Maggio 28th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMMIGRATO EROE DI 22 ANNI E’ STATO RICEVUTO ALL’ELISEO DAL PRESIDENTE MACRON
Ha salvato un bambino che era sospeso nel vuoto appeso al balcone del quarto piano di un palazzo, nel XVIII arrondissement di Parigi, arrampicandosi sulla facciata dell’edificio come uno scalatore.
Per questo Mamoudou Gassama, 22enne sans-papier maliano, diventato un “eroe” in Francia dopo che il video amatoriale che riprendeva l’impresa di sabato è stato visualizzato milioni di volte, è stato ricevuto all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron.
Il capo dello Stato ha annunciato che gli sarà concessa la cittadinanza onoraria francese e che il giovane entrerà a far parte dei pompieri.
(da agenzie)
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Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile
E CHE RESTINO “DIVERSI” IN UN MONDO CHE VALUTI IL MERITO E L’ONESTA’ NON I COLORI
“Ma qual è il tuo amico Francesco?”, chiedo a mio figlio. 
“Quello magro”, risponde lui.
Guardo la foto di classe, cerco. I conti non mi tornano.
Ricordavo… mi sembrava… forse sbaglio.
Provo a richiederglielo. “Ma ce ne sono tanti magri”, ritento.
E mio figlio: “Quello con il maglione viola”.
Cerco nella foto, ce n’è un paio con un maglione viola o bluette. Sto per dirglielo, “Ma quello…?”. Allora mi fermo. Capisco.
Mio figlio non vede i colori. Non perchè sia daltonico. Semplicemente per lui il compagno non è nero. È soltanto Francesco.
Buono o miserabile; simpatico o stronzo. Chissà . Ma non bianco o nero.
No, non voglio dire che mio figlio sia buono. E nemmeno che i nostri bambini siano migliori di noi. Ma hanno avuto la sorte di vivere in un mondo più grande.
Me la ricordo ancora la prima volta che ho visto un nero, anzi, un negro come si diceva negli anni Settanta. Era vicino al campo di pallone della chiesa, aveva i pantaloni cachi e una camicia azzurra. I sandali. Camminava attaccato al muro e tutti noi lo guardavano, lo indicavamo con il dito puntato. “Guarda!”.
Soltanto oggi, dopo aver parlato con mio figlio, mi chiedo cosa deve aver sentito quel ragazzo vedendosi indicato. E provo un senso di colpa.
Provo disagio ricordando il giorno che il mio amico Mattia si presentò con il suo ragazzo e io piantai gli occhi per terra non sapendo che faccia fare.
Chissà se anche lui ricorda quel mio sguardo vile.
Vorrei chiamarlo adesso, dopo tanti anni, all’una di notte, e chiederglielo. Vorrei dirgli: “Scusa”.
Speriamo che i nostri figli — nonostante le urla di chi vorrebbe farci vedere di nuovo in bianco e nero — non imparino dai grandi.
Speriamo che non si lascino riportare in un mondo più piccolo. Angusto.
Se non riusciremo mai a considerarci TUTTI uguali, speriamo almeno di arrivare a essere TUTTI diversi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile
NON RESPIRAVA, SALVATA IN RIANIMAZIONE… SAMIR HA 11 ANNI, E’ UN PICCOLO PROFUGO, MA HA DIMOSTRATO COSA VUOL DIRE ESSERE UOMINI… IMPARATE, MERDE RAZZISTE
Samir ha undici anni e ha salvato a vita alla sua sorellina di dodici mesi.
Quando ha visto che faticava a respirare, tanto, troppo, non è rimasto ad aspettare l’ambulanza che aveva chiamato la mamma.
L’ha presa in braccio e ha corso a perdifiato fino alla sede della Croce Rossa.
I volontari in servizio l’hanno visto comparire dal buio con quella bimba e si sono immediatamente mobilitati. «Non respira – ha detto un filo di voce Samir – fate qualcosa voi per favore, presto».
E le terapie rianimatorie, quelle salvavita, hanno consentito alla bimba di riprendere a respirare. Una volta all’ospedale, superata l’emergenza, si è scoperto che era stato un improvviso attacco epilettico a mettere a repentaglio l’esistenza di quella piccolina.
«La porto io»
È successo l’altra sera in centro a Sanremo, intorno alle 23. Samir (nome di fantasia), un bimbo-migrante, vive con la mamma e due sorelline in un appartamento sociale in via Volta.
Quando la sera la piccola si è sentita male la madre ha chiamato il 112 e poi è scesa in strada ad aspettare l’ambulanza.
Erano in quattro: lei, la piccola che non respirava, un’altra bimba di pochi mesi e Samir. Preoccupata, in stato di choc, ha visto Samir scappare via sotto i lampioni con stretta al petto la figlioletta che non respirava quasi più.
«La porto alla Croce Rossa» – le ha detto – poi ha iniziato a correre veloce come il vento, come può correre un ragazzino di undici anni che tiene in braccio la sorellina e che ha paura che il suo cuoricino possa smettere di battere da un momento all’altro. Ad ogni passo sempre più vicino alla speranza di non arrivare troppo tardi.
Quei quattrocento metri Samir li ha divorati ed è arrivato in pochi minuti in via Pisacane, alle porte della sede della Cri, stremato. Ha teso le braccia e affidato la piccolina a chi poi ha saputo porre rimedio a quella grave crisi respiratoria legata ad un male insidioso che si è manifestato per la prima volta.
Sull’ambulanza
Poco dopo Samir è salito sull’ambulanza ed è stato portato in ospedale di Sanremo insieme alla sorellina. Al «Borea» ha si è ricongiunto con la mamma e con l’altra sorellina neonata. Era in stato di choc.
Nel frattempo le avevano raccolte in mezzo alla strada i miti di un’altra ambulanza (quella della chiamata al 112) che era corsa in ospedale senza capirci molto di quello che era accaduto.
I complimenti
Hanno passato la notte tutti in ospedale, con la storia della sorellina salvata dal fratello undicenne che ha preso corpo con il passare delle ore e che dal pronto soccorso ha fatto a poco a poco il giro dei reparti. Ha visto per lui sorrisi, carezze e quello che si può trovare in posto difficile un ospedale per dire a un ragazzo che ha fatto una cosa grande, da una caramella, una tazza di cioccolata ad un guanto di lattice gonfiato, annodato trasformato in un pesce palla con la complicità di qualche nodo e di tratti di pennarello. In pediatria si sono tanti giochi per i bambini, giornaletti, ma lui è rimasto nella camera della sua sorellina, con la mamma, a vegliare su di loro.
Un bimbo che, con tutto quello che ha passato per arrivare in Italia, probabilmente era già diventato uomo prima del tempo.
E che l’altra notte ha capito prima di tutti che era venuto il momento di dimostrarlo, per il bene della sua sorellina.
(da “La Stampa”)
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Maggio 19th, 2018 Riccardo Fucile
“AGLI ASSASSINI DI MIO PADRE HO DETTO: RACCONTATE LA VERITA’, SOLO COSI’ SARETE UOMINI LIBERI”
L’incontro in carcere con Giuseppe e Filippo Graviano è stato guidato unicamente da un lungo, complesso percorso personale e dettato da una forte e urgente esigenza emotiva.
Ho sentito la necessità , in quanto figlia di un uomo che ha sacrificato la propria vita per i valori in cui ha creduto e per amore della sua terra, di dovere attraversare questo ulteriore passaggio importante per il mio percorso umano e per l’elaborazione di un faticoso lutto.
Un incontro che ha assunto come unico motore la necessità di esprimere un dolore profondo inflitto non solo alla mia famiglia, ma alla società intera.
La richiesta di incontro con Giuseppe e Filippo Graviano nasce dunque come fatto strettamente personale. E chiedo che tale debba rimanere.
Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi pur avendo fatto del male è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società , è capace di chiedere perdono e di riparare il danno.
Riparare il danno per me vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità .
Si tratta di un contributo di onestà che gli uomini della criminalità organizzata devono dare principalmente a loro stessi, perchè chi uccide, uccide la parte migliore di sè.
E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità , i figli potranno essere orgogliosi dei padri.
Ora è importante che io possa continuare quel dialogo che è stato interrotto, con enorme dispiacere registro la mancanza di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni preposte a fronte di una mia richiesta reiterata alcuni mesi fa.
E voglio fare un’altra considerazione.
Pur nell’ambito del profondo rispetto che nutro per le istituzioni, e pur cosciente della complessità del percorso che deve portare i giudici della corte d’assise di Caltanissetta alla stesura delle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, da figlia ritengo che il passaggio di più di oltre un anno per il deposito del provvedimento sia un tempo troppo lungo.
Anche dal deposito di quelle motivazioni dipende un ulteriore prosieguo dell’attività giudiziaria, della procura di Caltanissetta e del silente Consiglio superiore della magistratura, per far luce su ruoli e responsabilità di coloro che hanno determinato il falso pentito Scarantino alla calunnia.
A causa di questo depistaggio, sono passati infruttuosamente 25 anni.
Fiammetta Borsellino
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Maggio 12th, 2018 Riccardo Fucile
FEBBRAIO 2015, NASCE “SOVRANITA'” IN APPOGGIO ALLA LEGA… PIZZE, PALCHI E CENE CON UN INFAME, EZRA SI RIVOLTA NELLA TOMBA
Ha suscitato polemiche la fotografia che ritrae Matteo Salvini allo Stadio Olimpico con indosso la
giacca del brand legato CasaPound.
Abbiamo già dimenticato quando il leader della Lega con i “fascisti del terzo millennio” ci andava a cena.
Era il 2015.
Nel febbraio dello stesso anno viene lanciata “Sovranità ”, una formazione politica nata dall’appoggio dei “fascisti del terzo millennio” al leader della Lega con l’obiettivo di rivendicare la sovranità in campo monetario, economico e politico dell’Italia.
Salvini e i vertici di CasaPound condividono, in nome della nuova alleanza, piazze, palchi, e cene al ristorante.
Una fotografia del 12 maggio 2015 ritrae Salvini a tavola con i principali leader del movimento, fra i quali Simone Di Stefano, Gianluca Iannone e lo stesso Francesco Polacchi, titolare del marchio con un picchio stilizzato chiamato “Pivert”, quello indossato da Salvini all’Olimpico durante la finale di Coppa Italia Juventus-Milan, finita in maniera non fortunatissima per i rossoneri tifati dal Capitano.
Francesco Polacchi è il leader del Blocco Studentesco, l’organizzazione giovanile del partito
La lista Sovranità avrà vita breve, ma una cosa è certa: il filo che unisce la Lega a CasaPound non si è mai rotto.
“E’ evidente che fra noi e la Lega c’è una continuità ”, ha affermato il leader del partito Simone Di Stefano in una recente intervista.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 9th, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO LA POLITICA ERA FATTA DA UOMINI VERI, NON DA CIALTRONI…”UN AVVERSARIO FORTE E RISPETTOSO, NON DIMENTICHERO’ MAI LA SUA CORRETTEZZA E LA SUA VISITA ALLA SALMA DI BERLINGUER”
«A trent’anni dalla morte ricambio il gesto che Almirante fece verso le persone a me più care, Valenzi e Berlinguer, andando all’iniziativa che hanno organizzato per lui»
A scorrere i nomi del parterre che il 22 maggio si è dato appuntamento per ricordare Giorgio Almirante uno spicca subito: è quello di Antonio Bassolino
«Partecipo con piacere».
Lei è l’unico di sinistra. Perchè ha accettato l’invito?
«Per ragioni napoletane e nazionali».
Almirante è stato in consiglio comunale a Napoli.
«Un grande personaggio della Sala dei Baroni. Capolista del Msi nell’80, quando Maurizio Valenzi si ricandidò a sindaco e fu rieletto, Almirante era capo dell’opposizione».
Che avversario era?
«Forte e rispettoso. Poi ci fu il terremoto. Che fu catastrofico nelle zone del cratere, ma disastroso in città non solo per i danni materiali, ma dal punto di vista politico. Il 23 novembre cambia la storia della città . Cambiò tutto. La camorra fece un salto di qualità , i grandi sforzi delle giunte Valenzi fecero i conti con quella vicenda. Ricordo benissimo, io ero segretario regionale del Pci, facevo la spola tra il cratere e Napoli e ricordo l’appello di Maurizio a tutte le forze».
Chiese una sorta di tregua.
«Certo. Chiese a ognuno di fare la propria parte. Almirante rispose positivamente a quell’appello e non lo dimentico. E poi lui è rimasto in consiglio comunale fino all’84. Lo lasciò quando morì Marcello Zanfagna, un parlamentare del Msi. Almirante si dimise per fare subentrare il figlio di Marcello, il primo dei non eletti. Per dire come contavano i rapporti umani e personali in politica».
Ora non più?
«No. Quando sono stato eletto sindaco nel ’93 avrei potuto prendere tempo, invece mi dimisi da parlamentare subito perchè il primo dei non eletti era Guido De Martino ed era il figlio di una persona carissima come Francesco De Martino. Eravamo così».
Quando ha reincontrato Almirante?
«Ero alle Botteghe oscure quando Almirante venne a rendere omaggio alla salma di Berlinguer. Per noi, la famiglia del Pci, fu molto importante. Ero lì quando due compagni della vigilanza mi avvertirono che in fila c’era Almirante. Io andai verso di lui, un altro compagno avvertì Pajetta, uno che si era fatto parecchi anni di galera da antifascista. Eppure Giancarlo scese subito e lo fece entrare. E Almirante rese omaggio alla salma di Berlinguer. Come, anni prima, accolse l’appello di Valenzi. Per me ha contato molto, ad Assunta Almirante l’ho detto più volte. E questo dimostra anche la straordinaria intelligenza degli uomini della vigilanza del Pci, di solito ex operai. Capirono subito che era un omaggio a Berlinguer. Due ore fa è morto il padre di Angela, la mia segretaria storica, faceva la vigilanza notturna al Pci in via dei Fiorentini. Ha fatto questo per anni. Bisogna avere rispetto, altrimenti la politica cosa diventa?».
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
A BORDO DEL COLIBRI SORVOLERANNO LE ACQUE A 50 CHILOMETRI A NORD DI TRIPOLI PER INDIVIDUARE LE IMBARCAZIONI IN PERICOLO… NEI PRIMI 4 MESI DEL 2018, 571 PROFUGHI MORTI AL LARGO DELLA LIBIA GRAZIE ALLA POLITICA CRIMINALE DELL’EUROPA
Hanno speso tutti i loro soldi perchè non c’era il tempo per una colletta: le navi delle ong al largo del Mediterraneo “hanno bisogno del Colibrì“.
È questo il nome dell’aereo che Benoà®t Micolon e Josè Benavente hanno comprato per 130mila euro con l’intenzione di diventare gli occhi del mare: “Sorvoleremo un rettangolo di 150 chilometri da est a ovest, a 50 chilometri a nord di Tripoli, per segnalare ai soccorritori e alla guardia Costiera italiana la presenza di imbarcazioni a rischio”, hanno detto a Le Monde. E lo faranno con il loro MCR-4S, un aereo turistico che da oggi salverà vite umane.
“Non c’era più tempo”
Partiti il 30 aprile da Annemasse, l’operazione dei due piloti è iniziata ufficialmente mercoledì due maggio, con base a Malta. Ma il loro impegno risale al 28 gennaio scorso, quando fondano Piloti Volontari, associazione nata proprio con l’obiettivo di dare sostegno dall’alto al lavoro delle ong: “All’inizio, avevamo pensato a un crowdfunding per trovare i soldi, ma ci sarebbe voluto troppo tempo. Con l’arrivo della primavera ricominciano le partenze da Tripoli” ha spiegato Josè Benavente, consapevole che nei primi quattro mesi del 2018 sono morte 571 persone al largo delle coste libiche, secondo l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni.
Nello stesso periodo del 2017 erano stati registrati 1.091 morti, ma gli arrivi in Europa erano stati 44.058, contro i 18.939 di quest’anno.
Pilota automatico e dieci ore di autonomia
“Quando i soccorritori di Sos Mediterranèe ci hanno spiegato i loro problemi nell’individuare le imbarcazioni in spazi aperti, abbiamo capito che saremmo potuti essere davvero utili, da subito” raccontano i due.
L’idea di fondo è che setacciare il mare da un aereo che sorvola l’acqua a bassa quota è decisamente più facile rispetto a un’osservazione fatta dal ponte di una nave. Un’idea che ha spinto Micolon e Benavente a bruciare le tappe: giusto il tempo di depositare lo statuto dell’associazione, trovare e comprare l’aereo e farci installare un pilota automatico per potersi concentrare sul mare, con un sistema satellite che permette di comunicare con le ong e un riserva di carburante che consente di volare per dieci ore di fila.
I due piloti si sono conosciuti nel 2006 sui banchi di una scuola piloti. Micolon arriverà alle 6.000 ore di volo a bordo del Colibri, dopo aver iniziato la carriera spegnendo gli incendi nelle foreste del sud della Francia.
Si trovava in riposo a Chamonix quando Benavente, originario di Lione ma da anni stabilito a Kinshasa, lo ha chiamato: “Non avevo neanche finito la frase che lui mi aveva già detto di si” racconta Benavente, 49 anni, che meditava da molto tempo l’idea di sorvolare il Mediterraneo per salvare i migranti.
§“Abbiamo iniziato con i soldi che avevamo, ora abbiamo aperto un sito per raccogliere donazioni” dicono. “Dietro alla nostra iniziativa c’è l’idea che tutti possano partecipare, anche solo con qualche euro”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
UNA CITTA’ CHE NON HA BISOGNO DI VINCERE UN TRICOLORE PER SCOPRIRSI GRANDE, MA DI NORMALITA’ DI GESTI E COMPORTAMENTI… GUARDANDO SEMPRE IN ALTO CON PASSIONE
Erano anni che non seguivo più il calcio. Da ragazzo, per la verità , la “facevo nera”… Con gli amici
dell’adolescenza, era una “partita di calcio” continua..
Il quartiere nel quale vivevamo era – come, purtroppo, ancora è! – una delle zone più povere della città . Le estati passavano lente, ma “piene”. Non si andava in villeggiatura, non si poteva. Si poteva giocare a pallone, però: sotto casa, nella piazzetta di fronte alla Parrocchia (proprio in Piazza Miracoli, insomma) ovvero, ancora, al Bosco di Capodimonte
Ricordo ancora gli “inseguimenti” dei guardiani del Bosco che ci volevano impedire di giocare sulle lunghe distese di verde che circondavano la Reggia.
Ricordo noi che “fuggivamo”; che facevamo il giro della Reggia (era – anzi, per meglio dire, è! – enorme il Palazzo del Museo di Capodimonte) per riportarci proprio nel punto dal quale ci avevano cacciato, per riprendere la partita, e proprio dal “minuto” in cui “ci avevano costretto” ad interromperla.
Benchè fossi nu “tappariello”, un puffetto, va (del resto sarò cresciuto giusto qualche millimetro rispetto a quei tempi), io giocavo in porta. Provavo ad emulare i grandi Castellini e Dino Zoff..
Ricordo che gli amici mi prendevano in giro, perchè – per usare una loro espressione – io ero “professionistico” (che bello essere ragazzini ed inventarsele, addirittura, le parole). Che ci mettevo impegno, quasi come se si trattasse di una questione di “professionalità ” e di onore
Un po lo era, una questione d’onore, per la verità : in ogni cosa che facevo, dalla più banale a quella più complessa, volevo eccellere. Volevo essere il primo: chi avevo di fronte, se la doveva sudare.
E fu così, per esempio, che, mentre cercavo di fermare un attaccante lanciato a rete, presi un calcio trememdo in pieno viso. “Mamma mia”, che botta! Lui non segnò, comunque: nel “prendere” il mio viso in pieno, si perse la palla che sfilò, così, a fondo campo. Piccole soddisfazioni capaci di lenire il dolore fisico, e fino al punto da farti diventare il piccolissimo “eroe” della giornata
Ricordo le risate. Gli sfottò. Quel senso di fraterna amicizia – di amicizia spensierata e piena – che riempiva i racconti, le emozioni ed anche tutte le marachelle che facevamo.
Marachelle “tranquille”, comunque: noi altri, al di la dell’atteggimanetro perennemmente “bellicoso”, eravamo degli “scuginizzi perbene”. Eravamo dei “romantici”, e manco lo sapevamo..
Le nostre, erano famiglie semplici. Non erano ricche dal punto di vista economico. Però, ci seguivano. Ci davano tutto quello che potevano. Soprattutto, ci davano amore (misto a cazziate, cazziatelle e cazziatone di vario genere). Del resto, si sa: “mazze e pagelle fanno ‘e figli belli!
Anni davvero belli, quelli. Ci si divertiva con poco e si aveva rispetto per gli altri, anche quando il naturale istinto di sana ribellione ci spingeva a pronunciare un no irriverente e vibrante
Crescendo, il calcio, pur conservandosi nel profondo del cuore, come passione, avevo smesso di seguirlo.
A 12, 13 anni, avevo (già ) capito che il mio futuro, che la mia crescita, sia umana che professionale, sarebbe passata esclusivamente per lo studio. Che le energie dovevano essere convogliate nel provare ad allargare la mente. Nel farla lavorare. Non mi sentivo predestinato a fare il garzone. Volevo conoscere e sapere le cose. Ero curioso. Soprattutto ero attratto dalla bellezza, innazitutto dei “suoni”. Di tutti i suoni…
Ogni persona che conoscevo mi appariva (sempre) come una sorta di figura musicale. Qualcuno era come una “semibreve”, in quanto tale, lunga e vibrante. Qualcun altro, invece, mi sembrava una “semicroma”: veloce e sfuggente.
Ognuna di esse vibrava, però. Lasciava un segno. Ti comunicava qualcosa.
Non so perchè la mia mente mi spingesse a consumare quella specifica associazione di idee. So soltanto che continuo ancora a farlo: se qualcuno “vibra male” o, addirittura, non vibra proprio, beh, allora vuol dire che è una “nota stonata” e che posso anche “cancellarla” dal pentagramma..
E che cosa affascinante, poi, quando alle superiori, iniziai a studiare filosofia. Sembrava quasi che fosse scritto da qualche parte che dovessi affacciarmi ad un mondo così “meravigliosamente meraviglioso”. Un viaggio, profondo e perenne, nei pensieri; anzi, nel pensiero… Io, già rompicoglioni di mio, quasi per vocazione innata, lo diventavo sempre di più, e soprattutto con (e verso) me stesso
Lentamente, però, quella passione per il calcio è riesplosa. Lentamente, insomma, ho ripreso a seguire il Napoli, gioiendo e/o soffrendo per le sue vicende
Ho anche preso a fare cose che da ragazzo non mi potevo permettere: comprare una maglietta del Napoli, indossarla e semtirmi quasi un “Re”.
Lo so, vi farò sorridere. Ma quando vieni dai “sottoscala”, ogni cosa sembra avere un sapore diverso. Ogni cosa sembra avere una magia unica ed irripetibile, soprattutto quando quel “poco” te lo sei comprato con le tue forze; quando (quel poco che hai), è frutto del tuo lavoro o, perchè no, magari anche di qualche piccolo risparmio.
Ma non è questo il tema vero di queste riflessioni. Il Campionato di Serie A volge al termine. E’ stata una stagione per lunghi tratti vibrante ed appassionante. Il Napoli è almeno 4 volte tanto inferiore alla Juventus, eppure, i nostri scugnizzi, hanno quasi fatto l’impresa lo stesso. Diciamoci la verità , ci hanno regalato momenti davvero emozionanti e tante, tantissime lagrime di gioia, irrazionale, calda ed avvolgente..
Ieri, al 99%, il discorso scudetto si è chiuso definitivamente.
La cosa fa male. Ci avevo creduto. Soprattutto speravo che, in modo particolare nelle ultime 4 giornate di questa stagione, si potesse vivere il tutto in un clima privo di dietrologie e sospetti. Che gli arbitri non diventassero i protagonisti indegni delle sorti degli sfrorzi degli atleti in campo e delle aspettative delle rispettive tifoserie.
Ma il “gioco” è quello. Funziona così. Nonostante la VAR, gli episodi capaci di avvelenare il contesto, ci sono stati. E la cosa fa parecchia tristezza, perchè il gioco del calcio, soprattutto per “quell’incedere collettivistico” che gli appartiene, è fenomeno di massa: accende le folle!
Ieri a Firenze, per esempio, “ci stava pure” perdere. Ma una cosa è perdere per manifesta superiorità dell’avversario. Ben altra questione è perdere (la bussola) perchè te la dovrai giocare per oltre 80 minuti in 10 contro 11 (peraltro già sapendo che un pari equivarrebbe ad una sconfitta!). Ma tant’è e non possiamo fare nulla per modificare l’esito degli eventi. Possiamo farne tesoro, però. Una lezione utile ben oltre lo specifico contesto
Diciamoci la verità : i nostri ragazzi ci hanno provato. Sono caduti ma sono stati capaci di rialzarsi.
Quando tutto sembrava già perso, hanno finanche compiuto l’impresa di vincere a Torino.
Immagino che non sia semplice sentire il peso di “quel che potrebbe essere” sulle proprie spalle e scendere in campo col massimo della serenità .
Napoli, del resto, è proprio questo: passione dirompente. Piccoli gesti eroici. “Esagerazioni esagerate”.
Forse anche noi tifosi e cittadini, con le nostre aspettative, abbiamo sovraccaricato i nostri ragazzi. Forse spetterebbe proprio a noi altri, maturare, e non soltanto nel calcio.
Da queste parti, le cose belle vengono vissute sempre come eventi. E, forse, anzi ne sono addirittura certo, dovremmo riuscire a crescere proprio in questo fino al punto da realizzare tantissime cose belle, facendole diventare normalità
Normalità , non di un territorio unico al mondo, ma delle gesta, dei comportamenti e dei risultati concludenti.
Normalità nella sana tensione emotivamente orientata. “Grande normalità ” di una terra baciata dal sole…
Se “questa terra” riuscisse ad essere così vibrante non soltanto nel calcio, ma anche in tutte le altre cose che le appartengono, altro che Nord: potremmo essere ammirati dal mondo molto più di quanto già non accada ora.
Napoli non ha bisogno di un tricolore per riscoprirsi grande. Sono altre le cose da fare. Piangiamo pure, se proprio dobbiamo. Il sole, però, segue – e seguirà ! – sempre la notte. Il sole, sorgerà tutte le mattine.
Basterà “semplicemente” guardare in alto…
Salvatore Castello
Right Blu – La Destra Liberale
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Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile
ANIMATORE DELLA “COMPAGNIA DELL’ANELLO”, IL GRUPPO MUSICALE COLONNA SONORA DI UNA GENERAZIONE DI MILITANTI
È morto Junio Guariento. Ha combattuto come un guerriero fino all’ultimo contro la bestia nera, un tumore al pancreas che lo ha consumato lentamente.
Dopo un lungo viaggio di dolore e speranza, più forte dell’Anello del potere di Sauron, Junio se n’è andato.
Sessantacinque anni compiuti a gennaio, animatore con Mario Bortoluzzi del gruppo di Musica Alternativa La Compagnia dell’Anello, dopo l’esperienza del Gruppo padovano di Protesta nazionale, è stata la colonna sonora di intere generazioni e un fratello per molti.
La canzone del lago (dedicata al nonno Alfredo Subrizi torturato e fucilato nella questura di Bergamo 29 aprile 1945 “per avere creduto in un uomo”), Terra di Thule, Jan Palach, Alain Escoffier, Il costume del cervo bianco, Il domani appartiene a noi, diventato l’inno ufficiale del Fronte della Gioventù a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e ancora oggi cantato da ragazzini, padri e nonni.
Al chiuso di una stanza, nei raduni intorno a un fuoco, nei cortei, ai Campi Hobbit le musicassette di Junio, quelle che si srotolavano e si riavvolgevano con una penna bic, erano immancabili, quasi un feticcio.
Al primo Campo Hobbit nel 1977 a Montesarchio il battesimo della Compagnia dell’Anello con Junio, Mario e Stefania Paternò autrice dei testi e per molti anni sua moglie.
Poi l’ingresso del tastierista Fabio Giovannini e del percussionista Adolfo Morganti con i quali si presenta al terzo Campo Hobbit nel 1980.
Folk e Fantasy: un connubio felice per uscire dal ghetto e dire quello che gli altri non dicono («Abbiamo iniziato nel 1974 a scrivere canzoni per la nostra gente, perchè per i “fascisti” non cantava nessuno.
Cantavamo la nostra rabbia, l’ingiustizia, l’emarginazione, ma eravamo anche catturati dal desiderio di gettare in faccia al potere tutta l’ironia beffarda dei nostri 20 anni»). Nessun autocompiacimento.
Tanta voglia di esserci, di vivere il proprio tempo senza rinnegare e senza torcicollo. Tante le tappe di un viaggio a perdifiato, mai convenzionale: il concerto a Trieste in memoria di Almerigo Grilz, il Quinto Raduno della Contea a Roma, la Festa nazionale del Fronte Della Gioventù ad Assisi.
Dall’83, anno in cui lascia il gruppo, Junio ritorna a esibirsi da solo in concerto nel 1991. All’ultimo Campo Hobbit ha duettato con il francese Jack Marchal.
Negli ultimi tempi (viveva tra Bologna e la Futa, in mezzo a caprioli e cinghiali, poiane e ghiri, «ma un paio di volte a settimana scendo nel mondo civilizzato») si era dedicato con estro e passione alla lavorazione artistica del legno.
«Il legno — diceva — le sue vene, la sua linfa. Le idee e i progetti che diventano fatti. La musica, l’arte che, nello stesso istante in cui ne godi, è gia passata».
«Ricordo ma non vivo di ricordi, ne creo di nuovi».
I funerali di Junio Guariento si svolgeranno martedì 24 aprile al Tempio Votivo di Verona — chiesa di fronte alla stazione — alle ore 15,30.
(da “il Secolo d’Italia”)
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