.
C’è un aspetto, al centro anche delle polemiche sulle altre Rsa, che la dottoressa Massarotti chiarisce: riguarda l’atteggiamento tenuto rispetto alla ormai famosa delibera regionale dell’8 marzo che individuava anche alcune Rsa, dotate di determinati requisiti, come strutture idonee a ospitare pazienti Covid a bassa intensità , per liberare così gli ospedali in quel momento saturi.
“Ci siamo opposti a quella delibera, e siamo stati tempestati di telefonate dall’unità  di crisi che ci invitava a ospitare pazienti con Covid”.
Potenzialmente erano due i posti che la struttura avrebbe potuto offrire, “ma in camera doppia e con altre persone. E comunque non avevo percorsi separati: l’ho fatto presente, ma hanno insistito per un bel po’ di giorni. Sono stata tempestata da queste telefonate nonostante sapessero che non avevamo i requisiti idonei”.
Fino alla fine però la dottoressa ha tenuto duro: e la sua fermezza è stata ripagata.

(da Fanpage)

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IL TAXISTA SPAGNOLO CHE HA RIACCOMPAGNATO GRATIS LA STUDENTESSA ITALIANA DA BILBAO A MONTEBELLO

Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile

PERCORRE 1.500 KM PER RIPORTARE A CASA UNA STUDENTESSA ERASMUS BLOCCATA IN SPAGNA… LA GIOVANE: “HO INSISTITO PER PAGARLO, MA NON HA VOLUTO, MI HA DETTO “NON MI APPROFITTO DELLE PERSONE IN DIFFICOLTA’, NON PREOCCUPARTI DEI SOLDI”

Le aveva provate tutte per tornare a casa, il tassista 22enne è stato la risposta ai suoi problemi: «Ho insistito per pagarlo ma lui ha detto: “Non voglio approfittare di te, ho visto che eri in difficoltà , non preoccuparti dei soldi”»
Ha percorso oltre 1500 chilometri per permetterle di fare rientro a casa. Il tutto intascando neanche un centesimo, solo gratitudine. Protagonisti di questa storia che sta facendo il giro del mondo sono un giovane tassista di 22 anni, Kepa Amantegi, e una studentessa in Erasmus in Spagna, Giada Collalto.
La ragazza, anche lei 22enne, era uno dei tanti casi di persone bloccate in un altro Paese a causa delle restrizioni agli spostamenti imposti dall’emergenza Coronavirus. Ma grazie al gesto del giovane taxi driver è riuscita a lasciare Bilbao, dove era arrivata lo scorso febbraio per seguire le lezioni, e tornare a casa dalla sua famiglia a Montebello, Comune in provincia di Vicenza.
«Quando è iniziata la pandemia da Coronavirus ho deciso di rimanere in Spagna e di vedere come sarebbero andate le cose», ha raccontato Giada Collalto alla Cnn che ha raccontato la storia di questi due coetanei. «Ma quando a metà  marzo l’università  è stata chiusa e le lezioni e gli esami sono stati trasferiti online — ha spiegato — ho capito che rimanere a Bilbao non aveva più senso».
La giovane aveva dunque provato varie strade per riuscire a tornare in Italia. Ore su internet, telefonate con l’ambasciata italiana, tentativi di salire su un volo che da Madrid la portasse a Parigi e da Parigi a Roma fino a casa sua. Ma nessuna di queste strade era poi andata in porto. «Ero disperata e arrabbiata, i miei genitori erano preoccupati ma non potevano fare nulla per aiutarmi». La risposta ai suoi problemi era dietro l’angolo.
Un suo amico conosceva un tassista a Bilbao che avrebbe potuto recuperarla dall’aeroporto di Madrid — dove non era riuscita a imbarcarsi — per riaccompagnarla a Bilbao.
Una volta contattato, il giovane Amantegi si è reso disponibile ad andarla a prendere a Madrid per riportarla indietro a Bilbao, guidando per circa 9 ore, ha raccontato la studentessa. Ma una volta arrivati davanti all’appartamento, la giovane ha scoperto che non era più disponibile.
È a questo punto che il tassista si è offerto di risolverle tutti i problemi facendosi carico di accompagnarla fino a casa in Italia dove avrebbe potuto passare la notte al sicuro, con la sua famiglia. Il tutto senza chiedere nulla in cambio. «Ho insistito per pagarlo — ha raccontato la ragazza — ma lui ha detto: “Non voglio approfittare di te, ho visto che eri in difficoltà , non preoccuparti dei soldi”

(da agenzie)

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LA VOLATA PER LA VITA DI DAVIDE MARTINELLI, IL CICLISTA PROFESSIONISTA CHE CONSEGNA FARMACI IN BICI NELLA SUA LODETTO

Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile

NEL SUO PAESE NON C’E UNA FARMACIA, LUI VA A ROVATO IN BICI A RITIRARE I MEDICINALI PER POI CONSEGNARLI AI PAZIENTI: “IL LORO GRAZIE NON MI VA PIU’ VIA DALLA TESTA”

A Lodetto di Rovato non ci sono farmacie. Per questo motivo, Davide Martinelli — corridore professionista dell’Astana Pro Team, classe 1993 — ha deciso di salire in sella alla sua bicicletta e di sprintare fino alla vicina Rovato per poter aiutare i suoi compaesani a superare questa emergenza coronavirus e dare loro una mano durante questo lockdown.
Si è fatto autorizzare e, grazie alla sua buona gamba che gli ha permesso di partecipare anche al Giro d’Italia 2017, non ci ha pensato su due volte nel rendersi protagonista di questa iniziativa encomiabile.
«Sono legatissimo al mio Lodetto, comunità  di poco più di 1500 persone, dove sfortunatamente non c’è nè una farmacia nè alcun negozio di alimentari! — ha scritto su Facebook — Dentro di me penso: è la mia occasione per rendermi utile e ripagare le tante persone che mi hanno sempre sostenuto negli anni, e dare una mano a chi in questo momento ne ha bisogno.
Ho una bici, 2 gambe ormai non molto allenate e uno zaino, e niente.. oggi ho avuto l’onore di poter andare in farmacia a ritirare dei medicinali per una coppia di anziani, in totale 30 minuti e una decina di km, nulla di speciale per un atleta, ma quando glieli ho consegnati sull’uscio di casa, ovviamente con le dovute precauzioni (mascherina e guanti) ho sentito un grazie, che ancora ora mi rimbomba in testa».
In un momento in cui la stagione ciclistica si è fermata, in cui tutte le grandi corse sono state annullate o rinviate al prossimo autunno, Davide Martinelli ha deciso di mettersi a disposizione per tutta la sua comunità . Un gesto di cuore, che vale più di mille braccia alzate in volata o al termine di una cronometro — specialità  di cui Martinelli è stato per due volte campione italiano Under 23.
Può essere senz’altro soddisfatto il padre Giuseppe Martinelli, uno dei direttori sportivi più vincenti della storia del ciclismo italiano, dai tempi della Mercatone Uno di Marco Pantani, passando per i successi più recenti di Vincenzo Nibali quando indossava la maglia della squadra kazaka. Del resto, se Davide ha questo amore sconfinato per la sua terra e le sue radici, il merito è anche un po’ suo. Ennesimo trofeo nel suo personalissimo palmarès. Forse il più bello.

(da agenzie)

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DAL BARCONE AL LAVORO NELLA CASA DI RIPOSO: “IL MIO CONTRIBUTO AL PAESE CHE MI HA ACCOLTA”

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

SHERIKAT, 26 ANNI, NATA IN NIGERIA, SI E’ ISCRITTA A UNA SCUOLA PER INFERMIERI E ORA PRESTA SERVIZIO COME OPERATIRCE SOCIO-SANITARIA

E’ arrivata a Taranto con un barcone carico di profughi nel dicembre 2015. Era partita dalla Libia, dopo settimane di attesa.
Oggi Sherikat è operatrice socio sanitaria nella casa di riposo del Comune di Milano in via Famagosta. Lì, in prima linea, dove gli anziani soffrono e perdono la vita per il coronavirus. Anche in questa struttura ci sono state vittime, anche se al momento non è nella lista di quelle messe sotto la lente di ingrandimento della procura.
La sua è una storia di normale integrazione, visto che Sherikat, da quando è arrivata in Italia, è riuscita ad avere il riconoscimento della protezione internazionale per motivi umanitari.
Dopo questo passaggio, si è iscritta a una scuola per infermieri e ha partecipato a un concorso per entrare subito a lavorare nelle Residenze sanitarie assistite pubbliche (Rsa). “Ogni giorno mi vesto con la tuta, indosso la mascherina e la visiera e vado in corsia – racconta in uno splendido italiano la ragazza che ha 26 anni ed è nata in Nigeria – Certo, questo è un molto momento difficile per l’Italia e per le persone anziane, ma io sono contenta di dare il mio contributo al Paese che mi ha accolto quando avevo bisogno. Mi piace il mio lavoro, sto bene con le persone avanti con gli anni”.
Sherikat abitava inizialmente in un centro d’accoglienza per migranti a Lonate. Dopo i decreti sicurezza è uscita e dall’ottobre scorso è ospite dela famiglia di un avvvocato che si occupa spesso di diritto delle migrazioni, Alberto Guariso.
“Anche per noi è una bella esperienza e vediamo che Sherikat è molto impegnata nel suo lavoro. Fa turni di molte ore consecutive ma non demorde, anche se sicuramente è sotto stress come tutti quelli che lavorano nelle Rsa”, dice Guariso.
Sherikat racconta che nella struttura dove lavora ci sono 285 anziani: “Tutti abbiamo paura in questi giorni con le notizie che ci sono. Abbiamo colleghi che si sono ammalati, il personale oggi è molto ridotto, si lavora come in trincea. Gli anziani sanno quello che succede fuori, hanno paura anche loro, ma soprattutto sono preoccupati per i loro parenti che non vedono da diverse settimane. Noi li facciamo parlare con i figli attraverso le videochiamate, cerchiamo di tranquillizzarli, ma certo sono giorni di grande angoscia per tutti”.
Lei comunque non si tira indietro: ogni giorno va al lavoro, si mette tutte le protezioni e la sera le toglie per tornare a casa. Al viaggio in barcone per arrivare in Italia cerca di non pensare più: “E’ lontano nel tempo, anche se quel ricordo mi fa sempre soffrire. Ma oggi penso di più alla mia famiglia che è in Nigeria: non li sento da molti mesi e non so come sta andando lì l’epidemia. Spero stiano tutti bene, mentre io sono qui ad aiutare i parenti di altre persone. Spero che questo sacrificio serva per costruirmi un futuro in questa città  che ora sento come casa mia”

(da “La Repubblica”)

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