Febbraio 21st, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIA DI SOFIA GOGGIA CI INSEGNA A NON MOLLARE MAI
La sognava sin da quando aveva 6 anni, quella medaglia d’oro.
Mentre scendeva sulla neve di Foppolo, Sofia Goggia già si vedeva lì in alto, tra le grandi dello sci mondiale.
Un po’ di ambizione che non guasta mai, che finalmente ha permesso alla bergamasca di vincere l’oro nella discesa libera femminile, la prima atleta italiana in assoluto a riuscire nell’impresa.
“Non ho ancora realizzato, ero così concentrata sulla gara che non trovo neanche le parole”, ha commentato Sofia Goggia: “La vittoria la dedico a me stessa, al mio bel paese e alle persone che vogliono bene a Sofia, indipendentemente dal fatto che vinca alle Olimpiadi”.
“Grazie a chi ha creduto a una bambina che a 6 anni sognava di vincere le Olimpiadi sulle nevi di Foppolo – ha aggiunto la bergamasca ai microfoni di Eurosport.
“A questa Olimpiade non ho sentito pressione, ero molto concentrata sulle cose che dovevo fare, soprattutto oggi. Io sono una pasticciona, ma ho cercato di essere una samurai”.
Alla sua prima partecipazione ai Giochi, Sofia Goggia ha gareggiato con il pettorale numero cinque: discesa fenomenale e ottimo tempo: 1’39″22.
Nessuna delle altre atlete è riuscita ad avvicinarsi al suo tempo, nemmeno la leggendaria Lindsey Vonn.
La statunitense chiude terza sul podio, vincendo, molto probabilmente, l’ultima medaglia della sua carriera. Al secondo posto, invece, il pettorale numero 19, la norvegese Ragnhild Mowinckel, che nel gigante aveva già vinto l’argento, a soli 9 centesimi dalla Goggia.
Nonostante la vittoria, Goggia è ben consapevole dei suoi limiti e delle sue “goggiate”: “Normalmente sono una pasticciona caotica, quindi ho cercato di costruirmi questa gara in modo diverso. Sono molto contenta di quello che ho assemblato. È stata per certi versi la discesa della maturità . A volte mi avete visto rischiare tanto, altre volte un pochino meno. Però la solidità che ho espresso oggi con l’intelligenza agonistica da usare in qualche punto, dove non bisognava tirare, ma scalare qualche marcia dopo, sono riuscito a farlo bene”.
Una vittoria che parte dalla gara non perfetta nel SuperG, che aveva lasciato Sofia con l’amaro in bocca, ma al contempo tanta speranza e grinta per la discesa, come ha poi scritto su Facebook: “Poche volte quest’anno sono stata così autentica nella mia sciata. Trovare questo, alle Olimpiadi, mi riempie di gioia. Ma contano solo le medaglie. E in discesa io scaglierò il mio cuore oltre il traguardo. E andrò a riprenderlo! E non è andata come avrei voluto, ma in fondo cosa voglio davvero? Qui alle Olimpiadi tutto ciò che conta è la medaglia. È palese che io sia qui per questo. E come la si ottiene? Sono uscita da quel cancelletto sorridendo. Alla terza curva mi sono detta di lasciarmi andare, di divertirmi, di sciare senza paura, perchè motivi per avere paura non ne avevo; non ne ho”.
“E poi ho sbagliato. Una spigolatina che mi è costata cara, carissima. E poi ho ripreso, anche se avevo avvertito di aver perso tanto; non sai mai quello che può succedere. In fondo, lottare, è una delle cose che meglio mi vengono e che da sempre faccio. Ci ho provato sul serio, dannazione. Ho dato e messo tutta me stessa, su questa pista, su quel tracciato oggi. La miglior Sofia che la giornata potesse richiedere. Ma non è stato abbastanza. Perchè non ho ottenuto ciò che conta qui; la medaglia. E domani il sole sorgerà di nuovo. Lo guarderò, metterò i miei sci in spalla e con un sorriso andrò ad affrontare la prova di discesa; libera”.
​​​​​”Sono ripartita fondamentalmente da quelle sensazioni bellissime che mi aveva lasciato la gara del SuperG, da quella autenticità della sciata che raramente avevo trovato in questa stagione e che era da anni che non sentivo con tanta intensità . Ho costruito questa vittoria anche in una prova come quella di ieri, la terza, dove ero totalmente annoiata e sono scesa tanto per scendere. Quindi? Bene. Io comunque non ho ancora capito di aver vinto le Olimpiadi”.
Sofia ha dedicato un pensiero all’amica-rivale Vonn: “È incredibile. L’anno scorso, quando vinsi qui la mia prima gara di Coppa, la battei e mi sentii onorata di gareggiare con lei, la più grande sciatrice di tutti i tempi. È un grande onore per me competere con lei e combattere con lei, anche per la Coppa del Mondo. Ricordo che la guardavo in televisione, durante i miei infortuni di qualche anno fa. Allora sognavo di poter competere al top. Credo che devo ancora realizzare di aver vinto l’oro olimpico. Sento che sto per eruttare”.
La vittoria della “befanona” di Foppolo consegna nelle mani della delegazione italiana la terza medaglia d’oro di queste Olimpiadi invernali, dopo quella di Arianna Fontana nello short track e Michela Moioli nello snowboard, andando così a completare un trittico tutto femminile. Al momento le medaglie totali sono 9, a un passo dall’obiettivo a doppia cifra: tre medaglie d’oro, due d’argento e quattro di bronzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 17th, 2018 Riccardo Fucile
A BORGOMANERO IN 23 DECIDONO DI AIUTARE LE PERSONE IN DIFFICOLTA’ INSIEME CON IL PRESIDENTE DELL’AUSER
Ventitrè ex primari in pensione visitano gratuitamente anziani, rifugiati, persone in difficoltà economica che altrimenti non saprebbero come curarsi.
Il miracolo accade ogni giorno a Borgomanero, all’ambulatorio dell’Auser: l’anno scorso sono state più di 1500 le persone che hanno usufruito, senza spendere un centesimo, di una visita cardiologica, ortopedica, dermatologica, neurologica, un’ecografia o un ecodoppler.
Un’idea così non poteva che venire alla Maria, come tutti la chiamano a Borgomanero.
Maria Bonomi, 80 anni trascorsi tra fabbrica e battaglie sindacali, è la presidente dell’Auser: «Era il 2010 – racconta – la crisi stava impoverendo tante famiglie, arrivavano dall’estero persone in condizioni pietose, e mi sono detta che non potevo stare a guardare. Da bambina ho sofferto la povertà , quella dura, quando non hai neppure la minestra: in famiglia eravamo in dieci tra fratelli e sorelle, ma allora la solidarietà era il pane quotidiano. Così, davanti a tanta gente che non aveva i soldi per curarsi ho chiesto a dei medici che conoscevo se mi aiutavano a creare un piccolo ambulatorio gratuito».
I pionieri
I pionieri dell’ambulatorio di Borgomanero sono stati Piero Sacchi, primario cardiologo, Sergio Cavallaro, urologo, e Felice Fortina, nefrologo. «C’era poco spazio ma da subito tantissima gente. E l’esempio di questi tre medici è stato fondamentale: il dottor Sacchi si ammalò di tumore, era in carrozzina, ma veniva lo stesso a visitare».
In breve sono arrivate le adesioni di altri dottori, primari andati in pensione che hanno creato a Borgomanero un centro unico, dove non fai code, non paghi e trovi anche una buona parola, un sostegno psicologico.
Oggi l’ambulatorio offre 17 specialità mediche, oltre ai dottori i pazienti trovano infermiere e centralinisti, tutti volontari, tutti a stipendio zero, che hanno però trovato qui gratificazioni impensate. «La gente – dice il dotto Cavallaro, uno dei fondatori – ha sempre un cuore grande. Chi non ha i soldi, ti porta la scatola di cioccolatini o caramelle, una bottiglia. E poi abbiamo pazienti che ci hanno fatto delle donazioni con cui abbiamo potuto acquistare delle apparecchiature diagnostiche, una signora commossa ha voluto regalarci un ecocardiografo. Ma l’aspetto più bello è che le persone ti scelgono liberamente, al di fuori di ogni rapporto economico».
Il successo porta anche qualche problema: all’Auser si può effettuare anche la visita odontoiatrica e, visti i costi delle protesi, arrivano le richieste più impensate: «Dalla Puglia volevano venire per farsi fare una dentiera: spiacenti, ma quello non è il nostro compito, e poi ci occupiamo, com’è logico, di un’utenza locale, che però è già molto ampia».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 15th, 2018 Riccardo Fucile
LORENZO E CLAUDIA HANNO FATTO IL DOVERE DI OGNI ESSERE UMANO, MA VANNO RINGRAZIATI PER AVERCI RICORDATO CHE ESISTE ANCORA UN’ALTRA ITALIA
Ha ragione Lorenzo quando afferma di non sentirsi affatto un eroe. 
Ha visto un bimbetto affogare tra i binari della metropolitana, ha dato un’occhiata al tabellone per vedere quanto mancava all’arrivo del treno, si è sfilato lo zaino da adolescente e si è tuffato, tutto qui.
La banalità del bene. Ha ragione anche Brecht: sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
Perciò non costringiamo Lorenzo a indossarne i panni. Nè attribuiamoli a Claudia, l’addetta della stazione che ha catturato sui monitor la scena del salvataggio, attivando il comando per frenare il treno. Ha fatto il suo dovere.
E in fondo anche Lorenzo: il dovere di ogni essere umano.
Eppure sento l’urgenza di ringraziarli. Solo nelle ultime ore ho saputo che alcuni «Medici senza frontiere»organizzavano festini senza cerniere; che anche nel partito autoproclamatosi degli onesti abbondano gli incoerenti e i ciarlatani; che una società di biciclette in affitto è costretta a chiudere bottega perchè le biciclette vengono sistematicamente distrutte o distratte dagli affittuari; che l’ennesimo ragazzino ha alzato le mani sul suo professore.
Scandali ormai facilmente digeribili, grazie all’enzima dell’assuefazione, ma così diffusi da rilasciare nell’atmosfera un senso di rassegnata sfiducia.
Ecco perchè Lorenzo e Claudia rivestono un’enorme utilità sociale. Servono a ricordarci che siamo anche altro.
Non sempre e non tutti.
Ma lo siamo.
(da “il Corriere della Serra”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
L’AVEVA PROMESSO E HA MANTENUTO, OGGI E’ ANDATO IN VISITA A NORCIA …LA CIFRA RESTANTE AI BIMBI DI BANGUI CHE, PUR ESSENDO IN POVERTA’, AVEVANO FATTO UNA RACCOLTA DI FONDI PER I NOSTRI TERREMOTATI: “UNA LEZIONE PER TUTTI NOI”
Claudio Baglioni ha mantenuto la promessa fatta prima del Festival di Sanremo e ha devoluto in beneficenza una lauta somma di denaro.
Il compenso concordato al cantautore romano per la direzione artistica del Festival di Sanremo 2018, era di circa 600 mila euro, 50 mila euro in meno rispetto a quanto ha intascato Carlo Conti per l’edizione dei record del 2017.
Baglioni non ha direttamente donato i proventi del compenso di Sanremo, ma attraverso il concerto benefico ‘Avrai’, tenuto lo scorso dicembre in Vaticano e trasmesso in diretta mondiale, ha devoluto in beneficenza alle popolazioni colpite dal terremoto a Norcia l’importo di 700.000 euro
Proprio questa mattina infatti, Baglioni si è recato in visita a quelle popolazioni colpite dal sisma. I cittadini l’hanno accolto nelle scuole materne ed ha intrattenuto le persone del posto organizzando un piccolo concerto.
“Ritrovarsi a Norcia significa dare concretezza a parole quali vicinanza e solidarietà , dimostrando che, a volte, le parole possono essere ‘pietre’ anche in senso positivo, vale a dire mattoni che aiutano a ricostruire ciò che la furia della natura distrugge”: ha affermato Baglioni a margine dell’evento.
“Qui ci sono le mie radici, è qui che affondano”. L’Umbria è la terra dei miei genitori”, ha dichiarato mentre con la mente tornava ad alcuni ricordi legati a quei posti. “Castelluccio e la sua piana sono due tra gli angoli del nostro Paese ai quali sono più legato in assoluto. Da qui, infatti, sono partiti raduni, concerti e alcuni tra i miei progetti artistici più importante. Da Fratello Sole e sorella Luna, l’incisione del 1972 per il film di Zeffirelli, all’avventura di Capitani Coraggiosi che ha preso le mosse proprio da Castelluccio nell’estate 2015”.
Inoltre, il cantante ha evidenziato che i 700mila euro raccolti serviranno anche alla ricostruzione del Centro Parrocchiale Madonna delle Grazie del paese.
Ai bambini africani che si sono impegnati nella donazione andrà invece la cifra restante del ricavato del concerto. “Siamo qui per sottolineare il grandissimo valore di umanità e fratellanza del gesto dei bambini di Bangui. Pur vivendo nella Repubblica Centrafricana, che è all’ultimo posto nella classifica mondiale per quanto riguarda il PIL pro-capite, non ci hanno pensato due volte a tendere la mano ai loro piccoli amici di Norcia. Un gesto che è una grande lezione per tutti noi e che fa sperare nel fatto che ‘Fratello Sole’ tornerà presto a riscaldare case e cuori”, ha concluso.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
“DURANTE L’ERASMUS GLI ALTRI SI DIVERTIVANO, IO FACEVO IL GUARDIANO DI NOTTE”… “E’ IMPORTANTE CHI SEI, NON COSA FAI, HO IMPARATO LA DIGNITA’ DEL LAVORO”… IL GIUDIZIO DELLA COMMISSIONE CHE LO SCELSE: “E’ GIOVANE, MA QUESTO E’ UN FENOMENO”
«La prego di scusarmi per la mia immensa ignoranza sul calcio». Alla richiesta di aiuto del collega
direttore del Museo della Fifa, la federazione internazionale dello sport più popolare del mondo, ha risposto così. Volentieri, se posso do una mano, ma sappiate che a stento so distinguere Pelè da Maradona.
All’estero Christian Greco ha imparato anche l’arte del volare basso, dello stare al proprio posto.
Arrivò a Leiden il 7 gennaio del 1997. Uno degli inverni più freddi della storia d’Olanda. Nella cittadina universitaria si pattinava sui canali ghiacciati.
«Ma io sono l’unico che durante l’Erasmus non si è divertito». Rimase chiuso in camera a studiare il nederlandese, una delle lingue più difficili del mondo.
L’impresa gli valse la sua prima stagione di scavi con l’impegno di pubblicare tutti i materiali metallici raccolti poco distante da Aleppo. Aveva 21 anni.
«Complimenti, state per cominciare a studiare la disciplina più bella del mondo, sappiate però che nessuno di voi troverà un lavoro» gli aveva detto all’inizio della prima lezione il professor Renè Van Walsen.
L’allievo italiano ha fatto le pulizie nei bagni pubblici della stazione, ha lavorato come guardiano di notte all’hotel Ibis. «Con turno di notte nel fine settimana. Tornavo a casa alle 7 del mattino, facevo la doccia, e andavo di corsa in aula. Ho imparato la dignità del lavoro, qualunque esso sia. Ho imparato che è importante chi sei, non cosa fai. Io sarò sempre un egittologo, anche se dovessi tornare a servire birra in un bar, e non certo perchè oggi ho un ruolo».
Un milione di visitatori
Il Museo Egizio di Torino viene spesso dato per scontato. Tutti o quasi sanno che è il più antico del mondo, persino più anziano di quello del Cairo, e che l’anno scorso si è rifatto il trucco duplicando la sua superficie.
Eppure la venerabile istituzione vanta un bilancio annuale da un milione di visitatori, 9,5 milioni di euro d’incasso, ricavo netto di 810.000 euro, investiti in quattro fondi che corrispondono ad altrettanti progetti, dalla digitalizzazione degli archivi al progetto di «Public archeology» per rendere condiviso il proprio patrimonio, il tutto in regime di autofinanziamento, ha saputo anche cambiare pelle.
«Sembra di entrare nell’isola di Tonga» disse una volta l’ex sindaco Piero Fassino, a sottolineare una tendenza all’autoreferenzialità dell’Egizio.
«Musei come centri di ricerca»
«Io credo ai musei come centri di ricerca, come agorà aperta, capaci di programmare e di crearsi nuove possibilità di crescita» racconta Greco. Al concorso internazionale per il posto di nuovo direttore dell’Egizio arrivarono 101 candidature, equamente divise tra italiani e stranieri.
Pochi giorni prima della scelta un membro della commissione indipendente incontrò la presidente Evelina Christillin. «Ne abbiamo trovato uno che forse non ha l’età , ma è un fenomeno». «E allora prendetelo, se potete» fu la risposta.
La «signora delle colline», nomignolo più malevolo di quanto appare, emblema e incarnazione del sistema Torino, è stata premiata ieri come torinese dell’anno dalla sindaca Chiara Appendino, che doveva abbattere il sistema Torino. Di lei e della sua collezione interminabile di incarichi, ultimo dei quali il posto nel Consiglio della Fifa, si può dire molto. Ma è difficile negare la sua tendenza a dare fiducia ai giovani, a favorire il loro percorso.
«Se fossi rimasto in Italia…»
Greco detesta la retorica della fuga dei cervelli all’estero con annesso rientro del figliol prodigo. «Quando all’università di Pavia mi proposero di andare a Leiden, pensavo fosse in Germania… Ma se fossi rimasto in Italia non credo che sarebbe stato possibile fare quel che ho fatto. Dove sono i giovani? Dove sono le loro possibilità ? Investiamo ancora troppo poco in ricerca».
A 34 anni divenne direttore del Museo Nazionale di Leiden. Il suo successore ne ha 32. «Ci sono stato la scorsa settimana. Ho incontrato sei ricercatori italiani. Non siamo più un polo d’attrazione, e non solo per l’egittologia».
Greco appare all’antica come i suoi studi, tormentato il giusto, come chi ha fatto della sua unica passione una ragione di vita. «Mi chiedo spesso cosa spinge le persone a fare migliaia di chilometri e tre ore di fila per vedere reperti di 4-5.000 anni fa perfettamente conservati. La mia risposta è che l’Egitto ci comunica il senso dell’immortalità , perchè la sua civiltà è stata capace di superare la caducità umana e i limiti del tempo».
Sul Nilo con la mamma
A 12 anni fece il classico viaggio sul Nilo in compagnia della mamma. E di fronte al tempio di Ramsete ebbe l’illuminazione. I genitori, papà architetto, madre negoziante, non erano d’accordo, poche possibilità , alto rischio di tornare nella natia Vicenza con le pive nel sacco.
Dopo gli anni di Leiden, e gli allestimenti in mezzo mondo, da New York a Helsinki, si sono arresi all’evidenza. «Mi manca il lavoro sul campo. Per me è linfa vitale. Ma se con il Museo Egizio riesco in qualche modo a favorire e promuovere la ricerca, questo può essere un bel modo per appagare il mio desiderio».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
VISITATORI AUMENTATI DA 772.934 A 845.2378, ALLESTIMENTO RINNOVATO, NUOVE RICERCHE E SCAVI.. LUREATO CON 110 E LODE, DIVERSI MASTERS ALL’ESTERO, DIRETTORE IN OLANDA, HA VINTO IL CONCORSO A 38 ANNI BATTENDO OLTRE 100 CANDIDATI
È arrivato a Torino quasi quattro anni fa e da allora la sua guida ha dato energie nuove anche alle mummie del Museo Egizio.
Nel 2014 Christian Greco era l’unico under 40 a dirigere un grande museo italiano: merito della sua esperienza e delle sue capacità , della sua visione e della sue aperture. Qualità che gli hanno permesso di rilanciare il museo, tra i primi dieci in Italia, ma che ora gli hanno attirato le attenzioni della Lega Nord prima e di Fratelli d’Italia dopo, con il responsabile della comunicazione Federico Mollicone che domenica arrivava ad annunciare epurazioni: “Una volta al governo Fratelli d’Italia realizzerà uno dei punti qualificanti del proprio programma culturale che prevede uno spoil system automatico al cambio del ministero della Cultura per tutti i ruoli di nomina, in modo da garantire la trasparenza e il merito, non l’appartenenza ideologica”.
In poche righe l’esponente della destra inanellava una serie di errori senza sapere che il caso di Christian Greco non rientra tra le ipotesi ventilate.
Nel 2014, a soli 39 anni, l’attuale direttore aveva vinto la gara per dirigere il museo torinese che raccoglie una collezione archeologica nata quasi due secoli fa, quando Torino era la capitale del Regno d’Italia e dai suoi palazzi partivano spedizioni in Egitto.
Al bando pubblicato nel 2013 dalla Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, costituita dalla Città di Torino con la Regione Piemonte e due fondazioni bancarie private, avevano risposto ben 107 persone inviando il loro curriculum alla Praxi, società di consulenza specializzata nella selezione di manager. Dopo il primo vaglio di Praxi, sette candidati erano passati alla fase dei colloqui finali con la commissione di quattro esperti nominata dal cda della Fondazione, presieduto da Evelina Christillin.
Alla fine, il prescelto è stato Greco che, dopo quasi 17 anni all’estero, ha lasciato il suo incarico di docente all’Università di Leiden, migliore centro di egittologia dei Paesi Bassi, e quello al museo delle antichità di quella città ed è tornato in Italia.
In Olanda Greco era arrivato nel 1997 per l’Erasmus come studente di lettere classiche all’Università di Pavia e del Collegio Ghislieri.
Nel 1998, nella città lombarda, aveva ottenuto la laurea con lode in archeologia. Quindi era tornato a Leiden per restarci lavorando come receptionist in un albergo, ma anche guida del museo delle antichità di cui nel 2009 diventa curatore della sezione egizia e pure come insegnante di italiano e di lettere classiche.
Nella cittadina olandese nel 2007 ottiene un’altra lode, quella del master in Egittologia dell’Università di Leiden e nel 2008 ottiene il dottorato di ricerca a Pisa.
Una volta tornato in Italia, l’ex cervello in fuga ha rilanciato il museo torinese coniugando nuove ricerche e scavi a iniziative per attirare visitatori all’interno del palazzo, completamente rinnovato negli allestimenti, con iniziative “pop”.
Così l’Egizio, tra i primi dieci musei italiani, è passato dai 772.934 visitatori del 2015 agli 845.237 del 2017.
Ora però viene preso di mira dalla destra per la promozione “Fortunato chi parla arabo” che permette ai cittadini di lingua araba di entrare in due al costo di un biglietto intero fino al 31 marzo.
L’intenzione di Greco e del Museo Egizio è di mettere “un patrimonio museale che non appartiene alla cultura italiana” a disposizione di “coloro che in esso possono trovare radici, identità e orgoglio” e incentivare le visite dei “nuovi italiani”.
Lanciata il 6 dicembre scorso, l’iniziativa ha suscitato innanzitutto irritazione tra gli esponenti della Lega Nord. Il leader dei Giovani padani, Andrea Crippa, ha fatto intasare i centralini del Museo Egizio dopo aver diffuso su Facebook il video di una telefonata all’ufficio informazioni e aver invitato i suoi “fan” a protestare.
Tuttavia il video sarebbe “una deliberata messa in scena da parte del signor Andrea Crippa — informava a fine gennaio il museo — e contiene risposte inesatte e comunque in alcun modo riferibili ad operatrici dell’Ufficio Prenotazioni del Museo Egizio”. Intanto la Digos indaga.
Le spiegazioni fornite in quei giorni da Greco e dal museo non sono bastate però a mettere fine alle polemiche. A soffiare sul fuoco è stata la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che venerdì, accompagnata dai candidati torinesi Agostino Ghiglia e Augusta Montaruli, è andata davanti all’ingresso di via Accademia delle Scienze.
Il direttore del Museo Egizio li ha incontrati cercando di ribadire l’intento e i principi, ma c’è stato poco da fare.
L’aver risposto a ogni provocazione della Meloni in maniera sensata e cortese ha animato ancora di più i colonnelli della leader di Fratelli d’Italia che sono andati all’attacco dopo la solidarietà espressa dai comitati tecnico-scientifici per l’archeologia e per i musei e l’economia della cultura del Mibact.
Intorno a Greco, però, hanno fatto quadrato sia l’amministrazione M5s della città , con l’assessora alla Cultura Francesca Leon che ha ricordato come “essere donne e uomini di cultura vuol dire costruire ponti, non innalzare muri”, sia quella della regione a guida Pd, con il presidente Sergio Chiamparino che ha lanciato uno slogan: “Christian Greco sempre, tengano giù le mani dall’Egizio”.
“Il direttore è bravissimo”, ha quindi chiosato il ministro della Cultura Dario Franceshini lunedì mattina.
Poi la patetica retromarcia di Fdi: “siamo stati fraintesi”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
HA ESPRESSO IL CORAGGIO POLITICO CHE NESSUN LEADER HA SAPUTO NEANCHE SFIORARE… E SUI SOCIAL PER LA PRIMA VOLTA PREVALGONO COMMOZIONE E RIFLESSIONE
Il Sanremo dei record firmato Claudio Baglioni va oltre i numeri travolgenti che hanno lasciato tutti a
bocca aperta. La serata finale su Raiuno ha conquistato 12.125.000 spettatori, pari al 58.3% di share, sfiorando il 70% nella fase conclusiva della serata.
Le parole che hanno attraversato la serata tra le note della finale, sono rotolate su un palco luccicante segnando una vera e propria “rottura di modulo narrativo”.
Sanremo ha espresso un coraggio politico che nessun leader che si agita in questa orrida campagna elettorale ha saputo neanche sfiorare.
Manettari sanguinari, bastonatori notturni, segnano il procedere di un dibattito fatto d’insulti e violenza verbale che appassiona sempre meno e che senza alcuna spinta ideale non riesce a incidere nella vita reale della gente.
Gli esperti improvvisati e gli spin-doctor ci hanno spiegano che ci sono parole che rappresentano un tabù in questa stagione politica e “fanno solo perdere voti”, come il tema dei migranti che, associato a parole come “invasione” ed “emergenza”, rappresenta un costante allarme sociale che ha reso l’argomento terreno di conquista elettorale alimentando paure e agitando la pancia del paese.
Se questo fosse completamente vero, il monologo di Pierfrancesco Favino non sarebbe diventato uno dei momenti più toccanti dell’intero Festival di Sanremo: un monologo di grandissima intensità proprio sui migranti, tratto da “La notte poco prima delle foreste” di Bernard-Marie Koltès incorniciato e messo sull’altare dall’interpretazione di Fiorella Mannoia e dal manifesto di Ivano fossati “Mio fratello che guardi il mondo” che a proposito di parole dice: “C’è una strada sotto il mare prima o poi ci troverà , se non c’è strada dentro al cuore degli altri prima o poi si traccerà “.
Un pugno nello stomaco! Una vera contro-narrazione.
Sono corso sui social e con una certa sorpresa non sono riuscito a trovare la solita animata aggressione, ma un’onda commossa e partecipata come raramente ho registrato, come se i “bastonatori della rete” fossero incapaci di trovare parole, niente insulti niente ironia, solo commozione.
Il “mood” è cambiato? Il festival di Sanremo espressione più genuina della cultura “nazional-popolare” in questa edizione non solo ha fatto emergere l’espressione della cultura di massa, ma ha fatta convivere la canzone popolare, con sprazzi di Pier Paolo Pasolini. La massa diventa avanguardia.
Un’espressione politica che non liscia il pelo all’opinione pubblica ma lo raddrizza e lo indirizza.
La cultura popolare rappresentata senza la retorica della noia sociologica della sofferenza del sapere.
Mentre la politica ha paura di perdere voti ed esprime il peggio di sè bandendo parole come “umanità “, a Sanremo vince un albanese figlio degli stessi disperati che ci guardano dal fondo del Mediterraneo con una canzone che dice “Scambiamoci la pelle, in fondo siamo umani, perchè la nostra vita non è un punto di vista”.
Ma non facciamoci illusioni, la politica oggi è impermeabile a ogni contaminazione e non ha gli strumenti culturali per comprendere il paese che è chiamata a guidare, impegnata a occuparsi di “loro” cose serie.
Candidati e leader sono troppo impegnati a prendersi a calci in culo per guardare il festival di Sanremo.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
UN ALTRO MONDO… “MI SCUSO PER LA MALEDUCAZIONE, IN CINQUE ANNI NON MI ERA MAI SUCCESSO, MI DIMETTO CON EFFETTO IMMEDIATO PER AVER MANCATO DI RISPETTO ALL’AULA”
Una scena proveniente da un’altra era della politica alla Camera dei Lord con dimissioni che più
«british» non potrebbero essere.
È accaduto quando lord Michael Bates, ministro del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, si è rivolto alla parlamentare Ruth Lister per scusarsi e offrirle le dimissioni perchè, arrivato in ritardo alla seduta, non aveva fatto in tempo a rispondere alla sua interrogazione.
«Offro le mie scuse alla Baronessa Lister – ha detto Bates parlando alla Camera dei Lord – per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo – ha proseguito Bates in quello che appare come un “manifesto” per rapporti civili tra governo e opposizione – ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato».
Tra lo schock dei Pari, che hanno urlato un “nooo” quasi all’unisono, Bates ha preso le sue carte ed è uscito dall’aula.
«Di tutti i ministri che vorrei si dimettessero, lui è l’ultimo», ha detto Listner al Guardian, sottolineando che Bates «risponde sempre alle domande, mentre molti le evadono in modo maleducato. Anche io ho urlato uno spontaneo “no”, ma non sono sicura che farei altrettanto per altri ministri».
Il ritardo di Bates, parlamentare che nel 2016 prese un’aspettativa per poter intraprendere una marcia di beneficenza in Sudamerica, era minimo: arrivato in aula un paio di minuti dopo le 15, l’orario in cui era fissato l’inizio della seduta, è toccato al collega John Taylor rispondere in sua vece.
Probabilmente terrà il posto: le sue dimissioni sono state rifiutate da Downing Street.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
E’ ACCADUTO DURANTE UNA PARTITA DEL CAMPIONATO ALLIEVI IN LIGURIA… IL PUBBLICO SI ALZA IN PIEDI E LO SOMMERGE DI APPLAUSI
Da giorni non si fa che parlare della rete di Cutrone che in Milan-Lazio ha utilizzato il braccio per buttarla dentro. E’ scoppiato il polverone che sappiamo. Contemporaneamente sui campi delle categorie giovanili arriva una bella lezione di onestà a tutto il mondo dei professionisti ossessionati dalla “mano de Dios” e dal gol a tutti i costi.
E’ successo infatti che in una partita del campionato allievi della Liguria un ragazzino di 16 anni autore di un gol irregolare si autodenunci aiutando l’arbitro e facendo annullare la segnatura.
Il ragazzo si chiama Guglielmo Ferraris, ha appunto 16 anni ed è tesserato per la Ca de Rissi San Gottardo. L’episodio è avvenuto domenica mattina, nella partita del campionato Allievi provinciali tra Ca de Rissi-Nuova Oregina.
Le squadre erano ancora sullo 0-0 quando Ferraris stacca di testa e colpisce la palla con la mano. Nessuno se ne accorge e l’arbitro assegna la rete.
Ma anzichè gioire smodatamente e intascarsi un punto non dovuto, Guglielmo va dall’arbitro e ammette l’accaduto e il gol viene annullato. Un gesto tanto semplice e naturale, ma tanto raro da fare notizia.
Tutti gli spettatori si sono alzati in piedi ad applaudire. La partita è poi finita in parità .
Il presidente dei padroni di casa, Piero Graffione, 42 anni, racconta cosa è successo: « Voleva inzuccare un cross, ma invece ha colpito con la mano, che teneva vicino alla testa. È stato un gesto naturale e ha ingannato tutti. L’arbitro aveva assegnato il gol, la palla era già a centrocampo, ma Guglielmo ha confessato, dicendo che non gli piaceva segnare così »
Insomma la sportività vale molto più del VAR
(da agenzie)
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