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SCUOLA, ECCO LE CATTEDRE A CONCORSO: AL NORD E IN SARDEGNA LE MAGGIORI POSSIBILITA’

Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile

ISTRUZIONE, LE NOVITà€ D’AUTUNNO: TRA UN MESE SARANNO RESE NOTE LE MODALITA’ DEL NUOVO CONCORSO… DISCIPLINE UMANISTICHE COPERTE, SERVONO PROF DI MATEMATICA

Se le cose andranno come effettivamente il ministro Francesco Profumo desidera, a settembre 2013 potrebbero già  insegnare nella scuola italiana alcune migliaia di giovani.
Ma giovani sul serio, con meno di trent’anni e qualche master alle spalle: nuove energie, nuova generazione.
Il ministro si appassiona molto al mondo della scuola (lui è un ex rettore, la moglie insegna alle superiori) e passa almeno due mattine a settimana a visitare le scuole per monitorare la situazione dal vivo.
La questione dell’età  del corpo docente non gli è sfuggita: i professori e maestri d’Italia sono, in media, ben oltre la quarantina (42 anni) e si portano dietro il fardello di una lunga gavetta di precarietà , dato che l’eta media in cui si entra in ruolo è 47 anni.
C’era bisogno di una ventata di novità , e il professor Profumo la vorrebbe infondere. Procedure, pastoie, cavilli burocratici e resistenze sindacali permettendo, si capisce.
Il 24 settembre, dunque, verrà  bandito un concorso su base regionale, per la copertura di 11.892 cattedre da immettere in ruolo in due tranches: 7.488 l’anno prossimo, 4.404 nel 2014. «La procedura concorsuale – dicono al ministero – avverrà  secondo modalità  innovative per favorire l’ingresso nella scuola di insegnanti giovani, capaci e meritevoli».
Non è ancora chiaro il meccanismo che dovrebbe riservare ai giovani una quota dei posti, ma al ministero lo stanno studiando, e si pensa ad una percentuale di under 30 tra il 10 e il 15 per cento.
Il pachiderma di viale Trastevere, inoltre, dovrà  fare le piroette come una libellula, considerando che a settembre uscirà  il bando, a gennaio sono già  previste le prove scritte e, a seguire, quelle orali, in maniera che i nuovi vincitori di concorso possano andare in cattedra nel settembre successivo.
In periodo di penuria di lavoro, dunque, la scuola riapre i suoi ranghi, ma non ovunque e non per tutte le materie.
Particolari carenze di organico di registrano in Sardegna, specificamente per l’insegnamento della matematica, e poi in tutto il Nord.
Al Sud, invece, arriverà  molto poco della nuova infornata.
E poi si mettano l’anima in pace i neolaureati in lettere, filosofia, lingue, storia dell’arte e materie umanistiche in generale: le cattedre a concorso saranno, per la maggior parte riservate alle discipline scientifiche (matematica in testa) e tecnologiche.
Qualcosa di umanistico ci sarà  pure, ma riguarderà  le discipline letterarie «toste», tipo latino e greco.
I sindacati non possono dire di no ad un nuovo concorso, ma storcono comunque il naso – con maggiore o minore acrimonia perchè sostengono che esistono graduatorie fiume di insegnanti già  abilitati, a cui poter attingere, senza bisogno di varare un nuovo concorso. Assumete i precari – è in definitiva il consiglio – piuttosto che immettere personale nuovo preso da fuori. «Ci sono 250 mila vincitori di concorso in graduatoria» lamentano alcune sigle sindacali.
In realtà  le graduatorie sono piene di abilitati , e anche di «idonei» al concorso, ma non di vincitori: docenti, cioè, che hanno fatto un concorso, avevano i requisiti per vincere, ma non hanno vinto di fatto, per ragioni di punteggio.
Una diatriba fatta di cavilli, certo, ma anche sintomo della grande sofferenza a cui l’attuale sistema di reclutamento degli insegnanti sottopone i candidati, con procedure, graduatorie, calcoli complicati di punteggi, eccetera.
Tant’è che l’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, parlando al Tgcom.24, è entrato dritto nel cuore del problema: «Non si può tenere aperta una graduatoria all’infinito. Serve una nuova metodologia di reclutamento: si bandisce un concorso , chi vince entra, chi non vince ritenta oppure si cerca un altro lavoro».
Ma per fare tutto questo bisogna sanare il pregresso di graduatorie che non si possono ignorare.
Oltre al nuovo concorso, comunque, il ministero è intervenuto con altri tre decreti sull’organico della scuola: 21.112 insegnanti precari entreranno in ruolo e così anche 1.213 presidi che, sia pur ad alto livello, erano anche loro precari.
Si sistemano, poi, i ranghi delle della Accademie e dei Conservatori musicali, dove si apre un buco di 240 docenti proprio ad inizio anno accademico, e viene sanato con 60 immissioni in ruolo più un folto manipolo di «incarichi annuali».

Raffaello Masci

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IN ASSEMBLEA NEL CAMPEGGIO VISTA MARE GLI STUDENTI PREPARANO L’AUTUNNO CALDO

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

TRA UNO WORKSHOP E UN TORNEO DI CALCETTO SI DISCUTONO NUOVE FORME DI PROTESTA…I MILLE RADUNATI AD OSTUNI: “TROPPE TASSE PER LO STUDIO, LA NOSTRA PROTESTA VI TRAVOLGERA'”

“Il seminario sul diritto allo studio? È all’area Gramsci e portatevi le sedie…”. Quaranta gradi all’ombra e una folla di studenti che prende appunti, in una piazzola polverosa sotto un gazebo bianco arroventato dal sole. Alle spalle il mare, pulito, con le bandiere blu. E una piscina che ha i simboli “No Tav” piantati sul trampolino. “Riot Village”, Ostuni, il campeggio studentesco più grande d’Italia.
Prove di resistenza umana. Politica e vacanze.
Se cercate i giovani del Movimento li trovate qui. Sembra strano ma è così.
Tra un workshop sul futuro dell’Europa e un torneo di calcetto.
Tra una serata funky e un corso Lgbt. Qualche albero. Poca ombra.
Ogni anno arrivano in migliaia a parlare di scuola, di istruzione, qui nasce la protesta d’autunno.
Facce di chi ha fatto l’alba.
La crisi, le famiglie senza più reddito: costa dodici euro al giorno piazzare la tenda, ascoltare i concerti, ballare sulla spiaggia, innamorarsi, conoscersi, ma provare, anche, a scrivere il futuro.
Perchè “quando il nemico è molto forte non basta vincerlo, bisogna saper sognare un mondo nuovo”, portano scritto sulle magliette quelli del “Riot”.
Sara e Andrea della Statale di Milano camminano abbracciati sulla spiaggia. Sara: “Ci siamo messi insieme qui, lo scorso anno, una notte. Adesso anche a Milano dividiamo una stanza”. Chissà .
Hanno dai 15 ai 30 anni, hanno fatto occupazioni, assemblee, cortei, fermato le città  contro la riforma Gelmini.
Ma ciò che li aspetta ora è forse ancora più cupo e nebuloso.
Parla Federica Laudisa, sociologa dell’Osservatorio sul diritto allo studio di Torino: borse di studio, alloggi, finanziamenti, la situazione in Italia e quella in Francia, la relazione è rigorosa e amara quanto mai, gli studenti prendono appunti in costume da bagno, ci sono i “medi”, fanno il liceo, ci sono i “grandi”, universitari, ventenni e oltre.
Eccoli. Shorts e magliette. Divertirsi pensando.
È sarcastico Antonio, fuoricorso di Caserta: “Noi non andiamo in vacanza dalla politica, a differenza dei parlamentari che farebbero bene a venire qui ad ascoltarci, perchè saremo noi la grande questione sociale di questo governo. Non è soltanto un problema di tasse universitarie, è questione di sopravvivenza. E se non hai da mangiare, allora ti incazzi di brutto. Speriamo di fermarli prima…”.
Tende canadesi e cucine da campo.
Dance-hall sulla spiaggia, il torneo di calcetto, 15 euro per una spesa collettiva che dura, miracolosamente, 10 giorni, workshop su lavoro e precarietà , cittadinanza e istruzione.
Poi la sera il Music Festival: Folkabbestia e Asian Dub Foundation.
“Difficilissimo alzarsi presto per seguire i seminari”, ammette Alessio Folchi, 19 anni, studente di Storia. Elena Monticelli fa parte di Link, sigla famosa del movimento, che insieme all’Uds, cioè l’unione degli studenti medi, compone la “Rete della conoscenza”.
“Nasciamo dall’Onda, abbiamo rapporti con partiti e sindacati ma siamo autonomi da tutti. Il Riot Village è cominciato alcuni anni fa, prima in Toscana, a Cecina, poi qui, in Puglia. E ogni estate siamo di più. Sentivamo il bisogno di un luogo collettivo, dove parlare di politica, di giustizia, ma anche d’amore, di sessualità , vivendo però le emozioni di una vacanza. E da qui stiamo preparando la nostra risposta contro queste nuove tasse, un attentato al diritto allo studio”.
E il documento finale del “Riot” annuncia: “Piazze, scuole, università , il nostro cambiamento travolgerà  il Paese”.
Vacanze alternative, si sarebbero chiamate un tempo.
E non è soltanto il “Riot”: a Paestum in questi stessi giorni un altro spezzone del movimento si riunisce nel “Revolution Camp” dell’Unione degli universitari, a Chiomonte è in corso il campeggio No Tav, e a settembre Tilt (rete generazionale per la sinistra del futuro) organizzerà  un raduno in Toscana, al mare.
Giovanni Schena ha 17 anni, sta per finire il liceo e viene da Monopoli: “Cosa mangiamo? Pasta, pasta e ancora pasta, tonno, pesto, pomodori, e un po’ di frutta. Ma va bene così, i pranzi e le cene sono i momenti più divertenti”.
Giulia Petruzziello è al secondo anno di Scienze Politiche all’Orientale di Napoli, fa parte dello staff, e gestisce il banchetto delle magliette.
Per le t-shirt le frasi sono state scelte con una votazione aperta su Facebook: Janis Joplin, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè, Virginia Woolf.
E poi Antonio Gramsci.
A sorpresa riscoperto e amato da questa generazione figlia della crisi. Non cercate altri politici o maestri del pensiero. Non ce ne sono.
Scrive Gramsci: “Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Racconta Giulia: “Venire qui per me è un’esperienza pazzesca. Faccio quello in cui credo però mi diverto e incontro gente. E oltretutto mia madre che non mi manderebbe da nessuna parte, per il campeggio del Riot fa un’eccezione”.
Pubblico e privato. Partecipazione e politica. I ragazzi del “Riot” sono migliaia. Droga, polizia? No dicono gli organizzatori, mai nessun problema.
Ragiona Luca Spadon, portavoce di Link: “Quello che ci preoccupa è la stangata sui fuoricorso. Che sono la metà  degli universitari italiani. E questo vorrà  dire, nei fatti, escluderli dagli studi. Da qui riparte la nostra mobilitazione.
Francesca studia Ingegneria alla Sapienza: “Ho la media del 28, ma lavoro ogni sera in un pub e dal prossimo anno rischio di non essere più in regola con gli esami. Come farò?”.
La domanda resta sospesa, tra mare, cielo e i sacchi a pelo distesi sulla sabbia.
“Di certo saremo in piazza – rilancia Sara – non può finire così”.

Maria Novella De Luca

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L’ITALIA NON E’ (PIU’) UN PAESE PER INSEGNANTI

Luglio 25th, 2012 Riccardo Fucile

LA SCRITTRICE SILVIA AVALLONE: “A QUESTO PREZZO NON NE VALE LA PENA”… “HO VISTO TROPPI ASPIRANTI PROFESSORI, COI VOLTI SEGNATI DALLA DISILLUSIONE, MOLLARE TUTTO”

In quarta elementare, quando le maestre proposero alla classe d’interpretare l’ennesima fiaba di Andersen per la recita di fine anno, un gruppetto di scolarette dissidenti di cui facevo orgogliosamente parte alzò la mano in segno di protesta.
Era il 1993. Le nostre insegnanti sgranarono gli occhi. Noi, con l’impertinenza tipica dei nove anni, ribattemmo che no, non volevamo saperne di principi e principesse. «Benissimo» risposero loro «organizzatevela voi, la recita “alternativa”».
Credo sia stata la prima sfida della mia vita, il primo vero insegnamento che ho ricevuto (consapevolmente).
Nelle ore in cui gli altri bambini provavano le battute ufficiali, noi scrivevamo il testo del nostro spettacolo underground.
Optammo per la satira e, senza esitazioni, decidemmo di prendere di mira loro: le autorità , quelle che volevano darci – letteralmente – una «bella lezione».
Tre imitazioni caricaturali (che, ripensandoci oggi, erano un dolcissimo e struggente riconoscimento della loro autorevolezza) provate e riprovate a casa e durante la ricreazione.
Il risultato, alla fine, fu un successo e le prime a chiedere il bis furono proprio loro: i nostri (amatissimi) bersagli.
Il mestiere d’insegnare, come si fa a farlo stare dentro una definizione?
Perchè la prima cosa che fa, un insegnante, è imprimere una direzione, una matrice, alla tua vita.
Nel ’93 le nostre maestre ci hanno dato fiducia, ci hanno rese responsabili. Hanno accettato di essere messe in discussione per dare a noi l’opportunità  di crescere.
Naturale, dopo un’esperienza così, sognare un giorno di eguagliarle.
Il punto non è tanto la materia che insegni. Non è il complemento oggetto, ma il verbo.
Diventare il segugio che scova in ciascun ragazzino quel talento potenziale, a volte inaspettato, che è nascosto in tutti.
La guida che porta i suoi studenti a immaginare quante possibilità  abbiano in futuro. La scuola è stata questo per me: imparare sul campo il significato e il perimetro della parola libertà .
Ci tengo a cominciare così, con passione, perchè è la passione che ti muove verso un mestiere del genere. Ciascuno di noi ha una madre, uno zio, una nonna che ha cresciuto intere generazioni e a cui magari, a distanza di anni, gli ex allievi telefonano ancora.
La bambina riconoscente che sono stata premeva per raccogliere il testimone, per contribuire a migliorare la società  nel modo più incisivo: in mezzo a una fila di banchi disposti a ferro di cavallo.
A questo io ho rinunciato. Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l’università  annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo Paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato, in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia, quale vicolo cieco. Ho cominciato a registrare la frequenza di certe massime come: «La laurea non serve a niente».
A una scuola pubblica peggiore può corrispondere solo un Paese peggiore.
Di insegnanti come quelli che ho avuto – fiduciosi, realizzati – in giro ormai ne vedo ben pochi. Un giorno sì e uno no incontro un ragazzo della mia età  che scuote la testa avvilito e ripete sempre la stessa frase: «Sono in graduatoria, sto aspettando». Incontro anche cinquantenni che stanno aspettando.
Conosco pressochè solo supplenti.
La parola «graduatoria a esaurimento» ricorre con lo stesso alone sinistro del castello di Kafka. Ci sei, sei lì, proprio a un tiro di schioppo, eppure non ci sei mai.
Non c’è verso di raggiungere quello che oggi, nel nostro Paese, è diventato uno dei mestieri più ardui.
Non basta la laurea. Non bastava neppure la famigerata Ssis, scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, che hanno allestito e dismesso nel giro di un decennio.
Ostaggi del tempo e dei punti, dei master online a pagamento che devi collezionare per scalare una o due posizioni.
Sfruttati, ricattati, in balia di un ingranaggio perverso che ti richiede esami su esami, tasse su tasse, precarietà  su precarietà .
Ho chiesto a un’amica (trentacinque anni, un dottorato, due figli) quando prevedeva, all’incirca, di entrare di ruolo.
Mi ha risposto voltando gli occhi al cielo: «Mai».
Per il 2011/2012 hanno istituito un nuovo ponte per il castello kafkiano: il Tfa, tirocinio formativo attivo, che impegna per un anno a pieno ritmo e costa la bellezza di 2.500 euro.
Dopodichè: chi lo sa? Chi ha la forza di non lasciarsi scoraggiare dalle montagne di burocrazia, dai tempi biblici, dall’incertezza che ottiene in cambio, lungo la strada ha lasciato un vagone d’entusiasmo a disperdersi nel niente.
Quattro supplenze l’anno in tre scuole diverse. Che senso ha?
Non fai neppure in tempo a conoscerli, i tuoi studenti. Non ci sarà  nessun percorso insieme, nessuna crescita.
Ho visto troppi aspiranti professori con i volti segnati dalla disillusione mollare tutto all’ultimo momento perchè «così, a questo prezzo, non ne vale la pena». Non sei nessuno.
Non hai più nemmeno un centesimo di quell’autorevolezza che avevano i tuoi insegnanti dieci, vent’anni fa. Sei in graduatoria, sei un supplente.
Uno che supplisce a un vuoto pazzesco.
C’è la dignità  di mezzo. C’è un senso di frustrazione che ti attanaglia ogni mattina, ed è quello che ti leggono in faccia gli studenti le saltuarie volte in cui puoi varcare la soglia della classe.
Dovresti trasmettere loro energia, fiducia, curiosità , e tu sei il primo a non averne (più).
Se conosco anche storie a lieto fine? Certo, ma sono eccezioni.
Il 4 giugno scorso, il giorno in cui scadeva il bando d’iscrizione all’esame per il Tfa, i miei amici e io, tutti aspiranti professori ai tempi del liceo, ci siamo ritrovati intorno a un tavolo e ci siamo guardati in faccia.
Tu ti sei iscritto? Io no, e tu? Neppure io.
Troppo tardi, troppe poche certezze per un azzardo simile.
Follia pura, pensare di raggiungere una cattedra. E dire che mia madre, a soli vent’anni, dopo aver vinto il concorso di Stato era già  di ruolo.
Cos’è successo nel giro di un paio di generazioni alla scuola pubblica?
Non basta una vita per insegnare, non bastano quarant’anni di servizio per arrivare a saperlo fare davvero (me lo ripeteva sempre il mio prof d’italiano).
E con un tempo determinato che non va dal lunedì al sabato, che ci fai? Come puoi dire ai tuoi studenti che il futuro si costruisce qui? Che i sacrifici ripagano sempre, se non riesci più a risultare persuasivo?
Continuo a credere che la scuola sia la sola opportunità  uguale per tutti di diventare cittadini liberi e intraprendenti.
Ma lo è solo a patto che lo siano anche gli insegnanti: liberi di diventarlo. Anzichè arrivare come me, a portarsi dietro un rimpianto.
Quello di non poter essere io la maestra che, di fronte a uno stuolo sfrontato di ragazzine, dice: «Va bene, inventate la vostra recita alternativa, provate a camminare con le vostre gambe. Io sono qui per questo».

Silvia Avallone
(da “Il Corriere della Sera“)

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REFERENDUM CONTRO LE SCUOLE PRIVATE, LA STRANA ALLEANZA PDL, PD, CURIA: INSIEME PER FERMARLO

Luglio 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL QUESITO SPACCA IL CENTROSINISTRA: IL PD A DIFESA DEL MILIONE DI EURO DI FINANZIAMENTI A NIDI E MATERNE PARITARIE

Nemmeno il tempo di votare assieme al Pdl sui finanziamenti alle scuole private che per il Partito Democratico arriva un’altra grana.
I garanti del Comune di Bologna hanno dichiarato ammissibile il referendum consultivo proposto dal Comitato articolo 33.
Nella pratica, una volta terminata la raccolta di 9mila firme, ai cittadini bolognesi sarà  chiesto da qui ad un anno di scegliere dove mettere un milione di euro delle casse comunali: se nella scuola pubblica o se indirizzarli ancora, come avviene da 10 anni, verso le private convenzionate.
Se vincesse l’opzione “pubblica”, e non è un’ipotesi di fantascienza vista la forza dei movimenti bolognesi di insegnanti e genitori, per i democratici e il sindaco Merola la situazione diverrebbe scottante, presi tra la volontà  popolare da una parte e dall’altra l’alleato numero uno in città , Sinistra Ecologia e Libertà , che non ha mai nascosto di essere contraria ai finanziamenti pubblici alle scuole private e che raccoglierà  le firme per il referendum.
Un referendum quindi che sta già  costringendo, tutte le forze politiche a schierarsi apertamente. A cominciare dal Pd, che dopo aver fatto passare il proprio provvedimento con i voti del centro destra (Sel si è invece astenuta) ha fatto subito sapere di non apprezzare per nulla la decisione dei garanti.
“Porre come fa il referendum una scelta tra dare i soldi o pubblico o al privato significa disconoscere la legge dello stato — ha dichiarato l’assessore Pillati — Questo referendum è ideologico. La vera democrazia non ha prezzo, il costo di questa consultazione sarà  invece di mezzo milione di euro”.
Rilancia il segretario provinciale Raffaele Donini: “Al Pd tocca il governo responsabile, altri hanno forse più spazio per fare ginnastica ideologica, magari anche facendo un po’ campagna elettorale. Se poi il Pdl vuole votare provvedimenti riformisti come il nostro sul finanziamento alle scuole private tanto meglio. Tutti devono ricordarsi che a Bologna governiamo noi, e che la città  ha il 60% di scuole materne d’infanzia gestite dal Comune, il resto della Regione tre volte meno”.
Scontato con dichiarazioni del genere il “no” del partito a raccogliere firme per un referendum che cozza contro una linea più e più volte dichiarata: la gestione pubblica di una rete di scuole statali, comunali e private convenzionate.
Col Pd, e qui la “strana” alleanza a distanza si ripresenta, sia la Curia di Bologna, che ha definito il referendum “ideologico”, sia il Pdl, che ovviamente è contrario a spostare soldi dalle private paritarie alle scuole pubbliche.
“Ammettere quel referendum è stato demenziale — spiega Valentina Castaldini — È per giunta anche anticostituzionale. Mi meraviglio dell’incompetenza dei garanti”.
Anche Sinistra Ecologia e Libertà  ha già  deciso: “Raccoglieremo le firme necessarie”, spiega il coordinatore del partito Luca Basile.
“Il dato politico non è una possibile crisi formale di maggioranza, che non vogliamo e non ci interessa — spiega Cathy La Torre, capogruppo di Sel in Comune — quanto piuttosto la creazione di una nuova e temporanea maggioranza in Consiglio comunale per fare passare la convenzione sulle scuole private. Quasi una riedizione di un governo Monti a Bologna. E anche qui il Pd ha preso le distanza da Sel avvicinandosi al Pdl”.
Conclusione di Cathy La Torre: “Questa situazione avrà  i suoi strascichi”.
Sulla questione i più duri di tutti sono i consiglieri del Movimento 5 Stelle, unici ad avere votato “no” alla nuova convenzione che per i prossimi 4 anni finanzierà  le scuole private paritarie bolognesi attraverso una serie di incentivi e disincentivi economici.
“Raccoglieremo le firme per il referendum? Dobbiamo decidere tutti insieme a livello di movimento. Quello che posso dire personalmente — spiega il consigliere comunale Massimo Bugani — è che mi ci impegnerei volentieri”.
Gli fa eco il collega Marco Piazza: “Non possiamo che essere favorevoli a una consultazione democratica. Poi il quesito referendario è molto secco e potrebbe essere problematico. La giunta si era impegnata a coinvolgere la cittadinanza, questo non è successo e ora il referendum sarà  un passaggio obbligato, compreso spese evitabili discutendo prima con tutti”. Identica la posizione di Federica Salsi: “Chiedere direttamente ai cittadini è sempre la cosa migliore”.
Lo scontro è tutto sui dati.
Il Pd fa presente come Bologna abbia da sempre una percentuale di scuole comunali tre volte superiore a quella regionale, e come togliere un milione di euro di contributi alle private paritarie darebbe una classe (pubblica) a solo 175 bambini, contro i 1737 attualmente ospitati nelle private convenzionate.
“Tutto giusto — spiega Bugani — si scordano però di dire che la differenza in termini di soldi ce la mettono le famiglie che spendono ogni mese 300 euro o più per pagare la retta dei figli. Non sono certo le scuole private che per magia costano 10 volte meno di quelle pubbliche. Poi sia chiaro, il referendum è solo consultivo, darà  un indirizzo politico”.
Dal canto loro i democratici ribattono: “Le leggi nazionali impediscono l’assunzione di insegnanti. Con un milione di euro in mano non ci potremmo fare nulla”.
A metà  del guado Sel. “Bisogna trovare un meccanismo alternativo al finanziamento alle scuole private — spiega La Torre — vista la situazione nazionale attualmente non sembrano esserci possibilità ”.

Giovanni Stinco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SCUOLE PARITARIE, NESSUNA ELARGIZIONE, ANZI I FONDI CALANO

Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile

CON UNA NOTA IRONICA IL MIUR SMENTISCE LE NOTIZIE SUGLI AUMENTI ALLE SCUOLE PRIVATE FATTE CIRCOLARE IN QUESTI GIORNI

Nella spending review non c’è alcun aumento di fondi per le scuole paritarie.
E non è una marcia indietro, ma proprio non è mai stato previsto nulla del genere come racconta in modo ironico oggi il Miur sul suo sito:
Spiega il ministero:
1) se pure esistesse la proposta di diminuzione della dotazione per le università , essa sarebbe comunque parte di un processo ancora in itinere, che deve esser preso seriamente, e dunque valutato alla fine;
2) il completamento della dotazione ordinaria delle scuole paritarie è tradizionalmente fatta prima dell’estate, quest’anno come ogni anno, ed il fatto che coincida temporalmente con la cosiddetta spending review ora in atto da parte del governo è del tutto casuale;
3) nel merito della somma, siamo poi comunque in presenza di una diminuzione della cifra destinata alle scuole paritarie, con una diminuzione delle risorse rispetto al 2011 ed una accentuata diminuzione prevista per il 2013.
E’ quindi del tutto privo di fondamento il collegamento tra le due somme, frutto di due processi amministrativi del tutto diversi per tempistica ed e impostazione, che non sono due vasi comunicanti bensì parte di due sistemi diversi. Così come è del tutto incongruo, peraltro, leggere la seconda cifra relativa alle scuole paritarie come preceduta da un segno “+” quando in effetti costituisce una diminuzione. ‘
Insomma i 200 milioni per gli istituti non statali fanno parte della quota annuale già¡ prevista per che ammonta in tutto a 500 mln e che è stata tagliata rispetto allo scorso anno, sostiene il ministero.
La conferma?
La protesta dell’Agesc, l’associazione dei genitori delle scuole cattoliche che lamentano un taglio di 60 milioni di euro. ‘I tagli determineranno la chiusura di numerose scuole paritarie, facendo venire meno la possibilità  di scelta delle famiglie, nello stesso tempo, provocando problemi occupazionali non indifferenti.’ , dichiara il presidente Roberto Gontero che aggiunge:’L’ulteriore riduzione della spesa per le scuole paritarie ci allontana sempre più dai contesti degli altri Paesi europei, dove la possibilità  di scegliere la scuola più adatta per i propri figli è sempre garantita ‘

(da “La Stampa“).

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IN CHE MISURA LA CHIESA PAGHERA’ L’IMU? COME SI EVITA LA TASSA SUGLI IMMOBILI

Marzo 27th, 2012 Riccardo Fucile

“LE AULE? SONO DELLA CONGREGAZIONE” E NON SI PAGHERA’ NULLA… I MODI PER ELUDERE LA NORMA “SULL’ATTIVITA’ NON COMMERCIALE” SONO MOLTI E I CONTROLLI MINIMI

Il decreto sulle liberalizzazioni è diventato legge dello Stato.
Tra le varie misure ritorna la tassa sui fabbricati, l’ex Ici, ora Imu che dovrà  essere pagata anche dalle scuole paritarie, comprese quelle cattoliche.
I tentativi di sfuggire al fisco sono numerosi: far rientrare l’immobile nel patrimonio della congregazione religiosa a cui fa riferimento la scuola.
Oppure passare la proprietà  ad una Onlus o creare una cooperativa ad hoc.
Tra le scuole paritarie non cattoliche molte sono i vecchi “diplomifici” che hanno cambiato pelle ed a volte anche nome, continuando a spillare soldi alle famiglie con i corsi di recupero degli anni persi dallo studente e con rette che a volte superano, iscrizione a parte, i 3 mila euro.
Nel mirino dei Comuni, beneficiari di una quota dell’Imu, anche istituti religiosi di prestigio.
L’Istituto Paritario Santa Maria ha sede in un grande edificio in viale Manzoni a Roma.
L’offerta comprende tutti i cicli scolastici: materna, elementare, media inferiore e liceo.
Le attività  sportive sono di alto livello: piscine e palestre.
Ed oltre all’immancabile chiesa una “residenza” ovvero un albergo. Il padre “gestore” della congregazione dei Marianisti non accetta visite e si rifiuta di fornire le cifre sulle rette.
L’unica dichiarazione che rilascia è: “Gli immobili sono di proprietà  della congregazione che certamente non ha fini di lucro”.
Stessa   musica per l’Istituto Paritario San Leone Magno di Roma, di proprietà  dei fratelli Maristi.
Il Collegio Nazareno, invece, ha deciso di ridurre l’attività  scolastica ed affitta una parte del prestigioso immobile in pieno Centro Storico alla direzione nazionale del Partito Democratico.
Ora, approvato il decreto, le scuole religiose sono passate al contrattacco.
“Le scuole cattoliche non pagheranno l’Imu perchè nel giro di un anno sarebbero tutte costrette a chiudere e a mandare a casa 40 mila lavoratori. Faremo ricorso al giudice. L’Imu che andrebbe ad aggiungersi ai deficit gestionali. Oggi in molte scuole cattoliche stiamo applicando i contratti di solidarietà , d’accordo con i sindacati, per cui il dipendente prende il 30 per cento in meno e lo Stato assicura il 100 per cento dei contributi”.
Parola di padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Associazione Gestori Istituti Dipendenti dall’Autorità  Ecclesiastica.
Critico anche Luigi Sepiacci, presidente dell’Associazione Nazionale Istituti non statali di Educazione e Istruzione, aderente a Confindustria.
“Se il governo vuol fare un favore alle scuole cattoliche lo dica chiaro e tondo   –   afferma   –   vorrei ricordare che la Corte di Cassazione ha stabilito che l’attività  scolastica, ancorchè svolta dietro corrispettivo, è un’attività  commerciale”.
Nei giorni scorsi, spiegando il senso dell’emendamento del governo sul pagamento dell’Imu per gli immobili di proprietà  della Chiesa cattolica, aveva precisato: “Saranno esentate quelle che svolgono la propria attività  con modalità  concretamente   ed effettivamente non commerciali”.
Ma chi decide se la scuola paritaria non accantona utili, grazie alle rette e ai contributi dello Stato, facendo risultare il bilancio in pareggio o addirittura in rosso?
Qui l’affare si complica. Il Ministero dell’Istruzione ha solo compiti di indirizzo e di registrazione dei dati.
Chi fornisce i dati sulle scuole paritarie?
In base alla legge, il compito spetta ai direttori scolastici regionali. Quali strumenti hanno a disposizione? Ovviamente gli ispettori.
Peccato che siano meno di 70 in tutta Italia e controllare quasi 14 mila scuole paritarie è una missione impossibile.
Ergo, la prassi diffusa è quella dell’autocertificazione.
Già  oggi, una notevole percentuale delle scuole paritarie non risulta a scopo di lucro. Su un totale di 13.910 istituti, le materne sono 9.929 (il 95% delle quali dichiara di non guadagnare un euro dalla sua attività ), le elementari sono 1.539 (73% non a scopo di lucro), le medie inferiori 690 (72% senza profitti) e le superiori risultano 1.752. Qui le cose cambiano: solo il 38%, infatti, non sono a scopo di lucro.
Non restano che i Comuni, i beneficiari, almeno in parte, della tassa sugli immobili cancellata nel 2008 dal governo Berlusconi.
Per l’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani, un’inaspettata tegola sulla testa.
Ce la faranno gli Uffici Tecnici comunali, falcidiati dal blocco del turn-over a verificare quali sono le scuole profit e quelle no-profit?
Servirebbe un miracolo ma nessuno ci crede. Il dramma è che il tempo che resta è poco, perchè entro il prossimo 30 giugno le amministrazioni locali dovranno presentare le cartelle esattoriali e saranno sommersi da una valanga di ricorsi.
Con molta probabilità  andrà  a finire come per le scuole paritarie: prendere per oro colato le autocertificazioni.
Come è accaduto per anni, la legge 62 del 2000, di berlingueriana memoria, stabiliva che per ottenere la parità , quindi l’equiparazione al sistema pubblico dell’istruzione, gli aspiranti avrebbero dovuto rispettare alcune regole.
Applicare ai dipendenti, insegnanti e non docenti il contratto nazionale della scuola. Rispettare i programmi stabiliti dal ministero dell’Istruzione.
Assumere i docenti rispettando le graduatorie pubbliche.
Accettare gli studenti “diversamente abili” e per le cattoliche “non precludere l’iscrizione ai ragazzi di fede diversa”.
E dulcis in fundo, rispettare il principio della trasparenza dei bilanci.
Vediamo cosa succede sul campo.
Diego Bouchè è il direttore scolastico regionale della Campania, dove nella provincia di Caserta su 400 scuole, oltre 230 risultano “paritarie”.
“Il nostro è un compito sicuramente difficile, visto che abbiamo 4 ispettori su un organico previsto di 24   –   dichiara Bouchè   –   noi controlliamo, compatibilmente con le forze a disposizione, le iscrizioni degli alunni, i titoli degli insegnanti, la struttura degli edifici e la sicurezza. Per quanto riguarda la trasparenza dei bilanci non siamo mica dei fiscalisti. Attendiamo con ansia la conclusione del concorso nazionale per i nuovi ispettori sperando di recuperare almeno in parte quelli che sono andati in pensione”.
Le cose vanno meglio nel Lazio? Neanche per sogno.
“L’ufficio può contare su 3 ispettori, uno dei quali segue anche due dipartimenti amministrativi per carenza di organici   –   spiega la direttrice scolastica regionale Maria Maddalena Novelli   –   ora abbiamo messo in campo un piano straodinario di controlli che coinvolge 200 istituti paritari, utilizzando anche i dirigenti scolastici come consigliato dal Ministero,   e dai primi risultati non emergono irregolarità . Vorrei ricordare che nel 2005 abbiamo revocato la parità  a 12 scuole. Per quanto riguarda i bilanci sono gli istituti che si assumono la responsabilità  di quanto messo nero su bianco”.
Siamo alle solite.
Nessuno controlla.
La regola aurea è “facciamo a fidarci”.

Ario Reggio

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ICI, SALVE LE SCUOLE CATTOLICHE NO PROFIT

Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile

A RISCHIO TASSAZIONE SOLO QUELLE CON RETTE ALTE…. TANTO RUMORE PER NULLA: LA CEI HA OTTENUTO QUELLO CHE VOLEVA

Erano tre giorni che non ci dormivano la notte: tutto, ma le scuole no.
Alla fine, di fronte ad una tale dose di preoccupazione parlamentar-religiosa, s’è mosso Mario Monti in persona, il primo premier a partecipare ai lavori di una commissione (“succede anche questo… “, il suo commento): “Sono esenti dall’Imu quelle scuole che svolgono attività  secondo modalità  non commerciali – ha spiegato ai senatori che esaminano il decreto liberalizzazioni – il governo considera le attività  svolte dagli enti no profit come un valore e una risorsa della società  italiana, tanto più meritevoli di riconoscimento e garanzia nell’attuale congiuntura economica”.
E partito il coro: allora va benissimo, bravo il governo, ottimo provvedimento.
Pure la Cei, per bocca di monsignor Gianni Ambrosio, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, si dichiara soddisfatta: “Le dichiarazioni di Monti vanno nella direzione giusta. Non ha senso tassare attività  che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale” .
In realtà , il tipo di esenzione a cui fa riferimento il premier – quella per il no profit – è e resterà  in vigore.
La sostanza, dunque, è che pagano e pagheranno l’Imu le scuole private vere e proprie (tipo quelle da “due anni in uno”), ma quasi nessuna delle oltre 13mila paritarie in attività , due terzi delle quali cattoliche: è su quel “quasi”, ovviamente, che si giocherà  la partita.
I criteri da seguire, ha spiegato Monti, sono demandati a un decreto del Tesoro da emanare nei prossimi mesi, ma seguiranno tre linee guida, le stesse elencate in una circolare interpretativa emanata nel gennaio 2009 da Fabrizia Lapecorella, direttrice del Dipartimento delle Finanze .
Eccole: per l’esenzione Imu la scuola deve essere, appunto, paritaria e dunque vincolata a una serie di obblighi (rispetto dei programmi ministeriali e del contratto nazionale, etc.), non deve usare criteri discriminatori nello scegliersi gli studenti e chiudere in bilanci in pareggio o destinare l’eventuale surplus all’attività  didattica.
Si tratta di linee guida già  in vigore: difficile che producano sfracelli.
Restano, comunque, due problemi: la stretta sulla nuova Imu, già  così, finirebbe per gravare su molti asili gestiti da enti religiosi, cui va aggiunta una postilla che Monti ha fatto ai criteri individuati nel 2009 dal Dipartimento delle Finanze: parlando dei criteri non discriminatori, il premier ha aggiunto “anche con riferimento ai contributi chiesti alle famiglie”.
Se le rette sono un criterio, allora anche altre istituzioni educative private – quelle d’èlite – saranno chiamate a pagare.
Andrea Riccardi, ministro tra i meglio piazzati quanto a rapporti in Vaticano, ha infatti notato: “Ci sono alcuni nodi da sciogliere come il discorso sulle scuole: bisogna capire cosa è sociale e cosa commerciale”.
Incassato il via libera del Parlamento, insomma, bisognerà  stare bene attenti al decreto attuativo del Tesoro per capire quanto saranno larghe le maglie per l’esenzione: è probabile che alla fine pagheranno alberghi e ostelli vari degli enti religiosi, molti ospedali (già  esclusi i “classificati”, che fanno servizio pubblico e sono “non a scopo di lucro”), ma le scuole la sfangheranno quasi in blocco.
Almeno, sostiene Monti, non avremo problemi con la procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea per aiuti di Stato: “La formulazione dell’emendamento è stata informalmente sottoposta all’Ue per avere rassicurazioni che la procedura possa essere chiusa”.
E il responso è stato positivo. “Se resta così noi faremo un nuovo ricorso”, dicono i radicali Maurizio Turco e Carlo Pontesilli (autori degli esposti su cui indaga la commissione): “Sconsigliamo uscite del tipo ‘paga l’Imu chi iscrive un utile in bilancio’ includendo solo le organizzazioni no profit.
E i privati? Sarebbero discriminati.
Anche così c’è una violazione dei principi della concorrenza”. Spazio per modifiche, però, non ce n’è: il decreto liberalizzazioni è blindato dalla commissione
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

Il commento del ns. direttore

Nel provvedimento del governo pare siano finalmente soggetti all’Ici alberghi e cliniche di proprietà  del Vaticano che hanno chiaramente un fine commerciale da quando sono nate.
Sulle scuole invece permane l’equivoco, se gli utili verrano reinvestiti non sarà  applicata alcuna tassazione: facile immaginare il giro di pezze giustificative che faranno sì che non rimanga nessun utile.
Ma qualcuno ci dovrebbe spiegare un elementare concetto.
Il cittadino è libero di rifiutare l’istruzione pubblica e mandare il proprio figlio a una scuola privata, confessionale o meno che sia, ma abbia il buon gusto di pagarsela e di non gravare sulla collettività  con buoni scuola o amenità  varie.
E finiamola col concetto che svolgono un’attività  di servizio pubblico e sociale, sostitutiva dello Stato: non esiste angolo della penisola dove, volendo, non si possa iscrivere il proprio figlio a una scuola pubblica, asili nido a parte.
Se queste scuole vogliono godere degli stessi diritti della scuola pubblica comincino a fare una semplice cosa: assumano gli insegnanti sulla base della graduatoria pubblica, invece che chiamare chi pare a loro.
Esiste una parità  di diritti solo laddove è moneta corrente la parità  di doveri.

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ANTICAMORRA PORTA A PORTA: UNA DIRIGENTE SCOLASTICA VA A PRENDERE OGNI GIORNO A CASA I RAGAZZI DIFFICILI PER PORTARLI A SCUOLA

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

MA LA LOTTA ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA PUO’ ESSERE AFFIDATA SOLO ALLA BUONA VOLONTA’ DELLE PERSONE?

Bisogna eliminare il legame tra povertà  e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città  e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli.
Napoli-dispersione: binomio quasi automatico.
Scampia — come Zen a Palermo — luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra.
Alla presenza della cittadinanza locale — bambini inclusi —, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano — stretta di mano e bacio sulle labbra — il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan.
E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona.
Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.
Non è la rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità  siano le stesse. Non fa ridere.
Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo.
È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta.
Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento.
Ma tutto tace. Insensibilità  o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione.
Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già  tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che — in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) — fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate — e più disperse — d’Italia.
Questo presidio di civiltà  — la scuola — è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni.
Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità  per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.
Profumo ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”.
Aspettiamo.
L’Italia è una, ma le sue realtà  sono molte.
Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società , l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità , coinvolgimento.
E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità , alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro.
Quale forza d’impatto può avere la scuola — anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età , partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità  organizzata e dell’anti-Stato?
Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione?
Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà , la dignità  della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità  che tutela e che va tutelata.
Molti bambini di Napoli — come in altre parti di Italia — hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità  di credere nella legalità .
Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città  del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà ?
Fino a quando si perpetrerà  lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?

Marina Boscaino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DOCENTI, PIU’ TRASFERIMENTI AL SUD: SMONTATO UN LUOGO COMUNE LEGHISTA

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

SMENTITA LA TESI DEI MERIDIONALI “FURBETTI” CHE VANNO AL NORD E POI SI FANNO RIMANDARE NELLE REGIONI DI ORIGINE…LOMBARDIA E VENETO SONO AL DI SOTTO DELLA MEDIA NAZIONALE

Insegnanti più stabili al Nord e “ballerini” al Sud.
I dati messi a disposizione dal sito del ministero “Scuola in chiaro”- il link lanciato dal ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, per consentire alle famiglie di scegliere con maggiore consapevolezza la scuola dove iscrivere i propri figli – smontano un luogo comune sui docenti meridionali in “missione” al Nord e consegnano agli italiani un’altra verità : della più volte lamentata “toccata e fuga” dei “terroni” nelle scuole del settentrionali non c’è traccia.
Eppure, la presunta “furberia” di questi ultimi, che si sposterebbero nelle regioni del Nord per “rubare” i posti ai colleghi del luogo e dopo pochi anni rifarebbero le valigie in direzione opposta, lasciando le cattedre vacanti, è stata uno dei leit motiv della politica leghista degli ultimi anni.
E se questa migrazione si è in qualche caso verificata, in base ai numeri pubblicati qualche giorno fa da viale Trastevere, è stata del tutto marginale.
I dati lo confermano.
Scorrendo la tabella con il tasso di mobilità  regionale di maestri e professori, si scopre che il corpo docente più stabile è proprio al Nord: meno trasferimenti e, di conseguenza, più continuità  didattica.
Vale la pena citare qualche dato.
In Lombardia e Veneto, roccaforti leghiste, i trasferimenti degli insegnanti di scuola elementare ammontano rispettivamente al 4,2 e 3,1 per cento: sotto la media nazionale che si attesta al 4,3 per cento.
I dati in questione si riferiscono a “tutti” i trasferimenti: quelli all’interno del comune e della provincia e la piccola percentuale di trasferimenti interprovinciali, che scattano solo all’ultimo nel complesso sistema della mobilità  dei docenti.
Una “percentuale della percentuale” che riduce ancora il fenomeno dei docenti che ottengono il via libera per tornare al Sud.
Ma, allora, forse il fenomeno esplode nelle medie? Niente affatto.
Anche qui nelle due regioni simbolo dell’impegno leghista contro “l’invasione” dello “straniero” meridionale i conti non tornano: 7,2 per cento di trasferimenti in Lombardia e 8,5 in Veneto.
Contro una media nazionale che tocca quota 9,0 per cento. In tutte le regioni settentrionali il tasso di mobilità  dei docenti per “trasferimento a domanda” è del 5,5 per cento, contro una media nazionale del 6,2 per cento.
E’, paradossalmente, al Sud che la classe docente è più dinamica: 6,8 per cento.
E la presunta fuga degli insegnanti meridionali verso le regioni d’origine?
I dati ministeriali sono confermati da uno studio della Fondazione Agnelli, che nell’ottobre 2009 censì il numero dei docenti che ottennero il lasciapassare dal Nord verso una scuola meridionale: 691 in tutto su oltre 69 mila richieste soddisfatte.
E per dare l’idea dell’impatto che questo fenomeno può avere sulle scuole settentrionali basta fare due conti.
Nelle sei regioni del Nord – escluse Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige – sono presenti 3 mila e 500 istituzioni scolastiche e quasi 16 mila plessi.
Le 691 fughe verso le scuole del Mezzogiorno toccherebbero quindi un plesso ogni 23.

Salvo Intravaia
(da “la Repubblica“)

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