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AHMED, MATITA ADOTTATA DAL QUARTIERE. I DOCENTI: “VA AIUTATO, E’ UN TALENTO STRAORDINARIO”

Ottobre 15th, 2016 Riccardo Fucile

IL RAGAZZO VIVE A INGANNI E NON PUO’ PAGARE LA RETTA… I PROF DEL NABA: “DEVE STUDIARE GRATIS”

Disegna davanti alla finestra, per ore, con le cuffie nelle orecchie.
Cosa vuoi fare, Ahmed, della tua vita? «Un capolavoro».
Risponde col sorriso, questo ventenne di origini egiziane, ma non è mai stato tanto serio. Casa Aler a Inganni, mamma precaria, papà  invalido, due fratelli. Adolescenza in salita. A un certo punto bocciato, in bilico tra rischio di dispersione scolastica e forza di volontà . A luglio si è diplomato allo scientifico Donatello.
«Un piccolo successo», dice sottovoce. Ha una freccia strepitosa al suo arco, Ahmed Malis. Le mani. Con quelle impugna matite e pastelli e sa riprodurre con incredibile esattezza tutto quello che vede.
Il talento straordinario di Ahme
Disegni impressionanti, che paiono fotografie. «Un incredibile iperrealismo, siamo davanti a un giovane fenomeno – ha detto Luca Molinari, noto architetto e docente -. Il suo è un verismo dal sapore antico, ottenuto con matite e pastelli e non con il computer». Lui, autodidatta, sminuisce: «Ricopio solo la realtà ».
Ma sembrano uscire dal foglio, i suoi soggetti. Un paio di scarpe Nike verdi coi tacchetti da calcio, «quelle che ho sempre sognato di avere».
Il ritratto di Walter White, protagonista della serie tv di successo qualche anno fa Breaking bad .
Una bottiglia di acqua e un bicchiere mezzo pieno, «per ricordarsi che l’altra faccia della mancanza è l’opportunità ».
A settembre doveva decidere il suo futuro. Lavorare? Studiare? Si è messo, come sempre quando deve pensare, davanti alla finestra di casa.
«Viviamo al sedicesimo piano di un palazzo popolare – racconta -. Quando Aler ci ha fatto la proposta l’alloggio era ammalorato, nessuno della mia famiglia voleva prenderlo. Ma io, vedendo lo spettacolo di Milano dall’alto, mi sono impuntato. Coi miei fratelli e amici abbiamo messo a posto tutto, le pareti, i mobili…».
Al Centro di aggregazione giovanile Creta, che accoglie ragazzi del Giambellino e Bisceglie, l’hanno incoraggiato.
«Più di tutti Luca Sansone, educatore. Mi diceva di fare il test all’Accademia di Belle arti di Brera ma non gli ho dato ascolto. Per sfiducia, perchè le mie cose non mi paiono mai perfette, e perchè non avevo mai pensato al disegno come un impegno o una tecnica da imparare».
Quando c’è il talento, invece, è importante coltivarlo. «Come un diamante grezzo da forgiare stando attenti che non perda la purezza, in questo caso dello sguardo» spiega Molinari.
Ahmed è riuscito, non senza fatica, a racimolare i 150 euro per partecipare ai test di selezione per la Naba.
Il coordinatore dei corsi di Pittura e arti visive Andris Brinkmanis era impressionato, gli ha subito detto che era preso. Ma il costo annuo è di migliaia di euro.
«Valuteremo se in via eccezionale è possibile farlo studiare qui comunque per il merito», promette il professore.
Ahmed guarda fuori dalla finestra, e intanto disegna. «Lancio un appello per i miei studi», dice semplicemente.

Elisabetta Andreis
(da “il Corriere della Sera”)

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QUELLE SCUOLE CHE RESTANO APERTE GRAZIE AGLI STRANIERI

Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile

IN CALABRIA E CAMPANIA L’ISCRIZIONE DI 1.000 STUDENTI EXTRACOMUNITARI EVITA LA CHIUSURA DEGLI ISTITUTI NEI PICCOLI COMUNI

Nei piccoli comuni le scuole chiudono per mancanza di studenti? A tenerle aperte sono gli extracomunitari.
Grazie a un migliaio di iscritti è da otto anni che gli istituti e i convitti (della Calabria prima e ora anche della Campania e della Toscana) riescono a sfuggire ai tagli delle sedi scolastiche.
Un progetto, condiviso con le istituzioni regionali e nazionali, che dal 2008 a oggi ha consentito di fronteggiare lo svuotamento demografico di antichi borghi e la conseguente riduzione del numero di studenti italiani.
«Il progetto si realizza a diversi livelli- spiega Salvatore La Porta, presidente dell’istituto calabrese di politiche internazionali, la onlus da cui è partita l’iniziativa-. Il primo è collegato alle scuole di italiano per stranieri che ospitano in estate studenti che vengono a imparare la lingua in piccoli comuni della Calabria, come Santa Severina, Diamante, Belvedere Marittimo, Tropea, Scilla».
Il secondo livello, invece, riguarda la frequenza quinquennale di studenti stranieri ad un intero corso di studi superiori. Dal 2008 sono stati formati in Calabria oltre mille ragazzi extracomunitari, proventi principalmente da Kurdistan iracheno, Egitto, America Latina.
Attraverso un accordo con il ministero dell’Istruzione e la Regione, sono stati individuati alcuni piccoli comuni della Calabria dove c’era una storica difficoltà  a mantenere aperte le scuole per la diminuzione degli abitanti dovuta al calo della natalità  e alla forte emigrazione verso le regioni del centro-nord.
«Grazie agli studenti stranieri, gli studenti locali hanno potuto continuare a frequentare le scuole superiori nei loro comuni di residenza», osserva Donatella Romitelli, collaboratrice del programma Pitagora Mundus-. Ciò crea anche una microeconomia locale perchè questi studenti vengono accolti e accuditi in strutture del posto. I comuni, i convitti e gli istituti scolastici li ospitano quasi gratuitamente e l’investimento ha ricadute economiche positive sull’economia di questi comuni».
Le borse di studio vengono erogate in base alla disponibilità  delle scuole dei comuni calabresi di ospitare un certo numero di studenti.
Le disponibilità  di posti vengono raccolte e proposte attraverso le ambasciate ai paesi in via di sviluppo.
Così la presenza di studenti stranieri ha permesso d tenere aperte scuole e convitti in piccoli comuni calabresi come San Demetrio Corone, Sant’Agata di Esaro, Scigliano, Diamante (istituto alberghiero), Santa Severina (liceo classico), Palmi (convitto) e anche in Campania a Salerno (convitto Tasso).
E adesso il programma verrà  esteso alla Toscana e alle regioni del nordest.
«Gli studenti stranieri si iscrivono al primo anno delle superiori e dopo cinque anni arrivano al diploma sottolinea La Porta-.Dopo il diploma tornano nei loro paesi e diventano un ponte tra l’economia italiana e quella del loro paese di provenienza”.
I ragazzi trovano già  lavoro in Italia durante le vacanze estive.
“Conoscono perfettamente l’italiano e, dopo il diploma, molti di loro vengono assunti da aziende italiane che lavorano con l’estero e che esportano nei paesi di provenienza degli studenti- aggiunge Romitelli-. Inoltre assumerli è un vantaggio per le aziende italiane perchè la presenza di personale locale è meglio a accettata in quei paesi. E sappiamo quanto grave sia il rischio di rapimento di lavoratori stranieri in alcune zone del mondo».
Il 18 dicembre un gruppo di studenti andrà  a piazza San Pietro all’Angelus di papa Francesco, tra loro studenti paraguaiani selezionati dal ministero degli esteri paraguaiano nelle zone più povere del paese.
«Dal 2008 il programma Pitagora Mundus contribuisce a riattivare l’economia locale dei borghi calabresi- evidenzia La Porta-.Il paese di provenienza concorre alle spese degli studenti per viaggi aerei annuali di ritorno in patria, per i permessi di soggiorno, per le spese burocratiche e mediche, per le attività  extradidattiche».
Nei piccoli comuni gli studenti ritrovano quell’ambito più a misura d’uomo e di tipo familiare che hanno lasciato nel loro paese.
E in questi piccoli centri il controllo sociale è maggiore.
«Sono studenti meritevoli che vengono scelti, nel loro paese in via di sviluppo, tra i ragazzi più bravi- puntualizza Romitelli-.Nei piccoli comuni calabresi vengono istruiti e formati. E così in zone difficili della Calabria le difficoltà  diventano opportunità . E in questo modo il Mezzogiorno diventa come nel passato un anello di congiunzione tra civiltà  ,come all’epoca della Magna Grecia».
Accordi di programma e intese di collaborazione sono state firmate con la regione Calabria, l’ufficio scolastico regionale e le province calabresi.
La scuola di Diamante, con la preside Concetta Smeriglio, è la capofila della rete di istituti E ora lo stesso progetto è stato esteso viene a Salerno e nei piccoli comuni della Toscana attraverso istituti scolastici e convitti.
Il progetto è stato adottato dal ministero dell’Istruzione e il 10 11 novembre si terrà  un incontro a Diamante, in provincia di Cosenza, per istituire un gruppo di coordinamento nazionale.
Attraverso il piano presentato al viceministro degli Esteri, Mario Giro è allo studio la modalità  tecnica per poter destinare l’1% dei fondi della cooperazione internazionale alla formazione dei giovani di paesi in via di sviluppo ai quali “Pitagora Mundus” permette di studiare.
«L’Agenzia della cooperazione e dello sviluppo è stata coinvolta con l’arrivo di 27 studenti somali- precisa La Porta-.
Il ministero degli Esteri della Somalia ha chiesto 27 borse di studio alla Farnesina che gliele ha concesse». In questo modo la cooperazione internazionale viene collegata all’istruzione.
«La filosofia è quella di non dare solo il pesce, ma anche la canna per insegnare a pescare- conclude La Porta-. Un progetto senza finanziamenti europei e statali. Siamo come la dieta mediterranea, facciamo sinergia di tutto, facciamo con tutto ciò che facciamo. Il prossimo passo accogliere i minori stranieri non accompagnati attraverso i comuni e i convitti che hanno dato la disponibilità  ad ospitarli».

Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)

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“MI HANNO DETTO DI LASCIARE A CASA MIO FIGLIO”: IL DIRITTO ALLO STUDIO NON VALE PER GLI STUDENTI DISABILI

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

STORIE DI DIRITTO ALLO STUDIO NEGATO, MIGLIAIA DI ALUNNI NON POSSONO PARTECIPARE ALLE LEZIONI, MANCANO DOCENTI DI SOSTEGNO E ASSISTENTI

“Un dirigente scolastico mi ha detto di lasciare a casa mio figlio fino all’arrivo del sostegno”. “Nessuno vuole portare mio figlio in bagno quando ha bisogno”.
Le storie raccolte da ilfattoquotidiano.it dimostrano che il diritto a frequentare la scuola in Italia non vale per tutti.
Sono migliaia gli alunni e studenti con disabilità , sia fisica che psichica, che a un mese dall’inizio dell’anno scolastico non possono ancora partecipare alle lezioni insieme ai loro compagni di classe.
In totale gli studenti disabili quest’anno sono aumentati di 8.057, passando da 216.452 a 224.509. Questa crescita, che è un elemento positivo in vista di una piena inclusione scolastica di tutti i giovani con disabilità , in mancanza di investimenti adeguati per aumentare di pari passo anche il numero dei docenti di sostegno, rischia di peggiorare la situazione che danneggia chi non ha nessuna colpa.
L’assenza di assistenza personale in classe e di un trasporto adeguato purtroppo non è una sorpresa.
Non c’è solo il caso, già  noto, della Lombardia, con la difficoltà  di centinaia di famiglie con una figlia o un figlio disabile iscritto a scuola. I disagi si estendono su tutto il territorio nazionale, con criticità  diverse sia a livello geografico, sia dei singoli istituti scolastici.
L’orario di frequenza in teoria è uguale per tutti, ma per i tanti alunni e studenti con disabilità  si devono poi tener conto anche delle ore necessarie per il sostegno, delle ore che effettivamente vengono assegnate e che possono essere “coperte” da insegnanti specializzati e da educatori personali.
MILANO. Iniziare la prima elementare senza insegnante di sostegno, nè un banco funzionale
La storia di Maia è come quella di tanti altri bambini con bisogni “speciali” che si ritrovano all’inizio dell’anno scolastico senza sapere per quante ore al giorno potranno frequentare le lezioni insieme ai propri compagni di classe.
“Mia figlia — spiega Barbara Brusati a ilfattoquotidiano.it — si aspettava un appuntamento importante, denso di attese e tante emozioni. Come genitori, eravamo consapevoli che sarebbe stata una nuova sfida, perchè per noi è tutto un po’ complicato”.
Maia è una bambina di sei anni e mezzo, con un grave ritardo neuromotorio, tetraparesi spastica, e uno del linguaggio dovuto a un evento di anossia cerebrale (mancanza di ossigeno al cervello per qualche minuto, ndr) avvenuto a circa un anno di età  per aver ingerito “in modo sbagliato” un pezzetto di mela.
“Già  al primo giorno di scuola elementare, dopo le iniziali emozioni comuni a tutti gli altri genitori, è subentrata in noi tanta amarezza. Ci siamo ritrovati a dover gestire una situazione di disagio e difficoltà : la mancanza di tutte le ore di sostegno per coprire la frequenza scolastica di Maia (al momento sono state assegnate solo 12 ore di sostegno a settimana). Perchè non è possibile far frequentare in ugual modo tutti i bambini?” si chiede amareggiata la madre.
“A questo poi si è aggiunto il ritardo nell’assegnazione degli educatori, in quanto il Comune di Milano elargisce i fondi alle scuole successivamente all’inizio delle lezioni”, con la conseguente mancanza di assistenza alla persona, aiuto durante il pasto (Maia deve essere imboccata) e alla comunicazione (Maia non riesce a parlare, ma si esprime attraverso i simboli della Comunicazione Aumentativa Alternativa). “Dove sono tutelati i suoi diritti essenziali?”.
La frequenza a scuola di Maia si riduce notevolmente non potendo fermarsi per il pranzo, momento riconosciuto come importante per la socializzazione.
Cosa ancora più grave è l’assenza di un banco funzionale alle esigenze e ai bisogni della bambina con tetraparesi spastica, peraltro richiesto dai suoi genitori alla scuola già  a maggio scorso, ben prima dell’inizio delle lezioni.
“Insomma, ogni anno, si ripropone la solita storia: la mancanza di fondi per garantire uguale diritti ai nostri figli con bisogni speciali ma proprio per questo più urgenti”.
“Maia nonostante tutto — racconta la madre — ci sembra serena e contenta di andare a scuola, è un’esperienza unica per favorire la relazione, l’autonomia, la conoscenza di cose nuove, di socializzare con figure nuove e con i compagni, che le offrono la possibilità  di progredire, di acquisire nuove competenze. L’accoglienza da parte degli insegnanti nell’insieme è buona, cercano di compensare come possono le carenze che il Sistema scuola impone soprattutto nei confronti di queste situazioni. Tuttavia appare meno felice quando deve lasciare la sua classe prima del tempo, perchè per lei è finito il tempo a disposizione”.
Barbara riconosce di trovarsi sempre più in difficoltà  a gestire queste situazioni che richiedono spesso di assentarsi dal lavoro per poter “assistere ai figli, fare salti mortali, arrabbiarsi per ottenere ciò che è di diritto, sentirsi abbandonati invece che accolti da un sistema che fatica a funzionare come dovrebbe. Vorremmo che non ci fossero più distinzioni tra bambini di serie A e di serie B, ma solo bambini, tutti con gli stessi diritti. E che non ci fosse più un Paese nel suo complesso che non investe nell’istruzione dei propri figli”.
CATANIA. “Il dirigente scolastico ha detto di lasciare a casa mio figlio fino all’arrivo del sostegno”
La campanella della scuola non suona per tutti. Un’altra situazione di forte disagio è quella di un ragazzo disabile quindicenne che frequenta un Istituto tecnico industriale a Catania.
“La vita dei disabili che desiderano frequentare la scuola in Sicilia è difficilissima. Ogni anno vediamo un diritto sacrosanto negato ai tanti ragazzi, compreso mio figlio, la cui unica colpa è avere bisogno di servizi indispensabili per stare a scuola come tutti”.
Queste sono le parole di Angela Rendo, madre del giovane (il cui nome ha chiesto di non divulgare, ndr) e vicepresidente dell’associazione 20 Novembre 1989, che ha lo scopo sociale di tutela dei diritti dei minori con disabilità , dei minori in condizioni di rischio sociale ed emarginazione e delle persone maggiorenni con disabilità , lavorando in particolare nelle città  di Catania, Palermo e Messina.
“Le istituzioni continuano a parlare di inclusione scolastica e diritto allo studio, ma rimangono solo le parole. Sembra quasi che sia un favore elargire i diritti dovuti ai nostri ragazzi, come il sostegno a scuola, e sembra quasi che ciò che a loro è dovuto sia un privilegio concesso. Ma come si può tollerare tutto questo ancora?”.
Il figlio di Angela è nato con una malformazione anorettale, schisi sacrale (mancata saldatura di una o più vertebre) e problemi vescicali con un un solo rene. E’ anche affetto da una sindrome da regressione caudale e di recente gli è stata anche diagnosticata un’altra malattia genetica rara, la distrofia muscolare di Becker.
“Sono chiamata a spiegare a mio figlio — racconta Angela a ilfattoquotidiano.it — perchè deve rimanere a scuola solo poche ore e questo significa rimarcare la sua diversità , dopo anni che lotto per convincerlo che lui potrà  avere una vita come tutti”.
Per il ragazzo, oltre a subire il problema più diffuso che riguarda l’assenza di un docente di sostegno fisso che possa garantirgli la continuità  didattica negli anni, deve subire anche la mancanza di un assistente igienico personale, che lo porti in bagno almeno 1-2 volte al giorno.
“Qui in Sicilia il servizio di accompagnamento ai servizi per ragazzi non autonomi è svolto da Operatori socio-assistenziali (Osa) formati e retribuiti tramite cooperative sociali, servizio peraltro effettuato bene e con possibilità  di scelta da parte delle famiglie. Il problema principale è però l’assenza di risorse economiche e fondi specifici per tanti servizi che stentano a partire.
Questa mansione dice la Regione dovrebbe essere svolta dal personale ATA come da legge nazionale con 40 ore di formazione, che però viene spesso disattesa. Ma a scuola, in realtà , se mio figlio ne avesse necessità  non c’è nessuno in grado di poterlo ‘svuotare’, il personale ATA — che dicono debba essere formato — non è disposto neppure ad accompagnarlo alla porta del bagno. Purtroppo in Sicilia manca quasi tutto, dal materiale didattico per i non vedenti agli educatori domiciliari. Solo chi ha possibilità  economiche vede riconosciuti i propri diritti”.
CASERTA. 16enne sordo senza assistenza alla comunicazione. “Così può perdere l’anno”
Stefano vive a Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta, e frequenta il terzo anno dell’Istituto Alberghiero di Vairano Scalo. Nato con una malformazione cardiaca, è stato operato alla nascita d’urgenza e ha subito vari interventi durante i suoi primi giorni di vita. All’età  di un anno i suoi genitori vengono a conoscenza anche di una perdita dell’udito e a 7 anni è stato operato all’orecchio dove gli è stato applicato un impianto cocleare.
Attualmente Stefano riesce a parlare solo attraverso il linguaggio mimico-gestuale. “Gli specialisti ci hanno sempre detto di fare richiesta alla scuola per avere a disposizione un assistente alla comunicazione, oltre all’insegnante di sostegno, che purtroppo però — spiega sua madre Lucia Forgetta — tutt’oggi anche dopo diversi solleciti e richieste formali, tale figura non è ancora stata assegnata”.
“Le istituzioni mandano gli insegnanti di sostegno, i quali potrebbero essere anche i più bravi, (e sono ben pochi — precisa Lucia), ma se non hanno la specializzazione non riusciranno mai a svolgere bene il proprio lavoro, soprattutto con delle particolari disabilità  si rischia soltanto di peggiorare la situazione e di non agevolare il difficile percorso di inserimento scolastico. Mi sono rivolta personalmente agli enti competenti, ma mi hanno sempre risposto che non hanno i fondi necessari, o addirittura “questo non è un problema nostro!” racconta la madre.
“Sono stanca, lotto da 16 anni per i diritti che spettano per legge a mio figlio, le norme ci sono ma non vengono messe in pratica. Il problema fondamentale è che senza la figura richiesta, e a causa di una programmazione differenziata che Stefano non dovrebbe svolgere, quest’anno rischia di non prendere l’attestato di qualifica e di non diplomarsi nemmeno in futuro”.
MILANO. “Il passaggio dalle medie alle superiori? Un disastro, ripartiamo da zero”
Un’altra vicenda di non adeguata inclusione scolastica nel capoluogo lombardo è quella di Matias Bonfrisco, ragazzo di 17 anni, che è diventato disabile il 30 novembre 2009 dopo che un “pirata” della strada gli ha rubato la vista e anche un pezzetto di cervello.
Mesi di coma e anni di ricovero a Bosisio Parini, provincia di Lecco, alla Nostra Famiglia Istituto E. Medea e in tanti ospedali, 42 interventi chirurgici di tutti tipi, mezzo cranio di titanio e una valvola lombo-peritonale. Mati — dice la madre Maria Bonfrisco — viene riconsegnato alla società , molto diverso di prima e con tanti handicap non solo fisici ma anche cognitivi.
La famiglia decide di trasferirsi a Milano per iscrivere Matias ad un Istituto Professionale per il commercio e il turismo, in cerca di un futuro migliore e di una possibilità  di terminare il percorso di studio.
“Abbiamo scelto questa scuola soprattutto perchè garantiva alta qualità  per il sostegno, con quasi 30 insegnanti dedicati in totale. Il numero, però, l’anno scorso è diminuito a 28 per seguire quasi 50 disabili, e quest’anno i docenti di sostegno sono stati tagliati a circa un terzo per 68 ragazzi con disabilità ”.
“Adesso mio figlio non ha un assistente personale che lo segue quotidianamente. In questo periodo i professori si sono organizzati per sistemare gran parte degli alunni con disabilità  in una sala, cercando di seguirli tutti insieme, ma con un numero troppo esiguo di docenti. Ma questo non è certo inclusione scolastica e rispetto delle norme vigenti”.

Renato La Cara
(da “il Fatto Quotidiano“)

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AUMENTANO GLI ALUNNI DISABILI MA NON GLI INSEGNANTI: E’ CAOS DA MILANO A BARI

Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile

A CAUSA DEI TAGLI DELLE EX PROVINCE VENGONO MENO ANCHE LE GARANZIE PER IL TRASPORTO E L’ASSISTENZA IN CLASSE… “MANCA UN DOCENTE SPECIALIZZATO SU TRE”

Aumentano gli alunni disabili ma gli insegnanti di sostegno restano sempre troppo pochi garantendo il rapporto di un solo docente per due alunni.
Non basta: secondo il sindacato Anief manca all’appello un professore specializzato su tre. E a questo si aggiunge il fatto che a causa dei tagli delle ex Province, anche quest’anno, sono venute a mancare le garanzie per il trasporto e l’assistenza in classe per molti disabili.
A quasi un mese dall’avvio dell’anno scolastico restano i problemi per le famiglie dei ragazzi in difficoltà  che quest’anno sono aumentati di ben 8.057 unità  passando da 216.452 a 224.509.
La maggior parte dei diversamente abili è alla scuola primaria dove se ne registrano 79.777 su un totale di 2.572.969 alunni.
Segue la scuola secondaria di primo grado con 65.227 ragazzi con difficoltà  e le superiori dove diminuiscono a 61.880 su un totale di 2.626.674 studenti.
Alla scuola dell’infanzia il dato si ferma a 17.625 alunni con disabilità  su un totale di 978.081: un numero basso a causa della mancata diagnosi negli anni precedenti alla scolarizzazione.
Problema che andrebbe preso in considerazione visto che spesso in queste classi non c’è un docente di sostegno nonostante la necessità  reale solo perchè la disabilità  non è ancora stata certificata.
Alunni e insegnanti: i numeri
Altro elemento sul quale riflettere è il numero di disabili per regione: la Lombardia è prima in classifica con 35.442 alunni disabili su un totale di 1.190393 ragazzi iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado. Segue la Campania che ha 909.010 allievi di cui 25.022 che necessitano del sostegno. In Sicilia ci sono 754.438 alunni in totale di cui 23.850 disabili mentre in Veneto su un numero complessivo di 604.299 alunni sono solo 15.701 quelli certificati.
Sul fronte insegnanti si è passati dai 117.000 dello scorso anno ai 124.572 che comprendono i 28.092 in deroga dove in alcune regioni del Sud sono spesso finiti insegnati senza la specializzazione per evitare il trasferimento al Settentrione.
Di questi 124.572 fanno parte anche i posti di potenziamento (al netto di quest’ultimi infatti i posti di sostegno sarebbero solo 1.126 in più.
Anche in questo caso è la Lombardia, logicamente, ad avere il maggior numero di insegnanti (16755) seguita da Campania (17.805) e Sicilia (13.224).
Da notare che rispetto alla serie storica dopo due anni di minimo incremento di docenti (nell’anno scolastico 2014/2015 erano 117.673, persino qualche unità  in più del 2015/2016) quest’anno si è visto un leggero incremento. Interessante vedere, infine, che il focus del ministero dell’Istruzione non riporta, invece, alcun numero sui disabili presenti alle paritarie.
Intanto in tutt’Italia è il caos
A Pavia la Cisl ha denunciato la mancanza di 100 docenti di sostegno nelle scuole della città  e della provincia: ad oggi questi posti sono occupati da docenti non abilitati che hanno accettato l’incarico per non restare senza lavoro.
A Bari nei giorni scorsi i genitori hanno protestato davanti la sede della presidenza della Regione per chiedere garanzie sul trasporto scolastico e l’assistenza specialistica nelle scuole.
A Milano il problema riguarda 500 studenti delle superiori: le casse della Città  metropolitana sono vuote e il servizio di trasporto costerebbe almeno 3,4 milioni che nessuno ha intenzione di tirar fuori. Per ora solo Palazzo Marino ha deciso di occuparsi di una parte di questi. In Sicilia sono circa 2000 i disabili senza il servizio di trasporto e assistenza.
“In questi giorni abbiamo parlato con tanti genitori, molti di loro sono demoralizzati. Stanchi di trovarsi ogni volta a lottare con le istituzioni per ottenere quello che in realtà  è un diritto dei loro figli: il diritto all’istruzione”, spiega Alberto Fontana della Ledha.
Le famiglie sono disorientate e frustrate dalla mancanza di informazioni e di collaborazione da parte degli enti territoriali.
Alcune, pur di garantire ai propri figli il diritto ad andare a scuola, sono disposte a pagare i tasca propria i costi per l’assistente alla comunicazione o l’assistenza ad personam.
Altre terranno a casa i propri figli in attesa di avere informazioni più precise, altre ancora ricorreranno alle aule dei tribunali.

Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PIU’ ALUNNI STRANIERI, MOLTI NATI IN ITALIA: LA SCUOLA E’ SEMPRE PIU’ MULTICULTURALE

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO ANNUALE DEL MINISTERO: ROMENI, ALBANESI E MAROCCHINI I PIU’ NUMEROSI

Sempre meno alunni italiani, aumento costante degli studenti stranieri che sono però sempre più “italiani”.
Il rapporto annuale sulla scuola multiculturale elaborato dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Ismu sui dati dell’anno scolastico 2014/2015 analizza la popolazione scolastica con cittadinanza non italiana e in questa edizione si concentra soprattutto sulla distribuzione degli studenti stranieri nelle diverse regioni e su eventuali differenze nei processi di apprendimento.
La fotografia fatta dal Miur mette in luce soprattutto due aspetti della nuova popolazione scolastica italiana: nelle classi ci sono sempre più studenti che non hanno la cittadinanza del nostro Paese, ma sono bambini e ragazzi nati in Italia e integrati nella nostra società .
Lo si vede anche dai risultati scolastici, perchè per quanto il numero dei respinti tra gli alunni stranieri resti alto, in generale i loro risultati scolastici si differenziano sempre meno da quelli degli italiani.
La scuola, insomma, diventa davvero multiculturale, non soltanto per l’origine degli iscritti, ma anche per offerta formativa e strategie didattiche che si adattano ai nuovi studenti.
Uno sguardo di insieme.
Gli iscritti stranieri fra il 2009/10 e il 2014/15 sono cresciuti del 20,9%, mentre gli italiani sono diminuiti del 2,7% (da 8.283.493 a 8.058.397 unità )
Nell’ultimo decennio sono cresciuti soprattutto gli alunni stranieri della scuola primaria (scuola dell’obbligo e di durata quinquennale).
Nel   2014/15 sono 291.782 gli alunni stranieri iscritti alle scuole primarie (10,4% del totale), 187.357 gli studenti nella scuola secondaria di secondo grado (7% del totale), 167.068 gli allievi nelle secondarie di primo grado (9,6%) e infine 167.980 i bambini nelle scuole dell’infanzia (10,2%).
A fronte di questi dati, dal Ministero osservano che gli alunni italiani sono diminuiti in tutti gli ordini di scuola (tranne che nelle secondarie di secondo grado). L’unico ordine con una crescita nelle iscrizioni è la scuola secondaria di secondo grado, sia per quanto riguarda la presenza di italiani (+0,6%) sia di stranieri (+2,8%).
Da dove arrivano i “nuovi” italiani a scuola.
I più numerosi sono gli alunni con cittadinanza romena, al primo posto in tutti gli ordini e gradi della scuola (157.153), seguiti da albanesi (108.331) e marocchini (101.584). Molti meno i cinesi (41.707) e filippini (26.132).
Questi numeri confermano che nel nostro Paese la popolazione di stranieri è eterogenea, senza alcun gruppo dominante in termini di numeri e nelle prime quindici cittadinanze sono presenti tutti i continenti tranne l’Oceania.
Nella scuola dell’infanzia spicca il numero di bambini provenienti dal Bangladesh (27,1%). Il Miur sottolinea poi che crescono gli iscritti Rom, Sinti e Caminanti, diventati 12.437 nel 2014/15, +780 rispetto all’anno precedente, numero in controtendenza rispetto alla progressiva diminuzione registrata negli ultimi anni e, si spera, indicativo dei tentativi di integrazione delle comunità  nomadi.
Nati in Italia.
La fotografia del Muir mostra anche una stabilizzazione degli stranieri, insieme a numeri che indicano i risultati dell’emergenza umanitaria. Il gruppo degli alunni con cittadinanza non italiana ma nati nel nostro Paese continua ad aumentare, è raddoppiato dal 2007/08 e corrisponde al 55,3% della popolazione scolastica complessiva.
La percentuale massima si trova nella scuola dell’infanzia: sono nati in Italia l’84,8% dei bambini figli di immigrati.
Nelle secondarie di secondo grado gli studenti stranieri nati in Italia sono più che quadruplicati, passando da 8.111 nel 2007/08 a 34.788 nel 2014/15.
Nei diversi ordini e gradi le incidenze percentuali dei nati in Italia sono superiori nei primi anni di corso: 76% di nati in Italia nel primo anno della primaria, 51,2% nel primo anno della secondaria di primo grado, 26% nel primo anno della secondaria di secondo grado.
La provincia di Milano è al primo posto con quasi 48mila nati in Italia, seguita da Roma (31mila), Torino e Brescia (oltre 20mila), Bergamo (quasi 16mila), Vicenza, Verona, Treviso e Firenze (oltre 12mila), Bologna (oltre 11mila), Padova e Modena (oltre 10mila).
Il dramma dei minori non accompagnati.
In base agli ultimi dati disponibili del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (dicembre 2015) sono 11.921 i minori arrivati senza genitori nel nostro territorio, di cui solo 550 femmine.
Sono di più nelle regioni maggiormente esposte al fenomeno degli arrivi via mare e nelle grandi città , su tutte primeggia la Sicilia (4.109), seguita da Calabria (1.126), Puglia (1.102), Lazio (934), Lombardia (931), Emilia Romagna (8.783), Toscana (521).
Sempre più inseriti.
La scuola italiana si sta adeguando alla sua nuova composizione e sono confortanti i dati sulla diminuzione di alunni stranieri che hanno risultati scolastici insufficienti: dal 40,7% del 2010/11 si arriva al 34,4% nel 2014/15, anche se l’anno scorso il fenomeno rimane rilevante,   poichè sono in ritardo quasi la metà  dei 14enni, il 62,7% dei 15enni e i due terzi degli ultrasedicenni.
Tuttavia, quando si tratta di promossi e bocciati il divario tra italiani e stranieri resta elevato in tutti gli ordini di scuola, soprattutto nelle secondarie di secondo grado.
Gli alunni ripetenti si trovano principalmente nei primi anni di corso e le quote maggiori di ripetenze si rilevano al Sud e nelle Isole sia per gli alunni stranieri sia per gli italiani in tutti i gradi di scuola, salvo che per gli alunni stranieri nelle secondarie di secondo grado, dove il Sud registra le percentuali inferiori di ripetenze.
La scelta del professionale.  
Il 24,5% degli studenti stranieri è iscritto a un liceo, il 36,9% a un istituto professionale e il 38,5% a un istituto tecnico. Se si considerano i principali comuni, a Reggio Emilia e a Bergamo oltre la metà  di studenti stranieri è concentrata nei professionali.
Questo dato, però, più che riflettere la provenienza geografica degli studenti è riconducibile alla stratificazione sociale. Così come i ragazzi italiani, gli stranieri che ritengono di dover trovare prima un’occupazione scelgono gli istituti tecnici e professionali invece dei licei.
Fra coloro che hanno ottenuto un diploma in Italia, 1.670 sono gli studenti comunitari e 3.970 sono i non comunitari, per un totale di 5.640 studenti.
I numeri più elevati di studenti stranieri immatricolati si registrano in Lombardia, Lazio e Campania, mentre in termini di incidenza percentuale, i valori maggiori si registrano in Liguria, Marche e Umbria. Gli Atenei con il maggior numero di studenti stranieri immatricolati sono le Università  degli Studi di Bologna, Firenze, Roma La Sapienza, Milano.

Cristina Nadotti
(da “La Repubblica”)

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LA GRANDE FUGA DAGLI ASILI NIDO: 4 BAMBINI SU 5 RESTANO A CASA

Maggio 4th, 2016 Riccardo Fucile

RETTE RECORD E POSTI VUOTI: AL CENTRO-NORD ISCRIZIONI A PICCO… AL SUD POCHE STRUTTURE E LUNGHE LISTE DI ATTESA

Sono ancora i più belli del mondo, come li definì Newsweek negli anni Novanta. E non soltanto a Reggio Emilia. Ma in Toscana, in Umbria, in Veneto, in Lombardia. Architetture all’avanguardia, eco-capolavori, mini campus di giochi e scoperte dove crescere sembra un’avventura speciale.
Eppure gli asili nido italiani sono in crisi. Un’eccellenza che si va sgretolando.
Posti vuoti, rette altissime, Comuni in affanno, famiglie con i redditi dimezzati, madri disoccupate, e per la prima volta negli ambitissimi nidi del Centro-Nord le liste d’attesa non ci sono più. I bambini cioè restano a casa. O affollano i concorrenziali e spesso più economici asili privati.
Iscrizioni in calo del 4%, come aveva già  segnalato l’Istat nel 2013: non era mai accaduto dal 1971, quando fu approvata la legge nazionale sui nidi d’infanzia, che li trasformò da luoghi assistenziali nel primo gradino della scala educativa.
Ma la discesa è continuata: nel 2015 a Roma le iscrizioni sono calate di 1.500 bambini, la “mitica” Reggio Emilia ha segnato una discesa del 4,3%, e lo stesso è accaduto a Venezia, Mantova, Trieste, Firenze.
Una conversione a U, in controtendenza con l’Europa, e contro tutti gli studi più recenti, che raccontano quanto frequentare un buon nido nei primi mille giorni di vita sia garanzia, poi, di maggiori capacità  e relazioni nella crescita
«Un controsenso – commenta Daniela Del Boca, docente di Economia politica a Torino – negli ultimi vent’anni non abbiamo fatto altro che chiedere più nidi e oggi abbiamo i posti vuoti. E siamo ben lontani dall’obiettivo europeo del 33% dei bambini iscritti: in Italia la media è del 17%, ma la quasi totalità  è nel Centro-Nord».
Se a Trento il 23% dei piccoli sotto i tre anni usufruisce di baby-servizi, in Calabria la percentuale è del 2,1%, la più bassa d’Italia.
E c’è voluta la mobilitazione di una ong come “Action Aid” per riuscire a far riaprire, nel settembre scorso, a Reggio Calabria, l’unico nido comunale presente in città , 190mila abitanti e 5mila bambini in lista d’attesa.
Una goccia nel mare. «Al Sud, purtroppo, i nidi non sono mai nati, con una grave deprivazioneper i più piccoli, mentre sono fioriti laddove (al Nord) l’occupazione delle donne è piena, al 60%,contro il 20% del Meridione ».(C’è da chiedersi allora dove siano stati deviati i tanti fondi arrivati al Sud in questi anni, proprio per la costruzione di nuovi asili).
Dietro la flessione delle iscrizioni ci sono, per Del Boca, più fenomeni: «L’aumento delle rette, determinato anche da una cattiva gestione dei fondi. L’impoverimento delle famiglie.
La mancanza di lavoro delle donne che quindi restano a casa con i figli, in particolare le immigrate. E infine il calo della natalità ».
Il costo medio di una retta è di circa 311 euro al mese per ogni bambino, secondo un recente dossier di “Cittadinanzattiva”, ma con punte che possono arrivare a 600 euro nel caso di Lecco, il Comune più caro d’Italia.
«Costi impossibili, così i nidi chiuderanno tutti», sottolinea Laura Branca, presidente dell’associazione “Bologna-Nidi”, e curatrice del corposo dossier “Mille nidi in mille giorni”, dallo slogan lanciato nel settembre 2014 dal premier Renzi, ma i cui risultati, venti mesi dopo, ancora non si vedono. Laura Branca è una delle mamme che parteciparono alla cosiddetta “rivolta dei passeggini” contro l’esternalizzazione dei nidi decisa dal Comune di Bologna.
«Quello che emerge dal nostro monitoraggio è un bollettino di guerra di chiusure e strutture cedute in appalto, e questo vuol dire, spesso, una caduta della qualità  », spiega Branca.
«Le cooperative applicano contratti al ribasso, gli educatori vivono una condizione di precariato permanente, aumenta il numero di bambini per operatore, c’è un turn over altissimo e assai negativo per i piccoli. Per tagliare i costi sono scomparse le cucine, i bambini mangiano pasti precotti, ma è solo un esempio. Certo, ci sono ancora struttu- re d’eccellenza, ma le crepe sono ormai dappertutto».
Aldo Fortunati, direttore dell’area educativa dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, approfondisce l’analisi.
«Non c’è una disaffezione culturale verso il nido, le famiglie semplicemente non se lo possono permettere. Anche chi ottiene il posto, o rinuncia in partenza (nel 15% dei casi) oppure, dopo pochi mesi, trasferisce il bimbo in una struttura privata più economica. O, ancora, semplicemente smette di pagare la retta: sono moltissimi i casi di morosità . E a ciò si aggiunge una giungla dei criteri di accesso, che si trasforma in una guerra tra poveri ».
In mancanza di riferimenti nazionali, ogni Comune decide per sè. Chi privilegia le madri che lavorano, chi quelle che non lavorano.
Dice Fortunati: «La nuova legge sul percorso 0-6, che collegherà  i nidi alle scuole dell’infanzia, potrebbe rilanciare tutto il sistema. Perchè i numeri calano, ma la cultura del nido si è invece radicata, basta guardare le regioni del Centro-Nord. È come alla fine degli anni Sessanta: non era ovvio mandare i figli all’asilo, poi ci fu la riforma statale della scuola materna, e oggi il 99% dei bambini la frequenta».
Un progetto antico, quello 0-6, rilanciato dalla senatrice pd Francesca Puglisi nella legge delega della Buona Scuola.
Far uscire i nidi dalla dimensione di alta nursery e considerarli sempre più scuola, seppure facoltativa.
«I Comuni vivono una perenne incertezza sui fondi, che si riverbera sulle aperture e chiusure di nidi. Non condanno l’esternalizzazione, in molti casi le cooperative fanno un lavoro eccellente. Ma riorganizzare le risorse, con standard nazionali decisi dal Miur, come prevede la legge 0-6 – commenta Susanna Mantovani, docente di Psicologia alla Bicocca – può essere una buona strada. Immaginando nuove flessibilità  di orari e servizi, e più formazione degli educatori. È una sfida, ma ai nidi non bisogna rinunciare: per i bambini sono esperienze straordinarie e formative».

Maria Novella De Luca
(da “La Repubblica“)

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IL GIUDICE: “I FIGLI ALLA SCUOLA PUBBLICA”

Marzo 31st, 2016 Riccardo Fucile

LA DECISIONE PER DIRIMERE UNA CONTESA TRA GENITORI SEPARATI: “GLI ISTITUTI PRIVATI POSSONO CONDIZIONARE L’EDUCAZIONE, QUELLI STATALI GARANTISCONO LA NEUTRALITA'”

La scuola pubblica rappresenta una scelta neutra, mentre la privata potrebbe “orientare il minore verso determinate scelte educative o culturali in genere”.
Con questa motivazione, il Tribunale di Milano ha deciso che i figli di una coppia separata debbano frequentare un istituto statale, come chiesto dal padre, e non uno cattolico paritario, indicato invece dalla madre.
La sentenza, firmata lo scorso 18 marzo dal giudice Giuseppe Buffone della nona Sezione civile, conclude che “non si possa affatto dire che la scuola privata risponda “al preminente interesse del minore”, poichè vorrebbe dire che le istituzioni di carattere privato sono migliori di quelle pubbliche “.
Pertanto, conclude il giudice, “la decisione dell’Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell’istruzione pubblica”.
Il caso su cui il Tribunale si è trovato a decidere riguarda due ragazzini di 12 e 9 anni. Quando la famiglia era unita, frequentavano scuole paritarie cattoliche.
Dopo la separazione, nonostante la difficile situazione economica che i genitori si sono trovati ad affrontare, la madre ha insistito perchè fosse garantita ai bambini “un’istruzione in continuità  con quanto fatto fino a quel momento “.
Il giudice della nona Sezione civile, presieduta da Paola Ortolan, ha rimarcato come “pretendere che i figli continuino a godere del medesimo benessere che prima poteva essere garantito costituisce l’espressione di un ‘diritto immaginario’ che non trova tutela nell’ordinamento giuridico “.
E ha concluso che “laddove sussista conflitto dei genitori separati sulla frequenza dei figli tra scuola privata e pubblica”, in mancanza di “evidenti controindicazioni”, allora “la decisione dell’Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell’istruzione pubblica”.
Secondo la statistica del Tribunale, le decisioni riguardanti la scuola sono l’argomento di lite più frequente nelle coppie riguardo ai figli, insieme a quelle sulla residenza.
Laura Cossar, avvocato di diritto di famiglia e membro dell’ufficio di presidenza dell’Ordine degli avvocati di Milano, dice: “La sentenza, che condivido in pieno, mette ordine in una questione che genera diatribe. Capita che la scuola privata risponda a un bisogno identitario del minore, come gli istituti ebraici per i figli di ebrei ortodossi, o gli istituti “nazionali” a cui gli stranieri iscrivono i figli. Ma sono eccezioni. Spesso uno dei genitori fa della scuola privata una questione di appartenenza a un’èlite o un capriccio”. Per l’avvocato Cinzia Calabrese, presidente Aiaf Lombardia, “più in generale, nel momento in cui i genitori non sono in grado di fare una scelta per il figlio e devono rivolgersi a un giudice, significa che non stanno tutelando il suo interesse”.

Franco Vanni
(da “La Repubblica”)

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BRINDISI, PRESIDE VIETA INGRESSO A MADRE IN DECOLLETE’ E “IL PERIZOMA FUORI DAI JEANS”

Marzo 26th, 2016 Riccardo Fucile

LA CIRCOLARE RIGUARDA GENITORI, PROF E STUDENTI: “LA SCUOLA NON E’ UNA SPIAGGIA”… UN GIUSTO RICHIAMO AL RISPETTO DI TUTTI

Niente “scollature, bermuda, perizomi che sbucano dai jeans: la scuola non è un luogo di vacanza”.
E’ scritto nella circolare a firma di Rosanna Maci, la preside dell’istituto Morvillo Falcone di Brindisi, la scuola in cui fu uccisa Melissa Bassi il 12 maggio 2012 nell’attentato messo a segno da Giovanni Vantaggiato.
La prima a fare le spese della circolare sul “decoro” è stata una mamma alla quale la preside ha vietato l’ingresso a scuola a causa di un abbigliamento poco consono al disciplinare interno all’istituto, ovvero un dècolletè giudicato inopportuno dalla dirigente.
La circolare, accolta con qualche mugugno dagli studenti, è stata recapitata in ciascuna delle classi, chiarendo che le regole non valgono soltanto per gli allievi ma anche per docenti, personale Ata e genitori.
Contromisure adottate prima dell’arrivo dell’estate, per evitare che il caldo svesta la popolazione scolastica, senza distinzione fra adolescenti e adulti.
“Perchè a scuola — ha spiegato Rosanna Maci ai suoi allievi – ci si veste in maniera diversa dalla spiaggia, anche se fa caldo».
L’obiettivo è di insegnare un modello di decoro che valga per tutti “dentro e fuori dalla scuola”, ha rimarcato la preside.
“Un esempio che deve partire dalle famiglie, che devono essere le prime a responsabilizzarsi”.
Niente sanzioni disciplinari per i trasgressori, ma sul rigore della circolare ha fatto scuola il precedente della mamma fermata sull’uscio.
“Purtroppo molto dipende dalle famiglie — conclude la dirigente – Se non danno il buon esempio, come possiamo pensare che i ragazzi capiscano che non è concepibile venire a scuola con una scollatura che ne mette il risalto il dècolletè? Ho semplicemente chiesto al genitore di ritornare indossando qualcosa di più consono”.

Sonia Gioia
(da “La Repubblica“)

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GLI STUDENTI INDISCIPLINATI? A ZAPPARE

Dicembre 9th, 2015 Riccardo Fucile

IL PROGETTO DEL COMUNE DI ROVERETO PER IL RECUPERO DEL BOSCO DELLA CITTA’

Perchè punire gli studenti indisciplinati con una sospensione inutile sia per i giovani che per le scuole?
Perchè non mandare il giovane discolo a zappare? Proprio così.
E’ questa l’idea che sta alla base del progetto del Comune di Rovereto in collaborazione con il Museo Civico e le scuole.
Lo racconta un articolo de Il Trentino.
L’assessore alle Politiche Sociali Mauro Previdi ha deciso di rendere riutilizzabile il Bosco della città , un ex vivaio in disuso. Ottomila metri quadrati sui quali coltivare ortaggi, frutta e collocare anche degli alveari.
Ma il progetto, scrive ancora il Trentino, prevede un lavoro di integrazione tra anziani e studenti. I primi che hanno già  da tempo richiesto al Comune un numero maggiore di orti. Per quanto riguarda i secondi:
Non studenti qualsiasi. «Pensiamo di rivolgerci ai ragazzi che fanno fatica a stare a scuola, che hanno problemi di disciplina, i quali, anzichè essere sospesi, potrebbero lavorare qualche giorno nell’orto».
“I ragazzi problematici stanno aumentando notevolmente, ci dicono le scuole – ha spiegato la vicesindaca Cristina Azzolini, che ha anche una lunga carriera scolastica alle spalle, ricorda il Trentino – Le scuole ora non sempre riescono a trovare le risorse per dare delle risposte, a ragazzi che hanno bisogno di nuove motivazioni e non le trovano in classe. Molti istituti ci hanno posto questo problema”.
Il ragionamento fatto quindi dal Comune è questo:
Aumentare le sospensioni non serve più, e diventa una punizione in se stessa, con la quale le scuole non ottengono nulla, o addirittura peggiorano la situazione. […] Nel progetto parteciperebbe anche il Museo Civico, che potrebbe mettere a disposizione la casetta al Bosco della Città  , dove tenere incontri formativi e di preparazione.

(da agenzie)

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