Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER A PORTA A PORTA: “LO ABBIAMO FATTO PER DARE LUNGA VITA AL GOVERNO”
“Il nome della nostra nuova sfida sarà Italia Viva”. Matteo Renzi, ai microfoni di Porta a Porta,
ha svelato il nome del nuovo partito, dopo la scissione lampo – senza pathos e senza popolo – dal Pd.
Italia Viva, dunque: uno slogan che Renzi aveva già usato per la Leopolda 2012: “Viva l’Italia viva”. E che, prima di lui, aveva usato anche Walter Veltroni per la campagna elettorale del 2008.
Quanto ai numeri, “sono più di 40 i parlamentari che stanno con noi. 25 deputati e 15 senatori. Domani pomeriggio renderemo noti i nomi. Ci sarà un sottosegretario, non due”.
Al Senato ci sono già 8 nomi certi: lo stesso Renzi, Francesco Bonifazi, Teresa Bellanova, Davide Faraone, Ernesto Magorno, Tommaso Cerno, Eugenio Comincini, Laura Garavin. A cui dovrebbero aggiungersi – secondo quanto risulta ad HuffPost – Nadia Ginetti, Leonardo Grimani, Giuseppe Cucca, Mauro Marino, Francesco Giacobbe, Andrea Ferrazzi e Mauro Laus. E siamo a 15 senatori.
Alla Camera, invece, i sicuri sono Giachetti, Nobili, Ascani, Anzaldi, Carè, Librandi, Boschi, Di Maio, Mor, Marattin, Fregolent, Scalfarotto, Rosato, Migliore, Annibali, Del Barba, Paita, Gadda, De Filippo, Rossi.
Incerti ma, secondo quanto risulta ad HuffPost orientati verso il sì, Tabacci e Fusacchia di +Europa. Anche Magi ci starebbe pensando. Incerti del Pd: Noia e D’Alessandro.
“Il governo non ha problemi”, ha rassicurato l’ex premier. “Lo abbiamo fatto apposta per dare lunga vita all’esecutivo”. E Nicola Zingaretti “resta un amico, gli auguro ogni bene, non ho nessuna polemica da fare con lui”.
“Io voglio molto bene al popolo del Pd. Per sette anni ho cercato di dedicare loro la mia esperienza politica. Dopodichè i litigi e le divisioni erano la quotidianità ”.
“Il partito novecentesco non funziona più – ha detto Renzi – C’è bisogno di una cosa nuova, allegra e divertente. Noi – ha aggiunto – vogliamo parlare a chi crede nella politica, ma non in politichese”.
“Parlare di scissione dà l’idea di un’operazione di palazzo. Intendiamoci, non facciamo le verginelle. C’è anche quella: è stata un’operazione di palazzo mandare a casa Matteo Salvini”. I parlamentari? “Li ho lasciati tutti a Zingaretti”.
“Sindaci e governatori è corretto che restino dove sono, fanno bene. Il mio amico Nardella ha fatto benissimo a restare lì. La mia non è un’operazione per portar via governatori ma per far sì che la gente si entusiasmi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
RENZI IN SERATA VEDE PARLAMENTARI PRONTI ALLA SCISSIONE…. POTREBBERO SEGUIRLO I DEPUTATI DI +EUROPA E QUALCHE SENATORE DI FORZA ITALIA
Una cena per contarsi. Non più una cena di corrente, bensì ormai una cena di partito. Matteo Renzi nel pomeriggio registra la puntata di Porta a Porta, durante la quale ribadirà la scissione dal Pd, e subito dopo vedrà i parlamentari che lo seguiranno nella creazione dei nuovi gruppi alla Camera e Senato.
“Quanti siamo? La riunione di stasera serve anche questo. Lo capiremo”, un esponente tra i fedelissimi dell’ex segretario risponde così alla domanda che oggi fa capolino nei palazzi.
Qui, nei corridoi attorno all’Aula della Camera, non si parla d’altro. Caffè, contatti, ammiccamenti. I fedelissimi di Renzi provano a sondare il terreno per provare ad allargare i numeri il più possibile.
Bruno Tabacci e Alessandro Fusacchia di +Europa sarebbero in odor d’uscita per confluire nel nuovo gruppo parlamentare. Anche Riccardo Magi ci starebbe pensando. Le trattative sono in corso e nelle prossime ore il quadro sarà più chiaro.
In un primo momento l’ex premier sembrava intenzionato ad uscire dal partito e portare con sè solo alcuni esponenti a lui vicini. Ora però tutto è cambiato e si va verso una prova muscolare.
Un parlamentare, che sta studiando le prossime mosse da compiere, spiega che anche al Senato potrebbe esserci un progetto più ampio che va al di là del semplice passaggio al gruppo Misto. “Stiamo valutando i regolamenti, con qualche deroga e l’aiuto della presidente Casellati si potrebbe formare un gruppo con l’appoggio di Nencini che fornirebbe il simbolo”. Tutto però è in divenire
Fino a ieri sera i senatori pronti a lasciare il Pd erano cinque o sei, tra cui Faraone, Bellanova, Bonifazi e Ginetti, ma ora Renzi starebbe tentando di allargare il fronte, contattando, spiegano diverse fonti, altri parlamentari che potrebbero essere presenti questa sera alla cena.
Non si sa se l’ex segretario riuscirà ad andare oltre alla decina, ma al momento avrebbe intenzione di cercare di arrivare, anche qui, al maggior numero possibile perchè ormai la separazione consensuale auspicata da diversi renziani non c’è.
Lo stesso fronte renziano sta vivendo un vero e proprio dramma. Anche dal punto di vista dei rapporti umani. Basti pensare che nei mesi scorsi Lorenzo Guerini e Luca Lotti hanno dato vita a Base riformista e ora non hanno aderito al progetto dell’ex premier. E come loro anche altri esponenti da sempre considerati al fianco dell’ex presidente del Consiglio.
Da Malpezzi a Biti che sottolineano di voler restare nel partito e “di essere al servizio di questa comunità ”. Lo smottamento sta avvenendo anche sui territori dopo si va verso una spaccatura proprio a ridosso delle elezioni regionali.
Per adesso però Renzi guarda al governo e punta a presidiare un’area di centro. “Vuol svuotare il Pd a poco a poco, così da far vedere che il nuovo partito può crescere. E poi Matteo vuole prendere anche pezzi di Forza Italia”, dice chi lo conosce molto bene.
Secondo i più ottimisti sarebbero circa sei o sette i senatori azzurri che in una prospettiva di medio o lungo termine potrebbero aderire al progetto di Renzi, tra questi gira il nome di Massimo Mallegni. La conta però è ancora in corso e le trattative anche.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
“SE AVESSE SEGUITO I MIEI CONSIGLI OGGI IL SUO PARTITO AVREBBE IL 20%”… “MA SE DOVESSI VOTARE VOTEREI PD, NON RENZI”
“Matteo Renzi ha fatto benissimo”. Commenta così Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, l’addio di Renzi al Pd. ”È una cosa molto positiva e mi è piaciuta tanto anche la sua intervista a Repubblica, molto chiara”.
Il filosofo, intervistato da Affaritaliani.it, commenta la scissione di Renzi dal Pd.
“Solo una cosa devo dire: avrebbe dovuto farla cinque anni fa, se avesse seguito i miei aurei consigli. Oggi avremmo il partito di Renzi al 20%, la sinistra al 15 (o viceversa) e governeremmo beati e tranquilli insieme”.
Nessun pericolo per il Conte bis: “Assolutamente no! Mica è scemo da mandare a casa l’esecutivo. Questa volta si può davvero dire Conte stai sereno. E’ un’espressione sincera e vera”.
Il governo non rischia, dunque, “a meno che Conte e gli altri non si vogliano fare del male e non tengano conto di Renzi nella spartizione di poltrone e di posti. Ora c’è un altro socio che non sarà certo un convitato di pietra al convitto. Ma non sono stupidi e ne terranno sicuramente conto”.
Secondo Cacciari “quest’operazione di Renzi può realmente allargare il consenso per la nuova maggioranza perchè è attrattiva nei confronti di qualcuno del centro, Forza Italia o altri. Certo, se avesse fatto la scissione cinque anni fa sarebbe stata super-attrattiva, ora invece lo è molto meno”.
Se si votasse domenica prossima, voterebbe Pd o partito di Renzi? “Pd ovviamente, neanche per sogno voterei per il partito di Renzi” conclude il filosofo
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
LE PREVISIONI DEI SONDAGGISTI NON SONO ROSEE
Il partito di Renzi per ora nei sondaggi si attesta intorno al 5%. 
Il Corriere della Sera interroga i sondaggisti sulle possibilità della creatura annunciata dal senatore di Scandicci, ma le previsioni non sono così rosee.
Alessandra Ghisleri di Euromedia Research aveva elaborato un sondaggio tra febbraio e marzo: «Allora misurammo il bacino di utenza degli elettori potenzialmente interessati al progetto e lo fissammo tra il 6% e l’8%, specificando anche che non tutti gli interessati avrebbero poi votato un eventuale “partito di Renzi”».
Il Corriere sente anche Lorenzo Pregliasco di Youtrend, che aveva lavorato sull’ipotesi i primi giorni di settembre: «In quei giorni la fiducia in Renzi era del 15-20%. Un dato molto basso (il presidente Conte era oltre il 50%, ndr) che realisticamente accredita un partito che si richiama a Renzi intorno al 3%-3,5%».
Ma queste cifre, insiste Pregliasco, «non devono trarre in inganno perchè non ci sono elezioni in vista e, dunque, sono molto numerosi gl iindecisi. E poi nella logica delle coalizioni chi raggiunge il 3% o anche il 5% può rappresentare l ‘ago della bilancia per una maggioranza oppure non contare nulla perchè non supera la soglia di sbarramento».
Per Roberto Weber di Ixè la soglia del 5% è invece piuttosto alta, mentre Carlo Buttaroni di Tecnè ricorda che quando il PD era all’angolo la forza attrattiva di Renzi era tra il 4 e il 7%.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
MARTINA: “MAI VISTO IL CENTROSINISTRA RAFFORZARSI CON LE DIVISIONI”… FRANCESCHINI: “A BIG PROBLEM”… PISAPIA: “NON CONDIVIDO, MA BUON CAMMINO”
Nicola Zingaretti riserva quattro parole all’annuncio di Matteo Renzi di scissione dal Pd. “Ci
dispiace. Un errore” twitta il segretario dem, che fino all’ultimo aveva provato a ricucire con l’ex premier. Subito però Zingaretti rivolge lo sguardo alle cose da fare, “ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”, ma anche a “un nuovo Pd”. Senza Matteo Renzi.
La parola “errore” campeggia in molte dichiarazioni di esponenti dem. L’ex segretario Maurizio Martina, intervistato dal Corriere della Sera, afferma che “uscire dal Pd è un grave errore. Non ho mai visto il centrosinistra rafforzarsi con le divisioni. E poi, adesso che siamo al governo, le nuove responsabilità verso il Paese richiedono più unità , non meno”.
Dario Franceschini si cimenta in una infausta similitudine storica. “Nel 21-22 il fascismo cresceva sempre più. Popolari socialisti liberali avevano la maggioranza in Parlamento, fecero nascere i governi Bonomi, Facta1, Facta2. La litigiosità e le divisioni li resero deboli sino a farli cadere facendo trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnare” scrive su Twitter il ministro dei Beni Culturali, con un indiretto riferimento al pericolo Salvini per l’Italia.
Poi entrando alla Triennale di Milano, a colloquio in inglese con l’omologa tedesca Michelle Mà¼ntefering che gli chiedeva di Renzi, Franceschini risponde: “A big problem”, un grosso problema.
“Non capisco il senso di questa scissione – dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia a Radio 24 – Non so se il gruppo di Renzi nasce per una questione di bilanciamento di poteri. Renzi separandosi dal Pd sbaglia come a suo tempo sbagliò Bersani”.
“Un partito senza leadership non esiste, deve incarnare anche una comunità . Non serve solo un leader, serve una classe di governo. Una leadership senza una comunità diventa un po’ temporanea” commenta il ministro degli Affari europei, Vincenzo Amendola, a Radio Capital.
“Quel sogno infranto sempre di una sinistra unita” è il laconico tweet di Emanuele Fiano. “Da scout a scout: non condivido ma buon cammino” scrive su Twitter l’europarlamentare Giuliano Pisapia.
“Renzi dice che lascia il Pd. Anche se lo considero un errore è una scelta che rispetto e mi auguro che non lasci spazio a invettive, conflitti e attacchi personali – afferma il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (Pd), in un post sul suo profilo Faceboo – Penso che per lui e per gli altri la decisione di lasciare il Pd non sia una scelta facile ma sofferta, frutto di un vero travaglio politico e personale”.
″#Iostonelpd un errore enorme la scissione di renzi. Non credo nei partiti personali e le divisioni portano sempre male. I sindaci popolari aggregano, non dividono. Per questo credo rimarremo tutti nel pd che, a maggior ragione, vogliamo riformista e maggioritario (non il pds)” scrive su twitter Matteo Ricci, sindaco dem di Pesaro.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
“LA SCISSIONE SARA’ UN BENE PER TUTTI, IL MOTIVO E’ CHE MANCA UNA VISIONE PER IL FUTURO”
“La guerra voglio farla a Salvini, non a Zingaretti. Lascio la comodità e mi riprendo la libertà ”. Matteo Renzi lascia il Pd, costituisce gruppi parlamentari autonomi e assicura sostegno al Governo Conte.
In una lunga intervista concessa ad Annalisa Cuzzocrea su Repubblica l’ex premier annuncia la scissione dal Partito Democratico che, assicura, “sarà un bene per tutti”, e adduce una motivazione su tutte: “Mi fa uscire la mancanza di una visione sul futuro””.
“I gruppi autonomi nasceranno già questa settimana. E saranno un bene per tutti: Zingaretti non avrà più l’alibi di dire che non controlla i gruppi pd perchè saranno “derenzizzati”. E per il governo probabilmente si allargherà la base del consenso parlamentare, l’ho detto anche a Conte”
Resta il sostegno al Governo, perchè per Renzi “il Conte bis è un miracolo” e se ne prende i meriti, ma ora bisogna fare un passo in avanti:
“Aver mandato a casa Salvini resterà nel mio curriculum come una delle cose di cui vado più fiero”… “Abbiamo fatto un capolavoro tattico mettendo in minoranza Salvini con gli strumenti della democrazia parlamentare. Ma il populismo cattivo che esprime non è battuto e va sconfitto nella società . E credo che le liturgie di un Pd organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo non funzionino più”…
“C’è un patto tra Pd e 5 stelle sulla legge elettorale e non sarò io a violarlo o a votare contro. Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque. Non posso farlo se tutte le mattine devo difendermi da chi mi aggredisce in casa mia”.
Renzi non affonda sul segretario Nicola Zingaretti, ma sul Pd di oggi:
“Non ho un problema personale con Zingaretti, nè lui ha un problema con me. Abbiamo sempre discusso e abbiamo sempre mantenuto toni di civiltà personali. Qui c’è un fatto politico. Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo è stato sconfitto dal fuoco amico. Oggi il Pd è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle”
Il senatore di Rignano sottolinea che dentro il Pd si è sentito spesso un intruso, “mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo” dice, spiegando che questo è il “riflesso condizionato di quella sinistra che si autoproclama tale e che non accetta di essere guidata da uno che non provenga dalla Ditta”. Renzi è sicuro di una cosa:
“Io esco, nei prossimi mesi rientrano D’Alema, Bersani e Speranza. Va via un ex premier, ne torna un altro. Tutto si tiene”
Renzi prova a ripartire: “Credo che ci sia uno spazio per una cosa nuova” afferma a Repubblica, “che non è di centro o di sinistra, ma che occupa lo spazio meno utilizzato dalla politica italiana: lo spazio del futuro”.
I parlamentari con lui saranno trenta, più o meno, poi ci sarà la Leopolda che “sarà un’esplosione di proposte”. Non annuncia il nome del nuovo partito, “non sarà un partito tradizionale, sarà una casa” spiega. Non si candiderà nè alle regionali nè alle comunali “almeno per un anno”, ma Renzi è chiaro su un fronte: “A me l’alleanza strategica con Di Maio non convince. Non ho fatto tutto questo lavoro per morire socio di Rousseau”.
“La prima elezione cui ci presenteremo saranno le politiche, sperando che siano nel 2023. E poi le Europee del 2024. Abbiamo tempo e fiato”.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
OPERAZIONE DI POTERE PER DIVENTARE TERZA GAMBA DEL GOVERNO, CONTE NON RISCHIA
Eccola, la scissione di Palazzo dell’ex rottamatore, dopo la manovra di Palazzo che ha portato
alla nascita del governo Conte, innescata sempre dallo stesso protagonista. Scissione senza il fuoco vivo della storia, il grande fatto, il pathos, le folle, le bandiere, e, diciamolo, i voti, nell’era della grande rimozione del popolo vero.
Fredda come un’operazione di potere, l’ennesima. Da ceto politico posseduto, non da oggi, dal revanchismo narcisistico.
Scissione, in fondo, anche lucida nella logica vendicativa dell’uomo, perchè è chiaro quale sia il disegno: Renzi esce, per indossare i panni del “riformista”, controcanto quotidiano di una maggioranza troppo spostata a sinistra, ma tiene parecchi uomini legati a doppio filo a sè dentro il Pd, a partire dal capogruppo al Senato Andrea Marcucci.
E la sua forza fuori è legata anche al potere di condizionamento dentro. Vedremo quanti lo accuseranno di aver sfasciato il Pd e quanti lo negheranno con la melensa retorica del “comunque siamo alleati” e del “comunque siamo uniti contro la destra”.
L’annuncio di Renzi è fissato per martedì 17 (con scarsa considerazione per la scaramanzia, altro indicatore di ego solido): prima un’intervista a Repubblica, per parlare alla sinistra, poi la solita passerella nel solito studio di Vespa su quelle sedie bianche che fanno tanto immortalità del potere e status.
Eccolo, il “me ne vado dal Pd”. Adesso che è scongiurato il rischio delle urne e ha piazzato i suoi nel governo, pochi o tanti che siano.
Governo che evidentemente non rischia e non rischierà nel breve periodo, come ha fatto sapere l’ex premier a Conte ma che si reggerà su una maggioranza a più gambe, fisiologicamente competitive, chissà quanto litigiose, tra loro. Inevitabilmente, uno scenario più destabilizzato, come prevedibile.
Poi, alla Leopolda, la celebrazione del nuovo inizio e non il luogo di un dibattito su “che fare”, rituale che il decisionismo renziano non ha mai particolarmente apprezzato: “Anche perchè — dicono i suoi – vogliamo vedere chi viene alla Leopolda, chi sta con noi e chi no”.
Insomma, ci siamo, nasce il partito (o partitino di Renzi), che ancora non ha un nome, ennesimo capitolo di una storia politica all’insegna del referendum su di sè, nel paese, nel partito, ora tra i suoi col malcelato intento di tornare nel great game da capo o capetto che sia, con cui gli altri devono fare i conti.
In fondo è la fine anche di una certa ipocrisia che ha consentito ai Cinque stelle, finora, di comportarsi come se non ci fosse. Da oggi il padre della “schiforma” (copyright Marco Travaglio), il nemico del caso Consip, Etruria, eccetera eccetera, simbolo di nefandezze politiche e morali è uno dei capi della maggioranza che sostiene Conte, con i suoi capigruppo che avranno titolo per sedersi ai tavoli della maggioranza.
E partecipare alle decisioni, a partire da quelle sulla grande infornata di nomine dei prossimi mesi, una delle ragioni per cui questo governo per il cosiddetto “bene del paese” è nato.
Ciò che è stato rimosso riemerge, con tutta la sua portata divisivo e il suo ingombrante peso politico. Dicevamo, il solito schema, incentrato attorno al referendum su di sè. Perchè su questo strappo si è consumata una frattura vera, tutta dentro il mondo che fu renziano: “Ormai Guerini è Franceschini”, sono queste le parole di chi in questi giorni ne ha raccolto lo sfogo.
C’è anche questa “solitudine” nella decisione maturata in queste ore, in cui c’è stata una accelerazione operativa proprio nella domenica passata a Firenze per definire i dettagli: soldi, sede, nome. Pare cioè un atto di forza, in verità è semplicemente un modo per dire “io esisto”.
Il punto da digerire è “il Lotti”, che non lo seguirà , dopo anni in cui è stato a Renzi come Verdini a Berlusconi, custode dei segreti, braccio operativo delle operazioni più delicate. Tra i due si è consumata una divaricazione politica: “La frattura è stata sul governo, nella fase finale della trattativa sui sottosegretari”.
Però è tutto più complesso, in questo tipo di rapporti. E non è un caso che i due, comunque, sabato assieme allo stadio come due vecchi amici, cose che normalmente non accadono quando le scissioni si fondano su valori e diverse idee di mondo, lacerazioni politiche che diventano anche personali, fatte di freddezza e rancori. Quando Denis Verdini, proprio per costruire la stampella renziana del governo, si lasciò con Berlusconi, i due lo fecero da uomini di mondo, senza mai mettere in discussione una certa complicità personale: “Silvio — gli disse Denis — dopo tutti gli omicidi (politici, s’intende, ndr) che abbiamo fatto assieme…”.
E allora Lotti resta dentro, con immutato affetto e amicizia, e Marcucci resta capogruppo al Senato, sempre con grande amicizia.
Insomma, Renzi tiene una gamba fuori e una gamba dentro, almeno finchè qualcuno non porrà il tema del capogruppo al Senato.
Primo caso nella storia in cui gli scissionisti controllano anche il gruppo da cui si sono scissi. Altro che separazione consensuale, si dice sempre così quando si inizia. È iniziato lo stillicidio. Di uomini e politico, in attesa di capire quanti usciranno di qui alla Leopolda, in nome ca va sans dir, della difesa dello “spirito autentico del Pd”, di fronte a un Pd “sempre più spostato a sinistra”, “dove torneranno Bersani e D’Alema”.
Torna Renzi, comunque nei panni del capo di una gamba della maggioranza, tanto per ora non si vota. Di pochi, ma capo. Perchè poi il punto è sempre questo, l’incapacità di stare dentro un progetto senza essere colui che comanda. Il movente è, semplicemente, questo.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile
DEPUTATI E SENATORI HANNO COMINCIATO A VERSARE IL 20 AGOSTO… DA LUGLIO PIOGGIA DI EROGAZIONI PRIVATE
Una corsa allo sportello alla rovescia, non prelievi ma oculati versamenti. I primi bonifici sono partiti il 20 agosto, e nel giro di due settimane arrivano sul conto corrente dei Comitati di Azione Civile ben 36mila euro, frutto delle sole donazioni dei parlamentari del Partito Democratico di area renziana alla nuova “cosa” di Matteo Renzi.
Una solerzia sospetta se si incrociano le date dei versamenti con il calendario. Perchè fino ad allora l’ex premier non aveva raccolto nulla dai suoi colleghi in Parlamento se si escludono le donazioni di luglio del senatore potentino Salvatore Margiotta, oggi sottosegretario alle Infrastrutture, e di Leonardo Grimani.
Il 20 agosto è il grande giorno: mentre deputati e senatori dem iniziano a versare tra i mille ai duemila euro ciascuno ai Comitati renziani, il premier Giuseppe Conte parla in Senato e “parlamentarizza” la crisi di Governo con la Lega. L’esecutivo gialloverde è ufficialmente al capolinea e se non si trova una nuova maggioranza in Parlamento, l’unica strada è il voto anticipato. In altre parole, la campagna elettorale.
E quindi già il 20 agosto versano Marco Di Maio, Andrea Ferrazzi, Eugenio Comencini, Laura Garavini, Anna Ascani. Il giorno dopo tocca alla senatrice Nadia Ginetti, a Maria Elena Boschi (che versa 1500 euro in due tranche), Ernesto Magorno, Mauro Del Barba, Mauro Maria Marino. Passano 24 ore e donano anche Martina Nardi, Teresa Bellanova, Davide Faraone. E soprattutto lui, Matteo Renzi, che stacca una donazione da diecimila euro. Come colti da una fretta improvvisa e condivisa, un giorno dopo l’altro fanno partire i bonifici Lisa Noja, Caterina Biti, Maria Chiara Gadda, Andrea Rossi, Vito De Filippo, Luciano Nobili, Giuseppe Cucca, Gennaro Migliore, Ettore Rosato, Ivan Scalfarotto, Alan Ferrari.
In effetti, è quando si capisce che le schermaglie quotidiane tra Salvini e Il Movimento 5 Stelle hanno raggiunto l’apice, che arriva il boom di donazioni da parte dei privati ai comitati messi su da Renzi.
Da gennaio a giugno i versamenti sono irrisori: a gennaio poco più di 2500 euro, a febbraio 600 euro, a marzo poco meno di 1500 euro, tra aprile e maggio settemila euro e rotti. A luglio arrivano i soldi veri: nel giro di un mese le donazioni schizzano da poco più di 20mila euro di giugno a oltre 260mila euro a luglio, grazie soprattutto all’erogazione record da 100mila euro di Daniele Ferrero, amministratore delegato della Venchi, colosso del cioccolato.
L’accelerazione nei versamenti va di pari passo alla crisi del Governo. Un altro esempio: se da gennaio a luglio le donazioni inferiori ai 500 euro (e quindi coperte da anonimato) a stento hanno superato i quattromila euro al mese, ad agosto esplodono e raggiungono 35mila euro.
A settembre manca poco ai 220mila euro raccolti.
Tra i più generosi, c’è Davide Serra, finanziere molto amico di Renzi e ad del fondo Algebris, con 90mila euro. Ancora, aziende come la Quintessentially Concierge (10mila euro), la Tci – Telecomunicazioni Italia (5.000 euro) del deputato dem Gianfranco Librandi. Ad agosto arrivano 20mila euro da Bruno Tommassini, stilista di lusso, 10mila euro da Energas Spa, azienda che si occupa di distribuzione e vendita del Gpl ed ancora 4.000 euro da Ciemme Hospital Srl, impresa attiva nel commercio all’ingrosso di prodotti farmaceutici. Nell’elenco dei donatori c’è anche l’imprenditore figlio di Susanna Agnelli, Lupo Rattazzi, 50mila euro in due tranche.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA SI LAVORA PER ARRIVARE A QUOTA VENTI (COMPRESI DUE DI FORZA ITALIA), CINQUE SENATORI ANDRANNO NEL MISTO
La svolta è a un passo. Sul tavolo di Matteo Renzi ci sono i nomi dei parlamentari pronti a
lasciare il Partito democratico e a seguire l’ex segretario che entro dicembre vuole fondare un nuovo partito.
Intanto, pallottoliere alla mano, si pensa alla creazione di un gruppo parlamentare autonomo alla Camera, che l’ex premier annuncerà già domani. E in tal senso Roberto Giachetti, con la sua corrente “Sempre avanti”, e Maria Elena Boschi sono i più attivi. Anche Ettore Rosato è uno dei protagonisti di questa scissione, la cui accelerazione è arrivata dopo che Renzi non è riuscito a incassare i posti che chiedeva tra viceministri e sottosegretari.
Per raggiungere quota venti è in corso anche una campagna acquisti che guarda Forza Italia così da poter arrivare entro questa settimana, massimo entro la prossima, al numero magico. Numero necessario per formare un gruppo nell’Aula di Montecitorio.
Discorso diverso invece a Palazzo Madama dove, secondo il regolamento, non si possono formare gruppi autonomi, quindi i cinque senatori che lasceranno il Pd andranno nel Misto. I nomi ci sono già . Matteo Renzi, i suoi fedelissimi Francesco Bonifazi e Davide Faraone, il neoministro Teresa Bellanova e Nadia Ginetti.
Oltre che sui nomi si sta ragionando anche su come chiamare il nuovo gruppo parlamentare e forse anche il nuovo partito. Prende quota “L’Italia del sì”. Tuttavia, spiega una fonte che in queste ore sta lavorando al progetto, “alla fine deciderà Matteo. Di certo, la parola ‘Italia’ ci sarà ”.
La corrente guidata da Roberto Giachetti seguirà per intero l’ex segretario. Luciano Nobili, Anna Ascani, Michele Anzaldi, Nicola Carè, Gianfranco Librandi di “Sempre avanti” sono pronti a dire “addio” ai dem. Con loro tutti i deputati vicini a Maria Elena Boschi. Tra questi Marco Di Maio e Mattia Mor. Pronti ad andar via dal Pd anche i due capigruppo delle commissioni Bilancio e Finanze, Luigi Marattin che diventerà il presidente del nuovo gruppo, e Silvia Fregolent. Tra i renzianissimi anche Ivan Scalfarotto, Ettore Rosato, Gennaro Migliore, Lucia Annibali e Mauro Del Barba.
I deputati che certamente lasceranno il Pd sono sedici. Ce ne sono poi altri che ancora non hanno sciolto la riserva. Tra i nomi che circolano in queste ore, ma le trattative sono ancora in corso, ci sono quelli di Lisa Noia, Andrea Romano, Franco Vazio, Camillo D’Alessandro, Marina Berlinghieri. Mentre il siciliano Carmelo Miceli, dato tra i fuoriusciti, smentisce queste voci: “Lavoro per unire, non per dividere. Sono per l’unità del Pd”.
Comunque sia, “l’obiettivo è arrivare a venticinque deputati e poi a poco a poco svuotare il Pd”, spiegano fonti che in queste ore stanno lavorando alla svolta renziana.
Anche due deputati e un senatore di Forza Italia sarebbero pronti a lasciare il gruppo berlusconiano. Con insistenza circola il nome del senatore toscano Massimo Mallegni.
Anche perchè, in una prima fase, i transfughi renziani potrebbero non bastare per formare un nuovo gruppo e Renzi, inoltre, vuol tenere le carte coperte e far crescere il nuovo gruppo a poco a poco. Almeno secondo i suoi piani.
(da “Huffingtonpost”)
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