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“MI PIACE VINCERE E ADORO LA VITA, NON CHIAMATEMI DIVERSA”

Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile

NICOLE ORLANDO VINCE QUATTRO ORI AI MONDIALI PER ATLETI DOWN

Le sue vittorie Nicole le dedica alla nonna. Per quattro volte la ventiduenne di Biella è salita sul gradino più alto del podio ai Mondiali per atleti down in Sud Africa.
La ragazza si è aggiudicata l’oro nei 100 metri, nel salto in lungo, nel triathlon e nella staffetta 4 per 100, dove ha realizzato il record del mondo.
“Sono contenta, mi piace vincere le medaglie. Mi devo preparare alle Olimpiadi di luglio, a Firenze”, ha raccontato la ragazza entusiasta al Corriere della sera.
A festeggiare in prima fila con lei ci sono i genitori di Nicole, da sempre a fianco alla figlia, pronti a sostenerla e incoraggiarla ad affrontare ancora più sfide di quelle che già  la vita le ha preservato.
“Io l’avevo avvertita: guarda che ci sono le messicane che sono molto forti, sarà  dura – dice la madre Roberta – Mi ha risposto di non preoccuparmi. Lei è così, molto determinata: il suo allenatore assicura che se tutti i suoi sportivi avessero la stessa concentrazione, vincerebbero molto di più. Lo spirito agonistico non le manca: suo fratello e sua sorella non le hanno mai fatto passare niente e lei ha sempre cercato di competere. Ci avevano detto che i ragazzi Down hanno i legamenti laschi e quindi sono lenti e pigri. Per stimolarla, l’abbiamo portata in piscina che aveva appena un anno. Quando ha iniziato a camminare è stata la volta della ginnastica artistica”.
Matteo Renzi ha voluto omaggiare Nicole, dedicandole un post su Facebook per ringraziarla di “aver reso onore all’Italia”.
Il premier si rivolge anche agli altri atleti della Federazione Italiana Sport Disabilità  Intellettiva Relazionale, che in tutto hanno conquistato 27 titoli nell’atletica leggera e 5 nel tennis tavolo.
Adesso per Nicole è tempo di pensare alle Olimpiadi di luglio a Firenze, ma prima darà  spazio alla preparazione per interpretare una parte nel musical organizzato dai ragazzi della palestra.
“Perchè mi dite così? Perchè sono diversa? In che senso diversa? – recita precisa al telefono –. Non posso anche esser stupida, cicciona, prima donna o lesbica? O devo essere sempre solo quella con la sindrome di Down?”.
Oggi, intanto è una campionessa della Nazionale.

(da “Huffingtonpost“)

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SARA’ INTITOLATO A VALERIA IL NUOVO OSPEDALE DI EMERGENCY IN AFGHANISTAN

Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile

INTERVISTA A CECILIA STRADA: “UN MODO PER ONORARE UNA PERSONA SOLARE E APPASSIONATA CHE LAVORAVA PER I DIRITTI DEI PIU’ DEBOLI”

“Stiamo costruendo il nuovo Centro di maternità  ad Anabah, in Afghanistan, per dare più diritto alla cura a mamme e bambini e più lavoro e formazione alle donne impiegate nel Centro. E, d’accordo con la famiglia, abbiamo deciso che la nuova struttura sarà  dedicata a Valeria Solesin”.
Questo il post apparso sul profilo Facebook di Cecilia Strada, presidente di Emergency, l’organizzazione non governativa che da più di vent’anni cura strenuamente (e gratis) tutti i malati e i feriti delle guerre, della povertà , delle ingiustizie, degli interessi striscianti e del terrore nel mondo.
E Valeria era una di loro.
Una scoperta, una rivelazione che è suonata così naturale. La ragazza veneziana trucidata al Bataclan di Parigi era stata una volontaria di Emergency.
Perchè Valeria voleva rendersi utile al mondo. Voleva contribuire a mitigarne le troppe sofferenze e convulsioni. Valeria voleva capirlo, questo mondo.
A cominciare dalle ragioni degli altri, dei più distanti. Con l’ottimismo della volontà  e anche quello della ragione. Prima che il suo sogno finisse come sappiamo.
Il nuovo centro di maternità  in Afghanistan che sarà  intitolato a Valeria Solesin è una struttura che dà  lavoro a sole donne, in un Paese dove la mortalità  materna è 115 volte più alta di quella italiana.
La nostra intervista a Cecilia Strada parte da qui.
“È un pensiero che Emergency ha avuto subito dopo aver saputo del suo coinvolgimento in questa drammatica vicenda. Naturalmente, abbiamo aspettato di parlarne prima con la famiglia. E a loro la nostra proposta è parsa una bella cosa. A quel punto abbiamo cominciato a ragionare su che tipo di struttura dedicarle. Il nostro poliambulatorio a Marghera, vicino, quindi, a casa sua? Alla fine abbiamo deciso per il centro di maternità  in Afghanistan perchè si prende cura delle madri, dei bambini, della salute delle donne; e della loro piena occupazione. Tutti aspetti che per Valeria erano molto importanti: un’esperienza per la costruzione dei diritti e per le donne, per il lavoro delle donne. Un posto per non dimenticarla mai”.
Valeria ha fatto parte di Emergency. Che ricordo trattenete di lei?
“È stata una nostra assidua volontaria: a Venezia prima, e a Trento poi. I volontari del gruppo di cui ha fatto parte la ricordano come una ragazza davvero in gamba, appassionata, solare, studiosa, sveglia. Una gran bella persona”.
“La nostra dignità  è dovuta e dedicata a tutte le Valerie che lavorano, studiano, soffrono e non si arrendono”. Lo ha detto Alberto Solesin, padre di Valeria, durante i funerali laici e di Stato della ragazza uccisa al Bataclan.
“Ripensando a Valeria non voglio isolare la sua immagine dal contesto in cui lei viveva a Parigi. L’università , l’Istituto nazionale di studi demografici, i bistrot, le birrerie dove amavano incontrarsi tante ragazze e ragazzi come Valeria. Gioiosi, operosamente rivolti a un futuro che tutti, mi pare, assieme a lei vogliono migliore”
Con Valeria e gli altri ragazzi sterminati al Bataclan è stata colpita, forse deliberatamente, la “generazione Erasmus” come la definisce il premier Matteo Renzi. La nostra “Meglio Gioventù Europea”. Perchè proprio lei, perchè proprio loro?
“Non sono in realtà  particolarmente stupita per quanto è accaduto, perchè l’esperienza del terrorismo, che è anche l’esperienza della guerra, è appunto sinonimo di “vittime civili”. Sono vent’anni che lavoro in Emergency e non conosco una situazione di violenza, di conflitto, di terrorismo, di guerra in cui a farne le spese non siano stati i civili. Magari attraverso “bombardamenti chirurgici” e “droni intelligenti”. Poi, di volta in volta tra i civili massacrati, tra quelli che non c’entrano niente puoi trovarci i ventenni, i 25enni, i bambini, i vecchi contadini… questa è la tragica realtà  dei conflitti moderni. A morire non sono i combattenti. A morire nella stragrande maggioranza dei casi sono i civili”.
Emergency, citandovi, “da oltre vent’anni risponde all’orrore della violenza con la pratica dei diritti”. Anche la battaglia contro l’Isis può essere combattuta con un sovrappiù di civiltà ? O la guerra è ormai inevitabile?
“Noi muoviamo da una considerazione inequivocabile, fermo restando che non devono essere le organizzazioni non governative come la nostra a trovare le soluzioni, ma l’Onu e gli organismi sovranazionali. Il dato di fatto è questo: sono quindici anni che il mondo è impegnato in una guerra senza quartiere contro il terrorismo, e i risultati non sono certo entusiasmanti se pensiamo a Daesh, ai morti di Beirut, Parigi, Kabul e in Siria tutti i giorni. Nella nostra esperienza la guerra non è uno strumento che ha funzionato. Per contro, sempre per il nostro vissuto personale, ci sembra che la pratica dei diritti sia un modo efficace e molto più economico di mettere in campo degli antidoti alla violenza e al fanatismo. Noi quindi andiamo avanti così”.
Salvaguardare i diritti: e poi?
“Occorrerebbe anche molta onestà  intellettuale. Bisogna controllare seriamente i flussi finanziari: da dove arrivano i fondi, le armi e gli appoggi politici al terrorismo? E poi, più “banalmente”: chi li compra i reperti archeologici con cui i miliziani dell’Is fanno un sacco di soldi? Non certo i cittadini iracheni, o quelli siriani e afghani. E il petrolio di contrabbando dal Califfo chi se lo compra? Va potenziata l’attività  di intelligence e migliorato il lavoro di chi si occupa delle attività  di “deradicalizzazione…”.
Un’inquietante figura si aggira e moltiplica nel cuore dell’Europa: il “foreign fighter”.
“Gli ultimi attentati perpetrati su suolo europeo sono stati organizzati da cittadini europei, non da gente arrivata dall’Iraq o dalla Siria. Come è possibile che un ragazzo nato a Bruxelles si faccia saltare in aria a Parigi? Occorre allora secondo noi un maggiore impegno nell’attività  di deradicalizzazione. Per esempio spiegando alle famiglie, e agli insegnanti, come riconoscere i campanelli d’allarme, come evitare gli arruolamenti e le affiliazioni, “deradicalizzandoli” prima che sia troppo tardi. Troviamo frustrante che la risposta sia sempre e soltanto questa: “Più guerra, più bombe”. Così facendo continueremo a contare i morti. Anche a Parigi”.
Chi arma Daesh?
“Per anni ci hanno raccontato che, grazie ai satelliti, si riesce a vedere persino un foglio formato A4 sul marciapiede sotto casa nostra. Ma allora come è possibile che non si riescano a identificare i flussi di armi? Basterebbero i semplici metodi ordinari di intelligence e di polizia; gli strumenti della lotta alla mafia. E Falcone non ha mai proposto di bombardare la Sicilia per sconfiggere la mafia”.
Viviamo in un pianeta incattivito?
“È da decenni che lavoriamo in zone di guerra. Dal ’99 siamo in Afghanistan, dove crescono ogni anno le vittime civili; dal ’95 in Iraq, dove negli ultimi due anni abbiamo aperto dei centri sanitari nei campi degli sfollati e dei fuggiaschi dalle violenze e dai bombardamenti. Siamo in Africa, con centri di chirurgia d’urgenza per cercare di porre un argine a guerre civili combattute anche a colpi di machete. Le vittime dilagano dappertutto. La violenza va a spirali. La guerra, il terrorismo procedono per spirali: era inevitabile che prima o poi saremmo stati toccati anche in posti in cui ci sentivamo completamente al sicuro. Ma non può esserci un posto sicuro in un mondo pervaso dalla violenza”.
Condivide la posizione di non interventismo aperto del governo Renzi?
“Non mi è chiarissimo quello che intende fare il governo italiano, con dichiarazioni del tipo: “Siamo al vostro fianco ma poi vedremo come”. Credo che il nostro governo, al di là  di essere con la Francia, debba ragionare in proprio. Chiedendosi per esempio: in quale modo le armi da noi esportate in Medio Oriente, in Nord Africa, in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo possono far sì che il mondo diventi sempre più violento? È possibile che tra i nostri alleati ci siano Stati che sostengono direttamente o indirettamente il terrorismo? Finora non ho sentito nessun discorso del genere”.
Perchè ci commuoviamo per le vittime di Parigi e molto di meno per chi di terrorismo muore in Mali, in Tunisia o in Palestina?
“Da un lato gioca l’immedesimazione: tutti avremmo potuto essere al Bataclan, tutti siamo stati una volta a Parigi e lo stesso non può dirsi per Baghdad o Damasco. Ma qui un ruolo assolutamente centrale lo rivestono i media. È un percorso cominciato dopo l’11 settembre. Le vittime dell’attacco alle Torri gemelle ci vennero giustamente raccontate a fondo. Conoscemmo le loro facce, i loro nomi, le loro passioni: ognuno di loro è diventato parte del nostro album familiare, della nostra storia. Lo stesso meccanismo si è replicato a Parigi, ma questo non accade quando un attentato terroristico spazza via duecento innocenti in Afghanistan o in Iraq. In quel caso i giornali si limitano a un trafiletto. Quelle vittime non vengono raccontate come tutte le vittime meriterebbero, e così non penetrano nel nostro immaginario collettivo. Non potremo mai sentirle vicine. Non potremo mai capirle”.
Dopo venerdì 13 novembre sta rimontando, in tutta Europa, l’avversione nei confronti dei migranti. “Avete aperto le frontiere, queste sono diventate un colabrodo e ora non lamentatevi se in mezzo a immigrati e rifugiati regolari si annidino, a frotte, gli invasati dell’Isis” recita certa retorica destrorsa.
“Il proliferare dei foreign fighters insegna che le frontiere c’entrano ben poco. E allora, e a maggior ragione creiamo dei corridoi umanitari, controllati, delle possibilità  di arrivare in Italia in modo legale, in aereo, per i richiedenti asilo e per chi scappa da guerre atroci. Non solo per salvargli la vita, ma anche per una questione di sicurezza”.
La caccia al clandestino cripto-terrorista: questo è quello che desideravano gli jihadisti?
“Sicuramente il razzismo e l’islamofobia sono un grande regalo all’estremismo perchè forniscono delle ghiotte occasioni di propaganda. Ogni profugo accolto in Europa è una sconfitta per Daesh. Ogni profugo respinto è un regalo che gli facciamo”.

Maurizio Di Fazio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DOTTORESSA ITALIANA UCCISA IN KENIA, IL GOVERNO: “ORGOGLIOSI DELLA SUA SCELTA”

Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile

ERA IN AFRICA PER CONTO DI UNA ONLUS… E’ STATA VITTIMA DI UNA RAPINA…L’ORFANOTROFIO DI MIJOMBONI E LA SUA VITA DEDICATA AI BAMBINI: RAPPRESENTAVA L’ITALIA MIGLIORE

Un medico di Novara, Rita Fossaceca, 51 anni, è stata uccisa in Kenya nel corso di una rapina avvenuta ieri sera.
Feriti anche padre, madre e zio della vittima che si trovavano con lei al momento dell’aggressione. Si tratta di Giovanni e Michelina Fossaceca e don Luigi Di Lella.
La vittima, radiologa, nata a Trivento, in provincia di Campobasso, era responsabile della struttura complessa di radiologia dell’ospedale Maggiore di Novara e da due settimane si trovava in Africa per conto dell’associazione umanitaria internazionale ForLife Onlus.
Coinvolte nell’aggressione anche due infermiere, sempre del nosocomio novarese, Monica Zanellato, 49 anni, e Paola Lenghini, 58 anni, partite con lei due settimane fa per la missione.
Hanno riportato ferite lievi e sono già  state trasferite in un luogo sicuro. Erano in ferie dal 13 novembre scorso e sarebbero dovute rientrare domani dalla missione umanitaria che erano solite prestare un paio di volte all’anno insieme alla dottoressa uccisa.
L’agguato in casa
In queste ore si sta ricostruendo quanto accaduto ieri sera. Secondo le ultime informazioni rese note dall’associazione ForLife il medico sarebbe stato ucciso da un colpo di pistola mentre cercava di proteggere la madre, assalita con un machete.
I banditi avrebbero fatto irruzione armi in pugno nell’abitazione che la donna condivideva con altri italiani. Per la dottoressa non c’è stato nulla da fare.
«Lì era amata da tutti, tutti le volevano bene» ha detto all’Ansa, Tonino Fossaceca, il cugino della dottoressa uccisa. «Ero stato con lei in Kenya proprio in quel villaggio, lo avevo trovano un posto tranquillo», ricorda con commozione l’uomo.
In Kenya da due settimane  
Il medico, che ricopriva anche il ruolo di vicepresidente dell’associazione novarese ForLife, si trovava da un paio di settimane a Mijomboni, un piccolo villaggio nell’entroterra alle spalle di Malindi, in Kenya, dove la Onlus sostiene l’orfanotrofio locale, che ospita una ventina di bambini.
«Non sappiamo cosa sia accaduto di preciso, sono sconvolto» si è limitato a dire, ieri sera, all’Ansa Alessandro Carriero, direttore del dipartimento di radiologia dell’ospedale di Novara, che ha fondato la onlus nel 2006. «Era il mio braccio destro – racconta tra le lacrime Carriero – non so come farò ad andare avanti». «Una perdita grave, professionale oltre che umana» ha aggiunto il direttore dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Novara, Mario Minola.
Il cordoglio dell’associazione: «Siamo senza parole»  
«Siamo costernati, senza parole – si legge ora sul sito dell’associazione Forlife onlus -. A volte succedono cose inspiegabili. La dottoressa Rita Fossaceca non c’è più, ha dato tutta se stessa per l’orfanotrofio e l’infermeria di Mijomboni. Vittima, ha pagato con la vita il suo grande amore per i bambini. Rita siamo tutti con te, il nostro pensiero va anche agli altri 5 volontari che sono ancora in Kenya e speriamo tornino presto. Grazie a tutte le persone che ci sono vicine in questo momento».
Gli ultimi report dal Kenya  
Sul sito di Forlife, Rita Fossaceca teneva un diario. Aggiornava i volontari sulle attività  dalla missione di Mijomboni, giorno dopo giorno: «Dopo una serie di giri nelle fattorie, valutazioni delle spese e dei possibili guadagni, oggi abbiamo acquistato la mucca – scriveva il 25 novembre -.
L’abbiamo trovata grazie alla collaborazione di un nostro conoscente nel villaggio di Roca. L’acquisto è stato possibile grazie a libere donazioni fatte da nostri amici, Eduardo e Maria Carmela , Angelo e Teresa, Marco e Daniela».
Aveva iniziato a scrivere quattro giorni dopo essere arrivata sul posto, «nella nostra era fatta di tutto e subito mi sono scontrata con la non completa affidabilità  degli operatori del settore e mi sono ritrovata senza telefono, linea, internet e soprattutto con un reset completo dei dati. Bene, nulla accade per caso si ricomincia… Subito abbiamo montato la macchina e per fortuna l’ecografo funziona perfettamente – scriveva -. Possiamo solo darvi buone notizie riguardo al villaggio. Prima di tutto i bambini stanno tutti bene».
Gentiloni: “Orgogliosi delle sue scelte”  
Il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni ha espresso cordoglio per la morte di Rita Fossaceca.
«Le mie più sincere condoglianze e il mio pensiero alla famiglia della Signora Fossaceca, una persona che so essere molto amata e rispettata per la sua profonda dedizione e il suo impegno a difesa dei più deboli, malati e donne in Africa. Tutti gli italiani rimasti coinvolti nel feroce atto di violenza di ieri, si trovano in Kenya per fare del volontariato con una ONLUS, una scelta coraggiosa ed ammirevole di cui essere orgogliosi» ha concluso il Ministro.
«A Rita va il nostro grazie e la nostra tristezza. Alla sua famiglia tutta la nostra più sincera vicinanza. A tutti i volontari la più grande solidarietà » ha aggiunto il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.
Il cordoglio di Novara  
Rita Fossaceca viveva a Novara dal 2001. Era single e non aveva figli. In città  la notizia della sua morte si è diffusa rapidamente. Il sindaco, Andrea Ballarè, ha espresso il proprio cordoglio con un post su Facebook.
Molise in lutto  
«Una notte di dolore per tutto il Molise. La notizia dell’uccisione della dottoressa Rita Fossaceca ci lascia senza parole: siamo vicini alla famiglia e alla comunità  di Trivento». Così il governatore del Molise Paolo di Laura Frattura non appena appresa la notizia della tragedia in Kenya. In lacrime anche la città  natale della dottoressa: «Trivento attonita e sgomenta è in lacrime per la tragica scomparsa della dottoressa Rita Fossaceca» ha detto il sindaco, Domenico Santorelli.

Daniela lanni, Elisabetta Fagnola
(da “La Stampa“)

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QUEL CORO CHE GUARISCE: IL “CANTO CON LE MANI” DEI RAGAZZI DISABILI

Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile

“QUANDO ABBADO LO HA VISTO SI E’ MESSO A PIANGERE”

Per spiegare meglio la sua arte Naibeth, musicista venezuelana, si alza in piedi e comincia a muovere le mani in una danza che segue le note con due guantini bianchi. È la musica del gesto, terzo modo per interpretare le note, dopo voce e strumenti, con un linguaggio del corpo che spande nell’aria una diversa emotività  e aggiunge alle note una nuova dimensione espressiva.
Tanto più che il sistema inventato e messo a punto da Naibeth e da suo marito Johnny Gomez, è stato pensato per permettere di esprimersi nella lingua della musica anche a chi, per gli scherzi del destino, non dovrebbe riuscirci: i diversamente abili, i ragazzi non udenti, autistici, quelli chiusi in muri di mutismo o affetti da sindrome di Down. E sotto la loro guida sono nati, in tutto il Venezuela, i cori Manos Blancas.
«L’anima non conosce disabilità , non è sorda, cieca, non sta in sedia a rotelle» dicono all’unisono Naibeth e Johnny, che si sono conosciuti studiando musica.
Così il loro metodo punta proprio a far esprimere tutti con la musica, anche quelli che la società  altrimenti lascerebbe fuori: «Noi non dobbiamo correggere, dobbiamo farli felici».
E fieramente raccontano che un paio di guanti bianchi sono esposti, fra lo spartito della Quinta sinfonia e il cappello di Ludwig van Beethoven, nel museo di Bonn dedicato al musicista «diversamente abile» più geniale di tutti, che dopo i trent’anni iniziò a non sentire più.
E Michael Ladenburger, il presidente di Casa Beethoven, ha detto a Johnny che se Beethoven fosse vivo oggi comporrebbe musica per loro, i Manos Blancas.
In questi giorni Naibeth e Johnny sono in Italia, a San Vito al Tagliamento, per salutare gli amici del primo coro Manos Blancas italiano, nato sei anni fa sul modello di quelli che hanno formato nel loro Paese e che fanno parte di El Sistema, famosi cori e orchestre per ragazzi di strada di Antonio Abreu, da cui è uscito un talento come Gustavo Dudamel.
Galeotto fu per l’Italia il maestro Claudio Abbado che nell’amato Venezuela aveva scoperto questi cori e ne era rimasto incantato: «Gli ho visto scendere le lacrime mentre i ragazzi interpretavano» racconta Johnny. Abbado ne parlò con la sua amica Giannola Nonino, imprenditrice della grappa e anima di molte iniziative cultural-sociali, che subito decise di premiare il coro con il Premio Nonino, che da 40 anni scova talenti e specialità  nel mondo.
Ma se da una parte non era facile far muovere un coro intero dal Venezuela, dall’altra era quasi impossibile premiare una cosa così speciale senza farla vedere e sentire.
E allora Giannola decise di creare, lì per lì, uno di questi cori in Italia.
Con la sua scia di inestinguibile entusiasmo, e il sostegno dell’azienda, convinse Johnny e Naibeth a venire a insegnare, per due settimane, a un gruppo di docenti de La Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento, che fa attività  formativa per i disabili. Oggi Paola Garofalo è la direttrice del coro e Rosanna Danelon e Claudia Bortolussi le coordinatrici: un team di pioniere che adesso sono chiamate in giro per l’Italia a formare nuovi cori.
Perchè gli effetti educativi, su ragazzi e famiglie, sono dirompenti.
«A me e a mia figlia ha cambiato la vita, mi ha aiutato a conoscerla» racconta Patrick, insegnante, papà  ghanese di Daniela, 14 anni, non udente dalla nascita.
«Il coro per la nostra famiglia è stato un padre e una madre di sostegno». Enrico, invece, ha cominciato a uscire da un mutismo elettivo; Simone, iperattivo, ora sparisce nella disciplina del coro; mentre Fabio, una severa tetraparesi spastica, toglie i guanti da solo: sembra poco?
Casi individuali, forse con scarso valore statistico ma segno che a volte un piccolo slittamento di prospettiva – non più soli, ma insieme – può cambiare tutto.

(da “il Corriere della Sera”)

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CIVILTA’ INGLESE: PARLA UNA RAZZISTA E GLI STUDENTI ESCONO DALL’AULA

Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile

KATIE HOPKINS PARAGONO’ GLI IMMIGRATI A SCARAFAGGI, GLI STUDENTI DELLA BURNEL UNIVERSITY DI LONDRA SE NE VANNO

Si girano di spalle mentre parla, e poi escono dall’aula.
È quanto hanno fatto gli studenti della Burnel University di Londra durante l’intervento dell’opinionista televisiva Katie Hopkins, che paragonò gli immigrati agli scarafaggi in un articolo sul Sun nel mese di aprile.
“Non facciamo errori. Questi migranti sono come scarafaggi” scriveva sul giornale.
Per esprimere il proprio dissenso, nel momento in cui ha iniziato a parlare l’opinionista, i ragazzi si sono prima voltati di spalle e poi sono usciti dall’aula.
Il fatto è avvenuto in occasione di un dibattito organizzato per il cinquantesimo anniversario dell’Università , ed è stato ripreso dagli studenti presenti in aula e caricato su YouTube.
In Gran Bretagna non esiste distinzione tra conseratori e laburisti di   fronte a certe affermazioni: a differenza del nostro Paese, esistono principi comuni e la consapevolezza che certi atteggiamenti razzisti vanno isolati, anche con palesi ed educate manifestazioni di civile dissenso.

(da agenzie)

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IL RIFUGIATO SIRIANO IN GERMANIA CHE PREPARA CIBO AI SENZATETTO

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

“VOGLIO DARE QUALCOSA INDIETRO AI TEDESCHI”

“Dare qualcosa indietro ai tedeschi”: è questo il motto di un giovano rifugiato siriano che è stato fotografato al centro di Alexanderplatz, a Berlino, intento a distribuire cibo ai senzatetto.
Alex Assali ha lasciato Damasco otto anni fa: colpevole di aver criticato il regime di Bashar al-Assad in alcuni post pubblicati online, è fuggito dalla persecuzione certa.
È diventato un rifugiato ed è stato accolto in Germania, dove ha potuto ricostruirsi una vita.
Ed è proprio con il popolo tedesco che ora Alex sente il bisogno di sdebitarsi.
Un suo amico lo ha fotografato, al centro della piazza principale di Berlino, e ha raccontato la sua storia su Facebook, per renderla da esempio.
“Ha perso tutto: ha dovuto lasciare la sua famiglia in Siria perchè alcune persone volevano ucciderlo. E, anche se non possiede molto, ora se ne va in giro per le strade a distribuire cibo ai senzatetto. Il suo motto è: ‘Dare qualcosa indietro ai tedeschi’. Dio lo benedica, lui stesso è una benedizione per così tante persone”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA BATTAGLIA DI ALI CHE PEDALA PER POTER STUDIARE

Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile

IL COMUNE NON GLI CONCEDE LO SCUOLABUS E LUI FA OGNI GIORNO 20 KM IN BICI: “VOGLIO LAUREARMI”

Ali va veloce. Spinge sui pedali. Schiena in avanti, inghiotte cemento e nebbia con il sorriso leggero dei suoi vent’anni.
Formiche di sudore sulla pelle. Le asciuga con l’avambraccio, poi riparte con la fierezza di chi ha lo zainetto in spalla.
Ogni mattina insegue lo scuolabus per 10 chilometri all’andata e 10 al ritorno, seguito dai sorrisi affettuosi e commossi dei suoi compagni di scuola.
Su quel pullman che ogni giorno porta gli studenti della sua classe all’istituto Andriano di Castelnuovo Don Bosco, nell’Astigiano, lui non può salire. Vietato.
Il comune di Passerano Marmorito, il paese dove abita da quando è arrivato dal Bangladesh un anno fa, spiega, appellandosi al regolamento (che parla chiaro) : chi frequenta le scuole dell’obbligo ha diritto allo scuolabus ma solo se è minorenne.
Il comune di Piova Massaia, invece, dove Ali fa il volontario, è favorevole all’eccezione. Basterebbe far salire il ragazzo sullo scuolabus come «accompagnatore».
Ma su questo escamotage il comune di Passerano, al momento, non prende posizione.
Ma Ali non frena. Il desiderio di studiare è troppo forte.
Come chi immerge il remo nel fondo del fiume e forza, forza verso l’altra sponda. Non aspetta una “fune salvatrice”, non ci crede più. L’unica mano che può sollevare l’orizzonte è la sua.
«Quando diventerò un uomo con la laurea e tornerò nel mio Paese a lottare per la libertà  del mio popolo, porterò con me questa bicicletta.
Se posso studiare lo devo anche a lei» commenta ticchettando con le dita la punta del sellino. Abbozza un sorriso di malcelata amarezza, e aggiunge: «La cosa che conta per me è poter studiare. Solo così potrò cambiare il mondo. E’ il mio traguardo».
Un traguardo verticale, come la porta d’ingresso della scuola. Quella che molti suoi coetanei varcano con l’annoiata rassegnazione di chi non può esimersi, per lui è un podio. Il gradino più alto.
«Ali è l’unico richiedente asilo a voler andare a scuola — commenta Elisabetta Serra, responsabile dell’associazione Bma che si occupa di circa cento richiedenti asilo e che si sta battendo da mesi perchè Ali possa andare a scuola con il bus, come tutti gli altri -. In un anno ha imparato perfettamente l’italiano, preso il diploma di terza media con “nove” e si è iscritto alle superiori per conseguire il diploma come Operatore Socio Assistenziale. Non solo: nel tempo libero fa il volontario nei comuni di Piovà  Massaia e Passerano e aiuta la nostra associazione come interprete. Da un anno vive in una famiglia che lo ospita a titolo gratuito e ripaga la accoglienza con piccoli lavori domestici».
Insomma, Ali può salire sui mezzi del Comune per andare a spazzare le foglie del cimitero, ma non ha diritto ai servizi di trasporto pubblico.
«Esatto. Come Novello Rosa Parks che nell’America degli anni ’50 venne arrestata perchè si sedette su un bus riservato ai bianchi, anche Ali si scontra contro un “caso politico” di chi teme che si “possa creare un precedente”. La vera paura è che alcune famiglie possano non gradire che i loro bambini viaggino con un profugo».
Quando la neve, il ghiaccio, la burocrazia o una macchina troppo veloce gli impediranno di andare a scuola, si ritirerà  e dirà  addio al suo sogno di studiare.
In Bangladesh gli è stato negato il Diritto allo studio per motivi politici.
Dopo un periodo di lotta al fianco del movimento “blogger del Bangladesh”, affrontato dal governo locale a colpi di machete in testa (15 blogger tra i 16 e i 40 anni uccisi in un triennio), è fuggito.
«Lui rischia di fare la stessa fine se non otterrà  un permesso di soggiorno — conclude Serra — Ha già  ricevuto un primo diniego dalla commissione di Torino».
A gennaio se nulla cambierà  Ali dovrà  tornare in Bangladesh.
Dove la strada liquida, fatta d’acqua e fango, lo costringerà  a scendere dalla bici.

Laura Secci
(da “La Stampa”)

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I VALORI DI LIBERTA’ DELL’OCCIDENTE SONO PIU’ FORTI DELL’ISIS

Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile

LA RICERCA DEL PEW RESEARCH CENTER

L’attacco di Daesh e dei terroristi alle idee di libertà  e democrazia è violento. Ma è il caso di tenere i nervi saldi: i valori occidentali sono forti. Non allo stesso modo ovunque, ma forti in tutto il mondo.
Una ricerca condotta da Pew Research Center in 38 Paesi dei cinque continenti ha stabilito che, in media, il 56% della popolazione ritiene che sia «molto importante» il diritto di espressione senza censura; il 55% pensa che lo sia anche il diritto di cronaca; il 50% vuole un Internet libero.
Il 74% considera «molto importante» la libertà  di religione, il 65% stabilire gli stessi diritti tra uomini e donne, il 61% l’esistenza di un sistema politico fondato su elezioni periodiche con almeno due partiti.
Le percentuali crescono, sempre sopra all’ 80% e fino al 94% nel caso della libertà  di religione, se a chi ritiene questi valori «molto importanti» si somma chi li considera «in qualche modo importanti»
In assoluto, la quota più alta di massimo riconoscimento di queste conquiste di libertà  e democrazia la si incontra negli Stati Uniti: per esempio, 91% sulla parità  dei diritti tra uomo e donna (l’Italia è all’ 82% ) e 84% sulla libertà  di culto ( 75% in Italia).
La situazione è meno brillante nei Paesi del Medio Oriente considerati (i più aperti) ma non drammatica: il 57 % dei turchi è per la libera scelta in fatto di religione, la stessa quota dei giordani, ma la percentuale sale a 73 nei Territori palestinesi, a 75 in Israele e 86 in Libano.
Anche in fatto di diritti di genere, il Libano ( 75% ) e Israele ( 69% ) sono sopra la media globale ( 65% ): Palestina, Turchia e Giordania sono invece tra il 40 e il 50% . Ovunque, i cittadini più istruiti e con un reddito maggiore riconoscono l’importanza della libertà  dei media più dei meno istruiti e più poveri (con un record della Germania dove, tra chi ha studiato di più, l’ 82% ritiene molto importante il diritto di cronaca, contro il 60% di chi ha studiato meno).
Due elementi che sottolineano l’importanza dell’educazione e della crescita economica nell’affermazione globale delle libertà  e della democrazia.
Con questi numeri, Daesh e simili non possono sperare di farcela.
Come non possono cambiare una città  con 376 sale cinematografiche (in Arabia Saudita ce n’è una), 134 musei, 143 teatri, 69 librerie pubbliche, più di 300 tra monumenti, chiese, statue, edifici, fontane illuminate ogni notte.
E che per di più si chiama Parigi.

Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera”)

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VALERIA, FUNERALI DI STATO A SAN MARCO

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

CI SARA’ MATTARELLA, ATTESO RENZI…. CAMERA ARDENTE A CA’ FARSETTI, MARTEDI’ CERIMONIA LAICA IN PIAZZA

Due giorni fa, con il buio della sera, era stata invasa da sette mila di candele e lacrime. Martedì piazza San Marco tornerà  ad accogliere Valeria Solesin per l’ultimo saluto. La decisione è stata ufficializzata ieri: il funerale laico della 28enne ricercatrice veneziana uccisa venerdì scorso a Parigi in uno degli attentati dell’Isis si terrà  alle 11 nella piazza principale della città  in cui Valeria ha vissuto ed è cresciuta, prima di trasferirsi a Parigi quattro anni fa.
Saranno funerali di Stato e blindati: sicura la presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, atteso anche il premier Matteo Renzi. Imponente il dispositivo di sicurezza, sul campo quattrocento agenti.
I genitori di Valeria, Alberto Solesin e Luciana Milani, hanno vinto la riservatezza di questi giorni e accolto la proposta del sindaco Luigi Brugnaro di mettere a disposizione San Marco per un funerale, cosa mai avvenuta a Venezia.
«Per volontà  della famiglia, la cerimonia sarà  officiata con rito civile e aperta alle donne e agli uomini di ogni credo» specifica il comunicato ufficiale.
Poche parole in cui sono contenute tutte le volontà  della famiglia, già  emerse durante le prime ore dopo la tragedia.
«Valeria era una persona, una cittadina e una studiosa meravigliosa – aveva detto la mamma – ci mancherà  molto e credo, visto il percorso che stava facendo, che mancherà  anche al nostro Paese per le doti che aveva».
«Non è rabbia. E non deve essere paura — aveva detto il fratello Dario – Valeria non ci perdonerebbe mai». Il giorno dei funerali sarà  proclamato anche il lutto cittadino.
Da oggo è allestita una camera ardente a Ca’ Farsetti, nella sede del Comune, fino alla giornata di martedì.
Quelli di San Marco saranno «funerali di Stato ». Ieri dal Quirinale e dalla Presidenza del consiglio ancora non confermavano la presenza di alte cariche dello Stato, ma molti negli ambienti politici ipotizzavano l’arrivo in laguna della presidente della Camera Laura Boldrini, che nei giorni scorsi era stata molto toccata dalla tragedia di Valeria, tanto da dedicare a lei la giornata contro la violenza sulle donne che si terrà  a Montecitorio mercoledì prossimo.
La scelta di piazza San Marco è stata obbligata vista la grande partecipazione prevista. Solo fermandosi agli istituti scolastici in cui il papà  di Valeria è direttore scolastico si contano 1500 persone, ma ci saranno anche le scuole in cui Valeria si era formata, dal liceo Benedetti alle università  di Venezia e Trento, che aveva frequentato.
Non mancheranno ovviamente le rappresentanze cittadine delle istituzioni e delle comunità  religiose. «Io ci sarò — dice Mohammed Amin Al Ahdab, presidente della comunità  islamica di Marghera – abbandono il lavoro, prenderò due ore di permesso. Vengo per far capire che siamo tutti insieme, nella gioia e nel dolore».
E intanto le iniziative di solidarietà  si moltiplicano anche sul territorio veneziano. Oggi alle 21 sfileranno quattro gruppi islamici e i comitati del Veneto orientale per l’immigrazione del Sandonatese. La municipalità  di Venezia ha invece previsto una giornata di studio in nome di Valeria Solesin: «L’esecutivo — ha spiegato Giovanni Andrea Martini — ha deciso di dedicare nel mese di dicembre una giornata di studio alla memoria di Valeria Solesin».
Domenica invece toccherà  alla municipalità  di Chirignago, il cui presidente Gianluca Trabucco ha organizzato un incontro la titolo esplicito: «Più forti della paura». L’iniziativa vedrà  coinvolti lo stesso presidente Amin Al Ahdab, don Dino Pistolato della Caritas, Emergency Venezia oltre alla presidente dell’associazione «Les loustics de la Lagune» e una rappresentante di Alliance franà§aise.
«La nostra idea è quella di proporre un’occasione di dialogo per non far alzare inutilmente il senso di insicurezza », spiega Trabucco.

(da agenzie)

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