Gennaio 4th, 2021 Riccardo Fucile
I TIFOSI DEL NAPOLI: “IL POPOLO NAPOLETANO NON DIMENTICHERA’ MAI IL TUO GESTO”
Questa mattina abbiamo parlato dell’immediata mobilitazione del web per risarcire il rider
aggredito la scorsa notta a Napoli.
Tantissime le donazioni raccolte, con l’obiettivo di ricomprare il motorino rubato al giovane lavoratore preso a calci, pugni mentre stava effettuando le sue consegne.
Tra i protagonisti di questa raccolta fondi — che ha superato le più rosee aspettative nel giro di poche ore — c’è anche un calciatore: Mohamed Fares, esterno a tutto campo della Lazio. La sua donazione da 2500 euro non è passata inosservata.
Al momento, sono oltre 11mila gli euro raccolti attraverso la piattaforma GoFundMe. In molti, scossi da questa storia di violenza, hanno voluto fare la propria parte donando quanto possibile.
Tra i nomi dei donatori, nella serata di ieri, è comparso anche quello dell’esterno della Lazio Mohamed Fares che ha, di fatto, versato una cifra che da sola copre buona parte del costo di uno nuovo scooter per il rider.
E, ovviamente, nono sono mancati gli attestati di stima e i ringraziamenti social.
Il calciatore e gli altri che hanno partecipato alla raccolta fondi, hanno restituito una bella pagina del nostro Paese con la solidarietà per una violenza infame per cui, ora, saranno chiamati a pagare i responsabili.
Mentre il web si univa in un abbraccio virtuale collettivo, le forze dell’ordine sono riuscite a risalire all’identità delle sei persone che avrebbero aggredito il rider. Si tratta ancora di presunzione, ma dalle immagini raccolte il dubbio sarebbe minimo. Tra di loro ci sono anche due quindicenni che avrebbero partecipato attivamente alle violenze contro il rider e al furto dello scooter. L’altra buona notizia, oltre alla raccolta fondi, è stata proprio il ritrovamento del mezzo sottratto.
Un’azione compiuta in totale riserbo dal calciatore, versando la cifra che copre il valore intero dello scooter rubato sulla piattaforma gofundme.com, dove però le donazioni sono pubbliche. Una volta scoperta, la donazione dell’atleta biancoceleste ha alimentato il tam tam social dei ringraziamenti nei confronti del giocatore algerino.
Tantissimi, in particolare, i messaggi da parte dei tifosi del Napoli, e non solo, che esaltano il gesto del calciatore ex Spal: “Avrai sempre il rispetto di noi napoletani”, e ancora: “Il popolo napoletano non dimenticherà mai il tuo gesto”, “Applausi infiniti per Momo Fares”, alcuni degli elogi rivolti in queste ore all’esterno sinistro della Lazio, che ha confermato il suo gesto di altruismo con una storia sul suo profilo Instagram.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA A MICHELA: DENUNCIO’ LO SFRUTTAMENTO ED E’ STATA PREMIATA DA MATTARELLA…ADESSO ARRIVA UN LAVORO A TEMPO INDETERMINATO
“È il coronamento di un sogno, non so come ringraziare l’azienda per un gesto così importante, non è da tutti”.
La vita di Michela Piccione è cambiata nel volgere di due giorni. Lavoratrice precaria dall’età di 18 anni, la 36enne di Sava, cittadina a est di Taranto, martedì 29 dicembre è diventata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per volere del capo dello Stato Sergio Mattarella. Un encomio per aver denunciato lo sfruttamento del lavoro in un call center. Il giorno dopo, invece, le è arrivata una chiamata dei responsabili di Tim che le hanno comunicato l’intenzione di assumerla come impiegata a tempo indeterminato.
In 48 ore è cambiato tutto
“È incredibile. Lunedì avevo condiviso come ricordo sulla mia pagina Facebook il video di due anni fa che racconta della vicenda di quel call center. Il giorno dopo mi è arrivata la chiamata del Quirinale. Il successivo quella della Tim: forse era destino. Ma finchè non firmo non ci credo”.
Cosa le hanno detto dall’azienda?
“Devo inviare al più presto il mio curriculum, poi sosterrò un colloquio attitudinale e infine un corso di formazione in base alle mansioni che andrò a ricoprire. Sono stati gentilissimi e disponibili, ho fatto presente che ho due figli e la più piccola ha poco più di quattro anni. La dirigente che mi ha contattata mia ha spiegato che si troverà una soluzione per agevolarmi con gli spostamenti”.
Ha lavorato come bracciante stagionale nei campi, cuoca, barista, promoter, precaria per Poste italiane e, a più riprese, come operatrice di call center. Si è formata nel settore pulizie industriali e ora ha un contratto di tre mesi come ausiliaria per le pulizie dei reparti Covid dell’ospedale Giannuzzi di Manduria. Non le sembra una sconfitta del sistema aver dovuto attendere un’onorificenza del presidente della Repubblica per avere un lavoro garantito?
“In parte lo è, sono d’accordo, perchè sono evidenti alcune carenze da parte dello Stato. Senza il riconoscimento del Presidente avrei continuato i miei tre mesi in ospedale, poi forse avrei avuto altri sei mesi di contratto e dopo la disoccupazione, per poi tornare magari ancora a lavorare in un call center. Ma rimane splendido gesto della Tim nei miei confronti, che in fondo credo di aver anche meritato”.
Come?
“Nell’ultimo call center in cui ho lavorato, non quello che denunciai, vendevo i contratti dell’azienda per la telefonia fissa. Ne facevo una ventina al mese, non male direi. Perciò questa opportunità la vedo nel mio piccolo come una grande ricompensa, anche se non è per questo motivo che ho ricevuto la proposta, ci mancherebbe”.
Come lo immagina il nuovo lavoro?
“Bellissimo. Sono sicura che ne sarò entusiasta. Del resto in ogni lavoro c’ho messo l’anima. E così farò con Tim, in primis per riconoscenza. Amo relazionarmi con le persone, col pubblico, con i colleghi, sono sicura di trovarmi bene. Immagino poi la copertura in caso di malattia, il tempo che potrò dedicare alla mia famiglia con serenità , la possibilità di avere un finanziamento, l’affrontare la giornata di lavoro col sorriso e la sicurezza di uno stipendio: la tredicesima chi l’ha mai vista?!. Ma c’è una cosa che non vorrei si pensasse”.
Cosa?
“Che abbia lottato solo per il mio posto di lavoro, per un mio interesse. Nelle battaglie per i diritti ho sempre posto il noi avanti all’io, consapevole che si vince assieme, che la vittoria è collettiva. Così è accaduto, grazie alla Slc Cgil e al segretario Andrea Lumino, di aver fatto chiudere quel call center che ci sfruttava in un sottoscala, con paghe anche di 33 centesimi l’ora e una pausa di 15 minuti per turno. E così è accaduto dopo per altri call center da caporalato. Assieme al sindacato, poi, abbiamo trovato una collocazione in un’altra azienda più seria. Non voglio che si pensi che questa opportunità sia un regalo, mi darebbe fastidio, me la sono sudata”.
È a casa in isolamento perchè positiva al Covid, i suoi colleghi in ospedale e i suoi familiari che le hanno detto?
“In famiglia sono orgogliosissimi, ‘era ora’, ripetono tutti. I colleghi invece scherzano, mi chiamano cavaliera e mi danno oramai del lei ma sono felici. Per il resto sanno che sto bene, il 4 gennaio ho il tampone definitivo, sono sicura del risultato negativo. Non vedo l’ora di riabbracciarli, se pur tutta bardata, mi sento un leone in gabbia”.
Continuerà a fare sindacato?
“Certo. Voglio lottare per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori contro lo sfruttamento dei call center, perseguire tutte le attività illecite. L’onorificenza del Capo dello Stato è stata per me solo un punto di partenza, continuerò a impegnarmi nel sociale. Se la pandemia si acquieta la cerimonia ufficiale al Quirinale potrebbe svolgersi l’8 marzo, una data importante per noi donne”.
(da Open)
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Dicembre 31st, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL CUGINO DI WILLY DUARTE, IL GIOVANE GENEROSO UCCISO A SETTEMBRE A COLLEFERRO
Erano gli ultimi scampoli d’estate, un’estate strana, sicuramente assurda. Un’estate che non
dimenticheremo quella del 2020. Willy Monteiro Duarte aveva 21 anni e la vita davanti. Era nato a Roma da una famiglia capoverdiana: è morto nella notte tra il 5 e il 6 settembre, a Colleferro, durante il trasferimento in ospedale a seguito di una violenta rissa nella quale era finito solo per proteggere un amico e per placare gli animi.
Willy è stato ucciso a calci e pugni in piazza Oberdan. La notte stessa del suo omicidio sono stati arrestati i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, lottatori esperti di MMA, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia.
Tutti di età compresa tra i 21 e i 26 anni, sono accusati di aver massacrato di botte Willy, causandone la morte. Il ragazzo era intervenuto in difesa di un amico, quando è stato spinto, preso a calci e pugni e buttato in terra, dove hanno continuato a infierire su di lui. Dopodichè i quattro si sono dati alla fuga, raggiungendo il locale del fratello dei Bianchi e tentando di far sparire la macchina.
Arrestati poco dopo, dal carcere hanno iniziato ad accusarsi a vicenda. “I fratelli Bianchi”, si leggerà sull’autopsia, “gli hanno spaccato il cuore in due”. Gli hanno lesionato tutti gli organi interni, compresi i polmoni, la milza, il pancreas.
Sono trascorsi 4 mesi da allora ma il sorriso felice di Willy non si spegne col tramonto di questo anno impossibile e doloroso.
TPI ha raccolto le parole di Erik Monteiro, cugino di Willy, che ha fatto rivivere ancora una volta il ricordo di quel ragazzo “gioioso e generoso” capace di risollevare chiunque.
“Io e Willy ci passavamo 7 anni, eravamo cugini ma eravamo come fratelli. Fin da piccoli eravamo legatissimi, vedendo me più grande lui cercava di emularmi, nel vestirsi, nel fare le cose dentro casa. Mi ha colpito molto vedere come sono andate le cose. Sono orgoglioso di lui. Non tante altre persone avrebbero fatto quello che ha fatto lui: ha donato la sua vita per difendere un amico, questo quantifica quanto bene quel piccolo grande uomo donava alle altre persone. Non troverai mai una persona che ti parlerà male di Willy”.
Chi era Willy?
Willy era una persona che ti rallegrava, era la gioia in persona. È difficile ancora adesso realizzare ciò che è successo, specie a Natale. Il Natale lo passavamo sempre insieme.
Come è stato questo Natale?
È stato assurdo. Con il Covid tante famiglie hanno perso i propri cari e non si sono potute riunire. Questa cosa l’abbiamo sentita ancora più forte senza Willy. Mancava lui, era un riferimento per tutti noi, è stato difficile. Però siamo riusciti a stare vicini.
Come lo ha trascorso?
Io e mia madre siamo riusciti ad andare dalla famiglia di Willy rispettando le regole, almeno il giorno di Natale. Volevamo far sentire la nostra vicinanza. Sono grato per tutte le persone che al di fuori della famiglia si sono fatte sentire vicine, tramite chiamate, messaggi, venendoci a trovare. Questo sta a significare che Willy nel suo piccolo ha dato tanto. Ha lasciato tanto. Willy aveva tutta la vita davanti, stava facendo la gavetta, voleva diventare un grande chef. Purtroppo questo sogno non lo può più realizzare.
Domanda retorica: è stata dura?
La nostra forza è l’unione, ci sentiamo ogni giorno, con mia zia, con mia cugina. Abbiamo sentito molto la sua mancanza. Il Natale è il giorno in cui si ritrova la famiglia, è mancato quel posto a tavola. Ma sappiamo che anche se non è fisicamente con noi, con animo, spirito e cuore ci segue ed è sempre vivo nei nostri cuori.
E intanto continuano le indagini sulla sua morte.
La giustizia deve fare il proprio corso. Chi ha colpito Willy non ha solo spezzato una vita, ha spazzato via una famiglia intera. Spero che con il nuovo anno venga fatta giustizia perchè è quello che deve esser fatto. Spero che casi di questo genere non accadano più. Leggo ancora di risse e cose simili, è tutto sbagliato.
(da TPI)
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Dicembre 31st, 2020 Riccardo Fucile
I RICAVATI DELL’ALBUM AIUTERANNO A COSTRUIRE UN AMBULATORIO PER ORFANI A KOBANE… IL PADRE: “LORENZO AVEVA SCELTO UN ALTRO POPOLO CHE AVEVA BISOGNO DI AIUTO PER RESTITUIRE LE FORTUNE AVUTE DALLA VITA”
«Ogni tempesta comincia con una singola goccia. Cercate di essere voi quella goccia». Termina con queste parole il testamento di Lorenzo Orsetti, nome di battaglia TàªkoÅŸher, “combattente” arruolatosi contro l’Isis nei ranghi dell’Ypg, l’Unità di protezione del popolo curdo, e morto il 18 marzo 2019, a 33 anni, in un’imboscata dei jihadisti dello Stato islamico a Baghuz, al confine tra Siria e Iraq.
«Lorenzo era un giovane del popolo come tanti altri. Viveva nella sua casa a Firenze, aveva il suo lavoro, aveva la sua rete di amici. Era molto critico su tanti aspetti della società italiana: aveva dato un significato sociale e politico a questo disagio», racconta a Open il padre di Lorenzo, Alessandro Orsetti. «Cercava una situazione alternativa, una società dove tutti potessero star bene, dove esser felici. Cercava una società non come questa che fa ammalare, che genera tanto disagio e che lascia indietro tante persone. E Lorenzo aveva scelto un altro popolo che aveva bisogno di aiuto, perchè voleva restituire le fortune avute dalla vita».
«Un giorno — prosegue il padre di Orso — ha avuto notizia di questa realtà e ha deciso di partire come osservatore. Ma la cosa bella è che Lorenzo si è innamorato veramente di questa realtà e non si è più limitato a essere un osservatore. Nel popolo curdo, in quella causa, ha trovato i valori che aveva già dentro di sè. E lì è sbocciato. Lorenzo ha anche anticipato il senso del capire che le risposte ai mali del nostro mondo occidentale possiamo trovarle anche fuori da questo mondo, imparando da altri popoli. Ha anticipato, per certi versi, la frattura della nostra società , ma era convinto questo suo intervento avrebbe fatto bene anche a noi. Del resto, la lotta è comune».
E a raccogliere l’invito a “farsi gocce” ci hanno pensato oltre 30 artisti italiani che, sotto la direzione del produttore e musicista Lucio Leoni e dell’etichetta discografica fiorentina Black Candy, supportati ad Arci Firenze e da Bao Publishing, hanno pubblicato un doppio album dal titolo Her Dem Amade Me — Siamo sempre pronte, siamo sempre pronti, i cui proventi verranno destinati alla costruzione di un ambulatorio pediatrico, in memoria di Lorenzo Orsetti, presso il centro Alan’s Rainbow di Kobane, dove vengono ospitati in sicurezza 50 bambine e bambini rimasti orfani.
Un’iniziativa accolta con sorpresa e gratitudine dalla famiglia Orsetti, anche perchè, come spiegato dal padre Alessandro, «se pensiamo al momento storico che stiamo vivendo, con le chiusure e gli egoismi emersi durante la pandemia di Coronavirus, andando dal singolo Stato sino al quartiere dove ognuno sembra pensare al proprio giardino, un progetto che si occupa di un popolo lontano a me sembra un qualcosa di stupendo».
E questo «diventa ancor più importante perchè manifesta un’apertura, una disponibilità , un interesse per qualcosa che non è tangibile, e per cui non vi è alcun ritorno personale».
Raramente negli ultimi anni la musica italiana si è mossa in modo così compatto verso una causa. Un cambio di rotta spesso desiderato, quasi riuscito in alcuni casi, ma che raramente ha visto la luce, specialmente negli ambienti della scena underground, ammesso che tale termine abbia ancora senso nei tempi del digitale e con un mercato discografico dove le piccole realtà fanno fatica a restare a galla.
Ma là dove il contatto e la condivisione pura e diretta tra artisti e pubblico è stata la ragion d’essere della musica in sè, con la consapevolezza da parte dei musicisti di essersi presi il dovuto tempo per decidere davvero cosa si intendesse raccontare e trasmettere agli altri, e rimettendo nuovamente al centro il proprio ruolo sociale della propria arte (e di conseguenza anche quello politico), questo processo ha dato un maggior peso specifico e una maggiore credibilità e qualità a molti artisti. E questa “scena sommersa” ha risalito le acque, e ora ha davvero tanto da dire, da raccontare e da fare.
«L’idea di Her Dem Amade Me è nata durante il primo lockdown quando ci siamo resi conto che c’era molta attenzione alle proprie carriere, ai propri dischi, ai propri concerti, ai propri percorsi interrotti — spiega a Open il direttore artistico del progetto, Lucio Leoni -. Anzichè preoccuparci dei nostri singoli percorsi, ci siamo chiesti quale fosse il ruolo della musica, dell’arte e delle nostre responsabilità ».
«Ci siamo resi conto che c’era una storia molto vicina a noi sulla quale si era un po’ spenta l’attenzione. E visto che il nostro ruolo è quello di raccontare storie, di testimoniare e mantenere viva la memoria — prosegue Leoni — ci siamo detti “Perchè non tenere viva la memoria di un ragazzo della nostra età che si è alzato dal divano, invece di parlare solo di ideali di giustizia e di rivoluzioni varie e ci ha provato veramente?”. Ci sembrava interessante spostare lo sguardo dal nostro orticello».
«Ogni artista è andato a cercare nella storia di Lorenzo quel che più racconta il suo interesse, il che include anche la gioia della rivoluzione, la risata. Perchè c’è anche quello nel superamento di certe ingiustizie, non c’è solo la pesantezza dell’eroe nostalgico e malinconico», prosegue Lucio Leoni. «Una delle cose molto interessanti è che questa collettività di artisti si è presa la responsabilità della propria arte. Cosa che, negli ultimi tempi, l’arte si è un po’ dimenticata di fare. Il tutto senza farsi trascinare dall’obbligo di arrivare per forza al successo e al denaro, ma di ritrovare un contatto, al di là delle distanze, con le persone e con certi valori, facendo del bene».
Cosa che, del resto, altro non è che il prosieguo del sentire personale di Lorenzo Orsetti, come spiegato dal papà Alessandro: «Dalla storia di Lorenzo possiamo estrapolare tanti valori e tante emozioni: il dedicarsi a una causa, il metterla al di sopra della propria vita, il legarsi a un popolo, l’autodeterminazione personale, il valore buono della politica e di un progetto sociale. Questo progetto musicale è grande perchè recupera tutti questi valori e li convoglia verso un aiuto concreto a persone che hanno veramente bisogno per la realizzazione dell’ambulatorio pediatrico, per un futuro migliore».
Oltre a Lucio Leoni che ha coordinato il progetto, tra gli altri artisti che hanno aderito all’iniziativa figurano Giancane, Margherita Vicario, Max Collini, Paolo Benvegnù, La Rappresentate di Lista, Marina Rei, Ginevra Di Marco, Tre Allegri Ragazzi Morti, Giovanni Truppi, Mokadelic, 24 Grana, Assalti Frontali e anche Zerocalcare, che ha fornito le tavole per la realizzazione del booklet del doppio album, traendole dal suo fumetto Macelli, proprio incentrato sulla storia di Lorenzo Orso TekoÅŸer Orsetti.
(da Open)
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Dicembre 30th, 2020 Riccardo Fucile
PARLA CLAUDIA ALIVERNINI, L’INFERMIERA, PRIMA VACCINATA IN ITALIA, MINACCIATA E INSULTATA DALLA FOGNA NEGAZIONISTA… LA GRANDE SOLIDARIETA’ DEGLI ITALIANI PERBENE
“Non mi aspettavo tanta cattiveria, un odio così grande, tanto veleno e rabbia, ma io lo rifarei
subito, lo rifarei mille altre volte ancora, per tutti i miei colleghi che sono morti per aiutare gli altri, per tutti coloro che hanno perso la vita stroncati dal Covid e io ne ho visti tanti, troppi, di pazienti andare via…”.
Claudia Alivernini commenta con queste parole rilasciate al Messaggero gli attacchi dei no-vax. “Vediamo quando muori” hanno scritto sui social alla giovane infermiera dello Spallanzani, prima vaccinata d’Italia. Su Instagram sono spuntati due profili fake a suo nome e lei si era detta pronta a denunciare.
A Claudia è arrivata la solidarietà dagli stessi social, dal mondo della politica e dai colleghi. “Ho incontrato stamattina Claudia per incoraggiarla dopo le varie fake news ed attacchi” ha scritto su Facebook il direttore dello Spallanzani Francesco Vaia “Non ce n’è stato bisogno. Claudia sta bene, come tutti gli altri vaccinati, è di ottimo umore ed è sempre più convinta della sua scelta: atto d’amore per sè, per i suoi cari, per i Pazienti, per il Paese”
Gli hater non sono riusciti a spegnerle il sorriso, nè a farle fare un minimo passo indietro. Claudia ha rassicurato i colleghi, ha parlato a lungo con il professore Francesco Vaia, direttore sanitario della struttura, quindi ha intrattenuto un colloquio con gli agenti della Polizia postale.
Per tutta la giornata in tantissimi l’hanno cercata, chiamata, messaggiata per dimostrarle che non è sola, che non lo sarà mai in questa lotta al virus in cui, finalmente, si intravede una luce.
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2020 Riccardo Fucile
SCAPPATA DALLA SUA TERRA PER FUGGIRE AL GIOGO DEL LAND GRABBING, ERA ARRIVATA IN ITALIA GIOVANISSIMA CON IL DESIDERIO DI LAUREARSI E FONDARE UN’AZIENDA AGRICOLA
Determinata, testarda, convinta che l’odio si possa contrastare solo con la cultura: Agitu Idea Gudeta credeva nella tolleranza e pur, agli occhi di tutti, “avendocela fatta”, non dimenticava mai da dove veniva, e nella sua azienda faceva lavorare anche i richiedenti asilo.
Scappata dalla sua terra, l’Etiopia, per fuggire al giogo del land grabbing, era arrivata in Italia ancora giovanissima, piena di grinta e speranza, e soprattutto di voglia di studiare, tanto da conseguire in pochi anni una laurea in Sociologia all’università di Trento, mantenendosi tra mille lavori.
Un grande obiettivo raggiunto, ma per Agitu solo il punto di partenza: il suo sogno era infatti quello di trasferirsi in montagna, tra le Alpi trentine, per prendersi cura di quel territorio meraviglioso e far rivivere una tradizione antichissima, quella dell’allevamento della capra Mochena, razza indigena della Valle dei Mocheni, quasi estinta fino a pochi anni fa. “Sono animali rustici, poco esigenti, ottime capre pascolatrici. E possono rimanere all’aperto praticamente tutto l’anno, permettendomi di risparmiare molto sia sui mangimi sia sui costi di gestione. Inoltre, in questo modo, posso anche ricevere dei finanziamenti previsti per chi recupera razze in via d’estinzione”, raccontava.
Quindici caprette e un vecchio capannone preso in comodato d’uso per partire: tanto era bastato ad Agitu per cominciare a toccare con mano il sogno, diventando in poco tempo uno dei volti più conosciuti di tutta la Val dei Mocheni, Agitu la ragazza venuta dall’Etiopia, Agitu la pastora delle capre felici, Agitu dal sorriso luminoso, Agitu simbolo di integrazione.
I giornali parlavano volentieri di lei, incuriositi dalla sua storia, ammirati dalla sua resilienza, e gli abitanti della valle con la stessa ammirazione la studiavano, perchè non capita tutti i giorni di incontrare una donna così, che da sola decide di affrontare la sfida per eccellenza – una vita da sola in montagna, recuperando un mestiere antico e faticoso come quello della pastorizia – con dedizione, e per pura scelta.
Lavorava il latte, produceva formaggio, e rifiutava ogni proposta di entrare in politica, Agitu, perchè era con le sue capre che voleva stare, (“Devo proteggerle dagli orsi!”, ripeteva, un po’ scherzando e un po’ no) ed era attraverso il suo lavoro e la sua storia che voleva parlare e dare l’esempio.
In fondo agli occhi, ancora, l’ultimo sogno: trasformare la sua attività in un agriturismo, puntare sull’accoglienza. Se qualcosa o qualcuno non glielo avesse strappato via a soli 42 anni, ci sarebbe certamente riuscita.
Perchè nessuna vetta era troppo alta da scalare, per Agitu.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
“SCHIAVA PER 2 EURO L’ORA, NON POTEVO NEMMENO ANDARE IN BAGNO”… HA AVUTO IL CORAGGIO DI DENUNCIARE I RESPONSABILI
Ha trovato il coraggio di denunciare, insieme ad altre tre colleghe. Michela Piccione lavorava in una piccola stanza, senza finestre e senza potersi nemmeno alzare dalla sedia. Da oggi è Cavaliere della Repubblica
Era una delle «schiave del call center» di Taranto dove si lavorava in condizioni raccapriccianti. Oggi Michela Piccione, 36 anni, è stata premiata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il titolo di Cavaliere della Repubblica, per la sua forza, per aver trovato il coraggio di denunciare i suoi datori di lavoro, coinvolgendo altre 3 colleghe (su 35, tutte donne) mettendo fine a un incubo durato, nel suo caso, due mesi.
«Il primo mese ho guadagnato 350 euro, il secondo 110 — ci confida — Andavo tutti i giorni al lavoro, facevo 6 ore al dì e venivo pagata una miseria».
Ma quello che le ha fatto più male è stato lo sfogo di una collega: «Non ce l’ho fatta più quando ho visto le lacrime di una madre che ci ha detto “Con i 92 euro guadagnati a dicembre cosa dirò ai miei figli? Quali regali di Natale metterò sotto l’albero?”».
Così ha denunciato tutto ad Andrea Lumino, segretario generale di Slc Cgil Taranto.
«Una pausa di 15 minuti ogni 6 ore, facevamo la colletta per la carta igienica»
Quel call center degli orrori, infatti, dopo poco tempo, ha chiuso i battenti. Degli orrori non solo per le paghe da fame: «Era un buco, io lavoravo in una stanza di 2 metri per 2. Eravamo in tutto 35 divisi in 3 stanze di un piccolo appartamento. Senza finestre, o meglio quella che c’era manco si apriva. E poi ci toglievano la dignità : non potevamo alzarci dalla sedia, manco per andare in bagno, altrimenti ci decurtavano quel poco di stipendio che prendevamo. Avevamo solo una pausa di 15 minuti ogni 6 ore. Raccoglievamo persino 1 euro a testa per pagare la carta igienica».
«Mi dicevano: ‘Infame, non ti chiamerà più nessuno a lavorare’»
La paura di denunciare c’era. Qualcuno le faceva credere di essere «un’infame, che avesse sbagliato a raccontare tutto»: «Mi dicevano “non ti chiamerà più nessuno per lavorare”, molti colleghi non mi hanno rivolto la parola, altri mi hanno offesa perchè avevano perso il posto di lavoro. Poi, anche grazie al sindacato, sono stati tutti ricollocati. A distanza di tempo, dico con grande convinzione che lo rifarei altre mille volte».
Oggi Michela Piccione ha un lavoro dignitoso
Michela Piccione, dopo aver denunciato i suoi datori di lavoro, è tornata a lavorare in un call center dove vende pacchetti per Tim. Un contratto di collaborazione a progetto: «Mi trovo bene. Certo, se non vendi, non guadagni. Un lavoro subdolo, sei sempre con il pensiero di non farcela. E non puoi nemmeno chiedere un mutuo o un finanziamento per la lavatrice». Accanto a lei c’è il marito, un artigiano, e soprattutto due bambini. Una di 4 anni e mezzo e l’altro di 13 anni.
(da Open)
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Dicembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
OGGI RACHELE, 25 ANNI, E’ STATA PREMIATA DA MATTARELLA: “AVEVO LA RESPONSABILITA’ DELLA SUA VITA, HO AGITO D’ISTINTO, LO RIFAREI”
A 25 anni, la grafica di Treviso non ci ha pensato un attimo quando ha visto un ragazzo
disteso sui binari. Lo ha raggiunto provando a metterlo in salvo, nonostante il treno fosse in arrivo. Se l’è cavata con l’osso della gamba rotto. Oggi è stata premiata da Mattarella
«L’ho visto da solo, disteso sui binari con il treno che stava per arrivare. Così l’ho raggiunto e ho provato a metterlo in salvo. Ho rischiato, è vero. Per me è stato un grande spavento, il treno mi ha preso di striscio. Alla fine me la sono cavata con l’osso della gamba rotto, niente di grave. Mi consola sapere, invece, che lui adesso sta bene (ha riportato gravi traumi alla testa e alla schiena ma non è in pericolo di vita, ndr). Il mio è stato un gesto istintivo, di petto, avevo la responsabilità della sua vita». A parlare a Open è Rachele Spolaor che oggi, 29 dicembre, è stata premiata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver messo a repentaglio la sua vita per salvare quella di uno sconosciuto.
«Il macchinista ci ha visto e ha frenato in tempo»
Rachele Spolaor, 25 anni, aveva terminato il suo turno di lavoro — lavora come grafica in un’azienda della provincia di Treviso — e stava andando alla stazione ferroviaria di Mestre-Ospedale: «Era il 10 dicembre, in tarda serata, non c’era nessuno se non io e lui. Appena l’ho visto cadere sui binari, l’ho soccorso. Un gesto che rifarei, che non rimpiango affatto. Certo, sono stata fortunata, poteva andare diversamente. È stato bravo il macchinista che ci ha visto e ha frenato in tempo, evitando la tragedia». Di quei momenti non ricorda molto se non «il grande spavento» e il fatto che «non fosse del tutto consapevole del pericolo che stava correndo». È successo tutto di fretta, una gran «confusione»
Il giovane salvato ha 35 anni
Di lui, del giovane che ha rischiato di morire si sa che ha 35 anni e che, pare, volesse farla finita gettandosi sui binari. La dinamica dei fatti, in realtà , non è ancora del tutto chiara: potrebbe essersi trattato di un suicidio o di un incidente (forse per un malessere). Rachele Spolaor — che non vuole essere chiamata eroina — non si è chiesta il motivo del suo gesto ma ha pensato “solo” a salvargli la vita. Oggi si gode questa giornata di festa: «Sono felice e onorata, è tutto così surreale, sembra un film», ci dice.
Premiato anche l’autista Danilo Galli per aver salvato una donna dal suicidio
Come lei, è stato premiato anche Danilo Galli, autista dell’Atac a Roma, che il 4 settembre scorso, ha salvato la vita a una donna che voleva gettarsi dal ponte di Via delle Valli nella Capitale. Anche in questo caso, Danilo Galli non ci ha pensato un attimo. Ha fermato il bus, ha attraversato la strada e ha salvato la donna. Perchè la vita non ha prezzo. Mai.
(da Open)
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Dicembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
AIUTAVA I CLIENTI A SCARICARE IL CARRELLO… LA PROPRIETARIA; “I CLENTI GLI VOLEVANO BENE E CON QUEI SOLDI PAGA UNA SCUOLA D’INGLESE AL FIGLIO IN GAMBIA, E’ UN ONORE AVERLO QUI A LAVORARE”… I COLLEGHI: “E’ UNO DI NOI”
“Sono troppo contento”. Lo ripete più volte, con il suo italiano biascicato, Kemo, 40enne della Guinea Bisseau, da circa sei anni in Italia e da pochi giorni assunto come addetto allo scarico merci in un supermercato di Crotone.
Lo stesso supermercato davanti al quale, per anni, ha atteso per assistere qualche cliente bisognoso d’aiuto. “Tengo a precisare, che non ha mai chiesto l’elemosina — spiega Anna Carolei, responsabile del punto vendita -. Se qualcuno voleva dargli una mancia, lo ha fatto in maniera del tutto volontaria”.
La storia di Kemo Darboe è simile a quella di tanti altri migranti, ma sostanzialmente diversa. Dal suo arrivo in Italia, tanti eventi hanno cambiato la sua vita. “Sono tanti anni che sono qui in Italia, senza lavoro — spiega il guineense -. Sono andato a Foggia, ho trovato solo lavoro in nero, paga bassa… Nient’altro. Adesso, la signora Anna Carolei ha deciso di aiutarmi. Lavoro qui con un contratto, sono troppo contento”.
Prima di lasciare il suo Paese, Kemo ha perso la moglie, deceduta durante il parto dell’ultimo dei suoi tre figli. Così, ha deciso affidarli ad una sua amica in Gambia, aiutata dal fratello.
Dopo un primo periodo in Italia, il 40enne ha l’opportunità di trasferirsi in Germania e chiedere il ricongiungimento con i suoi figli.
“Purtroppo — racconta Anna Carolei -, quando tutta la documentazione era già pronta, gli è giunta una terribile notizia dal Gambia: i suoi due figli maggiori, di 9 e 12 anni, hanno perso la vita in un incidente occorso a un pulmino carretta. In Germania non gli avrebbero più dato la possibilità di rimanere. Quando me lo ha comunicato via social, gli ho detto: sarebbe opportuno che tu ritornassi qui, vedremo come aiutarti”.
Così, tornato a Crotone, staziona nei pressi del supermercato gestito dalla Carolei. “Stava fuori dal supermercato, anzi… Per motivi umanitari — precisa la responsabile del punto vendita —, con il caldo o con il freddo, invitavamo Kemo a stare dentro. Ha sempre goduto degli stessi diritti di tutti gli altri”.
Questo fino a quando il proprietario della catena, Francesco Policastrese, decide di assumerlo. “Lo conosco da tanti anni — afferma l’imprenditore -, è una persona a modo, ha sempre lavorato, ha sempre assistito i clienti… La gente lo cerca, è un ragazzo che si fa voler bene. Non mi aspettavo tutto questo clamore — prosegue -, non credo di aver fatto nulla di eccezionale. Mi si è aperta questa opportunità , avevo bisogno di una mano in negozio e l’ho fatto lavorare”. Si tratta di un contratto a tempo determinato, fino al 31 gennaio, ma Policastrese ha già assicurato che verrà prorogato.
La vita di Kemo a Crotone è semplice. Lavora, va a casa, cucina e magari scambia due chiacchiere con i suoi due coinquilini, un nigeriano e un gambiano.
“È un ragazzo per bene — spiega Anna Carolei -. Paga le bollette giorni prima della scadenza, sempre puntuale nel pagamento dell’affitto. E poi invia denaro a suo figlio che sta frequentando una scuola inglese. L’anno scorso, in questo periodo, gli abbiamo offerto un viaggio per andare dal suo piccolo. È stato in Gambia poco prima che arrivasse il covid — aggiunge -, ha fatto appena in tempo”.
Gli altri dipendenti del supermercato lo apprezzano e sono felici per la sua assunzione, come conferma Antonio, altro addetto al magazzino. “Una notizia che mi ha fatto molto piacere — dice -, è una persona che lo merita. Ormai era diventato uno di noi, perchè era sempre qui con noi, ci aiutava durante lo scarico merci, anche prima del contratto. Per me è un onore averlo con noi a lavorare”.
Il Natale è festa anche per Kemo e i suoi amici, grazie anche alla generosità degli altri. “Non dovrò cucinare perchè una signora ha cucinato pollo e carne per me e i miei amici”. Testimonianza tangibile di come Kemo, a Crotone, sia ormai considerato uno di famiglia. Perchè la felicità , a volte, si può trovare anche al supermercato.
(da Fanpage)
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