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BAVETTA BECCARIS

Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile

CONSIDERAZIONI DI MARCO TRAVAGLIO SU MARONI, GRILLO, VAL DI SUSA E VIA BELLERIO

Paragonare il ministrucolo degli Interni Bobo Maroni, già  avvocato della Avon di Varese, al generale Fiorenzo Bava Beccaris suona ridicolo, e anche un po’ offensivo per la memoria del generale. La storia, diceva Marx, si ripete spesso, ma in forma di farsa. Infatti oggi siamo ai Maroni.
Col contorno dei politici e giornalisti servi che fanno da degno sottofondo.
Per un intero giorno ci han raccontato che Beppe Grillo aveva definito “eroi” i black bloc, qualcuno l’ha chiamato addirittura “cattivo maestro”, poi s’è scoperto che Grillo parlava dei valligiani pacifici con cui stava parlando, ben prima che scoppiassero le violenze degli infiltrati.
Allora ci han raccontato che Grillo aveva fatto “marcia indietro”, “smentendo” o “rettificando” cose mai dette.
Così si parla del nulla (il Giornale passa al situazionismo ed evoca il ritorno delle “Brigate rosse”), pur di non confrontarsi coi dati scientifici che dimostrano l’inutilità  del Tav.
Solo una caricatura di ministro può immaginare di tenere in stato d’assedio la Val di Susa per vent’anni, schierando 2 mila agenti e militari armati di tutto punto in assetto antisommossa a presidio di cantieri trasformati in fortilizi, con cavalli di frisia, filo spinato e sacchi di sabbia dappertutto, per mandare avanti un’opera che scava un buco di 60 km nella montagna e un altro di 20 miliardi in quel che resta del bilancio dello Stato.
Solo un dilettante del diritto può pensare che qualche magistrato accuserà  i (pochi, per fortuna) violenti No Tav di “tentato omicidio”.
Ma la sua pretesa di sostituirsi alle Procure va compresa.
Maroni è l’unico ministro dell’Interno della storia dell’umanità  condannato per resistenza a pubblico ufficiale, per aver messo le mani addosso ad alcuni agenti della Digos che stavano compiendo il proprio dovere.
È il 1996 e, per conto della Procura di Verona, indagano sulla formazione paramilitare fuorilegge denominata “Guardia nazionale padana”, le celebri camicie verdi: un esercito parallelo armato, come risulta dalle intercettazioni di vari leghisti che, compreso Bossi, parlano di armi.
Il 18 settembre il procuratore Guido Papalia ordina la perquisizione del capo dell’allegra brigata, Corinto Marchini. Ma questi sostiene che il suo ufficio è nella sede della Lega, in via Bellerio a Milano.
La Digos lo porta lì per la perquisizione, salvo scoprire che il presunto ufficio di Marchini è in realtà  di Maroni.
Militanti, dirigenti e parlamentari leghisti si mettono di traverso per impedire il passaggio ai poliziotti, un po’ come le famiglie dei camorristi in certi quartieri di Napoli, quando le forze dell’ordine vanno ad arrestare un boss.
I nostri tutori della legalità  e dell’ordine pubblico insultano gli agenti al grido di “fascisti”, “mafiosi”, “Pinochet” e malmenano tre ispettori.
Maroni, secondo l’accusa, “afferrò per le gambe e trascinò a terra” due poliziotti, Bossi ne “strattonò” un terzo “strappandogli il giubbino e la giacca d’ordinanza”.
Alla fine molti contusi su entrambi i fronti (oggi Maroni direbbe “poliziotti feriti dai terroristi”, solo che all’epoca il terrorista era lui).
Maroni fa in tempo ad azzannare un agente al polpaccio prima di prendere una botta al setto nasale ed essere portato via in barella.
Due anni dopo viene condannato in primo grado a 8 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
Sentenza confermata in appello nel 2001, pena ridotta a 4 mesi e 20 giorni perchè nel frattempo una legge ad Legam ha depenalizzato l’oltraggio.
Condanna definitiva in Cassazione: la “resistenza passiva” dei partigiani verdi “non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento ingiusto a opera dei pubblici ufficiali”.
E quelli di Maroni erano “inspiegabili episodi di resistenza attiva e proprio per questo del tutto ingiustificabili”.
Da allora, quando arriva il loro ministro, gli agenti corrono a indossare stivali molto alti. Inguinali.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NELLA LEGA ORMAI SI E’ SPEZZATA LA CORDA: ANCHE QUELLA DEL TIRO ALLA FUNE SUL TICINO, TRENTA FERITI, TRA CUI ANCHE GIORGETTI

Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile

INCIDENTE ATIPICO ALLA TRADIZIONALE INIZIATIVA DEL CARROCCIO: IL TIRO ALLA FUNE SULLE SPONDE LOMBARDA E PIEMONTESE QUEST’ANNO HA CORRISPOSTO ALLE TENSIONI INTERNE LEGHISTE…. LA CORDA SI E’ SPEZZATA NON SOLO TRA GLI ELETTORI PADANI MA ANCHE SUL FIUME: DECINE DI PERSONE FINISCONO A GAMBE ALL’ARIA E CON ABRASIONI ALLE MANI

Una trentina di contusi e due sospette fratture.
È questo il bilancio dell’incidente a Sesto Calende (Varese) che ha rovinato la festa ai leghisti, riuniti per il tradizionale tiro alla fune organizzato ogni anno tra la sponda lombarda e quella piemontese del Ticino.
Mentre numerosi militanti da ambo le parti la stavano tirando, la corda sul fiume si è spezzata.
Almeno dieci persone, sulla sponda di Sesto Calende, sono cadute a terra, chi battendo violentemente la schiena, chi procurandosi escoriazioni a braccia e gambe.
Trenta in tutto i contusi, che si sono fatti medicare subito dai volontari di una ambulanza presente sul posto, mentre due militanti del Carroccio hanno riportato sospette fratture.
La manifestazione si è conclusa prima del previsto.
Lo stesso Umberto Bossi ha rinunciato all’intervento dal palco e si è seduto a sorseggiare una bibita ai tavolini all’aperto di un bar, senza fermarsi a parlare coi giornalisti.
Il leader del Carroccio era in compagnia, tra gli altri, del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del presidente del Piemonte, Roberto Cota, del capo delegazione all’Europarlamento Francesco Enrico Speroni e dell’europarlamentare Mario Borghezio.
“Vi piacerebbe vederci divisi — aveva dichiarato Marco Reguzzoni prima della gara —, ma non è così, oggi siamo qui a una manifestazione che vuole essere un simbolo di unione della Lega e di due territori”.
Mai parole furono di peggior auspicio.
Appena qualche minuto dopo, quella stessa fune che era stata caricata del ruolo di simbolo dell’unione del partito, si è spezzata.
Non solo: dopo la rottura, i leghisti sono finiti a terra e ne sono usciti con le ossa rotte, emaciati e feriti.
Per qualcuno è Reguzzoni che ha portato sfiga,
Tra i “caduti” di Sesto Calende c’era anche una folta rappresentanza di deputati e senatori, il più malconcio è sembrato essere Giancarlo Giorgetti che, finendo per terra si è procurato una profonda abrasione alle mani, tanto da dover ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Gallarate.
Questo non deve proprio essere il suo periodo fortunato.
La caduta di questo pomeriggio arriva al culmine di un momento decisamente difficile per il segretario nazionale lombardo, che nei giorni del dopo Pontida era finito al centro di un tesissimo braccio di ferro interno al partito.
Una bagarre iniziata proprio dalla richiesta del commissariamento della sua segreteria e che è continuata per una settimana tra attacchi e contrattacchi, scambi di accuse e sotterfugi.
La maggior parte dei partecipanti che tirava la corda senza guanti ha subìto abrasioni alle mani.
La fune si è spezzata poco dopo l’inizio della gara, provocando un contraccolpo che ha fatto cadere in avanti i partecipanti.
Probabile causa della rottura la forte tensione accumulata sulla fune vicino al punto in cui era collegata al trattore, che «partecipava» alla competizione come fosse un concorrente.
Qualcuno ha detto che la “Lega è sempre in grado di rialzarsi e di ripartire più forte di prima”, ma la sensazione è che nonostante l’ostentazione di sicurezza e tranquillità , qualcosa nella lega si sia rotto, e non si tratta di una corda.

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LA RUSSA ARRIVA CON SEI ORE DI RITARDO ALLA RIUNIONE DELLA NATO E LA SPAGNA CI SOFFIA LA BASE RADAR

Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile

L’ITALIA PERDE LA BASE DEL CENTRO DI COMANDO E CONTROLLO DELLA CATENA DI SORVEGLIANZA RADAR NATO DI POGGIO RENATICO, VICINO A FERRARA… AMBIENTI MILITARI: “SIAMO STATI MESSI IN MEZZO. LA RUSSA, QUANDO FINALMENTE E’ ARRIVATO, NON ERA NEANCHE INFORMATO: UN DURO COLPO ALL’ITALIA DERIVANTE DALLA   APPROSSIMAZIONE E AL DISINTERESSE DEL MINISTRO”

«È solo l’ultimo, tragico colpo inflitto dal ministro La Russa alla Difesa italiana, il frutto del suo disinteresse, della sua approssimazione: ma purtroppo è un danno per tutto il Paese, una sconfitta che forse molti non coglieranno, ma che colpisce la sicurezza dell’Italia».
Chi parla così è un ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica: commenta l’incredibile rinuncia di La Russa a mantenere a Poggio Renatico, vicino Ferrara, uno dei due “Caoc” che la Nato prevede nella sua nuova struttura.
I Caoc (Combined Air Operation Center) sono i centri di comando e controllo in cui affluiscono le informazioni da tutti i radar della catena di sorveglianza Nato e nazionale, e da cui partono tutte le informazioni per le basi delle aeronautiche dell’Alleanza e per i controllori di volo civili.
La Nato in Europa ha due Caoc: uno, appunto, a Poggio Renatico, e l’altro per l’Europa centro-settentrionale a Uedem, in Germania.
Cosa è successo?
La Nato da mesi ha avviato un processo di ristrutturazione che doveva tagliare e razionalizzare i suoi comandi in Europa e ridurre il personale.
Per capirci, passare dal 12.000 a circa 8.000 uomini e ridurre di un terzo i comandi.
La settimana scorsa il ministro della Difesa Ignazio La Russa è arrivato con 6 ore di ritardo alla riunione dei ministri della Difesa Nato in cui l’americano Robert Gates salutava per l’ultima volta i suoi colleghi, lanciava il suo allarme sulla Libia, parlava del prossimo ritiro dall’Afghanistan e soprattutto dava gli ultimi ritocchi al piano di tagli.
«Siamo stati messi in mezzo», dice il generale Dino Tricarico, anche lui ex capo dell’Aeronautica ed ex consigliere militare di Berlusconi: «L’Italia doveva perdere solo il comando di Nisida, e invece abbiamo regalato anche Poggio Renatico, che però è strategico nella protezione dello spazio aereo italiano giorno per giorno, anche in tempo di pace».
Altri ufficiali la spiegano così: la ristrutturazione doveva portare da 2 a 1 i comandi aerei.
Tra Smirne (Turchia) e Ramstein (Germania) si è scelto di penalizzare i turchi, per cui Ankara andava compensata: avrà  un comando terrestre.
A questo punto verrà  chiuso il comando terrestre della Spagna, che con la mancata partecipazione alle operazioni in Libia non avrebbe avuto titolo per battere i pugni sul tavolo.
E invece, alla vigilia dalla riunione di Bruxelles, la ministra Carme Chacòn ha scritto una lettera di fuoco al segretario generale Rasmussen.
«A questo punto hanno messo in mezzo La Russa, che arrivato in ritardo, trafelato e disinformato, ha danneggiato l’Italia», dice un generale informato della trattativa.
«La Russa purtroppo ha un capo di Stato maggiore che è un alpino, senza esperienza internazionale, non conosce l’aeronautica e non parla inglese», aggiunge un altro generale in servizio.
La Nato aveva già  preparato un contentino per la Spagna: hanno inventato un “deployable Caoc”, un centro di comando e controllo rischierabile, che quindi in tempi normali non funziona, ma viene “montato” in un altro paese in caso di crisi.
Un comando virtuale.
A La Russa è andata bene così, nel segno della Difesa virtuale.

Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica“)

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MARONI TOGLIE I GIUBBOTTI ANTIPROIETTILE AI POLIZIOTTI PER DARLI ALLE SCORTE DEI POLITICI

Giugno 15th, 2011 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEI SINDACATI DI POLIZIA: SI TOLGONO AGLI AGENTI CHE RISCHIANO LA VITA IN OPERAZIONI PERICOLOSE PER ANDARE A TUTELARE SERVIZI MINORI… E OGGI MARONI FA FINTA DI INDIGNARSI PER I TAGLI DEL 36% ALLA SICUREZZA NEL SOLO 2011, COME SE LUI NON LI AVESSE VOTATI E AVALLATI….E LO SEGNALA SOLO DOPO SEI MESI?

La notizia sembra incredibile ma è vera.
Con Circolare del 19 maggio 2011 del Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Servizio Tecnico Logistico è stata chiesta alle Questure di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Milano, Napoli, Verona, Vibo Valenza, Vicenza e Viterbo , la restituzione di 57 giubbotti antiproiettile “sottocamicia”.
Questo tipo di giubbotto è molto più leggero di quello tradizionale e può essere usato anche alla guida delle automobili e comunque permette di muoversi in piena agilità  durante le azioni più pericolose nel contrasto della malavita.
In passato è già  capitato numerose volte che agenti di polizia siano stati feriti o persino ammazzati proprio durante l’inseguimento di delinquenti in fuga.
In questi casi quel tipo di giubbotto è determinante per salvare la vita di chi opera per la nostra sicurezza.
I sindacati Sap e Siulp in un loro comunicato stampa sottolineano come si sia in presenza di “un deprecabile comportamento, che da un lato mette in luce la drammatica situazione dei conti ministeriali in conseguenza degli enormi tagli operati dalle recenti manovre finanziarie e, nel contempo evidenzia un’ingiustificata mancanza di considerazione degli uomini e delle donne della Polizia di Stato …».
La faccenda assume toni grotteschi quando viene rivelato nella circolare che si giustifica la restituzione con la necessità  di trasferire i giubbotti alle scorte destinate ai politici.
Ancora una volta ” un privilegio di casta” a danno di chi tutti i giorni rischia la vita per la nostra sicurezza ed incolumità , pagando prezzi altissimi.
Proprio stamane, a un convegno sindacale, Maroni ha ricordato che i tagli lineari hanno fatto calare del 36% le risorse del Ministero per il 2011, che sono complessivamente 29 miliardi. Maroni ha sottolineato che “nei giorni scorsi ho inviato una lettera al premier Berlusconi e al ministro Tremonti in cui chiedo un miliardo di euro per il 2011: si tratta di risorse sufficienti per garantire le attività  istituzionali”.-
E’ paradossale che un ministro degli Interni prima voti il taglio dei fondi e poi faccia finta di lamentarsene, come se nulla fosse.
La storia del partito di lotta e di governo ha davvero le gambe corte e il naso di Bobo è diventato ormai come quello di Pinocchio.

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BOSSI NEL MIRINO DEI LEGHISTI VENETI: “ADESSO PASSI LA MANO”

Giugno 15th, 2011 Riccardo Fucile

CRESCE LA   FRONDA DOPO LO SMARCAMENTO DI ZAIA SUI REFERENDUM…E MONTA LA PROTESTA CONTRO UN PARTITO APPIATTITO E LONTANO DALLA GENTE VENETA

“Piccoli leghisti crescono», sibila Bepi Covre, mitico sindaco di Oderzo negli Anni Novanta, parlamentare del Carroccio dal ’96 al 2001.
«Dietro Flavio Tosi e Luca Zaia c’è un’intera pattuglia di sindaci 40enni, gente che si è fatta sul campo e ragiona con la propria testa. Lo si è visto sui referendum…», alla faccia delle parole del Capo.
Oggi Covre è tornato a fare l’imprenditore, si definisce «un leghista di fede maronita», ma resta un gran «confessore» di leghisti veneti, come amano chiamarsi da queste parti quadri e militanti ricordando ogni volta che «la Liga è nata nel 1980 mentre la Lega lombarda solo nel 1984, prima di farsi federare dal carisma padano di Umberto Bossi», come ricorda Francesco Jori nel suo bel libro Dalla Liga alla Lega .
«C’è in giro molta effervescenza nel partito», conferma l’ex sindaco di Oderzo.
«La politica italiana ha un grande difetto: una classe dirigente inamovibile. La gente non ne può più».
In questi tempi globali «i totem vanno messi da parte. Anche Bossi, certo. Un grande attore sa quando uscire di scena».
Intendiamoci, «Umberto è un mito, è la Lega, ma oggi deve capire che è il momento di passare la mano».
Si prenda Zaia: «Sul referendum ha fiutato l’aria portandosi dietro mezza giunta» (gli assessori Stival, Conte e Ciambetti), il capogruppo in Regione Caner e i consiglieri Baggio, Bassi, Corazzari, Finco, Sandri e Tosato. Tutti frondisti.
«Abbiamo incontrato decine di militanti favorevoli all’acqua pubblica e contrari al nucleare, pronti ad andare a votare», conferma Caner. Non era mai successo.
«Questo fiuto Bossi e Berlusconi non ce l’hanno più», chiosa Covre. Naturalmente lui può parlare liberalmente ma dentro al corpaccione lighista è tutto un darsi di gomito. «Mettiamola così», confessa un dirigente di primo piano: «ci si rende conto che è partito il countdown sul dopo Bossi e ci si riallinea».
In questo Tosi e Zaia incarnano una posizione più matura: la chimera del lighismo autonomo dal partito lombardo non porta lontano.
Ogni volta che qualcuno ha provato ad alzarsi da terra è stato decapitato dal Senatur. Franco Rocchetta e Fabrizio Comencini ancora se lo ricordano.
Quest’ultimo nel ’98 fu purgato quando strappò portandosi via dal gruppo regionale 7 consiglieri su otto.
Con il Capo rimase solo Giampaolo Gobbo e da quel momento Bossi gli ha affidato le chiavi del partito.
«Per questo un accordo con la Lombardia resta strategico per i giovani leoni», continua la fonte. «Anche qui, la partita è pro o contro Maroni».
Il sindaco di Verona sta con Bobo, il trevigiano Zaia è più doroteo, per ora non si schiera, anche perchè dentro al partito Tosi è più forte e lo scontro è con il segretario regionale Gobbo, l’uomo della pax bossianlombarda nella ex Serenissima.
Nel frattempo si smarcano entrambi: Tosi da Gobbo su episodi simbolici come la visita del presidente Napolitano e la battaglia congressuale per le segreterie provinciali; Zaia, appunto, sui referendum.
Entrambi sanno che la protesta sta montando in casa.
Sui blog dei militanti i più scalmanati a chiedere un ricambio nella leadership o di mollare i lombardi «imborghesiti» per tornare alla purezza del lighismo, sono proprio i veneti.
A Treviso, nel feudo di Zaia, dalle Regionali 2010 alle provinciali del mese scorso il Carroccio ha perso per strada 91 mila voti, parzialmente recuperati solo grazie alla lista civica «Razza Piave» (37 mila voti) che ha fatto da cestino per i duri e puri delusi dal forza-leghismo di governo.
«Ai referendum i veneti si sono presi la loro autonomia senza guardare in faccia nessuno, non vedendo i segni concreti delle riforme promesse», ammette il leghista Franco Manzato, assessore regionale all’agricoltura.
Certo, «ad oggi non vedo alternative a Bossi. Il Capo è amato dalla base, i colonnelli invece rispettati, cosa diversa».
Anche se, continua Manzato, «qualsiasi governo se oggi non fa riforme tangibili non dura. Non c’è Bossi o Berlusconi che tengano».
Il dopo Bossi? «In politica tutto è possibile tanto più se soffriamo un berlusconismo che non funziona», gli fa eco Toni Da Re, sindaco leghista di Vittorio Veneto.
Dopodichè se «il prossimo leader sia veneto o lombardo, l’importante che sappia dove portarci».
Due mesi fa, l’idea della successione, sarebbe suonata fantapolitica.

Marco Alfieri
(da “La Stampa“)

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CHE COSA CAMBIA CON LA VITTORIA DEI SI’

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

NUCLEARE, ACQUA, LEGITTIMO IMPEDIMENTO: COSA HANNO ABROGATO GLI ITALIANI E COSA CI ASPETTA

E adesso che i referendum sono passati, cosa cambia davvero? Le reazioni a catena dei quattro Sì anticipano qualcosa di nuovo sul futuro dell’Italia.
Non c’è più il legittimo impedimento“
Qui a Milano vogliono fare quattro processi contemporaneamente. Ma dovranno adeguarsi un po’ anche loro alle esigenze del premier. E soprattutto della difesa”. Come ogni lunedì, giorno fissato per le udienze dei processi milanesi a carico di Berlusconi, ieri Niccolò Ghedini era in aula.
Stakanovista, persino erculeo nel gestire tutti i filoni di difesa, deve anche pensare a fare il deputato.
E adesso, senza legittimo impedimento, cosa cambierà ?
“Niente — cantilena Ghedini —, con la corte continueremo a comportarci secondo il principio della leale collaborazione suggerito dalla Consulta”.
Insomma, chiedere di giustificare le assenze per impegni di governo ormai non si può più, e il rischio è che qualche processo possa andare a sentenza prima del previsto. A meno che, circumnavigando il referendum, si agisca su altri fronti.
Per esempio, già  oggi la conferenza dei capigruppo al Senato potrebbe decidere di calendarizzare in aula il disegno di legge sulla prescrizione breve: dopo tre letture è praticamente pronto per andare al voto al Senato (dove la maggioranza non ha problemi di quorum).
Se dopo il 22 giugno la Camera si assestasse, magari puntellata da nuove nomine governative, le carte in tavola cambierebbero a favore di Berlusconi. Ancora una volta.
Niente nucleare: più rinnovabili e carbone
Al contrario, mani legatissime per esecutivo e Parlamento sulla questione nucleare. Almeno nei prossimi cinque anni non sarà  possibile proporre nè legiferare sul tema, rispettando la volontà  popolare che si è appena espressa.
Quindi, più investimenti sulle fonti energetiche tradizionali come carbone e gas (sempre caro a Berlusconi, specie quando arriva dall’amico Putin) e anche sulle rinnovabili.
Sarà  tutto un fiorire di — inquinantissime — centrali a carbone o sboccerà  una vera passione ecologista?
La Borsa di Milano ieri ha puntato sulla seconda ipotesi: in una giornata negativa per il mercato, Enel Green Power ha guadagnato bene, e tutto il comparto ha funzionato sull’onda del voto.
In difficoltà  le utilities
Negativo invece in Piazza Affari l’andamento delle compagnie che gestiscono l’acqua: già  nelle ultime settimane il mercato aveva subodorato la tendenza facendo perdere a titoli come Acea, Hera e Iren valori tra il 5 e il 10 per cento.
“Ed è solo l’inizio — spiega Ugo Mattei, del Comitato acqua —. Nel momento in cui la Gazzetta Ufficiale pubblicherà  l’esito del risultato, dandogli valore di legge, noi chiederemo ai Comuni un calo immediato del 7 per cento sulle bollette emesse dalle società  secondo la previsione del decreto Ronchi.
Dubito però sullo spirito collaborativo, i contratti firmati non prevedono l’ipotesi del cambio di legge in corsa, quindi le varie amministrazioni dovranno cercare una soluzione”.
Per i comitati, dunque, è già  ora di pensare al dopo: abolito il concetto di rendimento garantito sugli investimenti, cancellato il pericolo di obbligo di gara per i servizi pubblici (inclusi trasporti e rifiuti) o di rafforzamento dei privati nell’azionariato, si ragiona sulle prospettive.
“Abbiamo restituito un pezzo di Italia agli italiani — chiude Mattei —. E vigileremo perchè nessuno faccia marcia indietro.
C’è il disegno della Commissione Rodotà  in Senato, abbiamo una nostra proposta da offrire, l’importante è ci sia una volontà  seria di affrontare queste tematiche. Nell’interesse comune, non di chi vuol far fruttare i capitali”.

Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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REFERENDUM NUCLEARE: DIECI MOTIVI PER VOTARE SI’

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

COSTANO TROPPO, SONO PERICOLOSE, NON RISOLVONO I PROBLEMI ENERGETICI…IL RIPENSAMENTO SULL’ATOMO E’ GLOBALE

Non vi fidate di quello che dicono da sempre gli antinuclearisti?
E allora prendete in parola quello che dicono persone caute e ragionevoli come i ministri dei governi di Berlino e di Berna che, nelle scorse settimane, hanno ufficialmente annunciato la chiusura delle centrali atomiche in Germania e in Svizzera.
Se non vi bastano questi esempi, ecco dieci motivi per votare Sì al referendum e andare a tener compagnia a tedeschi e svizzeri, lontano dal nucleare.

1) Il nucleare non è sicuro.
In base al calcolo delle probabilità , ci dovrebbe essere un meltdown di un reattore (la fusione del combustibile, l’incidente più temuto) ogni 250 anni.
Ne abbiamo avuti cinque (Three Mile Island, Cernobyl e tre a Fukushima) in 50 anni.
E le ultime notizie dicono che a Fukushima il combustibile radioattivo è uscito all’aperto, la situazione più pericolosa.
Non è solo un problema di tecnologie più o meno sicure. È anche un problema di banale manutenzione quotidiana.
I rapporti delle agenzie di sicurezza nucleari sono pieni di tetti che gocciolano, tubature che perdono, valvole bloccate, controlli rimandati o trascurati, tutti potenziali motivi di disastro. Sfioriamo ogni giorno l’incidente. Come in ogni industria.
Ma quella nucleare, con il suo carico di radioattività , è la più pericolosa di tutte.

2) L’Italia è un paese sismico. Meno del Giappone, ma con la sua quota di devastanti terremoti (e tsunami, come a Messina nel 1908). La zona meno soggetta è una stretta striscia fra Piemonte e Lombardia, ma i siti previsti dal governo prevedono aree a rischio “moderato”. La scienza dei terremoti è però giovane e approssimativa, come dimostra il recente caso giapponese, dove gli scienziati non si aspettavano un sisma così violento.

3) L’incubo delle scorie. Restano radioattive e pericolose per centinaia di migliaia di anni. Oggi, nel mondo, queste “bombe sporche” sono accatastate a fianco delle centrali.
Nessuno è riuscito a trovare e costruire un deposito sicuro e permanente.
I francesi lo stanno progettando (a carico dello Stato): costerà  15 miliardi di euro, quasi quanto tre centrali atomiche.

4) Il nucleare che viene dall’estero. Assai poco. Secondo le stime ufficiali, l’1,5% dell’elettricità  italiana proviene dal nucleare straniero.
E le centrali straniere sono a non meno di 100 chilometri dai nostri confini, oltre la fascia più pericolosa (circa 40 chilometri)

5) L’effetto serra. È la carta migliore a disposizione dei nuclearisti. Ma va vista in proporzione. Senza centrali atomiche, il mondo, oggi, produrrebbe 2 miliardi di tonnellate di Co2 in più. Una cifra importante, ma non decisiva: trasformare a gas le attuali centrali a carbone consentirebbe di risparmiarne di più.

6) La dipendenza energetica.
Quale? Le macchine continueranno ad andare a benzina, che il nucleare non produce. Quanto all’elettricità , il gas, oggi, con le nuove fonti non convenzionali, è diventato economico e abbondante. In futuro ne importeremo sempre di più da Usa, Polonia e Sudafrica e sempre meno da Russia e Libia.

7) Lo sviluppo delle rinnovabili. Grandi centrali nucleari presuppongono una rete di distribuzione molto concentrata, che unisce grossi centri di consumo a grossi centri di produzione. Tutto il contrario delle rinnovabili, che hanno bisogno di una rete (produzione – distribuzione) molto leggera e diffusa.

8) Costa troppo. Il prezzo di un kilowattora nucleare è dato dal costo di costruzione della centrale che lo produce. Questo costo continua a salire.
Le centrali proposte dall’Enel costerebbero, oggi, 6-7 miliardi di euro l’una, quanto basta per mettere il kw nucleare fuori mercato.
Questo sovracosto ce lo troveremmo in bolletta.
Negli Usa, negli ultimi mesi, su quattro progetti di centrali atomiche in corso, due sono stati congelati, due sono andati avanti.
Quelli congelati dovevano servire aree in cui c’è il mercato libero dell’elettricità .
Quelli che sono andati avanti serviranno aree in cui le norme consentono di caricare i costi di produzione sugli utenti. In termini generali, il solo piano Enel assorbirebbe investimenti per 25-30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.

9) Affari e occupazione. La metà  degli appalti di una centrale riguarda, in realtà , reattore e turbine, che compreremmo chiavi in mano dall’estero. A regime, finita la fase di costruzione, una centrale impiega poche centinaia di persone. In Germania, 40 mila persone lavorano nel nucleare, 440 mila nelle rinnovabili.

10) Se ne può fare a meno.
Anche con un rilancio immediato, il nucleare non è una risposta ai problemi di oggi dell’energia italiana.
Sarebbe una risposta ai problemi di domani: con i tempi di costruzione di una centrale, il nucleare non darebbe un apporto significativo prima del 2025-2030.
A quella data, secondo il piano Enel, dovrebbe fornire il 12,5 % del fabbisogno di elettricità . Secondo alcuni studi, fra vent’anni, le rinnovabili italiane (solare, vento, piccolo idroelettrico, geotermia) potrebbero arrivare a soddisfare il 36 % del fabbisogno.
Se, a quel punto, non avremo trovato una superbatteria, per colmare i vuoti di produzione di fonti volatili come fotovoltaico ed eolico (legate, oggi, all’effettiva presenza di sole e vento) si può pensare a piccole centrali a gas di complemento.
Si può essere meno ottimisti e puntare obiettivi meno ambiziosi del 36 %.
Contro il 12,5% che dovrebbe assicurare il nucleare italiano, i tedeschi contano di portare dal 17 al 38% – venti punti in più – la loro quota di rinnovabili. Entro il 2020.

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IL NUCLEARE IN ITALIA? DECISO DA MAZZETTE E INTERESSI PRIVATI, LO SVELA WIKILEAKS IN UN CABLO SEGRETO DELL’AMBASCIATORE USA A ROMA

Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile

IL DIPLOMATICO INFORMAVA WASHINGTON CHE “ALTI UFFICIALI” DEL GOVERNO BERLUSCONI AVREBBERO PRESO TANGENTI PER COMPRARE TECNOLOGIE E CENTRALI FRANCESI

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti.
Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu.
Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici.
Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.
Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.
Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende.
Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno — secondo i dossier statunitensi — senza esclusione di colpi.
Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987.
Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin.
La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore.
Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare.
E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta.
Più difficile — scrivono nel 2005 — convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà ”.
La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma.
Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”.
Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.
Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi.
Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti.
In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno.
E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta.
Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.
L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore.
Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”.
Con una minaccia: “Vediamo già  un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”.
I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già  manovrando e facendo lobbying per i contratti”.
Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama.
“Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.
Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia.
Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto.
E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali.
A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.
L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare“.
Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle.
E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà  ingiustamente negata l’opportunità  di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza.
Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “è anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità  per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.
Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca.
Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “è una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”.
Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin“.
E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà  in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel“, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perchè ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”.
Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità  locali ai nuovi reattori.
“L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali — sostengono i nostri contatti — un revival nucleare sarà  veramente improbabile“.
Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività  produttive della Camera.
Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza.
Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata.
Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”.
Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”.
Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori.
Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità  per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”.
Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà  la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”.
Ma i diplomatici americani “stanno già  lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.
Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge.
A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”.
Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano.
E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà  vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo.
Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi.
Cumo è il nome che piace anche a Washington perchè “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.
Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani.
Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani.
Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”.
In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.
Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”.
Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009.
Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità  decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”.
Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società  di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”.
L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società  italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo — azienda della terra di Scajola — ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”.
L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia — che controlla Ansaldo Nucleare — al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.
E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi.
Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”).
Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”.
E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.
Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”.
Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”.
Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.

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LA SVIZZERA DICE STOP ALLE CENTRALI NUCLEARI: FERMATA GRADUALE CON TERMINE 2034

Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile

PER LE SCORIE L’IPOTESI DI UN DEPOSITO A 180 KM DA MILANO….LO SMANTELLAMENTO DELLE CENTRALI SVIZZERE SARA’ RIPAGATO VENDENDO ELETTRICITA’ ALL’ITALIA

Se c’è qualcuno che di referendum se ne intende va cercato in Svizzera.
Con l’ultima consultazione di metà  maggio, ad esempio, Zurigo ha bocciato la proposta di negare agli stranieri l’eutanasia.
Assolutamente pacifico, dunque, che negli ultimi anni i cittadini elvetici di ogni ordine e grado si siano espressi a più riprese anche sull’energia nucleare, confermando invariabilmente la loro vocazione «atomica».
Solo il 14 febbraio scorso, nel cantone di Berna, i residenti dicevano «sì» alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Mà¼hleberg, che avrebbe dovuto rimpiazzare quello esistente, uno dei cinque rossocrociati, in funzione dal 1971.
Una vittoria risicata, con un margine di soli novemila voti su 367 mila.
Un segnale che, al di là  delle Alpi, la fede nucleare stava iniziando a vacillare anche prima di Fukushima.
Nel 1990, sotto l’effetto Chernobyl, il 54,6% degli svizzeri aveva optato per una moratoria nucleare di dieci anni.
Moratoria, si badi bene, non chiusura.
Nel 2003 due proposte anti-nucleari furono rigettate in un colpo solo, con il 66 e il 58% dei votanti.
E non più tardi del mese di novembre dello scorso anno l’Ispettorato federale per la sicurezza nucleare ha dato il via libera a una rosa di tre siti (Niederamt, Beznau e, appunto, Mà¼hleberg) dove ubicare due nuove centrali.
Curioso, per di più, che proprio nella «verde» Svizzera si sia verificato nel 1969 l’unico episodio europeo di fusione del nocciolo: avvenne in una caverna a Lucens, vicino a Losanna, e interessò un reattore pilota da 6 megawatt.
Colpisce, dunque, che proprio qualche giorno prima della decisione ufficiale della Merkel, la settimana scorsa anche la nostra nuclearista vicina settentrionale abbia invertito rotta, scegliendo di abbandonare l’energia da fissione.
Questa volta non per referendum, ma per decisione governativa.
Un addio «graduale», che farà  sì che il distacco degli impianti si scaglioni tra il 2019 e il 2034. Un periodo durante il quale, vendendo l’elettricità  anche all’Italia, i previdentissimi svizzeri si garantiranno l’alimentazione del fondo che dovrà  ripagare lo smantellamento.
Ed è proprio il capitolo smantellamento, e trattamento delle scorie, che accomuna in parte Roma e Berna.
Entrambe hanno il problema di trovare un luogo, nel sottosuolo profondo, dove stoccare definitivamente le loro scorie ad alta, media e bassa intensità .
In Svizzera però, a differenza che in Italia, sono già  state individuate sei aree papabili: cinque a nord, tra Sciaffusa, Zurigo e il Giura.
Una a Wellenberg, nel Nidwalden. Per intendersi, a 240 chilometri di autostrada da Milano, poco più di 180 in linea d’aria.
Lo scorso febbraio, nel Nidwalden, l’80% dei votanti ha detto «no» in un referendum al deposito delle scorie.
Lì, forse, la Svizzera assomiglia di più all’Italia.

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