Settembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
FLAVIO, INGEGNERE MECCANICO, DOTTORATO ALLA FERRARI: “VOGLIO IL RISCATTO DELLA MIA CITTA’, SPERO CHE ALTRI FACCIANO LA MIA SCELTA”
#Ioresto è molto più di uno slogan per Flavio Farroni. È una scelta che lui ha fatto per sempre. 
Trent’anni, di Napoli: “Amo la mia città , è bellissima, voglio contribuire a farla crescere, non la lascerò per nessuna ragione al mondo”.
Anche se a offrirgli un lavoro in Inghilterra è un’azienda di auto di Formula 1. Ingegnere meccanico dal 2010, per la tesi di laurea progetta uno strumento per migliorare la prestazione degli pneumatici in Formula 1, che sviluppa durante il dottorato nei laboratori della Ferrari.
Oggi ha un assegno di ricerca all’Università Federico II, da 1600 euro al mese circa, e fa avanti e indietro da Maranello.
“Passo metà del mese là e metà qua, a Napoli. Non rinuncerò mai a dove sono ora per un posto da dipendente. L’università per me rimane un baluardo della libertà di pensiero e mi consente di inventare e fare ricerca senza limiti imposti dall’alto”.
Nel maggio 2014 vince la medaglia d’argento ai Vehicle dynamics awards nella categoria “development tool”, il premio istituito dalla rivista omonima.
“Il tool che ho realizzato — spiega — è in grado di caratterizzare il comportamento degli pneumatici nell’interazione con il suolo utilizzando in pista il veicolo come se fosse un laboratorio mobile, facendo quindi a meno di complessi e costosi test di solito effettuati presso strutture esterne e con banchi prova specifici”.
Nel febbraio 2015 invece si aggiudica il titolo di “Young scientist of the year” assegnato ogni anno in occasione della Tire technology conference di Colonia, uno degli eventi internazionali più importanti dedicati al settore delle ruote.
Quando ha deciso di frequentare l’università al Sud parenti e amici gli ripetono: “Che fai, sei matto? Pensa a cosa potresti fare altrove!” oppure “vattene subito prima che sia troppo tardi!”.
Flavio non dà retta a nessuno, crede fino in fondo nelle potenzialità della sua città ed è convinto che se si impegna può fare qualcosa di grande. È andata così.
E oggi si augura che altri giovani lo imitino. Fare il ricercatore è il suo sogno.
Allo stesso tempo ha in mente di dare un impulso agli spin off accademici, cioè imprese che valorizzano il know-how maturato nell’attività di ricerca universitaria.
“Sto cercando di metterne in piedi uno. Il business plan è pronto, sto aspettando l’ok dall’ateneo. Qui non c’è la cultura dell’imprenditoria accademica, non è come nel Nord d’Italia dove ci sono tanti spin off. Eppure non sarebbe un salto nel vuoto. Le società automobilistiche vorrebbero comprare il software e io non posso venderlo perchè l’Università non ha scopi di lucro”.
Flavio lavora con tutto il settore motosport, non solo con la Ferrari.
“Sono sempre di più le aziende che chiedono aiuto al nostro gruppo di ricerca”.
In più segue i progetti dei tesisti del dipartimento: “È molto stimolante, ogni giorno scopro cose nuove, il mio cervello non si ferma mai”.
Il mantra della sua ragazza invece è #iotorno.
“È di Napoli pure lei, è architetto, ma si è trasferita a Milano per lavoro con l’idea un giorno di tornare indietro”.
Chiara Daina
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL FILO DELLA SOLIDARIETA’ CONTRO IL FILO SPINATO
E se fossimo noi a voltare le spalle all’Ungheria? 
Noi ceto medio viaggiante con biglietti vidimati, titolari di indirizzi autentici, di carte di credito ancora buone e di vite non del tutto a debito.
Noi a rifiutarci di oltrepassare i confini della bella e triste Ungheria che da molti mesi guida il fronte del rifiuto della Est Europa, arma i presidi di Horgos e il valico di Roske, innalza l’indecente spettacolo del muro.
Lo moltiplica (da ieri) lungo il confine con la Croazia, all’altezza di Gole.
Ne fa una formidabile arma offensiva camuffandola da scudo che difende.
Essere noi a imporci per libera scelta di non oltrepassare quei confini fino a quando saranno preclusi in quel modo al passaggio dei migranti che fuggono da guerre, quasi tutte di nostra lungimirante fabbricazione.
Opponendo al filo spinato srotolato dal signor Viktor Orbà¡n lungo il perimetro della sua propaganda, il nostro filo, tessuto con una certa affilata fermezza.
Anche solo per segnalarci indisponibili ad assecondare quella onda crescente di populismo e frustrazione che in questi anni di crisi economica lo ha incoronato leader di un regime nazionalista, di una società spaventata che ora pretende di chiudersi al mondo che si apre. Farlo per dignità o anche solo buon gusto.
Rinunciando — a nome dei migranti respinti con i lacrimogeni, i gas urticanti, i manganelli, i cannoni ad acqua — alla concava Budapest, perla del Danubio, ai suoi caffè ancien règime, al suo castello di incanti, ai suoi ponti di pregevole e multiculturale fattura, alle sue acque termali che scorrendo da gran tempo sanno di quante migrazioni sia frutto quella terra, dai mongoli agli ottomani, agli austriaci dell’impero che l’hanno fatta grande di storia, musica, architetture e poi piegata con il ferro dei carri sovietici nel dopo Yalta.
Imprigionandola per l’intera stagione dei piani quinquennali dal cui disastro l’abbiamo estratta nel favoloso anno 1989, trovandola con i negozi vuoti, la polvere del tempo sparsa ovunque, le pezze al culo, ma una voglia di vivere e di ridere che era contagiosa.
E che chiedeva di riprendersi il tempo. Di rimettersi in cammino, proprio come fanno i migranti di oggi, di ieri, di sempre, che sono i veri ingranaggi che muovono la Storia, altro che muri.
Ed erano loro, i nuovi ungheresi della vecchia Ungheria, a offrici abbracci e gratitudine per quel confine che andava in pezzi e li annetteva all’Occidente. Pacificamente.
Con tutto il campionario del beato consumismo che avevamo da offrire, dai Centri commerciali con vista sul futuro, fino a una manciata di valori ereditati dal passato e non del tutto ornamentali, come la tolleranza, o la libertà di fabbricarsi la vita con le proprie mani, se non addirittura con i propri piedi, mettendosi in viaggio verso altre culture.
È triste vedere quei giorni allegri (quando lo slogan dei giovani ungheresi che violavano di notte la Cortina di ferro era: “Scavalcate i muri!”) dissipati in questa quotidiana sequenza di assedi a moltitudini di disperati con le braccia alzate.
E drappelli neri d’ordine pubblico schierati “in difesa della sicurezza nazionale”, della “civiltà cristiana magiara”, con i cani al guinzaglio e i 175 chilometri di filo spinato che in realtà sono 175 chilometri di rulli di cavi zincati disseminati di lame d’acciaio ad “alta capacità dissuasiva” in grado di imprimere ferite profonde a chi ci finisce dentro.
E ascoltare perpetui allarmi governativi di imminente invasione musulmana o anche solo stracciona per rastrellare paure e voti, ancorandosi alla stessa idea di muro che per tanti decenni li ha imprigionati.
Voltando il regime di allora in questa “democrazia illiberale”, come la chiama lo stesso Orbà¡n, andandone fiero.
Pino Corrias
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Settembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LA LUNGA STRADA VERSO UNA VITA DIGNITOSA DOVE CONTINO I SENTIMENTI
Sono stretti l’uno all’altra in un tenero bacio, protetti da una piccola tenda da campeggio che nella
stazione ungherese di Keleti, Budapest, è diventata temporaneamente la loro casa.
Un scena estremamente intima che, complice l’obbiettivo del fotografo Zsiros Istavan, ha fatto il giro del mondo grazie ai social network.
Tra i primi a rilanciare su Facebook lo scatto in bianco e nero, con protagonista una coppia di rifugiati siriani, il sindacalista greco Yannis Androulidakis, che ha associato all’immagine un augurio: ”I profughi vinceranno. La vita vincerà !”.
Il bacio in tenda è diventato immediatamente virale, simbolo dell’amore che in qualche modo trionfa, anche nelle condizioni più avverse.
E’ quello che accomuna questa coppia a tante altre ritratte, nelle ultime settimane, sulle spiagge delle isole greche, al termine di un difficile viaggio per mare. Oppure su un treno diretto in Germania.
O ancora in una città tedesca, poche ore dopo l’apertura delle frontiere.
Mariti e mogli che si aggrappano ai sentimenti e si fanno forza a vicenda, sulla lunga e difficile strada che porta a una vita migliore.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA NOSTRA SOLIDARIETA’ A ERRI DE LUCA
In uno Stato dove nessuno persegue esponenti politici che istigano ogni giorno all’odio razziale e in cui sui social si leggono migliaia di insulti razzisti senza che nessuno intervenga, si vuole colpire uno scrittore, reo di aver sempre solidarizzato pacificamente con i fautori di una giusta battaglia, quella dei No Tav.
Si vuole colpirne uno per educarne cento: in questo Paese gli spazi di dissenso e di libertà si vanno sempre più riducendo nell’indifferenza dei più.
Non ha rilevanza come la pensi Erri, noi non guardiamo logore etichette, difendiamo il diritto al civile dissenso.
Didendiamo il diritto delle minoranze criminalizzate, come lo siamo stati noi negli anni in cui “uccidere un fascista non era reato”.
Coerenti ora come allora e con le carte in regola sul fronte della difesa della libertà di espressione contro l’arroganza di un sistema che vuole solo esecutori e servi.
Ecco perchè Erri e’ uno di noi.
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Settembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
IL CASO DEL TASSISTA CHE HA RIFIUTATO DI PRENDERE A BORDO LA CARROZZELLA
La vicenda del tassista torinese che si rifiuta di prendere a bordo il padre dello sport paralimpico Luca Pancalli per non sporcare il suo prezioso cofano con le ruote della carrozzella suona talmente estrema da costringerci a indirizzare le riserve di compassione verso la parte più debole. Il tassista.
Pancalli ha già superato la sua prova del fuoco.
Successe a diciassette anni, quando si spezzò il collo cadendo da cavallo durante una gara, e la vita lo detronizzò dai suoi sogni di atleta per rovesciargli addosso una realtà di sguardi pietosi e domande impossibili sul perchè fosse toccato proprio a lui.
Fu allora, mentre era disteso su un letto d’ospedale ad augurarsi di morire, che sua madre gli scrisse una lettera.
Ne ha rivelato il testo egli stesso, nella biografia raccolta dal giornalista Giacomo Crosa. «Tesoro mio, solo in te puoi trovare quello che gli altri non riescono a darti. Vuoi dipendere esclusivamente da loro? Piangi. Da solo o, se vuoi, abbracciato a me fino a confondere le nostre lacrime. Ma non permettere a nessuno di pensare che ti stai compiangendo. Stringi i denti e guarda avanti. Da oggi in poi io sarò dura con te, più dura del granito, ti dirò cose cattive, stenterai a riconoscere in me tua madre, ma ti prego: non considerarti mai uno sconfitto della vita».
È chiaro che con una madre così formidabile non avrai bisogno di troppe carrozzelle emotive per viaggiare spedito nella vita.
Il tassista ha tutta l’aria di essere stato meno fortunato di Pancalli.
Ma c’è sempre tempo per rimontare a bordo della propria storia e darle un senso nuovo.
Massimo Gramellini
(da “la Stampa”)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
LA SORELLA DELLA BRINDISINA: “IMPRESSIONATA DAL SUO SGUARDO”… IL PADRE DELLA TARANTINA: “CHE CARATTERE”
La prima sfida la vinse Roberta, oltre vent’anni fa. L’ultima se l’è presa Flavia, nel 2013. 
Flushing Meadows, New York, quarti di finale degli Us Open.
Oggi Roberta Vinci, 32enne di Taranto, e Flavia Pennetta, 33enne di Brindisi, sono andate oltre. Battendo rispettivamente la numero 1 al mondo Serena Williams e la numero 2 Simona Halep, hanno scritto nei libri del tennis una storica finale agli Us Open.
Nel distretto del Queens, le due regine sono italiane. E hanno un passato comune.
Michelangelo Dell’Edera, direttore tecnico istituto superiore di formazione Roberto Lombardi della Federtennis, racconta che a undici anni Roberta usava la racchetta junior come fosse un fioretto.
La conobbe al circolo tennis di Galatina, dove Angelo Vinci portò la figlia con una racchetta e un carico di speranze. O di bei presentimenti, chissà . Quattro anni dopo, Dell’Edera prese in consegna anche Flavia Pennetta.
Sono passati più di vent’anni di alterne fortune per le due pugliesi, migliori nel singolare per la brindisina e nel doppio per la tarantina (ma anche Pennetta è stata numero 1), fino alla piena consapevolezza e alla maturità che ha fatto di queste due brillanti e tenaci Over 30 le dominatrici di Flushing Meadows 2015.
“Flavia ce l’ha fatta, ora speriamo nel miracolo di Roberta” aveva detto Donato Calabrese, numero della Federtennis Puglia, prima del match fra Williams e Vinci. “Visto? I miracoli accadono” ha commentato mezz’ora dopo l’impresa di quest’ultima, nel frastuono dei clacson e dei cori da stadio che hanno colorato la tranquilla sera di fine estate a Taranto.
“Che mia figlia stesse giocando bene l’avevamo visto – ha commentato un emozionato Angelo Vinci, al telefono – tranquilla, senza pressione. Ma potesse battere la Williams, in casa sua, dopo aver perso il primo set, non me l’aspettavo. Quando ho visto come affrontava il pubblico statunitense intimandogli di applaudire anche lei ho pensato: che carattere, tutta suo padre! Oltre al carattere, però, ha vinto mettendo in evidenza abilità tecnica e spirito di sacrificio. Ha ipnotizzato Serena, aspettando il momento giusto, sul tre pari del terzo set: lì è finita la partita. Siamo già felici così, certo se dovesse vincere sarebbe una gioia senza pari”.
Anche a casa Pennetta c’è grande euforia per la prima finale nel singolo della brindisina agli Us Open.
“Sono rimasta impressionata dallo sguardo di Flavia – racconta Giorgia Pennetta, sorella maggiore della tennista 33enne brindisina – sembrava in trance agonistica, non ha tradito smorfie neppure quando era sotto di un break nel secondo set”.
E ancora: “Lei dice sempre che questo torneo le piace – rivela Giorgia – le porta bene e gioca come se fosse a casa sua. Secondo me invece è talmente serena da giocare ancora meglio che a casa sua”.
Davanti agli schermi, per la finale, ci sarà un tifoso speciale della Pennetta, il suo primo mentore Bobo Ciampa. Due giorni fa aveva confidato di preferire la Halep come avversaria per la semifinale, che però non ha guardato: “Davvero ha vinto in questo modo? Che notizia meravigliosa. E la finale no, non me la perderò”.
Comunque vada, la Puglia vincerà gli Us Open.
Per la gioia, fra gli altri, del pugliese Isidoro Alvisi, consigliere nazionale della Federtennis: “Il tennis è l’immagine vincente della Puglia. Queste due ragazze sono straordinarie, sono sulla cresta dell’onda da oltre dieci anni e continuano a giocare per migliorarsi”.
L’unico rammarico di Alvisi è legato al mancato percorso comune, nel doppio di Pennetta e Vinci, che assieme vinsero il Roland Garros junior nel 1999.
Ma ora è tempo di pensare al presente: “Siamo pronti a goderci questo Apulia’s Day a New York. E’ il sogno di una vita”.
E nella città che non dorme mai, Flavia e Roberta sono pronte a coronare il loro sogno: New York, New York.
Antonino Palombo
(da “la Repubblica“)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
MAI COSI’ IN ALTO IL TENNIS ITALIANO: LA BRINDISINA TRAVOLGE LA HALEP, LA TARANTINA PIEGA SERENA WILLIAMS E COMPIE IL MIRACOLO
Flavia Pennetta e Roberta Vinci scrivono la storia del tennis italiano: la finale degli Us Open è loro. 
La brindisina, testa di serie numero 26, ha sconfitto nella prima semifinale la romena Simona Halep, seconda forza del tabellone, con il punteggio di 6-1 6-3 in un’ora di gioco.
Ma l’impresa che sconvolge il mondo del tennis la compie Roberta Vinci: un 2-6, 6-4, 6-4 a Serena Williams che interrompe il sogno della statunitense di vincere tutti e quattro i tornei dello Slam nella stessa stagione a distanza di 27 anni da Stefi Graf.
La finale tutta italiana si giocherà sabato alle 18 italiane, e potrà essere seguita in diretta video su Eurosport e testuale su Repubblica.it.
E’ la prima finale tutta italiana, sia sui campi di Flushing Meadows che in un torneo dello Slam.
Con Pennetta e Vinci diventano cinque le giocatrici azzurre a raggiungere la finale di uno dei quattro tornei più importanti del mondo, dopo il successo al Roland Garros di Francesca Schiavone nel 2010 e le finali ancora della Schiavone e di Sara Errani ottenute sempre sulla terra parigina, rispettivamente, nel 2011 e nel 2012.
FLAVIA DOMINA
Dal punto di vista delle emozioni, il match che ha offerto meno al pubblico neutrale è stato quello della Pennetta.
La brindisina comanda dall’inizio alla fine: parlano chiaro i suoi 23 colpi vincenti (16 gli errori), oltre il doppio della romena, ferma a 10 (con 23 errori). Nel primo set dopo che entrambe le giocatrici tengono la battuta nei primi due game l’azzurra infila 5 giochi consecutivi, strappando due volte il servizio alla Halep e chiudendo 6-1 in appena 28 minuti, con uno dei suoi classici rovesci lungo linea.
Break della Pennetta anche in avvio di seconda frazione ma questa volta la Halep ha una reazione intensa dal punto di vista agonistico, mettendo a segno il contro-break, strappando il servizio a zero.
La romena sembra riuscire a dare una svolta ala sua serata quando sale sul 3-1, strappando ancora il servizio alla Pennetta. Qui però esce la solidità della Pennetta, unita anche alla perfezione della strategia tattica: la Halep inizia a rincorrere da una parte all’altra i colpi della brindisina fino allo sfinimento atletico. Per la Pennetta è la quarta vittoria in cinque confronti diretti con la numero 2 del mondo, non tardano ad arrivare i complimenti del fidanzato Fabio Fognini che, su Twitter, esclama: “Strepitosaaaaa”.
“‘RIMASTA SEMPRE POSITIVA”
“Sono molto felice – ha detto a fine gara la Pennetta – essere qui è straordinario. E’ andato tutto bene fin dal primo punto. Anche quando mi sono ritrovata sotto sono rimasta positiva. Tutto mi rende felice e non ho parole per raccontare le mie emozioni. Ho cercato di spingere tanto e sbagliato pochissimo per allontanarla dalla riga di fondo”. Superato alla grande anche l’inizio di secondo set negativo. “Non è stato semplice. Ho cercato di mantenere la calma. Ho perso due game nel modo sbagliato. Poi ho ripreso a giocare come ho fatto nel primo set”.
IL PRODIGIO DI ROBERTA
Ma l’impresa incredibile l’ha compiuta Roberta Vinci: nella seconda semifinale la tarantina ha eliminato Serena Williams, numero uno del tabellone e della classifica Wta, con il punteggio di 2-6 6-4 6-4.
La Williams, dopo aver condotto abbastanza agevolmente il primo set, ha iniziato a soffrire il tennis della Vinci. Poche prime palle di servizio, ma una costanza negli scambi sofferta dalla statunitense.
La Williams già lo scorso mese di luglio aveva rischiato grosso a Wimbledon contro Hather Watson, ma alla fine era riuscita a trovare il guizzo della fuoriclasse per restare a galla.
La Vinci questa cosa non gliela ha permessa: non si è inconsciamente accontentata di essere arrivata ad un passo dall’impresa, ha insistito con grande ferocia agonistica ed ha avuto la meglio.
“E’ il momento più bello della mia vita. Scusami Serena, chiedo scusa agli americani ma oggi era la mia giornata”, commenta con gli occhi lucidi e la faccia incredula Roberta . “Sono orgogliosa di me stessa e ringrazio il mio allenatore, sono veramente felice di questo momento”.
“Ho perso il primo set, ho cercato di rimanere attaccata al match e quando ho servito per il match tremavo tutta.Non dovevo pensare a Serena, che è la migliore”, analizza aggiunge la Vinci, che poi scherza in italiano con il suo allenatore quando gli fanno notare che era data a 300 dai bookmakers: “Coach, quanti soldi ho vinto?”.
Un match deciso da chi ha tenuto più saldi i nervi: “Alla fine eravamo entrambe sotto pressione. Mi sono detta ‘metti la palla in campo, cerca di mettere tutte le palle in campo e non pensare a Serena che sta dall’altra parte della rete: palla in campo e corri” dice sorridendo.
Ora tocca a Flavia Pennetta… “Una finale tutta italiana… Stupendo”. “Questa vittoria la devo a me stessa, alla mia tenacia, al mio gioco. Voglio ringraziare il mio team, il mio allenatore. Sono davvero felice. Voglio godermi questo momento”
(da “La Repubblica”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
I DUE AMICI SI SONO RITROVATI DOPO MESI E MIGLIAIA DI CHILOMETRI: “QUI SAREMO FELICI”
“Samir!”, “Malek!”. L’urlo è liberatorio, l’abbraccio straziante.
I due amici siriani si stringono forte. Più volte.
Per capire che sono ancora vivi, che tutto quello che sta accadendo non è un’illusione. Hanno gli occhi lucidi, l’emozione li tradisce. Piangono con lunghi singhiozzi, interrotti solo da risate che non si concedevano da tempo.
La guerra, le violenze, i morti, gli orrori, le bombe e i cecchini sono fantasmi che adesso si dissolvono. La Siria è lontana. Possono respirare. Ora sono finalmente in Svezia
Lo ricordano battendo i piedi per terra, toccandola con le mani. Attorno a loro c’è silenzio.
Il verde dei boschi, il rumore dell’acqua che scorre nei canali, le case in mattoni e legno allineate. I bar, i ristoranti, i negozi, le vetrine.
E poi il cibo, abbondante e diverso, che i volontari distribuiscono sul piazzale esterno della stazione centrale.
Malmoe è come un miraggio. L’ultima tappa di un viaggio durato anche un mese. La fine di un lungo serpentone umano spezzato in più punti.
Il rigore danese si è infranto sotto la pressione di 150 mila profughi e migranti. Il blocco dei treni e delle frontiere ha retto solo poche ore.
Già mercoledì notte gli agenti hanno rinunciato a inseguire e fermare questo popolo di invisibili.
Davanti al silenzio imbarazzato del governo, il capo della polizia Jens Henrik Hà¸jbjerg ha preso una decisione che ha cambiato, per poche ore, il corso della storia politica danese. Ha annunciato il ripristino dei collegamenti ferroviari con la Svezia e ha autorizzato a chiunque ne facesse richiesta di attraversare i 700 chilometri che collegano la frontiera con la Germania di Padborg a quella svedese di Rodby
«Fermarli tutti è impossibile », ha spiegato in un’inedita conferenza stampa convocata di mattino presto nella grande hall della stazione di Copenaghen.
«Solo chi farà richiesta di rifugiato potrà restare; gli altri possono proseguire per la Svezia. Del resto la nostra legge sull’immigrazione è chiara: chiunque è sorpreso sul territorio danese senza documenti o senza visto è trattenuto fino a tre giorni. Poi viene mandato davanti al giudice che, in questi casi, li lascia andare».
Ma è proprio questo scollamento tra Palazzo e realtà , con la polizia lasciata sola ad assumersi il peso di scelte coraggiose, a creare scompiglio tra i danesi.
Mai come in questi giorni, la patria del mago delle fiabe Hans Christian Andersen e del mitico Amleto di Shakespeare si è trovata a fare i conti con una solidarietà della gente che smentiva l’immagine offuscata di un paese xenofobo e razzista.
L’isola nera, nel Nord Europa aperto e tollerante, si è ribellata.
Centinaia di uomini e donne, giovani e anziani, hanno protetto e vigilato sulle centinaia di profughi scortandoli fino ai convogli che la direzione delle ferrovie ha deciso di far partire senza pretendere il biglietto.
Oltre 3000 persone sono arrivate in Danimarca da domenica scorsa e solo 400 hanno chiesto di restare come rifugiati.
Le centinaia di uomini e donne, spesso accompagnati da bambini, trattenute in centri provvisori a Rodbyihavn e Padborg sono stati rilasciati. Spesso senza neanche essere identificati.
Il primo ministro danese Rasmussen ha parlato con tutti i leader politici per sanare un vuoto che si era improvvisamente creato.
Il ministro della Giustizia Jans Sorewpind ha interrotto il suo viaggio negli Usa ed è tornato indietro per sostenere l’azione del capo della polizia.
Ma lo scontro tra i partiti che sostengono il governo è di nuovo esploso quando il leader del Partito Popolare, Kristian Dahl Thulsen ha attaccato la Germania: «Deve assumersi le responsabilità delle sue scelte. La Danimarca non sarà un duty free dei rifugiati».
Daniele Mastrogiacomo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI UNA SIGNORA ROMANA: “NIENTE PUBBLICITA’, VOGLIO SOLO CHE TUTTI CAPISCANO CHE ESSERE SOLIDALI E’ UNA GRANDE ESPERIENZA”
Loro ci hanno pensato prima. Prima del Papa e dei politici.
In silenzio, senza enfasi hanno aperto le porte delle loro case, le stanze dei figli ormai cresciuti, per ospitare rifugiati e migranti.
Sono uomini e donne che per mesi hanno organizzato l’assistenza rifocillando oltre 70mila persone in fuga dalla Siria nel mezzanino della stazione centrale a Milano, sono i romani che hanno accolto negli anni i ragazzini afghani che vivevano alla stazione Ostiense, condiviso pranzi e cene con famiglie eritree o iracheni arrivate nella capitale dopo viaggi attraverso l’inferno.
Ora queste signore coraggiose, pudiche ma concrete, forzano la loro natura e parlano: “Perchè la storia si ripete, perchè la nostra esperienza magari può convincere altre famiglie ad accogliere chi oggi fugge dalla guerra e dalla fame”.
Così dice Misa Chiavari, fisica in pensione, madre di quattro figli ormai adulti, da anni impegnata – tra le mille altre cose – a fare lezione di italiano per i migranti al centro capitolino dei gesuiti Astalli.
Le storie dei ragazzini fuggiti da Afghanistan e Iraq. La sua casa è piena di fotografie. “La mia famiglia allargata”, sorride, raccontando le storie dietro ogni volto.
Storie di ragazzini partiti dall’Afghanistan, dall’Iraq con pochi soldi in tasca e molta paura, finiti nelle celle di paesi che parlavano lingue sconosciute, sfruttati in Libia, Iran o in Grecia “dove gli facevano bere latte nelle concerie di pelle per sopportare le sostanze velenose che per giorni arrivavano anche a paralizzarli”.
Storie di violenza subita e tenacia, vicende uguali a quelle dei rifugiati che oggi arrivano in Italia in cerca di un futuro che passa attraverso le stazioni.
Oggi Budapest, ieri Ostiense. “Perchè tutti quelli che partono dall’Afghanistan avevano, ma ancora oggi hanno, un biglietto con questa stazione Ostiense come unico indirizzo a Roma”.
Lì dormivano Ali e Ismet – cartoni per materasso e giornali quando andava bene per coperta – quando i centri per rifugiati non avevano posto o il loro tempo era scaduto. “Li ho incontrati alla scuola per italiani dove venivano i rifugiati, e quando è arrivato l’inverno con altri insegnanti siamo andati alla stazione e ce li siamo portati a casa. Nessuna paura, nessun problema, mai avuto guai. Anzi erano loro impauriti da me. Ci hanno messo tanto a fidarsi, a raccontarmi le loro storie, la loro vita di prima. Come Ali, talmente abituato alle mine che uccidevano ogni giorno che il gioco pomeridiano degli adolescenti a kandahar era riportare i pezzi delle vittime saltate per aria. Pensava fosse normale, che tutto il mondo fosse cosi, fino a quando i mujaedin hanno decimato la sua famiglia e lui quindicenne è scappato, rifugiandosi prima in Pakistan, poi in Iran, infine arrivando in Europa”.
Fermati alle frontiere e messi in carcere. Storie che si incrociano con quelle di oggi, ripetendosi all’infinito.
Perchè passare i confini è sempre stata una lotta per chi scappava da guerre e fame. “Ali mi ha raccontato che per ben 15 volte ha cercato di passare la frontiera ed entrare in Grecia e per 15 volte lo hanno arrestato, chiuso in celle con altri 50, senz’acqua per giorni. Alla fine è riuscito ad arrivare al Pireo. E, dopo essere stato sorpreso tre volte dentro un camion alla frontiera e rispedito indietro, è finalmente sceso in Italia”.
Adesso hanno un lavoro e una famiglia.
Adesso Ali e Ismet hanno famiglia, hanno un lavoro, una vita regolare, chi ha aperto una pizzeria che da lavoro anche ai connazionali, chi ha fatto l’apprendista falegname per imparare un mestiere.
Ma i legami non si sono persi con chi gli ha dato una mano, aperto una porta quando erano soli.
“Passano, portano i figli, mi chiamano mamma. Ho avuto molto più di quello che ho dato in questi rapporti. Ho imparato. Per questo se ricapita non mi tiro indietro”.
Caterina Pasolini
(da “La Repubblica“)
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