Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
ECCO TUTTI I CONTI PER LA “SQUADRA” DELLA POLVERINI…SOLO UNO DEI QUINDICI ASSESSORI ELETTO DAI CITTADINI…SONO 17 I CAPIGRUPPO, OTTO FORMAZIONI COMPOSTE DA UN SOLO CONSIGLIERE
Cinque milioni di euro all’anno paga la Regione Lazio per i 14 assessori chiamati
dall’esterno. Solo uno dei 15 uomini della giunta è stato eletto dai cittadini.
È un altro primato del Lazio: in Lombardia, 4 su 16 sono gli assessori nominati.
C’è dunque un esecutivo di tecnici nella Regione della capitale? Non sembrerebbe a scorrere il curriculum degli uomini di giunta.
Molti sono i “bocciati senza esami” alle regionali 2010, quando la lista del Pdl venne esclusa, complice l’attacco di fame di quell’Alfredo Milioni che, a ridosso del time out per la consegna dei nomi dei candidati, se ne andò a mangiare un panino.
I vitalizi
Non è l’unico regalo della governatrice Renata Polverini ai suoi fedelissimi. Dopo l’annuncio dell’abolizione dei vitalizi (da 3.100 euro mensili agli oltre 5mila) per la legislatura prossima, la presidente ha voluto una norma che garantisse una pensione d’oro agli assessori non eletti. Con costi che il gruppo dei Radicali stima in un milione di euro all’anno.
Tutti graduati
Con buona pace di tutti, non c’è consigliere senza gradi. Per i 71 eletti del Lazio sono 79 le poltrone occupate tra presidenze, vicepresidenze di commissione e segretariati d’aula.
Posti che valgono prebende ed emolumenti aggiuntivi a una retribuzione mensile di oltre dieci mila euro.
Così nel Lazio, con la metà degli abitanti della Lombardia (5 milioni contro 10), i consiglieri regionali incassano una retribuzione doppia di quella dei loro colleghi del “Pirellone”(10 contro 5mila euro).
E di cariche, in molti ne cumulano più d’una. Ecco così 4 segretari del Consiglio, 20 presidenti e 57 vice per le 19 commissioni (ce ne sono 8 in Lombardia, 15 per Camera e Senato) e per il comitato di controllo contabile.
Le commissioni erano 20 a fine maggio quando fu abolita quella per i Giochi Olimpici che ha resistito comunque quattro mesi dopo il ritiro della candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
20 milioni
Tra le altre cariche ecco quelle dei capigruppo, 17 in tutto.
Ma sono 8 i gruppi costituiti da un solo consigliere (5 di questi non sono stati neanche legittimati dal voto popolare) e costano sui 20 milioni all’anno.
Tutti i consiglieri, oltre alla diaria (4.252 euro al mese) e all’indennità di ruolo (4.003), godono dell’indennità di funzione che va dai 2.311 euro per il presidente del Consiglio, Mario Abruzzese, al minimo dei 594 euro dei vicepresidenti di commissione.
Rimborsi spese
Tanti annunci, ma stipendi, vitalizi e indennità sono rimasti gli stessi.
I rimborsi spese, invece, ritoccati all’insù per gli spostamenti con auto propria (40 centesimi al chilometro), continuano a essere corrisposti senza ricevute.
Basta l’autocertificazione. Si dichiara, per esempio, di aver trasferito il domicilio ai confini del Lazio nord o di quello meridionale e si lucra ogni giorno su carburante e usura auto. Ma sul “730”, oltre la metà dei consiglieri dichiara di non possedere una macchina e c’è chi non ha neanche la patente.
335mila euro
Conti alla mano, la Cisl Lazio stima che un consigliere valga quanto un appartamento, 335mila euro all’anno, il 20% in più rispetto al 2009.
Sono lievitati di 5 milioni e 300mila euro, passando dai 109 milioni 700mila ai 115 milioni. Sarebbero dovuti scendere a 103: uno scarto di 9 milioni.
Solo per le spese di manutenzione degli immobili che ospitano il Consiglio, la Regione spende 10milioni di euro all’anno.
Le consulenze esterne
Con una delibera approvata da maggioranza e opposizione, è stato speso in sei mesi un milione 60mila euro per affidare a 45 esperti “bipartisan” tra i quali vari ex assessori ed ex consiglieri regionali, «studi dei regolamenti regionali», «progetti di finanza attiva», «cura della comunicazione per il garante dei detenuti» e via elencando.
Carlo Picozza e Laura Serloni
(da “la Repubblica“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI: OLTRE 9 MILIONI SPESI PER OTTOCENTO ESPERTI
Nel libro paga della Regione Sicilia, in qualità di esperti, figurerebbero anche un trombettista e un suonatore di piano bar.
Il particolare emerge dall’inchiesta aperta dalla Corte dei Conti per verificare la legittimità e l’opportunità delle consulenze affidate dalle Regione.
I magistrati contabili, rivela il Giornale di Sicilia, stanno passando al setaccio tutti gli incarichi assegnati dal governo guidato da Raffaele Lombardo dal 2008 ad oggi.
La spesa maturata nei primi mesi di quest’anno, sommata ai soldi già spesi porta il budget impegnato dalla Regione in consulenze, nel periodo della attuale legislatura a circa 9 milioni e 100 mila euro.
Soldi utilizzati per pagare un esercito di circa 800 esperti che hanno lavorato negli assessorati.
Tra le figure messe sotto contratto c’erano dunque anche i due musicisti.
L’INCHIESTA
Da qualche giorno gli assessori e i dirigenti dei dipartimenti sono stati invitati dalla procura della Corte dei Conti a fornire i documenti sull’attività svolta dai consulenti.
I tecnici della Regione spiegano che «le consulenze sono previste sia da leggi statali che da norme in vigore in Sicilia.
E il budget destinato a questi incarichi è stanziato annualmente nel bilancio».
La Corte dei Conti però vuole vederci chiaro.
E stabilire se davvero c’era bisogno di questi esperti e se il lavoro svolto è coerente con il mandato ricevuto e fissato nei contratti.
Dall’inizio della legislatura erano stati spesi oltre 5 milioni e mezzo.
Altri due milioni sono stati spesi nel 2010 e 900 mila euro nel 2011.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
“LIBERO” FA I CONTI IN TASCA AGLI AMMINISTRATORI REGIONALI PUBBLICANDO GLI STIPENDI DI PRESIDENTI, ASSESSORI E CONSIGLIERI…LA TOSCANA LA PIU’ VIRTUOSA
E’ sempre casta, nonostante i tagli. Anche se a misura “regionale”. 
Stipendi, indenizzi, rimborsi e anche quello che per gli altri lavoratori è il Tfr, il trattamento di fine rapporto.
Il più “fortunato” tra i presidenti regionali è Roberto Formigoni, governatore ventennale della Lombardia, quello meno Enrico Rossi, presidente della Toscana.
Il primo, come presidente della giunta, guadagna 14.767,70 euro, il secondo 7.544,78.
E’ il quotidiano “Libero” che fa i conti in tasca agli amministratori regionali pubblicando una tabella con gli stipendi di presidenti, assessori e consiglieri. E gli assegni di fine mandato possano arrivare fino a 80 mila euro.
I dati sono ufficiali perchè sono estrapolati dall’ultimo rapporto della Conferenza dei Presidenti delle assemblee legislative delle Regioni e delle Province autonome.
Senza dimenticare i rimborsi che in alcune Regioni valgono il doppio dell’indennità di funzione. Un esempio per tutti è proprio quello della Lombardia con il presidente della giunta che può contare su un’indennità netta di 5.400,78 da moltiplicare per dodici mensilità .
A questa indennità vanno sommati tuttavia i rimborsi che possono variare da un minimo di 5.866,92 fino ad un massimo di 9.366,92 euro. In altre Regioni, come la Puglia, dove il presidente Nichi Vendola guadagna 14.595,73 (poco meno di 200 euro rispetto a Formigoni) se le indennità di funzione sono meno eclatanti (4.971,54 euro al mese per 12 mensilità ), la forchetta dei rimborsi può variare dai 7.744,11 ai 9.624,19 euro al mese.
Il rimborso massimo per Enrico Rossi invece non arriva a 3 mila euro.
Regione la Toscana ultima in assoluto nei guadagni dei rappresentanti locali e quindi la più virtuosa rispetto per esempio alla Liguria e a soprattutto il Molise, sesto nella classifica generale degli incassi, ma che conta solo 320.360 residenti.
Dopo i presidenti di giunta di Lombardia e Puglia nella classifica dei più pagati arrivano i presidenti di Sicilia (14.193,25 euro), Piemonte (12.451,48), Lazio (11.753,11), Molise (11.124,90), Calabria (11.109,77), Liguria (10.841,25), Campania (10.775), Sardegna (10.571,01), Veneto (9.891,93), Valle d’Aosta (9.751,38), Trentino Alto Adige (9.698,05), Basilicata (9.221,07), Marche (8.620,30), Abruzzo (8.615), Friuli (8.063), Emilia-Romagna (7.768,16), Umbria (7.603,52), Toscana (7.544,78).
Gli stessi importi del presidenti di giunta vengono incassati dai presidenti del Consiglio regionali. Gli stipendi dei vice, in entrambi i ruoli, hanno uno scarto poco inferiore a quelli dei numeri uno, dai 1000 ai 4 mila euro circa.
Stipendi d’oro anche per chi ha la responsabilità di un assessorato.
Gli assessori più pagati sono quelli piemontesi con uno stipendi pari a 12.069,28, a seguire i pugliesi con 11.865,14, e poi quelli lombardi, naturalmente i molisani e quindi calabresi e veneti che intascano 10 mila euro circa al mese.
I più “poveri” ancora i toscani i cui assessori guadagnano 6.620,51, seguiti a ruota da quelli del Friuli, Marche e Abruzzo.
Una classffica meno significativa di quella dei numeri uno perchè non sono registrati in lista gli importi degli assessori siciliani, campani e sardi.
Gli introiti dei presidenti di commissione rispecchiano la classifica generale guidata dalla regione di Formigoni: si va dai 13.266,71 della Lombardia agli 8.242,59 della regione Lazio.
Stesse cifre per i capigruppo con il record lombardo a 13.266,71 e i 6.417,28, praticamente la metà , dell’Emilia-Romagna anche se non ci sono i dati di Sicilia, Molise, Campania, Trentino, Valle d’Aosta, Marche.
Ci sono i consiglieri: si va dai 5.666,78 degli emiliani romagnoli, ai 12.666,71 dei lombardi. Sopra i 10 mila euro per quelli di Puglia, Sicilia, Piemonte, Molise e Veneto.
Tranne quelli dell’Emilia Romagna — con 5.666,78 euro — tutti guadagnano più di 6 mila euro.
Le cifre vanno anche lette considerando il numero degli abitanti; la Lombardia ha quasi 10 milioni di abitanti, ma la Sicilia poco più di 5 e la Puglia più di 4.
Il Piemonte non arriva a 4 milioni e mezzo, mentre la virtuosa Toscana registra 3.730.10 abitanti.
C’è poi il caso Molise, sesto classificato, seguito a ruota da Calabria, settima, che supera di poco i 2 milioni di abitanti e della la Liguria, ottava, che segna 1.615.441.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: LA PRESSIONE FISCALE DEGLI ENTI LOCALI SU OGNI ITALIANO E’ DI 1684 EURO…. DAI 47 MILIARDI DEL 1996 AI 102 DEL 2011
Lo stock delle tasse locali negli ultimi 15 anni in Italia ha toccato in assoluto l’importo record di 102 miliardi di euro, con un aumento del 114,4%.
Lo ha calcolato la Cgia di Mestre, analizzando il gettito riferito alla tassazione chiesta da Regioni, Province e Comuni dal 1996 al 2011.
Nell’anno di partenza dell’analisi, le tasse locali erano pari a 47,6 miliardi di euro complessivi.
Su ogni italiano pesano mediamente per 1.684 euro.
Una situazione, denuncia la Cgia, destinata a peggiorare nel 2012.
L’Amministrazione centrale, invece — rivela l’analisi della Cgia — ha aumentato le entrate nello stesso periodo soltanto del 9%.
Se nel 1996 il gettito era di 320,9 miliardi di euro, nel 2011 l’Erario ha incassato 349,9 miliardi, mentre il Pil nazionale, sempre negli ultimi 15 anni, è cresciuto del 15,4%.
Sull’escalation delle tasse locali, comunque, il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, sottolinea che “purtroppo la situazione è destinata a peggiorare.
Con l’introduzione dell’imposta municipale sulla prima casa e l’aumento registrato dalle addizionali Irpef regionali e comunali — afferma — nel 2012 le entrate in capo alle Autonomie locali sono destinate a subire un’ulteriore impennata”.
Quelle più significative applicate dalle Province sono: Imposta sulle assicurazioni Rc auto; Imposta provinciale di trascrizione (autoveicoli, camion e rimorchi); Addizionale provinciale sul consumo di energia elettrica (diverso da abitazioni); Tributo provinciale per i servizi di tutela, protezione e igiene dell’ambiente.
Infine, le più importanti in capo ai Comuni sono: Ici (imposta comunale sugli immobili; e l’Imu è stata introdotta nel 2012); Tarsu/Tia (la tassa sui rifiuti); addizionale comunale Irpef; tassa sull’occupazione spazi e aree pubbliche; imposta comunale sulla pubblicità e diritto sulle pubbliche affissioni; addizionale sul consumo di energia elettrica (abitazioni).
“L’aumento delle tasse locali — sottolinea Bortolussi — è il risultato del forte decentramento fiscale iniziato negli anni Novanta del secolo scorso. L’introduzione dell’Ici, dell’Irap e delle addizionali comunali e regionali Irpef hanno fatto impennare il gettito della tassazione locale che è servito a coprire le nuove funzioni e le nuove competenze che sono state trasferite alle autonomie locali”.
“Non dobbiamo dimenticare che, negli ultimi 20 anni, Regioni e Comuni — conclude Bortolussi — sono diventate responsabili della gestione di settori importanti come la sanità , il sociale e il trasporto pubblico locale senza aver ricevuto un corrispondente aumento dei trasferimenti. Anzi. La situazione dei nostri conti pubblici ha costretto lo Stato centrale a ridurli progressivamente, creando non pochi problemi di bilancio a tante piccole realtà amministrative locali che si sono ‘difese’ aumentando le tasse locali”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile
AVREBBE DIFESO IL FINANZIAMENTO DI UN MILIONE DI EURO ALLA COOPERATIVA GESTITA DAL FRATELLO
Alla fine è arrivato, forse inatteso quanto quell’avviso di fine indagine che a marzo scosse la politica dell’Emilia Romagna.
Il procuratore capo Roberto Alfonso e il pubblico ministero Antonella Scandellari vanno dritti per la loro strada e hanno chiesto nei giorni scorsi il rinvio a giudizio del governatore Vasco Errani con l’accusa di falso ideologico, per la vicenda del finanziamento, un milione di euro, erogato del 2006 dalla Regione alla cooperativa Terremerse presieduta dal Giovanni Errani, fratello del presidente.
Il finanziamento sarebbe servito per la costruzione di una cantina a Imola.
Dei soldi ottenuti indebitamente per i magistrati, visto che al momento della scadenza del bando per quei fondi i lavori non erano ancora ultimati.
A Errani si contesta, insieme a due funzionari regionali di aver dichiarato il falso in una relazione spedita in Procura nel 2009, a pochi giorni dall’articolo de Il Giornale della famiglia Berlusconi che accusava il governatore di aver favorito il fratello.
È proprio quella difesa scritta, nella quale si dà atto della correttezza della procedura seguita dai suoi uffici, che ha inguaiato Vasco Errani, mai coinvolto nell’inchiesta sul finanziamento stesso.
Errani si è fatto interrogare dai pm a metà giugno ma nonostante ciò, non ha convinto i magistrati.
Ora la parola passa al giudice per le udienze preliminari.
La richiesta della Procura, arrivata nei giorni scorsi nel più assoluto riserbo, attende ora il vaglio del giudice per l’udienza preliminare che presumibilmente arriverà non prima dell’inizio dell’autunno.
David Marceddu
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA BOCCIATURA NON RIGUARDA SOLO LO STATO: POCHE LE REGIONI VIRTUOSE, LA MAGGIORANZA DEGLI ENTI AFFONDA
Bocciato il Paese, bocciate quasi tutte le sue regioni: Moody’s ci va giù pesante con l’Italia, ma non è tenera nemmeno con le sue amministrazioni locali.
Dopo lo scossone assestato al nostro debito sovrano a metà luglio (fatto scivolare di due gradini in un solo colpo, dalla classe A3 a Baa2), l’agenzia di rating è rapidamente approdata
all’esame delle giunte regionali, passandone al setaccio bilanci e decisioni.
Ne è uscito, anche in questo caso, un quadro poco lusinghiero: da Torino a Palermo il giudizio cambia di poco.
Il Paese, secondo Moody’s, si sta omogeneamente incartando.
Quasi tutti i «voti» assegnati dalla sempre più discussa agenzia di rating (dal governatore Draghi al premier Monti sono piovute critiche e dubbi sui suoi giudizi) rispecchiano la media nazionale, le eccellenze si contano sulle dita di una mano.
Le sorprese però non mancano: Moody’s non ha mai creduto al default della Sicilia, vede più a rischio, semmai, l’insospettabile Piemonte.
Volendo semplificare, l’agenzia divide l’Italia in tre fasce: gli enti cui assegnare un voto superiore a quello «medio» del Paese, quelli che stanno sullo stesso piano dell’Italia e le amministrazioni da mandare dietro alla lavagna.
Fra le prime della classe, aggrappate all’A3, ci sono le province di Trento e Bolzano e, uniche fra le regioni certificate, la Toscana e le Marche.
Si salva la Lombardia, cui Moody’s assegna il voto Baa1 (ridotto rispetto al precedente A2), grazie al sistema entrate/uscite sotto controllo e al fatto che la Regione genera il 20 per cento del Pil nazionale.
Anche per questo gruppetto di testa, comunque, l’outlook, le previsioni per il futuro, sono negative.
PARADOSSO SICILIA
Molto affollata la classe «media», quella in linea con l’affidabilità e i rischi riconosciuti al sistema Italia.
Nella casella del Baa2 si trovano infatti la maggioranza delle regioni italiane: dalla Basilicata alla Sardegna, dal Veneto (declassato) alla Puglia.
Ciò che sorprende è la presenza della Sicilia, regione che è stata considerata a rischio default, ma che Moody’s non vede poi così male.
«Il debito cresce, ma non è a livello preoccupante» assicurano i suoi tecnici, convinti che la condizione di autonomia e il miglioramento del bilancio sanitario salvino, in fondo, le prospettive finali.
Un giudizio con il quale non concorda la Cgia di Mestre: nell’isola, fa notare, i costi della politica e quelli per l’acquisto di beni e servizi sono doppi rispetto a quelli medi di tutte le regioni italiane. Più che tripli se si guarda al solo costo del personale.
PIEMONTE IN CODA
Qualche stupore arriva però anche dal fondo classifica.
D’accordo, le cose vanno male particolarmente al Sud: lo dice anche Moody’s che confina nel misero Baa3 la Calabria, la Campania e il Molise.
Piove sul bagnato, si potrebbe dire, visto che il Tesoro – «alla luce dei mancati obiettivi per i piani di rientro dei debiti sanitari» – ha appena confermato, per il 2012, la maggiorazione nelle tre regioni dello 0,15 per cento dell’Irap e del 0,30 dell’Irpef.
A far loro compagnia c’è l’Abruzzo, il Lazio (declassato dal precedente Baa2) e, a sorpresa, il Piemonte.
Torino e dintorni, sentenzia quindi Moody’s, presentano rischi maggiori a quelli della Sicilia: «il rapporto debito/Pil assicura – è cresciuto molto negli ultimi anni e le entrate sono in calo».
Pagelle che, criticabili o meno, esercitano comunque il loro potere su investitori e mercato. C’è chi sceglie di farne a meno: l’Emilia Romagna da quest’anno non si fa più certificare il rating.
Le Marche invece accettano i voti, ma un mese fa hanno deciso di dimezzare i giudici: fino allo scorso anno si erano avvalse sia di Moody’s che di Standard&Poor’s, ora hanno tagliato la prima, risparmiando 97 mila euro.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL BILANCIO DELLA REGIONE SAREBBE STATO ATTIVO NEGLI ULTIMI DUE ANNI.. SOLO UNA MANCANZA DI LIQUIDITA’ RISOLTA CON 400 MILIONI”
Sicilia contrordine. 
Parole “tranquillizzanti” di fonti governative le riporta l’agenzia Ansa. «Non c’è rischio default per la Sicilia», l’affermazione contraddice le parole del numero due della Confindustria siciliano, Ivan Lo Bello, aveva denunciato che la Sicilia è «sull’orlo del fallimento» e che aveva spinto Mario Monti a scrivere a Lombardo per avere conferma dell’intenzione – dichiarata pubblicamente – di dimettersi il 31 luglio. Il problema non è strutturale ma di «temporanea mancanza di liquidità ed è stato risolto con trasferimenti per 400 milioni di euro già programmati» continua l’Ansa riportando fonti governative secondo le quali il bilancio della Regione Sicilia è stato in attivo nel 2011 e nel 2010 e i fabbisogni delle Regioni non sono automaticamente garantiti dall’Amministrazione centrale dello Stato.
La spending review, spiega la fonte, prevede inoltre interventi di ottimizzazione per la spesa pubblica anche per le Regioni.
Per le Regioni a Statuto speciale sono previsti interventi per complessivi 600 milioni già nel 2012.
Ma la Sicilia non ha pace.
E nel frattempo si fomenta la polemica tra il presidente Raffaele Lombardo e Ivan Lo Bello. E nasce un piccolo giallo che ha tenuto banco per tutto il pomeriggio.
«È la smentita di quanti, non disinteressatamente, hanno parlato di default e di rischio fallimento per la Sicilia con articoli, interviste e prime pagine di quotidiani nazionali». È stata la reazione del presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo.
«Vorrei che taluni imprenditori facessero davvero il bene della Sicilia. Lo Bello – avrebbe sibilato Lombardo – l’ho incontrato alcune volte nel caso di inaugurazione di impianti fotovoltaici, tipo di investimenti che si è visto essere nelle mani dei mafiosi. Perchè non fanno le cose positive invece di dire certe cose?».
Ed è polemica anche per un’affermazione («può andare a morire ammazzato») che Lombardo avrebbe diretto verso il numero due della Confindustria Siciliana.
Il governatore ha smentito ma che ha scatenato egualmente una pioggia di reazioni. Lombardo ha precisato di aver voluto criticare uno «pseudo imprenditore secondo cui la ricetta per salvare le casse della Regione è quella di licenziare i dipendenti regionali. Nessun riferimento a Lo Bello».
Ma tra i suoi «nemici» l’inquilino di Palazzo d’Orleans annovera anche l’Udc che proprio domenica scorsa aveva annunciato la presentazione in Parlamento di una mozione per chiedere il commissariamento dell’amministrazione siciliana. Pierferdinando Casini, leader dello scudocrociato rincara la dose: «Sollevando il problema della spesa in Sicilia, che è un grande nominificio, Monti ha compiuto un gesto di grande responsabilità istituzionale».
Lombardo, fondatore del Mpa, rimanda al mittente le critiche con parole al vetriolo: «l’Udc vuole rimettere le mani sulla Sicilia.
Sono pronto a confrontarmi con Casini, anche sui sette anni precedenti ai miei fatti di termovalorizzatori e quant’altro».
Accuse respinte da Lombardo che contesta anche l’analisi sulle risorse finanziare della Regione snocciolando alcune cifre: «Il bilancio della Sicilia è di 27 miliardi, il debito di 5,5 miliardi, il Pil di 85 miliardi di euro.
Se confrontiamo il nostro Pil con quello nazionale capiamo meglio: lo Stato ha un Pil di 1600 miliardi e duemila miliardi di euro di debito. Inoltre, lo Stato ci deve circa un miliardo».
Dati che stridono con un’analisi resa nota stamane dalla Cgia di Mestre: «La Regione Sicilia ha costi per la politica e per l’acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, circa il doppio rispetto alla media di tutte le altre regioni d’Italia; quelli relativi agli stipendi del personale addirittura più del triplo».
Ma Lombardo allarga le braccia: «Certo il numero dei dipendenti, sono circa 26 mila – è alto, ne basterebbero la metà ma ce li siamo trovati e cosa dobbiamo fare? Sparargli?».
E liquida seccamente chi lo accusa di volere ancora prendere tempo, esorcizzando al contempo l’ipotesi di un commissariamento: «Per quanto mi riguarda è come se mi fossi dimesso ieri. Non voglio però che la Sicilia diventi merce di scambio, in caso di elezioni contemporanee con le politiche, per un ministero in più. Si deve votare prima».
Chi non sembra proprio accorgersi di una Sicilia sull’orlo del fallimento, sono gli stranieri. Emanuele Spurny, un giovane turista austriaco in coda per visitare la Cappella Palatina all’interno di Palazzo dei Normanni, sede del più antico parlamento d’Europa, domanda: «Siete davvero ad un passo dal default? Vista da fuori la situazione non sembra così drammatica»
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
LA PRESIDENZA DELLA REGIONE NE CONTA 1.385, DOWNING STREET SI FERMA A 1.337
Esiste in Italia un ufficio pubblico dove c’è un dirigente ogni sei impiegati. 
Si trova a palazzo dei Normanni, Palermo: è la presidenza della Regione siciliana.
Ma il governatore Raffaele Lombardo sappia che non è l’unico in Europa a guidare un esercito pieno zeppo di generali.
Il premier britannico James Cameron è nelle sue stesse condizioni: anche a Downing Street ogni dirigente ha in media sei sottoposti.
Il fatto è che pure i numeri sono più o meno gli stessi. Cameron ha 198 dirigenti, Lombardo 192.
Quanto ai dipendenti il Cabinet Office, equivalente della nostra presidenza del Consiglio, ne ha 1.337: quarantotto meno dei 1.385 che la presidenza della Regione siciliana contava alla fine del 2011.
Ciò basta per immaginare quali stupefacenti risultati potrebbe dare da queste parti una seria spending review.
Afferma la relazione della Corte dei conti sul rendiconto del bilancio 2011 che la Regione siciliana ha ufficialmente 17.995 dipendenti.
Su questo numero si è a lungo polemizzato, anche a proposito di paragoni che pure in Sicilia non vengono ritenuti congrui come quello con la Lombardia, Regione che ha il doppio degli abitanti ma un quinto del personale.
Ma è una cifra che non dice ancora tutto.
Intanto perchè nel 2011, anno in cui riesplodeva la crisi economica più drammatica da un secolo a questa parte, ben 4.857 di questi dipendenti, in precedenza reclutati con contratto a termine, sono stati assunti in pianta stabile, a tempo indeterminato.
Il che, argomentano i giudici contabili, non mancherà di avere ripercussioni future sui conti regionali.
E poi perchè a quei 17.995 se ne devono aggiungere altri 717 comandati e distaccati presso altre strutture che comunque fanno capo alla Regione.
Oltre a 2.293 a tempo determinato il cui stipendio è pagato in qualche modo dall’ente. Totale: 21.005. Un totale, però, anch’esso incompleto.
Dove mettiamo, infatti i 7.291 dipendenti delle 34 società controllate o collegate alla Regione siciliana?
Se contiamo anche quelli arriviamo a 28.796.
E facciamo grazia di forestali e lavoratori socialmente utili (24.880) in forza a molti Comuni, in parte a carico della casse regionali.
Personale le cui retribuzioni sono state al centro di un durissimo scontro fra Lombardo e il commissario di governo che aveva impugnato l’ultima legge finanziaria nella quale era previsto il ricorso a un mutuo, anche per far fronte a quel problema, di 558 milioni.
Una somma che avrebbe ingigantito ancora di più il debito della Regione, già cresciuto nel 2011 di altri 818 milioni arrivando al valore record di 5,3 miliardi.
I soli dipendenti «ufficiali» assorbono 760,1 milioni, e si tratta di un costo superiore del 45,7% rispetto al 2001.
Se però calcoliamo anche gli oneri sociali, allora si arriva a un miliardo 80 milioni. Cioè poco meno della metà del costo del personale delle quindici Regioni a statuto ordinario.
Le quali hanno, tutte insieme, un numero di dirigenti pari a quello della sola Sicilia. Sono 1.836. Ce n’è uno ogni 9 impiegati, con vette di 5 o 6 in alcune strutture, come appunto la presidenza della Regione.
L’anno scorso sono entrati in posizioni di responsabilità anche diversi soggetti esterni, circostanza che ha indotto la Corte dei conti a queste considerazioni: «È poco plausibile, a fronte di oltre 1.800 dirigenti di ruolo, ritenere che non siano già disponibili idonee professionalità all’interno dell’amministrazione.
La mancata valorizzazione delle risorse interne è in definitiva la causa dei costi sostenuti per retribuire i dirigenti esterni per i cui emolumenti è previsto un tetto massimo di 250 mila euro, di gran lunga superiore alla retribuzione massima dei dirigenti generali interni».
Per non parlare dei sette «uffici speciali» istituiti, secondo i magistrati, con «motivazioni alquanto generiche» e spesso «duplicazioni di funzioni già attribuite» ad altre strutture.
Nel rapporto si cita a titolo di esempio l’ufficio speciale Energy manager, che ha funzioni del tutto analoghe a quelle del Dipartimento regionale per l’energia.
Ma se al costo del personale «ufficiale» sommiamo anche quello dei dipendenti delle società partecipate (226 milioni) e dei dipendenti pensionati, che in Sicilia sono a carico della Regione (641 milioni), allora veleggiamo di slancio verso i due miliardi.
Dal 2004 al 2011 la spesa previdenziale è cresciuta del 31%, anche a causa di alcuni privilegi assolutamente sorprendenti sopravvissuti fino allo scorso mese di gennaio e che avranno effetti a lungo, negli anni a venire.
È appena il caso di ricordare che per i dipendenti della Regione la riforma Dini, quella che ha introdotto il metodo di calcolo basato non più sulla retribuzione ma sui contributi effettivamente versati, è entrata in vigore con otto anni di ritardo: il primo gennaio 2004, anzichè il primo gennaio 1996 come per tutti i comuni mortali.
Per giunta, fino all’inizio di quest’anno potevano andare in pensione con soli 25 anni di servizio tanto quelli colpiti da disabilità , quanto coloro che avevano un genitore disabile.
Nel 2011 si sono pensionati anticipatamente perchè figli di disabili 464 dipendenti regionali, contro 297 nel 2010, 230 nel 2009, 196 nel 2008, 165 nel 2007, 125 nel 2006, 138 nel 2005 e 121 nel 2004.
Da quando, proprio nel 2004, è stata perfezionata questa disposizione, hanno avuto la baby pensione, con un crescendo rossiniano, in 1.736.
Celebre il caso di Pier Carmelo Russo, pensionato a 47 anni per assistere il padre disabile, nominato però subito dopo assessore della giunta Lombardo.
Alle polemiche, lui ha replicato: «Quando sono andato in pensione il mio stipendio era prossimo a diecimila euro ed ero segretario generale della Regione, il massimo livello della carriera burocratica. Ho preferito il mio amatissimo padre e sono orgogliosissimo di averlo fatto. Da quando faccio l’assessore non ho mai percepito un centesimo. Tutta la mia indennità (300.000 euro lordi annui) l’ho devoluta in beneficenza. Mi considero una persona oltremodo fortunata e desidero sdebitarmi con la Divina Provvidenza».
Ai posteri l’ardua sentenza.
Sempre che la Regione possa in futuro pagare anche le loro, di pensioni. Già oggi il tasso di copertura dei contributi non arriva che al 28,7%.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 13th, 2012 Riccardo Fucile
I SEGGI DOVEVANO SCENDERE DA 90 A 70, POI SI E’ DECISO DI ANDARE ALLE ELEZIONI E COSI’ E’ SALTATA LA MODIFICA…UN DEPUTATO REGIONALE OGNI 72.000 ABITANTI, CONTRO UNO OGNI 118.440 DELLA LOMBARDIA….16.500 EURO NETTI DI STIPENDIO, TREMILA IN PIU’ DELL’INDENNITA LORDA DEL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU
Erano i giorni del Grande Trauma, in cui Monti spiegava agli italiani che eravamo nei guai fino al collo.
«La Sicilia anticipa i tempi della politica nazionale», tuonarono i comunicati ufficiali.
Il governo dei tecnici voleva svolte radicali? «Noi siamo già passati ai fatti».
E via con gli auto-elogi sul fatto che il taglio era stato votato «con 59 voti a favore, uno contrario e un astenuto».
«Il quadro economico è drammatico e la politica siciliana oggi ha fatto la propria parte con un segnale preciso», disse il capogruppo Mpa, Francesco Musotto.
«Oggi l’Ars ha dato vita a un’importante autoriforma: ora il parlamento regionale ha la credibilità e il prestigio per poter affrontare altre riforme», discettò quello del Pd Antonello Cracolici.
«Abbiamo votato sì perchè siamo convinti che sia più che opportuno dare un segnale all’esterno», concordò quella dell’Udc Giulia Adamo.
E avanti così: «Un atto di grande responsabilità della classe politica regionale in un momento grave per l’economia» (Nino Bosco, Pdl).
«La Sicilia si pone all’avanguardia rispetto a tutto il resto dell’Italia» (Livio Marrocco, capogruppo di Fli).
«Una bella giornata perchè la politica ha dimostrato buonsenso e soprattutto sintonia con il popolo siciliano» (Davide Faraone, Pd).
Oddio, scendendo a 70 seggi, sarebbero comunque rimasti un parlamentare ogni 72.136 abitanti, cioè molti di più che in Lombardia (uno ogni 118.440) e in tante altre Regioni ordinarie e il triplo rispetto a un’altra a statuto speciale quale il Friuli Venezia Giulia che parallelamente decideva di ridurre la propria assemblea a un consigliere ogni 25.000 residenti.
Ma il presidente dell’assemblea regionale isolana Francesco Cascio spargeva d’intorno incenso profumato: «Non si è mai visto in Europa un Parlamento che vota la riduzione dei deputati. Questa manovra contribuirà al risparmio di 35 milioni di euro».
Raffaele Lombardo, il presidente della giunta, sorrise soddisfatto.
Anche se gli restava l’amarezza di non essere riuscito a ridurre del 50% come aveva proposto (proporre non costa nulla) l’indennità dei parlamentari regionali:
«Cosa cambia se si guadagnano 15 mila o 8 mila euro? Bisogna rendersi conto di cosa significa vivere in mezzo a una crisi come quella di oggi, con migliaia di persone senza lavoro e in cassa integrazione».
Lui stesso, per dare un esempio, aveva annunciato che il suo stipendio sarebbe passato dall’ 1 settembre 2011 da 18.500 a 16.650 euro netti.
Sottolineiamo: netti.
Solo 5.399 più dell’indennità lorda (lorda!) di Andrew Cuomo, il più pagato (New York) dei governatori americani.
Solo 2.827 più di quella lorda (lorda!) del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.
Incassato il figurone dell’annuncio, i parlamentari siciliani avevano comunque una speranzella.
Trattandosi di una riforma di valore costituzionale grazie al fatto che l’autonomia dell’isola è incisa sulla Carta, l’articolo 138 prevede che debba essere approvata da ciascuna delle due Camere con due successive deliberazioni a un intervallo non minore di tre mesi.
Insomma, metti caso che Monti andasse a impantanarsi nelle guerricciole parlamentari…
Ma ecco che il 18 aprile 2012 il Senato dà il primo dei quattro ok parlamentari alla legge sul taglio ai consigli delle tre Regioni speciali Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia e smista subito la palla alla Camera.
Terrore: vuoi vedere che forse, stavolta, il taglio passerà sul serio?
Lo stesso giorno (lo stesso giorno!), quattro ore dopo le notizie di agenzia sul voto del Senato (quattro ore dopo!) esce un’ Ansa : secondo Raffaele Lombardo se si votasse insieme in Italia e nell’isola nella primavera 2013, come previsto, «le alleanze nazionali annichilirebbero ogni possibilità di scelta o d’intesa da costruire in Sicilia».
Aveva già fatto capire qualcosa, ma adesso lo dice testuale: «Il voto nella nostra Regione va anticipato».
Conseguenza automatica: la Trinacria tornerebbe alle urne «prima» della riduzione dei parlamentari.
Con il risultato che la prossima legislatura vedrebbe ancora sui banchi dell’Ars i soliti 90 «onorevoli».
Da allora ad oggi sono stati in diversi a manifestare perplessità e indignazione davanti all’ipotesi.
Dall’avvocato Antonio Catalioto che combatte da anni una battaglia generosa, lunga e (finora) perdente per fare rispettare la legge che imporrebbe al sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca di scegliere fra la carica di primo cittadino e quella di membro dell’Ars fino al deputato democratico Giovanni Barbagallo: «Anticipare di qualche mese le elezioni regionali per conservare 20 deputati in più è assolutamente sbagliato. Aumenterebbe il discredito nei confronti di una classe dirigente che non ha la capacità di governare la Sicilia ma usa tutti i mezzi per salvaguardare la propria poltrona. Se i consiglieri regionali fossero ridotti soltanto nelle altre Regioni si dimostrerebbe che la Sicilia è una zona franca nella quale la classe dirigente non è in grado di fare sacrifici».
Il sindaco di Ragusa Nello Dipasquale è ancora più duro: «Sarebbe un atto di pirateria contro il popolo siciliano». Le elezioni anticipate, caso mai, «si dovevano chiedere quando è stata ribaltata la maggioranza decisa dai siciliani».
Macchè, sabato mattina ecco un’altra notizia Ansa : «Il Pd sfiducia Lombardo e apre all’Udc». Vi si legge che il Partito democratico, che aveva consentito al governatore il ribaltone (con cui era stato estromesso dalla maggioranza il Pdl) e che via via si era sganciato (le ultime dimissioni ieri, dell’assessore Mario Centorrino), ha votato un documento impegnando «il proprio gruppo parlamentare a predisporre la mozione contro il governatore».
Mozione già presentata due mesi fa dal Pdl.
È l’apertura ufficiale della crisi e l’annuncio, con grande sollievo della destra che prende due piccioni con una fava e qualche mal di pancia di alcuni democratici come Barbagallo, del voto a ottobre.
E il taglio dei parlamentari? Ciao…
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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