Settembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
L’OBIETIVO E’ BATTERE L’ITALIA: DISCORSO DEL PRESDIENTE FRANCESE A MISURATA…IN DISCUSSIONE I CONTRATTI PETROLIFERI E GLI APPALTI INDUSTRIALI PER LA GESTIONE DEI PORTI E DELLE INFRASTRUTURE
Non è che a Parigi le cose da fare manchino. 
La «manovrina» appena approvata, da mettere in atto. Le banche che crollano in Borsa. Le trattative con Merkel e Barroso per impedire il default greco.
Ma ieri Sarkozy ha trovato il tempo di compiere una visita lampo in Libia, accompagnato dal premier britannico David Cameron.
Perchè, da quando il presidente francese è stato il primo e il più risoluto nel volere l’intervento militare occidentale contro Tripoli (dopo avere pure lui accettato ai tempi la farsa delle tende piantate in mezzo a Parigi in occasione di una visita “dell’amico” Gheddafi), è deciso a battere cassa.
Vuole difendere gli interessi delle sua aziende, adesso che è scoccata l’ora della ricostruzione. La Francia è stata sempre debole in quanto a business nel Paese nordafricano.
Ebbene, perchè non sfruttare quel «capitale di simpatia», come lo chiamano a Parigi, cresciuto negli ultimi tempi in Libia nei confronti dei francesi, per imporsi sugli antichi rivali?
Non viene mai nominata, ma si tratta soprattutto dell’Italia, tradizionalmente il primo partner commerciale dei libici.
Le voci di un «salto» di Sarkozy sull’altra sponda del Mediterraneo si sono rincorse durante tutta la giornata.
Poi verso Tripoli sono decollati 160 poliziotti francesi superesperti, per preparare il viaggio e assicurarne la sicurezza.
Poi il presidente francese è decollato: anche lui, direzione Tripoli. Lì ritrova Cameron. Visita un ospedale, incontra i rappresentanti del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) e poi si è spostato a Bengasi, dove il presidente francese ha pronunciare un discorso nella piazza della Libertà , in tempo per essere trasmesso ai telegiornali della sera.
E’ un’iniziativa politica, ma la valenza è chiara.
Arrivare prima degli altri (anche di un certo Berlusconi, decisamente impegnato su altri fronti). Cercare di accaparrarsi una parte dei 200 miliardi di dollari che dovrebbe valere, secondo il Cnt, la ricostruzione.
Gli altri, si sa, non restano con le mani in mano.
Neppure gli italiani, vedi la visita a Tripoli già a fine agosto di Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, per «blindare» i contratti del suo gruppo.
E non farsi fregare dai competitors.
I francesi, però, sono temibili. Si stanno muovendo alla loro maniera. Cioè organica, organizzata. Una vera macchina da guerra.
Total, il colosso petrolifero, diretto concorrente di Eni, ha già inviato i suoi rappresentanti sul posto a incontrare i ribelli fin dal mese di giugno.
Lo stesso avrebbe fatto il contractor francese Vinci, in concorrenza con la nostra Impregilo.
La scorsa settimana il Medef, la Confindustria francese, ha organizzato in pompa magna a Parigi un convegno sulle opportunità offerte dalla Libia, con la partecipazione di oltre 400 influenti imprenditori e il sottosegretario al Commercio estero Pierre Lellouche.
In questi giorni si segnala già una prima missione di rappresentanti di gruppi francesi in viaggio fra Tripoli e Bengasi.
Ma una più ampia e ufficiale, guidata dello stesso Lellouche, è in preparazione per il prossimo mese.
Tra i colossi che più scalpitano, quello di Vincent Bollorè, amicissimo di Sarkozy, che già aveva firmato a fine 2010 un contratto per la gestione del porto di Misurata.
Prima del conflitto l’Italia era il primo Paese fornitore della Libia, con esportazioni pari a 3,4 miliardi di euro.
La Francia era ferma al 6° posto, con appena un miliardo. Sul fronte del petrolio, Total produceva in loco 55mila barili al giorno, mentre Eni ben 270mila, in un Paese che in tutto fornisce 1,8 milioni di barili quotidianamente (anche se, secondo gli esperti, con i dovuti investimenti si potrebbe arrivare a quattro).
I francesi si sono lanciati in ogni direzione.
Lellouche, qualche giorno fa, lo ha detto chiaro e tondo: «Il nostro Presidente ha preso rischi politici e militari in quel Paese. Le autorità libiche lo sanno: ci devono qualcosa».
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Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile
SEDICI IMPRENDITORI E FINANZIERI IN PRESSING SUL PRESIDENTE, OGGI LA MANOVRA IN FRANCIA… IN ITALIA I RICCHI, MONTEZEMOLO A PARTE, TUTTI ZITTI E COPERTI
Warren Buffett non è profeta in patria, ma è ascoltato tra alcuni suoi simili in Europa. Dopo il milionario americano, altri super ricchi vogliono dare il loro contributo alle casse pubbliche, in un momento in cui i sacrifici vengono chiesti soprattutto alle classi medie.
«Tassaci» è il titolo dell’appello lanciato da sedici imprenditori e finanzieri francesi e pubblicato ieri dal Nouvel Observateur.
Tra i firmatari, c’è l’ereditiera dell’impero L’Orèal, Liliane Bettencourt, i vertici della Total, Cristophe de Margerie e di Sociètè Gènèrale, Frèdèric Oudèa, il presidente di Air France, Jean-Cyril Spinetta.
La sorprendente iniziativa sembra fatta apposta per accelerare le decisioni del governo.
Proprio oggi l’esecutivo di Parigi dovrebbe annunciare i dettagli della manovra 2012 con risparmi previsti fino a 10 miliardi per evitare alla Francia il rischio della retrocessione dalla Tripla A da parte delle agenzie di rating.
Oltre ai tagli su vari capitoli di spesa e alla cancellazione di alcune agevolazioni fiscali, il presidente Nicolas Sarkozy ha chiesto di studiare una «eurotassa» di solidarietà sul modello italiano ma, secondo le prime indiscrezioni, su un base di reddito più alta di quella scelta da Roma.
E proprio a questo prelievo straordinario si riferiscono i milionari francesi.
«Noi, presidenti, amministratori delegati, uomini e donne del mondo degli affari, finanzieri, professionisti e cittadini ricchi – si legge nell’appello – sosteniamo la creazione di un contributo eccezionale che andrà ad interessare i contribuenti francesi più facoltosi».
Le modalità dell’eurotassa non sono ancora state svelate dai ministeri economici.
Il capogruppo della maggioranza alla commissione bilancio alla Camera aveva proposto un prelievo tra l’1 e il 2% sui redditi imponibili superiori a un milione di euro.
«Il contributo dovrà essere calcolato in proporzione ragionevole – avvertono i firmatari del testo – al fine di evitare effetti economici negativi, come la fuga di capitali e una maggiore evasione fiscale».
Già qualche giorno fa, il presidente del gruppo Publicis, Maurice Levy, aveva scritto un lungo articolo su Le Monde per «candidarsi» al prelievo straordinario, sulla scia di quanto detto da Buffett al New York Times.
E subito dopo Pierre Bergè, socio di Yves Saint-Laurent, aveva sottoscritto la proposta.
Con l’aggravarsi delle misure anti-crisi – proprio ieri il governo francese ha annunciato ulteriori tagli per 3 miliardi sul bilancio in corso – la mossa dei sedici super-ricchi anticipa una tendenza già in atto.
«Nel momento in cui il deficit di bilancio e le prospettive di peggioramento del debito pubblico minacciano il futuro della Francia e dell’Europa, nel momento in cui il governo chiede a tutti uno sforzo di solidarietà – conclude il manifesto pubblicato dal Nouvel Observateur – ci sembra necessario contribuire».
Sarkozy, che in passato era stato accusato di essere il «presidente dei ricchi» per via dei favori fiscali concessi, è avvertito.
Di certo, non potrà ignorare la generosa disponibilità .
Anais Ginori
(da “La Repubblica“)
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Agosto 6th, 2011 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DEL SEGRETARIO AL TESORO TIM GEITHNER CONVINCE LA MERKEL A DARE IN VIA LIBERA ALL’ACQUISTO DEI TITOLI PUBBLICI ITALIANI…IL FORCING DI SARKOZY PREOCCUPATO DALLA CRISI DEI TITOLI FRANCESI…LA CASA BIANCA RINGRAZIA PARIGI E BERLINO PER IL “RUOLO GUIDA”
“La Bce ha commissariato l’Italia, Trichet governa a Roma su mandato di Germania e
Francia”.
Sono le 13 a Wall Street, manca un’ora e mezza alla conferenza stampa di Silvio Berlusconi in Italia, e i mercati sanno già tutto.
Un “gabinetto di crisi” sovranazionale ha dato mandato alla Bce per scrivere l’agenda del governo italiano.
“Anticipo dei tagli al deficit; pareggio di bilancio nella Costituzione; liberalizzazioni dei mercati”: in tre diktat, è l’anticipazione che la Borsa americana apprende molto prima dei cittadini italiani.
La fonte che firma lo scoop è l’agenzia Dow Jones, le gole profonde stanno al Tesoro di Washington e alla Federal Reserve, e subito gli indici di Borsa recuperano.
Barack Obama a tarda sera di venerdì si mette al telefono con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che “ringrazia per la loro leadership”.
A mezzanotte ora italiana non c’erano invece conferme di telefonate con Berlusconi.
Il segretario al Tesoro Tim Geithner è al lavoro dietro le quinte fin da giovedì sera. È costretto a un intervento eccezionale sui governi europei dopo il tracollo di 513 punti del New York Stock Exchange.
I suoi interlocutori privilegiati sono il leader francese che è anche presidente di turno del G7 e G20; la cancelliera tedesca; il presidente della Bce. L’obiettivo è far passare uno schema familiare a Geithner, che si fece le ossa al Fmi e nella diplomazia Usa quando i focolai di crisi erano Thailandia, Argentina, Brasile.
Per spegnerli, arrivavano gli esperti del Fmi con i diktat del “Washington consensus” nelle loro valigette.
Commissariamento dei governi inaffidabili, in cambio di aiuti.
È la ricetta che ieri Geithner ha caldeggiato nel corso della giornata, nelle sue ripetute triangolazioni con Berlino, Parigi, Francoforte.
A Berlusconi le condizioni sono state anticipate a metà pomeriggio dal presidente Ue Herman Van Rompuy e dal commissario all’Economia Olli Rehn: “l’Italia deve accelerare il suo risanamento”, prendere o lasciare.
Sarkozy e Geithner hanno confermato, costringendo il premier italiano alla conferenza stampa.
Ben più difficile era convincere la Merkel.
Sull’altro piatto della bilancia, infatti, al commissariamento dell’Italia da parte di un gabinetto di crisi corrisponde l’intervento della Bce per acquisti di titoli pubblici italiani.
Uno strappo alle regole del rigore monetario. Un’operazione contrastata dalla squadra tedesca in seno alla Bce: il capo della Bundesbank Jens Weidmann, il chief economist Juergen Stark, più gli alleati olandesi e lussemburghesi.
Ma Sarkozy ieri mattina ha capito di dover fare un pressing estremo su Berlino, quando ha visto allargarsi di nuovo lo spread dei tassi francesi su quelli tedeschi.
A dargli man forte sono intervenuti gli americani.
“Attenzione a non ripetere l’effetto Lehman – hanno detto gli uomini di Geithner agli europei – quando quella banca fu lasciata fallire nel 2008, nessuno capì che ne avrebbe trascinate molte altre a picco, e di più grosse”. Chiara l’antifona: “l’Italia ha il terzo debito pubblico mondiale in valore assoluto, se avanza verso il default non vi basterà triplicare il fondo di salvataggio europeo”.
È intervenuto Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, con dati inquietanti sull’esposizione delle stesse banche americane al debito pubblico italiano; figurarsi quelle francesi e tedesche.
A rafforzare le pressioni americane sulla Merkel, si sono aggiunte due voci autorevoli dall’Estremo Oriente: Cina e Giappone, due mercati strategici per il made in Germany.
I governi di Pechino e Tokyo hanno chiesto un'”azione coordinata” per arginare il panico creato nel giovedì nero dallo spettro del default italiano.
Per smuovere la Merkel il contributo finale lo ha dato Trichet.
“Il presidente della Bce sta facendo un lavoro straordinario, dobbiamo dargli atto del ruolo prezioso durante questa crisi”, confida Geithner ai collaboratori. La mossa chiave di Trichet, è proprio quella che i mercati non hanno capito giovedì, e che ha provocato il panico. Nelle ore terribili in cui Milano perdeva il 5% e poi andava in tilt, a contenere le perdite iniziali delle altre Borse si era la diffusa la voce che la Bce avrebbe acquistato Btp italiani e bond spagnoli. Invece niente.
A sorpresa gli acquisti si erano limitati ai titoli portoghesi e irlandesi.
La delusione per il mancato sostegno all’Italia aveva contribuito al tracollo del Dow Jones, la capitolazione finale.
Geithner e Bernanke erano stati fra i primi a chiedere spiegazioni. Ieri la vicenda si è sciolta: il giovedì nero “è servito”, la Bce ha mostrato i muscoli alla Merkel e a Roma.
Una prova di forza giocata sul filo del terrore: per costringere Berlusconi a ingoiare qualsiasi imposizione esterna; per mostrare alla Merkel fin dove poteva degenerare il panico dei mercati.
“Non possiamo correre il rischio che un altro focolaio di crisi nell’eurozona uccida le speranze di una ripresa”, è l’imperativo che Obama ha sottolineato ai suoi ieri pomeriggio, prima di chiamare i leader europei.
Il presidente ha incassato ieri mattina un dato di 117.000 assunzioni, meno negativo di quanto temeva, ha annunciato una nuova manovra per l’occupazione, ma ricorda che un anno fa il crac greco diffuse la sfiducia sui mercati, soffocò i germogli della crescita americana.
Oggi è ancora peggio: l’America è già sull’orlo della ricaduta in recessione, il default di Roma va evitato ad ogni costo.
Il pacchetto delle direttive confezionato tra Parigi e Francoforte, Berlino e Washington, a Berlusconi è stato consegnato a scatola chiusa.
Il gabinetto sovranazionale di crisi ha avuto il suo battesimo di fuoco.
Ora i mercati lo attendono al varco, e già ieri cominciavano a serpeggiare i primi dubbi: per esempio sul valore che ha, in Italia, un obbligo di pareggio del bilancio scritto nella Costituzione.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile
INTESA, UNICREDIT, MEDIOBANCA E CASSA DEPOSITI PRESI IN CONTROPIEDE: RISORSE INSUFFICIENTI PER RILANCIARE, APPENA 1,5 MILIARDI DISPONIBILI…LA REPLICA DEL VOLO ALITALIA STAVOLTA RESTA A TERRA
La cordata tricolore pronta a scendere in guerra per salvare Parmalat dai francesi rischia di alzare bandiera bianca prima di aver sparato un solo colpo. L’Opa da 3,3 miliardi di Lactalis ha spostato l’asticella a un livello (finanziario) inarrivabile persino per il Ghota del sistema bancario italiano e per l’arsenale in cassa alla Cdp.
Il pressing del governo (“Parmalat non andrà ai francesi!”, pontificava giusto un mese fa Umberto Bossi) è servito a poco: semplicemente – dicono fonti attendibili – non ci sarebbero i soldi per sfidare Parigi a colpi di rilanci in Borsa.
L’ultima travagliata riunione alla vigilia di Pasqua tra Intesa-Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e la Cassa Depositi e prestiti – calcolati i mezzi a disposizione – era arrivata con fatica a ipotizzare un’Opa-bonsai da 1,5 miliardi sul 29,9% di Parmalat, una cifra lontana anni luce dai 5 necessari ora per conquistare Collecchio.
La famiglia Besnier è stata più veloce e più coraggiosa e ora – bontà sua – è pronta al bel gesto: l’offerta di una quota nella società (si parla del 10%) al nascituro Fondo di investimento strategico salva-imprese voluto da Giulio Tremonti.
Condita magari con un pacchetto di regole sulla governance che consenta al governo di salvare (almeno in apparenza) l’onore in Zona Cesarini.
La sconfitta è bruciante anche perchè Roma ha provato a replicare il modello Alitalia mettendo in campo la sua formazione migliore.
Prima Gianni Letta e Giulio Tremonti hanno lavorato ai fianchi Lactalis blindando con il milleproroghe il tesoretto di Parmalat (1,4 miliardi), varando in fretta e furia il decreto salva-imprese e schierando in campo la Cdp.
Poi è scesa in campo IntesaSanPaolo, già deus ex machina dell’operazione salva-Magliana, per mettere assieme una cordata tricolore pronta a scalare Collecchio, un’impresa in cui è stata affiancata – grazie alla moral suasion del Tesoro – da Mediobanca e Unicredit.
L’Invencible Armada tricolore, pero, alla prova dei fatti, si è rivelata una sorta di armata Brancaleone.
I Ferrero, l’asso nella manica “industriale” di Cà de Sass, si sono sfilati subito dalla partita.
Cdp ha bocciato l’ipotesi Granarolo.
In campo sono rimaste solo banche e Cassa depositi.
Ma alla resa dei conti, quando si è trattato di mettere i soldi sul tavolo per contrastare Lactalis, i soldi non sono arrivati: Cdp era pronta a mettere 500 milioni, Intesa 2-300, Unicredit e Mediobanca, tirate un po’ per la giacchetta, qualcosa come un centinaio a testa.
Spiccioli rispetto alla montagna di quattrini cavati dal cilindro (grazie a finanziamenti bancari) dai Besnier.
Che succederà ora?
Qualcuno spera ancora di ribaltare le sorti della partita con un Vietnam giuridico destinato a scoraggiare Parigi.
Ma le aperture ai francesi di Silvio Berlusconi – in cuor suo forse contento della dèbacle di Tremonti – rendono improbabile questo scenario.
Magari la Consob alzerà un po’ di fuoco di sbarramento facendo leva sulla scarsa trasparenza dei conti Lactalis (che non deposita bilanci) mentre Enrico Bondi potrebbe mettere i bastoni tra le ruote azionando i meccanismi del concordato.
Ma ben difficilmente questo basterà a fermare Lactalis che dopo l’Opa – più o meno verso fine giugno – potrebbero alzare il tricolore (ma blu, bianco e rosso) su Collecchio grazie a un’operazione (va detto) trasparente e che alla fine premia tutti gli azionisti.
Il paradosso è che una parte del conto finale per l’operazione che porterà l’ex impero dei Tanzi in mani transalpine lo pagheranno anche gli italiani.
I Besnier hanno stanziato in tutto per la scalata circa 4,5 miliardi.
Quasi un miliardo e mezzo se lo ritroveranno in tasca grazie alla liquidità raccolta con le cause a banche e revisori da Bondi (forse oggi un po’ pentito di non averla spesa in acquisizioni o girata ai soci).
Qualche altro centinaio di milioni lo recupereranno riquotando la società a Piazza Affari dopo l’offerta mentre un assegno (per il 10% della Parmalat potrebbero essere 4-500 milioni) lo incasseranno pure – quasi una beffa – dal Fondo salvaimprese destinato a salvaguardare l’italianità delle aziende tricolori.
Una mission, visti i risultati della partita di Collecchio, quasi impossible.
Ettore Livini
(da “La Repubblica“)
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Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER ITALIANO AMMETTE: “SUI MIGRANTI LO SFORZO DI PARIGI E’ 5 VOLTE SUPERIORE AL NOSTRO”…ACCORDO TOTALE SUI BOMBARDAMENTI IN LIBIA…VIA LIBERA ALL’OPA DI LACTALIS SU PARMALAT… E SUL NUCLEARE: “L’ATOMO E’ IL FUTURO, LA VITTORIA DEL SI’ LO AVREBBE AFFOSSATO”
“Un incontro molto positivo”.
Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha definito il vertice intergovernativo a Villa Madama con il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, appena concluso.
La convergenza dei due leader sui tanti temi affrontati sarebbe stata totale, secondo quanto dichiarato dal premier italiano nella conferenza stampa a margine.
Durante il suo intervento, il premier italiano ha anche accennato alla recente decisione del governo di frenare sull’energia nucleare, nonostante “siamo assolutamente convinti che sia il futuro per tutto il mondo”, ha detto. Berlusconi ha così spiegato il motivo della moratoria governativa: il timore dell’opinione pubblica dopo il disastro di Fukushima avrebbe reso il nucleare “impossibile per anni”.
Meglio aspettare “uno o due anni perchè si tranquillizzino”, ha concluso.
“Tra Italia e Francia ci sono delle tensioni, — ha dichiarato Sarkozy sul merito dell’incontro — non ha importanza sapere di chi è la colpa, ma non hanno motivo di esistere”.
Nemmeno sulla gestione dell’immigrazione e sulla questione libica, quindi. Proprio su quest’ultimo punto, il presidente francese ha sottolineato di aver accolto positivamente la decisione italiana di un maggiore coinvolgimento militare.
Non si tratterà di bombardamenti, ha chiarito ancora una volta Berlusconi, ma di “inteventi con razzi di estrema precisione su singoli obiettivi militari, dove si possa escludere con certezza la possibilità di danni alla popolazione civile”.
Insomma sempre di bombardamenti si tratta.
Un passaggio dell’incontro è stato dedicato anche alla Siria, nuovo fronte caldo di proteste anti-regime.
“Siamo molto preoccupati per gli sviluppi e le numerose vittime. — ha dichiarato Berlusconi — Facciamo un appello forte alle autorità di Damasco affinchè diano un seguito concreto e immediato alle riforme annunciate”.
Durante il vertice, Berlusconi e Sarkozy hanno discusso al telefono con il leader del Comitato nazionale transitorio di Bengasi, Mustafa Jalil, per fare il punto della situazione.
Jalil ha ringraziato l’Italia per la decisione di utilizzare i propri veivoli in azioni militari in Libia.
Scelta del tutto condivisa anche dal presidente francese che, sin dai primi momenti delle operazioni, aveva richiesto un maggiore coinvolgimento.
Una decisione difficile, ha dichiarato Berlusconi, “per il passato coloniale e per i trattati di amicizia siglati con il popolo libico, ma riteniamo che del nostro intervento ci sia bisogno”.
Anche perchè, ha specificato il premier italiano, era stato richiesto dalla Nato e dagli Stati Uniti.
Nessun problema con i vertici della Lega, secondo Berlusconi, nonostante il Carroccio si sia opposto con fermezza.
“Ci siamo già sentiti — ha spiegato il premier — e li richiamerò anche tra poco per spiegare la questione”.
Ma il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, insiste: “La Lega Nord è contraria alla guerra. Questa è la posizione che porteremo con Umberto Bossi al prossimo Consiglio dei Ministri”.
I due leader hanno firmato una dichiarazione congiunta su Libia e Nord Africa, con la richiesta alla Ue di una maggiore cooperazione — anche sul piano degli investimenti — con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Durante il vertice, inoltre, è stata decisa la nomina di due stretti collaboratori di Berlusconi e Sarkozy, che si occuperanno di “affrontare il tema immigrazione, sviluppando i trattati già esistenti”, ha spiegato il premier italiano.
Che ha voluto anche porre fine alle polemiche di questi giorni con la Francia a proposito dei permessi temporanei ai migranti tunisini.
“Non hanno diritto all’asilo, è un’immigrazione economica, non dovuta a nessuna guerra”, specificava l’Eliseo.
Oggi, Berlusconi ha dato pubblicamente ragione al collega francese, riconoscendo lo sforzo della Francia “superiore cinque volte a quello italiano”. “Nessuna accusa quindi”, ha chiarito.
Insieme alla dichiarazione congiunta, i due leader hanno firmato una lettera, indirizzata al presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, e al presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, con alcune proposte di modifica provvisoria del trattato di Schengen, in situazioni eccezionali, e la richiesta di potenziamento dell’agenzia Frontex, il sistema di pattugliamento europeo delle frontiere esterne.
“E’ necessaria la solidarietà di tutti i Paesi della Ue”, ha concluso Berlusconi.
“Crediamo nel futuro dei gruppi europei, l’abbiamo sempre detto”, ha spiegato il presidente francese riguardo al capitolo economico dell’incontro.
Che, proprio stamattina, ha visto scendere in campo il gruppo d’oltralpe Lactalis con l’opa lanciata per l’acquisto del gruppo italiano Parmalat.
Una proposta “non ostile”, ha spiegato Berlusconi, che pure ha ammesso quanto sia singolare che l’iniziativa sia arrivata proprio questa mattina, data dell’appuntamento tra i due Paesi.
La strada che Italia e Francia intendono percorrere, nel caso Lactalis-Parmalat e più in generale, è quella di una co-partecipazione.
Per raggiungerla, secondo Sarkozy, è naturale “un periodo di tensione, per mettersi d’accordo”.
“Voi avete le piccole e medie imprese, noi i grandi gruppi. — ha continuato il presidente — Non c’è bisogno di farci la guerra”.
Massima disponibilità da parte della Francia, invece, ad appoggiare la candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea.
Il presidente Sarkozy si è detto “molto felice” di sostenere la figura di Draghi, “perchè è una persona di grande qualità , e in più è italiano”.
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Aprile 8th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LA DECISIONE ITALIANA DI CONCEDERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO TEMPORANEO, IL GOVERNO FRANCESE INVIA UNA CIRCOLARE ALLE PREFETTURE CON LE ISTRUZIONI IN CINQUE MOSSE PER LIMITARE L’IMPATTO DEGLI ARRIVI
I permessi temporanei garantiti dal governo italiano ai tunisini già sbarcati a Lampedusa, che potrebbero così entrare liberamente in Francia, provocano la reazione di Parigi.
Il ministro dell’Interno, Claude Guèant, ha emanato una circolare destinata a tutti i prefetti che chiarisce la condotta da tenere quando gli immigrati si presenteranno con il loro documento provvisorio rilasciato dall’Italia.
L’obiettivo è evitare che il permesso temporaneo sia giudicato sufficiente per restare sul territorio francese.
Ecco allora le cinque condizioni che devono essere soddisfatte perchè un immigrato entrato in Europa da Lampedusa possa rimanere in Francia.
«I cittadini di Paesi terzi in possesso di un documento di soggiorno rilasciato da uno Stato membro non possono essere considerati in situazione regolare, a meno che non soddisfino le cinque condizioni seguenti, da verificare in questo ordine:
1) Essere minuti di un documento di viaggio in corso di validità (passaporto) riconosciuto dalla Francia
2) Essere in possesso di un documento di soggiorno in corso di validit�
3) Poter dimostrare di avere risorse economiche sufficienti (62 euro al giorno a persona, 31 euro se dispongono già di un alloggio)
4) Non costituire una minaccia per l’ordine pubblico
5) Non essere entrati in Francia da più di tre mesi.
Il governo francese spera così di continuare nell’opera di respingimento dei tunisini giunti alla frontiera con l’Italia, e di fermare il più possibile l’afflusso in Francia, che resta la meta principale di chi cerca di sbarcare in Italia.
Secondo le cifre ufficiali, sui 2500 clandestini controllati in Francia, soprattutto nella zona vicino al confine con Ventimiglia, dall’inizio dell’emergenza, circa la metà sono stati rinviati in Italia.
Il ministro Claude Gueant, indica “la condotta da mantenere” quando questi stranieri si presenteranno in Francia con il loro titolo di “soggiorno provvisorio” concesso dall’Italia.
Fra l’altro si precisa che – oltre “ad essere in possesso di un titolo di soggiorno valido emesso da uno stato membro della convenzione di schengen” – gli interessati dovranno avere un “passaporto nazionale valido” ma anche “essere in grado di giustificare lo scopo e le condizioni del loro soggiorno in Francia”.
In pratica una interpretazione rigidissima delle limitazioni alla libera circolazione previste dal trattato europeo di Schengen.
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Marzo 29th, 2011 Riccardo Fucile
SULLA MISSIONE LIBICA, TELECONFERENZA TRA USA, GRAN BRETAGNA, FRANCIA E GERMANIA…A DIMOSTRAZIONE CHE IL GOVERNO BERLUSCONI NON CONTA NULLA, QUALORA CI FOSSE STATO BISOGNO DI ULTERIORE CONFERMA
Obama, Sarkozy, Cameron e Merkel: i quattro si sono ritrovati ieri pomeriggio in
videoconferenza per capire quali possono essere le soluzioni politiche della crisi alla vigilia della conferenza della coalizione che si apre oggi a Londra. Berlusconi non è stato invitato a partecipare all’incontro.
Una conferma che l’Italia non è considerato un interlocutore credibile per gestire l’uscita di scena del suo ex alleato di Tripoli.
Ieri, mentre il premier turco Erdogan si proponeva come mediatore tra il regime di Gheddafi e gli insorti, Sarkozy e Cameron, come promesso, hanno espresso una posizione comune sulla necessità di trovare una via di uscita politica dal conflitto, fondata sul riconoscimento del Consiglio di Transizione come l’organismo che dovrebbe sovrintendere al passaggio verso elezioni e alla formazione di un governo democratico in una Libia unita.
Il governo italiano, aveva preannunciato una posizione comune con la Germania, ma da Roma e Berlino non è uscito nessun comunicato.
Anche perchè la Merkel sta ormai da tempo parlando con americani, francesi e tedeschi per cercare di riportare la Germania nella cabina di regia della crisi.
Il ministro degli Esteri Frattini si è provato a spiegare che la videoconferenza quadripartita «non sta decidendo niente», e che comunque «l’Italia non sente la sindrome dell’esclusione».
Ma fonti vicine al premier raccontano di un Berlusconi infuriato.
Un malumore di cui si fa portavoce Osvaldo Napoli, vicecapogruppo Pdl alla Camera: «Berlusconi dovrebbe utilizzare il metodo Sigonella e sospendere subito l’utilizzo delle basi. Non esiste che noi ci carichiamo tutti gli immigrati mentre i cosiddetti alleati fanno i furbi».
«No a patti separati, le telefonate di questo tipo non portano a nulla, a formati singolari l’Italia risponde con i fatti», rincarano fonti diplomatiche. Precedentemente, Frattini si era limitato a dire che per la Libia «occorre trovare una soluzione condivisa», e ad augurarsi che «Paesi africani» possano «offrire ospitalità » a Gheddafi, contro cui è in corso un’inchiesta del Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità .
Il ministro italiano è anche tornato a insistere sulla necessità di aprire un dialogo con le tribù libiche.
Più articolata, anche se comunque ancora necessariamente vaga in attesa della conferenza di oggi, la posizione comune espressa da Sarkozy e Cameron. Francia e Gran Bretagna, che appaiono sempre più saldamente al comando della gestione politica della crisi, hanno ribadito l’invito ai partigiani di Gheddafi perchè depongano le armi «prima che sia troppo tardi». «L’azione militare non e’ un obiettivo in se stesso – scrivono i due leader – Una soluzione duratura può essere solo politica e decisa dal popolo libico. Ecco perchè il processo che comincia domani a Londra è importante». Questo processo, che sarà tenuto a battesimo dalla Conferenza cui partecipano i ministri degli esteri e i rappresentanti di una quarantina di Paesi e di organizzazioni internazionali, si articola attorno al Consiglio nazionale di Transizione di Bengasi, a cui viene riconosciuto un «ruolo di pioniere».
Ad esso spetterà il compito di organizzare elezioni che portino alla formazione di un governo democratico.
E non a caso ieri il Qatar è stato il primo dei Paesi arabi a riconoscere il Consiglio di Transizione come «l’unico rappresentante del popolo libico».
Un passo che fino ad ora era stato compiuto solo dalla Francia e dal Parlamento europeo.
C’è attesa intanto per il discorso sulla Libia che il presidente Obama dovrebbe pronunciare nella notte.
Ma le anticipazioni lasciano intendere che, con il passaggio definitivo del comando delle operazioni militari all’Alleanza Atlantica, la Casa Bianca intenda caratterizzare il ruolo degli Stati Uniti come una azione «di supporto» delle missioni Nato, rinunciando volentieri alla leadership politica della gestione della crisi.
«L’impegno dell’America sarà limitato nel tempo e negli obiettivi», ha fatto sapere il presidente.
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Marzo 27th, 2011 Riccardo Fucile
ALL’ESTERO CONSIDERANO RIDICOLA QUESTA OFFENSIVA ITALIANA CONTRO LA FRANCIA… SERVE A COPRIRE LA PASSATA CONNIVENZA ITALIANA CON IL REGIME DI GHEDDAFI…CHE SILVIO POI ACCUSI NICOLAS DI “PROTAGONISMO” E’ DAVVERO IL MASSIMO
Raramente gli capita di sentirsi gabbato, e stavolta è successo che
mentre lui volava a Parigi, per giunta nel pieno dell’irresolutezza, quell’altro non solo si era già messo d’accordo con inglesi e americani, ma era già partito con i bombardieri.
La situazione ricorda l’incipit di una di quelle barzellette che al Cavaliere piace tanto raccontare.
Ma il finale è aperto.
In Parlamento e fuori il ministro Frattini è stato molto poco diplomatico, la grana sulla Nato e sul comando delle operazioni militari era quasi dovuta, però è arrivata tardi e sapeva di ripicca.
La contemporanea guerra commerciale sulla Parmalat rinfocola, a colpi di decreti legge, l’avversione antifrancese.
L’autocompatimento si estende ai tanti, ai troppi posti che Parigi occupa nelle istituzioni finanziarie, Fondo Monetario, Bce.
È la variante tecnocratica di un’antica antipatia che i governanti italiani, specie quando si trovano nelle peste per faccende di scontento sociale o di cialtronate che di colpo si rivelano tali, riattizzano con la malcelata speranza di spostare l’attenzione su qualcosa che c’è, che va e viene, un complicato sentimento di amore e odio che scorre nella storia e fermenta nell’immaginario, da Giulio Cesare in giù, da Asterix in su.
Anche le reazioni delle batterie mediatiche berlusconiane sull’impiccio libico appaiono, più che eccessive, un po’ sopra le righe della legittima animosità .
All’estero deve sembrare al tempo stesso scontata e ridicola questa improvvisa offensiva italiana contro l’Eliseo.
La politica internazionale è un campo che rifugge artifici, semplicismo e improvvisazioni.
Un conto è attaccare Bocchino, Santoro o la casa di Montecarlo; altro conto è misurare la propria fantasia polemica – e ancora di più le proprie forze – con una nazione come la Francia. Tra Libero, il Giornale e Panorama si oscilla tra colpi bassi a base di rivelazioni da servizi segreti sulla Francia che ha armato i ribelli oppure ha venduto a Gheddafi le armi con cui questi li massacra ed effettacci tipo quello con cui si conclude l’editoriale del settimanale di Segrate: «Al di là delle Alpi devono ogni tanto ricordare che nella loro storia non c’è solo il generale Napoleone. C’è anche il generale Cambronne».
Figurarsi che peso avranno dato, in quel luogo di assoluta umiltà che è Parigi, all’ammiccante invito di Giorgio Mulè.
Sulla copertina, sotto l’immagine del presidente francese ritratto con la più celebre delle feluche campeggia uno strillo che vorrebbe tanto essere brillante: «Sarkofago», accipicchia.
A sinistra si chiarisce il contesto: quel signore lì «voleva trascinarci in un duello mortale. Ecco come l’Italia ha ridimensionato la sua smania di protagonismo».
Nella distanza tra l’immagine focosa del «duello mortale» e il mesto participio «ridimensionato» si misurano ragionevoli dubbi e inconfessabili frustrazioni.
Quanto alla «smania di protagonismo», beh, qui da noi negli ultimi tempi un certo protagonismo il potere se l’è pure conquistato sui media, a livello planetario, ma per un altro genere di smanie.
Che faranno senz’altro meno male delle bombe e dei missili, francesi o italiani o soprattutto gheddafiani che siano, però insomma, forse è meglio lasciar perdere. O forse no.
Perchè in tutto questo c’entrano i peggiori appetiti, c’entra il petrolio, c’entra la geopolitica, l’Africa, il Mediterraneo, i commerci, il prestigio, c’entra tutto quello che rende a volte gli interessi di due nazioni incompatibili.
Ma nessuno, in un tempo nel quale la personalizzazione del potere è scappata di mano, riuscirà mai a escludere che il nemico francese è anche un fatto privato: è più di Berlusconi, se proprio bisogna dire, che di Sarkozy.
Troppo simili per non detestarsi. Simili, però diversi quel tanto che basta a concludere, con abbondanti evidenze documentarie e anche visive (una clip in cui il presidente italiano fa il segno al suo collega rumeno che il francese è matto), che il Cavaliere soffre Sarkozy. Dopotutto Chirac – con cui pure le cose andavano sempre abbastanza male – era un vecchio signore.
Una volta, nel pieno del primo ciclo di scandali, raccontò che il Cavaliere gli aveva indicato il bidet di camera sua dicendo: «Ah, se queste maioliche potessero parlare!».
Non fu simpatico, ma Chirac ormai se n’è andato; ed è arrivato quell’altro.
Meno ricco di Berlusconi, d’accordo.
Con meno esperienza internazionale, e vabbè.
Ma più giovane, più bello, più fico e anche più potente perchè lì monsieur le president mica deve penare per avere una firma del Quirinale sul Milleproroghe bis o perdere il sonno per la pronuncia della Consulta.
Per non dire – colpo di grazia – del fatto che Sarkò ha come «fidanzatina» una delle donne più belle del mondo.
Si deve a Berlusconi di aver introdotto la categoria dell’invidia nel discorso pubblico; e sempre lui ha introdotto la diplomazia del contatto personale.
Quanto basta per chiedersi se l’una e l’altra non gli si stiano ritorcendogli contro.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, Esteri, Europa, governo, Libia, Politica, Sarkozy | Commenta »
Marzo 26th, 2011 Riccardo Fucile
FREDDEZZA DEGLI ALLEATI NEI CONFRONTI DEL PREMIER ITALIANO, UNICO TRA I LEADER EUROPEI CHE NON SI PRESENTA ALLA CONFERENZA STAMPA…”QUA FANNO SOLO CHIACCHIERE, IO I FATTI, NON CONOSCONO NEACHE IL DIRITTO INTERNAZIONALE”… E RECITA SCENA MUTA, DIMENTICANDOSI PERSINO DI PERORARE LE RICHIESTE DELLA LEGA
«Questo è un vertice fatto di chiacchiere. Io sto zitto e aspetto il momento giusto per passare ai fatti».
Silvio Berlusconi a Bruxelles rimane in silenzio.
Per due giorni si nega alla stampa facendosi scudo con un motto per lui – comunicatore per antonomasia – del tutto inedito: «Non avete ancora capito che governare è fare, non dichiarare», dice ai cronisti.
Unico tra i leader del continente, non risponde del suo operato al summit europeo, evita le domande scomode su Libia e Gheddafi, sul Patto di stabilità e sulla politica, ma prima di tornare a Roma si limita a dire che è «soddisfatto» per la guida Nato di Odissey Dawn e per il comando italiano delle operazioni navali.
Tanto che agli alleati si spinge a promettere nuovi aerei e quattro navi, tra cui la portaerei Garibaldi.
Eppure il Cavaliere è nero. Glielo si legge in faccia.
Lo conferma chi ha assistito alle riunioni del Consiglio europeo.
Una fonte comunitaria racconta che «il premier è entrato nella sala e, al posto di scambiare i normali convenevoli con gli altri leader, scuro in viso si è seduto e ha iniziato a leggere».
E’ un premier isolato. E furibondo.
Con la stampa, per le indiscrezioni sulla cena con i Responsabili di mercoledì scorso spesa tra canti (anche ironici su Fini) e barzellette mentre il Paese è di fatto in guerra.
Ma soprattutto per il nuovo strappo di Sarkozy e Cameron che nel chiuso delle riunioni provano a far passare l’idea di piccoli interventi con truppe a terra in Libia e in conferenza stampa annunciano una nuova iniziativa che taglia fuori l’Italia.
«Quei due fanno finta di non conoscere il nostro ruolo a Tripoli», commenta il premier con i collaboratori.
Ma sono ignoranti «non conoscono il diritto internazionale» e le loro iniziative «non vanno da nessuna parte».
Nei colloqui riservati si dice certo che l’ostinazione con cui Sarkozy cerca di escludere l’Italia è dettata dal calcolo politico: vuole fare affari nel dopo-Gheddafi «sostituendo la nostra presenza economica e commerciale».
Ma forse il Cavaliere dimentica l’irrilevanza ormai cronica di Roma quando in Europa ci sono da prendere le grandi decisioni.
In realtà l’illusione del premier è quella di tornare in gioco in un secondo momento, se e quando si aprirà uno spiraglio per risolvere la partita libica. Certo, sarebbe più facile se l’Italia non fosse entrata in Odissey Dawn.
Tanto che il Cavaliere nella cena con i partner Ue si lascia andare e alla Merkel dice: «Forse hai fatto bene tu a restare fuori dall’alleanza».
Una frase che resta ben impressa alla delegazione tedesca, stupita da parole tanto in contraddizione con le responsabilità assunte dall’Italia nella coalizione dei volenterosi (che Berlusconi però non mette in dubbio).
Per il resto il Cavaliere è taciturno, anche quando vengono affrontati gli altri temi in agenda.
Tanto che nei riassunti dei diplomatici il suo nome compare pochissimo, perfino meno di quello del maltese Lawrence Gonzi.
Berlusconi ha paura di perdere ancora terreno. Pensa ad un vertice internazionale sulla Libia a Napoli, ma è ancora un’ipotesi.
Si racconta che nella sua suite all’hotel Conrad campeggiasse un’enorme cartina della Libia sulla quale si è a lungo concentrato.
Si tiene pronto a mediare con Gheddafi, pur conoscendo tutti i rischi di una simile impresa.
Per ora, grazie al ministro degli Esteri Frattini, lavora ad un’iniziativa multilaterale portata avanti dall’Unione Africana. Punta a convincere il raìs al cessate il fuoco.
Dopo scatterebbe la fase due, quella «del fare», come la chiama un Berlusconi tentato ad entrare in gioco in prima persona.
Se ormai ha capito che il Colonnello è perso, vuole almeno provare la via dell’esilio salvandogli la vita.
Ma dovrà convincerlo a passare la mano ad un uomo di fiducia che tratti una «riconciliazione» con gli insorti.
Intanto una soddisfazione arriva dal viaggio in Tunisia di Frattini e Maroni che, grazie ai buoni uffici dell'”amico” Tarek Ben Ammar, parlano di immigrazione con le nuove autorità .
Una missione della quale il premier si complimenta con un comunicato. Anche perchè sulle promesse fatte alla Lega per salvare il governo (scudo navale e ripartizione dei rifugiati nella Ue) a Bruxelles non ha ottenuto niente. Anzi, non ne ha proprio parlato.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, denuncia, Esteri, Europa, governo, Libia, PdL, Politica, radici e valori, Sarkozy | Commenta »