Destra di Popolo.net

LA SCUOLA SICURA LA PAGA LETTA

Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

PER ADESSO I POCHI SOLDI SPESI DAL GOVERNO SONO QUELLI STANZIATI DAL PREDECESSORE DI RENZI

Un miliardo di euro di interventi dichiarati, altri 3,7 promessi, circa 314 milioni stanziati, 150 effettivamente assegnati (quelli messi da Enrico Letta), e in buona parte non ancora spesi.
Districarsi tra i numeri degli interventi per l’edilizia scolastica annunciati dal governo è impresa ardua.
Di sicuri, per dire, ci sono solo i tagli finora subiti: 879 milioni di euro tra il 2008 e il 2013 (limitandosi alle sole scuole superiori).
Il precursore è stato Letta, poi il piano per l’edilizia scolastica è stato ripreso da Matteo Renzi e abbellito dagli slogan modello Twitter.
Le risorse sono state senza dubbio incrementate, ma stare dietro ai pagamenti effettuati non è facile: i numeri si ripetono e si mischiano, ogni sito ne riporta diversi e la distonia tra le cifre promesse e gli interventi realizzati è spesso notevole.
Premessa, stando ai dati del Censis, dei 41 mila edifici scolastici esistenti, il 32 per cento ha bisogno di interventi urgenti: 24 mila hanno impianti non funzionanti, novemila intonaci che cadono a pezzi, 7.200 devono fare i conti con coperture e tetti da rifare; 3.600 necessitano invece di interventi sulle strutture portanti.
Sul risanamento di questo panorama disastrato Matteo Renzi ha puntato buona parte delle sue carte, tanto da affidare la cabina di regia dell’operazione al fedelissmo Filippo Bonaccorsi, ex dirigente dei trasporti del Comune di Firenze.
A luglio scorso il governo ha annunciato un “cambio di rotta epocale” e dichiarato investimenti per poco più di un miliardo, divisi in tre capitoli: #scuolebelle (450 milioni per le piccole manutenzioni), #scuolesicure (400 milioni per la messa in sicurezza degli edifici) e scuole-nuove (244 milioni per 404 nuove strutture subito cantierabili). Basteranno?
Il fabbisogno stimato è superiore ai 10 miliardi, tanto più che a tutt’oggi non esiste neanche una schedatura precisa degli edifici esistenti: l’anagrafe nazionale — che secondo il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini doveva partire già  a luglio scorso — è stata rinviata a giugno.
E poco dopo l’insediamento, il premier aveva parlato di 3,5 miliardi “già  disponibili”, salvo poi ridimensionare di molto l’importo. realisticamente si tratta di 672 milioni per il 2014, di cui solo 270 davvero a disposizione.
Stando ai dati, a oggi per i piccoli interventi di manutenzione (#scuolebelle) sono stati spesi solo 150 milioni di euro (per 7.751 plessi) dei 244 messi sul piatto dal decreto del Fare del governo Letta.
“Di quelli ne sono arrivati circa 100 milioni (per 7 mila plessi, sui 37 mila coinvolti, ndr)”, spiega Giorgio Germani, presidente dell’Anquap, l’associazione dei direttori amministrativi scolastici.
Soldi vincolati a un meccanismo complesso perchè il governo ha deciso che i lavori dovevano essere effettuati dalle stesse ditte che si sono aggiudicate gli appalti Consip per la pulizia.
Il motivo è semplice: si tratta infatti delle stesse che hanno assorbito 12 mila lavoratori socialmente utili, che in qualche modo vanno impiegati.
“L’intento era buono — continua Germani — ma così le scuole sono obbligate a far fare i lavori a ditte inadeguate. Un peccato perchè erano le uniche risorse affidate agli Istituti. Delle altre non è arrivato molto”.
Formalmente la prima tranche di pagamenti doveva terminare nel 2014.
Stando ai dati del Miur, però, a novembre scorso dei 150 milioni stanziati ne erano stati pagati solo 44,6 (per altri 44 era quasi pronto il decreto).
Il capitolo più corposo riguarda però gli interventi #scuolesicure: 400 milioni stanziati dal Cipe, per 18 mila edifici, grazie all’allentamento del patto di stabilità .
Cosa è stato fatto?
Andando a vedere nel dettaglio il monitoraggio del governo, si scopre che tutti gli interventi sono stati effettuati sempre con i soldi di Letta.
I cantieri finanziati dal governo Renzi non sono ancora partiti, perchè — spiega il Miur — il termine per presentare i progetti è scaduto solo a fine dicembre.
Non solo, l’esecutivo all’ultimo ha deciso di non versare l’Iva ai 500 Comuni che avevano già  effettuato i lavori con le vecchie risorse, facendo infuriare i sindaci.
Sul lato degli stanziamenti, comunque, il conto finale è di 314 milioni già  allocati, e 89 ancora da assegnare.
“Quest’anno saranno aperti altri 1600 cantieri”, ha assicurato Giannini. Poi ci sono le #nuovescuole: su 454 opere previste, 198 sono state concluse, 187 avviate (30 da pochi mesi) e 69 ancora sono ancora in progettazione.
Per raggiugere i 3,5 miliardi ipotizzati — sempre sulla carta — da Renzi, il governo ha annunciato altri 300 milioni con il “piano Inail” (non ancora stanziati) e a gennaio ha varato il “Decreto Mutui”, autorizzando le Regioni a stipulare mutui trentennali (40 milioni l’anno) grazie a un finanziamento della Banca europea degli investimenti.
Doveva partire il 15 febbraio, ma la scadenza è stata posticipata a marzo: la bollinatura della Corte dei Conti, infatti, non è ancora arrivata e molte Regioni sono in ritardo nella consegna dei piani.
Dulcis in fundo, il caos normativo.
Con la fine virtuale delle province, Regioni e città  metropolitane si rimpallano la delega. Nel 2013 il governo non ha messo un euro per la messa in sicurezza degli edifici (a Napoli, il Sindaco Luigi De Magistris lo ha scoperto poco dopo la nascita della Città  Metropolitana).

Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI CONTESTATO DAI PRECARI DELLA SCUOLA: “RIFORMA DEMAGOGICA”

Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

IL PREMIER INSULTA: “PAGLIACCIATE PER FINIRE IN TV”, COME SE LUI NON CI FOSSE SEMPRE

Insegnanti precari contestano il premier Matteo Renzi interrompendo più volte il suo intervento durante l’iniziativa ‘La Scuola che cambia, cambia l’Italia’ che si è svolta a Roma.
Non appena il premier prende la parola per il discorso di chiusura, dal fondo della sala un gruppo di docenti urla: “Fateci parlare, parlate con gli insegnanti. Basta demagogia“.
Subito Renzi ribatte: “Lo stiamo facendo da sei mesi”.
A rispondergli è un altri docente precario: “Sono un iscritto al Pd e volevamo la parola per dire la nostra per migliorare la riforma“.
“Chi ha idee, le tiri fuori”, risponde Renzi che riprende il suo discorso dopo l’allontanamento dei contestatori
Poi l’autogol: “Chi viene qui per fare pagliacciate per uno spazio in televisione, lo spazio glielo diamo tranquillamente, ma noi stiamo facendo un’altra cosa” .
Come se a livello di apparizioni Tv e pagliacciate lui non fosse il primus inter pares.

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L’ALLERGIA DI RENZI ALLE INCHIESTE, RAFFICA DI TWEET CONTRO IACONA

Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile

UN SERVIZIO SULLA SCUOLA: IL MINISTERO NON GRADISCE LE CRITICHE

C’è stato un tempo in cui arrivava la telefonata in diretta.
Erano i Silvio Berlusconi, i Mauro Masi che, incapaci di contenere l’ira sul divano di casa, si intromettevano, puntualizzavano, sbraitavano.
Ma nell’era di Matteo Renzi anche l’incursione nel talk show ha cambiato mezzo. E domenica sera si è messo in piedi il primo tweet-bombing ministeriale contro la videoinchiesta sulla scuola trasmessa da Presa Diretta di Riccardo Iacona.
Stilettate da 140 caratteri contro chi ha osato mettere in discussione i programmi del governo su istruzione e edilizia scolastica.
La prima mossa, sia chiaro, l’aveva fatta lui, Matteo: due lunedì fa, guardando Piazzapulita, ha inaugurato la stagione del rosicamento via Twitter: “Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retropensieri – scriveva – basta una sera alla Tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia”.
Sull’argomento, qualche giorno dopo, si erano esercitati perfino gli inglesi del Guardian, immaginando che quel tweet potesse essere l’inizio della fine del pollaio politico in tv.
Il conduttore, Corrado Formigli, aveva invece interpretato il messaggio con canoni decisamente più italiani: l’evoluzione (in peggio) della telefonata insofferente.
“Trovo inopportuno che il presidente del Consiglio intervenga su come debba essere fatta l’informazione in Italia – disse Formigli al fattoquotidiano . it   – Mi pare uno sconfinamento. Dovrebbe stare a governare. Non è un utente qualsiasi che passa da Twitter e lascia il suo commento, è l’uomo più potente d’Italia”.
Contro Presa Diretta, Renzi non ha twittato.
Ma che gli prudessero le mani lo si intuisce dalla raffica di retweet (citazione di frasi scritte da altri utenti) compulsata mentre andavano in onda i servizi di Iacona.
Ne ha scelti 8, tutti provenienti da staff, sottosegretari e consulenti del ministero dell’Istruzione. Che nel frattempo, sui loro profili, si esercitavano nella demolizione della puntata in corso.
C’è il capo di gabinetto del ministro Stefania Giannini, Alessandro Fusacchia: “La cosa più importante che dovrà  fare #labuonascuola è insegnare ai ragazzi l’onestà  intellettuale. E il rifiuto degli slogan semplici”.
C’è il suo collega Francesco Luccisano, capo della segreteria tecnica: “Peccato che #Presadiretta non abbia monitorato i 2000 eventi autorganizzati in giro per il Paese”. E ancora, il sottosegretario Davide Faraone, renziano doc: “Ma uno che ne parla bene di questa riforma sulla scuola lo avrete intervistato? ”.
E pure la deputata Simona Malpezzi: “Spieghiamo a @Presa_Diretta come si legge la stabilità ? I miliardi di investimento sono tre. Il miliardo vale solo x i mesi da settembre a dicembre”.
Infine la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi: “Governo @matteorenzi assume 148.000 docenti precari. La più grande assunzione della storia. Iacona, chiamali tagli”.
Il suo collega senatore Andrea Marcucci va giù dritto: “Neanche uno, neanche per sbaglio, parla bene o con cognizione della riforma scuola”.
Ma il tweet bombing, almeno su Riccardo Iacona, non ha ottenuto l’effetto sperato. “Interessante nuova frontiera della comunicazione”, lo liquida.
Piuttosto, rivendica il giornalista, sono i numeri che contano. E le opinioni di chi, tra i banchi, ci vive e ci lavora.
“Abbiamo dimostrato che le scuole, senza il contributo dei genitori, non potrebbero nemmeno aprire il portone. Non bisogna spaventarsi dei problemi — dice Iacona al governo – così come non si possono rimpiazzare le risorse con le parole”.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LO STATO DELLA NOSTRA SCUOLA E IL SERVIZIO DI PRESA DIRETTA

Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile

I GOVERNI PENSINO A RENDERE LE SCUOLE SICURE, NON BELLE…. LE ECCELLENZE SONO GLI INSEGNANTI MALPAGATI

Se nella nostra scuola troviamo delle eccellenze, è per la buona volontà  dei docenti, dei presidi che sono stati capaci di inventarsi un nuovo modello educativo.
Dove, cioè, al centro ci sono i ragazzi, che diventano protagonisti nell’apprendimento, nel costruirsi il materiale su cui studiare, nell’inventarsi nuove forme di scolastica (le aulee, i banchi..).
Non c’entrano niente i progetti dei governi che si sono succeduti: dalle tre I di Berlusconi alla #buonascuola di Renzi.
Presa diretta domenica sera ha mostrato queste realtà .
A Labriola, il progetto Dada ha trasformato la scuola superiore come un college, dove gli studenti seguono dei percorsi formativi, spostandosi di aula in aula.
Collegamenti wifi, una app realizzata dagli studenti per l’ottimizzazione nella gestione delle aule.
Questo progetto è nato grazie ai contributi delle famiglie e a trasformato la scuola come una struttura di tutti.
Il preside Fattorini ha spiegato come sia proprio il movimento che attiva il cervello.
A Brindisi all’istituto Majorana sono arrivati alla maturità  i primi studenti del percorso “Book in progress”: qui i libri sono scritti dai professori assieme agli studenti, come fossero dispense universitarie.
Un libro costa 5 euro alle famiglie e viene stampato internamente: l’idea ha preso piede e altri istituti hanno abbracciato il progetto e messo in rete il materiale.
Gli studenti apprendono così in modo attivo, producendo loro stessi il materiale.
Non ci sono banchi ma le lezioni qui si fanno su tablet. La passione che gli insegnanti ci hanno messo è stata contagiosa: le iscrizioni al Majorana sono aumentate da 650 a 1350 alunni in pochi anni.
La pioniera della scuola digitale è però un’insegnante (non più giovane) di Latino: Dianora Bardi, dell’Istituto Lussana di Bergamo.
Il focus qui è il protagonismo dei ragazzi, sono loro a decidere come e con chi lavorare, in una sorta di autodeterminazione.
Renzi ha voluto la professoressa Bardi nel progetto “La buona scuola”: ma l’insegnante spiega come non siano sempre necessari i soldi pubblici per fare buona didattica, basta ottimizzare le risorse a disposizione.
Qui i ragazzi usano i loro stessi tablet o computer.
E se le risorse non ci sono? E se le scuole non sono sicure? A norma? Se i soffitti cadono a pezzi?
Il sottosegretario all’istruzione Reggi ha stimato in 12 miliardi i soldi necessari per mettere in sicurezza le nostre scuole. Il governo ne ha messi sul piatto 1 solo, diviso in tre aree di interventi.
Le scuole belle, le scuole sicure e le scuole nuove.
La maggior parte dei soldi sono finiti nella prima parte, per piccoli interventi di abbellimento.
Il problema è che i soldi sono stati distribuiti non valutando caso per caso, ma in base alle dimensioni dell’istituto.
Alcuni contributi sono finiti a scuole che non ne avevano bisogno, mentre altri sono stati penalizzati.
A Roma, alla scuola Carducci, all’istituto Duca D’Aosta (dove i bambini si rifiutano di andare in bagno). Qui i lavori dentro le aule li fanno i genitori.
Perchè i soldi non bastano e servirebbe un’anagrafe delle scuole: le persone del sito cittadinanzaattiva.it chiedono che almeno i soldi per il filone “scuole belle”siano dirottati su quello di scuole sicure.
Servirebbero più soldi, non si fanno le nozze coi fichi secchi …
Prima che succeda la tragedia (sulle teste dei ragazzi in aula) che, fino ad oggi, è solo stata sfiorata.
A Milano, a Sesto s Giovanni o a Napoli all’Umberto I.
Ma forse per un certa politica è meglio aspettare la tragedia, per fare i soliti lavori in emergenza, per dare appalti agli amici.
Insomma, ad oggi, la scuola cambia verso anche senza aspettare le slide di Renzi: ma fino a quando le famiglie potranno supplire alle carenze dello Stato?
Settimana prossima Presa diretta si occuperà  di Expo: la grande opera che segnerà  il cambiamento dei nostri destini, questo ci dicono.
Lo slogan doveva essere: “nutrire il pianeta”. Ad oggi, hanno solo nutrito le tasche dei manager, delle aziende che si sono spartiti in deroga ai regolamenti gli appalti pubblici.
La Corte dei Conti ha stabilito una perdita per Expo spa di 7,5 ml di euro e ancora dobbiamo iniziare. 46 società  sono state esclude dalle gare, dal prefetto, per irregolarità . 1600 ettari di terreno sono stati coperti dal cemento, per delle opere inutili come la TEM o la Brebemi.
Inutili. Dove sono i poveri in Expo? Che spazio hanno in Expo i contadini italiani? E la difesa del made in Italy?

(da “unoenessuno.blogspot.it”)

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LA SCUOLA DIGITALE? FRA QUATTRO SECOLI

Febbraio 7th, 2015 Riccardo Fucile

ALTRO CHE RIVOLUZIONE INFORMATICA, GLI ISTITUTI INFORMATIZZATI SONO 38 SU 8.519…. COSI SERVIRANNO 437 ANNI PER COMPLETARE IL PIANO

La sproporzione tra rassicurazioni, impegni, giuramenti del passato e il panorama di oggi è abissale.
Dopo le mirabolanti promesse di un fantastilione di triliardi siamo messi così: in Italia le «scuole 2.0» all’altezza delle sfide digitali mondiali sono 38 su 8.519.
E un sondaggio rivela che 2 ragazzi su 3 «dichiarano di non avere la connessione wifi o di non utilizzarla per la didattica».
Così, spiegano gli esperti di Tuttoscuola, occorreranno «437 anni per digitalizzarle tutte».
È una sconfitta epocale. Che la dice lunga sulle indecorose panzane che ci sono state rifilate per anni.
Per capire la sproporzione abissale tra le rassicurazioni, gli impegni, i giuramenti del passato e il panorama di oggi è necessario fare un passo indietro.
A partire da un’Ansa del 1988 in cui l’allora ministro della Pubblica istruzione Giovanni Galloni già  invitava a tener conto della «rivoluzione informatica».
Il primo pc esisteva solo da 12 anni, Internet non arrivava a 100 mila utenti e non c’era ancora il «www», ma era già  chiaro: il futuro era quello.
Tanto che una dozzina d’anni dopo Luigi Berlinguer lanciava lo slogan «Libro e tastiera»: «Al momento il rapporto computer-alunni è di uno a cinquanta», garantiva, «vogliamo arrivare a uno a 10».
L’ultima finanziaria del governo Amato, fatta nel 2000 per il 2001, confidava di «colmare il divario digitale» che già  c’era offrendo ai giovani un «prestito d’onore» che sperava di spingere «600.000 studenti di 60.000 scuole medie superiori » a comprare un pc «di buon livello, al costo di 1.440.000 lire, Iva inclusa».
Spiegava infatti: «Solo il 33% dei ragazzi italiani tra 15 e 17 anni possiede e utilizza abitualmente un pc; ben lontano dai livelli della Svezia ad esempio, dove il 75% delle famiglie ha un computer in casa e il 70% naviga in Internet».
L’anno dopo, miracolo! Nel novembre 2001, entusiasta di compiacere Berlusconi che aveva fatto la campagna elettorale sulle tre «I» di Internet, Inglese, Impresa, il ministro Letizia Moratti assicura trionfante: «Gli obiettivi fissati per il 2001 dal piano europeo sulla diffusione delle tecnologie informatiche nella scuola sono stati raggiunti. Quasi tutte le diecimila scuole italiane risultano oggi collegate in Rete: in particolare la totalità  delle superiori, il 96% per cento delle medie e il 91% delle elementari». Bum!
E non è finita, assicura la maga Letizia: «Per il 2002 il nostro obiettivo è realizzare un collegamento Internet in tutte le classi e la creazione di specifici servizi di supporto informatico alla didattica».
Di più ancora: «Entro il 2004 uno studente su due avrà  a disposizione un personal computer». Testuale. Ansa.
L’anno dopo, dimentica d’avere già  festeggiato il prodigioso collegamento esistente per «quasi tutte», la Moratti annuncia un accordo per portare il web «nell’85% delle scuole entro il 2005» e il debutto della «telescuola, che consentirà  agli studenti un contatto continuo con i docenti e darà  loro la possibilità  di approfondire le conoscenze attingendo dalle fonti in Rete…».
E non basta: « Nei prossimi anni prevediamo di collegare a Internet a banda larga il 90% delle scuole, contro l’attuale 18%».
Detto fatto, stanzia per il ciclopico impegno delle 10.797 scuole italiane 81 milioni. Pari a un deca per ogni studente. Due toast e una Coca.
L’anno dopo, il mago Silvio si spinge ancora più in là : «Introdurremo il computer già  dalla prima elementare, non subito. Ma quando i bambini cominceranno a conoscere le lettere e i numeri, già  a febbraio potranno giocare con il computer». Per capirci: febbraio 2004. Undici anni fa.
E potremmo andare avanti.
Ricordando i numeri dati nel 2005 dal ministro per l’Innovazione Lucio Stanca: «L’85% degli istituti usa Internet e uno studente ogni 10 ha a disposizione un pc» (bum!) e poi «il 68% delle famiglie con figli in età  scolare possiede un pc, ponendo l’Italia al 3° posto in Europa» (bum!) e ancora «una famiglia su 5 ha già  accesso alla banda larga» (bum!) e via così…
Dieci anni più tardi, dopo avere incassato via via altri impegni da Mariastella Gelmini («Un mini pc per tutti gli studenti, al ritmo 1.000 classi al mese») a Francesco Profumo («Da quest’anno tutte le classi delle medie e delle superiori potranno contare su un computer da utilizzare nelle lezioni. Alle classi che ancora non ce l’hanno sarà  consegnato nelle prossime settimane») la situazione è quella fotografata dall’ultimo studio Survey Of Schools: Ict in Education.
Il quale dice che, in un contesto mondiale dove la velocità  media di download (compresi il Niger o il Burkina Faso, per capirci) è di 22,1 megabyte al secondo e noi stiamo novantaseiesimi con 9,22, gli studenti europei che nella loro scuola non hanno la banda larga sono, a seconda dei gradi di studio, tra il 4% e l’8%.
Nelle quattro tabelle prese ad esempio per mettere a confronto varie classi delle medie e delle superiori noi siamo sempre (sempre) i peggiori, arrivando al 34%. E parliamo di una banda larga nominale. Spessissimo miserella. Che magari, tra un problema e l’altro, non arriva a 3 mega.
Due ragazzi su tre, dice un sondaggio di Skuola.net, «dichiarano di non avere la connessione wi-fi o comunque di non utilizzarla per la didattica».
Peggio: «Uno su 5 utilizza il laboratorio informatico una volta a settimana, uno su 5 una volta al mese».
Riccardo Luna, uno dei referenti di Matteo Renzi delle nuove tecnologie, ha raccontato un mese fa dello stupore di Enzo Valente, il direttore del Garr, il consorzio che gestisce la super-rete in fibra ottica della ricerca scientifica in Italia: «Roba seria, fino a mille volte più veloce di quello che avete a casa».
Aveva scritto a 260 scuole del Sud offrendo loro la fibra ottica gratis in cambio di un canone annuale di 3.000 euro: «Mi hanno risposto in 40: quaranta! Da non crederci!». Cecità . E mancanza di fondi.
Fatto sta che, con solo il 20% delle aule connesse al Web (dati dell’Agenzia digitale diretta da Alessandra Poggiani), lo studio di Glocus (il think tank presieduto da Linda Lanzillotta) ha denunciato che «il 18,5% dei plessi (4.200) non è connesso a Internet, le lavagne interattive multimediali sono appena 69.813 e i tablet per uso individuale nelle classi ancora meno, appena 13.650».
Certo, esistono eccellenze. E come scrive la rivista Tuttoscuola diretta da Giovanni Vinciguerra, le scuole sperimentali dei due progetti «cl@ssi 2.0» e «scuol@2.0» sono ambitissime.
Ma sono rare: «Nel 2012-13 erano 416 le cl@ssi 2.0, dotate di minicomputer per tutti gli alunni per interagire con la lezione in tempo reale. Mentre erano solo 14 le scuol@2.0, completamente digitalizzate».
Da allora «un lieve incremento si è registrato», ma i numeri sono quelli che dicevamo: «Dopo tre anni dal lancio del progetto, siamo a 38 scuole su 8.519».
Li abbiamo, quattro secoli e mezzo, per recuperare i ritardi?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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ALLE SCUOLE PRIVATE UN FIUME DI SOLDI PUBBLICI: 700 MILIONI L’ANNO

Febbraio 3rd, 2015 Riccardo Fucile

MENTRE LO STATO NON HA SOLDI NEPPURE PER RENDERE SICURE LE AULE…SPESSO FINISCONO SENZA CONTROLLI A ENTI PRIVATI DI SCARSA QUALITA’ DOVE I PROFESSORI RICEVONO STIPENDI DA FAME

C’è un paradosso nel mondo dell’istruzione che sopravvive alle riforme e ai proclami.
Da una parte scuole pubbliche a corto di risorse, con 250 mila insegnanti precari ed edifici senza sicurezza come testimoniano i crolli nell’asilo di Milano e nella media di Bologna di inizio gennaio.
Dall’altra istituti privati che continuano a essere finanziati da Stato e Regioni con una dote che sfiora i 700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità .
Il governo Renzi ha promesso di mettere mano almeno alle condizioni delle aule, con un piano di investimenti ambizioso che però stenta a partire proprio per la carenza di fondi: l’operazione richiede quattro miliardi di euro.
Così il dossier “La buona scuola” considera inevitabile il sostegno agli imprenditori dell’istruzione: «Va offerto al settore privato e no-profit un pacchetto di vantaggi graduali, attraverso meccanismi di trasparenza ed equità  che non comportino distorsioni».
Così ogni anno il ministero dell’Istruzione versa poco meno di mezzo miliardo alle paritarie.
Un lascito mai rimosso del secolo scorso, quando il maestro non arrivava nei paesi più remoti e ai piccoli studenti ci pensavano soprattutto le suore.
Oggi quel finanziamento è un nervo scoperto tra i pasdaran della statale ad ogni costo e i paladini delle strutture private.
Per i primi andrebbe cancellato il contributo per gli istituti laici e confessionali che vogliono stare sul mercato, mentre i secondi difendono la possibilità  di educare ai valori cattolici o con sistemi alternativi.
La rivoluzione annunciata più volte da Renzi per la scuola non ha cambiato nulla.
Le due opzioni sono sempre sullo stesso piano, rispolverando un vecchio mantra caro al centrodestra italiano: la libertà  di scegliere dove mandare i figli a scuola è sacrosanta e siccome le paritarie costano, ci vuole un aiutino.
Tesi sposata in pieno anche dal ministro Stefania Giannini: «Dobbiamo pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato».
Per gli “amici delle famiglie” sono riservati per quest’anno 473 milioni, necessari ad accogliere quasi un milione di allievi dai tre ai diciotto anni.
Fondi che arrivano da Roma in base al numero di sezioni e che solo negli ultimi anni sono scesi sotto quota mezzo miliardo
La riduzione è stata di venti milioni, poco più del tre per cento imposto ai ministeri dalla spending review, ma ha fatto lievitare il malcontento.
Come spiega padre Francesco Macrì, presidente della federazione degli istituti cattolici: «Siamo il vaso di argilla più debole di tutti, subiamo il taglio dei finanziamenti a fronte di una crescita di responsabilità  e di impegni educativi».
Di diverso avviso Massimo Mari della Cgil:«Quella della Giannini è una presa di posizione degna dei governi democristiani. Con un problema mai superato: al centro dell’istruzione c’è il cittadino e non la famiglia. Finanziare la scuola cattolica contrasta con lo Stato stesso»
Ancora più tranchant la Rete studenti: Investire nelle paritarie è un insulto ai milioni di ragazzi che frequentano istituti che cadono a pezzi, senza servizi e sotto finanziati».
Le statali italiane superano quota 41 mila, tutte le altre sono 13.625.
Di queste, oltre 11 mila sotto forma di cooperativa, congregazione o srl offrono un ampio ventaglio di formazione.
Per stare in piedi chiedono una retta che può arrivare fino ad ottomila euro all’anno. Tanto.
E allora oltre allo Stato ci pensano gli enti locali a dare una mano, con il buono-scuola della Regione Lombardia a fare da modello o gli aiuti dei comuni emiliani: a Bologna il milione di euro destinato ogni anno alle scuole d’infanzia è stato bocciato da un referendum.
Governatori e sindaci alimentano un altro fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico stimato dalla Cgil in altri 200 milioni, che si somma alla sovvenzione ministeriale.
Un assegno in bianco, che non premia solo le eccellenze: finisce pure ad enti privati che non brillano per qualità  o dove i professori ricevono stipendi da fame.
STORIE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO
Tra le distorsioni più frequenti delle private ci sono gli insegnanti alle prime armi che diventano vittime del ricatto.
Funziona così: per scalare la graduatoria nazionale devono accumulare punteggio con le ore di docenza, ma i professori a spasso sono così tanti che pur di mettere da parte ore utili sono disposti a salire in cattedra a gratis.
Lezioni a costo zero e tenuti sotto scacco nel purgatorio delle parificate per prendere il volo il prima possibile verso il paradiso delle statali. Paolo Latella, insegnante e sindacalista Unicobas, ha raccolto le testimonianze: «È un fenomeno così diffuso che tocca almeno il cinquanta per cento delle strutture. “Vuoi che ti pago quando c’è la fila fuori?” è la risposta più frequente data dai gestori senza scrupoli ai docenti disarmati».
In centinaia firmano il contratto e una lettera di dimissioni senza data.
È sufficiente aggiungerla e cacciarli. Senza strascichi in tribunale.
Lo stipendio in diversi istituti è sotto la soglia di sopravvivenza: ci sono esempi di retribuzioni da 200-300 euro al mese, significa due euro all’ora.
E poi un elenco vergognoso di condizioni a cui sottostare.
Dai rimborsi della maternità  da restituire, fino alla pratica del pagamento con assegno mensile da ridare in contanti alla segreteria.
Centinaia di casi, dall’Emilia Romagna alla Sicilia, con tanto di minacce e pressioni. Tutte segnalazioni anonime, come se fare la prof fosse un mestiere a rischio. «Per sei anni sono stata malpagata a Cagliari. Sei mesi fa ho fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro e ho scoperto l’ovvio: i contratti a progetto che avevo firmato sono illegali». Dopo l’esposto però la beffa. Licenziata con una motivazione paradossale: «Mancanza di fiducia a causa del mio comportamento».
Epicentro del fenomeno la provincia di Caserta, dove si contano oltre 400 tra srl e cooperative e solo 217 istituti con lo stemma della Repubblica.
Da qui arriva la storia di Maria: «Ho lavorato un anno intero senza ricevere neppure un euro, firmando però la busta paga. Ho fatto anche gli esami di idoneità  senza portare a casa nulla, tutto sotto minaccia di licenziamento e di perdere posizioni in graduatoria».
In Campania nelle scuole private resiste anche la pratica dei “diplomifici”: pago tanto, studio poco e prendo il pezzo di carta.
Ecco il racconto di una ragazza bolognese:«A Nola mi sono presentata tre volte per le prove scritte ed orali. Mi facevano copiare tutto». È una delle testimoni ascoltate dai finanzieri dopo il sequestro di due istituti nel Napoletano.
La maturità  partendo da zero, grazie a registri taroccati e atti pubblici falsi. Il tutto per 12mila euro in contanti.
A chi organizzava la truffa sono finiti in tasca milioni di euro: in centinaia si sono catapultati qui da Roma, Foggia e dalla Sardegna.
Per prendere un diploma che non vale nulla: dopo l’inchiesta i titoli sospetti sono stati cancellati.
SOPRAVVIVE IL SISTEMA FORMIGONI
Sul fronte dei finanziamenti, in Lombardia una dote ad hoc è stata il vanto dell’ex presidente Roberto Formigoni. Partiti nel lontano 2001, in tredici anni i contributi regionali hanno superato quota 500 milioni.
Messi a disposizione in nome della possibilità  di scegliere: la libertà  educativa è in mano ai genitori, che se vogliono iscrivere i propri figli nelle scuole cattoliche ricevono sostegno dal Pirellone, che sborsa una parte delle rette.
Un sistema fortemente contestato dalla Cgil, come spiega Claudio Arcari: «Per come viene distribuita, la dote finisce alle famiglie benestanti, alimentando un diritto allo studio al contrario: tanto a chi si può permettere rette da migliaia di euro e nulla a chi ha poco».
L’aiuto non si è inceppato neppure con la bocciatura del Tar dello scorso aprile.
Ecco come è andata.
Due studentesse milanesi fanno ricorso: troppa differenza (a parità  di reddito familiare) tra quanto destinato a loro – tra 60 e 290 euro – e quello che va a una coetanea privatista, che può intascare fino a 950 euro.
Una disparità  non accettabile per i giudici amministrativi: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità , le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria».
La sentenza è tuttavia una vittoria a metà  perchè è stata respinta la parte del ricorso che colpiva il sostegno economico. E anche per quest’anno scolastico sono arrivati trenta milioni di euro sotto forma di dote. La scelta del leghista Roberto Maroni è stata copiata dal compagno di partito Luca Zaia.
Il governatore veneto ha messo sul tavolo 42 milioni (21 per gli asili nido e altrettanti per le scuole d’infanzia) con questa motivazione: «Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alle comunità  parrocchiali e congregazionali. In Veneto non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa».
PRIMA GLI ULTIMI
Non sempre vince il malaffare. Oltre ai predatori voraci e governatori generosi, non mancano le buone pratiche: inclusione sociale, esperienze di eccellenza e una visone moderna dell’insegnamento.
A Rimini il centro educativo italo-svizzero (Ceis) è stato fondato nel dopoguerra dal Soccorso operaio elvetico.
Una istituzione privata   laica che col tempo è diventata un modello: niente cattedre, orari flessibili e classi che   gestircono in autonomia le lezioni per oltre 350 bambini fino a dieci anni. Di questi, cinquanta hanno una qualche forma di disabilità , oltre il triplo di una scuola pubblica.
Un’attenzione simile a quella riservata dall’Istituto per le arti grafiche di Trento, di proprietà  della congregazione dei Figli di Maria Immacolata, ma finanziata interamente dalla Provincia.
È normale trovare in ogni classe almeno un paio di ragazzi con handicap. «Il dualismo normalità -disabilità  va superato», afferma il direttore Erik Gadoni: «Ognuno può portare un contributo al gruppo in cui è inserito».
Ottimi i risultati anche sul fronte dell’autismo. Rudy è un ragazzo con la sindrome di Asperger: quando entrò la prima volta si nascondeva sotto il banco. Grazie un percorso ad hoc allargato alla famiglia e ai compagni, la sua capacità  relazionale è migliorata.
E adesso Rudy ha lasciato Trento per iscriversi all’università . Una vita normale, dopo cinque anni e tanti investimenti per la sua educazione. A buon fine.

Michele Sasso

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ACCADE SOLO IN ITALIA: CONDANNATO PER PEDOFILIA E’ ASSUNTO COME PROF ALLE MEDIE

Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

UN EX ANIMATORE AVEVA ABUSATO DI UNA BAMBINA DIECI ANNI FA E AVEVA PATTEGGIATO UN ANNO E OTTO MESI… ADESSO E’ DOCENTE IN UNA SCUOLA STATALE

Nel 2007 aveva patteggiato un anno e otto mesi per pedofilia. Aveva molestato una bambina di sette anni.
Non ha mai fatto un giorno di galera e, dal 2011, è docente di ruolo in una scuola media statale di Torino, dove insegna matematica.
La vicenda risale all’estate del ’98, quando una bambina piemontese raccontò ai genitori di avere subito abusi in un campo estivo da un animatore.
La famiglia denunciò subito l’uomo, che venne condannato solo nel 2004 a 3 anni e 6 mesi di prigione, dimezzati in appello.
I giudici avevano inoltre stabilito per l’animatore una provvisionale di 27mila euro, pagata solo qualche settimana fa, dopo che l’avvocato della famiglia ha chiesto il pignoramento dello stipendio, che da tre anni è aumentato.
L’uomo infatti nel frattempo è stato assunto come professore, ma la famiglia della bambina, nel frattempo diventata ventiduenne, non riusciva a ottenere il pagamento della pena pecuniaria.
“È per questo — ha dichiarato il loro avvocato, Roberto Ponzio — che abbiamo deciso di rendere pubblica la storia. È scandaloso che questo signore abbia trovato un posto di lavoro a carico del contribuente, per di più nel delicatissimo mondo dell’istruzione”.
Il legale — che ha ottenuto il trattenimento mensile di un quinto della retribuzione del docente — ha inoltre sottolineato che la famiglia non è stata tutelata dalla giustizia e la vicenda è stata rivelata per “tutelare l’opinione pubblica.
Il trauma subito quell’estate è stato superato con molta fatica — ha aggiunto — ma troviamo inaccettabili tutte le umiliazioni cui la famiglia è stata sottoposta”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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“DOPO TRE ANNI DI SUPPLENZE I PRECARI VANNO ASSUNTI”: CORTE EUROPEA CONDANNA L’ITALIA, FINISCE LO SFRUTTAMENTO

Novembre 26th, 2014 Riccardo Fucile

SENTENZA STORICA: “NO A RINNOVO SISTEMATICO DI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO”… IL GOVERNO ORA DEVE ASSUMERE 250.000 PRECARI, 100.000 IN PIU’ DEL PREVISTO E SI APRE UN CONTENZIOSO DA 2 MILIARDI

È un giorno importante per i precari della scuola italiana: la Corte europea dà  ragione al ricorso contro il rinnovo sistematico dei contratti a tempo determinato, e stabilisce che dopo tre supplenze annuali un docente (o un ausiliare tecnico amministrativo) dev’essere assunto.
Ma la sentenza, per quanto storica, non coglie del tutto impreparato il governo: la stabilizzazione di 150mila docenti era già  prevista nel piano “La buona scuola”. Anche se il parere della Corte potrebbe aprire ulteriori fronti di rivendicazione
Tutto nasce dalla direttiva europea n. 70 del 1999, secondo cui dopo 36 mesi di servizio i precari hanno diritto ad essere assunti a tempo indeterminato, a meno che non sussistano “ragioni oggettive”.
Una norma che l’Italia ha recepito con il decreto legislativo 368/2001, tanto che nel 2010 il sindacato Anief aveva sollevato la questione e cominciato la lunga battaglia arrivata oggi a sentenza.
Per stoppare i ricorsi, nel 2011 il governo aveva emanato una legge secondo cui la normativa non poteva applicarsi al mondo nella scuola, per la presenza appunto di queste “ragioni oggettive”, poi specificate dalla Consulta: il fatto che, prestando servizio, gli insegnanti accumulavano comunque punteggio utile ai fini della futura assunzione; la circostanza che il Ministero non fosse in grado di valutare a priori la consistenza degli organici; quindi motivazioni economiche.
Un castello di sabbia che l’Europa ha smontato oggi in maniera definitiva: come recita la sentenza “la normativa europea osta a una normativa nazionale che autorizzi, in attesa del l’espletamento delle procedure concorsuali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili”.
Pertanto il sistema italiano è illegittimo
La questione riguarda in particolare i cosiddetti posti vacanti e disponibili: cattedre vere e proprie, senza un docente titolare alle spalle da sostituire, che sarebbero potute essere assegnate in pianta stabile.
E che invece lo Stato ha sempre preferito trasformare in incarichi a tempo determinato rinnovati annualmente, per ragioni essenzialmente economiche.
Difficile quantificare con precisione il numero dei docenti potenzialmente interessati dalla sentenza: il sindacato Anief parla addirittura di 250mila precari da stabilizzare. Di certo c’è che dei 150mila docenti delle Graduatorie ad Esaurimento (i cosiddetti “precari storici”), circa 125mila hanno maturato nel corso degli anni 36 mesi di servizio.
Sarà  per questo che il governo ha deciso di varare un piano straordinario di assunzioni, per cui ha già  stanziato le risorse necessarie (un miliardo di euro nel 2015) in legge di stabilità .
Del resto non è neanche un mistero, nel documento “La Buona scuola” il procedimento della Corte europea viene esplicitamente annoverato fra le ragioni alla base della riforma.
I ricorrenti erano già  circa 6-7mila, ma dopo la sentenza in migliaia avrebbero potuto andare in tribunale e vedersi facilmente data ragione.
Con questa infornata di assunzioni, invece, il governo si mette al riparo da pericolose azioni legali. Almeno in parte.
La questione sembra appianata per i precari delle GaE, che verranno assunti.
Ma qualcuno di loro potrebbe ugualmente chiedere un risarcimento danni (in particolare relativamente alla ricostruzione degli scatti di carriera).
E soprattutto il fronte potrebbe allargarsi al personale Ata (di cui non c’è traccia nella riforma) e ai docenti abilitati con i Pas: per accedere ai percorsi abilitanti speciali, infatti, era necessario avere tre anni di servizio.
Sono circa 65mila in totale, alcuni di loro potrebbero avere i requisiti per chiedere anch’essi la stabilizzazione.
Per tutti questi casi, dunque, la palla tornerà  ai giudici nazionali: il parere della Corte è vincolante, ma comunque dovvrebbe essere lasciata discrezionalità  di scelta fra la stabilizzazione e l’indennizzo economico; e potrebbe esserci anche un certo margine di manovra sulla verifica delle condizioni a monte della situazione.
Non dovrebbe esserci niente da fare, invece, per gli altri precari della scuola, i neoabilitati.
In teoria la sentenza stabilisce un principio generale: d’ora in avanti chiunque occuperà  per tre anni una cattedra dovrà  essere assunto.
Ma con l’infornata prevista della riforma e i nuovi organici funzionali le supplenze annuali verranno tutte assorbite, e scompariranno.
Le migliaia di docenti abilitati esclusi dal piano dovranno comunque attendere i prossimi concorsi.

Lorenzo Vendemiale
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A ZINGARETTI: “FACILE TAGLIARE, IN QUESTO MODO PAGHERANNO I NOSTRI CITTADINI”

Ottobre 17th, 2014 Riccardo Fucile

“HO GIA’ RIDOTTO LE SPESE, ANCORA COSI’ E ANDRANNO IN CRISI SANITA’ E TRASPORTI”

«Noi siamo stati eletti dai cittadini e abbiamo il dovere di segnalare gli effetti catastrofici che produrrebbe questa legge di stabilità ».
Non ha paura di essere ascritto alla categoria dei “gufi”, Nicola Zingaretti, presidente di una Regione, il Lazio, che da 8 anni viaggia con il fardello di una sanità  commissariata.
Non è un renziano, ma schiva le voci che lo vedrebbero futuro competitor del premier: «Non l’ho votato al congresso – ricorda – ma lo sostengo e credo rappresenti uno shock positivo per l’economia e l’immagine dell’Italia».
Eppure…
«Eppure stavolta sta commettendo un errore: troppo facile tagliare le tasse con i soldi degli altri. È come se invito gente a pranzo e a cena, faccio bella figura, ma poi paga qualcun altro».
In questo caso le Regioni.
«Sì, ma a subire gli effetti sono i cittadini che si vedrebbero tagliare la sanità , i trasporti per i pendolari, le borse di studio. È matematica: la spesa delle Regioni è per l’80% sanità , per un 10% trasporto pubblico e per un altro 10% tutto il resto. Dire che vuoi tagliare 4 miliardi (che si andrebbe ad aggiungere al miliardo e 600 milioni delle precedenti finanziarie) significa per forza mettere mano ai servizi».
O aumentare le tasse?
«A dire il vero noi abbiamo previsto di diminuire Irap e Irpef dal 2016 se questo sforzo non viene vanificato da una sottrazione di risorse. L’aveva scritto anche il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Cito testualmente: “I risparmi ottenuti a livello locale dovrebbero essere usati per ridurre la tassazione locale”. La verità  è che una manovra scritta in questo modo provocherebbe inevitabilmente uno spostamento del prelievo fiscale dal centro alla periferia. Un gioco delle tre carte».
Un’operazione di immagine? Governo buono, enti locali cattivi?
«No, non è una questione di immagine. L’obiettivo che vuole perseguire il governo è giusto e io lo condivido appieno ma non bisogna mettere in crisi i servizi che garantiscono la competitività  del sistema, dai trasporti all’università ».
Renzi vi invita a cominciare dai vostri sprechi, i renziani le ricordano che nel Lazio c’è l’Irpef più alta d’Italia: possibile che non ci siano spese da tagliare?
«Noi in un anno e mezzo abbiamo tagliato 400 poltrone, eliminato le auto blu e vitalizi, dimezzato gli stipendi, chiuso oltre 12 società  regionali, stiamo riducendo i primari di 400 unità , abbiamo messo in efficienza la macchina amministrativa e siamo stati i primi ad aver introdotto la fatturazione elettronica. Tagliare ancora è giusto, e infatti lo stiamo facendo, a volte più del governo».
Non trova singolare che le critiche maggiori alla legge di stabilità  siano arrivate proprio dai governatori del Pd?
«I governatori del Pd in questi mesi hanno sostenuto con forza e coerenza l’azione del governo. Cito solo la decisione di co-finanziare la misura degli 80 euro in busta paga con il via libera a 700 milioni di tagli alle Regioni. Abbiamo però il dovere di segnalare gli errori».
Pronti a diventare i nuovi “gufi”?
«Non ce n’è motivo. Lo sforzo del governo è il nostro ma bisogna dirsi quando si sbaglia».

Mauro Favale
(da “La Repubblica”)

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