Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
ANCHE I PRECARI TRA I RIBELLI
Il cinque maggio di Renzi-Napoleone si apre con un cordone di bambini che sventola rotoli di
carta igienica.
E’ la scuola pubblica — dicono — che va a rotoli.
Dietro, in un mare di bandiere rosse, gialle, bianche, sfila l’orgoglio dei centomila prof.
Tanti, tantissimi, nessuno si aspettava un corteo così folto, nella prima manifestazione sindacale unitaria da oltre sette anni. Renzi-Pinocchio, Renzi- orecchie-d’asino, Renzi&Giannini come la Gelmini.
Ovunque il cartello “mai più Pd”, fischietti e “Bella ciao” nel caldo pazzesco dell’estate improvvisa, ma ad ogni slogan un pezzo della “buona scuola” di Renzi, “la riforma tradita”, cade giù in frantumi, lungo i muraglioni del Pincio che portano a piazza del Popolo piena a metà e invasa di palloncini blu.
E blu è il simbolo della protesta, il fiocchetto appuntato sul petto: come si fa per le battaglie campali, quelle dei diritti civili.
È la sinistra delusa che attacca la sinistra di Governo, anche Stefano Fassina, che pure sfila con i prof, viene contestato, mentre Pippo Civati dice chiaro: «Il Pd ha tradito i propri impegni elettorali, ha fatto una riforma della scuola lontanissima dalla nostra cultura politica».
Beatrice ha 46 anni, è insegnante di ruolo nella scuola primaria “Malaspina” di Roma, cammina insieme a Maria Pia, precaria, dietro un cordone di bambini che imbracciano palette di cartone.
«Dopo vent’anni di lavoro – si sfoga Beatrice – è come se la mia storia, il mio punteggio non contassero più. Il preside da un giorno all’altro potrebbe trasferirmi, con decisione assolutamente arbitraria».
E infatti nel mirino della protesta contro Renzi, accusato di “bonapartismo”, (complice il calendario che ha fatto coincidere il giorno della manifestazione, il cinque maggio, con il titolo della poesia di Manzoni su Napoleone) c’è prima di tutto il “preside sceriffo”.
E quindi la fine, dicono i docenti, della democrazia nella scuola, la morte degli organi collegiali, l’alternanza scuola-lavoro, le donazioni dei privati, i precari che resteranno fuori dalle assunzioni, ma anche lo “spettro” di essere costretti a cambiare sede ogni tre anni.
Antonio Marra, fa l’insegnante di Matematica a Caserta. Porta appeso al collo un cartello con il numero 25.
«Vede i miei capelli? Sono bianchi. Ho mezzo secolo, due lauree, oltre cento alunni e sono precario da 25 anni. Dovrei rientrare nei centomila assunti promessi da Renzi. Ma sarà vero? E quando? E poi perchè non dovrei essere in piazza? Questa riforma fa schifo comunque. Non è il Governo che ci assume, ma l’Europa che l’ha imposto. Precario-assunto mica vuol dire crumiro».
Antonio sorride. «Sì, è un termine che oggi non usa più nessuno».
Invece sono più o meno le stesse parole che Susanna Camusso griderà dal palco di piazza del Popolo: «Le assunzioni sono un atto dovuto, non possono essere usate come strumento di divisione tra insegnanti e precari… Qui c’è il mondo che fa la scuola, insegnanti, studenti, famiglie, il futuro del Paese».
Sfilano le bandiere di Cgil, Cisl e Uil, i leader ci sono tutti, ma anche Gilda, Snals, e poi migliaia di istituti primari e secondari con i loro striscioni dipinti a mano, il centro e le periferie, i cortei arrivati da Napoli, dalla Toscana, l’orgoglio dei quartieri: “Da San Basilio a Garbatella, Renzi, Giannini, fate la cartella”.
Si ballano pizzica e taranta, ci sono almeno diecimila studenti scesi in piazza, lo storico liceo artistico “Ripetta” è tra i gruppi più folti.
Ma il corteo è anche duro, teso, molti sono, anzi erano, elettori del Pd, e nella riforma ci avevano creduto. “Riforma sì, ma non così” gridano infatti dai megafoni. I ragazzi hanno la vernice rossa e arancio sulle mani, l’effetto è splatter e metropolitano.
Enrico Castelli insegna Lettere alla scuola media “Mazzini” di Roma, uno dei primi istituti multiculturali della Capitale, salda tradizione di accoglienza nel cuore del centro storico, a pochi passi dal Colosseo.
«Questa riforma mina alle fondamenta l’istruzione pubblica. E punta ad un sempre maggiore divario tra le scuole ricche e le scuole povere. Le donazioni, ad esempio. Privati cittadini potranno offrire contributi in cambio di vantaggi fiscali. Con i risultato che nei quartieri benestanti le scuole avranno mezzi e negli altri no. È questo il principio di uguaglianza che lo Stato dovrebbe garantire?».
Un gruppo di precari mostra una gigantografia del film “Il marchese del Grillo” con la faccia di Renzi al posto di quella di Alberto Sordi: «Io so io e voi nun siete un ca… ». E il premier con il cappello di Napoleone. Sotto: «Vai a Sant’Elena… ». Paragoni irriverenti. Ma la protesta è dura.
Aggiunge Enrico Castelli, mentre il corteo approda a piazza del Popolo, tra migliaia di bandiere rosse della Cgil. «Uno degli elementi più controversi è la figura del preside manager, nelle cui mani verranno accorpati poteri enormi, azzerando così ogni tipo di democrazia nella scuola. Con quali criteri potrà scegliere i professori? Con quanta trasparenza? Questa riforma è un’occasione perduta, produrrà soltanto cattiva scuola».
Una folla enorme canta “Bella Ciao”, due, tre, cinque volte. La manifestazione è finita, bandiere arrotolate le prof e i prof tornano a casa.
Seduta nel rifugio del bar Rosati la giovane dirigente scolastica commenta pacata: «Non è bello sentirsi nel mirino della protesta, ma gli insegnanti hanno ragione. Noi abbiamo tra le mani le vite dei ragazzi, come possono i presidi decidere tutto da soli? Pensate che responsabilità terribile…».
Maria Novella De Luca
(da “La Repubblica”)
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Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
SCIOPERO IN TUTTA ITALIA DI STUDENTI E INSEGNANTI: “RIFORMA SàŒ, MA NON COSàŒ”
Docenti, studenti, genitori e lavoratori. Precari e di ruolo.
Hanno marciato tutti insieme contro la “Buona scuola” di Renzi.
In ogni angolo d’Italia. Da Aosta a Catania. Passando per Roma, Milano, Bari, Cagliari e Palermo.
Sette piazze principali organizzate dai tre sindacati confederali (insieme a Gilda e Snals), altre decine e decine di cortei e sit-in spontanei in ogni regione del Paese.
I Cobas hanno sfilato da soli, invece, in dodici città (la principale è Torino).
Secondo le stime dei sindacati, alla giornata di protesta hanno partecipato oltre 500 mila persone.
Uno sciopero generale con un’adesione vicina all’80 per cento: le aule sono rimaste deserte ovunque.
“I dati del ministero dell’Istruzione arrivano da circa 5 mila scuole — spiega Maurizio Lembo, della segreteria nazionale Flc Cgil —. Ci sono altri 3 mila istituti che non hanno mandato nessuna comunicazione: probabilmente perchè sono rimasti chiusi”. Una mobilitazione che non si vedeva da anni.
Almeno 50 mila nel corteo di Roma, 30 mila in quello di Bari, 25 mila a Milano , 10 mila a Cagliari.
Nemmeno nel 2008, contro la riforma Gelmini, si è arrivati a cifre del genere.
Renzi ha messo d’accordo tutti, per i sindacati potrebbe essere addirittura “il più grande sciopero di sempre”. Una battaglia senza distinzioni, stavolta, tra le sigle sindacali nè tra insegnanti , lavoratori e ragazzi.
Nei cortei le bandiere si mescolano a centinaia di palloncini colorati, la protesta si fa col sorriso. Cori e ironie sono tutte per il triumvirato della “Buona sòla”: Renzi-Giannini-Faraone. Tra gli slogan, ce n’è uno che tiene insieme le piazze: “Riforma sì, ma non così”.
La sfida più urgente è quella sulle assunzioni: “Non siamo più disposti a farci prendere in giro — ha detto il segretario generale della Flc Cgil, Domenico Pantaleo, dal palco di Roma — se vogliono davvero assumere 100 mila precari, facciano subito un decreto d’urgenza, altrimenti sono chiacchiere, e si discuta di più nel merito della riforma”.
Il destinatario dei messaggi ha risposto nel pomeriggio, difendendo la sua “Buona scuola”: “È giusto ascoltare chi protesta — ha detto Renzi — ma siamo il primo governo che mette 3 miliardi sull’istruzione. Non vogliamo abolire la formazione classica, ma se abbiamo numeri come quelli che abbiamo sulla disoccupazione, vuol dire che il sistema va cambiato. Vogliamo copiare l’Alto Adige e il suo modello duale di alternanza scuola-lavoro, serve a contrastare dispersione e disoccupazione”.
La moglie Agnese, ieri mattina, non ha scioperato: era regolarmente dietro la cattedra nella sua scuola di Pontassieve.
Sulla protesta è arrivato anche il commento del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. Non è stata diplomatica: “È uno sciopero politico — ha detto — e senza presupposti. La riforma della scuola sta procedendo con un dibattito parlamentare che tiene conto di tutto, anche degli stimoli che ci mandano gli insegnanti”.
Infine, il sottosegretario Faraone, che non concede margini sulla norma che riguarda i dirigenti scolastici: “Il ruolo del preside-sindaco non è in discussione”.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA BASE DEL PD CONTRO RENZI, TENSIONI CON LA GIANNINI
Roma, Milano, Firenze, Bologna, Aosta, Napoli, Cagliari e altre ancora. Studenti e professori
insieme in piazza. “La buona scuola siamo noi”, scrivono sui cartelli nella capitale.
Qualcuno rispolvera anche Alessandro Manzoni, ovvio: è il 5 maggio. “Ei fu…”, recita un cartello con un Renzi vestito da Napoleone. Macabro.
Napoli si spinge anche più in là , dove le aule scolastiche si trasformano in urne per le elezioni: “Renzi a casa, bruciamo le schede elettorali…”.
Il mondo della scuola sciopera contro la riforma del governo Renzi. E’ la più grossa protesta da quando l’ex sindaco di Firenze è al governo.
Più pesante dello sciopero generale contro il Jobs Act, che cadeva in un periodo più ‘sereno’ per il presidente del Consiglio che infatti allora rispose: “Rispetto lo sciopero ma non mi impressiono”.
No, la scuola è altra storia. Oggi, contro il premier, si è mosso un gran pezzo della base del Pd, la sua base. Per giunta, alla vigilia del primo test elettorale di Renzi dalle europee dell’anno: le amministrative di fine maggio.
Lo sciopero contro la scuola fa male al quartier generale renziano, dove in mattinata si raccolgono le notizie in arrivo dai cortei, quanto grandi sono e quanto rumorosi.
Ma soprattutto notano e ammettono con la stampa, che, al di là della partecipazione di piazza, stavolta lo sciopero è ultra-riuscito: sono tantissimi gli istituti con le porte chiuse in questo 5 maggio.
E infatti la risposta del premier questa volta è diversa. “Siamo pronti ad ascoltare e condividere” approfondendo “nel merito le ragioni di questa manifestazione”, dice Renzi dal suo tour elettorale in Trentino (lì per le comunali si vota domenica prossima), dove pure viene accolto da contestazioni, come accade spesso nei suoi giri per l’Italia, almeno dallo scorso autunno in poi.
La parola d’ordine al governo è “dialoghiamo” sulla riforma della ‘Buona scuola’. Non a caso Renzi non si associa al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che parla di “sciopero politico”.
Stavolta, non c’è bastone, bensì carota. Dal Nazareno agiscono a colpi di slide su twitter: è la contraerea comunicativa per smontare lo sciopero.
In commissione si lavora anche nel giorno dello sciopero, anzi a maggior ragione. Proprio per poter dire, come fa il renzianissimo Dario Parrini, che “lo sciopero contro la riforma della scuola non tiene conto dei contenuti effettivi del provvedimento e combatte un testo già superato dalle modifiche promosse dal Pd e votate in commissione alla Camera”.
Da settimane ormai il premier ha annunciato modifiche per ridimensionare il ruolo del preside, che lui avrebbe voluto effettivo ‘capo azienda’ in ogni istituto e che invece verrà affiancato dal collegio dei docenti e dai consigli di istituto nell’elaborazione del piano formativo.
E poi le novità sui precari per fare in modo che chi abbia maturato 36 mesi di anzianità rientri in quota riservata al concorso che sarà bandito l’anno prossimo.
Basteranno le modifiche per smontare sciopero, contestazioni e possibili fronde della minoranza Pd ancora sul piede di guerra dopo la sconfitta subita sull’Italicum?
La scommessa è aperta.
Da Palazzo Chigi i riflettori sono puntati sul Senato, oltre che sui cortei del giorno. Perchè quando il 19 maggio la ‘Buona scuola’ verrà licenziata da Montecitorio, si aprirà il fronte di Palazzo Madama, con la sua maggioranza risicata.
L’appuntamento è per i primi di giugno, subito dopo le amministrative. E va da sè che la prova sarebbe ancora più difficile qualora il test elettorale presentasse anche solo una piccola dafaillance per Renzi.
Anche perchè il tempo stringe: la ‘Buona scuola’ deve essere approvata in via definitiva (e quindi con l’ultima lettura alla Camera, dopo il Senato) entro il 15 giugno.
Altrimenti i precari che verranno assunti (secondo la sentenza della corte di giustizia europea che ce lo impone) non potranno entrare in servizio dal primo settembre.
E’ già corsa contro il tempo. E contro le trappole.
Dalla minoranza Pd continuano a chiedere che si proceda per decreto sull’assunzione dei precari, per avere il tempo di riflettere sulla riforma della scuola.
Niet di Renzi, che consente modifiche al suo ddl anche in Senato ma che non lo molla: “altrimenti finisce in palude”.
E i renziani notano con soddisfazione alla Camera che al corteo di Roma Stefano Fassina “è stato contestato…”. “Perchè ormai la gente ce l’ha col Pd”, giustifica Fassina.
Ma questa per la cerchia del premier è l’unica notizia ‘buona’ in una giornata che porta molti dei suoi a riflettere sugli “errori commessi sulla riforma della scuola, errori di comunicazione e non solo”.
E’ anche per questo che, da ieri, il senatore Andrea Marcucci, renziano della prima ora, si affretta a chiedere ai segretari confederali Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo di “venire in audizione in commissione al Senato”.
Tentativo di dialogo, chissà se andrà a buon fine.
Oggi non si direbbe. E poi c’è da mettere nel conto, dicono dalla cerchia del premier, che “ormai si protesta non in base al merito ma perchè si deve contestare”.
Il riferimento è in particolar modo alla minoranza Pd, che in commissione al Senato è presente con Corradino Mineo e Walter Tocci.
Il primo – si ricorderà — l’estate scorsa fu sostituito in commissione per ‘permettere’ l’esame del ddl costituzionale. Il secondo si è dimesso dopo aver votato il Jobs Act, dimissioni poi respinte dall’aula.
Sono primi scogli all’orizzonte, tra i renziani c’è già chi parla di nuove sostituzioni in commissione, come è avvenuto alla Camera sull’Italicum. Si vedrà .
Certo è che la ‘Buona scuola’ sarà il primo test vero per la maggioranza di governo in Senato dopo lo scontro sulla legge elettorale e prima delle riforme costituzionali, che arriveranno a Palazzo Madama solo nella seconda metà di giugno.
“Renzi stai sereno della tua buona scuola ne facciamo a meno”, recita un cartello in piazza. Il premier non condivide ma stavolta sa che non può fare il ‘terminator’. Almeno fino alle amministrative del 31 maggio.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
CON UNA RIFORMA DEMENZIALE RENZI STA FACENDO PERDERE CONSENSI AI DEM
Stefano Fassina più che contestato è diventato oggetto dello sfogo dei docenti durante la
manifestazione della scuola a Roma.
L’esponente del Pd, mentre partecipava al corteo, è stato avvicinato da alcuni insegnanti che lo hanno criticato, accusandolo di scarsa opposizione all’interno del Partito democratico.
Fassina ha però respinto l’accusa, rivendicando invece il suo impegno contro le politiche del governo di Matteo Renzi.
Più di un manifestante si è dichiarato un ex elettore del Pd deluso dal trattamento riservato dal premier agli insegnanti.
“So che siete arrabbiati – ha replicato Fassina – per questo mi batto per cambiare il disegno di legge”.
Commentando poi l’accaduto con i giornalisti il parlamentare ha precisato che “giustamente c’è gente arrabbiata con il Pd. Ci sono anche persone che hanno votato Renzi ma che oggi si sentono offese e umiliate”.
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
SUCCESSO DEI CORTEI IN SETTE CITTA’: “LA PIU’ GRANDE PARTECIPAZIONE MAI VISTA”
Decine di migliaia di persone sono scese in piazza questa mattina in tutta Italia per protestare
contro la riforma della scuola del governo Renzi, per uno sciopero generale che alcuni sindacalisti hanno definito “il più grande di sempre”.
Manifestazioni in sette città . I più partecipati a Roma e Milano, dove a fianco di insegnanti, personale della scuola e studenti, hanno sfilato i segretari generali dei sindacati confederali e autonomi e molti esponenti politici, anche del Pd.
Stefano Fassina, che ha manifestato nella Capitale, è stato oggetto di un’accesa contestazione da parte di alcuni insegnanti.
Tra i primi commenti politici, quello del parlamentare Pd Pippo Civati, in piazza a Roma, secondo il quale “questo è uno sciopero non politico, perchè la politica non rappresenta più nessuno, perchè il Pd ha tradito i suoi impegni elettorali e ha fatto una riforma della scuola lontanissima dalla nostra cultura politica”.
Il corteo è partito da piazza della Repubblica, preceduto da alcuni flash mob degli studenti: “siamo in centomila”, hanno detto gli organizzatori.
Corteo anche a Bolzano, dove oggi è atteso il premier Renzi per un incontro di partito. Sua moglie, insegnante a Pontassieve, questa mattina sta svolgendo invece regolarmente le sue lezioni.
I tre sindacati confederali con Gilda e Snals manifestano in sette piazze: Aosta, Milano, Roma, Bari, Catania, Palermo, Cagliari. L’ala Cobas – Usb, Unicobas, Anief e sigle minori – in dodici città (tra cui Torino).
L’ala Cobas sciopererà anche domani e martedì 12 per tentare di boicottare i test Invalsi.
Non scioperano diversi presidi, invece, esplicitamente favorevoli al disegno di legge del governo, “La buona scuola”.
Il primo blitz, all’alba, degli studenti universitari davanti al ministero dell’Istruzione.
Tutte le manifestazioni sono ancora in corso
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DOMANI IL MONDO DELLA SCUOLA SI FERMA COME DA ANNI NON ACCADEVA: CI VOLEVA RENZI PER METTERE D’ACCORDO TUTTE LE SIGLE SINDACALI CONTRO LA SUA RIFORMA PATACCA
Non basterà il successo di immagine dell’Expo a Matteo Renzi per superare lo scoglio della riforma della scuola.
Lo sciopero indetto domani da Cgil, Cisl, Uil, Gilda, Snals, Cobas e altre sigle sarà un successo.
E potrebbe rappresentare il primo attrito, vero, tra il governo e una parte importante del suo mondo di riferimento.
Parliamo di circa un milione di addetti della scuola pubblica storicamente schierati a sinistra.
Parliamo delle famiglie, degli studenti che dovrebbero essere i riferimenti obbligati di chi, ogni due per tre, parla di futuro.
Non è quindi casuale che il governo abbia deciso di inaugurare in commissione Cultura alla Camera, dove il provvedimento sulla “buona scuola” è in discussione, una linea più morbida.
La ministra Stefania Giannini è stata di fatto esautorata dalla discussione affidata al sottosegretario Davide Faraone, vero plenipotenziario renziano e con un ruolo più ampio al resto del Pd. La legge è stata in parte riscritta anche se i cambiamenti, accusa il Movimento 5 Stelle, sono solo di “facciata”.
Le piazze del 5 maggio
Per questo lo sciopero non è stato disdetto e sarà preceduto, stasera, da un “flash-mob” spontaneo in tutta Italia con le docenti vestite a lutto e un lumino tra le mani. Domani, poi, le scuole saranno chiuse e si svolgeranno sette cortei nazionali fra cui quelli di Milano e Roma.
Che ci si aspetti un’adesione molto ampia è dimostrato anche dalle circolari che stanno girando nelle scuole.
A Roma, ad esempio, i presidi stanno modificando gli orari per garantire la massima presenza degli insegnanti che non sciopereranno nella fascia tra le 8 e le 12, rischiando una decisione che lede il diritto di sciopero.
Inoltre, la prova Invalsi, inizialmente prevista per il 5 e 6 maggio, è stata spostata, illeggittimamente secondo i Cobas, al 6 e 7.
Lo scontro è motivato da una divisione di fondo: la sbandierata decisionalità dei presidi e il presunto primato alle famiglie , di cui parla Renzi, passano infatti per una rimessa in riga degli insegnanti che, in modo molto più sottile e mediato, vengono abbinati alla categoria dei fannulloni.
Nella scuola pubblica, invece, si sono accumulate attese e speranze per lo meno dal 2009, da quando cioè la riforma Gelmini ha “fatto cassa” spogliando un bene pubblico fondamentale che in circa cinque anni ha perduto 8 miliardi di finanziamenti.
Da qui, il blocco degli scatti stipendiali, la riduzione del tempo pieno, l’infinita lista di attesa per i giovani, e meno giovani, precari, la fatiscenza delle strutture, il taglio dell’offerta formativa nei singoli istituti.
Così, un primo punto di scontro sarà proprio quello che attribuisce ai dirigenti scolastici il potere di assumere direttamente i docenti e così di fare il bello e il cattivo tempo con l’obiettivo di “assumere gli insegnanti migliori”.
Ma chi selezionerà i presidi? Chi vigilerà davvero sul loro comportamento?
Quale ruolo sarà attribuito agli organi collegiali, ai docenti ma anche ai genitori?
E, ancora, come evitare di realizzare quel sistema di scuole di “serie A” e scuole di “serie B” che sembra essere l’obiettivo della politica italiana, tutta, da circa quindici anni?
Questi punti della legge, la scorsa settimana, sono stati in parte edulcorati ma non abbastanza da mettere in discussione il ruolo del “preside-sceriffo”.
I motivi della protesta
Un secondo punto molto controverso, e che sta facendo imbufalire i docenti di ruolo il cui contratto è fermo al 2009, è la possibilità di “restituire” all’Albo territoriale, di nuova istituzione, i docenti che risultassero in soprannumero nei singoli istituti.
Ne risulterebbe una situazione di “mobilità ” dei docenti che potrebbero venire assegnati ogni tre anni a una scuola diversa con un effetto immaginabile sul piano della continuità didattica.
Viene ridimensionato, allo stesso tempo, il ruolo del Collegio docenti con quest’ultimi ridotti a poveri pedoni di una beffarda partita a scacchi.
I docenti vogliono , per lo meno nelle loro rappresentanze, mantenere un ruolo attivo nella predisposizione dell’offerta formativa e nell’organizzazione dell’attività scolastica.
Poi c’è il punto dolente dei precari.
All’inizio il governo aveva promesso 148.600 assunzioni, tante quante sono le iscrizioni alle Graduatorie a esaurimento (Gae), le storiche liste dei precari. Nella legge, il numero è sceso a 101.701.
Gli insegnanti però contestano la veridicità del numero. A leggere la relazione tecnica, dicono, si desume che probabilmente si arriverà a 40 mila assunzioni certe.
Il resto sarà collocato negli Albi territoriali in attesa della chiamata dei dirigenti scolastici che li utilizzeranno nell’ambito dell’organico funzionale, quello che serve a completare l’offerta formativa.
Una forma indiretta di supplenza anche se migliore dell’attuale situazione. Quello che non è chiaro, però, è cosa accadrà a coloro che non vengono chiamati dai dirigenti scolastici i quali devono comunque basarsi sulle classi di concorso (le materie di insegnamento).
In alcune di queste c’è penuria di docenti, in altre di insegnanti ce ne sono troppi. Questo squilibrio non è stato regolato e produrrà un disavanzo finale, in termini di posti da assegnare, di circa 60 mila unità .
Irrisolto, anzi non affrontato, invece, è il caso dei docenti che sono risultati idonei all’ultimo concorso, quello indetto dal ministro Profumo nel 2012, e di coloro che non sono iscritti nelle Gae ma nelle graduatorie di istituto con tanto di abilitazione all’insegnamento.
L’istruzione riservata ai ricchi
Infine, le risorse. Renzi ha ammorbidito il progetto di riforma degli aumenti stipendiali istituendo un Fondo a disposizionedei dirigenti scolastici dell’importo di 200 milioni.
Ha puntato a ingraziarsi i docenti con il bonus formativo da 500 euro l’anno e ha offerto un amo alle famiglie introducendo la possibilità di stanziare il 5 per mille ai singoli istituti e uno “school bonus” che prevede un credito di imposta del 65% per le donazioni liberali alle singole scuole.
Ha poi istituito una detrazione di 400 euro ad alunno per le spese di frequenza delle scuole private.
Un impianto che, secondo i sindacati, descrive un sistema di divisione censoria delle scuole, premiando gli istituti frequentati da persone agiate e, ovviamente, le scuole private con violazione dell’articolo 33 della Costituzione.
La distanza è evidente. Si tratta di modelli alternativi di cultura scolastica: da un lato l’inclusione, la partecipazione e la valorizzazione del personale scolastico; dall’altro, l’obiettivo reiterato dell’efficienza e della decisionalità .
Come se bastassero i capistazione per far arrivare i treni in orario.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 4th, 2015 Riccardo Fucile
E BASTA CON LA BALLA DI RENZI DEI 100.000 ASSUNTI: E’ UNA SENTENZA EUROPEA CHE LO HA OBBLIGATO AD ASSUMERNE 150.000
La “buona scuola” sono facce. 
Milioni di volti che ti passano accanto la mattina presto nel traffico, una cartella portata in spalla da una mamma.
È il liceo Colombo di Genova — quello di Mazzini e De Andrè — a mezzanotte, stracolmo di ex studenti venuti ad ascoltare il loro vecchio professore che declama il Notturno di Alcmane.
Ma all’alba ce n’è un’altra molto più prosaica, fatta di graduatorie, tetti che crollano, conti in rosso. E numeri. In chiaroscuro.
Un milione di studenti in più
Sono lontani i tempi della “scuola-carrozzone” affollata di insegnanti (malpagati) e povera di studenti.
Oggi gli stipendi sono rimasti al palo, ma gli alunni crescono sempre di più: sono 7 milioni e 900mila quelli censiti nell’ultimo anno scolastico, tra scuole dell’infanzia, primarie e secondarie (1 milione in più rispetto al 2007-08), mentre nello stesso periodo i docenti di ruolo sono calati dagli 840.000 di 7 anni fa agli attuali 600.839.
Un dato, questo, che non subisce più variazioni dal 2011, congelato da una norma di legge dell’allora ministro Tremonti che obbliga il MIUR a non “sforare” il numero di posti dell’anno scolastico 2011-12, per adeguarsi ai parametri europei.
Risultato? Il rapporto docenti-alunni è progressivamente salito fino a circa 1 a 11 (in linea con la media UE di 1 a 12).
In realtà — come spiega Gianluigi Dotti, responsabile del Centro Studi di Gilda, il sindacato nazionale degli insegnanti — le cifre raccontano solo una parte della storia, in un Paese dove le difformità restano enormi.
“Siamo di fronte al paradosso del pollo di Trilussa. Non è il dato in sè che preoccupa, ma l’enorme frammentazione del territorio: mentre nei paesini di montagna e dell’entroterra si fa fatica a mantenere un presidio, le città esplodono con classi-pollaio da 30-35 alunni”.
Gli insegnanti più poveri d’Europa
È in queste condizioni che docenti, dirigenti e operatori scolastici si ritrovano a lavorare tutti i giorni, tra continui tagli alle risorse e gli stipendi fermi ormai al 2009.
“Ma già allora eravamo in ritardo di due anni — ricorda Rino Di Meglio, segretario nazionale di Gilda — Dieci, quindici anni fa le risorse per intervenire c’erano e non sono state usate. Con la crisi, la situazione è precipitata e oggi gli insegnanti sono definitivamente usciti dal ceto medio”.
Il confronto con l’Europa è impietoso.
Una volta entrato in ruolo, un maestro elementare italiano percepisce un reddito lordo di 23.048 euro, contro i 27.993 del collega spagnolo, i 34.286 degli svedesi e addirittura i 40.142 dei tedeschi.
Ma è a fine carriera che la forbice si divarica del tutto.
Se la busta paga d’ingresso in Italia e in Francia è più o meno in linea, 40 anni dopo il maestro transalpino avrà staccato il nostro di oltre 11.000 euro (rapporto Eurydice 2013). Non va meglio ai professori di medie e superiori, il cui potere d’acquisto negli ultimi sei anni si è ridotto addirittura del 15%.
“Dopo 28 anni di servizio, una laurea, un TFA (Il Tirocinio Formativo Attivo) e un concorso alle spalle, il mio stipendio è fermo a 1.800 euro” racconta un professore di liceo, mentre in ingresso oggi non si supera i 1.300 euro.
Un’emorragia che non risparmia neppure i bidelli.
Ogni anno, nei licei e negli istituti superiori, il personale ausiliario perde per strada oltre 10.000 unità , a fronte di 30.000 nuovi studenti iscritti (dati Anief).
E i nuovi tagli sulla scuola nascosti nella Legge di Stabilità appena approvata dal governo rischiano di veder cancellati altri 2.020 posti di lavoro ATA, pari a una riduzione nella spesa di personale intorno ai 50 milioni di euro, a partire dall’anno scolastico 2015/16.
“In alcune scuole chiamano imprese di pulizie esterne, perchè lo Stato non ha risorse per assumere” racconta Franca, operatrice scolastica, il cui ultimo scatto d’anzianità risale al 2005.
“La retribuzione di un bidello oggi in alcuni casi non arriva ai 1.000 euro — precisa Di Meglio — Siamo a livello di sussidio di disoccupazione”.
“La vecchia scuola”
Di fronte a dati del genere, l’opinione pubblica si è spesso divisa. Per alcuni, i lavoratori della scuola sono stati abbandonati dallo Stato. C’è chi, invece, non ha dubbi: “Giusto così, lavorano troppo poco”.
Eppure, a guardar bene, l’orario settimanale di un professore di liceo (le classiche 18 ore) in Europa è inferiore solo a Ungheria (20), Danimarca e Spagna (19) e di gran lunga superiore alle 16,3 di media nell’area UE.
Lo spread si allarga nelle scuole primarie: in Italia sono 22 le ore di lezioni frontali previste, contro le 19,6 medie europee (fonte Eurydice).
Le statistiche non tengono, ovviamente, in considerazione le ore spese dal corpo insegnanti in attività didattiche parallele, tra correzione dei compiti, preparazione di esami e lezioni, colloqui con le famiglie, scrutini, programmazione e impegni collegiali vari.
Secondo un calcolo dell’Istituto Comprensivo Quintino di Vona di Milano, l’attività reale sfiora le 40 ore settimanali, per un totale annuo di 1.759 ore.
Crescono le ore e cresce anche l’età media dei docenti, oggi intorno ai 50-51 anni, la più in alta in Europa.
Al nostro Paese tocca un altro primato decisamente poco invidiabile.
Secondo il rapporto “Educational at a Glance 2013”, la scuola italiana ha il 62% di insegnanti over 50: più del doppio rispetto a Regno Unito (28%) e Spagna (30%) e nettamente sopra la media Ocse (36%).
È lo scontrino più salato del blocco alle assunzioni, ma anche della riforma Fornero che ha innalzato l’età pensionabile, arrestando di fatto il turn-over tra pensionati e neo-assunti.
Quell’esercito di 400mila precari
La coperta è troppo corta. E, alla fine, a farne le spese — come spesso capita — è chi ancora attende di entrare: l’esercito dei 400mila precari della scuola.
Di questi, poco meno della metà sono stabilmente occupati ma privi di un contratto a tempo indeterminato e relative tutele.
Ogni anno, il 30 giugno, la scuola li licenzia, per poi riassumerli il settembre successivo. “Puoi andare avanti così anche dieci, vent’anni, una vita intera, senza mai essere assunta” si sfoga Livia, mamma e maestra elementare precaria. Una dei 150mila docenti “di fatto” che il ministro dell’Istruzione Giannini ha promesso di assumere entro il 2015.
In attesa dell’annunciata stabilizzazione, la scuola fa i conti con i tagli orizzontali alle risorse che negli ultimi anni hanno spolpato l’istruzione pubblica.
A cominciare dalla Riforma Gelmini del 2010.
“Una non riforma — la definisce Di Meglio — Si è limitata a tagliare orari e organici, ma di azioni concrete neanche l’ombra”.
E il governo Renzi si prepara a seguire il solco tracciato: si calcola che i tagli alla scuola contenuti nell’ultima Legge di Stabilità abbiano superato i 600 milioni di euro, a fronte di investimenti scarsi o assenti.
A tenere in piedi la scuola sono, soprattutto, i genitori che pagano di tasca propria le funzioni minime primarie che lo Stato non riesce a garantire: carta igienica, gessetti, ma oramai anche attrezzature, laboratori, corsi di recupero.
“All’inizio era nato come contributo volontario — sottolinea Fabrizio Azzolini, presdidente dell’AGE (Associazione Italiana Genitori) — Oggi è diventata una tassa, senza la quale la scuola chiuderebbe domani”.
La crisi la scopri ancora una volta nei numeri. “Per una scuola di 2.000 studenti, da Roma arrivano circa 50.000 euro all’anno, mentre le famiglie ne investono almeno 6 volte tanto” calcola il prof. Dotti di Gilda.
E aggiunge. “In certi istituti alberghieri i genitori sono arrivati persino a comprare il cibo per le ricette”.
Metafora perfetta di una scuola su cui per anni hanno mangiato in tanti.
E ora sono rimaste le briciole.
Lorenzo Tosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
“IN ITALIA MERITO E’ SOLO UN’EPITAFFIO SULLA LAPIDE DI UN PAESE INCANCRENITO”
Buongiorno Matteo,
mi permetto di darti del tu perchè finora il tuo modo di porti con gli italiani è stato molto “friendly”, e perchè, come me, sei una persona giovane, che verosimilmente rifugge dalle formalità .
Tu hai sempre detto di voler lavorare “per” e “con” gli italiani. Hai posto sempre l’accento sul voler ricominciare partendo dalla rottamazione di ciò che non va.
Hai sempre parlato di Buona Scuola, affermando che il sistema scolastico sia in qualche modo il fulcro del sistema Italia. Vi è venuto in mente di scardinare il vecchio sistema delle graduatorie per premiare, attraverso concorsi pubblici, il merito.
Sicuramente l’avrete fatto anche sulla base dell’articolo 97 della Costituzione, che recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”.
Più che giusto, secondo la Costituzione la norma generale per accedere al tanto agognato posto pubblico è il concorso. Gli altri metodi di reclutamento devono essere eccezioni.
La norma (peraltro primaria nella gerarchia delle fonti) parla chiaro e voi a questa vi sarete sicuramente appellati, senza pensare alle orde di precari che dopo anni di sacrificio oggi si troveranno ad affrontare un concorso per la stabilizzazione.
Alla collocazione in graduatoria si sostituirà il merito. Ben venga il merito. Ci speriamo tutti, nel merito.
Io ti dico però, Matteo, che la parola “Merito” in Italia è solo un’epitaffio sulla lapide di un Paese ormai incancrenito.
Ad esempio, ne sai qualcosa, Matteo, del fatto che i laureati in Scienze Politiche Nuovo Ordinamento (Ordinamento creato da politici come te, non da sfigati come me), non hanno potuto partecipare agli ultimi concorsi banditi dal Ministero per l’insegnamento?
Non mi dilungo su questo, sebbene io rientri nella categoria dei tagliati fuori con un illustre curriculum da 110 e lode a 25 anni (ormai di anni ne ho 33 come Cristo).
Ma, come ti ho detto, non mi dilungo perchè non è per parlarti solo ed esclusivamente dei miei problemi che scrivo.
Ne sai qualcosa, Matteo, del fatto che ai concorsi pubblici il fatto di poter favorire un candidato è diventato ormai più la regola che l’eccezione?
Sai che a detta di molti tante volte i posti sono attribuiti in base all’appartenenza ad un partito, e direi anche al grado di servilismo e sottomissione al sistema?
Parli tanto di Europa e del fatto che l’Italia in qualche modo debba riuscire ad adeguarsi agli standard europei, ma tanto per farti un altro esempio, non so se tu abbia mai sostenuto un esame di inglese per prendere un certificato.
Anche per ottenere un semplice Pet.
Sai che per conseguire un Pet si seguono molti più criteri di sicurezza e imparzialità che per sostenere un normale concorso pubblico in un qualunque paese d’Italia?
A me è capitato di sostenere concorsi pubblici in comuni in cui tutte le domande all’orale erano uguali per cui mentre il primo candidato sosteneva l’esame, gli altri stavano in un’altra stanzetta perchè non potessero sentire le domande.
Roba che un candidato qualunque si deve studiare tomi e tomi di leggi che manco gli impiegati conoscono, mentre se uno per caso sa le domande, studia quelle risposte ed è a cavallo.
Difatti una volta quello che poi divenne il vincitore non ha neanche aspettato di conoscere il risultato finale perchè aveva fame, mentre gli altri attendevano morti di fame con il fiato in gola, perchè il posto era per la vita.
Lo sai, Matteo, che quando vogliono i Commissari dicono solo sì sì sì e non fanno altre domande, e quando non vogliono spulciano?
Erano molto più imparziali i concorsi che si svolgevano in Cina per diventare mandarini secoli fa.
Non riuscite proprio a trovarlo un criterio di selezione più oggettivo, magari mettendovi seriamente d’impegno?
Che poi ora concorsi pubblici non ce ne sono quasi più, ma quando non garbano alle amministrazioni, li annullano e li rifanno.
A parte i concorsi, sai che da quando i Comuni devono ricoprire al 100% il costo di alcuni servizi, nelle famiglie italiane, in base al numero di componenti familiari e ai metri quadri della propria abitazione, stanno arrivando botte di 500 euro e più a famiglia solo per il servizio di raccolta dei rifiuti?
Non è che se si è in più componenti si è più ricchi! Nella maggior parte dei casi sono bocche in più da sfamare perchè disoccupate, ma del reddito non tenete conto ovviamente. E non andate a caccia di evasori, soprattutto quando denunciano zero euro di reddito.
E ancora, per caso sai che i commercianti non ce la fanno più a sopravvivere? Sono oberati di tasse e soffocano lentamente. Al tg dicono che ci stiamo riprendendo, ma le vendite parlano chiare. Forse siamo scemi noi, che non riusciamo a trovare il punto di contatto fra i numeri delle statistiche e il Paese reale.
Ancora, sai che per avere una cavolo di disoccupazione per pochi mesi di lavoro ho dovuto combattere per mezzo anno con l’Inps?
Mi spettava di diritto, ma la domanda era finita in non so quale meandro dell’Istituto, e ancora non ho visto soldi.
Capisco che ci sia tanto da fare. E’ un momento nel quale gli impiegati si trovano davanti gente arrabbiata (giustamente, aggiungerei) come non mai prima nella storia, ma non è che per sopperire a questo il call center Inps funzioni meglio degli sportelli. Se non sei fortunato trovi gente che non sapendoti rispondere ti sbatte anche il telefono in faccia.
E non è che la gente abbia voglia di fare il diavolo a quattro per un sussidio, ma in altri Paesi (Europei, non dell’Isola che Non C’è) funzionano gli uffici di collocamento.
Qui, negli uffici di collocamento, per sostenere i quali presumo l’Italia spenda una barca di quattrini in stipendi vari, ti dicono pure “Gli annunci cercali su Internet perchè sono più aggiornati di quelli che abbiamo appeso al muro noi”.
A un certo punto non è che noi siamo troppo esigenti, non ci sappiamo accontentare o balle varie. E’ proprio che in Italia non funziona niente.
Visti gli esempi che ti ho prodotto, ritieni ancora che la Buona Scuola sia il fulcro di tutto? Lasciatelo dire da una persona che sulla propria formazione ci ha investito tempo e denaro (diciamo non tanto io quanto la mia famiglia per pagarmi gli studi).
In questa Italia qua io ho tratto la più dolorosa conclusione potessi mai trarre.
Il problema non è la scuola. Il mio livello di istruzione, per questa Italia, è sin troppo alto.
Non fa che acuire il dolore e la consapevolezza che, qui, non c’è posto per me!
Buona giornata Matteo, e buona riflessione.
Manuela Podda
(da “Jack’s Blog”)
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Aprile 26th, 2015 Riccardo Fucile
A MIGLIAIA VESTITI A LUTTO NEI FLASH MOB… ECCO I PUNTI DELLA PROTESTA DAL BASSO CHE SFIDA IL GOVERNO
In quest’assaggio di contestazione alla “Buona scuola” si sono affacciati loro, i prof in nero.
Si mostrano da tre settimane almeno, ma venerdì scorso – con l’area Cobas in sciopero in classe e in manifestazione a Roma – hanno messo in mostra una serie di flash mob sincronizzati che ha fatto comprendere quanto sia profonda la contestazione al disegno di legge del governo. “Troviamoci cinque minuti alle 20,30”, è stato il passaparola su Twitter.
Decine, in alcuni casi centinaia di insegnanti si sono presentati in scuro e con i lumini da funerale accesi sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma, attorno alla fontana di piazza De Ferrari a Genova, a Milano, Bari, Palermo, Ragusa, Oristano.
La fotografia suggestiva era stata lanciata da un gruppo docente, #waterlooscuola, mobilitato contro la riforma dallo scorso settembre.
Tra gli animatori Fabio Cuzzola, insegnante di latino della Piana di Gioia Tauro. Dice: «La senatrice Puglisi e la deputata Malpezzi, colleghe, erano con noi contro la legge Gelmini, ora fanno camminare una riforma che non è inclusiva, nè democratica.Il ministro Giannini si è fatta consigliare da burocrati del Miur che non hanno mai insegnato. Alla scuola non servono nuovi prof su nuove caselle, servono nuovi prof per sostituire quelli che non riescono ad andare in pensione. Non servono sponsor che investiranno solo sugli istituti migliori, ma soldi pubblici. E il potere dei presidi alimenterà solo le raccomandazioni».
I prof in nero annunciano nuove contestazioni pacifiche, ma le prossime settimane saranno di piazza e di protesta anche per sindacati e studenti.
Martedì, giorno in cui si rinnova il Consiglio superiore della Pubblica istruzione, trentadue associazioni (compresi i sindacati confederali) incontreranno deputati e senatori sulle proposte di modifica al Ddl. Il giorno dopo, 29 aprile, flash mob dell’Unione degli universitari in tutta Italia per contestare l’accesso all’insegnamento.
L’appuntamento di stagione è il 5 maggio: sciopero di tutte le sigle unite con probabili manifestazioni a Milano, Roma e Bari.
Nello stesso giorno partiranno i boicottaggi dell’Invalsi: 5 maggio prova d’italiano e il 6 di matematica. Il 12 maggio ancora Cobas in strada insieme agli studenti.
Domani alle commissioni Cultura di Camera-Senato parte il voto sugli emendamenti al Ddl.
Ne sono stati presentati 2.400, una minima parte andrà in votazione.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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