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BALDASSARRI: “RUBERIE MOSTRUOSE DA CANCELLARE”

Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA, SENATORE DI FLI: “FORNITURE, APPALTI, ACQUISTI ALL’ESTERNO: ALTRO CHE INDENNITA’, SONO QUESTI I VERI COSTI DELLA POLITICA”… COME SI POSSONO RISPARMIARE 50 MILIARDI

A prescindere della spending review sulla spesa pubblica che il governo Monti ha già  intrapreso, secondo Mario Baldassarri si può incidere in maniera significativa sugli sprechi stabilendo alcune regole semplici che possono garantire da sole risparmi per 40-50 miliardi di euro all’anno.
Perchè non è al numero di parlamentari o al loro stipendio che bisogna fare la guerra, secondo il senatore… ma alle «ruberie mostruose» che si annidano nella amministrazione pubblica.
Monti ha confermato che sta facendo la spending review che dovrebbe aiutare a impostare una politica seria di tagli alle spese
«Se spending review vuol dire fare l’inventario di tutte le spese delle amministrazioni pubbliche non ne usciremo mai, altro che governo tecnico: ci diamo appuntamento tra 30 anni».
In un recente rapporto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giarda sottolinea che «in tutti i decenni passati la velocità  di crescita della spesa pubblica è stata quasi sempre superiore alla crescita del Pil».
«Con Piero Giarda eravamo nella commissione tecnica della spesa pubblica 25 anni fa e già  allora scoprimmo che una penna Bic poteva costare da 300 a 3000 lire. I veri costi della politica non sono negli stipendi o nel numero dei Parlamentari. Se impostassimo un taglio di metà  dei loro stipendi e del numero di deputati e senatori risparmieremmo 450 milioni di euro all’anno. Invece ne buttiamo altrove 45 miliardi. Sono questi i costi della politica veri».
E dove si può incidere?
«Partiamo dal totale della spesa pubblica. Sul 2011 la spesa pubblica ammonta a 820 miliardi di euro, più o meno il 52 per cento del Pil.
Le voci più importanti sono anzitutto gli stipendi della pubblica amministrazione (181 miliardi), le pensioni (250 miliardi) e gli interessi sul debito (87 miliardi).
Le prime due sono bloccate, sulla terza, ahimè non si può intervenire. Una quarta voce riguarda gli investimenti ma è una voce che abbiamo costantemente tagliato, che non si può sacrificare ulteriormente e che vale 36 miliardi. Quindi bisogna incidere sulle voci che mancano».
Quali?
«È su queste ultime, che riguardano gli acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione, che si annida un 30 per cento di ruberie mostruose. Questa voce comprende forniture, appalti, global service, insomma le lenzuola, le medicine o le siringhe dell’ospedale. Sono 137 miliardi di euro. Infine, una voce molto nascosta negli ultimi anni, è quella dei contributi alla produzione, 42 miliardi che nel 2011 scendono a 39. Il totale è un patrimonio da 180 miliardi che si può aggredire con enormi risultati».
E perchè non si è mai fatto sinora?
«Perchè il nodo è politico: significa tagliare il brodo di coltura di 300 mila persone che si nasconde e prospera nella zona grigia che sta tra politica, economia e affari. Faccio un esempio. Ogni posto letto italiano consuma ogni giorno nove siringhe. La degenza media è di nove giorni. Mediamente ogni paziente che esce da un ospedale dopo nove giorni dovrebbe avere 81 buchi…
Un altro elemento di riflessione: mentre i fondi perduti sono stabili, nel 1990 gli acquisti per beni e servizi erano 52 miliardi; nel 2000 erano lievitati a 86 miliardi; ma nel 2011 sono letteralmente esplosi a 137 miliardi. Solo nella sanità  abbiamo registrato un aumento di queste voci del 50 per cento in ultimi cinque anni — neanche ci fosse stata un’epidemia di colera!».
Cosa si può fare?
«Tutti i sussidi vanno trasformati in credito d’imposta. Io ti do il sussidio, ma tu stai sul mercato, mandi avanti l’azienda e riscuoti quando paghi le tasse. Mentre sugli acquisti bisogna dare un budget.
E dire: tutte le p.a. possono spendere sulle voci di spesa quello che hanno speso nel 2009, più l’inflazione. I risparmi così ammonterebbero secondo me a 40-50 miliardi all’anno.
Occorrono tagli verticali sulle voci sospette, non orizzontali. E i tagli di Tremonti sono stati un errore non solo perchè erano orizzontali ma perchè calcolati sull’andamento tendenziale. Il trucco era: ti taglio il 10 per cento su quello che spenderai l’anno prossimo. Ma magari tu prevedevi di spendere il 20 per cento in più. Ecco perchè la spesa pubblica continuava a salire nonostante Tremonti desse l’impressione di tagliare sempre».

Tonia Mastrobuoni
(da   “La Stampa”)

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IL BIDONE F35 COSTA 15 MILIARDI MA È DIFETTOSO

Dicembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

L’ITALIA STA COMPRANDO 131 CACCIA BOCCIATI DA USA E CANADA

Il supermoderno, super-tecnologico, supersofisticato e supercostoso cacciabombardiere F35 Joint Strike Fighter non funziona come dovrebbe.
Non lo dice qualche prevenuto contestatore del progetto o qualche pacifista oltranzista.
Lo scrive il Pentagono in una nota interna di cui ha dato notizia l’agenzia Afp e che il Fatto ha potuto consultare.
È un bel guaio che ci riguarda da vicino.
L’F35 non è solo il più gigantesco e caro programma attualmente avviato dalla Difesa Usa capofila di un gruppo di paesi, con un valore stimato di 385 iliardi di dollari.
Anche l’Italia è direttamente interessata alle sorti di quel velivolo perchè partecipa alla sua realizzazione, anche se in misura modesta e soprattutto sta per acquistarne la bellezza di 131 esemplari con una spesa preventivata eccezionale: oltre 15 miliardi di euro fino al 2026.
Senza contare gli elevatissimi costi di esercizio.
Secondo il sito Altreconomia che riporta i risultati di uno studio dell’ufficio di analisi economiche dal Parlamento canadese, tra manutenzione e gestione ogni F35 costa nell’arco di vita preventivato la bellezza di 450 milioni di dollari.
Che moltiplicato per il numero di aerei che l’Italia vorrebbe acquistare fa un po’ meno di 60 miliardi di dollari, 45 miliardi di euro.
Il fatto che oltretutto l’aereo prodotto dalla Lockheed Martin non funzioni al meglio e che quindi siano necessari aggiustamenti per farlo volare in sicurezza e con le migliori prestazioni comporta inevitabilmente un perfezionamento dei progetti e dei programmi di produzione e implica un aggravio di costi.
Di quanto, al momento è impossibile dire, ma i difetti indicati dalla commissione di studio messa al lavoro dal dipartimento della Difesa Usa non sono per niente marginali e questo fa supporre che i cambiamenti necessari in corso d’opera possano risultare seri e assai cari.
Ovvio che questi costi suppletivi finiscano per incidere sul prezzo finale del cacciabombardiere. L’Italia potrebbe quindi trovarsi di fronte alla sgradevole situazione di dover sborsare altri soldi oltre quelli previsti, per di più in una fase in cui ai cittadini il governo sta chiedendo sacrifici durissimi.
Dal momento che la decisione definitiva sull’F35 non è stata ancora presa, che il governo è cambiato, che c’è un nuovo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola e il contratto di acquisto non è stato ancora perfezionato, questa potrebbe essere l’occasione per un ripensamento complessivo.
Anche perchè, indipendentemente dai costi rilevanti, molti nutrono seri dubbi sull’opportunità  per la Difesa italiana di dotarsi di un’arma del genere, con caratteristiche non in linea con il nostro modello militare difensivo.
Il progetto dell’F35 sembra nato sotto una cattiva stella.
Sono anni che va avanti tra problemi tecnici a ripetizione, ritardi rispetto ai tempi programmati e aggravi di spesa continui.
All’inizio il costo di ogni velivolo era stato preventivato in 80 milioni di dollari, ma prima ancora che sia pienamente avviata la produzione è salito di almeno 50 milioni calcolando il costo medio delle tre tipologie di velivolo programmate.
La nota del Dipartimento americano della Difesa è il risultato di un lavoro di studio affidato a una “piccola squadra”, avviato il 28 ottobre e terminato nei giorni scorsi.
Ufficialmente si chiama Quick Look Review, cioè esame veloce, ma in realtà  è un rapporto assai dettagliato di 55 pagine, compresi numerosi grafici e tabelle.
La conclusione è sorprendente perchè i tecnici raccomandano un “riesame serio dell’organizzazione della produzione”. La nota mette in evidenza numerosi difetti tra i quali le vibrazioni e gli scossoni constatati durante i voli di prova che comporterebbero problemi non da poco per l’affaticamento eccessivo dei piloti. Tra i vizi individuati ne emergono cinque, tra i quali il più significativo appare quello del meccanismo di aggancio della coda nella versione C che non consentirebbe di eseguire atterraggi sulle portaerei. Tutti gli otto test di atterraggio eseguiti sarebbero falliti.
Per gli F35, l’Italia ha già  speso circa 2 miliardi e mezzo di euro.
Quasi 2 miliardi per lo sviluppo del progetto e il conseguente passaggio alla fase industriale, più 600 milioni per l’ampliamento e l’ammodernamento dello stabilimento di Cameri in provincia di Novara.
In quei capannoni l’Alenia della Finmeccanica produrrà  l’ala sinistra del cacciabombardiere e assemblerà  quella parte di velivoli destinati all’Europa e non prodotti direttamente dalla Lockheed Martin negli Stati Uniti.

Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE AMICIZIE INTERESSATE DI FINMECCANICA: QUEI DUE MILIONI DI EURO A GIORNALI E FONDAZIONI

Dicembre 12th, 2011 Riccardo Fucile

DECINE DI ASSOCIAZIONI, SPESSO LEGATE AI POLITICI, HANNO RICEVUTO COMPLESSIVAMENTE DA FINMECCANICA UN MILIONE E 856 MILA EURO

L’elenco è stato consegnato da Lorenzo Borgogni ai pm napoletani Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, che indagano su un filone diverso: la presunta corruzione internazionale all’ombra delle commesse estere del colosso della difesa.
I rumors sulla lista sono montati ancor di più dopo le dichiarazioni, rilasciate al Fatto e rilanciate recentemente in tv, di Aldo Di Biagio, un finiano eletto nel 2008 con il Pdl, che ha confidato di avere ricevuto un’offerta da parte di un collega che gli proponeva — in cambio dell’abbandono di Fini – una donazione di
Finmeccanica per una sua fondazione.
Un racconto ovviamente tutto da riscontrare.
La lista consegnata ai pm napoletani ci dice che i contributi e le sponsorizzazioni alle fondazioni dei politici esistono ma sono di importi minori e bisogna evitare le generalizzazioni.
Accanto a fondazioni e giornali sconosciuti ci sono nomi di associazioni e riviste prestigiose come l’Accademia dei Lincei, Limes e Micromega. Molte fondazioni poi vantano una missione (magari non condivisibile) e una storia decennale.
Spesso sono guidate e presiedute dagli stessi nomi illustri come Gianni Letta e Giuliano Amato o Giulio Tremonti.
Gli importi possono far sorridere rispetto al fatturato di Finmeccanica, eppure la lista è utile per disegnare la mappa delle relazioni e la lobby del gruppo.
E forse anche per dare un senso all’incredibile tenuta del duo Guarguaglini-Borgogni nonostante le inchieste.
L’elenco è composto di quattro tabelle e comprende le spese per le associazioni (per un totale di 474 mila euro); le spese promozionali per la pubblicità  sulle testate più diverse, per un totale di 668 mila euro, i progetti condivisi con la stampa per 469 mila euro e infine le sponsorizzazioni per gli eventi per 245 mila euro.
Nella prima tabella, quella dei soldi alle associazioni, non poteva mancare un contributo di 25 mila euro alla famigerata Trilateral commission, della quale fanno parte pochi italiani (da Mario Monti e Pierfrancesco Guarguaglini, da Marco Tronchetti Provera a Enrico Letta) al centro di molte teorie complottistiche.
Un altro think tank atlantico, l’Istituto per gli Affari Internazionali di Stefano Silvestri, ha ottenuto 26 mila euro; all’Aspen Institute, presieduto da Giulio Tremonti e che aveva come segretario il futuro membro del Governo Monti, Marta Dassù, sono andati 35 mila euro più 12 mila e 500 impegnati per la rivista Aspenia.
Alla prestigiosa Accademia dei Lincei sono andati solo 5 mila euro mentre l’Associazione amici del Gonfalone ha potuto contare su 20 mila euro più altri 40 mila per la pubblicità .
Chissà  se c’entra la presenza nel suo comitato direttivo di Lorenzo Borgogni, ancora oggi sul sito internet accanto all’ingegnere della Cricca: Angelo Balducci.
Civita, associazione bipartisan con presidente Antonio Maccanico e presidente onorario Gianni Letta, ha ricevuto 22 mila euro
Meno nota la Fondazione Foedus di Mario Baccini alla quale, da budget 2011, dovrebbero andare ben 25 mila euro.
Speriamo servano a rilanciare la sua attività  che — almeno stando al sito è da anni in fase di stanca. Al Comitato Leonardo che ha premiato nel 2008 Pierfrancesco Guarguaglini, l’ingrata Finmeccanica ha destinato solo 2mila e 500 euro.
Poi ci sono 20 mila euro per il Comitato Atlantico Italiano che “svolge da oltre cinquanta anni attività  di studio sui temi di politica estera… relativi all’Alleanza Atlantica” e che è presieduto da Enrico La Loggia del Pdl.
Altri 25 mila euro sono andati al Centro Studi Americani, presieduto da Giuliano Amato e la stessa cifra è andata alla Fondazione Magna Carta del vicepresidente del gruppo del Pdl al senato Gaetano Quagliarello.
Le sponsorizzazioni sono molte di meno ma più ricche.
Per il Cestudis, Centro Studi sicurezza diretto dal parlamentare del Pdl ed ex generale Luigi Ramponi, Finmeccanica ha messo a budget 40 mila euro.
Altri 70 mila sono andati al Bogheri Melody 2011, che si è tenuto questa estate nel borgo natio di Guarguaglini, Castagneto Carducci.
Tra le pubblicità  (già  oggetto di un precedente articolo del Fatto) spunta l’immancabile rivista della Fondazione presieduta da Massimo D’Alema, Italianieuropei, con un budget stanziato nell’era Borgogni-Guarguaglini pari a 50 mila euro; meno degli 83 mila euro destinati a Specchio economico e ai 110 mila euro previsti per E’Italiausa, una pubblicazione semisconosciuta fondamentale per Finmeccanica: riceve lo stanziamento più grande ed è edita dalla Italplanet di Domenico Calabria.
Alla rivista delle Formiche, fondata da Marco Follini, vanno 30 mila euro.
A Limes vanno 27 mila e a Micromega 12 mila euro.
Nella lista troviamo anche Tempi di Luigi Amicone (10 mila euro), l’andreottiano Trenta giorni (18 mila euro) e persino San Francesco Patrono d’Italia, con 50 mila euro.
Tra i progetti condivisi, a spese di Finmeccanica, si segnala invece l’Arel, che ha come segretario generale Enrico Letta, con un budget di 10 mila e 500 euro e Il Riformista, quotidiano diretto da Emanuele Macaluso e vicino al Pd, con 45 mila euro.
C’è anche Astrid, presieduta dall’ex ministro di centrosinistra Franco Bassanini con un misero stanziamento di 5mila.
Mentre più consistente (60mila euro) è la cifra impegnata a budget per il progetto comune con la società  So.Ge.Si., della moglie di Luigi Martini, presidente Enav, ex parlamentare di An, indagato nel caso Finmeccanica a Roma proprio insieme a Lorenzo Borgogni.
Per altri progetti comuni.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TANTO PER CAMBIARE, UN COMMA RINVIA I TAGLI ALLE PROVINCE

Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

I TEMPI SARANNO DEFINITI CON UNA LEGGE…L’INCOGNITA DEL VIA LIBERA DEI PARTITI

Mario Monti ha imparato a proprie spese che cosa significhi toccare le Province.
Tutti, a destra come a sinistra, sentenziano che sono inutili. Tutti, a sinistra come a destra, dicono che bisogna abolirle.
Guai, però, soltanto a sfiorarle. Subito parte la sassaiola.
Che mai è stata così violenta: questa volta avevano capito che si stava facendo sul serio, anche per l’urgenza di mandare un segnale chiaro e inequivocabile a Francoforte. Ricordate la famosa lettera della Banca centrale europea firmata congiuntamente dal presidente uscente Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi, pubblicata lo scorso 29 settembre dal Corriere ?
Meno esplicito, il suggerimento che conteneva non poteva essere: «C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)».
E Monti l’ha preso talmente sul serio da aver trovato un grimaldello micidiale per assestare un colpo mortale a quegli enti, senza dover ricorrere a una faticosa modifica costituzionale.
Ha semplicemente svuotato le Province dei loro scarsi poteri, disponendo per decreto la conseguente abolizione delle giunte e la drastica riduzione dei consigli provinciali.
Difficile dire se avesse messo nel conto la pioggia di pietre che gli sono arrivate addosso da tutte le parti.
Destra e sinistra ancora una volta davvero in sintonia.
«Noi ce ne andiamo dall’Unione delle Province italiane», ha ringhiato il presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani, pidiellino.
«Tagliamo tutto quello che dobbiamo tagliare, ma non a casaccio», ha messo le mani avanti il leader della sinistra Nichi Vendola.
Mentre dal segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, arrivava ai rivoltosi un messaggio di tangibile solidarietà : «Avete tutto il nostro sostegno. Vi appoggiamo perchè la vostra è una battaglia di democrazia».
Intanto il presidente della Conferenza delle Regioni, il democratico Vasco Errani, ammoniva: «Attenti. Ci possono essere costi più alti. Il personale, per esempio, dove va a finire?».
E il deputato del Pd Enrico Gasbarra, ex presidente della Provincia di Roma, tagliava corto: «Cancellare gli eletti dal popolo senza che abbiano terminato il loro mandato la trovo una scelta demagogica e grave».
Ma a Monti nemmeno il suo successore Nicola Zingaretti le mandava a dire: «Siamo quelli che di più si sono impegnati per ridurre o eliminare la spesa pubblica. Chi oggi guida le Province lo fa perchè è stato votato da milioni di italiani».
Senza contare poi altri aspetti non marginali del problema, come dimostra il caso della Provincia di Bologna, attualmente impegnata in un investimento di oltre 30 milioni per costruire una nuova sede. A quel punto assolutamente inutile.
Nel Pd, insomma, il malumore cresceva fino a prendere la forma di una protesta semiufficiale contro la decadenza automatica e per decreto delle giunte e dei consiglieri. Idem capitava nel Pdl, dove volavano anche parole grosse all’indirizzo della decisione di Monti. «Gettano fumo negli occhi e fanno demagogia», ha commentato il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà , berlusconiano di ferro.
Nè ha usato particolari diplomazie il presidente dell’Unione Province, Giuseppe Castiglione, pidiellino e presidente della Provincia di Catania: il quale ha minacciato il ricorso alla Corte costituzionale, anche dopo la notizia che il governo ci aveva ripensato.
All’articolo 23 della versione definitiva del decreto «salva Italia» è infatti spuntato a sorpresa un comma con il quale si stabilisce che sarà  una «legge dello Stato» a dire entro quale termine gli organi delle Province decadranno.
Se sia stato il Quirinale a imporre questa modifica, preoccupato per le possibili proteste alla Consulta, oppure se sia il risultato delle pressioni inaudite che si sono scatenate, lo sapremo presto.
Vero è che difficilmente, se fosse scoppiato un contenzioso davanti alla Corte costituzionale, la Corte suprema avrebbe potuto dare man forte al governo bocciando i ricorsi di consiglieri eletti per cinque anni e dimissionati per decreto.
La conseguenza è che nel frattempo in 4.520 hanno tirato un bel respiro di sollievo.
Tanti sono consiglieri e assessori che potenzialmente avrebbero rischiato di perdere la poltrona, come diceva la versione di partenza della norma, il 30 novembre 2012.
E che adesso, invece, potranno sperare di arrivare almeno fino alla fine del loro mandato. Il che non è un dettaglio.
La maggior parte delle giunte provinciali in carica ha ancora tre anni e mezzo di vita.
Per allora potrà  succedere di tutto.
Questo è il vero rischio: il governo di Mario Monti non durerà  oltre la primavera del 2013.
E possiamo già  scommettere che assisteremo a una estenuante melina per non far vedere la luce a quella legge prima di allora.
L’importante è che questo imprevisto, che però non era nemmeno troppo complicato prevedere, non diventi la pietra tombale dell’operazione compromettendo la vera sostanza del provvedimento, cioè il trasferimento delle competenze provinciali a Comuni e Regioni entro il prossimo 30 aprile.
Saranno quelli, e non i tagli delle poltrone (che la relazione tecnica alla manovra cifra in 65 milioni di euro), a dare i risparmi in prospettiva più consistenti.
Meno passaggi intermedi, meno burocrazia, meno veti da dover rimuovere ogni volta che c’è da prendere una decisione.
Vi pare poco?

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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REGIONI A CONFRONTO: SE NEL RESTO D’ITALIA CI SI REGOLASSE COME IN LOMBARDIA LO STATO RISPARMIEREBBE 785 MILIONI SOLO DI ORGANICI

Novembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

DOPPI INCARICHI E   ASSUNZIONI CLIENTELARI, NON SOLO AL SUD: IN PIEMONTE IL DOPPIO DI DIPENDENTI DELLA LOMBARDIA…STRUTTURE ELEFANTIACHE E INEFFICIENTI, AUTO E BLU E LIVELLAMENTO

Non è vero che tutti i giudici sono schiacciati dagli arretrati.
Nicola Durante, ad esempio, al Tar di Salerno deve avere un mucchio di tempo libero. Infatti fa anche il dirigente alla Regione Calabria.
Due lavori, due stipendi, benefit deluxe. A partire dall’auto blu.
Prova provata che nelle Regioni, se Mario Monti userà  le forbici, c’è da tagliare, tagliare, tagliare.
Si pensi che la Campania ha più dipendenti che Lombardia, Piemonte e Liguria insieme. E che organici «alla lombarda» permetterebbero risparmi per oltre 785 milioni.
Dice un rapporto della Corte dei Conti che quelle Regioni varate nel 1970 per alleggerire lo Stato, si sono via via gonfiate come un panettone impazzito.
Al punto che oggi quelle 15 che sono a statuto ordinario hanno 40.384 dipendenti.
Vale a dire 78,8 ogni 100 mila abitanti.
Tanti, ma vale più che mai la regola del pollo di Trilussa.
C’è infatti chi non arriva a 34, come appunto l’ente guidato da Roberto Formigoni, e chi sfonda la barriera del suono clientelare come il Molise.
Dove Michele Iorio, dello stesso partito del collega milanese (a dimostrazione che anche in questo caso le differenze di colore non sono poi così importanti) governa su un piccolo regno che ogni centomila abitanti di regionali ne ha 291: 8 volte e mezzo di più.
«Polentoni» e «terroni»? Fino a un certo punto.
Tanto è vero che, sempre rispetto all’unità  di misura citata, la «destrorsa» regione Piemonte di dipendenti ne ha 70,5 e cioè più del doppio dei cugini lombardi.
E non ha neppure peso, come dicevamo, la tintura rossa o blu.
Prova ne sia che l’Umbria, da sempre amministrata dalla sinistra, ha proporzionalmente il doppio dei «regionali» (159 contro 74,5 ogni centomila residenti) della vicina Toscana. Quanto alla tanto maledetta «Roma ladrona», il Lazio si ritrova a essere con l’indice 62,8 non solo nettamente al di sotto della media ma addirittura di regioni comunemente più virtuose quali l’Emilia-Romagna (68) o la Liguria (68,6).
Una giungla inestricabile.
Che dimostra come il principio di autonomia costituzionale abbia avuto giorno dopo giorno un’interpretazione assai singolare: ogni Regione va per conto proprio.
Con sprechi e diseconomie in molti casi allucinanti.
Basti dire che, se si utilizzasse come criterio generale il parametro della Lombardia (quei 34 «regionali» scarsi ogni centomila residenti) quelle quindici regioni ordinarie, che hanno esattamente le stesse competenze, potrebbero tagliare addirittura 23.015 unità .
E svolgere gli stessi compiti quotidiani con appena 17.369 persone.
Con un risparmio, per le casse pubbliche, di 785 milioni e 350 mila euro l’anno.
È la somma che avrebbe permesso lo scorso anno di compensare largamente il costo (645 milioni) degli interventi d’emergenza per i disastri ambientali.
Oppure permetterebbe di coprire in nove anni il costo del piano straordinario di infrastrutture per il Sud.
Per non parlare dei risparmi impliciti nel dimagrimento di strutture spesso elefantiache e inefficienti: ogni ufficio in più, ogni dirigente in più, ogni funzionario in più vuole mettere becco in questa o quella pratica.
Non sono una ricchezza: sono un lacciuolo supplementare.
Ci sono numeri davanti ai quali è impossibile non fare un salto sulla sedia.
Quei 17.369 dipendenti che utilizzando il «parametro lombardo» basterebbero a far funzionare le 15 Regioni ordinarie, sono infatti meno di quanti sono oggi in carico alla Campania (che negli ultimi quattro anni ha ancora gonfiato gli organici di circa il 10%), alla Puglia, alla Calabria, alla Basilicata.
I quali sono 17.607.
E non parliamo della Sicilia. Dove, secondo i giornalisti Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria, autori del libro «La zavorra» (un atto d’accusa della classe dirigente locale micidiale proprio perchè scagliato da siciliani) i dipendenti complessivi del ciclopico carrozzone guidato da Raffaele Lombardo, compresi forestali e precari e dipendenti delle Asl, sono 144.147.
Ma ne riparleremo.
Per adeguarsi al parametro virtuoso, il governatore della Campania Stefano Caldoro sarebbe costretto ad affrontare moti di piazza: dovrebbe perdere 6.007 dipendenti, con un risparmio pazzesco, pari a oltre il 68% della spesa per gli stipendi.
Parliamo di una cifra che nel 2009 avrebbe coperto un terzo del disavanzo sanitario regionale.
Ma ancora più dura sarebbe la cura per una Regione “rossa” per eccellenza come l’Umbria. Il suo personale dovrebbe dimagrire di quasi il 79%, passando da 1.432 a 305 unità .
E anche le Marche potrebbero avere bruttissime sorprese, dovendo scendere da 1.487 a 529 dipendenti. Mentre il personale di una terza Regione storicamente amministrata dal centrosinistra, la Basilicata, sarebbe ridotto di cinque volte: da 1.052 a 200.
C’è chi dirà : certo, Stato, Regioni ed Enti locali sono da sempre un ammortizzatore, soprattutto al Sud.
Vogliamo licenziare tutti quelli in soprannumero? Buttare nella disperazione, di questi tempi, decine di migliaia di famiglie? No, certo.
Ma è fuori discussione che numeri come quelli devono dare risultati diversi.
Garantire un’efficienza diversa. Da recuperare anche attraverso una maggiore elasticità . E una rottura con vecchi meccanismi inaccettabili a maggior ragione dall’Europa, chiamata oggi a intervenire per arginare problemi dovuti proprio alla scarsa credibilità .
Quale credibilità  può avere, ad esempio, una regione come quella campana governata fino all’anno scorso da Antonio Bassolino dove le promozioni sono state distribuite per anni nel modo indecente denunciato da un rapporto degli ispettori della ragioneria generale dello Stato?
C’è scritto, in quel dossier, che pressochè tutti i dipendenti hanno goduto, nel periodo compreso fra il 2002 e il 2008, di «progressioni orizzontali».
Cioè, in gergo tecnico, aumenti di stipendio concessi nel pubblico impiego a parità  di mansione.
Fatta eccezione per 21 persone che proprio non potevano essere salvate a causa di gravi provvedimenti disciplinari, solo fra il 2004 e il 2005 ne hanno goduto in 7.254 sui 7.275 allora in servizio.
Vale a dire il 99,7%.
Dov’è, il «merito»? Perchè mai un inglese, un francese, un danese dovrebbero tirar fuori soldi per un Paese come il nostro se prima non spazza via scelte clientelari e indecenti come queste?
Come la spieghiamo, agli europei, la sproporzione insultante nella distribuzione dei dirigenti?
Il record assoluto lo detiene il Molise.
Con 320 mila abitanti, non solo ha quei 934 dipendenti regionali di cui dicevamo. Ma la bellezza di 87 dirigenti: undici volte di più, in proporzione, di quelli che avrebbe allineandosi alla Lombardia: 8.
Ma sono tante le regioni che perderebbero grappoli di dirigenti: scenderebbe da 221 a 128 del Veneto, da 114 a 35 l’Abruzzo, da 93 a 23 l’Umbria, da 167 a 52 la Calabria, da 71 a 15 la Basilicata…
Una strage di colletti bianchi. Immaginatevi dunque la preoccupazione, nel caso il nuovo governo decidesse di mettere ordine, di quel «colletto» di cui dicevamo, il calabrese Nicola Durante. Un uomo dalla doppia vita.
Nella prima guadagna una busta paga come giudice del Tar di Salerno, dove dicono di vederlo quando c’è udienza e dove mesi fa ha annullato il sequestro di una casa abusiva perchè il decreto di abbattimento non era stato notificato al titolare dell’abuso ma consegnato a mano a suo fratello.
Nella seconda fa il Capo dell’Ufficio Legislativo della regione Calabria, dove è stato preso dal governatore Giuseppe Scopelliti con un contratto da 176.426 euro e 57 centesimi l’anno. Più una «retribuzione annua di risultato».
Più i rimborsi spese «a pie’ di lista».
Più il «trattamento di missione nella misura massima prevista per la dirigenza regionale». Più, a spese dei cittadini, si capisce una speciale «copertura assicurativa della responsabilità  civile e amministrativa per i danni eventualmente arrecati a terzi o alla Regione nell’esercizio dell’attività  istituzionale, ivi comprese le eventuali spese di giudizio sostenute».
«E l’auto blu?», direte voi ansiosi. Tranquilli: ce l’ha, ce l’ha…

Sergio Rizzo e Guan Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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REGIONE SICILIA: PENSIONI E STIPENDI D’ORO AI BUROCRATI: BUSTE PAGA DOPPIE RISPETTO ALLA LOMBARDIA

Novembre 26th, 2011 Riccardo Fucile

AL SEGRETARIO REGIONALE 13.000 EURO ALMESE, IL SUO OMOLOGO A MILANO NE PRENDE 6.500…UN CONSIGLIERE PARLAMENTARE CON QUALIFICA DI DIRETTORE GUADAGNA 9.200 EURO AL MESE, IN LOMBARDIA SI FERMA A 3.790

Il palazzo d’oro non garantisce solo stipendi da favola, consentendo a un commesso di guadagnare più di un dirigente scolastico o a uno stenografo non laureato di guadagnare quattro volte di più di un insegnante di ruolo.
Il Palazzo garantisce anche pensioni impensabili per qualsiasi altro dipendente pubblico.
I numeri sono stati messi nero su bianco proprio dagli uffici del Palazzo in questione: per la prima volta l’Assemblea regionale siciliana rende note le cifre delle pensioni dei suoi ex dipendenti, qualifica per qualifica, con uno studio calcolato su 35 anni di contributi, il minimo per andare a riposo nell’amministrazione dorata del più antico parlamento d’Europa.
E le cifre sono impressionanti, specie se confrontate con quelle di un altro organismo consiliare come il Consiglio regionale della Lombardia, il tutto grazie all’autonomia ma anche a scatti d’anzianità  automatici riconosciuti dall’Assemblea che consentono incrementi stipendiali ben superiori a quelli dell’inflazione Istat.
E se è incontestabile che la Sicilia ha uno Statuto autonomo e che l’Ars ha una storia centenaria, è anche vero che in un momento di crisi come questo giustificare il costo del personale dell’Assemblea siciliana, doppio rispetto a quello di una regione come la Lombardia, è davvero difficile.
I dipendenti di Palazzo dei Normanni sono equiparati a quelli del Senato, in virtù della tanto vantata autonomia.
Grazie a questa equiparazione, sancita nella prima seduta di Sala d’Ercole nel 1947, oggi le retribuzioni non sono minimamente comparabili con quelle degli altri organismi consiliari regionali del resto d’Italia, compresi quelli delle altre regioni a Statuto speciale.
All’Ars un segretario generale, incarico ricoperto attualmente da Giovanni Tomasello, con 24 anni di anzianità  ha uno stipendio netto tabellare pari a 13.145 euro al mese in 16 mensilità . Un suo pari del Consiglio regionale della Lombardia guadagna 6.590 euro netti in sole 13 mensilità .
Lo stipendio del segretario generale, carica che all’Ars è ricoperta da due persone, è maggiore anche di pari funzioni di consigli di altre regioni a statuto speciale: per esempio il segretario del Consiglio della Valle d’Aosta, Christine Perrin, guadagna 8 mila euro lordi al mese.
Chiaramente con questo divario anche le pensioni risulteranno differenti, e di molto: un segretario generale con 35 anni d’anzianità  all’Ars ha garantita una pensione di 12.263 euro netti al mese, in Lombardia di 5.931 euro.
Le cifre sono incomparabili anche per tutte le altre qualifiche: in Assemblea, a esempio, un consigliere parlamentare con incarico di direttore con 24 anni d’anzianità  guadagna 9.257 euro netti al mese, un suo pari in Lombardia si ferma a 3.790, con il risultato conseguente che la vecchiaia per il primo sarà  dorata, per il secondo un po’ meno.
Perchè l’Ars garantirà  a questo consigliere parlamentare una pensione di 9.715 euro netti al mese, il Consiglio della Lombardia di 3.411.
Le differenze di retribuzione riguardano comunque tutte le qualifiche fino alla più bassa, quella dei commessi. Differenze di retribuzione dovute non solo alla “specialità ” siciliana, ma anche al tipo di contratto.
Quello dei dipendenti dell’Ars prevede infatti scatti d’anzianità  automatici, cosa impensabile in Lombardia: “Qui lo stipendio tabellare delle varie qualifiche non cambia in base all’anzianità  e rimane sempre fisso – dicono dall’ufficio retribuzioni del Consiglio regionale lombardo – in questo modo un dipendente può avere aumenti di stipendio solo se con concorsi interni cresce di qualifica”.
Con questo meccanismo in Lombardia un commesso di massimo grado, cioè di categoria D3, può arrivare nella migliore delle ipotesi a guadagnare 1.566 euro netti al mese, che diventano 2 mila con un’indennità  aggiuntiva che copre gli straordinari.
Quando andrà  in pensione questo commesso lombardo avrà  un assegno mensile di 1.409 euro.
Numeri che farebbero a dir poco sorridere i 120 commessi dell’Assemblea regionale, che con 24 anni d’anzianità  arrivano a guadagnare 3.736 euro netti al mese e possono contare su una pensione dorata da 3.439 euro.
Nel dettaglio l’Ars garantisce pensioni elevate a tutti i suoi dipendenti: uno stenografo parlamentare avrà  minimo 6.324 euro al mese, un coadiutore 4.184 euro e un tecnico amministrativo 3.746 euro. Netti, chiaramente.
Ecco perchè entrare a Palazzo dei Normanni è il sogno di tutti i siciliani: qui si rimane sempre al riparo dalle intemperie e si vive davvero fuori dal mondo.

Antonio Fraschilla

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IL VITALIZIO DEI PARLAMENTARI ITALIANI: ECCO COME FUNZIONA IN FRANCIA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA E IN EUROPA

Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL CONFRONTO DEI DATI RIVELA L’ASSURDA NORMATIVA DELLA CASTA ITALIANA CHE PERCEPISCE UNA CIFRA FINO A QUATTRO VOLTE SUPERIORE A QUELLA DI ALTRI PAESI EUROPEI

Italia
Il vitalizio in Italia scatta al 65° anno di età , dopo cinque anni di mandato effettivo. Il limite di età  però diminuisce fino ai sessanta anni in relazione agli anni di mandato parlamentare svolti. L’importo del vitalizio comunque va dal 20 al 60 per cento dell’indennità  parlamentare a seconda degli anni passati in Parlamento. È anche previsto un contributo dell’8,60% che equivale a 1006,51 euro.
Importi
Con 5 anni, 2486,86 euro
Con 10 anni, 4973,73 euro
Con 15 anni, 7.460,59 euro

Francia
In Francia il vitalizio scatta dal 62°anno di età . In più dal primo gennaio 2018 non sarà  richiesto un limite minimo di mandato. L’importo è predeterminato in base al numero di anni di contribuzione, con un limite massimo di 41,5 anni di contributi. Anche in Francia è previsto un contributo che è del 10,55% (787 euro). Se si versa anche un contributo facoltativo i singoli importi salgono, ma il tetto resta a 6300 euro.
Importi
Con 5 anni, 780 euro
Con 10 anni, 1500 euro
Con 41,5 anni, 6300 euro

Germania
In Germania il vitalizio scatta al 67° anno di età  se si è fatto un anno di mandato. L’importo è pari al 2,5% dell’indennità  parlamentare per ogni anno di mandato fino ad un massimo di 27 anni che corrisponde al 67,5% dell’indennità . I deputati non versano alcun contributo.
Importi
Con 5 anni, 961 euro
Con 10 anni, 1917 euro
Con 15 anni, 2883 euro
Con 27 anni, 5175 euro

Gran Bretagna
In Gran Bretagna il vitalizio è legato ai contributi versati e scatta al 65°anno di età . Il contributo varia dal 5,9% all’11,9%. Con il contributo minimo il vitalizio è 1/60 della retribuzione moltiplicata per gli anni di mandato, con il contributo dell11,9 sale a 1/40 dell’ultima retribuzione moltiplicata per gli anni passati in Parlamento. Qui sono riportati solo gli importi massimi in base agli anni di mandato.
Importi
Con 5 anni, 794 euro
Con 10 anni, 1588 euro
Con 15 anni, 2381 euro

Parlamento europeo
Anche per i parlamentari europei è previsto un vitalizio che scatta al 63° anno di età . L’importo è pari al 3,5 per cento dell’indennità  parlamentare per ogni anno di mandato, fino ad un massimo complessivo del 70 per cento dell’indennità . I deputati non versano alcun contributo. Oltre i 20 anni il vitalizio non aumenta. Questo regime è in vigore dal 2009. Prima il vitalizio era deciso da ogni singolo paese.
Importi
Con 5 anni, 1392 euro
Con 10 anni, 2784 euro
Con 20 anni, 5569 euro

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AGENTI DI CUSTODIA, 750 RECLUTE FERME. MA SERVONO PER LA PARATA DEL MINISTRO

Novembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

LA POLIZIA PENITENZIARIA E’ SOTTO ORGANICO, FINALMENTE ARRIVANO DELLE ASSUNZIONI MA NITTO PAOLA HA VOLUTO LE RECLUTE PER LA SFILATA A ROMA… L’ASSEGNAZIONE ALLE SEDI PUO’ ASPETTARE

Da due mesi 750 reclute della polizia penitenziaria sono inutilizzate, in attesa di essere impiegate nelle carceri italiane che soffrono di una cronica carenza di personale.
Sono rimaste “disoccupate”per tutto questo tempo perchè hanno dovuto attendere di essere passati in rassegna ieri a Roma, dal ministro della Giustizia Nitto Palma.
Il Guardasigilli ha sfileto davanti a loro a bordo di una lussuosa jeep cabrio nel corso della cerimonia di giuramento del 163/mo corso che si terrà  nella Scuola di formazione della Polizia Penitenziaria di via di Brava 99.
Ma questa cerimonia è stata pesantemente ctiticata dai sindacati di polizia, in particolare da quelli di area centrodestra. “È un inutile spreco di risorse”, tuona Domenico Mastrulli, segretario generale dell’Osapp. “Inopportuna – ha aggiunto – nel momento in cui il governo è dimissionario”.
“Mandate quegli agenti nelle zone colpite dall’alluvione in Liguria”, è l’appello al ministro della Giustizia di Donato Capece e Roberto Martinelli, segretario generale e segretario generale aggiunto del Sappe.
“Di quelle 750 reclute – aggiungono – 100 si erano “diplomati” nella scuola di Cairo Mmntenotte. Anzichè stare fermi nelle scuole a fare nulla, sarebbe stato meglio destinarli a Genova per metterli a disposizione delle autorità  e della Protezione Civile. Nell’immediatezza dell’esondazione dei torrenti, nella zona di Marassi, una trentina di agenti hanno fornito un importante contributo ai cittadini del quartiere devastato”.
Ma l’appello a Nitto Palma di mandare i neo-poliziotti “a spalare fango a Genova” è rimasto inascoltato.
Anche il vice capo del Dap, Simonetta Matone, ha rifiutato la proposta dei sindacati: quegli agenti dovevano servire per la sfilata davanti al ministro.
La parata simil militare, sì.
Aiutare le popolaziioni liguri vittime dell’alluvione, no.
Prendere servizio nelle carceri super affollate, no.
Solitamente il giuramento si teneva nella Scuola dove si era svolto il Corso di Formazione, tra Parma, Roma, Sulmona, Cairo Montenotte e Catania.
Nonostante i tagli lineari del governo Berlusconi che hanno messo in ginocchio il sistema-sicurezza in Italia, il ministro Nitto Paola ha deciso comunque di spostare tutti i 750 agenti a Roma e di organizzare così un mega giuramento in pompa magna.
È come se, per intenderci, il ministro La Russa decidesse di spostare tutte le reclute di tutte le caserme d’Italia a Roma, per giurare fedeltà  alla Patria.
Nitto Palma, per disinnescare la mina di una manifestazione di protesta annunciata dai due sindacati proprio nel giorno della cerimonia, li ha ricevuti promettendo loro una accelerazione della procedura di assegnazione delle reclute.
Il Sappe ha ricordato al Guardasigilli come il sistema carceri sia “alle soglie dello “stato di calamità ” con oltre 67mila detenuti presenti, a fronte dei circa 43mila posti letto, e 7mila e 500 agenti in meno in organico”.
I soldi sprecati per la fastosa cerimonia del giuramento nella Capitale avrebbero potuto, sostengono i sindacati, finanziare “il mancato pagamento di migliaia di missioni svolte dal personale. Le decine di migliaia di ore di lavoro straordinario non pagate. Il miglioramento delle pessime condizioni di molti posti di servizio nei quali quotidianamente lavorano i “baschi azzurri””.
La protesta sindacale è stata dunque sospesa. Ma il malumore delle organizzazioni di categoria resta.
“Questi 750 neo agenti – spiega ancora Mastrulli, avrebbero potuto tranquillamente fare il giuramento nelle tre scuole d’Italia dove hanno svolto il corso. È stato troppo costoso farli venire apposta a Roma”.
Solo 300 agenti, infatti, saranno ospiti all’interno della scuola di Roma, gli altri saranno alloggiati in albergo e quindi ci saranno 2000 notti da pagare, pullman dell’amministrazione che viaggiano per mezza Italia, andata e ritorno, spese di missione.
Un costo stimato dai sindacati in alcune decine di migliaia di euro.
Troppi, in un momento di crisi dell’economia. E della politica.

(da “L’Espresso”)

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E NELLA LEGGE DI STABILITA’ RISPUNTA LA REGALIA DI 150 MILIONI DELLA LEGGE MANCIA, RELATORE IL LEGHISTA GARAVAGLIA

Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile

VERGOGNOSA REINTRODUZIONE DELLA POSSIBILITA’ PER I PARLAMENTARI DI DISTRIBUIRE FONDI PER I PROPRI COLLEGI…LE OPPOSIZIONI: “VERGOGNA, PER GENOVA NEANCHE UN EURO”… LE MARCHETTE DELLA LEGA LADRONA

La commissione Bilancio del Senato ha approvato la legge di stabilità  e il relativo maxi-emendamento del governo alla legge di stabilità .
La maggioranza ha votato a favore, il Pd si è astenuto, Idv ha votato contro mentre il terzo Polo non ha partecipato al voto.
Il testo sarà  in aula domattina per essere licenziato in giornata.
Intanto, nelle pieghe del ddl Stabilità , arriva anche il rifinanziamento della ‘legge mancia’ in base alla quale i fondi sono decisi dai parlamentari per i loro collegi.
Lo prevede l’emendamento omnibus al ddl Stabilità  presentato dal relatore, Massimo Garavaglia (Lega), che destina 150 milioni di euro per il 2012-2013 al “finanziamento di interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività  sportive, culturali e sociali” previste dalla legge di Stabilità  del 2010.
L’emendamento rifinanzia di 100 milioni per il 2012 e di 50 milioni per il 2013 la legge dello scorso anno che stanziava 50 milioni per l’anno in corso.
A sua volta questa norma riprendeva una disposizione della Finanziaria del 2003 che fu rifinanziata nei tre anni successivi.
Il nome di questa legge è dovuto al meccanismo in base al quale i soldi stanziati verranno ripartiti: sarà  una risoluzione bipartisan delle commissioni Bilancio di Camera e Senato a indicare le opere a cui andranno i fondi (“attività  sportive, culturali e sociali” dice l’emendamento del relatore) e che in passato hanno riguardato molti piccoli interventi di qualche decina di migliaia di euro (associazioni, parrocchie, oratori, società  sportive, ecc) specie nei piccoli comuni dei collegi di senatori e deputati.
Una norma che provoca le ire dell’opposizione: “A quanto pare finora nel ddl stabilità  non c’è un euro per i danni dell’alluvione a Genova e in Liguria. A fronte di questa grave inadempienza appare ancora più incredibile lo scandaloso rifinanziamento con 150 milioni di euro della legge mancia, un chiaro atto da maggioranza e governo al capolinea”.

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