Dicembre 5th, 2018 Riccardo Fucile
UN GRANDE UOMO: ERA DI PASSAGGIO, SI E’ FERMATO PER PRESTARE AIUTO
“E’ morto perchè prima per noi vengono gli altri”, così lo ricorda un collega ancora incredulo
per la tragedia.
Si chiamava Stefano Colasanti e aveva 50 anni il vigile del fuoco che ha perso la vita nell’esplosione della cisterna nell’area di rifornimento del distributore Ip di Borgo Quinzio, nel Reatino.
Andava da Rieti a Monterotondo per far revisionare un mezzo dei vigili del fuoco. Ma quando, sulla Salaria nei pressi di Fara Sabina, ha visto l’incendio si è fermato e ha fatto quello che era abituato a fare: aiutare le persone.
*Non era nella squadra dei soccorsi che sono arrivati dopo l’incendio esploso durante il rifornimento di carburante della pompa di benzina: lui ha preceduto i colleghi perchè passava di lì ma è sceso, ha cercato di dare aiuto, ha dato l’allarme. Poi è stato investito dall’onda d’urto della deflagrazione che non gli ha lasciato scampo.
Appena il giorno prima per i festeggiamenti di Santa Barbara presso la caserma di Rieti, Colasanti, pompiere da 21 anni, aveva preso parte alle esercitazioni.
E qualche collega ora ricorda quei momenti quasi come un presagio. “Lui faceva il morto durante la simulazione dei soccorsi per l’esplosione di una cisterna di Gpl”, raccontano ora i colleghi trattenendo le lacrime.
Colasanti, originario di Vazia, era molto conosciuto a Rieti. Era un sindacalista della Uil e molti lo ricordano appassionato e sempre pronto a battersi per i diritti dei colleghi.
E poi aveva una grande passione: il calcio. Lui stesso aveva giocato e ora aveva preso l’impegno di allenare la squadra di calcio a 5 femminile del Cittaducale, una squadra che nella categoria sta dando buoni risultati.
Il vigile del fuoco lascia una figlia. E nella tragedia il destino ha voluto che il fratello, in servizio presso la Questura di Rieti, abbia saputo della morte di Stefano intervenendo sul posto.
Nell’incidente, altri sette vigili sono rimasti feriti: cinque del distaccamento di Rieti Poggio Mirteto e due del distaccamento di Roma Montelibretti.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 5th, 2018 Riccardo Fucile
“PRONTA A TORNARE A FARE IL VETERINARIO, IL PROGRAMMA DEL M5S ERA UN ALTRO”
“Se la legittima difesa non cambia, me ne vado a casa”. Parola di Doriana Sarli, deputata del Movimento 5 stelle e critica con il testo del dl sicurezza.
Sarli manifesta tutto il suo scontento in una intervista al Corriere della sera.
“Non siamo dissidenti. Io ed altri abbiamo solo ribadito la posizione M5s sull’immigrazione, che è quella del programma. Nel decreto c’è tutt’altro. Fino all’ultimo sono stata tentata di votare contro. Poi, per rispetto di chi ci ha lavorato, non ho votato. Noi siamo quelli del “nessuno deve rimanere indietro. Non voglio uno stato di polizia.
Sull’accoglienza, spiega
“si è fatto il contrario di quello che si doveva fare: erano da affossare Cara e Cas, non la microaccoglienza degli Sparar. In Italia gli immigrati non possono arrivare legalmente. Noi italiani abbiamo invaso il mondo e siamo emigrati ovunque. Aiutare i migranti a casa loro, vuol dire aiutarli a procurarsi i documenti per viaggiare in modo legale.
Sulla legittima difesa Sarli afferma:
Spero che si potrà discutere. la paura è solo percepita, i dati non giustificano un cambio della legge. Le persone condannate per eccesso di legittima difesa sono pochissime: l’eccesso va mantenuto, altrimenti si legittima l’assassinio. Più ti armi e più succedono tragedie.
Se il testo non cambiasse, Sarli si dice pronta a lasciare
“Se si va avanti senza migliorare la legge, allora mi dimetto. Non cambio gruppo, me ne vado proprio a casa. Ho fatto il veterinario per 30 anni, posso continuare a farlo. ”
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
HANNO LASCIATO FAMIGLIE E AMICI PER DEDICARE LE PROPRIE COMPETENZE ALL’ASSISTENZA DI CHI SOFFRE… GLI IRRESPONSABILI SONO QUELLI CHE SE NE FOTTONO DEL PROSSIMO
“Leggo le critiche sulla scelta di Silvia e mi si stringe il cuore”. Mariarita Ceccaroni è a Piglio, vicino a Frosinone, appena rientrata dallo Yemen e in procinto di partire per la Colombia, e si immedesima nella vicenda della cooperante rapita in Kenya.
“La prima volta che sono partita avevo 22 anni – racconta Ceccaroni, che ora ha 33 anni – per un’esperienza di volontariato in Etiopia con dei missionari laici. È allora che ho capito sarebbe stata la mia strada. Così una volta tornata ho preso una specializzazione in cooperazione internazionale e ho cominciato a lavorare con organizzazioni più grandi”.
Adesso con Save the Children ha appena concluso un periodo in una zona di guerra. “Dormire per sei mesi con l’incubo delle bombe non è piacevole, ma è il mio lavoro e se voglio salvare la vita di altre persone è un rischio che accetto. Save the Children prepara tutto il personale con formazione specifica, in cui per esempio si danno indicazioni su come comportarsi in casi di sparatorie o tentativi di rapimento. Certo, poi la realtà è un’altra”, ammette.
Ed è una realtà di cui si accetta tutto: “Una persona che si mette in gioco per salvare gli altri non è mai una persona leggera o irresponsabile – conclude Mariarita – il problema è che ormai si strumentalizza in ogni modo tutto ciò che riguarda il lavoro delle organizzazioni non governative”.
Andrea e Selina, una famiglia in Burundi “ È un progetto, non smania di altruismo”
Aspettano anche un bambino che nascerà a febbraio, ma questo non li fa desistere dal loro progetto di aiutare un popolo povero. “Staremo qui almeno fino al 2020 perchè io curo un progetto di formazione professionale e inserimento nel mondo del lavoro, mentre mia moglie si occupa di consolidare i percorsi scolastici dei ragazzi – spiega Andrea – Sono interventi a lunga scadenza, per questo dobbiamo stare qui a lungo”. In Burundi lavorano nei quartieri più disagiati della capitale Bujumbura ma questo non li spaventa.
“I giovani che come noi fanno questa vita, non si muovono in base all’emotività del momento e per una smania di altruismo. Chi è qua, lo fa perchè si mette in gioco personalmente in situazioni complesse e imprevedibili. Ma rispettando sempre le regole di sicurezza per non correre pericoli, avendo presente il rischio inevitabile dell’evento eccezionale”.
La coppia viene da studi in campo europeo sulle migrazioni. “Ma è in Africa che mi sono appassionato a questo lavoro, che ti mette di fronte a un bisogno enorme. Si incontrano volti e storie in cui ti viene chiesto di mettere un po’ di te. E la cosa interessante è che questo è un modo sia di aiutare il prossimo, sia di scoprire una parte di noi stessi”.
Andrea Sovani e Selina Faccin, marito e moglie, 31 e 26 anni, hanno lasciato Roma e Ivrea nel settembre 2017 e sono partiti per il Burundi, per conto di Avsi
Federica, con i medici in Sud Sudan “La prima regola è non spostarsi da soli”
Coordinatrice dei progetti per Medici con l’Africa Cuamm a 29 anni ne ha già alle spalle 8 di esperienza. Il suo ultimo incarico è stato in Sud Sudan, in una zona dove gli ultimi focolai della guerra civile non si sono spenti.
“Ci danno degli irresponsabili – osserva – ma chi lo fa non ha la minima idea di come lavoriamo. La mia è stata una scelta professionale, avevo studiato da infermiera e poi dopo tre mesi in Brasile ho capito che volevo specializzarmi, così ho studiato per il master in cooperazione internazionale. Ora gestisco e coordino progetti legati alla salute pubblica”.
Osserva che spesso a fare la differenza è la rete sul campo: “I rischi ci sono sempre, ma il Cuamm mi tutela con un’organizzazione e norme da rispettare che influenzano la mia vita: abito in un compound protetto da personale di sicurezza, non mi devo mai spostare da sola, prima di raggiungere avamposti si deve sempre contattare il personale locale”.
Il problema maggiore, però è tenere insieme le due vite, quella del lavoro e quella che rimane a Lurago d’Erba, in provincia di Como, dove ci sono gli amici e la famiglia. “Più vado avanti e più mi sento incompresa – dice Federica – non dagli affetti, ma da chi pensa di conoscere i posti in cui lavoro. Spesso apro i giornali e questa dicotomia è evidente, ma è anche per colmare questo distacco che mi impegno”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
INCOSCIENTE E’ CHI HA RINUNCIATO AD AVERLA UNA COSCIENZA, PER GIUSTIFICARE LA PROPRIA NULLITA’… SONO GLI STESSI CHE HANNO FINTO DI PIANGERE DESIREE SOLO DOPO MORTA, MA QUANDO ERA VIVE ERA SOLO UNA TOSSICA DA EVITARE
“Ragazzina incosciente”. Questo uno degli appellativi più gentili rivolti dal “Popolo della rete” alla giovane Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya.
Odio, astio sterile, frustrazioni e fantasie morbose, solitudine avvelenata, riempiono il vuoto di chi è davvero incosciente perchè privo di coscienza.
Di chi si sente addirittura libero perchè ha annullato la propria coscienza, ne ha spento la curiosità e la voce accettando di scambiarle con slogan rozzi e distorsioni semplificatorie e meschine della realtà forniti a basso costo intellettivo da politici e cariche istituzionali che sull’annichilimento delle coscienze costruiscono la propria fortuna.
La disperazione è più gestibile della speranza. La speranza porta a pensare, a vivere e condividere esperienze umane, ad immaginare.
L’immaginazione è un rischio inaccettabile per chi vuole rendere assoluto ed immodificabile il presente perchè nel presente è radicato il suo potere miope.
La disperazione porta chi il potere non lo ha a chiudersi in se stesso, a credere, proprio come chi lo ha, che il presente sia immodificabile, una condanna senza appello. La disperazione è il vuoto della coscienza.
È la speranza che ha portato Silvia nel villaggio di Chakama.
È la disperazione che ha portato Desirèe in quello stabile fatiscente nel centro di Roma dove ha trovato la morte. Sola, senza più sogni se non quelli chimici delle droghe.
Per Desirèe fiumi di pietà ma soltanto dopo che è morta. Prima, come migliaia di ragazze e ragazzi, Desirèe era solo una “tossica”, marginale, invisibile.
Ed è così che il potere vorrebbe i giovani: marginali ed invisibili; perchè i giovani sono sempre stati portatori di cambiamento, quello autentico, quello delle coscienze, non quello delle promesse elettorali.
Due volti di ragazza. Due foto sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. Due sorrisi, quello di Desirèe triste, smarrito. Quello di Silvia pieno ed allegro.
Forse se anche Desirèe avesse potuto avere il sorriso di Silvia sarebbe una giovane donna viva e non un angelo morto.
E Silvia? Silvia “ragazzina incosciente” con il suo sorriso ci insegna la speranza. Ed è con tutta la forza della speranza che vogliamo rivederla libera.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
ANNUNCIO CONGIUNTO DA PARTE DI OPEN ARMS, MEDITERRANEA E SEA WACHT: “VOLEVANO ELIMINARE I TESTIMONI DI QUANTO ACCADE, MA SIAMO ANCORA QUI”
Open Arms è partita mercoledì scorso da Barcellona. La Mare Jonio, ieri mattina da Reggio
Calabria. La terza nave, Sea Watch 3, da qualche ora ha lasciato le acque territoriali francesi.
Tra poco, le tre imbarcazioni si incontreranno in mezzo al mare, a poche miglia dalla “zona Sar” (Search and Rescue) libica per varare quella che, con un filo di orgoglio, gli attivisti presentano come la “prima operazione europea di monitoraggio del Mediterraneo”.
Si tratta, in effetti, di una piccola svolta nello scenario di questa zona. Piccola ma significativa.
Fino ad oggi, infatti, a operare in queste acque erano sporadiche missioni delle singole Ong. Le cui imbarcazioni, dopo mille difficoltà logistiche e politiche, riuscivano a raggiungere le acque interessate dalle rotte degli scafisti e a operare; laddove per “operare” non si deve intendere solamente il salvataggio dei migranti, ma anche il monitoraggio di una zona ormai abbandonata a se stessa e amministrata con metodi spesso discutibili dalle due guardie costiere libiche.
Una presenza sporadica, quella delle Ong, ma comunque fondamentale, che ha permesso di certificare come l’istituzione della Sar libica, pomposamente annunciata da Tripoli all’inizio della scorsa estate (e volentieri accettata come un dato di fatto dai governi europei che hanno così potuto scaricare sulla Libia tutto il “lavoro sporco”) sia soltanto una gigantesca messa in scena.
Da oggi, però, il fronte si allarga.
L’entrata in scena degli italiani di Mediterranea – all’inizio dello scorso ottobre – ha permesso alle Ong europee di rilanciare la loro sfida e di organizzarsi come mai prima d’ora avevano potuto fare.
Basti pensare che oltre alle tre navi, la missione vedrà il contributo di due aerei, il colibrì di Sea Watch e un altro biposto, anche questo italiano, messo a disposizione da un volontario milanese, un docente universitario di biologia che – a proprie spese – fornirà insieme a quattro amici assistenza tecnica e logistica dall’alto (anche se c’è ancora da risolvere qualche problema tecnico relativo al carburante e burocratico relativo alle licenze: a quanto pare dovrà tenersi lontano almeno 50 chilometri dalle coste libiche).
I velivoli svolgeranno anche attività di avvistamento, e questo sarà fondamentale dato che nelle ultime missioni svolte, le Ong sono state costantemente depistate dalla guardia costiera libica e dagli mrcc (maritime rescue coordination center) libico e maltese e tenute all’oscuro – grazie al silenzio radio imposto dalle autorità – di ogni attività in quella zona.
A bordo della Mare Jonio, c’è molta soddisfazione per questa missione, la terza da quando il progetto è stato avviato.
I risultati in termini di seguito e di popolarità sono ottimi, e il fundraising ha già superato i 300 mila euro di raccolta.
Ma il risultato più celebrato è quello politico. “Volevano desertificare il Mediterraneo, eliminare ogni testimone di quello che sta accadendo, con le motovedette e le inchieste politiche-giudiziarie”, dice Beppe Caccia uno degli armatori. “E invece, anche grazie alla nostra iniziativa, siamo ancora qui”.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
“PARADOSSALE CHE DARE UNA MANO SIA DIVENTATA UNA COLPA, OCCUPARSI DEGLI ALTRI TI RESTITUISCE IL VALORE REALE DELLE COSE”
Subito dopo il rapimento in Kenya di Silvia Costanza Romano ieri sui social network sono usciti
molti status che si chiedevano perchè andare fino in Africa per fare volontariato.
Giobbe Covatta, che a Nairobi ha mandato la figlia Olivia appena 21enne, spiega su Repubblica il motivo:
Perchè il volontariato può cambiarti la vita. È successo a me. Ma è accaduto anche a mia moglie, Paola, perchè le cose le facciamo sempre in due: continuiamo ad avere piacere di condividere certe cose. Occuparsi degli altri ti pone dinanzi a situazioni che ti restituiscono la misura reale delle cose, dei tuoi stessi problemi e angosce. Tante volte con Paola ci siamo ritrovati ad ammettere di aver avuto un «gran culo» nella vita. E questa fortuna va messa a frutto per gli altri.
Anche perchè ti rendi conto, poi, che certe fortune non sono così diffuse in questo pianeta. La percentuale di chi se la cava è bassa, perchè quelli malconci sono la maggioranza. E come diceva quella famosa filosofa del ‘900, Rita Pavone, «la storia del passato ormai ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzion».
Peccato che la lezione, ai tempi nazionalpopolare del suo Gian Burrasca, sia stata non tanto dimenticata quanto tradita.
Viviamo in tempi paradossali di criminalizzazione del mondo del volontariato, come se dare una mano sia diventato un motivo di colpa.
Non ho mai preteso o pensato che fare volontariato fosse nobilitante agli occhi degli altri, ma trovo fuori da qualsiasi logica che oggi sia quasi un motivo di colpa. Le parole hanno il loro peso. Fare oggi il volontario è quasi essere collaborazionista degli invasori.
A proposito di parole, allora, bisogna chiedersi se davvero i migranti in fuga da guerre e povertà possano realmente dirsi invasori. Basta andare sul vocabolario. Non c’è mica da filosofeggiare sopra.
(da agenzie)
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Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIA DI MOUSSA NDOYE, 29 ANNI DI PONTEDERA, CHE HA TROVATO LAVORO A FIRENZE
“1 novembre: 2018 da oggi Noè è ufficialmente un nostro collaboratore. Dopo 3 anni di accendini e calzini sul nostro ingresso si è meritato un posto al coperto. Benvenuto”.
È il messaggio che si legge sulla pagina Facebook della Bottega di Pasticceria di Firenze, che dal primo novembre ha assunto il 29enne di origini senegalesi Moussa Ndoye.
Per oltre due anni, Moussa ha venduto calzini proprio davanti a quel bar.
Ora potrà guardare al futuro con occhi diversi, grazie anche a chi ha voluto credere in lui e alla sua grande voglia di dare una mano
“Felice colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità “. Lo diceva Thomas Carlyle, storico e saggista scozzese del XIX secolo. E a distanza di tanti e tanti anni, nessuna frase può descrivere meglio il momento attuale.
Soprattutto quello di Moussa Ndoye, giovane 29enne originario del Senegal che da poco più di un paio di anni vive a Pontedera. E lui non chiedeva davvero altro. Da qualche giorno, Moussa ha trovato lavoro alla Bottega di Pasticceria, sul Lungarno Ferrucci di Firenze.
Scherzi della vita, perchè proprio fuori dalla porta di quel bar, Moussa — per tutti i clienti ormai “Noè” — ha fatto l’ambulante per più di due anni.
E prima di allora, aveva fatto lo stesso di fronte al bar Pappagallo, sempre nel capoluogo.
Da venditore ambulante, vendeva quel che riusciva a trovare nei negozi a basso prezzo di via Nazionale: accendini, fazzoletti, calzini.
Per racimolare qualche spicciolo, nel tentativo disperato di sbarcare il lunario. Da gennaio, il contratto che ora è part-time diventerà full-time e, soprattutto, a tempo indeterminato. Una svolta che, oggi come oggi, può cambiare la vita.
Una storia che, fino a pochi giorni fa, era quella di tanti altri ragazzi senegalesi. Soprattutto quelli residenti a Pontedera.
All’alba c’è il treno per Firenze, quindi puntata alle vetrine dei commercianti cinesi. Dalle 8 di mattina, più o meno, Moussa era lì alla porta della Bottega, a chiedere qualche centesimo ai passanti e agli avventori del bar.
A metà pomeriggio, nuovamente in treno per tornare a Pontedera, dove ancora oggi convive con altri sette connazionali, per 150 euro di affitto più le bollette.
Poi la svolta: il lavoro alla Bottega di pasticceria. Ora spazza, pulisce e sparecchia i tavoli in uno dei locali più prestigiosi del centro città . “Non ci volevo credere — racconta Moussa, che sta imparando l’italiano — è stata una bellissima emozione, e ho ringraziato tanto Simone, il mio datore di lavoro”.
Per Simone Bartolini, chef stellato e titolare della pasticceria, assumere Moussa è stato naturale. “Non volevamo assolutamente tutta questa risonanza mediatica, — spiega — e non credo di aver fatto niente di eccezionale, anzi”.
Bartolini, per la Bottega di Pasticceria, ha alle sue dipendenze una cinquantina di collaboratori, e Moussa è uno di questi. Niente di più, niente di meno.
“È un ragazzo che si è fatto apprezzare facendo tanti sacrifici — continua — Non è pietà , per me è stata un’assunzione come tutte le altre”.
Anche se, a giudicare dall’attenzione suscitata, sembra non essere così. Almeno per gli altri. “Sono stato anche chiamato in televisione a raccontare la sua storia — commenta Bartolini — ma non m’interessa, abbiamo un’attività da portare avanti”.
Moussa è arrivato in Italia nel dicembre 2015 con l’aereo e il visto turistico, a differenza di tanti altri suoi connazionali che arrivano con mezzi di fortuna.
Del resto, suo fratello Modou vive a Pontedera da quasi 15 anni. Alla scadenza, Moussa ha fatto richiesta di asilo politico, che da gennaio non servirà più: con il suo nuovo lavoro, il factotum della Bottega di Pasticceria potrà avere il permesso di soggiorno.
«Mi trovo benissimo con tutti i miei colleghi — conclude Moussa — e sono molto felice di quello che faccio». Ora Moussa può guardare al futuro con un occhio diverso, grazie anche a chi ha voluto credere in lui e alla sua grande voglia di dare una mano.
(da “il Tirreno”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
TROVATO IL SUO CORPO TRA LE VITTIME… DUE LAUREE, 30 ANNI, SI ERA TRASFERITA PER REALIZZARE I SUOI PROGETTI LAVORATIVI
C’è anche il corpo di Simona Carpignano, la 30enne tarantina emigrata in Francia, tra i cadaveri recuperati finora dalle macerie dei due palazzi crollati la mattina di martedì 6 novembre nel centro di Marsiglia. ‘E’ stato trovato il corpo di Simona. L’hanno vista, purtroppo.
L’attesa dei genitori, della famiglia, degli amici è finita: Simona è stata ritrovata senza vita sotto le macerie, quelle maledette macerie al 65 di rue d’ Aubagne, a Marsiglia, dove Simona sperava di trovare lavoro.
Lei che in tasca aveva due lauree e il sorriso dei suoi trent’anni pieni di sogni e voglia di fare’, riportano alcuni post del gruppo ‘Italiani a Marsiglia’ su Facebook.
La speranza che la 30enne, due lauree – una conseguita all’Università del Salento e l’altra a Marsiglia – la passione per l’arabo e il cinese e un lavoro da interprete, potesse essere ancora in vita è così svanita. E sono gli amici sui social network a dirle addio. ‘Combini sempre qualcosa. E adesso hai combinato pure questo. Ti voglio bene’ è la conclusione del lungo post in cui Vanessa parla della sua amica Simona, mentre alcuni commentano il post scrivendo che il suo ‘sorriso brillerà sempre, anche da lassù’ e altri aggiungono che ‘non ci sono parole, non ci credo ancora’ e che ‘ho pregato fino all’ultimo per una buona notizia, ma non è stato così’.
‘Non so davvero cosa dire’, scrive Vanessa rimarcando di non aver voluto parlare con i giornalisti in questi giorni per ‘rispetto nei confronti della famiglia’, ma ‘adesso sì che ho voglia di parlare di Simona’.
Vanessa la descrive come ‘una ragazza con una gioia di vivere insormontabile. Una ragazza che si pone gli obiettivi, li raggiunge e li supera brillantemente. Indipendente. Determinata. Plurilaureata’.
E spiega che Simona, con il ‘suo sorrisetto e il suo sguardo di sfida’, ha sempre detto che ‘le cose facili le lascio agli altri. Le cose impossibili sono per me’.
‘Ed è proprio vero – ricorda Vanessa – Ha raggiunto traguardi stimabili. Ha vinto un concorso con un progetto che ha studiato interamente da sola. Un progetto che è la sua speranza, la sua luce per Taranto, la nostra città . Lei è avanti. Lei è tosta. Testarda. È un’illuminata’.
E ancora: ‘Dove noi vediamo campi abbandonati a sè stessi, lei vede il futuro del suo progetto. La possibilità di dare una dignità e un alternativa a Taranto. Lei è umana. Ha un cuore grandissimo, si è sempre data al volontariato”.
“In ogni città in cui lei ha vissuto – dice ancota Vanessa – è entrata nel cuore di tutti, amata da tutti. Siamo nate e cresciute nella stessa via. Io lei e tanti altri nostri amici. Siamo cresciuti e ci siamo persi – aggiunge – chi vive sempre qui e chi, come me e lei, è partito”.
La 30enne tarantina aveva trovato casa da qualche mese in rue d’Aubagne. Aveva deciso di trasferirsi nella città francese ‘perchè purtroppo a Taranto non posso realizzare i miei progetti lavorativi’.
In Puglia, però, voleva tornare. E di progetti ne aveva tanti. Fra questi, l’idea della coltivazione e della lavorazione della canapa. E ancora, quella di realizzare una guida interattiva e multilingue della Puglia.
A Taranto due anni fa aveva collaborato in maniera volontaria a progetti per la valorizzazione dell’antica chiesa Sant’Andrea degli Armeni, un piccolo gioiello architettonico nel cuore della città vecchia.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA 15 ANNI, HA CERCATO DI SALIRE SUL LETTO PER IMPEDIRE CHE LA BIMBA DI UN ANNO MORISSE, MA ENTRAMBI NON CE L’HANNO FATTA
Federico Giordano stava giocando con la sua sorellina quando il fango si è insinuato sotto la porta di casa. “Papà cosa succede?”, ha urlato.
Giuseppe ha tentato di spingere fuori il fango con la scopa ma all’improvviso dentro la villa di Casteldaccia è stato l’inferno: nel giro di pochi minuti sono morti in nove.
La furia di acqua e fango ha spinto Giuseppe Giordano e la sua famiglia da una stanza all’altra della casa che da un paio d’anni aveva preso in affitto a ridosso del fiume Milicia, che straripando ha provocato la tragedia.
Proprio mentre Giordano stava cercando di portarsi in salvo, gli infissi sono scoppiati e la casa è stata invasa da fango e detriti. Federico è salito su un letto e ha preso la sua sorellina di un anno. “Papà la tengo io”, ha detto.
E con tutte le sue forze ha alzato al cielo la sua sorellina che intanto urlava per la paura.
Questa è l’ultima immagine che ha Giuseppe Giordano dei suoi due figli di 15 e un anno, entrambi morti nella tragedia di Casteldaccia con 7 altri parenti travolti dalla furia del fiume e dall’incuria, in una casa presa in affitto sulla quale adesso la procura di Termini Imerese vuole vedere chiaro.
Federico, un piccolo eroe, inghiottito dal fango con la sua sorellina. “Erano sempre insieme – dice una parente – e insieme sono andati via”.
(da “la Repubblica”)
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