Luglio 30th, 2019 Riccardo Fucile
L’EX CAPO DI STATO MAGGIORE: “RICEVETTI PRESSIONI PER DEPOTENZIARE “MARE SICURO” E RISPOSI NO”… “HANNO GENERATO UN CLIMA DI ODIO VERSO I NOSTRI MILITARI CHE COMPIONO IL LORO DOVERE DI MARINAI”
Intervistato da Avvenire, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex Capo di Stato Maggiore della Marina militare che già ieri si era duramente scagliato contro il Governo sulla questione della nave Gregoretti, è tornato a criticare aspramente l’esecutivo per la gestione dell’emergenza ad Augusta: “Confondere il dovere di salvare la vita umana in mare con il diritto di ogni Stato a esercitare il controllo dei flussi migratori ha generato un clima d’intolleranza e di ostilità che rischia d’isolare e svalutare chi in mare compie quotidianamente il proprio dovere per salvare esseri umani in pericolo di morte. Si tratta di due temi diversi che devono essere trattati su piani distinti, anche per arginare l’onda di odio che in troppi si sentono in diritto di riversare senza vergogna sui ‘social’, arrivando in alcuni casi a ostentare gioia per la morte in mare di donne e bambini, commentando i recenti naufragi avvenuti al largo della Libia”.
Alla domanda se è vero che ricevette pressioni per depotenziare ‘Mare Sicuro’ e che rispose ‘signornà³’, l’ex capo di Stato Maggiore della Marina Militare risponde: “È vero. Mi sono sempre battuto contro chiunque volesse privare i Comandanti in mare dei mezzi necessari ad assolvere in sicurezza la missione assegnata”.
Per prevenire le tragedie in mare, secondo De Giorgi, è necessario “da un lato occorre che si aprano canali legali d’immigrazione direttamente dai Paesi d’origine con procedure d’ingresso in Italia accettabili, sia sotto il profilo della sicurezza che della sanità ; dall’altro si deve incidere con vigore sulle organizzazioni internazionali che gestiscono il traffico di esseri umani. Occorrerebbe anche facilitare il rientro periodico dei lavoratori stranieri nelle loro terre d’origine per visitare le famiglie e per mantenere i legami con il loro ambiente, come accadeva per i lavoratori italiani emigrati in massa in America e in Nord Europa”
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2019 Riccardo Fucile
“NOI SIAMO DIVERSI DA LORO, CON LA FOTO DEL GIOVANE BENDATO COMMESSI UN PAIO DI REATI E DATA UN’ARMA LEGALE AI SUOI DIFENSORI”
La testimonianza più autorevole sulla pubblicazione della foto di Gabriel Christian Natale Hjorth è arrivata da Pietro Grasso. Che prima di affrontare la sua esperienza in politica, di diventare presidente del Senato, è stato un importante magistrato antimafia. Ha spiegato qual era il modus operandi di chi si occupava, negli anni Ottanta e Novanta, di combattere i boss mafiosi.
“Quando arrestammo Bernardo Provenzano, o quando interrogai Giovanni Brusca, mi trovai davanti uomini che avevano commesso le stragi, fatto uccidere colleghi e amici, progettato il mio omicidio e il rapimento di mio figlio. Potete immaginare il mio stato d’animo. Ho sempre avuto chiaro però quale fosse il mio ruolo: quello di rappresentante dello Stato”.
Quindi, ricorda, a Provenzano “la prima cosa che chiesi fu: “Ha bisogno di qualcosa?”; rispose che aveva bisogno di un’iniezione per curare la sua malattia, e rapidamente trovammo il modo di fargliela”.
In questo modo, spiega, “gli dimostrammo la differenza tra noi e loro: non ci si abbassa mai al livello dei criminali che si combattono, non ci sono e non devono esserci eccezioni. Questo significa essere uomini e donne al servizio dello Stato”.
“Penso che la foto di cui tutti parlano, e che ovviamente mi guardo bene dal pubblicare — continua — sia la prova di almeno un paio di reati, e probabilmente una buona arma in mano agli avvocati difensori dell’assassino. È una foto che mi fa male perchè quel comportamento infanga il lavoro di migliaia di carabinieri. Chi rappresenta lo Stato non deve fare queste cose”.
E “chi fa il ministro, aggiunge, “non deve giustificarle, come hanno fatto Centinaio e Salvini”.
Chi — come la Lega — lancia un sondaggio su Facebook per “aizzare gli istinti più bassi dei cittadini non ha alcun senso dello Stato”
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2019 Riccardo Fucile
VILLE NELLE ZONE ESCLUSIVE DI SAN FRANCISCO, CARTE DI CREDITO, ALBERGHI DI LUSSO, SCUOLE PRIVATE… UNO E’ DI FAMIGLIA DI ORIGINE ITALIANA
La ricca e viziata ‘comunista’ Carola Rackete viveva in maniera semplice e salvava vite. Altri ricchi,
viziati e non comunisti, alloggiano in alberghi di lusso, bevono, si drogano e girano con coltelli.
Una vita da sogno, con ville nella zona più esclusiva di San Francisco, carte di credito a disposizione e viaggi per il mondo spesati da mamma e papà .
Questa la vita di Lee Elder Finnegan, 19 anni, e Gabriel Natale Hjorth, 18 anni, i due giovani americani rei confessi dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Studenti di una scuola cattolica, amici sui banchi del liceo, talenti dello sport.
I vicini di casa si dicono sconvolti, parlano di bravi ragazzi, ma ora si rivela la loro doppia vita, fatta di eccessi, droga e alcool ma lontano da casa.
Lee Elder Finnegan è nato a San Francisco nel 2000. Famiglia facoltosa, si diploma al liceo pubblico Tamalpais nella Mill Valley, dove incontra Natale Hjorth. Per un breve periodo, frequenta la prestigiosa scuola cattolica San Francisco Sacred Hearth Preparatory, dove la retta annuale è di circa 21mila dollari.
Qui Elder, un ragazzo alto e robusto, si afferma come talento del football e diviene, da matricola, titolare della squadra del liceo. Il suo profilo Instagram rivela i lati più oscuri di questo giovane borghese americano.
Nel mondo social si fa infatti chiamare “King of Nothing”, cioè re del niente e nella sua biografia, compare una sola frase: “La morte è garantita, la vita no”.
Gabriel Natale Hjorth ha 18 anni, anche lui residente a San Francisco. Ha conosciuto Elder sui banchi del liceo e da quel momento i due ragazzi hanno iniziato a frequentarsi.
Famiglia di origini italiane, era arrivato a Roma prima dell’amico per salutare alcuni parenti. Il padre Fabrizio consulente finanziario e la madre Heidi agente immobiliare della Golden Gate Sotheby’s.
Come il compagno, studente mediocre, diplomato senza particolari meriti. Poco attivo sui social, Natale possiede solo un profilo su SoundCloud, dove condivide con i suoi pochi follower le sue passioni musicali
Qui, ha pubblicato nei giorni scorsi una foto che lo ritrae pieno di buste davanti alla boutique di Gucci, dove si è divertito a fare shopping prima dell’omicidio del vicebrigadiere.
Le vacanze romane erano state pagate probabilmente da Elder e dovevano essere parte di un viaggio più lungo in giro per l’Europa. Obiettivo divertirsi e sballarsi con droga e alcool. Un altro volto, questo, dei due ragazzi dell’alta borghesia americana.
(da Globalist)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
DESTINERA’ 10.000 EURO DELLA RACCOLTA FONDI ALL’EQUIPAGGIO DEL PESCHERECCIO DI SCIACCA CHE HA SALVATO 50 MIGRANTI ALLA DERIVA
Mediterranea destinerà 10mila euro della raccolta fondi come contributo di solidarietà
all’equipaggio del peschereccio Accursio Giarratano che ha salvato 50 migranti a bordo di un gommone in difficoltà nel Mediterraneo centrale.
Il comandante, l’equipaggio e l’armatore del peschereccio Accursio Giarratano si sono assunti questa responsabilità rischiando le loro vite e sacrificando il loro lavoro ed il loro reddito.
Per questo noi di Mediterranea abbiamo deciso di destinare una parte della nostra raccolta fondi come contributo di solidarietà . Lo facciamo perchè chi sostiene Mediterranea sostiene in primo luogo un’idea di umanità e che oggi quell’idea ha navigato su quel peschereccio, dalla parte giusta della Storia.
“Non li avremmo mai lasciati alla deriva, torneremo a casa dalle nostre famiglie dopo che avremo conosciuto la loro sorte”, ha detto in serata il comandante Carlo Giarratano. La nave porta il nome del figlio, scomparso a 15 anni “lo facciamo anche per lui”, dice Carlo.
Sappiamo quanto sia difficile oggi assumersi la responsabilità di non rimanere indifferenti. Non voltarsi dall’altra parte mentre naufraga la nostra umanità . Ci sono leggi antiche che regolano la convivenza degli uomini e delle donne da prima che esistessero gli Stati, sono leggi che appartengono alla storia delle millenarie civiltà nate sulle sponde del mar Mediterraneo che ogni uomo o donna che naviga conosce. Nel mare le persone sono tutti uguali, non importa il colore della pelle, la nazionalità o la fede. In mare se qualcuno è in pericolo si salva perchè è giusto così.
Oggi più che mai chi cerca di difendere questi principi che sono fondamenta della civiltà giuridica europea lo fa a suo rischio e pericolo assumendosi da solo la responsabilità di difendere in primo luogo la nostra umanità . Le persone che ci hanno sostenuto economicamente lo hanno fatto per contribuire a salvare vite umane, e, anche se noi con due navi sequestrate e migliaia di euro di multe attraversiamo un momento di difficoltà economica, vogliamo riconoscere pubblicamente e concretamente l’impegno di chi in mare ogni giorno compie il suo dovere riconoscendo che ci sono valori che non si possono cancellare per decreto.
Grazie Carlo, grazie al suo equipaggio, grazie alla gente di mare.
Navighiamo nello stesso mare, quello dell’umanità .
Mediterranea Saving Humans
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
MARIO CERCIELLO REGA ERA UN RAGAZZO D’ORO CHE AIUTAVA MALATI E CLOCHARD… UNO DEI TANTI RAGAZZI DEL SUD CHE SONO COSTRETTI A LASCIARLO PER LAVORARE
Mario era un uomo dal cuore d’oro. Sembra che tutti si siano messi d’accordo nel pronunciare
questa frase all’unisono, anche persone che non si conoscono tra loro. Lo ripetono come un mantra i suoi colleghi piegati dal dolore, il suo comandante, la moglie “che viveva per lui”, gli amici di una vita, i negozianti di Campo de’ Fiori, dove abitava.
Nessuno si capacita che dalla scorsa notte Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso a Roma, non ci sia più.
L’ex vicebrigadiere aveva trentacinque anni, era originario di Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, e aveva perso il padre, morto circa 10 anni fa.
Da quel momento è stato Mario a occuparsi della famiglia, iniziando a lavorare e curando l’orto di casa. E ora la madre Silvia, casalinga, il fratello di 31 anni e la sorella di 19 lo piangono.
Dopo essersi preso la responsabilità della madre e dei fratelli, Mario aveva deciso di costruirsi una propria famiglia.
Si era sposato da poco più di un mese, il 19 giugno scorso. Gli amici più stretti erano partiti con lui a festeggiare l’addio al celibato. Poi le nozze, le foto sui social mentre lui e la moglie Rosa Maria sorridono e mostrano fieri al fede nuziale al dito.
Il viaggio in Madagascar e il ritorno per festeggiare il suo compleanno in Italia. Era tornato dal viaggio di nozze lunedì scorso, non aveva ancora nemmeno disfatto i bagagli. “Eravamo tutti insieme a festeggiare poco più di un mese fa il suo matrimonio – racconta Raffaele – e oggi siamo qui a piangerlo. Amava il suo lavoro, amava l’Arma, e credeva in Dio”.
La bontà di Mario è testimoniata dal suo impegno nel lavoro, come ricorda anche Sandro Ottaviani, il comandante della stazione di Piazza Farnese: “Mario era un ragazzo d’oro, non si è mai risparmiato nel lavoro. Era un punto di riferimento per l’intero quartiere dove ha sempre aiutato tutti”.
Ma oltre al lavoro, il militare era impegnato nel volontariato: era barelliere per l’Ordine di Malta, accompagnava anche i malati a Lourdes e a Loreto. Il martedì sera invece si dedicava ai senza fissa dimora che vivono nei pressi della Stazione Termini. È a loro che, dopo aver dismesso i panni da carabiniere, portava da mangiare. Donava i suoi abiti a chi ne aveva bisogno e se vedeva qualcuno in difficoltà lo aiutava, senza dirlo a nessuno.
Mario era l’eroe del quotidiano che viveva per aiutare il prossimo, come fece anche cinque anni fa. Mentre faceva il turno di notte nella sua caserma di Piazza Farnese, arrivò una chiamata. Era una mamma vedova che abitava a pochi passi da lì. La sua bambina aveva 40 di febbre e lei non sapeva come portarla in ospedale. Mario si offrì di accompagnarle al Bambino Gesù e aspettò fino alla mattina. La donna scrisse al comando dei carabinieri elogiando quel gesto, e questo valse a Mario un encomio.
Per salutare Mario, alla camera mortuaria dell’ospedale Santo Spirito sono arrivati in tanti da Napoli: sono partiti alle 4:30 di stamani per dare l’ultimo saluto all’amico di una vita. Raccontano che tornava spesso a Napoli, città della sua squadra del cuore, per cui tifava, ma anche di tanti suoi amici che andava quando possibile a trovare. Ma il suo cuore era a Somma Vesuviana, suo paese natale, dove sognava di costruire una casa per stare più vicino alla madre, cui era legatissimo, e alla sua famiglia.
A Somma Vesuviana l’intera comunità è scossa. Salvatore Di Sarno, primo cittadino del comune campano, aveva incontrato Mario solo un mese fa, proprio in occasione del matrimonio: “Un giorno di gioia immensa, per lui e per noi tutti. E ora questa tragedia assurda”. Nella cittadina i parenti del militare si chiudono nel silenzio.
E proprio a Somma Mario progettava di costruire una casa per la sua famiglia dove sognava di poter crescere i proprio figli con la moglie Rosa Maria. La vedova, straziata dal dolore nella camera mortuaria del Santo Spirito di Roma, non trattiene la disperazione e, con una foto del matrimonio in mano, urla: “Me lo hanno ammazzato. Era un uomo speciale e me l’hanno ammazzato. È terribile, era la mia gioia”.
E proprio nella chiesa che ha visto celebrarsi il matrimonio tra Mario e Rosa Maria si celebreranno i funerali del vicebrigadiere, lunedì mattina. La parrocchia dove il militare era cresciuto e aveva sposato la donna della sua vita davanti a fra Casimiro Sedzimir sarà la chiesa che accoglierà l’ultimo straziante saluto al “ragazzo d’oro” che ora tutti piangono.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
LA POTENZA DELLA TENEREZZA DILAGA SUI SOCIAL
L’abbraccio è la cosa più vecchia del mondo. Non importa verso chi è rivolto. 
È un linguaggio universale che unisce in maniera ideale Campoli del Monte Taburnio — un piccolo centro di circa mille anime in provincia di Benevento — e chissà quale altro stato dell’Africa sub-sahariana.
Nei giorni scorsi è diventata molto virale una fotografia pubblicata nel gruppo blindato «Sei di Campoli se…».
Un gruppo che conta soltanto 800 membri, al quale si può accedere esclusivamente se si risponde a delle domande ben precise sul borgo del Sannio. Non soltanto storia comune, ma anche tradizioni popolari e quei messaggi codificati che solo chi appartiene a quelle poche case tra vigneti e oliveti possono conoscere.
«Un pomeriggio qualunque abbascio a chiazzà³lla — si legge nel post -. Da sinistra: Zì Nicolina, Zì Vicenza e Zì Maria fanno da nonne ai piccoli che vivono nel centro accoglienza situato vicino alle loro abitazioni».
Zì Nicolina, Zì Vincenza e Zì Maria trasmettono il loro potentissimo messaggio. Donano un po’ di affetto a tre bambini, ospiti del vicino centro di accoglienza. Uno di loro dorme beatamente (quello in braccio a Zì Maria), mentre invece gli altri due sgranano gli occhi — un po’ perplessi in verità — e si scambiano uno sguardo immortalato dallo scatto della macchina fotografica.
La foto è diventata un fenomeno del web: è stata condivisa da tantissime persone sui social network ed è diventata notizia anche per i principali media nazionali.
Non sono mancate le critiche — e come potrebbero mancare in questo feroce mondo dei social network, dove anche l’immagine più innocente diventa il bersaglio degli haters -, ma in generale c’è stata una vera e propria mobilitazione che inneggia alle nonne di Campoli. Diventate, loro malgrado, simbolo di un qualcosa che — forse — non conoscono nemmeno.
Perchè loro, di certo, sanno poco dell’odio che si consuma sul web nei confronti dei migranti, delle persone che sbarcano in Italia e che vengono ospitate nei centri di accoglienza.
Loro fanno solo quello che è spontaneo e naturale: quando un essere umano più grande vede un essere umano più piccolo, lo abbraccia. Semplicemente.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2019 Riccardo Fucile
ERA ALLA DERIVA, IL COMANDANTE HA FATTO IL SUO DOVERE: “TORNEREMO A CASA SOLO DOPO AVER CONOSCIUTO LA LORO SORTE”…INDEGNA MANFRINA TRA MALTA E ITALIA, POI SI MUOVE FINALMENTE LA GUARDIA COSTIERA ITALIANA
«Non li avremmo mai lasciati alla deriva, torneremo a casa dalle nostre famiglie dopo che avremo conosciuto la loro sorte». Lo dice il comandante Carlo Giarratano del motopeschereccio di Sciacca (Ag) «Accursio Giarratano», che dalla notte tra mercoledì e giovedì è bloccato in mare aperto dopo che l’equipaggio ha soccorso una cinquantina di migranti a bordo di un gommone, a circa cinquanta miglia da Malta.
La situazione di stallo è determinata dal fatto che Malta nega l’approdo alla nave italiana; ma poco le 22 il braccio mdi ferro è stato risolto dalla Guardia Costiera italiana che è andata in soccorso del peschereccio, ha preso in carico i migranti per portarli a Lampedusa..
Della situazione è stata informata anche la capitaneria di Porto Empedocle. «Non conosciamo la loro nazionalità , non possiamo lasciarle alla deriva, vorremmo poterle consegnare ad una autorità marittima disponibile, sia italiana che maltese» hanno fatto sapere dal peschereccio.
La nave è rimasta bloccata al largo di Malta, in acque internazionali, in attesa di istruzioni. Fino a quando una unità della Guardia Costiera italiana da Lampedusa si è mossa per prestare assistenza alla «Giarratano».
Da Sciacca ha parlato anche l’armatore della nave, Gaspare Giarratano: «Noi soccorriamo con tutto il cuore i migranti in difficoltà , e lo facciamo anche come omaggio alla memoria di mio figlio morto» ha detto all’agenzia Ansa. «E tutte le volte noi facciamo il nostro dovere, sbracciandoci e aiutando uomini, donne e bambini, perchè è giusto così»
Secondo la ong Sea Watch nelle giornata di giovedì almeno 7 gommoni sono partiti dalle coste libiche tentando di raggiungere l’Europa, tra questi quelli affondati e che hanno provocato la morte di almeno 150 persone. Ma nessuna nave, in queste ore, sta pattugliando la zona per prestare loro soccorso.
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA STORIA DI ANGEL, ESTHER, CECILIA E DEGLI ALTRI PATRIOTI EUROPEI CHE HANNO SCELTO DI TOGLIERE TEMPO A SE STESSI E AI LORO AFFETTI PER TRASCORRERE SETTIMANE SU UN RIMORCHIATORE AD AIUTARE GLI ALTRI
Volontariato (da treccani.it): “Prestazione volontaria e gratuita della propria opera, e dei
mezzi di cui si dispone, a favore di categorie di persone che hanno gravi necessità e assoluto e urgente bisogno di aiuto e di assistenza, esplicata per far fronte a emergenze occasionali oppure come servizio continuo”.
Parto dalla parola “volontariato” per chiudere questo diario, tirando le somme e restituendo il massimo possibile a chi, in queste quattro settimane e non solo, si è messo a disposizione per gli altri.
Sono tempi bui quelli in cui c’è bisogno di specificare che un volontario che aiuta le persone lo fa gratis, perchè crede in quello che fa, non per soldi. Anzi, quello che spendono qua è tempo libero tolto alle famiglie, agli amici e a loro stessi perchè vivere due settimane o un mese su di un rimorchiatore non è il massimo.
Quando si incontrano le persone nello stretto corridoio all’inizio ci si sorride a vicenda e si lascia il passo, dopo qualche giorno diventa automatico aspettare, passare, incastrarsi e scontrarsi. Andare al bagno accanto ad altre persone, non avere mai un attimo di privacy, nemmeno in cabine. Un “normalità ” che alla lunga pesa, nonostante il clima positivo che c’è. C’è chi dorme in due e chi dorme in quattro e mediamente i turni di guardia sono sempre alternati e quindi chi si sveglia o chi torna a dormire nel cuore della notte sveglia gli altri, inevitabilmente.
Le crociere, quelle tanto decantate da Ministri della Repubblica e dai loro seguaci, sono cose sconosciute.
Ogni volontario o volontaria porta con sè un’esperienza umana oltre che professionale, tutte la persone hanno qualcosa da raccontare, da scoprire: “Il primo sbarco l’ho visto a 6 anni dal balcone di casa di mia nonna, erano albanesi e tutto il paese scese per aiutarli. Siamo persone di mare e solidali ed è naturale farlo”.
Emma è pugliese, ha una laurea in psicologia e fa l’insegnate. Ha passato l’ultimo anno a perfezionare la sua preparazione come soccorritrice in acqua per poter partire ed essere utile.
Il suo percorso umano passa per Ventimiglia, un’altra frontiera difficile: “A volte aiutare vuol dire anche solo passare una bottiglia d’acqua. Però alla lunga ti senti impotente e ho preferito specializzarmi ed essere utile in un altro passaggio della migrazione verso il Nord Europa”.
Di questo argomento a bordo si parla spesso. Chi ha già fatto soccorsi ed è in contatto con altre persone sa bene che tutti vedono l’Italia, la Grecia e la Spagna come Paesi di passaggio verso il nord, dove hanno familiari o amici da raggiungere.
Chi ha esperienza da vendere è Isabel, messicana rifugiata in Europa perchè minacciata dai narcos per il suo attivismo. “Quando cerchi di contrastare queste bande la cosa peggiore che fanno non è prendersela con te. che sei più esposto. ma con chi ti sta vicino, con la tua famiglia”. Ora vive a Londra e insegna arrampicata, altra sua passione. “Sono andata a Lesbo per un mese e ci sono rimasta due anni e mezzo, facevo la soccorritrice in mare per chi arrivava dalla Turchia”. Quel tratto di mare è piccolo, circa 11 miglia nautiche separano le due coste ma le numerose rocce a filo d’acqua e le correnti rendono difficile e pericoloso il passaggio.
Di Santi, il pompiere di Barcellona, ne ho già parlato in un altro diario, ma con lui c’è Angel, uno dei pompieri più specializzati di Valencia nel soccorso in ogni situazione. Tutti insieme, con il loro bagaglio professionale e umano, a bordo sono fondamentali. Sono quelli che fanno i peggiori turni di guardia, quelli notturni, che insieme a me e al mio collega Olmo Calvo puliscono la nave, aiutano Lorenzo, il nostro cuoco volontario di cui ho parlato nel diario di ieri e, nel momento in cui c’è un’emergenza si cambiano, mettono la tuta di neoprene e scendono in mare a salvare le persone.
Quando scendono in mare ci sono Esther e David, i due piloti delle lance veloci. Sono volontari e a bordo sono marinai. Si prendono cura della nave, pitturano e fanno manutenzione. Esther l’ho raccontata nel diario di qualche giorno fa, classe 1990 ma con 4 anni d’esperienza nel soccorso, mentre David è un tecnico radio di Mallorca che ha molti brevetti da soccorritore e pilota.
Ilaria e Cecilia invece sono il personale medico a bordo. Ilaria lavora negli ospedali italiani anche se ha iniziato la gavetta a Spagna, dove studiava. Ha preso l’abilitazione a Napoli, da lì si è spostata a Genova e ora Milano.
“Il pronto soccorso mi piace, è quello che voglio fare perchè impari tanto e ogni caso è diverso dagli altri”. Ilaria è giovane, ha poco più di 30 anni ma di esperienza ne ha. Cecilia è ancora più giovane, ha preso una laurea in infermeria a Madrid e da più di un anno lavora in un centro medico per i senzatetto: “Ufficialmente è per i clochard ma abbiamo persone molto diverse tra loro. A volte sono tossici che hanno una casa ma preferiscono non tornare per la situazione che li aspetta di scontro con la famiglia, abbiamo molti migranti che non sono nel circuito dell’accoglienza e non possono farsi nemmeno una doccia. In questo anno e mezzo ho imparato molto”.
Anche Ilaria e Cecilia nella vita quotidiana svestono i panni del team medico e lavano, cucinano e fanno le guardie, entrambe senza mai perdere il sorriso.
Arriviamo a terra, vediamo la Sicilia dove a breve sbarcheremo. L’ultima sera è diversa dalle altre, siamo tutti in coperta a chiacchierare e a raccontarci di più, a dirci che se qualcuno di noi passa per Madrid, Londra, Roma, Barcellona o Valencia ha un divano, un letto o almeno una birra pagata e quattro chiacchiere da fare.
Ogni missione è così, si condivide un’esperienza particolare ma che unisce. D’altronde se ci si pensa quello che avviene qua è qualcosa di strano: un gruppo di persone, tutti professionisti specializzati che si trovano su di un rimorchiatore di 35 metri in mezzo al Mediterraneo a pattugliare le coste libiche.
Siamo tutti un po’ pazzi, ognuno a modo suo, però in questo mese abbiamo aiutato più di 100 persone, scortando, dando cibo e assistenza medica. Una bella follia insomma.
Valerio Nicolosi
Open Arms, reporter di TPI
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Luglio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
UN AVVOCATO SI E’ FATTO CARICO DEGLI STUDI DEL PICCOLO RAYANE
Sgomberati dalla Polizia i 300 immigrati occupanti l’ex scuola di via Capranica a Primavalle, per il piccolo Rayane (il ragazzo, lo ricorderete, immortalato con una pila di vecchi libri che portava in salvo), non è finita la solidarietà degli esseri umani, che si faranno carico della voglia di studiare che questo undicenne di origini marocchine, dall’accento romanesco, ha platealmente mostrato.
È stata la fondazione Einaudi, a farsi avanti per prima. Un piccolo dono da parte loro (una decina di libri) è bastato a lanciare un segnale: sono pervenute alla fondazione diverse disponibilità a farsi carico degli oneri di istruzione per il ragazzo.
Per ora, ufficialmente, la fondazione ha fatto pervenire alla famiglia l’intenzione di un cittadino che dietro la promessa dell’anonimato (si sa solo che si tratta di un avvocato) ha preso l’impegno — per ora — di sostenere tutte le sue spese scolastiche per il prossimo anno, in attesa di sapere che ne sarà della sua famiglia, negli anni a venire. Non è la sola disponibilità pervenuta, altri cittadini si sono fatti avanti sull’onda emotiva, ma ora la famiglia di Rayane, travolta da improvvisa notorietà , si definisce «frastornata» e chiede comprensibilmente un momento di privata riflessione.
Nei prossimi giorni potrebbe quindi avvenire il contatto ‘fisico’ — al riparo dalla pubblicità — fra la famiglia e l’anonimo benefattore, e la consegna dei libri donati dalla fondazione.
Non è la solita storia della società civile migliore della politica, ma — insomma — quando le istituzioni precipitano nell’abisso della disumanità e quando uno scatto fotografico (da parte della fotoreporter freelance Cecilia Fabiano) è in grado di portarlo alla luce, spunta come per miracolo un ente, un’associazione o qualche privato cittadino a farsi garanti di valori costituzionalmente garantiti, trascurati da chi sulla Costituzione ha giurato.
La disumanità — stando ai fatti, fuor di retorica — consiste nel fatto che questo ragazzo di 11 anni era ormai perfettamente integrato nella scuola della zona (e l’istruzione dei minori, tutti, oltre a essere un suo diritto è un dovere delle istituzioni italiane), ed era ormai nel cuore delle sue insegnanti, tanto da aver promesso alla docente di matematica e scienze di volersi laureare.
Ora invece, lo hanno trasferito a 40 chilometri di distanza, al centro di Passolombardo, a Tor Vergata (estrema periferia Sud di Roma) gestito dalla cooperativa di promozione sociale ‘Tre fontane’.
Troppo rovinati, per essere i suoi libri di scuola, quei libri che portava via — si è poi saputo — erano dei testi antichi di filosofia e religione che la famiglia aveva acquisito in negozio di antiquariato a Roma, con l’intento di farne dono al nonno, insegnante in pensione in Marocco.
Ma quel gesto del ragazzo rivelava in modo inequivocabile quanta importanza rivesta — nel suo animo — lo studio e la formazione.
Nei pochi minuti concessi dalle forze di polizia, prima di esser portato via, Rayane è riuscito a mettere in salvo anche le pagelle, di cui va fiero, e il quaderno per i compiti per le vacanze, che tanti suoi coetanei, forse, avrebbero lasciato volentieri lì.
Ma l’obiettivo più importante per lui, ora, è mantenere la promessa fatta alla sua insegnante, di laurearsi. Anche se i suoi amichetti di scuola di Primavalle ha dovuto salutarli, per ricominciare tutto daccapo.
(da agenzie)
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