Maggio 25th, 2012 Riccardo Fucile
GIOACCHINO BARRACO POTREBBE ENTRARE A PALAZZO DEI NORMANNI DOPO CHE GIULIA AMATO, PASSATA ALL’UDC, E’ STATA ELETTA SINDACO DI MARSALA
Lo votarono in sessantacinque, non oltre la soglia familiare e degli amici più intimi, ora rischia di diventare deputato all’assemblea
regionale siciliana nelle fila del Pdl, dopo che Giulia Adamo, nel frattempo passata nel partito di Casini, è stata eletta sindaco di Marsala, apripista in Sicilia dell’alleanza Pd-Udc.
Ragioniere di mestiere, e miracolato di fatto, Gioacchino Salvatore Barraco, già consigliere comunale dal 2001 al 2006, ”rischia” perchè la Adamo, cui la legge sulla incompatibilità delle cariche impone di scegliere, non ha ancora deciso: ”Ho sei mesi di tempo — dice il neo sindaco — e rifletterò insieme al mio partito. Del resto ad ottobre si va a votare”.
Quella di Barraco è una storia di favori e trasformismi; il ragioniere si candidò, disse, per “fare un favore a Giulia Adamo”, che tra mille difficoltà stava mettendo in piedi la lista Pdl a Trapani per le regionali del 2008: a metterle i bastoni tra le ruote, racconta un blog trapanese, l’altro big del Pdl locale, l’ex sottosegretario Tonino D’Alì, che il giorno di presentazione delle lista non consegnò alcun nome nel tentativo di far saltare la lista, sabotando l’elezione della Adamo.
Lei si aggrappò al telefono riuscendo a convincere a candidarsi, oltre Barraco, anche Filippo Rapallo, che ottenne 77 voti.
Con cinque candidati e oltre 24 mila voti, il Pdl portò all’Ars tre deputati, tutti protagonisti di un veloce cambio di casacca: la Adamo finì con Casini, Livio Marrocco e Tony Scilla approdarono al Fli.
Così, visto che nel frattempo Rapallo è passato a miglior vita, Gioacchino Barraco, dall’ultimo posto di quella lista, oggi immagina la sua prossima busta paga a palazzo dei Normanni: quasi quindicimila euro, tra stipendio e benefit, più alta di quella messa in tasca ogni mese da Barack Obama.
I conti sono presto fatti: all’indennità parlamentare di 5.250 euro netti (che non comprende il contributo per il “supporto all’attività parlamentare”, altri 4.178 euro mensili netti) va sommata la diaria, uguale per tutti i deputati, che ammonta 4.003 euro.
A Barraco toccheranno, inoltre, 4.150 euro all’anno per “spese telefoniche” (la rata è accreditata mensilmente), ed è previsto anche un rimborso annuale per la benzina, ovvero “l’indennità trasporto su gomma”, pari a 6.646 euro per chi risiede a Palermo, 13.293 per chi risiede entro 100 chilometri, e 15.979 (ed è il caso di Barraco, visto che Marsala dista 120 km da Palermo) per tutti gli altri.
Telefono e benzina rimborsati a forfait, e cioè anche se non si fanno telefonate e non ci si muove da casa.
E il rimborso benzina non esclude, naturalmente, che il deputato possa viaggiare in treno, nave o aereo: al fortunato parlamentare spettano 10.095 euro annui liquidati in tre rate, anche in questo caso in maniera del tutto automatica.
Amico da molti anni del nuovo sindaco marsalese, e oggi nel cda della cantina sociale Uvam, Barraco aveva aderito all’invito di Giulia Adamo di partecipare alle elezioni per farle una cortesia. “È una persona in gamba, mi ha fatto il favore di candidarsi quando all’ultimo minuto si cercò di fare decadere la nostra lista” ha raccontato la Adamo.
Che oggi deve decidere se ricambiare il favore, facendosi subito da parte all’Ars.
Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 27th, 2012 Riccardo Fucile
PRIVILEGI, SPRECHI E BILANCI COLABRODO DA NORD A SUD
«Ben 454 mila euro per la Zelkova!». Letta la notizia, i siciliani hanno pensato: «Deve essere una slava del giro delle Olgettine».
Macchè: è una pianta rara che la Regione vuol tutelare iniziando con l’assumere («appurata l’esiguità di personale in organico»: sic) un consulente da 150 mila euro.
Fulgido esempio di come le Regioni, in nome dell’autonomia, siano spesso sorde agli appelli a stringere la cinghia.
Scrive Raffaele Lombardo sul suo blog che quella varata giorni fa «è una finanziaria di straordinario rigore». Sarà … Ma certo gli stessi giornali isolani denunciano da settimane come l’andazzo sia sempre lo stesso.
Ed ecco la decisione di salvare il Cefop (uno dei carrozzoni della «formazione professionale» che da decenni ingoiano da 250 a 400 milioni l’anno dando lavoro a circa ottomila formatori pari al 46% del totale nazionale) seguendo il modello Alitalia con la creazione d’una «bad company» su cui caricare i debiti pari a 82 milioni per dare vita a una nuova società «vergine » da sfamare subito con altri 29 milioni e mezzo.
Ecco la scelta di chiedere al governo di usare 269 milioni di fondi Fas (destinati alle aree sottosviluppate) per tappare una parte della voragine sanitaria.
Ecco l’idea di accendere un nuovo mutuo da 500 milioni.
Ecco la delibera che autorizza i Comuni, nel caso siano in grado di farsene carico (aria fritta elettorale: le casse comunali sono vuote) ad assumere 22 mila precari in deroga ai divieti nazionali.
E via così.
Fino alle storie più stupefacenti, come quella di Zorro, il vecchio cavallo donato dal governatore a Villa delle Ginestre, dove curano i pazienti con lesioni spinali, perchè sia usato per l’ippoterapia e messo a pensione a 2.335 euro al mese (il doppio di quanto costa il trattamento di un purosangue compresa la fisioterapia in piscina…) senza che ancora sia stata comprata, per i malati, manco la sella.
Passi lo Stretto risalendo verso nord e leggi sul Corriere di Calabria che Pietro Giamborino, dopo una sola legislatura da consigliere regionale, è appena andato in pensione a 55 anni (rinunciando al 5% del vitalizio), dopo che milioni di italiani hanno visto allontanarsi il giorno dell’agognato ritiro dal lavoro fino a 67 anni.
O che per le «spese di rappresentanza» del presidente dell’assemblea regionale Francesco Talarico sono stati stanziati per il 2012 la bellezza di 185 mila euro.
Più del doppio di quanto costò ai tedeschi nel 2006, sotto quella voce, il presidente della Repubblica Horst Kà¶hler.
Risali ancora verso nord e scopri che la maggioranza di destra che governa la Campania si è appena liberata dell’ingombro di dover trovare i soldi prima di fare una legge.
C’erano voluti 9 anni per mettere dei vincoli seri.
Nel 2002, ai tempi del primo Bassolino, era stata fatta una norma che imponeva di verificare, prima di ogni atto, la copertura finanziaria. Ma non era mai diventata operativa.
Finalmente, nel marzo 2011, era stata votata l’istituzione presso la giunta regionale di un ufficio delegato a controllare la copertura finanziaria delle proposte arrivate in Consiglio.
L’unico argine possibile ai deliri clientelari ed elettoralistici.
Giorni fa, a dispetto della crisi e dei moniti del governo, ecco la retromarcia: grazie al voto di 24 consiglieri, le proposte di legge regionale non dovranno più avere il «visto di conformità » della struttura dedicata a fare le verifiche finanziarie.
Per avviare l’iter di una legge, magari spendacciona, basterà una «relazione tecnica » degli «uffici della giunta regionale competenti in materia di finanze e bilancio». Tutta un’altra faccenda.
Gli autori del blitz? Gli stessi sostenitori, come dicevamo, del governatore Stefano Caldoro che proprio su quel filtro abolito contava per arginare gli incontenibili rivoli di spesa. Caldoro, preoccupato per i conti, è passato al contrattacco con la proposta di introdurre anche nello statuto regionale il principio del pareggio di bilancio appena entrato nella Costituzione.
Ce la farà ? Mah… Assomiglia tanto a una lotta contro i mulini a vento.
«Autonomia!», insorgono in coro i governatori tutte le volte che lo Stato centrale prova a sfiorare le loro prerogative.
E sulla Consulta piovono valanghe di cause, quasi sempre coronate da successo. Ricorsi contro il limite di cilindrata delle auto blu.
Contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Contro i pedaggi sulle strade dell’Anas. Contro l’Imu.
Per non dire delle sollevazioni contro i tagli ai Consigli regionali: sono addirittura undici le Regioni che hanno contestato davanti alla Corte Costituzionale l’articolo 14 della manovra dello scorso agosto, l’ultima firmata da Giulio Tremonti, che imporrebbe alle loro assemblee, dalle prossime elezioni, una cura dimagrante di 343 poltrone. Undici.
Motivazione? «È assolutamente necessario contrastare l’ondata di provvedimenti indirizzati contro le nostre prerogative», ha spiegato il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci.
Il guaio è che, rivendicando stizzite questa autonomia («tocca semmai a noi tagliare le Province, tocca semmai a noi tagliare le indennità , tocca semmai a noi tagliare le poltrone…») tutte e venti le Regioni si sono trasformate in zone franche, dove la spesa pubblica va alla deriva.
La prova? Fra 2000 e 2009, mentre il Pil pro capite restava fermo per poi addirittura arretrare di cinque punti, le uscite delle Regioni italiane sono lievitate da 119 a 209 miliardi di euro.
Ormai rappresentano più di un quarto di tutta la nostra spesa pubblica.
La crescita, dice la Cgia di Mestre, è stata del 75,1%: un aumento in termini reali, contata l’inflazione, del 53%.
Oltre il doppio del pur astronomico incremento reale (25%) registrato nello stesso periodo dalla spesa pubblica complessiva, passata al netto degli interessi sul debito da 581 a 727 miliardi.
Parliamo di 89,7 miliardi «in più» ogni anno, di cui appena la metà , ovvero 45,9 miliardi, addebitabili a quella sanità che rappresenta la voce più problematica dei bilanci regionali. In testa tra gli enti che più hanno accelerato c’è l’Umbria, dove le spese sono salite del 143%, seguono l’Emilia-Romagna (+125%), la Sicilia (+125,7%), la Basilicata (115,2%), il Piemonte (+91,8%) e la Toscana (+84,6%).
Fosse aumentata così anche la nostra ricchezza, saremmo a posto. Il diritto (giusto) all’autonomia può giustificare certi bilanci colabrodo?
È accettabile che la spesa sanitaria, dal 1978 di competenza regionale, presenti qua e là differenze abissali? O che ogni lombardo sborsi per il personale regionale 21 euro l’anno contro i 70 della Campania, i 173 del Molise o i 353 della Sicilia tanto che se tutte le Regioni si allineassero ai livelli lombardi risparmieremmo 785 milioni l’anno?
Possiamo ancora permetterci le cosiddette «leggi mancia» che ad esempio hanno visto il Lazio spendere con 250 delibere a pioggia (tutte finite, dice l’Espresso, nel mirino della Corte dei Conti) qualcosa come 8,6 milioni di euro per iniziative che andavano dalla Rievocazione storica della battaglia di Lepanto a Sermoneta alla Sagra del carciofo di Sezze?
Per non dire dei progetti faraonici, delle società miste nate a volte solo per distribuir poltrone, delle megalomanie.
Venti Regioni, ventuno sedi di rappresentanza a Bruxelles: solo quella del Veneto è costata 3,6 milioni di euro. Venti Regioni, 157 piccole «ambasciate» all’estero, dagli Stati Uniti alla Tunisia. Venti Regioni, centinaia di sedi e immobili sparsi per tutta Italia.
Spese inenarrabili.
Un caso? Denunciano quelli di Sel che oltre alle sedi istituzionali la Regione Lazio dispone di 13 fabbricati a uso residenziale e 367appartamenti. Malgrado ciò, spende ogni anno 20 milioni per affittare altri immobili. E ha deciso di dare il via a lavori di ampliamento della sede della Pisana, con la costruzione di due nuove palazzine. Costo previsto: dieci milioni.
Una spesa indispensabile? Ed era indispensabile, di questi tempi, investire 16,3 milioni di euro come ha fatto il Consiglio regionale del Piemonte per rilevare e ristrutturare la ex sede torinese del Banco di Sicilia?
O stanziare 87 milioni per la nuova sede del Consiglio regionale della Puglia, appaltata nello scorso mese di agosto?
O spenderne addirittura 570 per la nuova sede della Regione Lombardia, una reggia con tanto di eliporto e di foresteria per il governatore costata 127 mila euro di soli arredamenti?
Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA NOSTRA INCHIESTA RIDICOLIZZA BOSSI CHE AVEVA SOSTENUTO: “RIXI E’ UNO BRAVO: HA LAVORATO A LUNGO A MILANO E LI’ MICA TI ASSUMONO SE NON SEI CAPACE”… PECCATO CHE IL SENATUR SI FOSSE DIMENTICATO DI DIRE CHE ERA STATA PROPRIO LA LEGA A PIAZZARLO IN REGIONE CON CONTRATTO A TERMINE A 38.000 EURO L’ANNO, DAL 2005 AL 2009
Un esempio per i giovani genovesi costretti a cercare lavoro a Milano, uno che saprebbe
certamente rappresentarli perchè conosce la difficoltà di trovare un lavoro senza raccomandazioni, un giovane disposto ad accettare anche un misero stipendio pur di non scendere a compromessi e di far valere le proprie qualità , altro che quei meridionali che vengono al nord a rubare il lavoro ai locali, avvalendosi della spintarella degli “amici degli amici”.
Appena il partito lo aveva candidato sindaco di Genova, Rixi aveva già così indicato chi avrebbe voluto rappresentare, perchè nessuno come lui identifica il “nuovo che avanza” nella politica ligure, nessuno come lui sa “cosa vuol dire fare il pendolare”.
E pazienza se aveva esordito sbagliando la data del suo pendolarismo: “Ho fatto il pendolare dal 1996 al 2002, dopo la laurea in Economia e Commercio, come tanti giovani che a Genova non hanno trovato lavoro”,
Di fronte alla nostra osservazione che ciò non sarebbe stato possibile visto che si è laureato nel 1999, in una seconda intervista Rixi ha riposizionato il suo pendolarismo dal 2005 al 2009: “Certo che son stato pendolare. E certo che ho lavorato come funzionario a contratto alla commissione bilancio della Regione Lombardia. Quanto guadagnavo? Sono pronto a esibire la mia dichiarazione dei redditi”.
Lasciamo pure da parte il fatto che, visto che Rixi è stato anche consigliere comunale a Genova fino al 2007, non si comprende come potesse avere per tre anni, dal 2005 al 2007, il dono dell’ubiquità (fare il consigliere comunale a Genova ti occupa almeno 2-3 giorni su 5).
Veniamo ai fatti provati e documentati, frutto delle nostre ricerche.
Rixi non era un funzionario a contratto della “regione Lombardia”, come da lui sostenuto, ma era stipendiato da “regione Lombardia – Consiglio regionale”: non a caso i due enti hanno due distinte partite Iva.
In Regione Lombardia si entra con regolare concorso e nessuno ti può più mandare via, mentre in “Regione Lombardia – Consiglio regionale” si entra su segnalazione dei partiti di riferimento, con un contratto pari alla durata della legislatura e con chiamata diretta.
In pratica è la prassi per cui ciascun partito e/o consigliere fa assumere i propri portaborse, alias collaboratori di fiducia.
Quindi Rixi è entrato su segnalazione del gruppo leghista alla Regione Lombardia e non per altri meriti oggettivi o per concorso.
E quando è scaduta la legislatura di 5 anni è cessato il suo contratto.
Visto che Rixi non risponde su quanto guadagnava, lo diciamo noi: giusto per avere un’idea, circa 33.000 euro nel 2007, circa 35.000 euro nel 2008, circa 38.000 nel 2009, circa 12.500 euro per quattro mesi nel 2010 (poi scadette il contratto).
Il coordinamento del gruppo di “portaborse” o collaboratori del Carroccio dal 2005 al 2009 era affidato all’assessore Davide Boni, attualmente inquisito.
Rixi allora era vicino a quello che è stato definito il “cerchio magico” e la segnalazione del suo nome, è cosa risaputa nei corridoi di via Bellerio, ha origine nelle sue frequentazioni e nelle sue amicizie personali.
Fa sorridere che Bossi, intervenuto a Genova alla presentazione della candidatura di Rixi, si sia reso ridicolo sostenendo che “Rixi è uno bravo, ha lavorato a lungo a Milano e lì mica ti assumono se non sei capace”, dimenticando come e tramite chi Rixi avesse ottenuto quel lavoro a chiamata diretta.
O forse Bossi pensava che Rixi avesse vinto un concorso letterario alla Mondadori o avesse superato una dura selezione per fare l’assistente alla Bocconi?
In fondo in un Paese che aveva un “presidente operaio” può anche starci un “sindaco portaborse”: purchè non nasconda la verità e non si ponga ad esempio per i giovani genovesi che un posto di lavoro lo vorrebbero trovare senza l’aiuto di quella Casta che solo a parole qualcuno dice di voler combattere.
A Genova, è risaputo, i giovani veri badano più al sodo che alle badanti.
Forse in padagna funziona diversamente.
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Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
ANGELA BIRINDELLI, ASSESSORE ALL’AGRICOLTURA, E’ INDAGATA PER LO STANZIAMENTO DI 18.000 EURO IN PUBBLICITA’ ISTITUZIONALE A FAVORE DELL'”OPINIONE DI VITERBO” CHE SI DISTINGUEVA PER ATTACCHI AI SUOI AVVERSARI INTERNI AL PARTITO
“Dimostrerò la mia estraneità ai fatti”. Così l’assessore all’Agricoltura delle regione Lazio Angela Birindelli si difende dopo che i carabinieri hanno sequestrato nei suoi uffici la determina che disponeva un finanziamento ad un giornale locale.
Birindelli, Pdl, è coinvolta in un’indagine su una presunta tentata estorsione ai danni di due politici.
Al telefono non risponde, ma in un comunicato si dice pronta a chiarire tutto.
La storia ruota attorno al giornale L’opinione di Viterbo che ha un accordo commerciale con il quotidiano nazionale L’opinione, diretto da Arturo Diaconale.
Quest’ultimo ha spiegato al Messaggero: “Noi offriamo alla cooperativa la linea industriale, vale a dire carta, tipografia e distribuzione. Se loro sfondano un certo tot di quote vendute, mi pare 500, allora si prendono qualche utile”. L’accordo per Diaconale è facile da spiegare: “Il vantaggio che ricaviamo dall’accordo è nell’aumento delle copie, così abbiamo accesso ai fondi pubblici”.
Nell’ottobre 2010 non si parlava di accordo economico e la redazione scriveva nella giornata di lancio: “L’opinione di Viterbo è figlio dello storico quotidiano liberale fondato nel 1847”.
La vicenda inizia quando, lo scorso anno, alcuni ex giornalisti e soci della cooperativa (a novembre ci sono stati 6 licenziamenti) hanno presentato una denuncia sulla gestione economica poco chiara dell’Opinione di Viterbo, allegando anche una registrazione audio di una infuocata riunione nella quale il presidente del consiglio provinciale Piero Camilli e il consigliere regionale Pdl Francesco Battistoni sarebbero stati bollati come ‘nemici’, destinatari della presunta tentata estorsione.
Camilli e Battistoni hanno firmato due esposti per evidenziare presunte campagne ‘contro’ messe in piedi dall’organo di informazione.
Gli inquirenti avviano gli accertamenti e nel registro degli indagati, per tentata estorsione, finiscono il direttore dell’Opinione di Viterbo Paolo Gianlorenzo e l’amministratrice unica della cooperativa, Viviana Tartaglini.
Sul fronte politico, il consigliere Battistoni da assessore all’Agricoltura ha dovuto cedere il posto, per la questione delle quote rosa, ad Angela Birindelli. Tra i due è in corso una guerra intestina in seno al Pdl.
Birindelli viene coinvolta nell’indagine della Procura per via di un finanziamento.
Nel giugno 2011 il suo assessorato, mentre l’agricoltura locale paga caro il prezzo della crisi, decide di stanziare ben 18 mila euro per l’Alto Lazio news srl, la società che edita L’Opinione di Viterbo, per pubblicizzare la propria attività istituzionale.
Insomma, i soldi pubblici vanno in mano a un giornale che sogna di superare le 500 copie vendute, poi sospettato di ordire una campagna stampa proprio contro l’avversario politico di Birindelli.
Una vicenda torbida che ipotizza l’uso di un giornale da parte del direttore come strumento di pressione contro i politici non ‘a disposizione’, una presunta macchina del fango nella quale ora è indagata anche l’assessore Birindelli, per concorso nella tentata estorsione.
I coinvolti ribadiscono la loro estraneità ai fatti, ora spetta alla magistratura, pm Massimiliano Siddi, accertare eventuali responsabilità , partendo proprio dai documenti acquisiti.
In giunta c’è aria di nuovo rimpasto.
Ferruccio Sansa e Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
CARABINIERI PER TRE ORE NEGLI UFFICI DEL PDL… CORRUZIONE E FINANZIAMENTO ILLECITO DEI PARTITI LE IPOTESI DI REATO NEI SUOI CONFRONTI… E LA LEGA STUDIA COME SCARICARE BONI
I carabinieri del Noe di Milano sono stati ieri mattina per circa tre ore negli uffici del Pdl al consiglio regionale della Lombardia, dove hanno acquisito documenti.
Lo si è appreso da fonti del Pirellone, anche se non è chiaro su quale inchiesta stiano facendo luce i militari.
Ciò che è certo è che i carabinieri si sono recati nell’ufficio del consigliere Angelo Giammario, che risulta indagato dalla Procura di Milano con l’ipotesi di corruzione e finanziamento illecito dei partiti.
All’alba. del resto, le forze dell’ordine avevano eseguito un’altra perquisizione proprio nella casa del consigliere regionale del Popolo della Libertà .
Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e affidata al pm Giordano Baggio, ci sarebbero altri indagati.
La vicenda non sarebbe legata a quelle per cui sono indagati il presidente del Consiglio regionale Davide Boni e l’ex assessore Nicoli Cristiani.
L’esponente del Pdl è vicepresidente della Commissione Ambiente della Regione Lombardia e membro della commissione Sanità , mentre in passato è stato sottosegretario regionale ai rapporti con Milano.
Nel 2006, come riporta il suo sito personale, è stato designato da Formigoni come rappresentante della Regione nel Cda dell’università Bocconi. Giammario, 50 anni, originario di Molfetta (Bari), è stato nel 1997 anche consigliere comunale a Milano.
“Non commento notizie non ufficiali”: il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si è limitato a rispondere così ai cronisti che, al termine di una conferenza stampa sulla conciliazione al Pirellone, gli hanno chiesto della presenza dei carabinieri negli uffici del Pdl in Consiglio regionale.
Di fatto, il caso Boni continua a causare malumore negli ambienti del Carroccio.
Ed è ancora a rischio la sua permanenza sia alla presidenza sia nel gruppo della Lega. Nel fortino di via Bellerio, infatti, i vertici del partito stanno ancora “valutando la situazione”.
Certo, se Boni dovesse lasciare i banchi del Carroccio si ritroverebbe a iscriversi al Gruppo Misto.
Che con lui salirebbe a due consiglieri: Boni e Filippo Penati.
Fu l’ex segretario politico di Pier Luigi Bersani, infatti, a creare il Gruppo Misto quando, anche lui indagato per tangenti, fu costretto a lasciare il Pd.
Sorte comune, dall’ufficio di presidenza al gruppo dei presunti tangentisti.
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
LA LEGGE 138/2011 PREVEDEVA LA RIDUZIONE DEI CONSIGLIERI DA 1.100 A 700 E DEGLI ASSESSORI DA 211 A 148, MA TUTTO E’ RIMASTO LETTERA MORTA
Quattrocento consiglieri e centocinquanta assessori regionali di troppo, 110 enti enti che sulla carta erano da abrogare ma che sono rimasti in piedi. Almeno per ora.
I furbetti della finanza pubblica hanno nome e cognome.
Sono le Regioni e le Province d’Italia che erano chiamate a una cura dimagrante ma che sono riuscite a evitare abilmente tutti i tagli, compresi quelli al numero delle poltrone, alle indennità , ai trattamenti previdenziali e al numero degli enti provincia.
Le riduzioni erano previste dalla manovra di Ferragosto e dovevano arrivare entro il 13 febbraio per essere applicate alle prime elezioni, le amministrative di maggio.
E invece tutto il corredo di tagli della legge 138/2011 è rimasto lettera morta.
A denunciarlo è un dossier del Sole24Ore che mette in fila numeri e metodi che hanno consentito agli enti regionali e provinciali di fare esattamente il contrario del dettato legislativo: mentre l’Italia dibatteva di ridurre costi e poltrone, Regioni e Province non solo non facevano nulla per adeguarsi, ma facevano crescere la spesa corrente come nulla fosse.
I conti sono presto fatti.
Le legge indicava alle Regioni di ridurre il numero dei consiglieri da 1.109 a 700.
A dover fare i sacrifici maggiori erano quelle con un numero di poltrone abonorme rispetto alle media.
La Sicilia, ad esempio, doveva passare da 90 a 50 consiglieri, la Sardegna da 80 a 30. Niente di tutto questo.
Oggi, a sei mesi dalla legge, le uniche regioni che hanno ridotto le poltrone sono Veneto e Toscana che sono passate rispettivamente da 60 a 50 consiglieri e da 90 a 50.
Lombardia ed Emilia erano già in linea col provvedimento e infatti non hanno modificato la composizione dei rispettivi consigli.
Le altre, pur avendo consiglieri in eccesso, non hanno fatto proprio nulla.
Un problema per la finanza pubblica perchè ogni consigliere — con differenze territoriali forti — guadagna dai 6mila ai 15mila euro al mese.
Anche prendendo una media di 10 per le 409 poltrone che si voleva abolire il conto per i cittadini e per la finanza pubblica è di 4 milioni al mese.
Stesso discorso per gli assessori: sono 211 e il decreto indicava una riduzione a 148 con un risparmio di tre milioni.
Ma anche su questo fronte la situazione è rimasta la stessa: nessuna regione ha operato tagli e il record resta al Lazio che ancora ha 16 assessori al posto dei 10 previsti.
Così la beffa è servita e lo scotto più duro da pagare tocca a chi i tagli chiesti dal governo non potrà esimersi dal farli cioè ai comuni: è in corso un tavolo tecnico con Monti che si era lasciato con una sorta di “tregua armata” ma a questo punto, vista la disparità di trattamento tra enti, riprenderà decisamente armata.
Lo conferma il direttore generale dell’Anci Angelo Rughetti che a quel tavolo partecipa insieme ai rappresentanti dei comuni e definisce la vicenda come “cronaca di una morte annunciata”.
“Che nessuno avrebbe fatto le riduzioni indicate nel decreto era chiaro. La scappatoia è nella riforma del Titolo V della Costituzione che ascrive proprio alle Regioni la competenza legislativa in materia di indennità , spese, rimborsi e previdenza. Un caso unico in Europa perchè in genere è un soggetto terzo a disciplinare queste materie invece in Italia questa compentenza è risconosciuta in via eslusiva alle Regioni. Il risultato è che queste dovendo decidere per sè fanno quello che vogliono e lo Stato può emanare norme di carattere nazionale che per loro sono solo di indirizzo senza obbligo giuridico”.
E così è andata per le Regioni.
La questione però si fa economica e non solo politica.
Sia per le cifre in ballo, sia per i sacrifici che invece sono rischiesti con valore di legge ai comuni, ormai colpiti dalla sindrome di Calimero.
“Per noi, al contrario, il Dl 78 e il 138 hanno forza di legge e quindi le riduzioni di poltrone e indennità hanno effetto immediato. Alle prossime elezioni di maggio le amministrazioni si voterà per eleggere amminsitrazioni con un numero di consiglieri ridotti della metà , da 12 a 6 con l’aggravio che basterà che due consiglieri cambino idea su un piano regolarore che la maggioranza potrà saltare con conseguenze nefaste per l’aumentato potere dei singoli rispetto all’andamento generale della macchina pubblica”.
Ma che le cose sarebbero andate così c’era più di un sospetto quando la commissione guidata dal presidente dell’Istat Giovannini fu chiamata ad analizzare i costi degli enti locali.
“Noi abbiamo portato puntualmente i compensi netti e lordi degli amministratori locali, le Regioni non hanno portato nulla”.
Sempre con la scusa del federalismo e dell’autonomia. Il risultato è un divario crescente con la spesa dei comuni che si è ridotta (come pure gli investimenti) e quella di Regioni e Province che non solo è rimasta uguale ma è addirittura aumentata.
“Le spese dei comuni sono sotto controllo perchè l’aumento è standardizzato all’inflazione. Quella degli enti Provincia che si voleva abolire è aumentata di 6 miliardi. Quella delle regioni aumenta con un artificio: avendo competenze in materia sanitaria le Regioni riescono a qualificare com spesa sanitaria anche quello che non lo è e siccome è una voce incomprimibile hanno facile gioco nell’ottenere quanto chiedono, con un effetto moltiplicatore dei costi per la finanza pubblica”.
Insomma come e più di prima.
Se non bastasse quel decreto disatteso nei fatti è anche impugnato presso al Corte Costituzionale da tutte le Regioni, a scanso di equivoci.
Così sul tavolo del Governo resta solo la finanza locale dei comuni da tagliare. “Per questo al prossimo incontro con l’esecutivo porremo la questione della disparità di trattamento che va contro l’articolo 114 della Costituzione e contro i cittadini”, dice Rughetti.
Ma i comuni hanno effettivamente risparmiato? “Si, lo dice la Corte dei Conti. Nel 2010 la spesa per 8mila amministrazioni era di 70 miliardi, nel 2011 è scesa a 64,6”.
E poi c’è un punto irrisolto, la disparità tra trattamento economico e responsabilità : “I consiglieri regionali non hanno responsabilità amministrativa ma solo politica eppure guadagnano il doppio di un sindaco di città capoluogo di provincia. Un sindaco può essere chiamato in giudizio con profili di responsabilità penale, contabile e civile. E nel 90% dei casi ha compensi da fame. Questo sistema che privilegia alcuni e mette sotto torchio sempre i soliti non può più reggere. Questo diremo a Monti”.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
SARA’ L’ULTIMA REGIONE A VARARE IL PROPRIO BILANCIO… SPARISCONO ANCHE I FONDI ALLA SICUREZZA CARI ALLA LEGA
Il calcolo è tecnico, ma la somma algebrica di tante crepe fa gridare al rischio default per il Veneto.
“La Regione Veneto è in uno stato di completa paralisi” affonda il consigliere regionale del Pd e vicepresidente della commissione Bilancio Piero Ruzzante.
Tutto questo mentre il bilancio sta finalmente facendo il suo iter in aula (“è l’ultimo ad essere approvato tra tutte le regioni d’Italia” commenta l’opposizione) e mentre si sentono scricchiolii sinistri in casa Lega-Pdl, la maggioranza che ancora resiste tra battibecchi e liti sulle rive del Canal Grande.
“È proprio per accontentare le opposizioni che il Consiglio sta affrontando con calma il bilancio — replica il governatore Zaia — per non ritoccarlo più”.
Esercizio provvisorio.
Per la prima volta dopo 30 anni, dicono all’opposizione, dobbiamo sopportare l’onta dell’esercizio provvisorio perchè il bilancio definitivo non è ancora concluso.
Inoltre dai banchi del Pd si scopre che la Regione Veneto ha esaurito la propria capacità di indebitamento, che consisteva in 4,5 miliardi.
Significa che non potrà più fare investimenti nei prossimi anni, “è imballata, unica situazione del genere in Italia” commenta Ruzzante.
I conti
Se a questo si aggiunge la scelta della giunta Galan di cancellare l’addizionale Irpef, facendo mancare alle casse venete 150 milioni l’anno (“il che consentiva una capacità di indebitamento di 600 milioni in più”) e si somma il buco di 1 miliardo e 300 milioni che appesantisce il settore sanità e impone conteggi pesanti (“per 25 anni la Regione dovrà pagare un rientro di 40 milioni l’anno”) si capisce che la situazione non è rosea.
“Siamo l’unica Regione dove non si paga l’Irpef — replica Zaia — i tuoi colleghi giornalisti nelle altre regioni la pagano, dovreste essere contenti”.
“Per non parlare dei buchi nelle controllate regionali” conteggiano di rimando dai banchi dell’opposizione: solo per dire i più noti, 30 milioni di profondo rosso per l’Arpav, l’agenzia per il controllo ambientale, ripianati in parte da risorse pubbliche nel bilancio 2011, il passivo di Veneto strade (società che ha un’esposizione bancaria di 80 milioni di euro) e quello di Veneto agricoltura, che ha speso quasi 200 milioni per un giornalino para-pubblicitario encomiastico e di Avepa, la società per i pagamenti in agricoltura considerata da un consigliere regionale del Pdl “un postificio”.
L’eredit�
Bisogna dire che Zaia, che governa da meno di due anni, si è ritrovato questa situazione — aveva ragione Frigo consigliere del Pd che disse: “Dopo Galan, Zaia troverà solo i muri da imbiancare” — e che a onor del vero sta cercando di trovare dei rimedi. Come quello di vendere o dare in uso a privati alcuni beni demaniali, terreni, ville e proprietà , compreso un intero complesso termale. Si chiama “Programma di dismissioni e valorizzazioni” ed è un pacchetto che sulla carta vale 90 milioni.
Per ora la bilancia dei conti in Regione pende verso il rosso, “anche per l’effetto delle manovre Bossi-Berlusconi che hanno tagliato 450 milioni di risorse che venivano trasferite dallo Stato” incalzano dall’opposizione.
Il nodo del bilancio.
“Siamo la prima regione italiana per afflussi turistici e nel bilancio in approvazione il settore subisce un taglio del 60% rispetto al 2011, 30 milioni in meno”.
Non va meglio per l’altro settore caro ai leghisti al governo in Regione, la sicurezza, che dopo i fasti del passato (22 milioni nel 2008) si ritrova il piatto vuoto: zero euro nel bilancio in approvazione, fondi azzerati.
Le spese legali.
Uno scenario a tinte fosche per Palazzo Balbi, al quale si aggiunge un mistero: le spese legali a bilancio subiscono un incremento del 361% rispetto all’anno scorso. Nell’assestamento di bilancio 2011 erano 4,7 milioni, ora ammontano a 21,7 milioni. Sono 17 milioni in più di cause perse. I contenziosi riguardano il sistema metropolitano ferroviario regionale, annoso progetto per collegare su metro le città venete, e coinvolgono la società Net Engineering e Astaldi.
“Sono risorse di vecchi lodi che io ho ereditato e ora bisogna pagare, roba vecchissima” dice Zaia.
I derivati
Ultimo capitolo delle doleance regionali: una parte dei mutui a tasso variabile di Palazzo Balbi sono impiegati (dalla precedente giunta Galan) in derivati Collar, strumento che serve a limitare il costo del denaro verso l’alto e verso il basso.
Come dire che il detentore rinuncia a una parte delle opportunità di guadagno in cambio di una riduzione del costo del premio. “In sostanza dal 2009 a oggi la Regione ha perso 28 milioni di euro” chiosa Ruzzante: “Certo, Zaia se li è ritrovati sul tavolo già fatti, ma tante altre Regioni quando si sono accorte che non funzionavano hanno rotto i contratti o sono ricorsi al Tar”.
Anche su questo il governatore veneto ha qualcosa da dire: “La comunicazione sui giornali ora l’hanno fatta attraverso Il Fatto quotidiano, ma se vengono in aula con le cifre ne parliamo serenamente, se ci saranno provvedimenti da prendere li prenderemo”.
Sarà , per intanto nel bilancio c’è un taglio di 56 milioni delle spese per il sociale. “Pagheranno più di tutti i cittadini che hanno più bisogno di essere aiutati” chiosa l’opposizione.
Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
ORA RISCHIA DI DECADERE… HA AGEVOLATO UNA MULTINAZIONALE NELLA QUALE LAVORA IL FIGLIO: CONDANNA A UN ANNO E MEZZO DI RECLUSIONE E INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI…SI RISCHIA DI TORNARE AL VOTO
Il governatore del Molise, Michele Iorio, è stato condannato per aver favorito il figlio e ora rischia
di decadere, a pochi mesi dalla sua terza rielezione alla guida della Regione.
I giudici del tribunale di Campobasso hanno emesso una sentenza che potrebbe segnare le sorti del governo regionale.
Iorio, infatti, è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici (per un anno e mezzo).
Ed è proprio l’interdizione che farebbe automaticamente scendere il governatore dallo scranno più alto del Molise, rimandando nuovamente la regione al voto.
Al momento però, la pena è stata sospesa e la difesa ha già annunciato il ricorso in appello.
Per i giudici il governatore, forte del suo ruolo istituzionale, avrebbe aiutato indebitamente la multinazionale Bain &co, dove lavorava il figlio Davide.
Alla società in questione, infatti, erano state affidate consulenze per progetti riguardanti l’autostrada Termoli-San Vittore e per il sistema sanitario regionale.
A inguaiare Iorio, due delibere di giunta (datate 2003 e 2004), proposte all’esecutivo direttamente dal presidente.
Il governatore, inizialmente, era stato accusato anche di concussione, accusa poi caduta in sede di udienza preliminare. E’ però arrivata la condanna per abuso d’ufficio.
Le motivazioni si conosceranno tra novanta giorni.
“L’impianto accusatorio è stato confermato. Sono state accolte le mie richieste. Non ho altro da aggiungere”, ha commentato il pubblico ministero Fabio Papa che per anni ha portato avanti prima l’indagine e poi il processo.
“Si tratta di una sentenza ingiusta. Vedremo cosa accadrà in appello”, ha detto invece Arturo Messere, avvocato di Iorio.
“Io ho le mie convinzioni. Ritengo che il fatto non costituisca minimamente reato”.
I giudici di Campobasso, Michele Russo, Libera Rosaria Rinaldi e Gianpiero Scarlato. hanno anche sancito che il risarcimento dei danni alla parte civile, il Codacons.
Questa non è l’unica inchiesta in cui è coinvolto il governatore del Molise, che da oltre undici anni è alla guida della Regione tra inchieste, polemiche e forti riconferme elettorali.
Iorio è indagato per i soldi del terremoto finiti per acquistare una nave (il Termoli Jet) ed è accusato di aggiotaggio per la vicenda dello Zuccherificio del Molise.
Rischia il processo anche per una vicenda di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, e per favorito una scuola privata nella distribuzione di fondi pubblici.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
ORFEO GORACCI E’ ACCUSATO DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E VIOLENZA SESSUALE PER EPISODI RELATIVI AL PERIODO IN CUI ERA SINDACO DELLA CITTADINA…ALTRI OTTO ARRESTI, TRA CUI L’EX VICE-SINDACO
Una giunta comunale trasformata, secondo la magistratura, in associazione a delinquere finalizzata all’abuso di ufficio e altri reati.
Succede nella rossa Umbria, a Gubbio. Dove sono stati arrestati tre componenti della giunta guidata da Orfeo Goracci, ex sindaco eugubino e attuale vicepresidente del consiglio regionale guidata da Catiuscia Marini.
In manette con l’ex sindaco, anche il vicesindaco Maria Cristina Ercoli, l’assessore all’Ambiente Lucio Panfili, l’ex assessore Graziano Cappannelli e il dirigente comunale Lucia Cecili.
Agli arresti domiciliari, invece, sono finiti un altro ex assessore, Marino Cernicchi, l’ex presidente del Consiglio Comunale, Antonella Stocchi, e l’ex segretario comunale, Paolo Cristiano e Nadia Ercoli, funzionario della polizia municipale e sorella dell’ex vicesindaco Ercoli.
Tutti i politici sono espressione del Prc, tolto Graziano Cappannelli che è un esponente dell’Italia dei Valori, l’unico consigliere in carica del partito.
A Goracci è contestato anche il reato di violenza sessuale aggravato dal fatto che sia stato commesso “nella sua qualità di pubblico ufficiale e all’interno del proprio ufficio di sindaco”.
In particolare, si legge nell’ordinanza firmata dal gip di Perugia, “per avere in due distinte occasioni costretto una dipendente, alla quale inviava numerosi sms e pressanti inviti per intrattenere rapporti sessuali, a subire atti sessuali, baciandola, cingendole le spalle e tirandola a sè, contro la volontà della donna, commettendo il fatto nella sua qualità di pubblico ufficiale e all’interno del proprio ufficio di sindaco”.
Sono tutti accusati — nelle loro qualità di primo cittadino, amministratori e tecnici comunali — di aver dato vita e partecipato ad una associazione per delinquere, attiva dal 2002 “ed ancora in essere”, che avrebbe instaurato “un clima di intimidazione e di paura”, emarginando, danneggiando, minacciando le persone “invise o ostili” al sodalizio e “piegando lo svolgimento delle pubbliche funzioni all’interesse privato”. Un’associazione, si legge nel capo di imputazione, finalizzata a commettere “una serie indeterminata” di reati di abuso d’ufficio, concussione, falso in atti pubblici e soppressione di atti pubblici.
I nove, in particolare, avrebbero “stabilmente piegato lo svolgimento delle pubbliche funzioni al perseguimento di interessi privati consistenti in vantaggi politico-elettorali, mantenimento delle posizioni di potere e sviluppo della carriera, vantaggi economici per se stessi e per soggetti loro legati da vincoli di vicinanza politica, amicizia e sentimentali (per il Goracci)”.
Tutto ciò, “con pari ingiusto danno per la collettività , per i dipendenti e i soggetti estranei all’amministrazione ritenuti invisi o ostili al sodalizio”.
Questi, infatti, “venivano stabilmente posti in condizioni di emarginazione, sfavoriti, danneggiati nello sviluppo della carriera, minacciati, estorti ed ingiustamente penalizzati, in un generale clima di intimidazione e di paura instaurato e mantenuto dal sodalizio all’interno del Comune di Gubbio”.
Con l’allora sindaco Goracci, “definito il re o lo zar”, accusato di aver “promosso, costituito ed organizzato l’associazione a delinquere e gli altri nel ruolo di partecipi”.
Gli interrogatori di garanzia sono in programma tra domani e giovedì davanti al gip di Perugia che ha emesso le misure cautelare.
Per tutti il giudice ha comunque disposto il divieto di incontro con i difensori.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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