Destra di Popolo.net

DIRITTO ALLO STUDIO: LIBRI DI TESTO, AUMENTI A RAFFICA

Agosto 27th, 2011 Riccardo Fucile

QUEST’ANNO LE FAMIGLIE SPENDERANNO IN MEDIA L’ 8% IN PIU’ RISPETTO AL 2010…. COLPA DEI RITOCCHI DEI PREZZI E DELLA MOLTIPLICAZIONE DELLE MATERIE…BANCARELLE DELL’USATO IN TUTTA ITALIA

Al ritorno dalle vacanze estive le famiglie italiane dovranno fare i conti con il caro-libri.
E le organizzazioni degli studenti lanciano i “mercatini dell’usato”.
Secondo il Codacons per l’acquisto dei libri di testo scolastici le famiglie italiane spenderanno in media l’8 per cento in più rispetto al 2010.
“Ad incidere sulla maggiore spesa   –   spiega in un comunicato l’associazione dei consumatori   –   non è solo l’aumento dei loro prezzi, ma anche quello del loro numero dovuto all’incremento delle materie insegnate, oltre che l’aumento dei tetti massimi di spesa fissati dal ministero dell’Istruzione”.
Quest’anno, “per venire incontro alle esigenze delle famiglie in questo periodo di crisi, il ministero ha pensato bene di alzare i tetti ministeriali in percentuali variabili tra l’1,4 ed il 3,8 per cento a seconda della scuola”, continua ironicamente il comunicato.
“E pensare   –   spiega il Codacons   –   che nel 2009 il ministero aveva pronosticato, entro i successivi tre anni, una diminuzione di spesa del 30 per cento per l’acquisto dei libri scolastici. Un dato fantasioso, salvo che il prossimo non avvenga un miracolo”.
E, come se non bastasse, secondo le prime rilevazioni condotte dall’associazione dei consumatori “nonostante il loro innalzamento, il 30 per cento delle scuole sforerà  ugualmente i tetti di spesa fissati dal ministero”.
Dovrebbe essere, invece, più contenuto l’aumento dei prezzi per matite, penne, quaderni, zaini e per l’intero corredo scolastico: attorno al due per cento.
Per fronteggiare il rincaro della dotazione libraria gli studenti dell’Uds organizzano mercatini dell’usato in 25 città , dalla Friuli Venezia Giulia alla Sicilia.
“Secondo Federconsumatori   –   si legge in una nota degli studenti   –   un ragazzo di primo liceo spenderà  ad inizio anno 728,6 euro per libri e dizionari più 461 euro di corredo scolastico. Per un totale di ben 1.189.6 euro. E in base ai conteggi del Codacons la spesa familiare per i libri di testo aumenterà  dell’8 per cento”.
“Queste le tristi cifre che anticipano l’inizio dell’anno scolastico, rincari alla spesa e nessuno parla di diritto allo studio”, commentano i ragazzi.
Secondo gli studenti, “le passerelle mediatiche in cui si annunciava la soluzione del problema sono risultate vane”.
“Ad oggi   –   continuano   –   il mercato dei libri scolastici è dominato senza regole dalle lobby editoriali che annualmente modificano i testi senza sostanziali cambiamenti di contenuti. Abbiamo dichiarato da tempo guerra a chi specula sui libri scolastici   –   avvertono gli studenti   –   e sul caro libri.
“Per questo   –   comunicano quelli dell’Uds   –   abbiamo organizzato in tutt’Italia oltre 25 mercatini del libro usato per aiutare gli studenti abbattendo del 50 per cento i costi con il riuso, per sensibilizzare sul problema e rivendicare soluzioni concrete”.
Un’idea sposata anche dal Codacons che lancia per sabato 3 settembre la “giornata dell’usato”. “Per consentire alle famiglie di risparmiare sul costo dei libri”, il Codacons “invita le scuole ad organizzare la Giornata dell’usato”.
Le scuole dovrebbero allestire al loro interno un mercatino dei libri usati per favorire lo scambio diretto tra studenti.
“Inoltre, come già  avviene in alcune realtà , le scuole potrebbero acquistare i libri di testo, per conto di tutti gli studenti, in modo da risparmiare sull’acquisto grazie al grande quantitativo e all’ordinativo all’ingrosso”.
Proposte concrete alle quali si aggiunge la richiesta dell’Uds di “una legge quadro nazionale sul diritto allo studio che imponga alle regioni di far applicare il comodato d’uso per i libri di testo in ogni scuola”.
“Già  esistono buoni esempi   –   concludo gli studenti   –   non stiamo parlando della luna, ma di soluzioni concrete ed efficaci”.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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LA GELMINI AMMAZZA LE SCUOLE SERALI

Luglio 10th, 2011 Riccardo Fucile

UNA CONQUISTA DEGLI ANNI SETTANTA CHE PERMETTEVA DI DARE ISTRUZIONE A CHI DI GIORNO LAVORAVA VIENE ORA PESANTEMENTE TAGLIATA….SE I POVERI RESTANO IGNORANTI E’ FORSE MEGLIO?

Il governo continua a tagliare sull’istruzione e questa volta, sotto la scure del ministro Gelmini finiscono i corsi serali delle scuole secondarie superiori.
Dall’anno scolastico 2011/2012 infatti le prime, le seconde, le terze e alcune quarte verranno abolite lasciando così progressivamente morire uno dei diritti sociali, quello allo studio, garantito dall’articolo 34 della nostra Costituzione.
Un provvedimento lasciato ambiguamente alla discrezione dei singoli uffici scolastici regionali, che possono, a seconda delle risorse, decidere di chiedere o meno l’eliminazione delle classi.
Al momento, a farne le spese sono proprio quelle regioni dove i corsi serali hanno svolto nel passato e tuttora svolgono una funzione sociale significativa soprattutto per l’integrazione degli stranieri extracomunitari.
Puglia e Sardegna in primis, ma anche Campania, Marche, Liguria, Emilia Romagna si sono adeguate alle indicazioni ministeriali, ma la sensazione è che presto molte altre regioni si aggiungeranno.
Nonostante le manifestazioni, i cortei, le proteste e i gruppi su facebook il silenzio sulla vicenda è assordante e al tempo stesso eloquente.
E’ trascorso, infatti, più di un mese da quando la professoressa Maria Tattoli, docente da più di venticinque anni nei corsi serali all’Istituto Righi di Cerignola in provincia di Foggia, ha denunciato quanto si stava verificando nella sua regione.
Il 26 maggio il dirigente scolastico del Righi ha ricevuto una mail dall’ufficio scolastico provinciale nella quale si invitava l’istituto a verificare, sull’apposito sistema intranet denominato Sidi, le classi autorizzate per l’anno scolastico 2011/2012. Da qui l’amara scoperta.
Niente più prime e seconde classi, che qui sono accorpate, e neanche terze e quarte.
«Per l’anno prossimo avevamo già  28 iscritti al monoennio (biennio), mi sono impegnata per tre mesi, con incontri, manifesti, passaparola, cercando persone che avevano abbandonato gli studi e ora con questi tagli tutto è svanito, ma non mi arrendo», dice Tattoli, che ha iniziato la sua battaglia riuscendo a ottenere dal direttore regionale dell’ufficio scolastico una classe, la quarta che quanto meno consentirà  a diversi studenti di chiudere il ciclo scolastico.
Nel frattempo, dal Csa (centro servizi amministrativi) di Foggia, si giustificano così: «Si è deciso di adottare questo criterio per non penalizzare i corsi antimeridiani, in vista della necessità  di tagliare 159 classi».
Dalla Puglia alla Sardegna i problemi sono gli stessi.
Tiziana Sanna, segretario provinciale di Cagliari per la Flc-Cgil, da un mese sta conducendo una campagna di sensibilizzazione sulla questione: «Io mi sono diplomata grazie ai corsi serali statali, posso quindi testimoniare quanto sia importante questo strumento nel nostro territorio e vederlo andare in fumo è per me motivo di sconforto. Si vuole delegare agli istituti privati le funzioni di questo tipo di istruzione, il che significherebbe l’impossibilità  di accesso per la maggior parte delle persone. Sono più di tre anni che si cerca di smembrare la scuola serale, le prime già  non esistono più e già  dall’anno prossimo spariranno 47 classi, praticamente tutta l’offerta formativa. Cagliari si è mobilitata ma devo dire con la totale assenza del governo regionale e delle istituzioni. Ora abbiamo la manifestazione del 12 luglio a Monte Claro. In quell’occasione è previsto un incontro con la provincia, i sindacati, i sindaci e la regione».
Anche il segretario provinciale dello Snals di Cagliari Angelo Concas si è schierato contro i tagli: «La nostra posizione è molto critica, i docenti dei corsi serali avevano già  fatto affidamento sui corsi del prossimo anno e ora con questi tagli si ritroveranno a spasso. Noi abbiamo segnalato la cosa alla segreteria nazionale che dovrà  insistere con il ministero per risolvere la questione».
Sull’isola le esperienze positive di questi corsi sono moltissime. In provincia di Olbia Tempio, a Oschiri, paese di quattromila abitanti, l’istituto professionale Ipia(istituto professionale industria e artigianato) ha portato al diploma numerosi studenti lavoratori.
Annarita Coccu, collaboratrice scolastica, 51 anni, ne è un esempio. La signora ha conseguito quest’anno il diploma che le consentirà  di poter accedere a funzioni lavorative di fascia più alta.
«Dividersi tra il lavoro, la famiglia e lo studio è stato un grandissimo sacrificio; però, la soddisfazione del diploma mi ha ripagato di tutte le fatiche. Mi dispiace moltissimo per il futuro di questi corsi. All’Istituto c’è preoccupazione per questi tagli. Molti dei docenti infatti rischiano il posto l’anno prossimo. Sono tutti insegnanti che fanno i salti mortali e macinano chilometri per venire a insegnare qui. Sarebbe davvero una beffa per il nostro paese»
Per Stefano D’Errico, segretario nazionale di Unicobas, i tagli del ministero ai corsi serali sono inaccettabili: «Questa volta non stiamo parlando di un ridimensionamento, ma di un meccanismo teso a eliminare uno strumento educativo a disposizione di chi è stato meno fortunato e non ha avuto la possibilità  di continuare il proprio percorso scolastico per vari motivi. Senza considerare il fatto che il 45 per cento degli studenti di questi corsi sono extracomunitari. Togliere la possibilità  agli stranieri di imparare l’italiano sa molto di provvedimento teleguidato dalla Lega».
Nel frattempo, al ministero dell’istruzione si è svolto in queste ore un incontro tra parti sindacali e dirigenti del personale del ministero.
Alla domanda sui tagli ai corsi serali il ministero ha evitato di rispondere, rinviando i chiarimenti alla prossima settimana.

Davide Mosca
(da L’Espresso“)

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IDENTIKIT DEI GIOVANI ITALIANI: TRA PRECARIETA’ E PARTECIPAZIONE

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

LA RICERCA DI “TERMOMETRO POLITICO” DISEGNA I TRATTI DEGLI UNDER 25…IL SOGNO RESTA IL POSTO FISSO, HANNO POCA VOGLIA DI POLITICA E TANTA FIDUCIA IN NAPOLITANO E NELLA MAGISTRATURA… BOCCIATO SENZA APPELLO BERLUSCONI: GLI DA’ LA SUFFICIENZA SOLO IL 20%

Assediati dalla precarietà .
E con il dito puntato contro l’evasione fiscale, causa principale delle ingiustizie sociali del Belpaese.
In cerca del lavoro a tempo indeterminato e pronti a difendere le pensioni dei genitori. Sono alcuni dei tratti che, secondo un sondaggio di Termometro Politico, disegnano l’identikit degli under 35.
Una ricerca ricca di dati che sarà  presentata oggi a Roma .
Un incontro in cui 110 universitari discuteranno con esponenti della mondo della politica e dell’impresa.
Per mettere nero su bianco le possibili cure per il welfare state italiano.
La ricerca si basa sui dati raccolti attraverso 800 interviste telefoniche.
E il lavoro è una priorità  che accomuna tutti.
Oggetto del desiderio: essere impiegati in modo stabile, trovare il tanto agognato posto fisso.
L’87% dei giovani è disposto a uno stipendio più basso, a patto che sia a tempo indeterminato.
Certo, non manca la voglia di scommettere in proprio sul futuro: il 71% degli intervistati sarebbe disposto ad investire in una attività  imprenditoriale.
E la ricerca del lavoro? Per il 34% si tratta di conoscere le persone giuste, per il 33% l’essenziale è aver svolto stage ed esperienze lavorative.
E solo il 23% del campione indica nello studio universitario la base per il successo professionale.
Lo scontro generazionale non è, per il campione di intervistati, la causa principale dei problemi sociali del Paese.
Il 79%, infatti, non sarebbe disposto a tagliare le pensioni ai genitori in cambio di garanzie sul proprio trattamento previdenziale.
La musica cambia per l’evasione fiscale, indicata dal 45% come la principale fonte di ingiustizia sociale.
Che secondo il 23.2% è invece da attribuire alla configurazione corporativa del mondo del lavoro.
Significativa la speranza di cambiamento: la maggioranza degli under 35 nutre fiducia nel futuro del Paese.
Più del 75% dei giovani confessa di non aver mai pensato di impegnarsi direttamente in politica.
Significativi anche i dati sul livello di fiducia verso le istituzioni.
Promossi a pieni voti Magistratura (67%), Forze dell’ordine (75%) e soprattutto il Presidente della Repubblica: l’operato di Giorgio Napolitano gode del 77% dei consensi.
Più basso l’indice di fiducia nei sindacati (48%), mentre risultano piuttosto critici i giudizi sulla Chiesa cattolica (38%) e sui partiti politici (24%)
Alla domanda sulla propria collocazione politica, il 22,5% si dichiara di sinistra, il 34,9% di centrosinistra, l’11,1% di centro.
Il centrodestra si ferma al 20,3% e la destra all’11,2%.
Bocciato senza appello il presidente del Consiglio.
A Silvio Berlusconi solo il 20% dei giovani italiani dà  un voto superiore al 5.
Ben due terzi degli intervistati non arrivano al 4.
E il 44,3% assegna al premier il voto più basso: uno.

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SOCIETA’ DISGREGATA, DISEGUAGLIANZE RECORD: LA CRISI HA DISTRUTTO WELFARE E DIRITTI, SPESA SOCIALE TAGLIATA DEL 78,7%

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

PRESENTATO IL “RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI”: SI AGGRAVANO POVERTA’ E VULNERABILITA’… I DATI SU LAVORO, CASA, SERVIZI SOCIALI, DIVERSITA’ DI SALARI

No, non siamo la Grecia e neanche il Portogallo. Ma dalla crisi non siamo certo passati indenni.
E non si tratta solo del Pil che arranca ancora faticosamente o della produzione industriale ben lontana dai livelli raggiunti qualche anno fa.
Si tratta di una nuova concezione dello Stato, che lascia indietro i più deboli, le persone senza lavoro, che stentano a pagare l’affitto, sempre più penalizzate dai tagli del welfare.
La crisi, insomma, ha segnato la fine dello “stato sociale europeo”. E’ la tesi conclusiva del “Rapporto sui diritti globali 2011”, promosso, oltre che dal sindacato Cgil, da diverse associazioni italiane, tra le quali Arci, ActionAid, Antigone, Legambiente.
Gli Stati europei, si legge nel rapporto, “stanno cercando di liberarsi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali per promuovere lo sviluppo economico-sociale e oggi ritenuti un fardello”.
Gli autori del volume citano Luciano Gallino: “Negli ultimi cinquant’anni il modello sociale europeo ha migliorato la qualità  della vita di decine di milioni di persone e ha permesso loro di credere che il destino dei figli sarebbe stato migliore di quello dei genitori. Ora il modello sociale europeo è sotto attacco nientemeno che da parte dell’Europa stessa”.
La scure sul welfare: spesa tagliata del 78,7%. Un “passaggio epocale”, dunque. Che rischia di passare inosservato.
E invece i segni per rendersene conto (e per cercare di fermare questa trasformazione che appare ineluttabile) ci sono tutti.
I tagli abnormi sulla spesa sociale in Italia, per esempio.
Il “Rapporto sui diritti globali” li elenca tutti, sottolineando come “dal 2008 al 2011 i dieci principali ambiti di investimento sociale hanno avuto tagli complessivi pari al 78,7%, passando da 2.527 milioni stanziati nel 2008 ai 538 milioni della legge di stabilità  2011”.
Il Fondo per le politiche sociali, per esempio, è passato dai 584 milioni del 2009 ai 435 del 2010 e arriverà  nel 2013 ad appena 44 milioni.
Il Fondo per la famiglia è passato dai 346,5 milioni del 2008 ai 52,5 milioni attuali (il taglio è del 71,3%).
Il Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati, finanziato nel 2007 con 100 milioni dal governo Prodi, è semplicemente sparito.
Sparito anche il “piano straordinario di intervento per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per la prima infanzia”, che aveva avuto 446 milioni nel triennio 2007-2209.
Stessa fine per il “Fondo per la non autosufficienza”.
Poveri e “vulnerabili” in aumento.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma emergono anche dalle fredde cifre, a cominciare da quelle dell’Istat, che rileva la “povertà  relativa” e quella “assoluta”.
La povertà  relativa oscilla tra il 10,2% e l’11,4% e negli ultimi anni è stabile.
Ma da un lato peggiorano le condizioni dei poveri, la loro “deprivazione”, e dall’altro comunque si registra un aumento nel Mezzogiorno.
Aumentano inoltre i “vulnerabili”, cioè i candidati a diventare i prossimi poveri.
Tra loro ci sono i bambini: il 22% dei minorenni vive in condizioni di povertà  relativa in Italia e 650.000 (il 5,2%) in condizioni di povertà  assoluta.
Questo spesso perchè i loro genitori sono cassintegrati: ha figli il 58,3% di chi usufruisce della Cig.
Chi perde il lavoro nel 72% è già  in una situazione difficile. Ma ci sono anche i “working poor”, definizione statistica riferita a chi lavora, ma guadagna troppo poco. L’incidenza della povertà  nelle famiglie con persona di riferimento occupata è dell’8,9% con oscillazioni tra il 4% del Nord e il 19,8% del Sud.
Gli operai stanno peggio (il 14,9% è working poor). E ci sono persino i lavoratori “poveri assoluti”, saliti al 3,6% dal 3,4% del 2008.
La casa sempre più un miraggio.
L’Italia, si dice sempre, è il Paese dei proprietari di casa.
Lo è infatti l’81,5% della popolazione.
Ma quel 17,1% in affitto si trova spesso in grave difficoltà : l’incidenza dell’affitto sul reddito ha avuto una crescita costante e tra il 1991 e il 2009 l’incremento dei canoni di mercato in città  è stato pari al 105%.
Chi sta in affitto appartiene alle fasce meno abbienti, e quindi in media il canone “brucia” il 31,2% del reddito.
Non stupisce che quindi siano aumentati gli sfratti (+18,6% nel 2008 rispetto al 2007): il 78,8% sono per morosità .
Spesso, poi, si trova in difficoltà  anche chi ha comprato la casa ma deve sostenere il rimborso di un mutuo oneroso: i 10.281 mutui sospesi all’inizio del 2010 a fine anno erano diventati 30.868.
All’impoverimento dei poveri dovuto alla crisi e favorito dal “restringimento” del welfare si contrappone un miglioramento delle condizioni dei più abbienti: l’Italia è al sesto posto nella classifica Ocse della diseguaglianza sociale, ricorda il rapporto.
Che elenca alcune “diseguaglianze tipo”: se il salario netto medio mensile è di 1.260 euro al mese, una lavoratrice guadagna il 12% in meno; un lavoratore di una piccola impresa (e in Italia sono la stragrande maggioranza) il 18,2% in meno; un lavoratore del Mezzogiorno il 20% in meno; un immigrato il 24,7% in meno; un lavoratore a tempo determinato il 26,2% in meno; un giovane lavoratore (15-34 anni) il 27% in meno e infine un lavoratore con contratto di collaborazione il 33,3% in meno.

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ADDIO AL TEMPO PIENO NELLE SCUOLE: ALLE MEDIE RESISTE UNA CLASSE SU CINQUE

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

CROLLO DOPO I TAGLI DELLA GELMINI: IN DUE ANNI LA SCUOLA MEDIA HA PERSO 14.000 CATTEDRE, MA CI SONO 33.000 ALUNNI IN PIU’….I GENITORI PROTESTANO: LAZIO, MARCHE ED EMILIA LE REGIONI PIU’ COLPITE

Crolla il tempo prolungato alla scuola media.
In meno di cinque anni, le classi che offrono mensa e lezioni pomeridiane ai ragazzini della secondaria di primo grado sono diminuite drasticamente.
E addirittura quelle che offrono 37/40 ore settimanali si sono più che dimezzate. Del resto, il calo del tempo-scuola alla media era nell’aria.
E adesso i dati lo confermano.
“Il ministro Gelmini non ha abolito ufficialmente il tempo prolungato – spiega Angela Nava, del Coordinamento genitori – ma con una serie di provvedimenti l’ha reso nei fatti sempre più faticoso. Dal 2008, non è possibile ampliare il numero totale delle classi a tempo prolungato e per attivarlo occorre formare un corso completo: prima, seconda e terza. La scuola, inoltre, deve essere in possesso di tutte le strutture adeguate: come la mensa. Quest’ultima condizione, con le pecche degli edifici scolastici italiani è quella più condizionante”.
E le famiglie?
“Le famiglie continuano a chiedere il servizio scolastico pomeridiano che le scuole spesso possono offrire soltanto a pagamento. Negli ultimi anni si è registrato un fiorire di cooperative che all’interno delle stesse mura scolastiche offrono servizi scolastici pomeridiani a pagamento per le famiglie”.
Bastava leggere attentamente il regolamento di riforma della scuola media per intuire come sarebbero andate le cose.
“Le classi a tempo prolungato – recita infatti il decreto – sono autorizzate nei limiti della dotazione organica assegnata a ciascuna provincia per un orario settimanale di 36 ore. In via eccezionale, può essere autorizzato un orario settimanale fino a 40 ore solo in presenza di una richiesta maggioritaria delle famiglie”.
E qualche passo dopo, precisa: “Le classi funzionanti a tempo prolungato sono ricondotte all’orario normale in mancanza di servizi e strutture idonei a consentire lo svolgimento obbligatorio di attività  in fasce orarie pomeridiane e nella impossibilità  di garantire il funzionamenti di un corso intero a tempo prolungato”.
Un mix di vincoli quasi insormontabile per i presidi.
Anche perchè, in appena due anni scolastici (dal 2008/2009 al 2010/2011), nonostante il numero di alunni si sia incrementato di 33 mila unità , la scuola media è stata colpita da un taglio di quasi 14 mila cattedre.
Operazione possibile soltanto alleggerendo i curricula e la permanenza a scuola degli studenti.
Nel 2006/2007, quando a viale Trastevere sedeva Giuseppe Fioroni, le classi con orario pomeridiano sfioravano il 29 per cento.
Ma già  due anni dopo, con in sella Mariastella Gelmini, la percentuale scendeva di tre punti abbondanti per attestarsi ad un 21 per cento scarso quest’anno.
A fare il pieno, tre regioni meridionali: Basilicata, Sardegna e Calabria (le più colpite sono invece Lazio, Marche ed Emilia).
Ma in appena due bienni, la consistenza del Tempo prolungato si è contratta di 8 punti percentuali e 6.227 classi: oltre un quarto del totale.
A chiarire come andavano le cose qualche anno fa alla media ci pensa una pubblicazione del ministero.
Nel 2006/2007, oltre metà  delle classi (il 51 e mezzo per cento) rimaneva a scuola per un numero di ore variabile tra 31 e 33.
Il 13 per cento delle classi fruiva di 34/36 ore di lezione a settimana e 6 classi su 100 rimanevano a scuola da 37 a 40 ore settimanali.
Senza troppe ristrettezze agli organici, l’autonomia scolastica consentiva infatti alle scuole di declinare il tempo-scuola in relazione alle esigenze di studenti e famiglie.
Nell’era Gelmini non è possibile spaziare troppo: due soli moduli-orario di 30 o 36 ore settimanali. E solo eccezionalmente 40.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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ALTRI TAGLI ALLA SCUOLA PUBBLICA, 13 MILIARDI IN TRE ANNI: TANTO I LORO FIGLI VANNO ALLE SCUOLE PRIVATE

Aprile 23rd, 2011 Riccardo Fucile

ALTRI 8 MILIARDI SARANNO TAGLIATI QUEST’ANNO CON IL RISULTATO DI 135.000 POSTO IN MENO TRA GLI OPERATORI SCOLASTICI…DAL GOVERNO LA SOLITA AMBIGUITA’: I FONDI ARRIVERANNO DA “MINORI SPESE”

Il documento di economia e finanza appena approvato dal Consiglio dei ministri prevede in tre anni tagli per 13 miliardi al settore dell’istruzione.
Il governo dice che i fondi verranno fuori da “minori spese”, ma secondo opposizione e sindacati, la decisione si risolverà  in un’altra riduzione dell’organico impiegato negli istituti.
Ancora una volta sarà  la scuola a fare sacrifici per sanare il deficit .
Lo prevede il Documento di economia e finanza approvato qualche giorno fa dal consiglio dei ministri su proposta di Giulio Tremonti.
In programma per il prossimo triennio tagli di spesa per 35 miliardi di euro (ma c”è anche chi arriva a quantificare i costi fino a 39 miliardi), e di questi 13 peseranno sul sistema dell’istruzione.
Ma c’è di più.
E’ in dirittura d’arrivo un’altra operazione chirurgica da 8 miliardi di euro che entro quest’anno porterà  a un taglio di 135 mila posti degli organici degli operatori scolastici.
Tremonti vuole risparmiare oltre 4 miliardi di euro all’anno (per i prossimi tre anni).
Secondo Enrico Letta ciò equivale a veri e propri tagli di organici. Interpretazione che il ministro Maria Stella Gelmini ha già  respinto.
Ma allora come si ricaverebbero questi fondi?
“Non è ancora chiaro — dicono i sindacati –   ma se non sono tagli di organico, da qualche altra parte questi risparmi dovranno arrivare. E allora forse non resterà  che intervenire sugli stipendi degli insegnanti, ribadendo il blocco degli aumenti di carriera”.
Ipotesi peraltro che si starebbe già  profilando.
Osvaldo Roman, in un intervento pubblicato su www.scuolaoggi.org, osserva: “Con riferimento alla spesa pubblica valutata rispetto all’andamento del PIL, la previsione relativa all’istruzione scende dal 4,2 del 2010 al 3,7 del 2015 e al 3,2 del 2030.
In sostanza continuano ad incidere gli effetti di una ulteriore riduzione degli organici che proseguono oltre il periodo previsto dalla riforma Gelmini. (2009-12)”.
Altra conclusione di Roman: “Ma un contributo a questo ridimensionamento strutturale della spesa per l’istruzione viene assegnato anche all’eliminazione dell’adeguamento automatico delle retribuzioni del personale della scuola negli anni 2011-2013 e seguenti”.
Per gli insegnanti italiani, insomma, sarà  comunque un avvenire di lacrime e sangue.

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“IL NOSTRO TEMPO E’ ADESSO, LA VITA NON ASPETTA”: LA CARICA DEI PRECARI E’ LA GIOVENTU’ ITALIANA DELLA SPERANZA

Aprile 9th, 2011 Riccardo Fucile

PER UN PAESE CHE INVESTA SULLA RICERCA E SULLE GIOVANI GENERAZIONI INVECE CHE MORTIFICARNE LE COMPETENZE E LA VOGLIA DI LOTTARE PER IL NOSTRO PAESE… BERLUSCONI UMILIA I GIOVANI, RACCONTA BARZELLETTE OSCENE CHE FANNO RIDERE SOLO I SUOI DEBOSCIATI COMPAGNI DI MERENDE E   CONSIGLIA LORO DI TROVARE UN FIDANZATO RICCO… SONO GIOVANI E INCAZZATI? HANNO RAGIONE

Questa volta i «bamboccioni» fanno sul serio.
Gli eterni giovani, senza diritti nè certezze lavorative, scendono in piazza per lanciare alla politica un messaggio forte e chiaro: «Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta».
È questo lo slogan — e il nome del comitato promotore — della manifestazione che oggi mobilita l’Italia intera.
Quella dei precari, dei disoccupati, il popolo delle partite Iva, gli studenti, gli stagisti, i ricercatori, i free lance che sfilano per le strade di Roma e di un’altra trentina di città  italiane (e non solo), per riprendersi il presente, ancor prima del futuro, ed il Paese, partendo dal lavoro.
Sono laureati e arrabbiati. Sono giovani e incazzati.
Per questo oggi sono in piazza in tutta Italia per affermare il proprio diritto a non vivere per tutta la vita la condizione di “fantasmi” del lavoro: “vogliamo far sentire la nostra voce e raccontare chi siamo, perchè vogliamo un altro paese, un paese che investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le competenze e cancellando ogni possibilità  di realizzazione personale».
Sono «oltre 2 milione i Neet in Italia, ovvero i giovani che non studiano non lavorano e non si formano; sfiora il 30% la disoccupazione giovanile», sottolinea Salvo Barrano, archeologo free lance, tra i 14 promotori della manifestazione.
A Roma è in programma l’evento principale con una street parade rumorosa e colorata in vero «Torretta Style». «Vogliamo essere ironici e dissacranti: siamo tutti giovani, studenti, precari, non precari e cittadini. L’unica cosa che non vogliamo sono le bandiere di partito» spiega Luca De Zolt, organizzatore dell’evento romano
Al fianco dei giovani, senza se e senza ma, si schiera la Cei: «Il precariato lavorativo sia solo una fase transitoria», ammonisce il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, per aprire le porte ad un lavoro «a tempo indeterminato» e «dare anche la possibilità  di un futuro, di un progetto di vita».
I precari accusano il governo «che ha deciso di sacrificare una o più generazioni sull’altare degli interessi di qualcuno, della rendita e della speculazione».
E chiedono al premier Silvio Berlusconi di «farsi da parte»: «Non ha affrontato la crisi — dicono – ci ha umiliati e trascinati in un baratro di povertà  e disoccupazione».
I precari, chiedono un Paese diverso che «permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare» e che, quindi, «investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni, invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le competenze e cancellando ogni possibilità  di realizzazione personale».
Una mobilitazione insomma per denunciare le condizioni di lavoro, e di vita, di una grande fetta di giovani italiani.
Mobilitazione che assume anche una connotazione particolare, dato che ieri Berlusconi ha messo in atto il suo ennesimo show davanti ai giovani laureati parlando di “opportunità ” senza indicare poi i mezzi e gli strumenti: «Davvero Berlusconi pensa — risponde il comitato – che i suoi successi personali siano da prendere ad esempio per i giovani italiani? Gli chiediamo di sollevarci dalla sua presenza….
È davvero raggelante, in effetti, guardare in successione le storie sul lavoro che i ragazzi raccontano e le battute dispensate dal presidente del Consiglio a una platea di neolaureati.
Che nemmeno ridevano.
“È lui ad umiliare i giovani e il Paese, per l’assoluta incapacità  di fronteggiare la crisi economica gli chiediamo di farsi da parte”.
E una destra vera, sociale e popolare, nazionale e solidale, oggi sa con chi stare: con la gioventù italiana della speranza e del merito, non con i vecchi puttanieri della politica.

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DOCENTI PRECARI, INCUBO 4 MILIARDI PER IL GOVERNO: SI MOLTIPLICANO I RICORSI DOPO LE SENTENZE E SI TEME UNA CLASS ACTION

Aprile 5th, 2011 Riccardo Fucile

SESSANTA PARLAMENTARI ANCHE DEL PDL SCRIVONO ALLA GELMINI…IL BLOCCO DEI TRASFERIMENTI TRAVOLGE I DEPUTATI MERIDIONALI… I SINDACATI: “LE SENTENZE VANNO APPLICATE, NON AGGIRATE”

Monta la polemica politica sull’aggiornamento delle liste provinciali dei supplenti.
Sessanta deputati di tutti gli schieramenti politici chiedono al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, di investire il Parlamento della complessa questione dei precari della scuola.
Mentre la maggioranza è intenta a cercare una soluzione per evitare di essere travolta dalle richieste di risarcimento danni e di immissioni in ruolo forzose imposte dai giudici del lavoro di mezza Italia.
In ballo ci sono 4 miliardi di euro, ma forse anche sei.
Tre giorni fa, per cercare una via d’uscita, si è svolta una segretissima riunione tra quattro ministri e un rappresentante sindacale
La questione sta letteralmente facendo impazzire i parlamentari meridionali, pressati dalle migliaia di supplenti in servizio al Nord che fra qualche settimana saranno costretti a fare le valigie alla volta di casa, restando senza lavoro e stipendio.
Tra i firmatari, spiccano i nomi di quasi tutti i deputati del Pdl eletti nelle circoscrizioni meridionali.
Ovviamente, la questione non è semplice nè di facile soluzione. Per tale ragione   –   scrivono piuttosto infastiditi i rappresentanti del popolo   –   siamo convinti della necessità  di un pieno coinvolgimento parlamentare volto ad istruire al meglio il percorso”.
Migliaia di supplenti, forse 20/30 mila, temono che la strada tracciata dal ministero per il prossimo aggiornamento delle graduatorie dei precari sia proprio quella delineata nella lettera inviata due giorni fa dai tecnici del ministero all’Avvocatura dello stato per un parere legale.
L’ipotesi è quella di aggiornamento del punteggio nella sola graduatoria di merito, senza possibilità  di trasferimento di provincia, e cancellazione delle cosiddette graduatorie di “coda”, dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale.
Ma la complessa decisione, oggi, si intreccia con le migliaia di richieste di stabilizzazione e risarcimento danni avanzate dai supplenti.
Non ultima la megaclass-action di 40 mila precari di scuola e università  annunciata dal Codacons.
A fare drizzare letteralmente i capelli al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, la sentenza del giudice del lavoro di Genova che ha condannato il ministero a pagare quasi mezzo milioni di euro a titolo di risarcimento danni in favore di soli 15 precari.
Ma anche le centinaia di richieste di assunzione avanzate ai giudici per il semplice fatto di essere stati in servizio continuativo per tre anni.
E le richieste di integrazione di ore di sostegno da parte dei genitori degli alunni disabili.
Per disinnescare la bomba ad orologeria accesa dai giudici, che secondo calcoli ministeriali riguarda almeno 65 mila precari, il ministero ha ipotizzato un piano di assunzioni.
C’è chi parla di 50 mila immissioni in ruolo diluite in quattro/cinque anni, chi si spinge fino a 65 mila e c’è chi ne chiede almeno 30 mila da settembre.
Ma salterebbero i vincoli di bilancio.
Per prendere tempo, viale Trastevere intenderebbe impugnare i provvedimenti dei giudici del lavoro, ma il problema verrebbe spostato soltanto di alcuni mesi.
Intanto, i precari pressano.
E si sono creati due partiti: i favorevoli all’inserimento a pettine e al trasferimento di provincia e i contrari a tale ipotesi. I
n gioco c’è il posto di lavoro per i prossimi due anni.
Due supplenti su 3 iscritti nelle graduatorie provinciali sono meridionali, ma la maggior parte dei posti vacanti è nelle regioni settentrionali.
Nel 2007, con l’intento di eliminare il precariato della scuola, l’allora ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni trasformò le graduatorie “permanenti” in graduatorie “ad esaurimento”, bloccando i trasferimenti di provincia e, al contempo, varando un megapiano di 150 mila assunzioni in tre anni.
Quando a Palazzo della Minerva arrivò la Gelmini e in via XX settembre Tremonti, il piano di stabilizzazione dei precari venne cancellato, mentre il blocco dei trasferimenti di provincia restò in vigore.
Per addolcire la pillola alle migliaia di precari meridionali alla disperata ricerca di una cattedra e uno stipendio, la ministra di Leno inventò le graduatorie “di coda”: una specie di lista secondaria, che seguiva la cosiddetta graduatoria di merito.
Due anni fa i precari della scuola ebbero la possibilità  di aggiornare il punteggio   –   per il biennio 2009/2010 e 2010/2011   –   nella provincia in cui si trovavano inseriti ai tempi di Fioroni e, in più, poterono scegliere altre tre province in cui inserirsi in “coda”.
La trovata consentì a migliaia di insegnanti delle regioni del Sud di lavorare al Nord.
Ma il mese scorso i giudici della Consulta hanno dichiarato illegittime “le code”.
“In attesa della risposta dell’Avvocatura   –   osserva Maristella Curreli, presidente nazionale dei Comitati insegnanti precari   –   la situazione dei precari della scuola è di fatto bloccata”. “Il ministero   –   spiega   –   ora si propone di avviare l’aggiornamento delle graduatorie considerando solo un’iscrizione e facendo decadere l’opzione per le altre tre province. Ripeto attualmente ‘non sappiamo di che morte morire'”. “Per fronteggiare una pioggia di ricorsi   –   conclude   –   il ministero sta pensando a una soluzione che prevede anche un piano di assunzioni. Per ridurre al massimo i ricorsi   –     rimarca la Curreli   –   sarebbe meglio che il ministero facesse una bella immissione in ruolo”.
Mentre la Flc Cgil ribadisce “che le sentenze e le direttive vanno applicate e non ‘aggirate’ per nascondere l’incapacità  e l’inadeguatezza del ministro di turno”, Cisl e Uil scuola, affiancate dallo Snals, chiedono al governo “una soluzione politica della questione di precari della scuola”.
Intanto, i bene informati sono certi che il governo per uscire dal guado opterà  per un decreto-legge, possibilmente condiviso anche dalle opposizioni.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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LA MOGLIE DI BOSSI? E’ UNA BABY PENSIONATA, ANDATA IN PENSIONE A 39 ANNI: I MORALISTI DELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA

Marzo 31st, 2011 Riccardo Fucile

IL MARITO TUONA CONTRO I PARASSITI DI ROMA E GLI SPRECHI DELLO STATO ASSISTENZIALISTA, LA MANUELA INCASSA DAL 1992 LA PENSIONE E SI DEDICA ALLA SCUOLA BOSINA FINANZIATA, CASO STRANO, DALLO STATO CON 800.000 EURO NEL 2010…E IL TROTA L’HANNO PIAZZATO IN REGIONE A 12.000 EURINI AL MESE

La notizia è di quelle a cui ci ha abituato questo Paese, afflitto dalla maledizione dei paradossi, degli sprechi, e delle ingiustizie sancite per decreto e controfirmate con i sigilli di ceralacca.
La notizia è questa: la moglie del nemico giurato di Roma, la moglie del guerrigliero indomito che si batte contro lo Stato padrone e che fa un vanto di denunciare gli sprechi dello Stato assistenzialista, è una baby pensionata.
Proprio così, avete letto bene.
La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, riceve un trattamento previdenziale dal lontano 1992, da quando, cioè, alla tenera età  di 39 anni, decideva di ritirarsi dall’insegnamento.
Liberissima di farlo, ovviamente, dal punto di vista legale: un po’ meno da quello dell’opportunità  politica, se è vero che suo marito tuona un giorno sì e l’altro pure contro i parassiti di Roma.
E si sarebbe tentati quasi di non crederci, a questa storia, a questo ennesimo simbolo di incoerenza tra vizi privati e pubbliche virtù, se a raccontarcela non fosse un giornalista a cui tutto si può rimproverare ma non certo l’ostilità  preconcetta alla Lega Nord e al suo leader, Mario Giordano.
Eppure, nello scrivere il suo ultimo libro inchiesta (“Sanguisughe”, Mondadori, 18 euro, in uscita martedì prossimo), Mario Giordano deve essersi fatto una discreta collezione di nemici, se è vero che l’indice dei nomi di questo libro contiene personaggi noti e ignoti, di destra e di sinistra, gran commis e piccoli furbi, una vera e propria pletora di persone che a un certo punto della loro vita, anche se molto giovani, hanno deciso di vivere alle spalle della collettività  e di chi lavora, approfittando dei tanti spifferi legislativi che il Palazzo ha generosamente concesso in questi anni.
Il libro di Giordano (sottotitolo: le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasse) però ha un attacco folgorante.
Ed è la riproduzione dell’estratto conto di una pensione di 78 centesimi.
Una incredibile “busta paga” autentica che nasce così: “Pensione lorda 402,12 euro, trattenute Irpef 106,64 euro, saldo Irpef 272.47, addizionale regionale 23.00, arrotondamento 0.78. Totale: 0.78”.
Scrive Giordano: “Quando uno Stato si accanisce su una pensione minima di 402 euro (che è già  una miseria) e la riduce a 0.78 centesimi (che è appunto un insulto) mentre lascia inalterati i supervitalizi dei parlamentari, il loro insindacabile diritto al cumulo, o gli assegni regalati a qualche burocrate d’oro, ebbene, noi non possiamo far finta di niente”.
Allora, forse, si può leggere questo libro saltando da un assurdo all’altro. Dalla “pensione centesimale” a quella della signora Marrone in Bossi, che è — in Italia — non un caso isolato, ma una delle 495.000 persone, come racconta il direttore dell’agenzia NewsMediaset, “che ricevono da anni la pensione senza avere i capelli grigi e senza avere compiuto i sessant’anni di età ”.
Nel 1992, quando la Marrone aveva 39 anni, Bossi attaccava “la palude romana” e chiedeva di cambiare.
“Come no? — chiosa Giordano — Il cambiamento, certo. E intanto la baby pensione, però”.
Manuela Marrone, seconda moglie di Bossi, siciliana d’appartenenza attraverso il nonno Calogero “che arrivò a Varese come impiegato dell’anagrafe e finì deportato nei lager nazisti, dopo aver aiutato molti ebrei a scappare” custodì Bossi nella convalescenza dopo l’ictus e favorì l’ascesa del figlio Renzo.
“Fra le attività  che ha seguito con più passione — annota Giordano — la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, ‘la scuola della tua terra’, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà  un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento, (800 mila euro) proprio alla Bosina?”.
Tutto sembrerebbe fuorchè un caso.
La signora Bossi, d’altronde, ha molto tempo libero perchè riceve un vitalizio regolarmente.
“Aveva diritto a prendere i suoi 766,37 euro al 12 di ogni mese, ha diritto a percepire l’assegno, che in effetti incassa regolarmente da 18 anni, da quando suo figlio Renzo, il Trota, andava in triciclo, anzichè andare in carrozza al consiglio regionale” (Già , perchè se tra pensione, parlamento e Regione, se non ci fosse lo Stato assistenzialista, il reddito di casa Bossi passerebbe da quasi trecentomila euro a zero).
Ma Manuela non è sola: il corposo capitolo sui baby pensionati si apre con la storia di Francesca Z., che si è messa a riposo nel 1983, quando aveva appena 32 anni (“L’ex collaboratrice scolastica ha già  ricevuto dallo Stato 280 mila euro, cioè 261 mila euro più di quanto abbia versato in tutta la sua carriera — si fa per dire — lavorativa”).
E prosegue con i casi di Carlo De Benedetti (in pensione a 58 anni), Cesare Romiti (2.500 euro a 54: ai tempi della marcia dei quarantamila, nel 1980, era pensionato da tre anni!).
Ma non mancano i grandi moralisti.
Adriano Celentano è in pensione da quando aveva 50 anni.
Oppure le artiste: Raffaella Carrà  e Sophia Loren (in pensione da quando avevano 53 anni) e i duri come Carlo Callieri (l’ex uomo forte della Fiat) che prende la bellezza di 5 mila euro al mese da quando aveva 57 anni.
Ecco perchè, in mezzo a questa selva di nomi il consiglio è di non leggere i capitoli sulle pensioni onorevoli, sulle pensioni d’oro, e sulle pensioni truffa. Vi incazzereste troppo.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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