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POLVERINI: “COALIZIONE FINITA”: NEL LAZIO IL PDL IMPLODE

Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile

DUE CONSIGLIERI ELETTI NELLA LISTA DELLA PRESIDENTE DELLA REGIONE PASSANO COL PDL… LA POLVERINI DENUNCIA LA “COMPRAVENDITA DI CONSIGLIERI” E APRE LA CRISI: “NON SONO PIU’ DISPOSTA A SPENDERE LA MIA FACCIA PER QUESTI SIGNORI”

Nemmeno la scadenza dei ballottaggi ha funzionato da argine.
Il centrodestra nel Lazio si spacca, frana e rischia di portarsi dietro anche il governo della Regione.
Che ormai la «crisi è aperta» lo decreta la governatrice Renata Polverini a 48 ore dal voto.
Dopo settimane di polemiche per l`exploit della sua lista “Città  nuove” alle amministrative (a Sora e Terracina due suoi candidati domani se la vedranno contro il Pdl), è arrivato quello che la presidente ha definito «un atto ostile del Popolo delle libertà » nei suoi confronti.
Due consiglieri eletti lo scorso anno nella sua lista, Andrea Bernaudo e Giuseppe Melpignano, decidono, a sorpresa, di passare nel Pdl.
La reazione della Polverini è furiosa: «È la fine della coalizione».
Parla di «compravendita di consiglieri alla vigilia di un voto così importante: caso di autolesionismo politico e di totale mancanza di responsabilità  che supera quello dello scorso anno quando non fu presentatala lista del partito. Non sono più disponibile a spendere lamiafacciaper questi signori».
Nessuna diplomazia e nessuna cautela: la frattura è sotto gli occhi di tutti.
E mentre l`opposizione parla di un centrodestra «morto» e «al capolinea», iniziano a delinearsi anche gli schieramenti nel Pdl.
Gianni Alemanno, ad esempio, sostiene la governatrice.
Il sindaco di Roma (che da giorni lavora insieme agli ex finiani Urso e Ronchi e al sottosegretario Andrea Augello a un progetto per spostare il baricentro del partito e che vedrebbe la costituzione di gruppi autonomi in Parlamento ma federati al Pdl) auspica «un chiarimento per rilanciare l`azione del centrodestra».
Poi si fa vedere al fianco della Polverini sul palco di Terracina, a sostegno del candidato Gianfranco Sciscione contrapposto a Nicola Procaccini, Pdl ed ex portavoce del ministro Giorgia Meloni.
Da quel palco la governatrice rincara la dose:
«Qualcuno ha fatto dei giochi di potere per mettermi paura. Ma neanche il diavolo mi mette paura».
Devono intervenire i big del partito, in testa i capigruppo alla Camera e al Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, per richiamare tutta la coalizione al «senso di responsabilità ».
Ma la paura principale è che la Polverini possa chiedere (e ottenere) la sponda del Pd per andare avanti.
Un primo abboccamento c`era stato proprio da parte dei democratici che avevano ipotizzato l`appoggio ai candidati di Città  nuove contro quelli del Pdl. A stoppare qualsiasi «impiccio» è Nicola Zingaretti, presidente della Provincia: «Si vada dritti al voto», afferma.
E così chiedono anche i deputati romani, Enrico Gasbarra e Roberto Morassut.
Il segretario regionale dell`Idv, Vincenzo Maruccio, invita tutta l`opposizione a «riunirsi per definire le strategie comuni».
«Non vogliamo replicare il modello Sicilia», avverte, ricordando l`appoggio dei democratici al governatore Lombardo.
Per ora, l`opzione appare remota.
Ma per capire cosa accadrà  nel centrodestra laziale bisogna aspettare i ballottaggi.
Con lo sguardo rivolto a Sora e Terracina e la testa a Milano e Napoli.

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I LEGHISTI SI SPUTTANANO CON DOSSIER TRA DI LORO: LA STORIA DEL CAPOGRUPPO IN REGIONE CON UN PASSATO DI AFFIDAMENTO AI SERVIZI SOCIALI

Maggio 15th, 2011 Riccardo Fucile

E’ QUANTO EMERGE DALL’INCHIESTA DELLA PROCURA DI BRESCIA DOPO L’ESPOSTO DI DUE GIORNALISTI: AL CENTRO DELLA VICENDA L’ASSESSORE REGIONALE LOMBARDA DELLA LEGA MONICA RIZZI… TRA LE VITTIME DEI SUOI DOSSIER CI SAREBBE ANCHE IL SUO CAPOGRUPPO STEFANO GALLI, “AFFIDATO” ANNI PRIMA AI SERVIZI SOCIALI PER UNA SERIE DI REATI CHE ADESSO VENGONO USATI PER UN REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO

C’è anche Stefano Galli, capogruppo del Carroccio al Consiglio regionale della Lombardia, tra i dossierati della Lega Nord.
La vicenda è quella della guerra sotterranea interna al partito di Umberto Bossi. Una storia brutta e scivolosa portata alla luce dagli esposti di due giornalisti, Leonardo Piccini e Marco Marsili, che hanno denunciato alla Procura di Brescia di essere stati vittime di una illegittima raccolta di informazioni: c’è una piccola macchina del fango verde Padania — giurano i due — che è stata messa in moto per regolare conti interni al Carroccio.
Per mettere in difficoltà  non solo loro, ma anche (anzi, soprattutto) alcuni esponenti leghisti sgraditi a un gruppo di potere interno, pronto a utilizzare anche metodi illegali per fermare le carriere degli avversari.
Questo almeno è ciò che raccontano i due giornalisti, che hanno indicato anche i presunti manovratori della macchinetta del fango padano: l’assessore regionale lombarda Monica Rizzi e la sua maga, la medium Adriana Sossi, titolare dell’agenzia investigativa Cagliostro.
Braccio operativo: un sottufficiale della Guardia di finanza in forza al Comando provinciale di Brescia, il maresciallo Francesco Cerniglia.
Accuse pesanti. Tutte da dimostrare. I due dicono la verità  o stanno calunniando persone innocenti?
L’unica cosa certa, per ora, è che il procuratore aggiunto della Procura di Brescia, Fabio Salamone, ha aperto un’inchiesta “contro ignoti”.
Sono stati interrogati i due giornalisti che hanno presentato gli esposti e alcuni dei presunti dossierati.
Ma ora emerge che tra questi (benchè non ancora interrogato) ci sarebbe anche Stefano Galli.
Ai danni del capogruppo leghista lombardo sarebbe stata estratta dalle banche dati del ministero dell’Interno la scheda con la sua storia giudiziaria.
Tra il 2005 e il 2007 è stato affidato in prova ai servizi sociali, come misura alternativa al carcere.
Galli fu denunciato per vilipendio della bandiera, perchè nel 1997, durante un comizio, disse: “Io il Tricolore l’ho appeso nel cesso e da quel momento non ho più avuto problemi di stitichezza”.
Ma gli insulti all’italianità  sono reati d’opinione e per di più considerati titoli d’onore dentro la Lega.
Più duro digerire ciò che la fedina penale racconta sui primi passi del giovane Galli.
Nel 1984 si prese una condanna a 3 anni e 8 mesi per un pestaggio con sparatoria avvenuto in Valtellina. Lesioni personali, articolo 582 del codice penale.
Più tardi, entrato nella Lega, fu denunciato da una compagna di partito alla quale avrebbe dato un ceffone durante una discussione politica.
Seguirono condanne e, in alternativa al carcere, un primo affidamento in prova ai servizi sociali, nel 1986.
Storie vecchie. Riportate alla luce dai misteriosi manovratori della macchina del fango padana. Perchè?
Per escludere Galli dalle decisioni sui manager sanitari lombardi, ipotizzano i due giornalisti.
Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 si consuma, infatti, l’ultima lottizzazione delle poltrone di Asl e ospedali, con la Lega in corsa per riempire molte caselle. Tagliato fuori Galli, è Monica Rizzi a trattare con il presidente Roberto Formigoni nomi, cariche e sedi.

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TODOS CABALLEROS: IN SICILIA TRA I FORESTALI VI SONO 841 UFFICIALI E SOLO 14 AGENTI

Maggio 5th, 2011 Riccardo Fucile

IL BOOM DAL 2007 CON LE PROMOZIONI AUTOMATICHE PER ANZIANITA’, ORA DICONO CHE SERVIREBBERO 1.300 PERSONE….LA REGIONE PENSA A NUOVE ASSUNZIONI PER EVITARE LA PARALISI

È il corpo di polizia più pazzo d’Italia, dove tutti comandano ma non c’è nessuno che possa obbedire.
È quello della forestale della Regione Siciliana, composto da ben 841 tra commissari e ispettori, cioè ufficiali e sottufficiali, che sulla carta dovrebbero coordinare una truppa di 14 agenti.
Qui tutti hanno i gradi e le stellette, e nessuno è soldato semplice.
Il risultato? Non solo in Sicilia non è rimasto più nessuno da “comandare”, ma ci sono più commissari e ispettori che in tutto il corpo forestale dello Stato, dove gli ufficiali sono 428 a fronte di 7111 agenti.
Un paradosso tutto siciliano, che la Regione guidata da Raffaele Lombardo ha appena scoperto facendo una ricognizione della pianta organica.
E adesso, per metterci una pezza, si cerca disperatamente una truppa da far comandare ai tanti ufficiali, con l’amministrazione che vorrebbe riqualificare del personale interno, visto che la Regione ha appena assunto nei ruoli 5400 precari, chiaramente senza alcun concorso.
“Per fortuna una norma prevede in questi casi l’assegnazione di mansioni anche inferiori ai graduati, in caso contrario avrei dovuto già  chiudere il corpo, rischio che rimane tale perchè in tutto ho un organico di 848 persone e ne ho bisogno di almeno 1.300”, dice il neo direttore della Forestale, Pietro Tolomeo, che si è trovato sul tavolo i dati che hanno messo nero su bianco questa assurdità , iniziata durante gli anni dall’ex governo Cuffaro: precisamente il 20 aprile 2007, quando è stato consentito l’avvio di promozioni automatiche con la semplice anzianità  di servizio. Il paradosso però adesso è sotto gli occhi di tutti.
Nel dettaglio il direttore Tolomeo guida un comando nel quale ci sono 148 commissari che guadagnano circa 2.400 euro netti al mese (in organico dovrebbero essere solo 80), 693 ispettori con stipendio da 2.100 euro al mese (in organico dovrebbero essere 200) e solo 14 tra sovrintendenti e agenti con stipendio da 1.400 euro.
Secondo la pianta organica, che sempre sulla scia dei paradossi siciliani è stata fissata con lo stesso decreto che promuoveva tutti, gli agenti in ruolo dovrebbero essere 1.100.
Ed è proprio su quest’ultimo numero che l’amministrazione e perfino i sindacati si appigliano ora per incrementare l’organico.
Gli ufficiali e i sotto ufficiali, infatti, si lamentano perchè svolgono mansioni che non sono di loro competenza: “Io ho 50 anni è sono costretto da solo a fare il lavoro dell’agente e del sovrintendente – dice l’ispettore Gerlando Mazzà , del Cobas-Codir – Qui in passato sono stati fatti sprechi ed errori, ma le conseguenze le stiamo pagando noi, perchè con un organico ridotto e così squilibrato nessuno può avere ambizioni di carriera”.
Numeri alla mano, comunque, anche con un organico “ridotto” a 848 unità , la Sicilia non si può lamentare rispetto ad altre regioni d’Italia che hanno una densità  boschiva certamente superiore rispetto a quella dell’isola: a esempio, in Veneto i berretti verdi sono 425, tra graduati e agenti, in Toscana 630.
Per non parlare della Valle d’Aosta o del Friuli Venezia Giulia, che nonostante le Alpi hanno corpi di polizia forestale composti rispettivamente da 157 e 298 unità .

Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica“)

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DUE CANDIDATI “IMPRESENTABILI” E CONDANNATI RIAMMESSI IN REGIONE CAMPANIA CON L’OK DI BERLUSCONI

Maggio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

FUTURO E LIBERTA’ E PD ACCUSANO: “CALDORO DISSE CHE NON VOLEVA GENTE COSI’, MA ORA SE LI DEVE TENERE”…NONOSTANTE LE CONDANNE PER PECULATO E ASSOCIAZIONE MAFIOSA RIENTRANO IN CONSIGLIO REGIONALE GAMBINO E CONTE CON UN DECRETO AD HOC DI BERLUSCONI: PORTANO VOTI

Condannati, ma portano consensi.
Pd e Fli accusano: “Caldoro disse che non voleva gente così, ma ora se li deve tenere”.
Gli impresentabili, eletti nelle istituzioni malgrado le condanne per peculato o per associazione mafiosa, son tornati.
E a dargli il via libera per sedere nel consiglio regionale della Campania, guarda caso a ridosso delle elezioni amministrative di Napoli, è stato un decreto del presidente del Consiglio.
Il premier Berlusconi con i decreti 824 e 825, firmati tre giorni fa, ha preso atto dei ricorsi vinti dai due consiglieri Alberico Gambino e Roberto Conte, che erano stati eletti ma immediatamente sollevati dal consiglio.
E, modificando il proprio precedente decreto – senza attendere l’esito di ulteriori reclami in corso, nè valutare le incompatibilità  pre-esistenti – ha disposto il reintegro in aula di Gambino e Conte.
Politici dai profili molto controversi, e oggi tutti e due macchine porta-voti del Pdl.
Gambino, appena tornato anche sindaco di Pagani, vicinissimo al senatore e presidente di quella Provincia Edmondo Cirielli, è stato condannato in primo e secondo grado per peculato:   caduta, invece, la concussione.
Roberto Conte, trasmigrato dal centrosinistra al centrodestra, e l’anno scorso eletto in una lista («Alleanza di popolo») a sostegno del governatore Pdl Stefano Caldoro, è stato invece condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dietro la sentenza, una storia di voto di scambio tra Conte e il clan camorristico Misso.
Lo stesso Conte risulta inoltre coinvolto in un’altra inchiesta e rinviato a giudizio in un terzo processo sui “Fitti d’oro”, truffa consumata ai danni di uffici istituzionali.
Proprio in questo procedimento, capolavoro dei paradossi, si è costituita come parte civile la stessa Regione Campania in cui Conte si appresta a sedere, trionfante.
D’altro canto, in queste ore, tra le 11 liste a sostegno di Lettieri, ve n’è una che porta il timbro di Conte, “Insieme con Napoli”, dove ha piazzato quattro dei suoi fedelissimi.
Condanna immediata dalle opposizioni.
«Pensavamo avessero il pudore di farlo dopo le elezioni, ci sbagliavamo, sono atti inqualificabili», sottolinea il segretario regionale Pd, Enzo Amendola. Il vicepresidente di Fli Italo Bocchino tuona: «Ormai è chiaro che Pdl e questione etica della politica stanno agli antipodi».
Cade un’altra ipoteca forte sull’esito del ballottaggio di Napoli?
«Se dovessero andare alla sfida finale il candidato di centrosinistra e quello di centrodestra, noi ci sentiremmo distanti da entrambi. Però sapremmo anche che da un lato c’è un prefetto dello Stato e dall’altro l’espressione di Cosentino e di gente come Conte».
Da parte di Bocchino, anche la stoccata al governatore Pdl Caldoro: «Un anno fa, il governatore aveva correttamente detto che lui non voleva assolutamente i voti di Conte, ma ora, per garantire il pacchetto di consenso di Conte al candidato Lettieri, se li tiene, eccome».
Va ribadito che il termine di sospensione dall’aula, fissato in diciotto mesi, era già  scaduto per entrambi gli eletti.
Ma non vi era urgenza nell’esecuzione, sostengono i legali dei consiglieri regionali che ora dovranno uscire per effetto del reintegro: l’orientamento giurisprudenziale suggerisce di attendere la fine dei reclami oggi sospesi, proposti sia dall’avvocatura regionale, sia da coloro che erano subentrati, Carmine Sommese al posto di Conte e Monica Paolino per Gambino.
«Il mio ricorso è in discussione in Tribunale il 6 maggio: si trattava di attendere una settimana», spiega Sommese.
E la Paolino, moglie a sua volta del sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, ha inviato addirittura una lettera di diffida alla presidenza della Regione: Gambino è già  sindaco a Pagani e deve risolvere la incompatibilità  con la carica di consigliere regionale.
Parola d’ordine, imbarazzo.
Perfino Nicola Turco, presidente nazionale di “Alleanza di popolo”, la lista che un anno fa decretò per Roberto Conte un trionfo di 10mila preferenze alla Regione, e produsse un certo imbarazzo a Stefano Caldoro, oggi se la dà  a gambe: «Stiamo annullando tutto di quella votazione. Sono stato all’autorità  giudiziaria a raccontare che Conte e i suoi amici falsificarono le firme della lista. Ho scoperto che mentre io registrai il partito a febbraio 2010, loro avevano apposto le firme già  il 4 gennaio 2010. No basta, non voglio avere più nulla a che fare con questi. Mio figlio di 13 anni mi dice ancora: “Papà , ma chi avevi messo nella lista con te, uno del genere?”».

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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LA SAGA DELL’ASSESSORE REGIONALE LEGHISTA MONICA RIZZI MAI LAUREATA CONTINUA: DALLA MAGA AL DOSSIER

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA LEGHISTA DELLA VALCAMONICA CHE HA SVEZZATO RENZO BOSSI PER POI DIVENTARE ASSESSORE LOMBARDO ALLO SPORT, OLTRE ALLA MAGA DI FIDUCIA ORA E’ CHIACCHIERATA PER AVER ORDINATO DOSSIER AI DANNI DI AVVERSARI INTERNI DEL SUO STESSO PARTITO

Protagonista, un sottufficiale della Guardia di finanza in forza al Comando provinciale di Brescia, il maresciallo Francesco Cerniglia, in contatto con l’assessora e la sua maga.
Avrebbe creato dossier illegali su esponenti del Carroccio considerati “traditori” della Lega o comunque concorrenti o avversari personali di Monica Rizzi.
Tra le vittime del dossieraggio ci sarebbero l’ex consigliere regionale Ennio Moretti, il vicesindaco di Salò, un dirigente dalla Asl di Mantova e due giornalisti, Marco Marsili, ex addetto stampa di Monica Rizzi, e Leonardo Piccini, collaboratore del “Fatto Quotidiano”.
Sono gli ultimi due a sostenere che il maresciallo avrebbe redatto dossier illegali, anche attingendo informazioni da banche dati delle forze di polizia.
Accuse gravi.
Sarà  ora la Procura di Brescia, a cui i due giornalisti si sono rivolti, a verificare se le loro denunce sono fondate.
Una prima conferma la dà  Giulio Arrighini, ex parlamentare del Carroccio poi uscito dal partito e oggi segretario nazionale della Lega Padana.
Racconta di aver ricevuto la visita di un misterioso personaggio che non si è presentato, ma gli ha fatto vedere un faldone pieno di cartelline con notizie sulla vita privata di esponenti della Lega.
Arrighini ha annusato odor di vendette interne al partito e ha detto di non essere interessato alla merce.
Non ha alcuna certezza, naturalmente, che si trattasse di Cerniglia o di materiale riconducibile a lui.
Secondo i due giornalisti che hanno presentato la denuncia, però, il maresciallo collabora, nel tempo libero, con la Cagliostro Investigazioni, un’agenzia privata di Brescia che fa capo proprio ad Adriana Sossi, la maga di Monica Rizzi nonchè autrice dell’imperdibile libro “La mia vita con gli spiriti”: Adriana è in contatto, beata lei, con “un extraterrestre della galassia di Oron”, ma è anche beneficiaria di una collaborazione remunerata (4 mila euro) con la Regione di Roberto Formigoni.
Ottenuta naturalmente grazie a Monica Rizzi, che già  da mesi deve affrontare cattiva stampa a causa di alcune sue mosse false.
La prima è l’esibizione di un titolo di “psicologa e psicoterapeuta infantile”, specializzata nel “recupero dei minori abusati”, senza ahimè essere iscritta all’Albo degli psicologi, nè avere uno straccio di laurea.
La seconda è una letteraccia, rivelata dal “Fatto Quotidiano” il 10 marzo, inviata all’assessore al lavoro della Provincia di Brescia per protestare contro una funzionaria dell’ispettorato provinciale del lavoro colpevole di aver fatto i controlli di legge in aziende in cui è coinvolto il suo fidanzato, l’imprenditore Alessandro Uggeri.
Ora arriva la storia dei dossieraggi.
Chissà  se la sua maga di fiducia l’aveva previsto.

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ARRESTATO CONSIGLIERE REGIONALE SICILIANO DELL’MPA, EX PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA: ACCUSATO DI TRUFFA ED ESTORSIONE

Aprile 27th, 2011 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI RICCARDO MINARDO, AI DOMICILIARI E INDAGATO CON LA MOGLIE E ALTRE TRE PERSONE…L’INCHIESTA RUOTA INTORNO AL COPAI E ALL’ACQUISTO DI PALAZZI NOBILIARI… TANGENTE DI OLTRE 100.000 EURO ESTORTA AD AGRICOLTORI PER L’OTTENIMENTO DI FONDI PUBBLICI

Si sarebbe reso responsabile di una «gestione privatistica» di fondi pubblici e avrebbe falsificato documenti per accedere a erogazioni provenienti dallo Stato, dalla Regione siciliana e da altri enti pubblici.
Per questi motivi il deputato regionale siciliano del Mpa Riccardo Minardo, presidente della I commissione dell’Ars Affari istituzionali ed ex parlamentare nazionale di Forza Italia, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza, insieme ad altre quattro persone, nell’ambito di un’inchiesta su una presunta truffa legata a finanziamenti statali ed europei.
Le accuse nei suoi confronti sono di associazione per delinquere, truffa aggravata, malversazione ai danni dello Stato ed estorsione aggravata.
Oltre al politico di Modica, gli arresti domiciliari sono stati concessi anche agli altri quattro indagati: sua moglie, Giuseppa Zocco, il presidente del Consiglio di amministrazione del Copai, Rosaria Suizzo, il marito della donna Mario Barone, proprietario di alcune società , e Pietro Maienza, legale rappresentante di una di queste.
I cinque provvedimenti di custodia cautelare sono stati firmati dal Gip di Modica, Patricia Di Marco.
Secondo l’accusa di estorsione Minardo, in concorso con Giuseppe Ruta e Rosaria Suizzo, avrebbe costretto quattro imprenditori agricoli «attraverso la minaccia ed il paventato pericolo di decadere dal finanziamento per scadenza dei termini, nonchè di dover restituire le somme già  percepite a titolo di acconto» a consegnare loro la somma di oltre centomila euro.
Minardo era stato incaricato dagli imprenditori agricoli di istruire le loro istanze per accedere ai fondi POR 2000-2006.
Con l’accusa di malversazione ai danni dello Stato, è indagata anche la figlia del politico, Serena Minardo.
Le indagini avrebbero consentito «di accertare l’esistenza di una realtà  associativa criminosa composta dagli indagati, legati da un apparato organizzativo suscettibile di essere ripetutamente utilizzato per la commissione di un numero imprecisato di delitti e concretamente utilizzato in molteplici vicende».
Secondo la Gdf dalle indagini è emersa «la gestione privatistica del patrimonio del Copai, formato integralmente da fondi di provenienza pubblica, da parte degli indagati, tra i quali vi erano notevoli flussi finanziari all’apparenza privi di qualsiasi giustificazione».
Le indagini avrebbero riscontrato «il complesso meccanismo di frode gestito dagli indagati, anche mediante la creazione di falsi documenti: false fatture, falsi verbali di assemblea, false dichiarazioni di quietanza, e finalizzato a percepire indebitamente erogazioni provenienti dallo Stato, dalla Regione siciliana e da altri enti pubblici e a destinarli a finalità  di personale arricchimento e comunque diverse da quelle previste, nonchè a percepire illecitamente da privati profitti non dovuti».

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IL VENETO LEGHISTA TAGLIA I SUSSIDI AGLI INVALIDI (SENZA DIRLO)

Marzo 31st, 2011 Riccardo Fucile

DALL’ARRIVO DELLA GIUNTA ZAIA VENGONO LIQUIDATI SOLO GLI ACCONTI, OVVERO IL 60% DELLA CIFRA…I PAGAMENTI SONO IN RITARDO PERCHE’ MANCANO I SOLDI: TAGLI AL SOCIALE, MA AUMENTI DEGLI STIPENDI DEI CONSIGLIERI REGIONALI

Quanto costa in Veneto mantenere una madre malata e invalida al 100 per cento, se si aggiunge magari anche un padre da assistere?
Mamma e papà  anziani costano ai familiari 2.500 euro solo di assistenza, poi c’è il resto.
Oltre la metà  se ne va per la madre, che ha 79 anni e la necessità  di due badanti straniere (“pagate in nero perchè per metterle in regola si arriva a tirar fuori il doppio, e non ce lo possiamo permettere”).
La prima badante, una ragazza serba da qualche anno a Vicenza, si occupa della mamma invalida giorno e notte con qualche ora di riposo al pomeriggio, due o tre ore al massimo durante le quali viene sostituita dall’altra badante, serba pure lei.
Quindi?
Siamo a Vicenza, ma potremmo essere in qualsiasi altro luogo del Veneto e d’Italia.
Ecco la storia.
Una mamma anziana si ammala, ha il morbo di Parkinson.
All’inizio i figli decidono di assisterla facendo turni settimanali, notti comprese. Poi il morbo degenera, e la fatica di andare al lavoro per chi ha assistito di notte la mamma diventa pesantissima.
Si decide di prendere una badante; ma presto anche lei avrà  bisogno di alternarsi qualche ora con un’altra badante, per riposare e seguire le proprie cose.
“Dobbiamo ringraziare queste persone che curano i nostri anziani con amore e professionalità , senza di loro saremmo disperati” racconta uno dei figli dell’invalida, sposato e padre di una ragazza di 20 anni, un lavoro da dipendente in un’azienda privata e un mutuo sulle spalle. “Come me anche gli altri fratelli hanno famiglia, figli e mutuo; tutti abbiamo molte spese, ma per la mamma nessuno si è mai tirato indietro”.
Quando la situazione peggiora e la signora diventa invalida al 100 per cento i fratelli decidono di fare domanda in Regione per un aiuto. “Eravamo tutti allo stremo delle forze e dei soldi”.
La signora di Vicenza viene inserita, come molti altri nelle sue condizioni, in un finanziamento erogato dai servizi sociali regionali, un “assegno di cura” destinato alle persone non autosufficienti allo scopo di “sostenerle nella scelta di continuare a vivere nel proprio domicilio”, si legge nel bando.
Tradotto in cifre, l’inferma riceve 320 euro mensili per essere curata tra le mura domestiche.
Poca cosa rispetto ai costi reali, ma è già  qualcosa.
Negli ultimi due anni però la cifra si assottiglia.
“Dall’arrivo della giunta Zaia in Regione — racconta uno dei figli — ci vengono liquidati solo degli acconti, circa il 60 per cento dell’intero importo”.
Da due anni arrivano in casa 190 euro in due soluzioni semestrali, per coprire tutte le spese di un’invalida che necessita di cure costanti giorno e notte.
Un giorno forse arriverà  il saldo.
“Siamo andati all’ufficio servizi sociali di Vicenza — raccontano i familiari — dove una signora gentile ci spiega che non ci sono soldi, e quindi in Regione sono indietro di un anno e mezzo con il saldo”.
L’ultima di queste visite è la più preoccupante: “L’impiegata ci ha spiegato che forse dalla fine dell’anno non riceveremo più nemmeno l’acconto al 60 per cento, perchè i fondi sono terminati”.
In Regione non confermano e non smentiscono ufficialmente. “Ci hanno detto che sono in ritardo con il saldo per mancanza di fondi ma arriverà  — dice uno dei figli — non capiamo però la compatibilità  tra tagli al sociale e aumento sostanzioso di stipendio dei consiglieri regionali appena varato”.
Per quanto riguarda la cessazione dell’assegno, la risposta è ancora più vaga: “Sarà  una decisione politica in cui verranno coinvolti anche i sindaci”.
In sostanza i sindaci decideranno se la Regione dovrà  investire sulle case di cura per anziani, dove ci sono liste d’attesa lunghissime e costi che arrivano a 1.500 euro a testa, o sui contributi da dare per essere curati a domicilio.
Un’emergenza destinata a triplicarsi, mentre la scure dei tagli si abbatte soprattutto sulle spese destinate al sociale, almeno 50 milioni in meno nell’ultimo bilancio.
“Noi li tiriamo fuori con il cuore i soldi per la mamma — concludono i figli dell’inferma di Vicenza — ma quando non ce la faremo più chi ci aiuterà ?”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA MINETTI: “RESTERO’ IN POLITICA, VOGLIO LA FARNESINA”: DOPO FRATTINI IN EFFETTI NON C’E’ PIU’ LIMITE AL PEGGIO

Marzo 30th, 2011 Riccardo Fucile

LA CONSIGLIERA REGIONALE DEL PDL ANNUNCIA LA SUA STRATEGIA: LINEA DIFENSIVA AFFINE A QUELLA DEL PREMIER CHE E’ UNO CHE “MANTIENE SEMPRE LE PROMESSE”…. SILVIO NON E’ PIU’ UN “PEZZO DI MERDA”, LEI UNA GIOVANE FORTUNATA CHE VIENE DALLA SOCIETA’ CIVILE E CON UN FUTURO DA MINISTRA DEGLI ESTERI…IL SUO MODELLO E’ LA GELMINI

Pantaloni rossi e aderentissimo pullover color crema, Nicole Minetti ti guarda di sottecchi, dietro la sua scrivania da consigliere regionale, quando le chiedi di Berlusconi.
Poi sembra andare in automatico: “Affascinante, molto generoso, uno che mantiene sempre le promesse”.
Ma un difetto, uno solo, ce l’avrà  anche lui, no?
“Troppo impegnato. E con troppe donne attorno che lo corteggiano”.
Sembra che lei questo difettuccio l’abbia un po’ assecondato, nel suo ruolo di procacciatrice di ragazze…
“Ma come si permette? Nessuna delle ragazze che compaiono nelle intercettazioni è stata presentata da me al presidente. Ci si ritrovava a cena, con Silvio si era creato un rapporto di amicizia. Era una specie di grande famiglia”.
I verbali offrono un quadro un po’ diverso. Non crede che la sua immagine sia ormai compromessa?
“Sì. Questo per me è ovviamente un problema, che spero di risolvere impegnandomi al massimo nel mio ruolo istituzionale: in Regione io non mi perdo una seduta”.
Non ha faticato molto per guadagnarsi un posto in consiglio regionale: listino bloccato, così ha voluto il presidente…
“Sono sincera: nella vita ci vuole anche un po’ di fortuna. Ma non c’è nulla di male nell’aiutare una donna giovane che viene dalla società  civile e vuole affacciarsi alla politica”.
Società  civile? Consigliere Minetti…
“Senta, adesso sta a me dimostrare quello che valgo. Se alla fine del mandato non ci sarò riuscita, mi tirerò indietro. Deve sapere che per le donne quello della politica è un mondo difficile. Essere giovane e carina può essere un handicap”.
Largo ai giovani
“E alle donne. In tutti i partiti”.
Chi è il suo modello?
“Mariastella Gelmimi. Riesce a conciliare molto bene la famiglia e la politica. E poi è stata la prima donna del Pdl con cui io ho avuto un contatto, ha avuto la sensibilità  di capire che ero un po’ in difficoltà  quando è venuta fuori questa faccenda: carina, molto carina”.
E dall’altra parte c’è qualcuno che stima?
“Matteo Renzi. C’è bisogno di svecchiare. A destra e a sinistra”.
Come si immagina tra dieci anni?
“Sposata e con tanti figli”.
Ancora in politica?
“Certo. Magari ministro, perchè no?”.
Se la Gelmini è un modello…
“Ma io preferirei gli Esteri”.
Nell’attesa c’è da superare lo scoglio del processo. È possibile che la sua linea difensiva si discosti da quella di Berlusconi?
“Lo escludo. È una linea assolutamente affine a quella del presidente”.
Il suo avvocato Daria Pesce in tv aveva fatto capire il contrario…
“E allora lo chieda a lei”.

Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)

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IN LIGURIA SONO RIUSCITI A TAGLIARE I TAGLI ALLE AUTO BLU

Marzo 30th, 2011 Riccardo Fucile

SPARITA DAL BOLLETTINO UFFICIALE LA NORMA ANTI-SPRECHI… IN REGIONE DOVEVANO DECURTARE I RIMBORSI, ERANO TUTTI FAVOREVOLI, MA, AL MOMENTO DI   ATTUARLA, LA NORMA E’ SCOMPARSA NEL SILENZIO GENERALE

Rigore all’italiana: alla Regione Liguria hanno tagliato tutto.
Perfino i tagli.
Proprio così: è bastato un emendamento “invisibile” e magia… le riduzioni di stipendio per assessori e presidenti (della giunta e del consiglio regionale) che usano le auto blu sono state eliminate.
Senza che nessuno, o quasi, se ne accorgesse.
Tutto comincia nel 2009, periodo di tagli selvaggi per gli enti locali.
Il governo dà  una sforbiciata ai trasferimenti alla Liguria: 70 milioni in meno rispetto all’anno precedente.
I liguri se la passano male, sulla sanità  incombe un buco di bilancio da decine di milioni, vengono chiusi ospedali, ridotti all’osso servizi essenziali perfino per i malati psichiatrici.
Allora, ecco che la Regione decide di dare il buon esempio, annunciando tagli in casa propria.
Con qualche frecciata ai colleghi di altre amministrazioni: “La Liguria — ricorda l’assessore al Bilancio, Pippo Rossetti — per gli emolumenti a consiglieri e assessori è tra le più basse d’Italia: mi chiedo per quale motivo non si vanno a cercare le Regioni a statuto speciale dove arrivano un sacco di soldi, come la Sicilia che ha 24mila dipendenti”.
Si parte dalle odiatissime auto-blu, il simbolo della Casta, che in Italia pare siano 620mila.
“Noi ne abbiamo 12, mentre la Sicilia ne ha 170”, spiega il presidente Claudio Burlando.
È il simbolo, però, che conta: anche quelle dodici auto devono essere tagliate.
È scritto nero su bianco nel Bollettino che riporta la Finanziaria regionale 2009: “Dal primo gennaio 2010 il rimborso forfettario mensile è decurtato del 20 per cento nel caso in cui il beneficiario abbia diritto a utilizzare usualmente l’automobile di rappresentanza o di servizio, salvo dichiarazione di rinuncia”. La norma modifica la legge 3 del 1987 sul trattamento economico dei consiglieri regionali.
Un bel segnale: chi vuole l’auto blu se la deve pagare di tasca propria. Un’iniziativa che raccoglie il plauso unanime delle forze politiche: “Basta privilegi”.
Qualcuno, però — come i cronisti di Radio Babboleo News — non dimentica quella norma e un anno dopo (il 29 dicembre 2010) va a spulciarsi il Bollettino Regionale che riporta la Finanziaria 2010, in vigore dal primo gennaio 2011. Dei tagli alle auto blu nemmeno l’ombra.
Chissà , forse la norma si presume sottintesa anche se non espressamente menzionata in quel mare magno di leggi.
E invece no.
Il mistero viene svelato appena dodici giorni dopo, nel Bollettino del 12 gennaio 2011.
In mezzo a pagine e pagine di norme compare un avviso di rettifica: “Il comma 3 dell’articolo 4 della legge regionale 3 del 1987 e successive modifiche e integrazioni è abrogato”.
Una riga e mezzo, nessuno ci fa caso, anche l’occhio più smaliziato farebbe fatica a capire che cosa si nasconde dietro quella selva di richiami ad articoli e commi.
Ma i giornalisti di Babboleo News non si arrendono, alla fine capiscono di che cosa si tratta.
Quella “rettifica”, che doveva passare inosservata, restituisce centinaia di euro al mese.
Non ai cittadini, ma a presidenti e assessori.
In consiglio regionale pare che fossero tutti d’accordo: unanimi nel cancellare la norma anti-auto blu che appena un anno fa — anche stavolta unanimi — avevano sostenuto.
Insomma, per dirla con parole semplici: addio alla decurtazione dell’indennità  per chi usa l’auto blu.
Si torna ai vecchi sani principi: paga la Regione.
Una novità  di cui quasi nessuno si era accorto, tranne le manine che l’hanno fatta inserire nella Finanziaria (guarda caso in una postilla contenuta in un supplemento).
Ma adesso trovare l’autore è un’impresa.
Non se n’era accorto, pare, perfino qualcuno dei beneficiari.
Come lo stesso presidente Burlando, che appena informato della buccia di banana messa sul suo cammino sarebbe andato su tutte le furie: “Siamo i più morigerati d’Italia.
Ci siamo ridotti gli stipendi prima che lo chiedesse Tremonti”, assicura Burlando.
E le auto blu? “Appena ho saputo dell’emendamento ho chiesto ai miei assessori che usano l’auto nel tragitto casa-ufficio di restituire il denaro già  percepito e di scrivere una lettera per rinunciare al privilegio”.
Insomma, i soldi per adesso tornano nelle casse pubbliche.
E non sono spiccioli: quelle due righe avrebbero fatto risparmiare a ogni assessore 800 euro al mese.
Sessantamila euro l’anno per tutta la Giunta.
Ma la norma anti-auto blu non esiste più.
E scadute le lettere di rinuncia ai benefici… sarà  tutto come prima.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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