Destra di Popolo.net

ALLA CAMERA APPALTO A SOCIETA’ SCHERMATA DA UNA FIDUCIARIA: IL RISCHIO INFILTRAZIONE ENTRA A MONTECITORIO

Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ASSEGNATO L’APPALTO DA 15 MILIONI DI EURO PER LA FORNITURA DI COMPUTER A UNA DITTA COPERTA AL 94% DA UNA FIDUCIARIA LOMBARDA…LA SOCIETA’ ESCLUSA PARLA DI PALESE VIOLAZIONE DEL CODICE DEGLI APPALTI PUBBLICI

I computer della Camera dei deputati potrebbero essere affidati a una società  di cui non si conoscono i reali proprietari.
L’anno scorso, infatti, Montecitorio, col placet del collegio dei questori (capeggiati dall’ex Psi e attuale Pdl, Maurizio Colucci) ha assegnato un appalto da 15 milioni di euro per la gestione dei propri servizi informatici alla Tecnoindex spa.
Si tratta di una società  con sede a Roma, schermata al 94% da una fiduciaria lombarda (che a sua volta è controllata al 61% dalla lussemburghese De Vlaminck sa, n.d.r.): un’architettura che di fatto consente di nascondere l’identità  dei soci.
Sulla carta, dunque, i pc della Camera, con tutti i loro contenuti, potrebbero essere messi nella mani di una società  dietro cui potrebbe nascondersi chiunque.
Eppure, nel codice degli appalti pubblici è previsto il “divieto di intestazione fiduciaria”: una norma che ha proprio lo scopo di evitare che le amministrazioni appaltanti non abbiano il controllo del reale soggetto che si aggiudica l’appalto, e di contrastare il rischio di infiltrazioni occulte e mafiose.
Proprio a questo divieto si sono aggrappati i legali della società  che è arrivata seconda alla gara, la ravennate Business-e, per presentare ricorso al Consiglio di giurisdizione della Camera.
“L’appalto è stato aggiudicato a una società  la cui effettiva gestione e direzione è affidata a un’altra società , la De Vlaminck sa, di cui non è possibile conoscere gli effettivi soci, con palese violazione dell’articolo 38 del codice degli appalti pubblici”, sostengono gli avvocati.
Inizialmente, il ricorso è stato accolto dal Consiglio presieduto dal finiano Giuseppe Consolo, che ha provveduto così ad annullare l’aggiudicazione.
Ma successivamente, l’amministrazione della Camera ha presentato appello contro questa stessa sentenza, con l’obiettivo di assegnare definitivamente l’appalto (15 milioni di euro per tre anni) al raggruppamento Intersistemi-Tecnoindex.
Secondo lo staff di Montecitorio, non c’è nessun mistero dietro la società  vincitrice: il 29 novembre 2010 (cioè solo dopo che e-Business ha presentato ricorso), la Brianza fiduciaria, infatti, avrebbe svelato l’identità  dei soci nascosti.
Si tratterebbe della Nous Informatica, una società  “tutta italiana” che nulla ha a che vedere col Granducato.
Resta il fatto che, secondo gli avvocati di Business-e, “la società  lusemburghese ‘De Vlaminck’ è socia di maggioranza della Brianza fiduciaria, che a sua volta è azionista al 94% proprio della Tecnoindex spa”, come scrivono i legali nel contro-appello presentato lo scorso 28 luglio.
La disputa ora dovrà  essere risolta dal collegio d’appello della Camera, dove, oltre a Paniz (Pdl), siedono Donato Bruno (Pdl), Pierluigi Mantini (Udc), Renato Zaccaria (Pd), e Alessandro Ruben (Fli).
Il verdetto è atteso proprio in questi giorni.

Elena Boromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GLI ITALIANI TIRANO LA CINGHIA, AL MINISTERO DELLA DIFESA VIAGGIANO IN MASERATI

Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile

SEI NUOVE MASERATI DEL VALORE DI 600.000 EURO ARRIVATE ALLO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO AL CASTRO PRETORIO A ROMA… A CHI SARANNO DESTINATE?

Il capitolo “casta” delle forze dell’ordine si allunga giorno dopo giorno.
Dopo le auto blu della polizia, ora si scopre che domenica sera, in gran segreto, sarebbero arrivate a Roma sei Maserati nuove di zecca.
Valore commerciale, almeno 600 mila euro.
A denunciarlo è stato ieri GrNet.it , portale di informazione su sicurezza, difesa e giustizia.
Le auto di lusso sarebbero state parcheggiate all’interno del reggimento logistico dello Stato maggiore dell’esercito, una struttura nei pressi di Castro Pretorio, e sarebbero state acquistate con l’esercizio finanziario corrente.
Ufficialmente non si sa ancora a chi siano destinate, ma si potrebbe ipotizzare che verranno utilizzate dai capi di Stato maggiore delle Forze armate, dalla direzione nazionale armamenti e dalla direzione del personale.
E forse una potrebbe essere messa a disposizione dei vertici civili del ministero della Difesa.
“Dopo i tagli operati dalle varie finanziarie e i blocchi stipendiali, i militari non pensavano proprio che in tempi di magra ci fossero i fondi per acquistare delle supercar”, si legge sul sito GrNet.it .
La notizia è stata ripresa dal Partito diritti militari: “I militari e i carabinieri — spiegano il fondatore, Maurizio Turco, e il segretario Luca Marco Comellini — sono costretti a comprarsi le tute mimetiche e gli altri accessori con i propri soldi mentre qualche giorno fa sono state consegnate al ministero della Difesa 6 nuove Maserati, per un costo superiore ai 600.000 euro”.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PONTE SULLO STRETTO? LA UE BUTTA IL PROGETTO NEL CESTINO

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

TRISTE FINE PER UN’ALTRA PALLA MEDIATICA DEL PREMIER: BOCCIATO IL PROGETTO… BRUXELLES: “SE L’ITALIA VUOLE IL PONTE SE LO DEVE PAGARE”

A Bruxelles nessuno ci ha mai creduto davvero.
Eccetto forse Antonio Tajani quando era commissario Ue ai Trasporti.
Con la pubblicazione delle linee guida delle grandi reti infrastrutturali nel campo dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni, il progetto del Ponte sullo Stretto finisce definitivamente nel cestino.
Non ce n’è infatti traccia nella lista delle priorità  strategiche delle grandi reti transeuropee per il periodo 2014-2020.
Per quanto riguarda l’Italia si parla dei collegamenti ferroviari Napoli-Bari, Napoli-Reggio e Messina-Palermo. Ma del Ponte sullo Stretto nemmeno l’ombra.
A togliere ogni dubbio ci ha pensato Siim Kallas, attuale commissario Ue ai Trasporti: “Non prendiamo alcun impegno, è il Governo italiano a dover prendere una decisione”.
Il che tradotto in parole semplici vuol dire “l’Europa non ci mette nemmeno un euro perchè non è un progetto importante”.
Insomma, se il Governo Berlusconi vorrà  davvero costruire “il ponte più lungo del mondo” dovrà  farlo di tasca propria.
E non sarà  facile, dal momento che il coordinamento degli studi sugli impatti del Ponte sullo Stretto ha stimato un costo di circa 9 miliardi di euro, senza contare le centinaia di milioni spesi finora in studi e valutazioni preventive.
Non fa una piega il ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli: “Il Ponte per il governo resta una priorità  essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell’Italia”.
Tant’è che se Bruxelles non ne vuole sentire parlare, “il Ponte sullo Stretto lo faremo con i soldi dei privati”.
Se non ci fossero di mezzo interessi per miliardi di euro sembrerebbe quasi una questione di principio.
Strano che, vista la “vitale importanza” del Ponte per i trasporti italiani ed europei individuata dal ministro Matteoli, la Commissione europea non ne abbia riservato nemmeno un euro dei circa 50 miliardi destinati alla realizzazione delle grandi reti transeuropee, 31,7 dei quali solo per i trasporti (il resti andrà  alle reti energetiche e delle telecomunicazioni, in particolare alla diffusione di Internet a banda larga).
Si tratta delle cosiddette reti TEN-T, un network fatto di assi prioritari ferroviari, marittimi, portuali e telematici che dovrebbe connettere tutta Europa in modo efficiente e univoco, il completamento ultimo del mercato interno europeo.
Più che un progetto unico una visione dell’Europa del futuro, elaborata per la prima volta negli anni Ottanta e finanziata con miliardi e miliardi di euro.
Insomma, contrariamente al Ponte sullo Stretto, una cosa seria.
Di sicuro non si può parlare di decisione “anti-italiana”, dal momento che rientrano nelle priorità  individuate dall’Ue l’inserimento nel corridoio Baltico-Adriatico dei collegamenti ferroviari e delle piattaforme multimodali di Udine, Venezia e Ravenna, i porti di Ravenna, Trieste e Venezia, l’asse ferroviario Torino-Lione e Genova-Milano-Svizzera, il tunnel del Brennero, il potenziamento della ferrovia Napoli-Reggio Calabria e della tratta Napoli-Bari.
Forse anche un miglioramento del collegamento tra Messina e Palermo.
“A Bruxelles era chiaro che si trattava solo di un bluff del governo italiano. Esisteva solo nella testa di Berlusconi e Matteoli”, ha commentato a caldo Giommaria Uggias (Idv) membro della commissione Trasporti al Parlamento europeo.
“Nelle istituzioni europee era risaputo che il ponte non sarebbe mai stato finanziato. Meglio liberare risorse per opere pubbliche essenziali e alternative come ferrovie ordinarie e collegamenti marittimi”.
L’unico rischio concreto è di perdere questi finanziamenti per l’inerzia del governo italiano. Si perchè quelli dell’Unione europea sono solo “cofinanziamenti”, ovvero possono essere stanziati solo in aggiunta ai finanziamenti nazionali di un determinato progetto. Il che vuol dire che l’Ue mette solo una parte, di solito inferiore al 10%, dei soldi che servono alla realizzazione, ad esempio, di una certa tratta ferroviaria.
Se Roma non mette il resto, quindi l’assegno più grosso, Bruxelles si riprende i fondi. E’ quello che si sta rischiando con il corridoio V Lione-Trieste.
Al di là  della battaglia in Val di Susa, l’Italia sta rischiando di perdere l’aiuto Ue per l’assenza di fondi nazionali stanziati al progetto e l’incapacità  delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia di trovare un accordo su dove far passare i binari al loro confine. Nonostante questo rischio, il Ministro Matteoli promette di trovare i 9 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN ARRIVO LA RIVOLUZIONE DELLE DATE DI SCADENZA SUI PRODOTTI ALIMENTARI

Ottobre 13th, 2011 Riccardo Fucile

ARRIVANO DALL’INGHILTERRA NUOVE REGOLE PER EVITARE GLI SPRECHI… “OCCORRE PRECISARE CHE I PRODOTTI SONO COMMESTIBILI ANCHE DOPO IL GIORNO INDICATO”

La data è scaduta, ma la scatoletta di cibo è ancora in frigo: che fare?
Mangiarlo lo stesso, magari dopo avergli dato una annusatina, oppure gettarlo nella spazzatura?
Questo dilemma, comune a milioni di famiglie nell’Occidente del consumismo, non si porrà  più nel Regno Unito, dove il governo ha deciso di abolire l’avvertenza “sell by” (vendere entro – seguita da una data) che appare attualmente sulle confezioni di tutti i tipi di prodotti alimentari.
Il motivo è evitare o perlomeno limitare uno spreco colossale: gli esperti calcolano che 5 milioni di tonnellate di roba da mangiare, la cui data di vendita è scaduta ma che in realtà  è ancora perfettamente commestibile, vengono buttate via ogni anno, per un valore di 12 miliardi di sterline (circa 14 miliardi di euro), soltanto in Gran Bretagna.
Lo sperpero così generato ha conseguenze sul budget delle famiglie, che spendono una media di 700 sterline l’anno (850 euro) per cibo che non viene utilizzato, e in senso più ampio sul bilancio della società : gli alimentari buttati via aumentano le dimensioni dei rifiuti da trasportare agli appositi depositi dell’immondizia ed eventualmente da eliminare, operazioni che costano denaro e causano inquinamento.
E disfarsi di prodotti ancora buoni, in un mondo incapace di sfamare tutta la sua popolazione, è un controsenso che mette sotto accusa l’intera catena alimentare.
Del problema si parla da tempo, del resto, non solo a Londra ma in tutta Europa e negli Stati Uniti: le iniziative per ridurre gli sprechi di cibo, facendo più attenzione su come, quanto e dove acquistarlo, si moltiplicano ovunque, Italia compresa.
«Vogliamo mettere fine alla confusione cui si trova davanti il consumatore, quando fa la spesa al supermercato o nei negozi», ha affermato il ministro dell’Ambiente britannico Caroline Spelman, commentando il provvedimento. In Inghilterra l’incertezza è aumentata dal fatto che molti prodotti hanno due o più date: una riguarda la scadenza del periodo in cui la merce può essere esposta e venduta, una indica entro quale data andrebbe consumata (“use by”) e un’altra ancora entro quale data il prodotto sarebbe nelle condizioni migliori, ottimali (“best by”).
D’ora in avanti l’etichetta avrà  solo la dicitura “best by” per gli alimentari in scatola o sottovetro, per gli snacks, le marmellate, i biscotti e altri prodotti simili, informando dunque che entro una certa data il prodotto è al suo meglio, ma che si può mangiare anche dopo la scadenza; mentre avrà  solo la dicitura “use by” (da consumare entro) per i cibi che è effettivamente nocivo mangiare dopo una certa data, come i formaggi soffici, la carne fresca, il pesce, le uova.
La nuova misura è stata varata dal Department for Food, Environment and Rural Affairs dopo consultazioni con produttori, catene di distribuzione e associazioni di consumatori. Vari attivisti contro gli sprechi si battevano da anni per cambiare il sistema di datazione delle scadenze, che fu introdotto nel 1980.

Enrico Franceschini
(da “La Repubblica”)

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DIECI ANNI PER QUATTRO CHILOMETRI DI STRADA STATALE: ORA LA CORTE DEI CONTI CHIEDE 60 MILIONI DI DANNI

Ottobre 8th, 2011 Riccardo Fucile

LA SOCIETA’ DI BONIFICA CHE HA PROGETTATO LA STRADA DEI FURBETTI E ALTRI SOGGETTI RESPONSABILI DELLO SPERPERO POTREBBERO ESSERE CONDANNATI A UN MAXI RISARCIMENTO DEI DANNI

Grandi imprese di costruzioni, dirigenti Anas, progettisti, manager: attenzione.
Per tutti voi d’ora in avanti sarà  un po’ meno facile menare il can per l’aia con i lavori iniziati e mai finiti che succhiano soldi pubblici a tutto spiano, impoveriscono lo Stato e danneggiano i cittadini.
Per tutti voi sarà  un po’ più rischioso nascondervi dietro norme e codicilli scaricandovi l’un con l’altro il barile della responsabilità , senza pagare mai dazio.
Al termine di un’indagine affidata al gruppo per la tutela della spesa della Finanza di Roma sui lavori infiniti per la costruzione dei quattro chilometri della statale del lago di Como, la via di cui un anno fa si occupò il Fatto definendola la “strada dei furbetti”, il vice procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, Massimo Minerva, ha avviato una procedura per ottenere un maxi risarcimento danni: oltre 56 milioni di euro da 14 soggetti a vario titolo ritenuti responsabili dello sperpero.
La richiesta si basa su un principio elementare: chi sbaglia paga e risarcisce la collettività  danneggiata.
E non metaforicamente, ma mettendosi le mani in tasca.
Che di errori nella progettazione e poi nell’esecuzione dei lavori per la statale del lago di Como ne siano stati fatti è indubitabile, così come è fuori discussione che i danni per l’erario siano ingenti.
Per quei 4 chilometri di asfalto non ancora finiti dopo 10 anni e affidati con una gara all’Impregilo della triade Benetton-Gavio-Ligresti, lo Stato fino ad oggi ha pagato la bellezza di circa 230 milioni di euro, cioè quasi 60 milioni a chilometro, molto più del doppio dell’importo preventivato all’inizio dei lavori.
Secondo le ultime previsioni ufficiali la statale lombarda forse sarà  pronta alla fine del 2013 e quindi per completarla lo Stato dovrà  tirar fuori altri quattrini.
Se il taglio del nastro dovesse avvenire davvero a quella data, significherà  che i lavori avranno proceduto allo stratosferico ritmo medio di 36 centimetri all’anno, quanto due mattonelle di casa.
Neanche al tempo dei faraoni.
Tra i soggetti a cui la Corte dei conti chiede il risarcimento non ci sono, però, il presidente e i consiglieri Anas.
E la scelta è abbastanza sorprendente se si considera che 10 anni fa il progetto della Statale del lago di Como fu valutato, approvato e deliberato dai quattro consiglieri di amministrazione di allora, più il presidente Vincenzo Pozzi, sotto gli occhi del collegio sindacale e la vigilanza del magistrato della stessa Corte dei conti nell’azienda delle strade.
E se si pensa, inoltre, che anche i nuovi vertici Anas, a cominciare dal presidente, Pietro Ciucci, hanno preso decisioni importanti e opinabili per la Statale 36, come quella risalente al 2008 del pagamento senza batter ciglio di oltre 50 milioni di euro di danni all’Impregilo in seguito ad un lodo arbitrale che addossava la responsabilità  all’Anas per gli incredibili ritardi accumulati.
In quell’occasione Impregilo era rappresentata da Alberto Linguiti, figlio di Aldo, vice avvocato generale dello Stato.
Il risarcimento maggiore, il 60 per cento del totale, cioè 33 milioni e 680 mila euro, i magistrati contabili lo chiedono alla società  Bonifica.
Il motivo è semplice: furono i tecnici di Bonifica a preparare il progetto di quella strada, un elaborato in teoria banale, in una zona senza particolari problemi idrogeologici. In pratica, però, quel piano si è rivelato un disastro, con una sequela di errori da dilettanti allo sbaraglio.
Amministratore di Bonifica era Massimo Averardi che forse per ricompensa per quel progetto colabrodo qualche tempo dopo fu assunto dall’Anas con l’incarico di direttore della progettazione.
Nel progetto della Statale 36 non furono indicati, per esempio, decine e decine di quelli che in termine tecnico si chiamano i sottoservizi, cioè le condutture e le reti di luce, gas e acqua.
Con il risultato che, non sapendo che cosa esattamente andavano a scavare, ruspisti e operai si imbattevano in continuazione in “imprevisti” che in realtà  non avrebbero dovuto essere tali.
Un enorme tubo della rete Snam del diametro di 2 metri, cioè una delle dorsali principali italiane del gas, nel progetto di Bonifica, tanto per citare un caso, era indicato come un tubetto di 20 centimetri.
E decine e decine di aree su cui doveva passare il tracciato della strada nella realtà  non erano disponibili, cioè non era stato preso alcun accordo preventivo con i proprietari, o addirittura quelle superfici erano state ignorate con stravaganza dal progettista.
Quando gli errori di progettazione comportano un aumento di spesa complessiva superiore del 20 per cento rispetto all’importo fissato al momento della gara, per legge bisogna buttare tutto all’aria, rifare il progetto e ricominciare da capo.
La Statale 36 si trovava abbondantemente in questa situazione, tanto che diversi dirigenti Anas, compresi alcuni di quelli oggi chiamati a risarcire i danni, suggerirono questa soluzione drastica ai vertici aziendali per evitare ulteriori guai.
Che, infatti, si sono puntualmente verificati.
Ma i vertici Anas si impuntarono e chissà  perchè decisero che i lavori dovevano proseguire (si fa per dire, naturalmente).
L’unica cosa che è andata spedita sono stati invece i contenziosi, le penali, le varianti e gli arbitrati. I quattro chilometri della statale del lago di Como sono tuttora incompiuti, esempio mondiale di come non si deve costruire.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PALERMO PAGA I DIPENDENTI PER SPALARE LA NEVE A LUGLIO

Settembre 30th, 2011 Riccardo Fucile

IL CASO DI UN DIPENDENTE DELLA PROVINCIA CHE AD AGOSTO HA RICHIESTO IL PAGAMENTO DI 200 ORE DI STRAORDINARIO PER SPALARE LA NEVE…ALTRE 215 GLI ERANO GIA’ STATE PAGATE A LUGLIO: ORA QUALCUNO PARE SE NE SIA ACCORTO

C’è un motivo, se la Sicilia spende otto volte di più della Lombardia per gli stipendi dei suoi 17 mila dipendenti, c’è un motivo se la Regione Siciliana ha il record italiano di dirigenti, funzionari, assistenti, consiglieri e consulenti: qui c’è tanto, tanto lavoro da fare.
Per esempio, a luglio tocca spalare la neve.
Sì, proprio a luglio, quando il termometro segna 19 gradi di minima (e 30 di massima), nell’isola del sole c’è la neve.
Ma dove, sulla spiaggia di Mondello? Sulla scogliera di Cefalù? Davanti al Duomo di Monreale?
Questo, al momento, è un segreto.
Però da qualche parte la neve deve esserci, a luglio, in provincia di Palermo, se il signor Salvatore Di Grazia, assegnato al servizio di Protezione Civile, ha chiesto e ottenuto dalla Provincia il pagamento di 42 ore e mezza di straordinario (più altre tre di straordinario notturno) per “spalamento neve”.
Voi penserete: magari gli hanno pagato gli arretrati dell’inverno scorso. Macchè.
Quelli glieli avevano liquidati subito: 103 ore a gennaio, 92 a febbraio, 70 a marzo.
Tutto lavoro straordinario, pagato a parte, che dall’inizio dell’anno a oggi ha rimpolpato la busta paga dell’instancabile Di Grazia di una cifretta pari a sei mesi di stipendio di un precario palermitano: 5165 euro.
Poi, a marzo – purtroppo – persino sulle cime delle Madonie l’ultima neve si è sciolta.
E gli spalatori hanno smesso di spalare (e di farsi pagare gli straordinari).
Tutti, tranne Di Grazia. Il quale, come quel giapponese sull’isoletta che non sapeva della fine della guerra, ha continuato a spalare una neve che vedeva solo lui.
E alla fine del mese, si capisce, presentava il conto all’ufficio del personale.
Diciassette ore di spalamento ad aprile (minima registrata, 10 gradi).
Cinquantatre sotto il sole di maggio.
Trentotto, sudando, nelle torride giornate di giugno.
Lui spalava, spalava, e la neve non finiva mai.
Anzi, più il caldo si faceva insopportabile e più il lavoro aumentava.
Quarantaquattro ore di spalamento neve a luglio (30 gradi all’ombra).
Per toccare, in pieno agosto, l’apice dello sforzo: duecento ore.
Dicono alla Provincia che davanti a questa cifra un dirigente pignolo ha inarcato un sopracciglio. E ha bloccato il pagamento, quando ormai l’instancabile spalatore aveva già  totalizzato 415 ore di straordinario.
Il poveretto dev’essere rimasto di sasso – lo immaginiamo con la vanga a mezz’aria, davanti ai suoi cumuli di neve settembrina sulle spiagge di Bagheria – perchè l’anno scorso nessuno aveva battuto ciglio quando s’era fatto pagare centodiciassette ore di “spalamento neve” straordinario nel solo mese di agosto, più altre ottanta a settembre (quando evidentemente nel Palermitano comincia il disgelo di fine estate).
Ma non finirà  qui, si capisce.
Lo stakanovista dello spalamento estivo farà  ricorso al Tar, si incatenerà  davanti alla Regione contro l’ingiustizia subita, cercherà  un politico disposto a prendere a cuore la sua causa.
E lo troverà  di sicuro.
Perchè in Sicilia, lo sanno tutti, il lavoro è sacro.

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STELLETTE E DIVISE: LA DIFESA DELLA CASTA

Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

TRE MILIONI E MEZZO DI EURO L’ANNO PER PULIRE 44 ALLOGGI…409.000 EURO DI INDENNITA’ SPECIALI…PENSIONI D’ORO, BENEFIT E SCONTI: GLI SPRECHI CI SONO ANCHE NELLE FORZE ARMATE

Per tutti c’è la certezza di andare in pensione con il 50 per cento di soldi in più rispetto agli altri dipendenti pubblici.
E a fine carriera, cinque anni a pensione praticamente raddoppiata solo perchè esiste la (remota) possibilità  di essere richiamati in servizio.
Per 44 generali c’è un appartamento di rappresentanza che può arrivare a 600 metri quadri per cui lo Stato paga tutto, anche le pulizie.
E per sei di loro c’è anche una “speciale indennità  pensionabile” che si traduce in 409.349 euro l’anno a testa e che si somma alla pensione ordinaria.
Ecco quanto costa lo spirito di sacrificio delle forze armate italiane.
Qui non parliamo dei 41 soldati italiani mai rientrati dall’Afghanistan, nè dei carabinieri che si ritrovano a pattugliare le strade con auto vecchie e senza benzina. Parliamo di quella stretta cerchia di militari italiani che alle missioni all’estero preferisce un soggiorno tra le cime di Dobbiaco a 30 euro a notte in alta stagione.
Prendiamo i 44 generali e ammiragli delle Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri) che hanno diritto all’alloggio di servizio e rappresentanza, il cosiddetto ASIR.
Questi alloggi   sono idealmente suddivisi in un’area di rappresentanza, i cui costi di gestione e mantenimento stanno a carico dell’amministrazione della difesa, e in un’area per così dire privata affidata alla gestione dell’alto ufficiale al quale l’alloggio è stato temporaneamente assegnato.
Nulla da eccepire se non che tra le spese a carico dell’amministrazione vi sono naturalmente anche quelle quotidiane di pulizia dei locali degli alloggi, di rifacimento letti.
Di che si tratti, lo spiega bene l’ultimo capitolato di gara disponibile: “Spazzatura e lavatura dei pavimenti delle camere, corridoi, scale, ballatoi, con idonei prodotti disinfettanti; spazzatura e lavatura dei bagni comprese le relative pareti piastrellate, (…) spolveratura di tutti i mobili; battitura di cuscini e divani; pulizia e battitura degli scendiletto e pulizia di tappeti e moquette con idoneo aspirapolvere e/o battitappeto; (…) spolveratura e lucidatura di argenteria, oggetti in rame ed ottone; battitura dei tappeti e delle guide; ceratura dei pavimenti in parquet con prodotti specifici; pulizia, esterna ed interna, con aspirapolvere dei mobiletti porta condizionatori; spolveratura e pulizia con prodotti specifici dei lampadari; lavaggio e lucidatura con idonei prodotti di tutta la posateria in alpacca argentata/argento, (…) lavaggio delle tende, con esclusione delle mantovane e sopratende”.
Il tutto alla modica cifra di 76.260 euro ogni anno per pulire un solo appartamento (fa 3 milioni e mezzo per tutti e 44).
La pensione media per chi ha lavorato nel comparto militare è di 32 mila euro l’anno: quella dei dipendenti dei ministeri “civili” si aggira invece sui 20 mila euro.
Oltre alla pensione ordinaria, al Capo di Stato maggiore della Difesa, ai tre Capi di Stato maggiore delle Forze Armate, al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e al Segretario generale della Difesa spetta una “speciale indennità  pensionabile”: 409 mila 349 euro l’anno, che moltiplicati per sei sfiorano i due milioni e mezzo di euro annui.
Dopo la pensione, per cinque anni, ufficiali e sottufficiali restano a disposizione della Difesa: per esempio, capita che in un lustro, per un paio di giorni vengano richiamati per partecipare a qualche commissione di concorso.
Ecco, l’ausiliaria, il disturbo per intenderci, nel 2011 pesa 326 milioni di euro.
Senza contare quanto vale in aumento del costo delle pensioni, ricalcolate alla fine dei 5 anni con l’anzianità  maturata in più.
Villa Irma, a Dobbiaco, era un albergo: oggi è considerata un Centro di addestramento alla sopravvivenza in montagna.
Eppure, sempre albergo è: con 30 euro a persona, militari e famiglia possono soggiornare tra le cime delle Alpi.
Nel Mar Ligure, all’isola Palmaria bastano 22,22 euro (le tariffe sono del 2005), al Terminillo 28, mentre “trascorrere periodi di riposo e di recupero psico-fisico” ad Alghero costa 27 euro per notte.
Anche qui la domanda è semplice: perchè devono essere colonnelli (con quello che costano) a gestire strutture del genere
Le spese per il personale costituiscono il 65 per cento dei costi per la Difesa.
Se al totale aggiungiamo le uscite non contemplate dal bilancio “ufficiale” (per esempio le pensioni) si superano i 23 miliardi di euro l’anno: l’1,44 per cento del Pil nazionale dicono i dati Nato, molto più dello 0,8 raccontato dalla “vulgata” governativa.
E mentre in Gran Bretagna il governo Cameron, tra le proteste dei generali, “rottama” 200 mezzi corazzati e 100 caccia F35, noi “abbiamo ancora centinaia di carri armati come se domani dovessimo affrontare i carri sovietici sulla soglia di Gorizia”, dice Toni De Marchi, giornalista a lungo consulente parlamentare in commissione Difesa. “Ma le scelte di politica militare dell’Italia sono molto spesso dettate dalla naturale tendenza di un corpo burocratico di perpetuare se stesso e i propri privilegi: preparandosi a una guerra che non si farà  mai, si difende un potere che non esiste più”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SERVIVANO A LAMPEDUSA, MA BERLUSCONI E LAVITOLA HANNO REGALATO SEI NAVI A PANAMA DEL COSTO DI 35 MILIONI DI EURO

Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

LA GUARDIA COSTIERA ITALIANA, IN PIENA EMERGENZA LAMPEDUSA, HA MANDATO SEI NAVI A PANAMA…UN OPTIONAL DEL CONTRATTO DI FINMECCANICA PER IL QUALE IL FACCENDIERE E’ STATO LAUTAMENTE RICOMPENSATO

Eccolo il regalo di Valter Lavitola al governo panamense, pagato dai contribuenti italiani: un’intera flotta.
Che viene sottratta alla Capitaneria di porto e girata ai marinai della Repubblica centroamericana.
Sì, la nostra Guardia costiera rinuncia a sei navi, preziose soprattutto per affrontare l’emergenza immigrazione, che stanno salpando verso l’Atlantico.
Un bellissimo omaggio per il quale il presidente panamense Ricardo Martinelli ha pubblicamente ringraziato il suo amico Lavitola, che oggi si gode la latitanza proprio da quelle parti: «E’ stato molto utile per ottenere la donazione da parte dell’Italia».
La lista dei doni di Valterino e Papi comprende due pattugliatori d’altura e quattro motovedette. Difficile calcolare il valore del cadeaux: una stima potrebbe essere di 30/35 milioni.
I due pattugliatori oggi vengono venduti nuovi a un prezzo compreso tra i 17 e i 20 milioni di euro ma anche sul mercato dell’usato hanno quotazioni di rilievo, non inferiori ai dieci milioni.
I mezzi classe Diciotti sono vere navi, lunghe 52 metri, con motori Isotta Fraschini corrono fino a 32 nodi l’ora e dispongono di un sistema di avvistamento radar.
L’armamento è limitato a una mitragliera ma può essere aumentato: quelli comprati dall’Iraq montano cannoni Oto Melara.
Sono tra i migliori prodotti di Fincantieri: la Capitaneria li ha schierati nel 2002 e li impiega senza sosta soprattutto nel Canale di Sicilia per intercettare e soccorrere i barconi dei disperati in fuga dal Maghreb.
In tutto ne aveva sei, inclusa un’unità  più vecchia: adesso ne resteranno solo quattro.
Le motovedette invece vengono dai cantieri Intermarine di Sarzana. Lunghe 25 metri, sono state progettate per navigare in ogni condizione meteo e hanno dimostrato le loro capacità  nautiche negli interventi a Lampedusa, dove riescono ad affiancare i gommoni dei migranti senza capovolgerli e farli naufragare.
La Capitaneria ne ha comprate 28, ma quattro ora isseranno bandiera panamense.
La flotta in omaggio è una sorta di optional gratuito inserito nel contratto firmato da Finmeccanica a Panama, che prevede forniture per 160 milioni.
Un accordo voluto dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente Martinelli.
Il colosso pubblico ha piazzato una rete di sorveglianza elettronica delle coste panamensi, che verrà  realizzata dalla Selex, e una squadriglia di elicotteri Agusta, più la mappatura satellitare del paese a cura di Telespazio.
E su questo contratto – stando alle intercettazioni della procura di Napoli – Valterino Lavitola è stato riccamente ricompensato per la sua opera di mediatore.
Quanto? Non è stato reso noto, ma nel settore le provvigioni oscillano tra l’1 e il 5 per cento: ossia tra 1,6 milioni e 8 milioni di euro.
In pratica, ci guadagnano Finmeccanica e Valterino mentre i cittadini italiani subiscono un doppio danno.
Si accollano la spesa per la flotta cadeaux e rinunciano a una parte significativa della nostra Guardia Costiera, proprio nel momento in cui la situazione nell’Africa settentrionale sembra indicare la partenza di una nuova ondata di immigrati diretti verso la Sicilia.
Ci siamo lamentati in tutte le sedi europee, invocando il sostegno delle altre marine, e poi noi regaliamo i mezzi migliori per affrontare i barconi dei migranti?
Un paradosso, pagato a caro prezzo.
L’accordo panamense venne firmato dai due capi di governo e da Pierfrancesco Guarguaglini nel giugno 2010.
In cambio dello shopping di prodotti Finmeccanica l’Italia si è impegnata a sostenere le istituzioni nella lotta al narcotraffico nel Golfo del Messico fornendo una guardia costiera “chiavi in mano”. Ma il trattato è diventato operativo solo a inizio agosto di quest’anno, grazie a un cavillo inserito nel decreto per il finanziamento delle missioni militari all’estero.
Tra i fondi per i soldati in Afghanistan e per la missione aerea sulla Libia, si è infilata anche la flotta di Valterino: solo poche righe per annunciare la cessione delle sei navi.
Nessuno ha comunicato se e quando verranno sostituite.
Anche perchè solo due settimane dopo la ratifica del mini-patto atlantico persino Silvio Berlusconi ha dovuto prendere atto della crisi e varare una manovra che falcia la spesa pubblica.

Gianluca Di Feo
(da “L’Espresso“)

argomento: Berlusconi, denuncia, economia, governo, Politica, sprechi | 1 Commento »

GLI SPRECHI DI STATO: IL MINISTERO DI ROMANI PAGA 2,6 MILIONI DI AFFITTO PER LA SEDE ROMANA QUANDO AVREBBE UNA SEDE DI PROPRIETA’ A POCA DISTANZA

Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

SI CONTINUA A PAGARE LA LOCAZIONE   DI UN PALAZZO FATISCENTE ALLE ASSICURAZIONI GENERALI QUANDO ALMENO DUE PIANI DELLA NUOVA SEDE SONO PRONTI DA TEMPO…IL MOTIVO? QUALCUNO SI DIMENTICA DA TRE ANNI DI METTERE A BILANCIO LE SPESE DI TRASLOCO

Il ministero dello Sviluppo economico paga un canone di 2 milioni e 600 mila euro l’anno per la sede romana di via del Giorgione.
Eppure dal 2008 l’ex ministro Scajola aveva annunciato il trasferimento nella nuova sede demaniale.
Due milioni e seicento mila euro l’anno di affitto, tutti a carico dei contribuenti.
Per un prezzo del genere ci si aspetterebbe almeno un po’ di decoro. Macchè. L’edificio del ministero dello Sviluppo economico di via Giorgione 2/b a Roma, costa caro e cade anche a pezzi.
L’elenco dei disservizi è lungo: ascensori che non funzionano, grovigli di fili elettrici senza canaline di copertura, rubinetti che perdono, porte tagliafuoco difettose o ostruite da mobili e pc fuori uso.
Così mentre i contribuenti pagano, già  sono stati spesi circa 8 milioni di euro, il governo sembra essersi scordato che esiste da tempo una soluzione alternativa allo spendi e spandi.
Una soluzione meno onerosa, nuova nuova e completamente gratuita. E, per di più, a poche centinaia di metri dalla sede attuale.
In teoria, la dismissione del palazzo di via Giorgione doveva avvenire nel 2008.
“Il personale doveva essere trasferito tutto nella vicinissima sede demaniale di viale America, all’Eur. E, invece, tre anni, una manovra lacrime e sangue e tanti tagli annunciati dopo, lo Stato ha continuato e continua a versare annualmente il canone alle Assicurazioni Generali, proprietari dell’edificio”.
La denuncia arriva da Marco Marzocchi, responsabile Uil del ministero dello Sviluppo economico (Mise) che, oltre a polemizzare sull’atteso (ma mai completato) piano di risparmi enfatizzato “come un grande successo” dall’ex ministro Claudio Scajola, ha presentato un esposto alla Asl “perchè la sede del ministero è indecorosa”.
Il contratto di affitto stipulato tra Mise e Generali è scaduto tre anni fa. Ma i contribuenti continuano a pagare il canone.
“Gli oltre 40mila dipendenti — spiega Marzocchi — sarebbero dovuti passare tutti nell’altra sede, nell’immobile di Stato. Due piani sono già  stati ristrutturati e sono pronti ad accoglierci. Invece paghiamo ancora per via del Giorgione”.
Come mai?
“Il governo si è scordato di includere nel piano di risparmi i soldi del trasloco: ci mancano tra i 300/400mila euro per spostare i nostri archivi da un palazzo all’altro”. Sembra una barzelletta, ma tant’è.
E il ministro Paolo Romani? Che dice?
“Il ministro — continua Marzocchi — più di una volta ha promesso a noi del sindacato che avrebbe preso in mano la situazione, ma oggi siamo ancora qui e chissà  fino a quando”.

Giulia Cerino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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