Luglio 3rd, 2015 Riccardo Fucile
TSIPRAS E VAROUFAKIS PROVANO A DISINNESCARE LA CONSULTAZIONE
La Grecia è divisa sul referendum di domenica, con il quale dovrà decidere se respingere o
accettare le proposte dei creditori internazionali.
Secondo un sondaggio commissionato da Bloomberg, il 43% dei greci ha intenzione di votare no, mentre il 42,5% pensa di scegliere il sì.
La rilevazione è stata condotta su 1.042 persone da University of Macedonia Research Institute of Applied Social and Economic Studies, con un margine di errore del 3%.
Il sostegno al no è calato dallo scorso sabato, quando era al 52%, mentre quello al sì è cresciuto dal 26,5% precedente.
Il sondaggio mostra anche che l’81% dei greci ritiene che restare nell’euro dia al Paese le migliori prospettive per il futuro, cifra anch’essa in aumento da sabato scorso.
Il Paese è diviso, lo sa anche il ministro delle finanze greche Yanis Varoufakis, lo sa anche il premier Alexis Tsipras.
E ora i due provano a disinnescare le possibili ricadute dell’esito della consultazione, sia nel caso di vittoria del sì tanto in quello di vittoria del no.
Fermo restando che è attesa in giornata la pronuncia del Consiglio di Stato, che deve decidere sulla compatibilità della chiamata alle urne con i dettami costituzionali greci. La sentenza è attesa entro la prima serata e in teoria potrebbe bloccare il referendum.
“Un accordo è in vista” anche con la vittoria del No al referendum ed “è più o meno fatto”, ha detto secondo Bloomberg, Varoufakis alla radio irlandese secondo cui “la Grecia resterà nell’euro”.
Secondo Varoufakis il voto no porterà a un accordo che includerà “la ristrutturazione del debito”.
“Il giorno dopo il referendum sarò a Bruxelles e un accordo sarà firmato”, ha detto ieri sera il premier greco Alexis Tsipras in un’intervista alla tv Antenna, assicurando che la firma di un’intesa arriverà entro 48 ore dal voto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LE RILEVAZIONI DEL QUOTIDIANO “EFIMERIDA TON SYNATKON”
Il fronte del “no” al referendum greco sull’accettazione del piano di salvataggio proposto dai creditori continua a essere in vantaggio, ma il divario si riduce parallelamente all’aumentare delle preoccupazioni del popolo greco.
È il quadro che emerge da uno dei primi sondaggi condotti dopo la chiusura delle banche, pubblicato stamattina dal quotidiano Efimerida ton synatkton e realizzato dall’istituto di rilevazione Prorata.
Prima dell’annuncio della chiusura delle banche, da lunedì, i sì erano al 30% e i no al 57%, secondo l’istituto Prorata, ma dopo i sì sono saliti al 37% e i no sono scesi al 46%, riducendo il divario dal 27% al 9%.
Allo stesso tempo aumenta la schiera degli indecisi, la cui percentuale è salita dal 13% al 17%. Stando a queste percentuali, saranno proprio loro — gli indecisi — a determinare da che parte penderà l’ago della bilancia tra “oxi” (no) e “nai” (sì).
Queste rilevazioni — precisa il quotidiano – sono precedenti però agli ultimi sviluppi registrati lunedì, con la richiesta in extremis di aiuto di Atene all’Ue e la riunione dell’Eurogruppo.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
GLI INDIPENDENTISTI AVEVANO PREVISTO 200.000 VOTANTI SU 750.000 FRIULIANI RESIDENTI
Il Friuli ha detto sì all’indipendenza. O meglio, lo ha fatto l’1,3% dei friulani: il web referendum per l’indipendenza, che si è chiuso alla mezzanotte del 31 ottobre dopo un mese di consultazioni sul sito www.plebiscitofriulano.eu, ha totalizzato solo 6.700 voti dei quali l’85% sono stati per il sì (l’8% invece ha detto no ed il 7% si è astenuto).
Non molto, considerando che le zone comprese nel Friuli storico (la Patria del Friuli, esistita per 350 anni dal 1.000 al 1.400) e cioè le attuali province di Udine, Pordenone e Gorizia, contano 750mila aventi diritto al voto.
«All’inizio speravamo di arrivare a 200mila votanti, poi ci siamo resi conto che sarebbero stati molto meno e abbiamo iniziato a ragionare nell’ottica delle 20mila – 30mila persone. I risultati finali sono stati ancora più bassi: abbiamo scontato la difficoltà di arrivare a coinvolgere la gente senza campagne pubblicitarie. In tanti, poi, considerano l’indipendenza come un obiettivo irrealizzabile e hanno preso l’iniziativa come uno scherzo», analizza Adriano Biason, uno dei promotori della consultazione indetta dalle associazioni «Res pubbliche furlane» e «Parlamento furlan».
Per l’indipendenza c’è tempo
Altro che scherzo: il prossimo passo di Biason e dei suoi, malgrado i bassi numeri ottenuti, sarà proprio quello di contattare le organizzazioni internazionali per valutare l’ipotesi dell’indipendenza.
Quando è stata annunciata la consultazione, a luglio, gli indipendentisti pensavano di rivolgersi all’Onu facendo leva sul principio di autodeterminazione dei popoli.
Oggi oltre all’Organizzazione delle Nazioni Unite hanno deciso di contattare anche l’Umpa, l’Organizzazione internazionale delle nazioni non rappresentate.
«Per ora ci limiteremo ad una dichiarazione di esistenza. Per quella di indipendenza c’è tempo: resta un obiettivo a lungo termine, ma visti i risultati della consultazione sarebbe assurdo farla adesso», riassume Biason.
Per loro la consultazione appena terminata sarà infatti solo la prima di una lunga serie, da ripetere di anno in anno.
Per la prossima, che sarà organizzata nell’ottobre 2015, il modello sarà diverso: se per la prima ci si era ispirati al web referendum di indipendenza del Veneto, per la seconda si guarda alle primarie del Pd.
«Vogliamo istituire un circolo in ogni Comune come fanno loro – spiega Biason – a quelli ci appoggeremo, il prossimo anno, per le consultazioni nelle urne. Così ovvieremo anche al problema, che quest’anno abbiamo scontato, di come raggiungere le fasce più anziane della popolazione: diversi ultraottantenni mi hanno chiamato perchè non sapevano come votare».
Ancora non sono state fatte rilevazioni statistiche sui risultati di voto, ma ad occhio la fascia più rappresentata è quella che va dai 30 ad i 40 anni.
Il «parlamento» attivo da dicembre
Intanto, in attesa della prossima consultazione, prenderà il via il Parlamento friulano. Accanto al sì o no per l’indipendenza i web-votanti sono stati chiamati a votare anche i primi membri del Parlamento friulano.
Per statuto dovranno essere 72, ma per ora si sono presentati solo in 11.
Il più votato è Gianni Sartor, 950 voti e l’unico con un po’ di esperienza politica alle spalle (della quale, sorride Biason, “dice sempre che l’unica cosa che ha ottenuto è stata di rimetterci soldi”).
Ci sono solo due donne: una, Sabrina Pivetta, di Azzano Decimo, è stata la seconda più votata con 850 preferenze e l’altra, Jessica Della Via, di Talmassons, ha solo 22 anni ed è la più giovane dei neoparlamentari.
Essendo solo 11 risultano tutti eletti: «Lo sappiamo che saremo criticati per questo, ma non possiamo farci niente», taglia corto Biason.
Per quanto riguarda i fondi a disposizione del Parlamento, l’idea è di basarsi solo su fondi privati: «Non chiederemo niente allo Stato o alla Regione, sarebbe un controsenso visti i nostri obiettivi».
La sede itinerante
La prima riunione del direttivo è fissata per dicembre, all’ordine del giorno ci sarà l’elezione del presidente e l’apertura delle commissioni pubbliche.
Niente sede, come il Parlamento storico friulano sarà itinerante. Per quanto riguarda la struttura, invece, è ispirato al modello islandese: secondo quanto spiegano i promotori «le commissioni saranno composte dai comuni cittadini che potranno avanzare idee che saranno poi valutate dal Parlamento. Vogliamo mostrare ai friulani che non ci limitiamo alle chiacchiere e che vogliamo invece portare avanti proposte davvero utili. La nostra prima idea? Un database di prodotti friulani: così i cittadini sapranno cosa comprare per sostenere l’economia locale e mantenere i soldi sul territorio».
Greta Sclaunich
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
AFFLUENZA RECORD, LA STERLINA VOLA, CAMERON RESPIRA
La Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum
che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti.
Il risultato, certificato dalla commissione elettorale nella capitale Edimburgo, ha infranto il sogno di Alex Salmond, leader indipendentista che ha trascinato la Scozia alle soglie di una decisione storica.
“Accetto il verdetto del popolo e invito tutti gli scozzesi a fare altrettanto”, ha detto. David Cameron ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo: Il Regno Unito resta tale, l’unione tra Scozia e Inghilterra sancita tre secoli fa continua.
“La questione è risolta per una generazione,” ha detto il Primo Ministro britannico in una dichiarazione a Downing Street.
“Non ci sono discussioni, non ci sono ripetizioni”, ha aggiunto Cameron, che ha comunque salutato l’esercizio democratico degli scozzesi e ribadito la promessa di maggiori poteri non solo alla Scozia ma alle altre nazioni che compongono il Regno Unito: Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord.
A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì.
Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne.
Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano.
Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.
Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.
I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti.
La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ‘Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no.
Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.
Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo.
La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.
In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia.
Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già convocato, nonostante l’ostilità di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.
Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?”
Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono?
Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.
Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707.
A Edimburgo e in molte altre città le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.
Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta.
“Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.
Alessandra Rizzo
(da “La Stampa”)
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Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DI “LIBERTA’ E GIUSTIZIA”: “NELLA COSTITUZIONE USA, SENATO E CAMERA SONO PREVISTI NEL PRIMO ARTICOLO. SE QUALCUNO PROVASSE A CAMBIARLO LO PORTEREBBERO IN MANICOMIO”
“Mentre parlo, sono in New Hampshire e ho tra le mani la Costituzione degli Stati Uniti. Il primo
articolo recita: ‘Tutte le competenze legislative saranno conferite al Congresso degli Stati Uniti, composto da un Senato e da una Camera’. Risale al 1787, ma se a qualcuno venisse in mente di cambiare questo articolo, gli americani lo porterebbero in manicomio. O in galera”.
Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia ed ex deputata progressista, è stata in prima linea nei comitati che, nel 2006, si opposero alla riforma costituzionale targata centrodestra.
È pronta anche stavolta: il voto di ieri sulle riforme segna la data d’inizio della nuova campagna per il referendum costituzionale.
Ci sono analogie tra quanto sta accadendo oggi e la riforma bocciata nel 2006?
Sì, ma questa volta sarà molto più difficile.Tanti tra quelli che allora stavano insieme a noi sono passati dall’altra parte. Organizzare un referendum è un lavoro enorme: bisogna raccogliere le firme, diffondere una coscienza civica e convincere milioni di persone a votare “no”. Nel 2006 ci seguirono in 16 milioni, questa volta dovremo superare le differenze tra gli elettori.
Ci sono un grillino, un elettore di Sel e un leghista. Sembra l’inizio di una barzelletta, e invece dovrete partire da qui.
Questa volta non si vince parlando solo con l’opposizione di sinistra. Dovremo andare a dialogare con tutti, anche con i leghisti. Mi sembra inevitabile. Siamo consci che dovremo tenere insieme persone che faranno molta fatica a stare seduti allo stesso tavolo. Bisognerà mettere da parte gli egoismi di parte. Per vincere avremo bisogno di personalità credibili e dell’aiuto della stampa. Che però questa volta non sembra affatto scontato. Se le devo dire la verità , non lo era nemmeno nel 2006. Molti grandi giornali ci seguirono obtorto collo, solo perchè li tirammo per la giacchetta. Certo, questa volta quelli che stanno dalla nostra parte si possono contare sulle dita di mezza mano. Tutti gli altri subiscono il fascino del presidente del Consiglio. In più, niente tv di Stato, niente tv privata. Ma, come diceva Oscar Luigi Scalfaro, non bisogna fare solo le battaglie che si è sicuri di vincere.
L’ex presidente fu un grande sostenitore della vostra campagna , mentre il presidente in carica, Carlo Azeglio Ciampi, mostrò grande equilibrio.
Anche su questo fronte, questa volta la situazione è diversa. Napolitano non ha mai nascosto di essere a favore delle riforme e, in particolar modo, di questa riforma. Poi c’è il secondo scenario: io non so cosa ci sia nel patto del Nazareno, ma temo sia prevista una sostituzione in corsa del presidente della Repubblica e che il successore di Napolitano sia già stato designato. Ma sono tutte le cariche costituzionali, questa volta, a remare contro di noi.
A chi si riferisce?
Guardi quanto accaduto in Senato. Il presidente Grasso ha adoperato mezzi incomprensibili, nefasti per impedire ogni voto segreto. Poi sono preoccupata per la Corte costituzionale: a breve ci sarà l’elezione dei nuovi membri, girano certi nomi! Si parla di Violante, uno degli ispiratori della riforma appena approvata. Ho letto persino che un candidato potrebbe essere Ghedini, ma non ci voglio credere. Questi sono gli organi di garanzia con cui dovremo fare i conti in vista del referendum.
Chi potrebbero essere le personalità giuste per dare un volto a questa campagna?
Premetto che esprimo un parere personale, perchè non se n’è ancora parlato. Certamente ci sono Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà . Ma le faccio un terzo nome: Lorenza Carlassare, una persona che stimo e che saprebbe essere una grande trascinatrice di popolo. E sarebbe ora che a capo di una battaglia civile ci fosse finalmente una donna.
Alessio Schiesari
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Marzo 24th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO GLI ORGANIZZATORI “DUE MILIONI DI PREFERENZE”, MA IN PIAZZA SONO IN POCHE CENTINAIA
Ieri sera, ora spritz, il Veneto si è ritrovato sospeso tra numeri e realtà . I numeri sono quelli riecheggiati in piazza dei Signori, cuore di Treviso.
“Hanno votato più di due milioni di persone: i sì all’indipendenza sono stati pari all’89 per cento”, dicono quelli di Plebiscito.eu comitato che ha organizzato il referendum. Una consultazione, bene chiarirlo, senza valore giuridico.
Ma, incurante del diritto vigente, il leader Gianluca Busato, parla di “nascita della repubblica veneta”. Così tra la folla accorsa si scatena la festa.
E così il migliaio di persone presenti in piazza (riportante le cronache locali, l’Ansa ne ha conta 4-500 al massimo, nda), per gli organizzatori diventano subito “8 mila”. Qualcuno storce il naso. “Se hanno usato lo stesso sistema di conteggio per il voto siamo fritti”, dice un uomo standosene nell’angolo della piazza.
La domanda delle domande è proprio questa: ci si può fidare dei numeri forniti dalla macchina organizzativa? Sono reali?
“I dati vanno presi con ampio beneficio di inventario”, dice Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova. E cita esempi di voti “moltiplicati”, casi di gente che “ha votato più volte”, altri che l’hanno fatto “sotto falsa identità ”.
Il sistema, del resto, deve avere avuto qualche falla se in tanti sono riusciti a esprimere il loro voto magari facendolo da regione fuori dal Veneto, dal resto di quell’Italia della quale il comitato dichiara “non riconoscere più la sovranità ” .
Da domenica scorsa a ieri sera le urne digitali funzionavano così: si accedeva al sito www.plebiscito.eu, si compilava una breve scheda anagrafica, si forniva il numero di documento d’identità e si richiedeva via mail il codice personale per accedere al voto. Meccanismo simile per chi voleva dare la preferenza via telefono.
Terza via: recarsi ai gazebo, delle specie di internet point, allestiti nel territorio.
Secondo il comitato, che cita non meglio identificati “osservatori internazionali”, i voti ritenuti “non validi” sono stati 6.615. Solo lo 0,29% del totale. Se fosse vero che ha votato il 73,2 per cento degli aventi diritto in regione sarebbe un’enormità . Per usare una parola cara agli organizzatori un “plebiscito”.
Ma al di là dei numeri, resta un fondo sospeso di verità .
“E’ un fenomeno molto interessante”, spiega ancora il sociologo Allievi. “E ripropone il tema dell’insofferenza del “popolo del Nordest” verso gli sprechi dello Stato”.
Un refrain, quello dei “21 miliardi di tasse che non rientrano in regione” ribadito anche dal governatore Luca Zaia, abile negli ultimi giorni a far cavalcare alla Lega Nord il referendum.
La questione settentrionale, rinchiusa in un “ovattato silenzio”, è diventata così un grido di insofferenza di “una regione che produce verso uno Stato che spreca”, spiega Allievi.
Una sorta di secessione farsa via web. I “fantomatici due milioni di clic” secondo il sociologo sono l’emblema di una domanda politica lasciata senza risposte.
“A cui però — conclude il sociologo – non bisogna guardare con supponenza”. Non è un caso che Matteo Renzi abbia organizzato la sua prima visita istituzionale da premier proprio a Treviso.
E, dopo le classi di studenti, ha incontrato gli imprenditori. Quelli che nell’ultimo anno hanno dovuto fare con altri dati, questi sì certificati: un Pil regionale sceso dell’1,6 per cento (più di quello della vicina Lombardia), un calo delle imprese attive di 8 mila unità e, soprattutto, la perdita di 18 mila posti di lavoro.
Si è salvato, dicono gli economisti, solo chi ha aperto le fabbriche al mondo.
Ma ieri sera, in piazza a Treviso, non si parlava di questa realtà .
Ma dei numeri “plebiscitari” per l’indipendenza. Di “sciopero fiscale” di “Stato che tartassa”.
Una sorta di vaffa-day, insomma. Conclusosi, come si fa da queste parti, con un ultimo spritz.
Davide Lessi
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Settembre 15th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE AVEVA PROMESSO QUATTRO MILIONI DI FIRME, MA NESSUNO HA VISTO NULLA
Avevano promesso “almeno un milione entro la fine di settembre 2013 — è stata la parola di Renato Brunetta il 19 agosto scorso — perchè la giustizia italiana va riformata da cima a fondo”. E Berlusconi era addirittura arrivato a parlare di 4 milioni.
Qualcosa, però, sembra essersi un po’ inceppato nell’entusiasmo del popolo pidiellino all’indomani della scelta di Silvio Berlusconi di firmare tutti e 12 i referendum radicali promettendo di mobilitare il suo intero elettorato per raggiungere lo scopo.
Mancano, ormai, poco più di 15 giorni al fatidico 30 settembre, quando si chiuderà il tempo per la raccolta e nessuno sa bene quanto e — soprattutto — come sta andando la raccolta delle firme nei banchi del Pdl.
“Recentemente — racconta Maurizio Turco, tesoriere dei Radicali — dal Pdl hanno richiesto nuovi moduli per le firme, il che dovrebbe essere un dato positivo, ma in questi casi, finchè non si contano le firme non si può sapere. Mi risulta che, in alcune parti d’Italia, il Pdl è partito in ritardo, su alcuni quesiti ho saputo che hanno raccolto 150mila firme ciascuno, ma sono un po’ numeri a caso. Ripeto, fino a quando non si contano, non possiamo dire nulla”.
I moduli vengono raccolti nel garage di via San Silverio a Roma, è lì che verranno accatastati gli scatoloni con le firme per i controlli: “Al momento — sostiene Rita Bernardini proprio dal garage – è difficile capire a che punto stiamo; gli ultimi giorni sono sempre importanti, possiamo solo sperare che se non l’hanno fatto fino ad oggi, almeno mobilitino il loro popolo, come promesso, all’ultimo tuffo; comunque, mi chiedo, che fine ha fatto anche la sinistra? Qui sono spariti tutti, dal Pd a Sel passando per i socialisti, e anche loro avevano detto tutti che avrebbero dato una mano…”.
Il Pdl, però, con Berlusconi, si è esposto veramente tanto. E se, alla fine, all’appello mancheranno quei 4 milioni di firme promesse almeno sui 6 referendum sulla giustizia, che premevano più di altri al Cavaliere, vorrà dire che anche l’abbraccio con Pannella nel nome di una giustizia più giusta sarà stata solo l’ennesimo spot di Silvio a fini elettorali.
Ovviamente, i suoi.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 29th, 2013 Riccardo Fucile
TRADITO L’ESITO DELLA CONSULTAZIONE DEL 26 MAGGIO: CITTADINI PRESI PER IL CULO… E IN CONSIGLIO COMUNALE SCOPPIA LA BAGARRE
Come volevasi dimostrare a Bologna, un ordine del giorno targato Pd salva i finanziamenti
pubblici alle materne private, nonostante l’esito del referendum del 26 maggio.
Ma durante la discussione, in consiglio comunale è scoppiata la bagarre: “Che fine ha fatto il nostro voto?” hanno urlato alcuni manifestanti, entrati in aula con in mano striscioni sia contro i soldi alle scuole private, sia contro il rincaro dei bus.
“Avete tradito il vostro elettorato, non rappresentate più nessuno”, ha detto un giovane rivolgendosi ai consiglieri dei Democratici.
Poco tenera anche la consigliera di Sel, Cathy La Torre, che ha definito l’asse Pd-Pdl “uno schiaffo ai cittadini”.
Nessun passo indietro però da parte del sindaco Virginio Merola: “Non possiamo fare nostre le ragioni dei promotori del referendum, perchè significherebbe cancellare la legge Berlinguer che istituisce il sistema scolastico integrato pubblico privato” (il che non è peraltro vero perchè non entra nel merito dell’entità dei finanziamenti…n.d.r.)
Alla fine il documento è stato approvato con i voti favorevoli di Pd, Pdl e Lega Nord
Giulia Zaccariello
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Maggio 27th, 2013 Riccardo Fucile
PD, PDL, CURIA, LEGA, PRODI, CL NON SONO BASTATI… SCARSA L’AFFLUENZA ALLE URNE, IL 29%
Alla fine è la sinistra che ha votato contro la sinistra. Spaccata a metà , vince il no al finanziamento alle scuole private.
Con un’affluenza è stata del 28,7%, 85.934 persone, che vuol dire uno su tre degli aventi diritto.
Ma comunque sia Bologna si sveglia con un sapore che non sarà mai più lo stesso: la città che fu papalina e poi comunista, oggi è alla ricerca di un’identità che ha perso per strada.
Per questo, quello di ieri non era solo un referendum (non vincolante) sul mantenimento dei finanziamenti alle scuole private. Non è un milione di euro che fanno la differenza.
à‰ come ha detto Francesco Guccini, il principio. à‰ il diritto all’istruzione.
E soprattutto è un laboratorio, quello di Bologna, che potrebbe traghettare il sistema scolastico altrove, in mezzo a paludi fino a oggi sconosciute.
Eppure in questo ginepraio la sinistra ufficiale, quella del Pd, ci si è tuffata con tutto l’autolesionismo possibile.
Quasi in maniera sconsiderata, perchè il referendum era evitabile. E invece è stato fatto. Non ha valore giuridico, ma ne ha uno simbolico che supera tutto il resto.
E soprattutto disegna molto bene quelli che sono gli equilibri politici: da una parte il Pd, il Pdl, la Lega, la Curia insieme a Comunione e Liberazione, dall’altra Sel, il Movimento 5 stelle, il Comitato articolo 33 e quella che si chiama società civile, dove dentro è finito di tutto: da Stefano Rodotà a Isabella Ferrari, da Corrado Augias a Riccardo Scamarcio, da Gino Strada a Valerio Golino.
Un pezzo di Paese che mastica male le larghe intese. Ma soprattutto che si batte perchè le larghe intese non producano effetti distanti dalla sinistra, da quello che la sinistra ha sempre detto in questo Paese, talvolta ottenuto.
Romano Prodi, già presidente dell’Ulivo, ormai un esodato del Pd, ha votato alle 17.30.
à‰ arrivato a Bologna da Addis Abeba. Ha votato per il mantenimento del finanziamento alle scuole private, in linea con quello che ormai fu il suo partito. “Non sono le elezioni politiche, non mi aspettavo una grandissima affluenza. Ma attenzione: bisogna distinguere i referendum generali da quelli particolari come questo. Se la persona non si interessa di politica e non ha figli a scuola è ovvio che non sia motivata nel votare”.
Quando i giornalisti gli chiedono della spaccatura nel centrosinistra prodotta dal referendum e, soprattutto, se è paragonabile alla sua mancata elezione al Quirinale, Prodi sorride.
Non risponde, ma nella sua espressione c’è molto di più di una parola. Gli occhi oggi sono puntati sul sindaco di Bologna, Virginio Merola, che insieme all’arcivescovo Carlo Caffarra ha chiamato a raduno tutto e tutti perchè avesse una speranza di vittoria. Il sindaco e l’arcivescovo.
Chi abita distante dalla città forse potrebbe anche non capire, ma è la prima volta, dal dopoguerra a oggi, che le due forze più potenti si schierano con tanta trasparenza in una consultazione che è politica.
à‰ vero che hanno sempre e comunque dialogato, non sarebbe stato possibile altrimenti.
Lo sa bene Renato Zangheri, uno dei sindaci storici della città che vide sfumare la segreteria del Partito comunista per un soffio dopo la morte di Berlinguer. Zangheri parlava nelle sedi opportune con la Curia, faceva il politico, ma da uomo rigidissimo, per tutti i 13 anni di governo, non si fece mai, neppure una sola volta, fotografare con l’arcivescovo della città . Altri tempi, ovvio.
Ma da qui a scoprire che la destra e la Curia per il Pd sono gli alleati più solidi ce ne passa. “Fummo laboratorio, resteremo tali”, dice Pietro Sarti, comunista passato per la Bolognina.
“Ma oggi, a 83 anni suonati, ho perso la casa: non me l’ha tolta Equitalia, me l’ha tolta il partito”.
Emiliano Liuzzi
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