Agosto 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI RICORDA I 132 MINATORI ITALIANI MORTI NEL 1956 A MARCINELLE
“Non dimentichiamo che Marcinelle è una tragedia dell’immigrazione, soprattutto ora che tanti vengono in Europa. Non sottostimiamo la difficoltà di gestire un tale fenomeno ma non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti”.
Lo ha detto il ministro degli Esteri Enzo Moavero intervenendo alle celebrazioni del 62mo anniversario dell’incidente nella miniera di carbone di Marcinelle, dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. Un messaggio, quello del ministro, che sembra rivolto alla linea intransigente anti immigrati del vicepremier leghista Matteo Salvini.
“Siamo stati una nazione di emigranti – ha sottolineato Moavero – siamo andati stranieri nel mondo cercando lavoro” e bisogna ricordarlo “quando vediamo arrivare in Europa i migranti della nostra travagliata epoca”.
“La tragedia di Marcinelle rappresenta prima di tutto la memoria del nostro Paese, del ricordo di tante persone che lasciavano l’Italia per andare a trovare un lavoro fuori”, ha detto Moavero a margine delle celebrazioni.
“Noi dobbiamo essere fieri di aver costruito un Paese che è riuscito a dare per tante generazioni lavoro in Italia senza più doverlo abbandonare. Oggi che siamo nei postumi della crisi economica, e che siamo di fronte alle sfide della migrazione, non dobbiamo dimenticare queste tragedie del passato che fanno parte di noi stessi, di quello che siamo stati e di quello che siamo”.
Sono stati tanti gli italiani “che lasciarono le terre natie cercando all’estero un futuro migliore per sè e per i propri figli, spesso affrontando viaggi incerti e pericolosi, condizioni impervie di vita” ricorda il ministro.
“Siamo stati, fino ai primi anni Sessanta del Ventesimo secolo, appena ieri, una nazione di emigranti nel mondo – sottolinea ancora Moavero -. Anche in Europa, siamo andati stranieri, in paesi stranieri, cercando lavoro. Partivamo, sovente con grandi disagi, alla volta di quegli stessi Stati europei (Belgio, Francia, Germania e altri) nei quali adesso possiamo andare a lavorare: cittadini dell’Unione Europea, fra altri cittadini della medesima Unione Europea, con analoghi diritti e doveri”.
“La libertà di circolazione dei lavoratori – insiste il ministro – rappresenta un oggettivo, nodale risultato positivo dell’integrazione del ‘vecchio continente’. Fu difficile trovare uno spazio, in tessuti sociali diversi dal nostro, fra non poche ostilità e anche prove di solidarietà : ma fu possibile per tanti, tantissimi”.
“Gli italiani emigrati e i loro discendenti – continua – hanno saputo inserirsi, a pieno titolo, con valore e vigore, nelle realtà estere in cui si erano recati”.
Sono trascorsi 62 anni da quel disastro, la mattina dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, scoppiò un incendio causato dalla combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica.
L’incendio provocò la morte di 262 persone delle 275 presenti. Di questi 136 erano emigrati italiani, 95 belghe, 8 polacche, 6 greche, 5 tedesche, 5 francesi, 3 ungheresi, una inglese, una olandese, una russa e una ucraina. In virtù di questa ricorrenza l’8 agosto è stata proclamata la ‘Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo’.
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2018 Riccardo Fucile
NATO 26 ANNI IN ERITREA DA UNA COPPIA DI COMBATTENTI E’ UNA DELLE SPERANZE AZZURRE AGLI EUROPEI DI BERLINO
Italiani, un popolo solo, tante razze e il profilo dei disegni più impensabili, mescolati fra di loro, ottenuti dalla mano creativa della storia e dagli oggetti che i piccoli e grandi protagonisti del nostro sport hanno toccato, impugnato.
Le scarpette di Eyob che potrebbe andare sul podio nella maratona europea di Berlino, il kalashnikov dal quale sua madre partigiana, asserragliata sui monti per la libertà dell’Eritrea, non si separava mai.
E poi gli stracci che il giovane veneto di Asmara strofinava sul lastricato della piscina che ogni mattina andava a pulire per mantenersi in vita, le scope, i mocho, i detersivi che gli rovinavano le mani ma che rimanevano indispensabili per racimolare quei quattro soldi sufficienti per continuare ad annaffiare la piantina dei suoi sogni di mezzofondista.
Si svegliava alle quattro e mezza e alle cinque la routine di operaio invisibile iniziava. Sino alla primavera del 2015, quando disse: “Se non ci provo adesso a far la vita del professionista, che ho 22 anni, quando?”.
Ora o mai più. Eyob Faniel Ghebrehiwet ha 26 anni e vive a Bassano del Grappa. Da qualche tempo si allena con l’ex maratoneta azzurro Ruggero Pertile.
Nel 2001 suo padre si era trasferito per cercare di curare le ferite che aveva ereditato dalla guerra d’indipendenza (sulle montagne aveva conosciuto la mamma di Eyob che nacque un’anno prima dell’indipendenza dell’Eritrea, nel ’92).
Lo spostamento venne facilitato dai meriti conseguiti dalla coppia partigiana. Pochi mesi dopo arrivarono i tre figli, Salomon, Eyob e Meron, cui la nonna già parlava in italiano quand’erano piccoli. Eyob comincia a correre, è smilzo, agile, abbassa i suoi personali ma si fa male spesso, soprattutto nella zona dell’anca.
Mentre migliora, allunga le distanze e e i suoi 45 chili si trovano sempre meglio.
La sua strada era la strada, non la pista, e se ne rese conto alla prima mezza maratona della sua carriera, a Verona nel 2013 (nel 2017 ha vinto la Venice Marathon in 2h12’27”). Lo hanno allenato Marco Maddalon e Giancarlo Chittolini. “Pe me le cose cambiano radicalmente quando dopo dieci anni di residenza ottengo la cittadinanza italiana”.
Il tutto avviene con il decreto presidenziale del 27 ottobre del 2015. Simbolico il passaggio di consegne agonistiche alla fine del 2014. Luogo Cittadella, evento mezza maratona. E’ il 28 dicembre, fa freddo ma c’è un sole forte che brilla e illumina corpi e anime.
A metà gara si staccano in quattro, poi due, poi uno. Dentro le mura trecentesche riecheggia lo speaker: “A un chilometro dall’arrivo un atleta da nome impronunciabile è in testa da solo!”. Eyob vince la sua prima “mezza”. Secondo arriva il suo allenatore di oggi, Ruggero Pertile, che l’anno successivo sarebbe finito quarto nella maratona mondiale di Pechino: “Abbiamo preparato la gara in altura”, ci spiega Ruggero che è rimasto con Eyob a St. Moritz sino al 28 luglio.
“Col fresco abbiamo effettuato ripetute lunghe, 35, 36 e anche 37 chilometri con la seconda parte della prova ad alta intensità per adattare il fisico ai costi energetici della gara. E a volte si va anche a digiuno”.
Mentre fanno su e giù, gli occhi di Eyob trovano un punto di contatto tra Italia e Eritrea, uno dei tanti: “Il legame con la mia terra di provenienza è forte e ispira il mio cuore. Torno spesso lì per allenarmi per siamo in altura e per salutare la mia nonna paterna, che vive ancora laggiù”.
E che adesso è bisnonna perchè due anni fa è nata Wintana, la figlia di Eyob. Nascere e crescere. Una cosa sola. Italia e Eritrea. Le due metà della mela.
Una sottile linea rossa, fatta di sangue che scorre e di piedi che vincono.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 7th, 2018 Riccardo Fucile
RICCARDO MUCI HA 31 ANNI, LA SECONDA ESPLOSIONE LO HA INVESTITO ALLA SCHIENA: “RIFAREI LA STESSA COSA”… LA VISITA IN OSPEDALE DEL PREMIER CONTE
“L’esplosione mi ha travolto, letteralmente. Se ho avuto paura? La paura è un sentimento
normale, è giusto che ci sia in ognuno di noi. E’ il comprendere la paura che ci permette di tornare a casa. Non siamo dei Rambo ma siamo innanzituttto degli esseri umani. In quel momento non mi sono lasciato trascinare dalle emozioni. Il mio primo pensiero è stato quello di capire l’entità del danno e mettere in salvo quante più persone possibili”.
Riccardo Muci, 31 anni, è il poliziotto eroe che tra i primi è intervenuto a Borgo Panigale, sotto il ponte dell’autostrada, dopo che un’autocisterna è esplosa sul raccordo.
L’uomo giusto al momento giusto: l’agente del commissariato Santa Viola è sceso dalla volante per allontanare gli altri automobilisti e bloccare il traffico.
In questo modo ha salvato delle vite, mettendo al riparo tutti prima che il gas contenuto nell’autocisterna esplodesse come una bombola. Ha lavorato finchè il dolore non l’ha costretto a fermarsi.
Perchè la palla di fuoco ha travolto anche lui. Adesso è ricoverato al reparto grandi ustionati dell’ospedale Bufalini di Cesena. Il premier Conte lo ha incontrato per ringraziarlo.
“Io sono Riccardo, sono un poliziotto e cerco di fare bene il mio lavoro”, risponde quando gli si chiede se si sente un eroe.
Originario di Copertino, da tre anni a Bologna dopo una parentesi a Milano, stamattina quando si è svegliato ha pensato: “Mi è andata bene. Certo, non l’ho detto proprio in questi termini…”.
Poi torna a quei momenti: “Dopo l’esplosione sono fuggito incitando le altre persone a seguirmi, allontanandomi dalla zona. Appena arivato alla mia macchina, il mio collega mi ha buttato dell’acqua fresca addosso in attesa dei soccorsi. Finchè ho retto il dolore ho dato una mano ai carabinieri per i soccorsi, poi il dolore e le ferite mi hanno sovrastato e mi sono dovuto fermare. Sarà una convalescenza molto lunga, non me la sanno ancora quantificare. Ma se mi dovessi ritrovare in una circostanza analoga interverrei comuqnue”.
Ora ha ustioni di secondo grado. Il calore che lo ha investito è sato così forte da sciogliere la maglietta ignifuga che indossava, che si è fusa con la sua pelle.
Il premier Giuseppe Conte è andato a incontrarlo: “Era emozionato, si è congratulato per quanto accaduto e poi abbiamo avuto una conversazione privata.
Per il poliziotto i medici stanno valutando la possibilità di un intervento chirurgico. Ma Riccardo sta reagendo col sorriso sulle labbra: pollici alzati e sguardo fiero, come nello scatto che in queste ore sta facendo il giro d’Italia.
Conte è poi andato all’ospedale di Bologna, dove sono ricoverati gli altri feriti, circa 100, tra i quali anche 11 carabinieri. Anche loro si sono precipitati in strada, in borghese, e armati solo di palette hanno bloccato il traffico vicino al ponte, lo stesso che poi è crollato.
(da agenzie)
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Agosto 6th, 2018 Riccardo Fucile
STORIA DI CARA, 27 ANNI, DELLA COSTA D’AVORIO, DIVENTATO CUOCO TALENTUOSO DELLA MENSA DEI POVERI
Si chiama Kone Karamogo, ma lo chiamano tutti Cara. 
Un soprannome che racchiude la storia di resilienza di questo giovane di 27 anni, originario della Costa D’Avorio e cuoco della mensa del Circolo Arci Bugiani di Pistoia.
Ama cucinare la pasta e fagioli, la lasagna ma anche i piatti del suo paese come l’Attièkè e parla con accento toscano.
Partito da Abidjan, dopo un viaggio durato più di un anno attraverso Mali e Algeria è arrivato il Libia, dove è stato detenuto e torturato dal gruppo criminale Asma Boys, prima di arrivare in Italia.
Una difficile integrazione e una fuga a Bardonecchia per cercare di raggiungere la Francia, fino all’incontro con la cucina italiana, che ha tirato fuori un talento e la sua capacità di aiutare gli altri, grazie a un progetto di volontariato diventato un lavoro e una nuova famiglia per Cara
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 5th, 2018 Riccardo Fucile
PARTITO DA SOLO DALL’EGITTO QUANDO AVEVA TREDICI ANNI
Soccorre i migranti perchè lo è anche lui. 
In mezzo al mare, perchè anche lui ha fatto il viaggio. E non è morto in quel naufragio solo perchè un’altra persona lo ha aiutato. Per poi morire davanti ai suoi occhi.
Hassan è egiziano, ha 30 anni, e fa parte del team di soccorsi di SOS Mediterranèe a bordo di nave Aquarius.
Non è la prima volta che è in mare, anzi. “Ho lavorato con la Marina Militare per l’operazione Mare Nostrum. Poi sono passato a Triton”, racconta sul ponte dell’Aquarius al termine di una giornata di preparazione alla zona SAR e quindi ad un eventuale momento di salvataggio.
“Ho fatto il viaggio quando avevo tredici anni”, spiega. “Ero con mio cugino. La mia famiglia non era d’accordo, sono partito da solo”, dice. Era il 2001.
“Cercavo qualcosa di diverso e avevo capito che in Egitto non lo avrei trovato. Ero piccolo, ma mi dovevo iscrivere alla scuola militare e ci voleva la raccomandazione ai tempi per un posticino. C’era qualcosa che non quadrava”, racconta.
“Tu volevi servire la legge ma per farlo dovevi corrompere la legge. Da lì è nata la mia personale scelta di andare via. Non avevo idea di come sarebbe stato il viaggio, e che avrei attraversato il mare”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
PARTENZA OGGI DAL PORTO DI MARSIGLIA PER LA NAVE DI SOS MEDITERRANEE CHE SFIDA I GOVERNI RAZZISTI
Aquarius riprende il mare. Partenza oggi dal porto di Marsiglia dove la nave di Sos Mediterranee
era approdata per l’ultima volta dopo la chiusura dei porti italiani alle navi umanitarie.
Alcune settimane di consulenze legali per decidere la nuova policy comportamentale alla luce della stretta data dal governo italiano alle operazioni di soccorso nel Mediterraneo per le Ong e la decisione di continuare la missione.
Con una certezza: “Fino a quando la Libia non potra’ essere considerato un porto sicuro, la Aquarius non fara’ mai sbarcare alcuna persona in un porto libico”.
Una linea di condotta ribadita alla luce dell’ultimo caso della Asso 28, la nave italiana di supporto ad una piattaforma petrolifera che lunedi, effettuando un soccorso sotto il coordinamento della Guardia costiera libica, ha riportato a Tripoli 101 migranti, in violazione delle leggi internazionali che garantiscono a tutti il diritto di chiedere asilo
Sos Mediterranee, alla partenza della Aquarius, ribadisce: “I recenti sviluppi sono molto preoccupanti, a cominciare dal riconoscimento di un centro di coordinamento di soccorso libico. E ancora la chiusura dei porti europei piu’ vicini alle Ong, le conclusioni incoerenti uscite dall’ultimo Consiglio europeo nonche’ l’assenza di un piano concreto a livello europeo che lascia le navi umanitarie nell’incertezza – dice Sos Mediterranee – Per la prima volta dopo oltre due anni ininterrotti di operazioni di ricerca e soccorso in mare, la Aquarius e’ stata costretta a fermarsi in porto per lungo tempo in modo da poterdi adattare, sul piano strategico e tecnico, al contesto drasticamente mutato. Aggiustamenti sul piano giuridico, tecnico e della trasparenza per fronteggiare il nuovo contesto in mare”.
A bordo della nave anche il team medico di Msf. “Il nostro obiettivo – spiega Claudia Lodesani, presidente di Msf Italia – resta sempre lo stesso: salvare vite umane, impedire che uomini, donne, bambini anneghino e portarli in un porto sicuro dove i loro bisogni primari siano assicurati e i loro diritti tutelati”
(da “La Repubblica”)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
HANNO IMPARATO L’ITALIANO ALLA PERFEZIONE IN PARROCCHIA: TUTTI OTTO E NOVE
Quando ci libereremo, potremo contare anche su Uzair e Amber, i due bambini arrivati in Italia dal Pakistan coi loro giovani genitori.
Forse vi ho raccontato di questi belli, educatissimi, gioiosi, straordinari bambini. Lui e lei, in pochi mesi, da settembre, hanno imparato l’italiano a perfezione e hanno chiuso il loro primo anno di studi in Italia promossi a pieni voti: otto, nove ed anche alcuni dieci
Nel giorno delle pagelle hanno commosso ed emozionato gli insegnanti e le volontarie che li hanno aiutati nei compiti, nei corsi pomeridiani organizzati dalla parrocchia dei Santi Urbano e Lorenzo, a Roma nord, gestita da giovani, intelligenti frati Paolini, perlopiù polacchi e dell’Est europeo
La parrocchia è l’ombelico di una umanità che nel tempo si è arricchita di nuovi colori, di nuove lingue, L’Est, l’Africa, l’Asia. E in parrocchia, importa zero se Uzair e Amber, come i loro genitori, sono musulmani
A settembre Uzair farà la prima media, Amber terza elementare. Presa la pagella, non si volevano fermare, hanno chiesto di poter continuare a studiare tutta l’estate.
Lo hanno fatto a luglio grazie alla dedizione del gruppo parrocchiale. “Ora riposate un po’ magari studiate di tanto in tanto a casa…Ma riposate…Ci vediamo a settembre”, hanno detto loro le insegnanti della parrocchia
Uzair e Amber hanno promesso che giocheranno ma studieranno e tanto. Hanno i libri per l’estate, regalo delle insegnanti della parrocchia. Uzair e Amber hanno voglia di crescere, di conoscere, di costruire il loro futuro.
Papà e mamma non si fermeranno, lavoreranno.
Sono giovanissimi, alle spalle la povertà del villaggio di lei, la povertà della megalopoli di lui. Uzair e Amber hanno dei risparmi. Lentamente crescono, ora sono arrivati i regali per la promozione. Prima di accettarli, hanno chiesto ai genitori. ” Desideriamo tanto un tablet, quando avremo risparmi a sufficienze lo compreremo…”.
Buona estate ragazzi.
(da Globalist)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA DIRETTRICE MANTIENE LA PROMESSA DI ASSUNZIONE FATTA AL RAGAZZO CHE FINO AD ALLORA CHIEDEVA L’ELEMOSINA DAVANTI ALL’INGRESSO
Da ieri mattina Osahon Ewansiha è un dipendente del Prestofresco. 
Il 30 giugno scorso era diventato l’eroe della catena di supermercati con sede a Moretta, nel Cuneese, dopo aver sventato una rapina, l’ennesima nel punto vendita di via Mercadante, a Torino.
Per questo la procuratrice dell’azienda, Domenica Lauro, ha deciso di offrirgli un’occasione: un contratto di apprendistato di tre anni.
Iniziato ieri mattina, alle 8,15, nel supermercato di via Clementi, a due passi da dove, fino alla scorsa settimana, chiedeva l’elemosina con un cappellino in mano.
“Sono felicissimo – dice – Con questo lavoro inizia il mio futuro”.
Il giovane, arrivato tre anni fa dalla Nigeria, indossa la maglietta rossa con il logo del supermercato e per qualche giorno sarà l’ombra del più giovane dei dipendenti, che ha il compito di insegnargli il mestiere.
“Devo caricare gli scaffali, controllare le scadenze e lavorare in magazzino – racconta con un certo orgoglio – È il mio primo lavoro vero qui in Italia: non pensavo che il mio gesto, quel sabato mattina, avrebbe portato a tutto questo. Mi ha rivoluzionato la vita”.
Osahon, che ha 27 anni, si era lanciato dentro al supermercato per bloccare un rapinatore che, armato di coltello, aveva minacciato la cassiera.
I due avevano lottato: il ragazzo aveva schivato diversi fendenti e, alla fine, il bandito era stato costretto a a fuggire.
I carabinieri però lo hanno identificato e arrestato due settimane fa: italiano, 28 anni, si era costituito quando aveva capito di essere ormai braccato e aveva confessato quella e altre rapine.
Racconta Osahon: “Io chiedevo l’elemosina perchè, anche se non avevo niente, non volevo rubare. Per questo ho cercato di fermare quell’uomo. Ho guardato quella cassiera in pericolo e ho pensato alla mia famiglia in Nigeria”.
E anche adesso, mentre impara dove caricare pasta e pelati, pensa a chi è rimasto al suo paese d’origine: “Ora potrò mandare soldi a casa: anche i miei fratelli contano su di me”.
Per sè, invece, immagina una vita qui a Torino, nel quartiere popolare di Barriera di Milano: “L’Italia mi piace perchè ci sono leggi certe – sostiene – Se quel rapinatore fosse stato arrestato al mio paese, probabilmente, sarebbe tornato libero con una telefonata fatta alla persona giusta”.
Ora che non è più costretto a vivere con 150 euro al mese, Osahon ha iniziato a fare progetti: “Vorrei trovare un piccolo appartamento da affittare tutto per me. Oggi vivo con alcuni miei connazionali. E poi tra qualche anno vorrei prendere la patente”.
Il ragazzo venuto dalla Nigeria con un permesso per motivi umanitari, oggi, può immaginarsi un futuro diverso anche perchè la dirigente del supermercato ha fatto di tutto per mantenere la promessa di un mese fa, nonostante le polemiche che – immancabili – hanno preceduto la sua assunzione.
“Ho ricevuto delle mail, mi hanno accusato di falso buonismo – racconta la direttrice – ma non ci voglio dar peso. Ho 70 dipendenti e sono tutti italiani. Questo odio razziale non porta da nessuna parte”.
Così Domenica Lauro è andata dritta per la sua strada e ha fatto in modo che tutto il percorso di Osahon fosse trasparente. Ha aspettato che il ragazzo rinnovasse il suo permesso di soggiorno in questura a Caserta e lo ha fatto iscrivere al centro per l’impiego perchè i suoi documenti venissero certificati.
Quando Osahon avrà finito il periodo di affiancamento, la sua giornata lavorativa comincerà alle 7,30 con l’arrivo dei prodotti in magazzino.
Ma a un patto. “Oggi ha un contratto di 25 ore alla settimana perchè abbiamo un accordo, io e lui: oltre a lavorare deve imparare bene l’italiano”, spiega Lauro.
Quattro ore al supermercato e altrettante dietro ai banchi di scuola, con gli insegnanti del consorzio Abele.
“Quando avrà finito la scuola potremo anche valutare di aumentare le sue ore di lavoro”, spiega la dirigente, e Osahon sembra non avere alcuna intenzione di deluderla: “Parlo ancora troppo poco l’italiano per poter essere utile ai clienti – ammette lui – ma imparerò tutto quel che serve. Voglio memorizzare prodotti, marchi, prezzi e promozioni”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI E I BELGI CI CHIAMAVANO MACARONI’
Camillo e Orlando Ferrante avevano poco più di vent’anni quando lasciarono la famiglia a Turrivalignani, il paese vicino a Pescara che allora contava non più di 500 abitanti.
Papà Antonio faticava da operaio all’Italcementi in crisi, e dal 1946 ai giovani italiani le miniere del Belgio promettevano lavoro e benessere, specie in quella zona abruzzese chiamata il «triangolo della fame».
Così il maggiore, Camillo, era partito nel 1955, come tanti altri ragazzi, destinato alla miniera del Bois du Cazier a Marcinelle.
Il secondo, Orlando, era partito nel 1956, qualche mese prima della tragedia che l’8 agosto avrebbe ucciso 262 minatori, 136 dei quali italiani.
Anche i fratelli Ferrante, 26 e 23 anni, come altri sette compaesani erano discesi nel pozzo al turno del mattino e non erano mai più risaliti, perchè poco prima delle 8, a 975 metri sottoterra, un incidente o una distrazione aveva scatenato le fiamme che avrebbero rapidamente divorato uomini e cavalli lasciando solo 12 superstiti.
Mentre il più giovane era celibe, Camillo si era sposato per procura in maggio con Laura Di Pietro, sua compaesana e coetanea, delegando papà Antonio a firmare le nozze civili in Comune.
Il matrimonio per delega avrebbe permesso alla sposa di raggiungere il marito all’estero. E così fu, infatti.
All’inizio di luglio il suocero, Antonio Ferrante, accompagnò a Milano la ragazza per consegnarla al treno diretto a Charleroi, e così i due novelli sposi Laura e Camillo si sarebbero abbracciati sulla banchina della stazione ferroviaria del distretto minerario di Marcinelle.
In attesa di trovare un appartamento, sarebbero andati ad abitare in una delle baracche che avevano ospitato i prigionieri di guerra polacchi, senza sapere che la loro storia, appena cominciata, sarebbe durata poco più di un mese.
Come tante altre «vedove bambine», anche Laura sarebbe subito tornata al paese: portando il lutto per una lunga vita, senza mai pensare di risposarsi.
Martedì pomeriggio, Laura Di Pietro è morta, a 87 anni.
Rimane una bella fotografia dei due ragazzi: lei più sorridente e più alta di lui grazie ai tacchi, lui con due baffetti scuri da uomo, dietro di loro la baracca del campo sterposo di Saint Nicolas. Lei in gonna e camicetta bianca, lui con un maglioncino chiaro di cotone, il braccio di lei sulla spalla di lui, quello di lui lungo la spalla di lei, sembrano avvinti (come l’edera) l’uno all’altra per sempre.
L’eleganza distingueva i minatori italiani dai belgi, che andavano a ballare con gli zoccoli il sabato sera, mentre i «macaronì» indossavano i mocassini.
Ora che Laura è morta, tocca a suo cognato Mario, il fratello di Camillo, tramandare l’epica tragica di una famiglia colpita due volte dalla ferocia del lavoro in miniera e dall’incoscienza degli amministratori belgi.
Mario aveva 8 anni quando avvenne quella che gli italiani di Marcinelle chiamano «la catastròfa»: «È stato papà ad accompagnare prima Camillo e poi Orlando a Milano». I futuri minatori venivano raccolti in piazza Sant’Ambrogio: il protocollo italo-belga prevedeva che venissero poi sottoposti alle visite dai medici belgi nei sotterranei della Stazione Centrale.
«Abbiamo saputo dell’incidente dalla radio il giorno dopo, nessuno ci aveva comunicato niente. Papà è partito subito e compare in una fotografia accanto al vescovo di Tournai che benedice le bare. Nostro padre sarebbe morto tre anni dopo in moto mentre andava a lavorare al cementificio».
Di secondo letto
Figlio di secondo letto (papà Antonio era vedovo della prima moglie e i primi tre figli erano orfani di madre), Mario ricorda che anni fa assistette alla traslazione delle bare. Sbirciando dentro quella di Orlando vide solo un po’ di polvere e un pettinino: «I corpi sono ancora sepolti nelle miniere e le bare sono rimaste vuote».
Tra qualche giorno ci saranno le celebrazioni di rito, che vorrebbero tener viva la memoria della più grave tragedia mineraria europea.
Andare in Belgio per ricordare la catastrofe? «No – rispondeva Laura –, tu ci andresti nel posto dove è morto tuo marito a 26 anni abbruciato sottoterra? Io non ci vado».
(da “il Corriere della Sera”)
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