Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
PIU’ POTERE AI PRESIDI, SALTANO 60.000 ASSUNZIONI PROMESSE
E’ il punto che gli interessa di più di tutta la riforma, dicevano i suoi già prima del consiglio dei ministri
che ha varato il disegno di legge sulla ‘Buona scuola’.
In conferenza stampa Renzi dedica molto spazio alla nuova figura che ha forgiato per imprimere il ‘cambia verso’ alla scuola pubblica: il “preside allenatore”.
Il premier lo definisce così. E’ di fatto il ‘capo azienda’ di ogni istituto, colui che in nome dell’autonomia scolastica deciderà il destino di un bacino di centomila precari. Sarà lui a sceglierli da un apposito albo e ad assumerli sulla base dei curricula.
Il preside è il capo, struttura piramidale nella scuola. Come sulla Rai, dove pure arriverà il ‘capo azienda’ scelto dal governo.
Con tutte le polemiche e probabilmente gli abusi discrezionali che ne deriveranno.
E’ la solita svolta verticista del capocaseggiato mancato Renzi.
Lo fa con la riforma della scuola, lo fa con la riforma della Rai, tema sul quale il governo non ha ancora varato un disegno di legge ma ha solo iniziato la discussione. Ma comunque anche lì, secondo i piani illustrati da Renzi, ci sarà un consiglio di amministrazione nominato a maggioranza dal Parlamento, ma il capo azienda dovrà poter “decidere” senza essere “costretto a mediazioni su mediazioni”.
La svolta in senso verticale poi si concretizza anche con la riforma della pubblica amministrazione all’esame del Senato: il testo rafforza il potere decisionale di Palazzo Chigi sulle nomine nelle società controllate, sfilandole di fatto ai ministeri, soprattutto al Tesoro che al momento detiene il maggior numero di controllate pubbliche.
Decide tutto lui, potesse nominerebbe lui anche i bidelli.
Per via delle critiche, arrivate anche dal Colle, sull’abuso della decretazione d’urgenza, il presidente del Consiglio presenta un disegno di legge.
E sfida il Parlamento ad approvarlo entro le amministrative del 31 maggio (stasera il consiglio dei ministri ne ha deciso la data con un decreto).
I centomila entreranno all’interno di un albo dal quale verranno pescati dai presidi, in base alla disponibilità di cattedre nell’istituto e in base al curriculum, che verranno pubblicati online come i bilanci di ciascun istituto.
E non ci sarà automatismo nella graduatoria: sceglierà il preside. Che poi in teoria verrà giudicato dal ministero per il suo operato.
Con il rischio che il preside chiami qualche suo amico, diciamo il Carrai di turno.
C’è poi il capitolo stabilizzazione.
Le assunzioni non sono più le 148 mila promesse qualche mese fa, ma 100 mila.
I posti andranno a chi è nelle graduatorie a esaurimento, le Gae. «Poi varranno solo i concorsi».
Esclusi i 23 mila maestri della scuola materna: «Su questi dobbiamo prima chiarirci con i Comuni. Manteniamo l’impegno ma le inseriamo dentro un ragionamento più ampio».
Campa cavallo…
L’importante è che domani tutti parlino dei presidi, chi se ne frega di 60.000 docenti bidonati.
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Marzo 6th, 2015 Riccardo Fucile
RIVELATA DALLA UIL LA NUOVA PROGRESSIONE ECONOMICA ALLO STUDIO DEL GOVERNO… IN PRATICA UNA SOMMA PERSINO INFERIORE A QUELLA PREVISTA ATTUALMENTE
Da 21 a 30 euro mensili (lordi) di aumento, ogni tre anni, per i docenti meritevoli. Solo 10 euro al mese
di incremento, sempre ogni tre anni e sempre lordi, per coloro che resteranno al palo.
Ecco la nuova progressione economica che ha immaginato il governo Renzi per i docenti con la Buona scuola.
A decrittare l’algoritmo sui nuovi scatti stipendiali per il personale docente la Uil scuola.
Che ha semplicemente utilizzato il testo ufficioso del decreto-legge abortito venerdì scorso e aggiunto le somme di cui parla l’articolo 20: quello che ridisegna appunto la carriera degli insegnanti e i nuovi aumenti stipendiali.
In altre parole, secondo i calcoli del sindacato, i docenti meritevoli della scuola 2.0 guadagnerebbero meno di quanto non guadagnino attualmente tutti: meritevoli e non meritevoli.
Perchè un docente di scuola superiore che supera l’ottavo anno di servizio, attualmente, si vede calare 195 euro lordi mensili in più sullo stipendio per il semplice motivo che ha già prestato otto anni di servizio.
Euro di aumento che calano a 156 mensili lordi per una docente di scuola dell’infanzia e primaria.
“E’ la realtà dei numeri la vera ragione per cui vogliono evitare il contratto ed emanare un editto”, dichiara Massimo Di Menna riferendosi al governo.
Il conteggio estrapola dalle pieghe del decreto il nuovo meccanismo di attribuzione delle risorse — che restano le stesse di oggi — agli insegnanti. I 350 milioni all’anno che servono per pagare gli scatti stipendiali dei docenti che maturano l’anzianità prevista si riducono a 280 perchè 70 spettano al personale Ata: amministrativo tecnico e ausiliario.
Questi 280 milioni vengono suddivisi in un 30 per cento — pari a 84 milioni — che serviranno a pagare gli scatti in base all’anzianità a tutti i docenti in servizio.
Per un totale di 125 euro lordi mensili di aumento, ogni tre anni.
La restante parte, 196 milioni di euro, pari al 70 per cento, sarà appannaggio dei docenti più attivi e meritevoli.
Ma prima di ripartire la somma a quell’80 per cento di super docenti presenti in ogni scuola occorre sottrarre le somme per le nuove figure che l’esecutivo intende introdurre: i due docenti mentori e il docente staff per scuola.
Una semplice moltiplicazione che decurta di 66 milioni di euro i 196 destinati al merito.
Con i 130 milioni annui rimanenti si potranno pagare gli scatti di merito che corrisponderanno a 16 euro mensili di aumento, ogni tre anni, se si prevede un’unica fascia.
Undici, 13 e 20 euro mensili di aumento, sempre ogni tre anni e lordi, se le fasce di merito saranno tre.
In questo modo, un docente meritevole potrà ottenere da 21 a 30 euro di aumento mensili ogni tre anni.
I meno bravi soltanto 10 euro lordi in più al mese, ogni tre anni.
“Coloro che avranno ottenuto crediti formativi e professionali, quanti avranno raggiunto i requisiti per un riconoscimento da parte del Nucleo di valutazione, che sarà costituito a tal scopo, potranno contare su 16 euro medi di aumento ‘per merito’. Ogni tre anni”, sottolinea Di Menna.
“Il mentor e il docente di staff avranno 200€ medi lordi al mese in più sullo stipendio, che sostituiscono quanto oggi ricevono in quanto funzioni obiettivo e di collaboratori del dirigente scolastico. Sono queste le cifre del progetto del governo per riconoscere il lavoro che si fa a scuola. La realtà dei numeri — conclude — è la vera ragione per cui vogliono evitare il contratto ed emanare un editto”.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica”)
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Marzo 5th, 2015 Riccardo Fucile
PD SPACCATO, CATTOLICI IN FESTA… 400 MILIONI ALLE PRIVATE MENTRE NELLE PUBBLICHE MANCA ANCHE LA CARTA IGIENICA
Se l’assunzione di una parte dei pre cari è ancora a rischio, le scuole pari ta rie e cat to li che quasi esul tano. 
Il governo Renzi ha con fer mato di volere inse rire nel dise gno di legge le detra zioni fiscali promesse dal sot to se gre ta rio all’Istruzione Toc ca fondi, con fer mate dal mini stro Gian nini, e riven di cate da 44 par la men tari del Pd insieme a quelli dell’Ncd.
Ma avreb bero voluto da Renzi un decreto legge, così da incas sare il bonus fino a 4 mila euro a fami glia e il 5 per mille subito.
Così non è stato e ieri Fami glia Cri stiana ha ini ziato a dubi tare del pro getto del governo: «Quello di Renzi è un bluff o è #lavol ta buona?».
Toc ca fondi ha ras si cu rato: «Il governo sta attuando una pic cola riforma cul tu rale e sta supe rando con il rea li smo un pre giu di zio per chè auto no mia e parità riguar dano la scuola nella sua tota lità , sta tale e non statale».
L’operazione ideo lo gica è vasta, tra sver sale e ben con ge gnata.
A riprova c’è l’appello pub bli cato da Avve nire fir mato da 37 par la men tari e due euro de pu tati di Forza Ita lia: «Ci uniamo alla let tera indi riz zata da 44 col le ghi depu tati — hanno scritto – per chie dere che nel ddl per la “buona scuola” trovi piena rea liz za zione la garan zia del diritto alla libertà di scelta edu ca tiva della fami glia».
A con fer mare l’avanzata del fronte che intende aumen tare le risorse pub bli che per i pri vati è sceso in campo l’ex mini stro dell’istruzione Luigi Ber lin guer: «È con l’autonomia che si afferma, in pra tica, il plu ra li smo edu ca tivo», ha detto.
Le destre sono schie rate con la Chiesa cat to lica.
Il Pd è spac cato come una mela.
È uno degli effetti pro dotti dall’approvazione della legge sulle pari ta rie del 2000 voluta dal centro-sinistra.
Un vul nus costi tu zio nale che da allora ha pro dotto nume rose pole mi che. Ieri la segre ta ria Cgil Susanna Camusso ha attac cato anche que sta deci sione del governo sulla scuola: «Siamo di nuovo di fronte ad annunci ripe tuti senza avere chiari gli obiet tivi, men tre si con ti nuano a con ce dere risorse alle scuole pari ta rie e pri vate che è esat ta mente l’opposto del det tato costi tu zio nale che garan ti sce il diritto allo stu dio e assume la respon sa bi lità pub blica della garan zia dell’istruzione».
Di «scon vol gi mento dei prin cipi e dei valori della Costi tu zione» parla anche la Flc Cgil, men tre il movi mento 5 Stelle attacca: «Gli sgravi fiscali per gli isti tuti pari tari, che coste ranno 400 milioni di euro ogni anno — sostiene Ric cardo Frac caro – sono uno schiaffo alle fami glie, agli stu denti e agli inse gnanti costretti a fare i conti con le enormi cri ti cità che minano il diritto allo stu dio».
La defi sca liz za zione fino a quat tro mila euro per alunno in favore delle scuole non sta tali vio lano inol tre l’articolo 33 della costi tu zione («senza oneri per lo Stato»).
«Le scuole pri vate pren dono già tanti soldi da Stato, Regioni e Comuni — ha detto a Radio Citta Fujiko Gio vanni Coc chi del coor di na mento per la legge popo lare sulla scuola Lip – Sarebbe una cosa impro po ni bile, soprat tutto se si trat tasse di soldi aggiun tivi. Sono già aumen tati i fondi alle pri vate quest’anno, è un ulte riore modo per favo rire il pri vato quando nella scuola pub blica manca anche la carta igienica».
Roberto Ciccarelli
(da “La Repubblica“)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
SCONTRO IN CONSIGLIO DEI MINISTRI TRA IL PREMIER E LA TITOLARE DELLA SCUOLA: “IL DECRETO PER LE STABILIZZAZIONI NON LO VOGLIO, È ROBA DA VETERO-SINISTRA”
Lui è nero, lei non s’è ancora rassegnata alla figuraccia a cui è stata costretta. 
Sono Matteo Renzi e Stefania Giannini al termine dello psicodramma decreto sì, decreto no, disegno di legge sì o no: alla fine niente, nè l’uno nè l’altro, le solite “linee guida” e del resto se ne riparla martedì prossimo per dare il tempo ai ministri di “studiare il testo che gli abbiamo consegnato”.
Sono quasi le 21 quando il premier scende in sala stampa a palazzo Chigi e fa il suo breve show sulla riforma della scuola: scuro il vestito, scuro il volto, tesi i nervi quando lascia irritualmente la sala e neanche guarda la ministro dell’Istruzione che tenta di stringergli un braccio con uno dei sorrisi più larghi e finti mai visti in un palazzo istituzionale.
Giannini, però, non è remissiva come sembra e lo scontro in atto tra i due è visibile a chi voglia scorgerlo.
Dice Renzi che anche se bisognerà aspettare martedì 10 marzo per l’approvazione, non ci sono problemi: “Non c’è alcun rischio che slittino le assunzioni dei precari. Quale sarà lo strumento legislativo dipende dalla situazione politica e dai caratteri di necessità e urgenza”.
E ancora: “Sento discussioni surreali: se facciamo da soli siamo ‘dittatorelli’, se facciamo i decreti siamo antidemocratici, se facciamo i ddl non siamo abbastanza spediti, siamo in ritardo. Troviamo pace”.
Poi un passaggio un po’ da bar: “Su questa cosa ci abbiamo messo un miliardino”. Infine grande rispetto per le Camere, le stesse istituzioni che ha schiaffeggiato a più riprese in questo anno di governo: “Noi facciamo una proposta al Parlamento: in un tempo non biblico può legiferare senza bisogno di un decreto. La palla passa al Parlamento, i tempi sono sufficienti”.
E qui c’è un bel pezzo del problema: con un normale ddl sarà difficile arrivare all’approvazione in tempo utile per far entrare in ruolo i docenti precari a settembre, cosa a cui il ministro Giannini sembra tenere parecchio.
Quando è il suo turno, Renzi è già tornato nel suo ufficio, cosa che fa abbastanza raramente finchè le telecamere sono accese: “Lo strumento legislativo lo sceglieremo martedì – scandisce lei con la solita voce calma — Decideremo con chiarezza contenuti e veicolo legislativo. Per noi le assunzioni sono una priorità e un’urgenza, quindi sarà uno strumento che consenta di ottenere questo risultato”.
Qui la titolare della Scuola allude al decreto — sponsorizzato anche da moltissimi deputati Pd — almeno per stabilizzare qualche migliaio di precari, ma non c’è verso: a Ballarò, su Raitre, giusto pochi minuti dopo, ammette che lo strumento sarà probabilmente un ddl delega e che sarà il Parlamento a doversi mettere una mano sulla coscienza approvandolo in tempi record se non vuole prendersi la responsabilità di ritardare le stabilizzazioni.
Sul decreto, insomma, si vedrà : Renzi non lo vuole e d’altronde assumere 150mila persone a settembre con tempi già stretti non è così urgente come imporre alle Banche Popolari una riforma che dovrà avvenire fra un anno e mezzo.
Questione di priorità : un ddl delega va alle Camere che lo approvano nel tempo che credono, poi il governo scrive i decreti delegati e li rimanda in Parlamento che ha almeno 30 giorni per esaminarli.
Con tanti saluti alle assunzioni di settembre.
Lo strumento legislativo però, sorprendentemente, non è l’unico terreno di scontro tra premier e ministro: anche sui numeri delle stabilizzazioni si litiga ed è sempre la conferenza stampa a dare conferma alle indiscrezioni.
I soldi stanziati non corrispondono nemmeno da lontano alle promesse renziane di 150mila assunzioni.
Il premier s’è ben guardato dall’entrare nei dettagli, ma la ministro ha dovuto rispondere a una domanda precisa.
Svicolando: “Non voglio ripetere cifre che per noi sono chiare: ha senso che alla fine compaiano sul dettato di legge”. Modi un po’ evasivi per essere solo un rinvio tecnico.
Nel pomeriggio, infatti, fonti di governo avevano sostenuto che Renzi aveva bloccato tutto — anche l’ipotesi di un decreto solo per le assunzioni — con una motivazione abbastanza sorprendente: “Non mi piace l’assumificio. Fare un decreto solo per le assunzioni sarebbe come recitare liturgie da vetero-sinistra, vetero-sindacalismo”.
L’assumificio l’aveva proposto lui, ma tant’è.
Parlamentari di maggioranza, comunque, sostengono che un bel pezzo del problema siano pure le coperture: tra assunzioni, formazione, soldi ai presidi e per gli indennizzi dei docenti non assunti nonostante avessero lavorato per oltre 36 mesi la coperta del “miliardino” potrebbe essere troppo corta.
Saranno nel testo finale, invece, le detrazioni fiscali per chi iscrive i figli alle scuole private care ad Angelino Alfano e allo stesso ministro Giannini: saranno alcune decine di milioni per dare il segnale che c’è stato “un cambio culturale importante”.
Cioè che il “senza oneri per lo Stato” scritto nella Costituzione non vale davvero più.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
LO SFOGO SUL WEB DEI DOCENTI ILLUSI DA RENZI
“La storia del merito se la devono mangiare. Merito, merito, merito. Lo sentiamo ripetere tutti i giorni, da persone che hanno meno titoli di noi”.
La voce di Danilo Corradi, insegnante precario di 37 anni, vibra di frustrazione. “Matteo Renzi ha una formazione inferiore alla mia. Quando parla di scuola, parla di qualcosa che non conosce. Mi piacerebbe discuterne con lui: lo sfido a duello. Siamo ancora in attesa che il meritevole presidente del Consiglio azzecchi il decreto a cui sta lavorando da mesi”.
Danilo è uno dell’esercito dei 150 mila. Per la precisione, 148 mila e 100: sono i docenti della “buona scuola”, quelli che a settembre avrebbero dovuto festeggiare l’assunzione dopo anni in bilico, a contare le ore di supplenze e i punti in graduatoria. Uno dei primissimi annunci di Matteo Renzi.
Non sarà così, probabilmente. Le carriere e le vite dei 150 mila resteranno ferme, lasciate a mollo un altro anno ancora.
Quando arriva la notizia della marcia indietro di Renzi, gli insegnanti si sfogano sul forum del sito OrizzonteScuola: “La riforma più veloce del secolo… morta il giorno prima di partire” (scrive l’utente dlepora), “Dilettanti allo sbaraglio. Spettacolo penoso” (80ila), “Pagliacciata senza fine. Un disegno di legge non potrà mai garantire le assunzioni a settembre, e con queste possiamo seppellire la buona scuola, quello che ne era rimasto” (uforobot), “Prendiamo atto che la tanto rinomata riforma epocale che eliminerà il precariato NON ESISTE” (jeppo17).
I messaggi di questo tenore sono decine.
Per Danilo Corradi il problema è a monte.
La riforma è fallimentare: “Se Renzi fosse andato avanti con il decreto, avrebbe rischiato un disastro anche peggiore. Secondo le bozze, il governo avrebbe fatto assumere circa 100 mila precari. Gli altri sarebbero rimasti fuori. Con l’abolizione delle graduatorie ad esaurimento e l’obbligo di rifare il concorso nazionale, praticamente, avrebbero dovuto ricominciare tutto da capo. Il decreto sarebbe affogato in tribunale, tra i ricorsi”.
Così, in compenso, rimane ancora tutto fermo.
Le storie personali di chi ha investito la propria vita sull’insegnamento sono segnate dalle recriminazioni.
“A 37 anni – raccomta Danilo – -ho sulle spalle 6 anni di Filosofia, laureato con lode. Ci ho messo un po’ di più, ma mi sono pagato l’università coi lavoretti. Poi due anni di scuola di specializzazione. Poi — mentre iniziavo le prime supplenze nelle scuole private (perchè per le pubbliche serviva più anzianità ) — ho vinto una borsa per un dottorato in Storia Contemporanea. Uno dei quattro anni di ricerca l’ho fatto alla New York University, visto che ci accusano di non sapere l’inglese”.
Sei, più due, più quattro, più altri quattro di insegnamento precario. In tutto sono sedici anni di formazione qualificata. E il lavoro stabile in una scuola resta un miraggio.
“Sono riuscito a comprare una piccola casa grazie ai risparmi della mia compagna e al prestito di un amico, le banche non mi concedevano un mutuo. E sono fortunato. Mio padre era un operaio dell’Olivetti, da bambino mi diceva che se avessi studiato duramente, sarebbe andato tutto bene. Abbiamo 37 e 35 anni. Per mettere su famiglia aspettiamo ancora la stabilità . Se facessimo un figlio — sorride amaro — avremmo un bonus per iscriverlo a una scuola privata”.
Renzi sta tradendo. “Tra gli insegnanti c’è un sentimento che bolle. Nonostante lo scetticismo, ci abbiamo creduto. Ti dicono che forse ti assumono, dopo tanti anni. Ci speri. Se adesso il governo torna indietro, vedranno la rabbia. La rabbia accumulata. L’hanno solleticata con le promesse”.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA COPERTURA DI UN MILIARDO VIENE RIDOTTA A 680 MILIONI… LO STRUMENTO DELLA DELEGA RIMANDA ANCHE LA POSSIBILITà€ CHE SI FACCIA PER IL 2015
Più che la ministra Giannini, a essere traditi da Matteo Renzi sono i precari della scuola che avevano
creduto ai suoi annunci.
Le slide su “la buona scuola” sono ancora lì, sul sito dedicato.
Nel 2015 si sarebbe dovuto procedere a 148.100 assunzioni quasi tutte tratte dalle Graduatorie a esaurimento, le liste infernali dei precari storici. Renzi aveva indicato chiaramente anche i fondi stanziati: un miliardo.
E poi, era chiaro a tutti che, visti i tempi per procedere alle assunzioni, sarebbe stato necessario un decreto.
Tra definizione dei fabbisogni, calcoli delle figure docenti, coordinamento tra scuole, provveditorati e ministero, possono passare dei mesi.
L’anno scorso, l’atto di indirizzo del Miur per il fabbisogno della scuola fu redatto a gennaio.
Come sia possibile che un disegno di legge che, bene che vada, sarà approvato a maggio, possa essere efficace per il mese di agosto, quando serviranno i decreti di assunzione, è un mistero.
La bozza entrata ieri in Consiglio dei ministri, e illustrata in conferenza stampa da Stefania Giannini, non mantiene le promesse, dunque, soprattutto sul piano finanziario.
Nel testo su “la buona scuola”, infatti, si stanziava un miliardo per le nuove assunzioni mentre nella bozza si parla solo di 680 milioni e invece dei tre miliardi per gli anni successivi si stanziano circa 2,4 miliardi.
Ci sono molti posti in meno rispetto ai 148 mila annunciati.
La frase chiave del testo è quella relativa all’organico (riferito all’autonomia degli istituti comprensivi) “in misura corrispondente al fabbisogno stabilito dagli ordinamenti vigenti tenuto conto della valorizzazione e del potenziamento dell’offerta formativa”.
Tale offerta si riferisce a linee guida che riguardano l’insegnamento della musica, dell’inglese dell’educazione fisica, ma anche dell’intreccio tra arte, ambiente, enogastronomia e i territori.
Una scuola, nelle intenzioni, più legata al “made in Italy” e alla sua valorizzazione, più intrecciata con le aziende (si prevedono sportelli per l’occupabilità direttamente negli istituti).
La crescita della docenza servirà a potenziare questa offerta che però, per come è immaginata, non sarà molto rilevante anche perchè avverrà nel rispetto dell’ordinamento vigente e quindi dei tagli già fatti finora.
Lo stanziamento dei 680 milioni per il 2015, riduce di molto le previsioni di assunzione.
La ministra Giannini non ha voluto dare numeri rinviando al testo che sarà licenziato il 10 marzo. Ma facendo un semplice conto matematico non si tratterà di più di 100 mila assunzioni.
Mlto delusi quindi, gli iscritti alle Gae, i circa 150 mila precari sbandierati finora, un terzo dei quali potrebbero rimanere senza speranza e con la prospettiva, scritta nel testo di legge, della soppressione delle stesse Gae.
Vengono tutelati, invece, i vincitori del concorso del 2012 rimasti finora senza cattedra e che saranno immessi in ruolo.
Dall’approvazione di questa legge, poi, il concorso sarà la norma per essere assunti, si svolgerà ogni tre anni e sarà su base regionale. Allo scadere dei tre anni, le graduatorie saranno cancellate e si ricomincia da capo.
Uno spazio è concesso anche alle Graduatorie di Istituto che copriranno posti eventualmente rimasti liberi.
Tutti i nuovi assunti dovranno fare apposita domanda tramite il sistema informativo gestito dal ministero dell’Istruzione. Il testo che è stato oggetto del dibattito di ieri prevede anche lo Statuto dello studente ma soprattutto integra il piano di riforma degli scatti stipendiali ai docenti.
Che saranno, per il 70%, legati al “merito”, come ha detto Giannini, cioè conseguenti ai Nuclei di valutazione istituiti nelle scuole anche se la definizione di questa partita è demandata al nuovo contratto nazionale.
Confermate le detrazioni per le scuole paritarie (4.000 euro a studente) viene inserita la possibilità di destinare il 5xmille agli istituti e lo school bonus, un credito di imposta del 65% per elargizioni liberali.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile
DOVEVA ESSERE LA GIORNATA DELLE RIFORME E SI E’ DISCUSSO SOLO DI PIANI E LINEE GUIDA… E SULLA BANDA LARGA SOLO UN PIANO GENERICO
Nemmeno il consiglio dei ministri di questa sera partorisce un testo di riforma della scuola. 
Non c’è un decreto legge, come già anticipato dal premier Matteo Renzi ieri sera e confermato oggi dal ministro Maria Elena Boschi.
Ma non c’è nemmeno un disegno di legge, lo strumento che il capo del governo aveva invece indicato ieri sera come quello più adatto anche per superare le critiche dell’opposizione e i rilievi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sull’abuso della decretazione d’urgenza.
Un nulla di fatto perchè ci sono ancora problemi tecnici da studiare, soprattutto sull’assunzione dei precari: tanto che stasera vengono varate solo delle linee guida mentre le decisioni sulla riforma verranno prese in un prossimo consiglio dei ministri, probabilmente la prossima settimana.
Ma quello sulla scuola, pur inaspettato, non è l’unico nulla di fatto di questo consiglio dei ministri: come annunciato già da giorni, anche sulla banda larga stasera il governo non partorisce un testo pronto bensì un piano guida.
Sulla ‘Buona scuola’, il nome con cui Renzi ha battezzato la sua riforma, il governo si prende ancora del tempo, un 15-20 giorni, spiegano fonti del Pd.
I problemi tecnici riscontrati negli ultimi giorni, gli stessi che hanno fatto sfumare l’idea di agire per decreto, non sono roba da niente.
Da un lato, il governo deve eseguire la sentenza della Corte di giustizia europea sull’assunzione a tempo indeterminato del personale precario con più di 36 mesi di servizio.
Dall’altro, deve combinare questa esigenza con i posti effettivamente disponibili per materia — scienze piuttosto che italiano, matematica piuttosto che latino, per fare qualche esempio – e allo stesso tempo guardarsi dai ricorsi dei precari che non verranno assunti.
E’ un rebus non da poco, visto che pone il governo davanti alla responsabilità anche politica di stabilire chi verrà assunto e chi invece resterà a casa.
Si tratta di precari che aspettano da tempo, più volte hanno ascoltato gli annunci su provvedimenti sulla scuola che alla fine sono slittati. Come stasera.
Esclusi con rammarico, s’intende. Ma la linea è: “Se ci sono dei problemi, meglio risolverli per bene prima di andare avanti”. Che poi è la linea che più volte Renzi ha adottato ogni qual volta da premier ha incontrato ostacoli imprevisti sulla via dei provvedimenti da adottare.
Sul fronte delle telecomunicazioni sul tavolo del consiglio dei ministri è arrivato il corposo piano sulla banda ultralarga.
Nessun provvedimento specifico, ma una sorta di grande cornice all’interno della quale il governo vuole promuovere lo sviluppo della rete veloce nel vostro Paese.
Non menzionando, in linea con le rassicurazioni fornite alla viglia dal sottosegretario alle Telecomunicazioni Antonello Giacomelli, il nodo più delicato di tutto il documento, quello sull’ipotetico “switch off” della rete in rame entro una data prefissata.
Uno spegnimento che, se programmato – o ancora peggio imposto per decreto come paventato la scorsa settimana — avrebbe rappresentato un intervento a gamba tesa su Telecom, ex monopolista pubblico e proprietario della rete, che avrebbe così visto uno dei suoi asset principali fortemente svalutato.
Il governo non ha affatto messo in cantiere l’idea di sviluppare una rete ad alta velocità , a regia pubblica, lungo tutto il territorio nazionale, anche se per il momento si è limitato a presentare un piano che nelle intenzioni dovrebbe mobilitare 12,5 miliardi di euro, a partire da un investimento pubblico di 6,5 miliardi, grazie all’utilizzo di fondi europei e nazionali che dovrebbe fare da magnete anche agli investimenti degli operatori privati.
L’obiettivo fissato dal piano: portare nelle case del 50% della popolazione la rete a 100 Megabit.
La strada, per il momento, dovrebbe essere quella delle agevolazioni per il passaggio dal rame alla fibra ottica grazie a un sistema di incentivi alle imprese e di sgravi fiscali per gli operatori che investono nelle zone a fallimento di mercato.
Misura questa, che dovrebbe arrivare con un decreto attuativo del decreto “Sblocca Italia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile
IL MINISTRO GIANNINI “BASITA”, NON NE SAPEVA NULLA….RENZI DIVENTA “DEMOCRATICO” SOLO PER DANNEGGIARE I PIU’ DEBOLI
La “buona scuola” di Renzi dovrà fare a meno del decreto. 
Alla vigilia del Consiglio dei ministri, il Governo ha fatto sapere che l’atteso decreto non ci sarà , mentre sarà varato il disegno di legge.
La mossa ha colto tutti alla sprovvista, in particolari i 150mila precari a cui è stata promessa l’assunzione e che ora, con i tempi molto più lunghi del disegno di legge, vedono a rischio la loro regolarizzazione entro settembre.
Ma da Palazzo Chigi, quello che per i diretti interessati, i docenti, potrebbe essere visto come un pasticcio, il mancato decreto è invece considerato un messaggio per il Parlamento: un invito a coinvolgere le opposizioni, liberandosi così dalle critiche che gli sono state mosse rispetto all’abuso della decretazione d’urgenza.
Una scelta che però rischia di ricadere sulle spalle dei più deboli, i precari della scuola.
Andiamo con ordine. In prima battuta, il Cdm di oggi avrebbe dovuto varare un decreto: un testo su cui al ministero dell’Istruzione stanno lavorando da settimane, con la bozza ormai ultimata. Tutto pronto.
Poi in serata il dietro-front: Renzi, spiegano ambienti vicini alpresidente del Consiglio, è stufo per l’accusa di “dittatorelli” mossa al governo dai leghisti e dal capogruppo azzurro Renato Brunetta.
Il governo, è la convinzione del premier, sta lavorando ad un cambiamento radicale ma vuole coinvolgere le opposizioni.
Per questo il Consiglio dei ministri rinuncia al decreto proponendo un ddl, chiedendo tuttavia tempi certi al lavoro parlamentare.
Se tutti saranno rispettosi, dice Renzi ai suoi, e attenti, se non ci sarà ostruzionismo, allora le ragioni dell’urgenza saranno rispettate dal normale dibattito parlamentare. Una sfida in positivo, si spiega nell’entourage del premier, sui contenuti e sul metodo e si vedrà come reagiranno le opposizioni.
La mossa del premier, arrivata a poche ore dal Cdm, ha lasciato basita il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, scrive Repubblica.
Per questo ministro e premier si vedranno in mattinata per definire i dettagli degli interventi dedicati alla scuola.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
DA SUD A NORD NON CAMBIA… A NAPOLI SU 2000 COMPLESSI SCOLASTICI ALMENO 1300 NECESSITEREBBERO DI INTERVENTI DI RISTRUTTURAZIONE, IN 400 CI SONO TRACCE DI AMIANTO
Perchè sulla carta la parola funziona sempre: “Una visita alla settimana”, disse Matteo Renzi appena
proclamato presidente del consiglio.
Poi lo hanno visto poco, un paio di volte, ovviamente. Stessa sorte i suoi ministri.
Il governo aveva già data per cosa fatta anche l’assunzione degli insegnanti precari, ma la discussione viene rinviata e loro, quelli che a parole erano già assunti, restano lì ad aspettare. Benvenuti nel mondo della scuola, più grande disastro che non fiore all’occhiello.
Non che manchino le eccellenze (poche), ma in alcune classi ci sono ancora i banchi di quarant’anni fa, quelli verdi e col buco.
A volte sono messi anche peggio.
Mancano gli insegnanti, le barriere architettoniche resistono, gli insegnanti non ci sono e i primi a mancare sono quelli per il sostegno dei bambini con minori abilità .
Per non parlare delle strutture, quasi mai a norma, soprattutto antisismica.
L’80 per cento delle scuole, se la legge venisse applicata alla lettera, verrebbero chiuse dalla sera alla mattina.
Se facciamo un totale degli istituti si scopre che il 60 per cento è stato costruito prima del 1974, quando vennero varate le leggi sui criteri antisismici.
E parliamo di una popolazione, quella studentesca, che conta 7.830.650 divisi in 370mila classi sparse in circa 42mila scuole, e 778.736 docenti.
Numeri certi sono solo questi perchè il Ministero dell’Istruzione si guarda bene dall’effettuare un censimento su quelli che sono i bisogni elementari e che non esistono: strutture, ovvio, ma anche biblioteche, palestre, sedie e banchi, lavagne, personal computer (una rarità ) aule attrezzate. Prendiamo l’Emilia Romagna. Aule nei container, istituti non a norma dal punto di vista sismico, pochi soldi e ancor meno insegnanti.
La campanella nei container
Nel maggio del 2012 le scosse sismiche devastarono 2.800 chilometri quadrati di scuole, case e fabbriche.
A quasi tre anni di distanza dalla prima scossa, quella del 20 maggio ci sono ancora quelli che la mattina vanno a scuola in un container, o modulo provvisorio, dove le aule sono scatole accostate l’una all’altra, e l’unica consolazione è che il terremoto non potrà buttarle giù.
Gli studenti dell’Ita Ignazio Calvi di Finale Emilia, sono al loro terzo anno scolastico nelle baracche, e così i ragazzi delle superiori Galilei di Mirandola, e i bambini iscritti alle primarie Sorelle Luppi di Solara, a Bomporto.
Che prima di rivedere una scuola vera dovranno probabilmente, e se tutto va bene, aspettare il prossimo anno.
Non va meglio, comunque, agli studenti dell’Emilia non terremotata, che pur con la possibilità di usufruire di scuole non provvisorie, sono spesso iscritti in istituti che non sono adeguati dal punto di vista della normativa antisismica.
“Molte scuole in Regione sono state costruite negli anni Cinquanta, alcune anche molto prima, arriviamo fino al Cinquecento, come il liceo Galvani di Bologna, e sarebbe complicato valutare come intervenire”, spiega l’assessore alla Scuola dell’Emilia Romagna, Patrizio Bianchi.
Dati precisi non ne ha, Bianchi, gli ultimi li fornì dopo il terremoto il Movimento 5 Stelle, secondo cui l’80 per cento delle scuole della regione all’epoca non era antisismico. Tecnicamente, quindi, non agibile.
“Fino al 2005 l’Emilia Romagna non era nemmeno interessata dalla classificazione sismica, quindi i requisiti per costruire erano diversi”.
E oggi, pur con le nuove prescrizioni normative, intervenire costa.
La Regione spera di vedersi stanziare dallo Stato 70 milioni di euro, che verrebbero spesi per l’adeguamento antisismico, ma anche per costruire nuove scuole e ampliare quelle già esistenti, che le aule, in molti istituti, con gli studenti che aumentano annualmente, in media, di 9.000 — 10.000 unità , non bastano.
“Vedremo cosa deciderà Roma”, conclude Bianchi. Resta poi il problema insegnanti. “Non ci sono abbastanza docenti in Emilia Romagna, nè insegnanti di sostegno”, spiega Raffaella Morsia, segretario della Flc Cgil regionale, “così abbiamo aule sovraffollate, e ragazzi disabili assistiti a scuola solo per un numero limitato di ore. Una situazione insostenibile”.
Vedi Napoli e stenti a crederci
I dati sfornati dal sindacato Uil sono avvilenti anche in Campania. Sui circa 2000 complessi scolastici della provincia di Napoli, almeno 1300 necessiterebbero di interventi di ristrutturazione radicale, in 400 ci sarebbero ancora tracce di amianto, uno su dieci non è adeguato alle normative antisismiche.
“Numeri da edilizia post bellica”, commenta amaro il segretario generale Uil scuola in Campania Salvatore Cosentino in una videoinchiesta di Fanpage.
Per riparare questo sfascio, solo per la città di Napoli occorrerebbero 25 milioni di euro annui fino al 2018.
Per la Campania occorrerebbe un miliardo di euro. Sono stati stanziati “solo” 183 milioni e funzioneranno tutt’al più come tampone.
Un riparto che prevede 171,3 milioni di euro (3.669 progetti) per la piccola manutenzione; 3,304 milioni (7 progetti) per la messa in sicurezza delle scuole, la rimozione dell’amianto e delle barriere architettoniche; 8,3 milioni di euro (7 progetti) per la realizzazione di nuove scuole.
Il rapporto del Centro Studi Ance di Salerno fornisce notizie ancora più inquietanti: in Campania gli edifici scolastici esposti a un elevato rischio sismico sono 4.872, mentre quelli a elevato rischio idrogeologico sono 1.017.
Le scuole campane a rischio sismico rappresentano il 20,2% del totale nazionale; quelle a rischio idrogeologico il 16,3%.
E non c’è bisogno di andare in periferia: basta farsi una passeggiata per il centro di Napoli per trovare istituti storici — il liceo Sannazzaro, il Gianbattista Vico, il Conservatorio — transennati e cantierati fino a costringere gli studenti a fare complicati slalom per accedere alle classi.
A Salerno le cose non vanno molto meglio: a gennaio è crollato il soffitto di un’aula dell’Istituto Giovanni XXIII, per fortuna era notte e non si è fatto male nessuno.
L’edificio non era incluso tra quelli da restaurare secondo il nuovo piano del governo. E pochi giorni fa è crollato il soffitto della mensa della scuola elementare Aldo Moro di Vallo della Lucania: i bambini ora mangiano i panini in classe.
Situazioni difficili. E a scendere verso sud la situazione non fa che peggiorare fino a raggiungere risultati da record negativi in Sicilia e in Sardegna dove il problema, oltre alla scuola è l’alfabetizzazione e l’abbandono scolastico.
Giù al Nord non c’è da sorridere
L’operazione scuola di Renzi un anno fa è partita dall’istituto Colletti di Treviso, nel cuore del Nordest produttivo. Bastava però andare 50 km più in là , a Fiume Veneto, per trovarne uno tanto decrepito che è stato poi chiuso per pericolo di crollo.
Sbaglia, dunque, chi pensa che le regioni settentrionali siano messe tanto meglio che altrove. Sopra l’Emilia si contano 13.415 scuole, un terzo sono concentrate nella sola Lombardia (5.272), seguono Piemonte (3.217) e Veneto (2.948), Liguria e Friuli ne hanno un migliaio ciascuna.
E come stanno? Non benissimo, stando al riparto dei fondi per la messa a norma e la manutenzione.
La Lombardia conta 1,1 milioni di alunni e con 160 milioni di euro è in cima alla classifica per investimento pubblico: 82 per i problemi di sicurezza degli stabili, 10 per la manutenzione, 67 per la costruzione di nuove scuole che mettano fine al problema delle “classi pollaio” con più di 30 alunni.
La difficoltà è nei numeri: 1.182.000 alunni, 107.703 docenti, 29.406 personale non docente (Ata). “Gli alunni sono aumentati gli organici no”, spiega il segretario della Flc-Cgil, Tobia Testori..
“Assistiamo a un aumento spropositato degli studenti per classe mentre la riduzione del personale tecnico-amministrativo sta mettendo a rischio vigilanza, assistenza e pulizia”. Entrando a scuola si scopre che nella “regione dell’eccellenza”, così la chiamava il suo ex governatore, regna uno stato d’agitazione permanente. Se restringiamo il campo alla Provincia di Milano 94 scuole sono ancora prive di un dirigente scolastico, i sindacati milanesi lamentano una “grave carenza di personale Ata negli istituti con più plessi, a rischio sicurezza, igiene e vigilanza”.
Tante polemiche sulle classi con troppi “immigrati”, ma è mancata a tutt’oggi l’assegnazione di gran parte dei posti di sostegno all’integrazione degli stranieri.
Il personale specializzato sul sostegno nel primo ciclo dell’istruzione è sotto di 500 posti. Il governo promette di stabilizzare i precari, ma nel milanese il personale docente e Ata registra una scopertura del 40% dei posti. Servono ancora tanti soldi. La “buona scuola”, su al Nord, non è scontata.
Ultimi crolli in aula
In questo caos numerico non sono mancati gli incidenti. Il distacco dell’intonaco nella scuola di Pescara pochi giorni fa fa ha causato ferimento di tre studenti, e non è che l’ennesimo incidente provocato dalle condizioni delle strutture.
Il mese scorso, l’8 gennaio, era crollato l’intonaco di un soffitto in un asilo in Lombardia ferendo sette bambini. Un incidente avvenuto a distanza esattamente di un anno dalla disgrazia accaduta in un liceo di Lecce, l’8 gennaio del 2014, quando uno studente morì a scuola per la caduta in un pozzo di luce causata dal cedimento di una grata.
E’ stato questo uno degli episodi più gravi degli ultimi anni, tra gli incidenti a scuola, come quello del liceo Darwin di Torino dove nel 2008, a seguito del crollo di un controsoffitto, rimase ucciso uno studente di 17 anni e altri 17 furono feriti.
Proprio qualche giorno fa la Cassazione aveva confermato le sei condanne, tre a carico di funzionari della Provincia di Torino e tre per gli insegnanti per il crollo del soffitto al liceo Darwin di Rivoli.
Ma sono innumerevoli gli incidenti, anche di lieve entità , che nel corso degli anni hanno creato disagio e portato alla chiusura delle scuole che poi non sono mai state riaperte.
Molte promesse. Come quella del giovane presidente del consiglio: una scuola alla settimana.
Emiliano Liuzzi, Annalisa Dall’Oca, Vincenzo Iurillo e Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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