Settembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
MA LA DISOCCUPAZIONE E’ SOLO AL 3,1% E LE LEGGI SUL LAVORO SONO DI COMPETENZA DEL GOVERNO
Sono attesi nel pomeriggio i risultati del referendum con il quale il Canton Ticino chiede di limitare
l’accesso degli italiani al mercato del lavoro svizzero.
«Prima i nostri» è l’eloquente titolo della consultazione promossa dalla destra nazionalista dell’Udc e dalla Lega dei Ticinesi.
Il responso delle urne non dovrebbe riservare sorprese, anche sulla scorta di votazioni analoghe nel recente passato: prevarranno i sì, anche se gli effetti pratici sono tutti da vedere.
Leggi sul lavoro
In Svizzera, infatti, le leggi in materia di lavoro sono di competenza del governo centrale, non dei Cantoni; dunque dal Ticino partirà al massimo un messaggio di natura politica rivolto a Berna.
Qui in settimana, tra l’altro, è stato votato un provvedimento piuttosto vago che prova a concedere una corsia preferenziale ai cittadini elvetici nell’assegnazione dei posti di lavoro, senza tuttavia suscitare le ire della Ue, con la quale gli elvetici hanno sottoscritto un accordo di libera circolazione.
L’altro fattore che svuota di senso il referendum sono i dati economici: anche ad agosto il tasso di disoccupazione in Ticino si è attestato al 3,1%; dunque che gli italiani «rubino il lavoro» ai residenti appare una tesi non facile da sostenere.
Come quella che gli immigrati nel nostro Paese rubino il posto agli Italiani, sostenuta dagli stessi leghisti nostrani.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
SE LA SOVRANITA’ APPARTIENE AL POPOLO, DOVREBBE ESSERE COINVOLTO E NON SUBIRE SCELTE DALL’ALTO
E’ da mesi, oramai, che i vari attori del mondo della politica e della società civile stanno “ragionando” in
materia di Riforma Costituzionale.
L’imminente voto sul Referendum relativo alle modifiche della Costituzione (così come votate e propugnate dall’attuale maggioranza di Governo, sia formale, che “sostanziale”) è occasione fin troppo ghiotta per farsi sfuggire la possibilità di palesare i “distinguo” e condurre la propria battaglia.
Lungi dal voler escplicitare una qualsivoglia valutazione di merito sulla Riforma che sarà oggetto dell’imminente votazione Referendaria, quello che sta particolarmente attirando la mia attenzione è il “modus” attraverso il quale i vari soggetti stanno agendo nel panorama, sia della comunicazione, che delle valutazioni contenutistiche.
Personalmente ritengo che schierarsi per il NO, puramente e semplicemente, ovvero facendo leva sulla sedicente valenza politica del voto (un “modo” per mandare Renzi a casa; un ipotetico voto contro il Governo, insomma) o sulla presunta instaurazione di un redivivo “regime dittatoriale” (per l’ipotesi che vincesse il SI), siano (tutte) strategie – operative, comunicazionali e di concetto – troppo riduttive, fuorvianti e finanche sterili.
Soprattutto in certi casi, non basta dire (e/o votare) NO. Non è sufficiente nemmeno spiegarne le ragioni. Occorre una controproposta.
È necessario offrire – e disegnare – un’alternativa seria e credibile.
Le persone vogliono inseguire un sogno, un’idea, una speranza. E da quello che ho visto (fatte ovviamente salve eventuali sviste, omissioni o distrazioni) allo stato attuale, soltanto Parisi ne ha formulata una.
La Costituzione è la Carta Fondamentale del nostro Ordinamento Giuridico.
Sostanzia le fondamenta del nostro Stato. Un’assemblea costituente, specificatamente eletta col compito di riscrivere, non soltanto le “regole del gioco”, ma anche il contenuto dei valori fondamentali in materia di libertà , anche economica, sarebbe (e resta, a mio sommesso avviso) la soluzione oggettivamente preferibile a tutte le altre.
Al nostro Paese, fin troppo imbrigliato nel terrore delle derive di ogni sorta, ivi compresa quella populista, non serve la “demagogia della paura”: occorre una visione. Ardita. Appassionata. “Lucidamente ribelle”.
La sovranità appartiene al popolo. Lo dicono in tanti. Lo sancisce finanche la Costizuione.
Coinvolgiamolo davvero, allora…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Settembre 17th, 2016 Riccardo Fucile
TRA LE DUE ANIME DEL PD DUE CONCEZIONI OPPOSTE DELLA POLITICA
“Aò ma che stai allo stadio? Leva quel fischietto, cretino!”. Il secondo match in due giorni tra il Sì e il No al referendum costituzionale è ancora più infuocato del primo. Dopo l’acceso faccia a faccia a Bologna tra il premier Renzi e il presidente dell’Anpi Smuraglia, alla Festa dell’Unità di Roma ci sono, uno di fronte all’altro, Roberto Giachetti e Massimo D’Alema.
Il clima è surreale nella Capitale del lider Maximo e del più romano tra i renziani.
Si parla della consultazione di novembre ma la posta in gioco è un’altra. E’ una prova di forza e lo si capisce dall’aria tesa che si respira sotto i gazebo: urla, fischi, applausi, buuuu, insulti sono un controcanto costante al dialogo tra i due esponenti Pd.
Il palco diventa il campo da gioco, la platea una curva di ultrà contrapposti. Gli animi si accendono, le grida dei militanti coprono a più riprese la voce dei due interlocutori. A un tratto alcuni militanti litigano violentemente rinfacciandosi gli errori della sinistra del passato: ci manca poco e arrivano a darsele di santa ragione.
“Io fascista? Sciacquati la bocca, buffone! Io a Renzi non l’ho votato”.
Decine di persone sono accorse a Pietralata per assistere al dibattito. Sotto la pioggia, che a tratti si fa diluvio, a guardarsi in faccia non ci sono solo due posizioni diverse sul referendum, ma due anime del Pd lontane, incompatibili; due modi di interpretare il partito, due declinazioni inconciliabili della sinistra, due concezioni opposte della politica.
E gli interlocutori chiamati a rappresentare le ragioni del Sì e del No non ne fanno mistero.
“Le uniche due cose che abbiamo in comune io e Giachetti sono l’iscrizione al Pd e la Magica”, dice D’Alema scherzando ma neanche tanto.
L’ex premier subito mette in chiaro la sua posizione rispetto alle accuse che gli arrivano da buona parte del partito: “Io non guido nessuna corrente, do semplicemente il mio contributo alla campagna referendaria perchè c’è una parte della sinistra che non vuole votare sì. Mi sono mosso perchè nessuno lo faceva”.
Il candidato alle comunali di Roma punzecchia: “Gli italiani si sono stufati di aspettare riforme che da trent’anni non arrivano”. Richiama la Commissione Bicamerale guidata da D’Alema e per la prima volta il clima si infiamma: arrivano buuu e fischi dalla platea.
“Leva quel fischietto, cretino!” grida un militante a chi gli sta davanti.
D’Alema allora rivendica i risultati ottenuti dalla sinistra negli ultimi trent’anni, perchè “abbiamo fatto lotta politica, altro che chiacchiere”.
Li mette in fila: “Abbiamo introdotto l’elezione diretta dei sindaci, è stata fatta la riforma del Titolo V nonostante io fossi contrario. E poi abbiamo modificato l’articolo 81 mettendo il pareggio di bilancio in Costituzione, abbiamo introdotto il giusto processo. Non sono chiacchiere. Il D’Alema del ’97 non avrebbe votato questa legge neanche per idea”, dice l’ex presidente del Consiglio.
E poi attacca: “Questa riforma è un pasticcio. Per citare Onida è una stravaganza ai limiti dell’amenità ”.
Giachetti non ci sta e rivendica la riforma come una battaglia storica della sinistra: “Massimo, ti ricordo che nel programma del Pds si parla già di superamento del bicameralismo perfetto. Ed è quello che stiamo facendo noi oggi. Sei stato un leader storico e questa riforma discende dalla storia della sinistra che però troppo spesso si è risolta in chiacchiere”.
Si passa ai contenuti: per D’Alema “viene fuori un pasticcetto dato che avremo un Senato proporzionale e una Camera ultramaggioritaria, con rischi seri di paralisi nel caso venissero fuori due diverse maggioranze”.
Giachetti allora ricorda che la riforma “prevede una clausola di supremazia” perchè “non è che una Camera può sconfessare l’altra”.
“Ma come no?!” esclama l’ex premier, e dal pubblico c’è chi gli dà man forte: “A Giachè, te stai a incartà !”.
Non solo il merito, D’Alema contesta anche il “metodo”: “Questa è una riforma costituzionale di governo, approvata da una ristretta maggioranza eletta con il Porcellum che la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale. Non c’è nessun mandato elettorale”.
Il vicepresidente della Camera fa presente che “riforme e Italicum erano il cuore del programma su cui Renzi ha ottenuto la fiducia delle Camere. Sono allibito dal tuo discorso”.
Poi arriva l’affondo: “Vedo che Massimo si adopera per dare consigli ai grillini”.
Una parte del pubblico non ci sta: partono altri fischi, una signora urla “Giachetti stai sereno!”. Un anziano prima sbraita, poi mugugna: “D’Alema ha detto l’esatto opposto due minuti fa, ora basta, è tutta la vita che fa così, non se ne può più”.
Le tifoserie fanno a gara a chi urla più forte e i due interlocutori a stento sentono le parole l’uno dell’altro.
Si fa fatica a comprendere come mondi così distanti possano convivere nello stesso partito. Giachetti rinfaccia a D’Alema i lavori della Bicamerale che “davano al Presidente del Consiglio poteri enormi anche per un sistema semipresidenziale mentre la nostra riforma riduce i poteri del premier”.
Il lider Maximo non è d’accordo: “Con l’indicazione del presidente del Consiglio introdotta nella legge elettorale si cambia la forma di governo del Paese”.
Ed esprime forti perplessità sui capilista bloccati e sulle preferenze.
Giachetti si spazientisce: “Voi quando c’era il Mattarellum volevate le preferenze, quando c’erano le preferenze volevate il Mattarellum. Non si capisce mai cosa volete”.
“Guarda — dice D’Alema — che il Mattarellum noi lo abbiamo scritto, se l’obiettivo del tuo digiuno era l’Itaicum era meglio se mangiavi la porchetta”.
I due si provocano a vicenda. E sotto i gazebo è una bolgia: un sostenitore di D’Alema perde la calma e arriva quasi a ridosso del palco urlando contro Enrico Mentana che fa da moderatore del confronto: “Giachetti non può provocare sempre – grida — Mentana! Devi moderarlo! Hai capito?”.
Dall’altra parte della platea un militante grida come un forsennato: “Massimo, di’ qualcosa di sinistra! Dilla Massimo, ce la puoi fare!”.
Non si sa come, si arriva al momento degli appelli finali.
Giachetti elenca i punti di forza della legge costituzionale (“è una riforma che semplifica e permetterà alle istituzioni di lavorare meglio per i cittadini”).
Poi, all’ultimo secondo utile, sferra un “colpo basso”, tirando fuori il Patto della Crostata tra D’Alema e Berlusconi: l’accordo stipulato a casa di Gianni Letta per portare a termine i lavori della Bicamerale.
La folla perde la calma, ancora una volta. “Buffone!” e partono altri fischi. “Se questi sono i vostri argomenti allora voto No”, si sgola un militante.
Tocca a D’Alema: “Non ci fu nessun patto e non ci fu nessuna crostata”, ribatte al vicepresidente della Camera. Infine tira le somme: “L’insieme di queste riforme, quella costituzionale e quella elettorale, riduce la sovranità popolare”.
Cala il sipario sul confronto, i due esponenti del Pd scendono finalmente dal palco mentre i militanti si allontanano alla spicciolata.
Si formano dei capannelli qua e là e Giachetti e D’Alema vengono raggiunti dai rispettivi sostenitori. Non piove più, il clima si fa disteso.
E’ arrivato il momento di farsi selfie.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL CANTON TICINO VUOLE BLOCCARE I LAVORATORI ITALIANI… MARONI ORA CAPISCE COSA VUOL DIRE TROVARE QUALCUNO PIU’ A NORD DI LUI
Il 25 settembre in Canton Ticino si vota (nuovamente) in tema di immigrazione e lavoro frontaliere. 
Il titolo dell’iniziativa referendaria non lascia spazio all’immaginazione: “Prima i nostri” dove, ancora una volta, gli “altri” sono soprattutto gli italiani.
Il referendum è stato proposto dall’Udc, partito che insieme alla Lega dei Ticinesi risponde all’elettorato più conservatore e nazionalista.
Il nuovo quesito richiama quello già votato dalla maggioranza degli svizzeri il 9 febbraio del 2014, quando la proposta passò con una maggioranza risicatissima a livello federale (50,3%), ottenendo invece un consenso plebiscitario in Canton Ticino (con oltre il 70% dei consensi).
Nel cantone di lingua italiana la presenza di lavoratori stranieri si fa sentire in maniera sensibile: attualmente secondo l’ultima rilevazione dell’ufficio statistico svizzero sono 62.179 (dato dell’8 settembre 2016) in leggera flessione (-0,4%) rispetto al trimestre precedente.
Il voto del 2014 è rimasto sostanzialmente lettera morta e l’Udc del Ticino ha deciso di “agire sulla Costituzione Cantonale per assicurare che il voto venga rispettato e non rimanga solo un auspicio” e puntare i piedi affinchè i lavoratori locali abbiano la precedenza rispetto agli stranieri.
Nel testo dell’iniziativa del 25 settembre prossimo si chiede di porre rimedio “all’attuale mancanza di protezione per i salariati ticinesi”, parlando della battaglia referendaria come di una “lotta trasversale per sostenere la nostra identità e i nostri diritti, che vuole proteggere i salariati dal dumping salariale in atto grazie al continuo aumento del frontalierato in campi dove la manodopera indigena non trova più lavoro”.
Gli estensori del referendum spiegano di volere che i Paesi vicini “ci trattino con rispetto e ci tolgano dalle black list sulle quali ingiustamente ci hanno messi”.
Se dovesse vincere il Sì, alla carta costituzionale del Canton Ticino verrebbero fatte delle aggiunte significative, ad esempio quella sugli obiettivi sociali del cantone, che dovrebbe “provvedere affinchè sul mercato del lavoro venga privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero” e, ancora: “affinchè nessun cittadino del suo territorio venga licenziato a seguito di una decisione discriminatoria di sostituzione della manodopera indigena con quella straniera (effetto di sostituzione) oppure debba accettare sensibili riduzioni di salario a causa dell’afflusso indiscriminato della manodopera estera (dumping salariale)”.
Principio ribadito anche nell’articolo che riguarda il mandato alle autorità : “Nelle relazioni con i Paesi limitrofi le autorità modulano il mercato del lavoro in base alle necessità di chi vive sul territorio del Cantone, promuovendo la sana complementarietà professionale tra lavoratori svizzeri e stranieri, evitando la sostituzione della manodopera indigena con quella straniera (effetto di sostituzione) e la corsa al ribasso dei salari (dumping salariale)”. Insomma, in Svizzera, prima gli svizzeri.
L’iniziativa, così come formulata, è stata rifiutata dal Gran Consiglio (il parlamento cantonale), che non l’ha appoggiata e sullo stesso tema ha proposto un controprogetto. Una seconda opzione, che accoglie il principio della preferenza indigena nel mercato del lavoro, ma in maniera più blanda, un testo che suona più come un auspicio che come una misura vincolante: “Il Cantone provvede affinchè sia promossa l’occupazione nel rispetto del principio di preferenza ai residenti”.
I promotori del controprogetto (ovvero la maggioranza dei componenti del parlamento cantonale) hanno dichiarato di condividere il principio della proposta dell’Udc per via delle difficoltà che affliggono il mercato del lavoro, puntualizzando però che: “’Prima i nostri’ è un titolo che fa colpo ma l’impianto su cui l’iniziativa dell’Udc si regge, e le modifiche che intende introdurre nella Costituzione cantonale, sono in chiaro contrasto con il diritto federale e internazionale”, quindi sarebbero sostanzialmente inapplicabili.
“Se questa iniziativa cantonale verrà approvata — si legge nella nota diramata dai firmatari del controprogetto — rischia di provocare tensioni e confusione, complicando ulteriormente le già difficili trattative in corso tra Confederazione e Unione Europea per l’applicazione dei principi del 9 febbraio, e di vanificare il sostegno al modello di applicazione della clausola di salvaguardia proposto dal Consiglio di Stato ticinese”.
In ogni caso non basterà la vittoria del Sì alla proposta dell’ultradestra per risolvere i problemi del mercato del lavoro.
Il testo del referendum cantonale dovrà essere approvato anche dal Parlamento federale, che dovrà esprimersi sulla sua conformità con il diritto superiore.
I timori dalla nostra parte del confine non mancano.
Il coordinatore provinciale dei frontalieri del Verbano Cusio Ossola, Antonio Locatelli, oltre ad esprimere l’auspicio per una vittoria del No, sottolinea l’esigenza di una presa di posizione da parte delle istituzioni affinchè: “prendano seriamente di petto queste continue azioni discriminatorie che penalizzano non solo i frontalieri, ma tutta l’economia di frontiera” e passa al contrattacco: “Se il risultato del referendum dovesse penalizzarci ci sarebbero gli estremi per bloccare gli accordi bilaterali con la Confederazione Elvetica”.
La risposta istituzionale arriva dal governatore lombardo Roberto Maroni, che si trova nella scomoda posizione di dover tutelare interessi contrastanti rispetto a quelli dei ‘cugini’ elvetici della Lega dei ticinesi: “Rispettiamo il referendum, perchè è l’espressione del popolo sovrano, ma invito a maneggiare con cura questa situazione. I frontalieri sono una questione che riguarda la Regione Lombardia, la Svizzera, 60.000 persone, quindi 60.000 famiglie e su questo non si può scherzare”.
Poi aggiunge: “Con i governatori del Ticino e dei Grigioni siamo in contatto costante. Credo sia anche nel loro interesse non ‘fare danni’, perchè si tratta di persone che vanno in Svizzera a lavorare, non in vacanza, quindi questo è utile anche all’economia dei Cantoni svizzeri”.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
ALLA FESTA DELL’UNITA’ RENZI E SMURAGLIA INFIAMMANO I 4000 PRESENTI
E dire che sembravano vecchi semi infermi con la camicia rossa e il fazzoletto tricolore al collo, innocui
nostalgici che avevano ingannato l’attesa con bicchierini di amaro, e buste di plastica in testa per timore della pioggia.
Altrochè, non è acqua che è piovuta, perchè quelli dell’Associazione partigiani erano agguerriti come nelle migliori mitologie.
Eccoli i veri monelli della serata, noncuranti delle raccomandazioni ecumeniche del moderatore, Gad Lerner.
Hanno fischiato, hanno interrotto, hanno urlato, hanno invitato il presidente del Consiglio ad andare a casa, gli hanno buttato in faccia l’accusa di essere un gran bugiardo.
Guarda un po’: ecco chi giocava in casa, non Matteo Renzi, che sarebbe il segretario del partito titolare della Festa, non i suoi sostenitori che le cronache annunciavano in arrivo a centinaia, convocati dal Pd per spuntarla nell’applausometro.
Giocava in casa Carlo Smuraglia, ben al di sopra dei suoi novantatrè anni, nessun timore, nessuna smania di imbonire l’avversario, nessuna piacioneria.
E nonostante il bell’eloquio novecentesco, che talvolta suonava come Tito Schipa in discoteca, il presidente dei partigiani ci ha dato dentro, non era serata da sconti, ha detto in faccia al dirimpettaio che la sua riforma fa orrore, stravolge lo spirito della Resistenza e dei padri costituenti.
Lì avremmo giurato che Renzi avrebbe riproposto la fascinazione generazionale, utilizzata soltanto poche ore prima in televisione: voi avete fatto la storia, adesso lasciatela fare a noi (sintesi nostra un po’ enfatica).
Niente, bassi bassi e schisci schisci perchè siamo pur sempre a Bologna, la città dove la memoria, compresa quella più abbellita, non si annacqua.
E nemmeno funzionano le ottime tattiche del fair play, che spingono il premier a zittire i suoi quando danno sulla voce a Smuraglia e anzi, basta un sussurro, una protesta da niente e Renzi dice no, non si fa così, rispetto per chi ha un’idea diversa dalla nostra ma a cui siamo accomunati dai valori fondanti.
La curva antirenziana ha da ridire anche lì, si alzano buu, si inveisce in forma gutturale. Per chi è abituato alla solidità tetragona del partito – del partito che era, forse – una serata così ha avuto i toni della guerra intestina.
E per la cronaca – anche se non doveva essere una partita da televoto – gli applausi al premier sono stati i più scroscianti, i più numerosi, i più compatti, ma era tutto il resto a lasciarci ad occhi sbarrati.
Ci sono più diritti, dice Renzi, ed è una sommossa verbale. Il premier le ha provate tutte, le capacità non gli mancano, ma non era cosa.
Da matti: neanche il richiamo antifascista ha funzionato in questa festa e in questa città che l’antifascismo se lo mangia a colazione.
Volevo sentire qualche parola dall’Anpi, ha detto Renzi, quando il biografo di Giorgio Almirante ha scritto che sono un traditore che va messo al muro.
Dove eravate, chiede Renzi. Ma nulla, non riesce ad agganciare le simpatie mancanti, signore su con gli anni saltellanno nervose, indossano t-shirt con la scritta «Costituzione» fatta a brillantini e urlano basta, vattene.
E che doveva succedere? Che Smuraglia, sempre che ne avesse bisogno, ha preso coraggio, si è fatto quasi sprezzante, ha ironizzato sul futuro del premier dopo la (eventuale) sconfitta, e come stessero andando le cose è stato chiaro quando Gad Lerner, col vento in poppa, ha citato Paolo Prodi (uno dei fratelli di Romano), e cioè la riforma come un «bitorzolo sulla Costituzione».
E allora restiamo così, ha chiuso Renzi, con questa specie di enorme macchinario arrugginito che sono le istituzioni, se vi piace.
Magari non sono la maggioranza, ma gli piace, eccome.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
FISCHI, APPLAUSI, CONTESTAZIONI: IN UN CLIMA DA DERBY SI AFFRONTANO LE DUE ANIME DELLA SINISTRA
Quello che va in scena alla festa dell’Unità di Bologna è lo scontro tra due popoli divisi e lontani.
Nel tanto atteso “duello” tra il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia e il presidente del Consiglio Matteo Renzi sul referendum costituzionale ad avere voce in capitolo sono principalmente le 4mila persone accorse per assistere al dibattito.
Ognuno ha i suoi supporter. Ed è in un clima da stadio, dove il dialogo viene spesso interrotto da fischi e urla da parte del pubblico, che Renzi e Smuraglia si confrontano, moderati da Gad Lerner, sulla consultazione che si terrà a novembre.
I partigiani sono accorsi in massa ma anche il Pd si è cautelato, dopo le contestazioni ricevute alla festa dell’Unità di Catania, chiamando a raccolta tutti i 300 comitati per il Sì della regione.
Il clima, più delle stoccate lanciate dai due relatori, definisce il tenore e l’importanza del confronto.
Non è stata quindi l’occasione per appianare le divergenze emerse violentemente a maggio scorso, quando il ministro Boschi mandò su tutte le furie i partigiani facendo una distinzione tra quelli veri e quelli iscritti all’Anpi.
“Il nostro statuto dice che tra gli obiettivi c’è quello di difendere e chiedere l’attuazione della Costituzione, nello spirito con cui la votarono i costituenti. E la riforma danneggia il Paese e stravolge lo spirito della Carta Costituzionale”, afferma Smuraglia lanciando la prima frecciata al premier.
Mentre Renzi replica arriva la prima interruzione da parte di uno spettatore che dalla platea grida: “Vai a casa”.
Il premier, rivolgendosi direttamente al contestatore, ribatte che “c’è una procedura semplice: finchè c’è la fiducia del Parlamento io rimango”.
Quanto al referendum, “si può votare sì. Si può votare no. Ma dire che è in gioco la democrazia è una presa in giro nei confronti degli italiani”, afferma Renzi.
Smuraglia e il premier snocciolano quelli che a loro parere sono i punti di forza e i punti deboli della riforma firmata Boschi: il presidente dell’Anpi nota come non sia chiara l’elezione del futuro Senato nè tantomeno le sue funzioni, Renzi ribatte che “vengono ridotte le poltrone e non gli spazi democratici”.
Si parla di Italicum: per Smuraglia legge elettorale e riforma sono strettamente legati, Renzi afferma ancora una volta di essere pronto a modifiche se arrivano proposte dalle opposizioni: “Anche se un po’ mi costa – confessa – perchè ritengo l’Italicum un’ottima legge, essendo copiata dalla legge dei sindaci”
Una parte del dibattito viene spesa per parlare dell’inversione di rotta di Renzi rispetto a quanto annunciato mesi fa sul suo destino in caso di vittoria del No: “Renzi, dicendo che se perdeva andava a casa – dice Smuraglia – si è accorto di aver assunto una posizione pericolosa. Ora hanno cambiato versione: prima Confindustria, poi gli Usa e ieri anche un altro paese europeo ci dicono che se vince il No sarà la catastrofe”.
Renzi fa mea culpa: “Pensavo che quella frase fosse un atto di responsabilità , in estate tutto il Pd mi ha detto di non parlarne più perchè l’argomento stava oscurando il dibattito referendario: quello che sia giusto fare lo tengo per me, ma dico che questa riforma può rendere l’Italia più agile”
“I deputati non sono diminuiti. Ma pensi che sia stata una cosa semplice fare quello che per anni si è solo promesso e mai realizzato? Non ho memoria di tuoi atti parlamentari in cui hai proposto di dimezzare il numero dei parlamentari, non era semplice evidentemente”, attacca poi Renzi riferendosi al passato parlamentare di Smuraglia.
Ma è quando Renzi parla di lavoro che il clima si riaccende: “Io avrei tutto l’interesse a dire quello che è stato fatto negli ultimi due anni: in questo paese negli ultimi due anni ci sono più diritti per tanti e per tutti”, afferma ma subito viene interrotto dai fischi di una parte del pubblico.
“Andate a dire a due persone dello stesso sesso se hanno meno diritti”, ha aggiunto ricevendo applausi. “Se ci sono 580mila posti di lavoro in più, dovete dire grazie a chi ci ha creduto”, ha poi detto Renzi ricevendo ancora altri fischi.
Smuraglia non si scompone mai durante il dibattito, Renzi invece alza più volte la voce e si rivolge direttamente a quella parte di pubblico che lo contesta.
All’inizio del dibattito Renzi aveva assicurato: “Quella del Pd sarà sempre la casa dell’associazione partigiani, anche quando siamo in profondo disaccordo”.
Alla fine del confronto, il dubbio che sia in atto un trasloco però sorge.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA LEGIONE (EX) FORZISTA PRO-RIFORMA: “COERENTI CON LA RIVOLUZIONE LIBERALE PROMESSA DA BERLUSCONI”
Marcello Pera e Giuliano Urbani, berlusconiani (ormai ravveduti) della prima ora, sono solo gli ultimi.
Ma la lista di chi a destra ha sposato con convinzione le ragioni del Sì al referendum costituzionale d’autunno si fa ormai sempre più lunga.
E i nomi sempre più sorprendenti. Così, se a sinistra temono il big bang sotto il tetto di un Pd alquanto spaccato, nel centrodestra di impronta forzista è in atto uno smottamento senza precedenti in favore della riforma targata Renzi.
Conseguenza, forse anche questa, della crisi e del tramonto stesso del berlusconismo. Non è una adesione alle ragioni del governo, premettono tutti.
Ma a novembre, quando si voterà , prenderanno le distanze dall’ordine di scuderia di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia.
Hanno atteso per un ventennio la “rivoluzione liberale” di Silvio Berlusconi, adesso l’ex presidente del Senato Pera e l’ex ministro della Cultura (e tessera numero due di Fi) Urbani hanno deciso di sostenere il superamento del bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari.
“Coerenti con quella rivoluzione” dicono i due che hanno lanciato il loro comitato per il Sì in una iniziativa pubblica nel centro di Roma (era assente Urbani per un malore sopraggiunto in mattinata).
Occorre voltare pagina, come ha sottolineato Pera, tornato a esporsi dopo anni di volontario letargo.
E devono farlo soprattutto gli elettori liberali e di Forza Italia, che hanno “una ragione in più per votare Sì: se dovesse vincere il No, il secondo dopo quello del 2006, la Costituzione diverrebbe immodificabile. Al contrario, sin dal 1994 Forza Italia ha sempre tenuto alta la bandiera della modifica della Costituzione e solo se passerà il Sì questo percorso potrà continuare”.
Anche Marco Taradash, radicale, berlusconiano negli anni, ora al fianco dei professori con il “Comitato liberali per il Sì”.
Non solo per la vecchia passione pannelliana per lo strumento referendario: “‘Il motivo per votare Sì è la validita’ di una riforma che rappresenta l’occasione per adeguare ai tempi e al sistema bipolare la nostra costituzione”.
Di Sandro Bondi, ex coordinatore di Forza Italia, e della consorte Manuela Repetti si conosce il traumatico addio alla corte di Arcore, il passaggio in vari altri gruppi parlamentari, ora l’adesione convinta al Sì, dopo aver votato del resto la riforma in tutti i passaggi d’aula.
“Sottoscrivo integralmente le dichiarazioni del presidente emerito della Repubblica Napolitano, il Sì al referendum è un’occasione irripetibile per realizzare quelle riforme attede da decenni e mai tradotte in fatti” spiega la senatrice a nome di entrambi.
E poi c’è chi sulla spinta della riforma e in coerenza col Patto del Nazareno che fu ha proprio rotto con Forza Italia.
E’ il caso di Denis Verdini, il più berlusconiano tra i berlusconiani di un tempo, altro ex coordinatore forzista che sulla scia di quella frattura ha costruito nuovo partito e gruppi parlamentari: Ala.
Lo strappo di Angelino Alfano è ancora precedente, ma il leader Ncd – ultimo coordinatore di Fi – con Renzi governa dal 2013 e con lui ha approvato leggi e riforme. Fabrizio Cicchitto, altro Ncd, è tra i più convinti sponsor del testo Boschi.
Peppino Calderisi, ormai ex parlamentare forzista, ha proprio raccolto le firme, le ha depositate in Cassazione a luglio e animato il comitato “Basta un sì”.
C’è poi tutta un’area culturale di centrodestra che considera la riforma Renzi-Boschi quanto meno il male minore rispetto allo status quo.
Nell’ultimo editoriale sul Foglio, Giuliano Ferrara se la prende con D’Alema e il suo “risentimento politico” contro il “boy scout in chief” Renzi.
“Hai provato a fare la riforma con Berlusconi – scrive attaccando il leader Maximo – non ci sei riuscito in Bicamerale, sempre per eccesso di sicurezza in te stesso, e adesso vuoi disfare quella che c’è, e che non ha alternative”.
Critica il testo ma lo voterà pure il direttore di Libero Vittorio Feltri, che per questa storia ha litigato in malo modo con il pasdaran del No Renato Brunetta, dandogli del “fallito” (e incassando un “sei una macchietta”).
La motivazione: “Il premier poteva fare di meglio, ma bisogna accontentarsi. E’ preferibile il suo poco al nulla di Brunetta e dei suoi amiconi. Perchè il bicameralismo perfetto è una schifezza indifendibile. Per non parlare del titolo V che conferisce alle regioni poteri tali da renderle associazioni per delinquere. Restituire allo Stato il compito di decidere anche a livello locale è cosa buona e giusta. Ecco perchè voto sì”. Dietro c’è tutta la polemica a destra sulle ragioni che avrebbero portato gli editori Angelucci a reclutare proprio lui (pro Sì) rimuovendo l’ex direttore Maurizio Belpietro, ma questa è un’altra storia.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’ELETTORATO MODERATO DIVISO, NEL CENTROSINISTRA PREVALGONO I SI’, I GRILLINI COMPATTI SUL NO
Renzi deve stare attento: se vuole vincere il referendum è al cuore e alla testa degli elettori del centrodestra, più che ai suoi, che deve parlare.
È questa la novità che ci consegna il primo sondaggio della ripresa politica, quando tutti gli italiani, chi prima e chi dopo, sono tornati dalla lunga vacanza estiva.
La riapertura delle scuole, chiave di lettura del ritorno alla normalità della vita per la maggioranza delle famiglie italiane, è alle porte.
Ed è alle porte (probabilmente si andrà al voto domenica 27 novembre) il responso della gente sul referendum che avrà per oggetto le riforme costituzionali approvate negli scorsi mesi dal Parlamento.
Un referendum «eccezionale» rispetto alla nostra prassi elettorale: il governo chiede agli italiani di esprimersi attraverso un «sì» o un «no» su una serie di riforme, tra cui la più conosciuta è l’abolizione di fatto del Senato come organo che alla pari della Camera dei deputati costruisce le nostre leggi.
Una domanda iniziale: quanti italiani andranno a votare, dato che per questo tipo di referendum non esiste un quorum? Meno o più della metà del corpo elettorale?
Su questo quesito il ricercatore è piuttosto ottimista: noi italiani andremo in molti a votare.
I sondaggi offrono risposte positive superiori all’80% (una previsione del 70% di votanti reali è quindi attendibile) pari ai 30-35 milioni di elettori presenti ai seggi.
Perchè la partecipazione al referendum di autunno sulle riforme istituzionali sarà alta?
Per tre ragioni aventi eguale peso psicologico.
Una mobilitazione dell’opinione pubblica voluta dal governo, contenuta nelle feste popolari dell’autunno, e confermata dai grandi giocatori all’interno del nostro campo: la Confindustria, i quotidiani di informazione, le emittenti televisive, i sindacati dei lavoratori.
Una personalizzazione in termini di «si» o «no» all’attuale governo e di «si» o «no» al Presidente del consiglio in carica. E
, perchè no, un sentimento generale di riscatto del nostro paese a livello internazionale; se noi siamo anche stati, negli Anni ’80, la quinta potenza economica al mondo, possiamo ancora dimostrare la nostra grandezza attraverso la creazione di buone leggi per i nostri cittadini, esemplari per gli altri stati e gli altri popoli.
Un’alta partecipazione quindi, in termini di probabilità .
Ma quali saranno i risultati del referendum costituzionale di novembre?
Su questo tema domina una certa incertezza. I sondaggi da noi fatti a partire da maggio indicano infatti una tendenza: la netta vittoria iniziale del sì è piuttosto appassita.
Oggi (inizio settembre), il no sembra essere in lieve prevalenza nei sondaggi.
Essendo piuttosto alla pari il «si» e il «no» nelle mani di chi è la vittoria?
Qui la risposta si rivela piuttosto semplice: la vittoria del sì o del no potrebbe essere nelle mani del centrodestra.
Infatti gli elettori che si dichiarano di centrosinistra (e che sono il 37% dell’elettorato), si dichiarano stabilmente (due a uno) a favore del sì.
Gli elettori del Movimento 5 Stelle (che sono poco meno del 30% dell’elettorato) si dichiarano senza incertezze (due a uno) a favore del «no».
Restano gli elettori del centrodestra (circa un terzo dell’elettorato), che nel corso dei mesi hanno manifestato forti dubbi sul «sì» o sul «no».
Recentemente (parliamo di agosto) questi stessi elettori si sono percettibilmente spostati sul «no», determinando marginalmente la prevalenza del «no» nei sondaggi.
È questo, quindi, l’elettorato da curare maggiormente, indipendentemente dal «segno» «si» o «no» da indicare.
Perchè la vittoria, ci insegnano gli statistici marginalisti, non è mai in mano alla massa, ma è sempre in mano a una forza «marginale»: a quella forza arcana, che fa vincere «per un punto» nel grande gioco della vita.
Nicola Piepoli
(da “La Stampa”)
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Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile
PRIMA L’ADDIO ALLA POLITICA, POI IL DIETROFRONT
Per fortuna sul palmo della mano di Marcello Pera la linea della vita è lunga, e pure un po’ tortuosa. E dopo si spiegherà il perchè.
Però sarebbe ingeneroso individuare l’inclinazione alla gimcana dell’ex presidente del Senato nel recente approccio al lavoro di Matteo Renzi.
La decisione di istituire un Comitato per il Sì alle riforme costituzionali del filosofo ex berlusconiano, ora vicino agli ex montiani di Scelta civica, ha il tracciato di un arabesco per responsabilità anche di altri, bisogna ammetterlo.
E le ipotesi del quotidiano romano Il Tempo a proposito di un astuto arruolamento di Pera fra gli amici del governo e delle riforme trascura forse un dettaglio: il professore non è un buon politico nè un bravo rastrellatore di voti perchè non sarà mai dedito al rasoterra.
Oltretutto, raggiunto al telefono nella sua Lucca, Pera aveva ieri il tono malinconico e scocciato di chi ha combattuto già troppe battaglie, e sopravvive di poche certezze e molte disillusioni.
«Forse c’è qualcuno che vuole usare il mio nome», ci ha detto prima di confermare che il Comitato lo si sta allestendo ma di interviste non se ne parla.
E qui il solco è dritto, nemmeno una curva: Pera è per il superamento del bicameralismo da decenni, ha sostenuto le riforme di Silvio Berlusconi nel 2006, ha promosso un’Assemblea costituente che riscrivesse l’intera Carta da sottoporre poi a giudizio referendario, e quando ha riconosciuto il «talento politico» di Maria Elena Boschi doveva essere in conseguenza della delusione per la morte della «rivoluzione liberale» troppe volte proclamata da Forza Italia e dal suo leader.
Niente interviste, dunque, ma un chiarimento: «Se promuovo il Sì sono con Renzi e se promuovo il No sono con D’Alema. Che devo fare?».
Restare sul vecchio sentiero riformista, dice: nessuna alternativa. Ed è notevole in un animo in fermento come quello di Pera, che di alternative ne ha spesso avute.
Nel 2007 era alla testa del Family Day contro Romano Prodi e i suoi Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) che estendevano le unioni civili alle coppie omosessuali.
Ora osserva con distacco quasi nichilista l’approvazione della legge: «La Chiesa italiana ha subito il divorzio e l’aborto. Si rassegnerà anche alle unioni civili».
Quanto a monsignor Nunzio Galantino, assume scialbi toni da «teologia della liberazione».
Analisi comprensibile in un vecchio ratzingeriano per il quale «solo Benedetto XVI può unificare l’Europa: è diventato il vero punto di riferimento dei popoli e l’autentico artefice dell’identità europea» (2008).
Purtroppo anche Benedetto fallì, ma Pera ne ha conservato l’amicizia e con rigore accademico continua a denunciare il rischio islamista, decisamente più elevato dei tafferugli leghisti.
Da lì l’antico passaggio dal no a Dio nella costituzione europea al sì a Dio nella costituzione europea. Si noterà che qualche gimcana c’è, ma non oltre il tollerabile. Infatti per sostenere la teoria delle oscillazioni periane tocca ritirare fuori gli editoriali di sostegno a Mani pulite scritti nel ’92 e nel ’93 («Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso») e quelli neogarantisti scritti più avanti, specie sulla «vocazione al golpe» della procura di Milano.
Coerentemente, Berlusconi «ha fatto i soldi con il regime… Si candida perchè è in serie difficoltà economiche», anzi no, Berlusconi «ha salvato la libertà degli italiani».
Non è un buon esercizio quello di impiccare la gente ai cambi di opinione.
Almeno, non è questo il nostro obiettivo. E se ricordiamo l’addio alla politica del 2013 («Ritengo che il mio contributo si sia esaurito») e il ritorno alla politica di queste settimane è perchè un altro professore di Forza Italia, Antonio Martino, un giorno disse: «Pera era stato uno straordinario presidente del Senato. Come abbiamo potuto mettere al suo posto Renato Schifani?».
A dar retta ai pettegolezzi, se lo è chiesto anche Renzi.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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