Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
NEL GENNAIO DI QUEST’ANNO, IN PIENA EMERGENZA, LA SOCIETA’ “NAPOLISERIVIZI” HA INCREMENTATO LE RETRIBUZIONI DI 13 MANAGER PER UN COSTO DI 2 MILIONI DI EURO…DE MAGISTRIS PROMETTE: “SCIOGLIEREMO LA SOCIETA”
La meritocrazia in salsa partenopea. Una salsa che puzza di rifiuti e di clientelismo.
Gennaio 2011. Napoli è sommersa di monnezza, siamo nel mezzo di una delle periodiche crisi. Eppure in Napoliservizi, partecipata al 100% del Comune di Napoli, con la mission di preservare il “decoro urbano”, si autoattribuisce aumenti di stipendio di 1,7 milioni di euro all’anno.
I fortunati sono 13 superdirigenti, scelti dalla politica, ovvero dalla giunta della democratica Rosa Russo Iervolino, assessore al ramo il democrato Nicola Oddati.
Tra loro c’è il direttore generale Ferdinando Balzamo, assunto dal Cda presieduto da Ferdinando Balzamo. Non è un’omonimia.
E’ proprio un caso di autoassunzione, denunciato in consiglio comunale dal gruppo di Rifondazione Comunista.
Balzamo, ex assessore al Patrimonio, cognato di un consigliere comunale del Pd, fama di bassoliniano di ferro, ha goduto di un aumento di quasi 11.000 euro annui, che fanno lievitare il suo stipendio a circa 152mila euro annui.
Al secondo posto nella classifica degli aumenti c’è Ciro Turiello, circa 9.400 euro di ‘premio’, per un totale di 134mila euro.
E’ stato manager di Asìa, la municipalizzata della spazzatura, ha fatto parte della task force degli esperti del commissariato per l’emergenza rifiuti nel periodo in cui era retto da Antonio Bassolino.
Seguono, in ordine sparso, aumenti da circa 4mila a 6mila per undici manager retribuiti da un minimo di 56mila fino a 92mila euro annui.
Il meccanismo degli aumenti, ha rivelato Luigi Roano in un dettagliato articolo su Il Mattino, è nel superminimo.
Una voce della retribuzione concordata dal datore di lavoro e dal dipendente al momento dell’assunzione. Una voce che si stabilisce al di fuori del contratto.
E’ un modo col quale le aziende elargiscono aumenti al personale ritenuto di valore e capace di traghettarle verso l’ottenimento di eccellenti risultati.
Non pare però questo il caso di Napoliservizi, con la dirigenza premiata a dispetto dei sacchetti neri sparpagliati per strada, con tanti saluti al decoro urbano.
Nel bilancio di Napoliservizi, scrive Roano, troviamo una consulenza da 87mila euro e 330.000 euro postate alla voce ‘prestazioni di servizi.
Che siccome non possono superare i 5000 euro a prestazione, testimoniano che circa un centinaio di persone, forse di più, hanno collaborato con l’azienda per “migliorare il decoro urbano” di una città seppellita dalla spazzatura.
Il nuovo sindaco, Luigi de Magistris, e il vice con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano, sono letteralmente inferociti.
E promettono tabula rasa di Napoliservizi tramite l’accorpamento con Asìa. Non sarà facile e ci potrebbero essere ripercussioni serie nei rapporti col Pd.
L’azienda è uno dei pochi fortini democratici sopravvissuti alla rivoluzione arancione e procedere coi tagli potrebbe avvelenare ulteriormente i rapporti con il partito di Bersani, che nei giorni scorsi ha già dovuto incassare la defenestrazione di Antonio Simeone dalla presidenza di Anm, la municipalizzata dei trasporti.
Intanto, l’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo annuncia l’imminente azzeramento del Cda di Napoliservizi.
“Questa società — afferma l’assessore — è stata negli anni passati un bubbone clientelare che la giunta de Magistris sta aggredendo con determinazione. Gli aumenti sono scandalosi e dimostrano quanto sia degradato il quadro di quella società . La conduzione aziendale della società ha determinato una serie innumerevole di sprechi, inefficienze ed anche la formazione di spese irregolari, o comunque operate in violazione della convenzione in essere con il Comune, sulle quali occorrerà approfondire l’esame. Per di più, i servizi resi dalla società ai cittadini, in primo luogo la cura del verde, lasciano non poco a desiderare”.
Realfonzo ricorda che il bilancio di previsione della nuova giunta ha tagliato 10 milioni di trasferimenti a NapoliServizi e rende noto che giovedì scorso la giunta comunale ha approvato una sua proposta di delibera che definisce una serie di modifiche dello statuto della società ”che porteranno all’azzeramento del consiglio di amministrazione”.
”Va sottolineato, peraltro, che l’attuale Cda era stato prorogato per un anno dalla giunta Iervolino, con una procedura non prevista dallo statuto societario” conclude l’assessore.
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
LO STRETTO RAPPORTO TRA BERLUSCONI E IL PREMIER PANAMENSE… LE PRESSIONI DI LAVITOLA SULL’AMMIRAGLIO PICCHIO…. L’OMAGGIO INFILATO NEL DECRETO DI RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI ALL’ESTERO DOPO UNA VISITA DI BERLUSCONI A PANAMA
Silvio Berlusconi e il presidente di Panama, Ricardo Martinelli? Due amiconi, come no? 
Una volta, a Milano, Berlusconi chiese al collega di procuragli “qualche attrattiva locale” quando si fosse recato in visita dalle parti del Canale.
E Martinelli, un miliardario (ramo supermercati) di origini toscane, appena può, non manca mai di rendere omaggio a quel simpaticone del premier italiano.
Poi però c’è anche quell’altro italiano, Valter Lavitola, Valterino per gli amici, professione commerciante di pesce con la passione dei traffici internazionali.
Lavitola è di casa a Palazzo Grazioli, ma va alla grande anche a Panama.
Frequenta le stanze del potere, conosce il presidente Martinelli.
Sarà un caso, e forse non c’è rapporto di parentela, ma il presidente dell’associazione degli italiani a Panama si chiama Arnolfo La Vitola.
Il gioco è fatto, allora. Parte la giostra degli affari.
Tutto ruota attorno alla visita di Berlusconi a Panama del 30 giugno dell’anno scorso.
È la prima volta che un capo di governo italiano mette piede da quelle parti. Martinelli, però, nel settembre 2009, due mesi dopo l’elezione a presidente, si era già scapicollato in Italia dall’amico Silvio.
Così tocca ricambiare.
Tra una cerimonia e l’altra si mettono le basi di un grande appalto che di lì a poco finirà in mani italiane.
Tre aziende del gruppo Finmeccanica (Agusta Westland, Selex Sistemi e Telespazio) si aggiudicano una commessa da oltre 230 milioni di dollari (165 milioni di euro).
Lavitola gioca la partita da protagonista. E ci mancherebbe.
Ormai è diventato un fidato consigliere di Berlusconi. Con Martinelli non ci sono problemi.
E perfino Finmeccanica gli ha fatto un contratto di consulenza.
Da pagarsi sul conto di una società creata dalle parti di Panama, secondo quanto si capisce dalle intercettazioni telefoniche allegate dai pm di Napoli nella richiesta di arresto di Gianpaolo Tarantini e dello stesso Lavitola, al momento latitante.
Questo però è soltanto il primo atto di una vicenda più complessa.
Berlusconi, come noto, è persona generosa. E Martinelli è un grande amico, un altro imprenditore costretto a bere l’amaro calice della politica.
Detto, fatto: è pronto un bel regalo con destinazione Panama.
Il governo decide di donare al Paese centroamericano ben sei navi da guerra, sei pattugliatori in forze alla Guardia costiera italiana. Ricapitoliamo: Finmeccanica aumenta il fatturato con la commessa siglata grazie anche ai buoni uffici di Lavitola.
E a stretto giro di posta lo Stato italiano, cioè noi contribuenti, spedisce dall’altra parte dell’Oceano un gradito pacco dono sotto forma di navi.
Tra altro il regalo berlusconiano vale almeno una cinquantina di milioni.
Ancora più sorprendenti, però, sono le modalità con cui il gentile omaggio all’amico Martinelli viene presentato in Parlamento.
Come segnalato dal giornale online Linkiesta, la cessione dei sei pattugliatori è stata infatti inserita in due successivi decreti per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.
A febbraio di quest’anno è passato il primo pacchetto di quattro navi.
E in agosto, un mese fa, è arrivato il decreto per le altre due.
Queste ultime erano state promesse in permuta al gruppo pubblico Fincantieri come parziale pagamento di una commessa per complessivi 125 milioni.
In pratica il governo si era a suo tempo impegnato a pagare in natura una parte del prezzo per due imbarcazioni costruite dai cantieri navali di Stato. E invece no. Marcia indietro.
Le navi vanno a Panama. Fincantieri verrà pagata cash.
Resta da capire che cosa c’entrino le missioni militari all’estero con Panama e i buoni rapporti con Martinelli.
Di sicuro l’attivissimo Lavitola, tra una telefonata a Gianpi Tarantini e un’altra a Berlusconi, trovava il tempo di occuparsi anche degli affari della Marina.
Nelle carte dell’inchiesta di Napoli, infatti, spunta anche una telefonata tra il nostro uomo a Panama, alias Valterino, e l’ammiraglio di squadra Alessandro Picchio, consigliere militare di Berlusconi.
Da quello che si capisce, Lavitola chiama Picchio proprio per avere notizie sul provvedimento per le due navi da spedire a Panama.
L’ammiraglio si schermisce, prende tempo, accampa qualche scusa.
“Sto aspettando — dice — di vedere la bozza (del decreto, ndr) che ancora non è stata pubblicata”.
Lavitola insiste, implacabile. “Comunque lei non mi può far sapere se per caso insorgono problemi nel prossimo preconsiglio?”, chiede l’amico personale di Berlusconi al militare in sevizio a Palazzo Chigi.
Alla fine Picchio sbotta: “Se uno insiste troppo si crea l’effetto contrario”, dice al suo interlocutore, al quale, comunque, non manca di garantire il suo interessamento.
La telefonata porta la data del 27 maggio.
Alla fine il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero verrà approvato dal Consiglio dei ministri il 7 luglio successivo.
Il via libera definitivo dalla Camera, con voto unanime di maggioranza e opposizione (Idv esclusa) arriva il 2 agosto.
In tempi di crisi nera per il bilancio pubblico anche le spese per le missioni militari vengono tagliate per 120 milioni.
Ma il governo riesce comunque a trovare 17 milioni per rimborsare Fincantieri.
L’amico Martinelli, da Panama, sarà contento.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL DECRETO DI LUGLIO TAGLIAVA LA CILINDRATA DELLE AUTO BLU… PERO’ ADESSO ARRIVANO ALTRE 60 BERLINE SUPERLUSSO
“Abbiamo ridotto gli stipendi dei parlamentari, abbiamo ridotto il numero delle auto blu e
anche la loro cilindrata. Se uno vuole andare forte si compri la Ferrari, ma con i suoi soldi. Io ho l’Audi, ma l’ho comprata con i miei soldi e non mi hanno fatto lo sconto anche se mio figlio è un pilota ufficiale dell’Audi”.
Questa serie di dichiarazioni risalgono a dieci giorni fa e sono di Umberto Bossi.
Il ministro forse non sa che, mentre annuncia il raggiungimento di questi obiettivi, è ancora in corso la gara bandita dalla Consip il 22 febbraio 2010 per cui la pubblica amministrazione acquisterà nel biennio a venire sessanta “berline grandi” di cilindrata compresa tra 2200 e 3000.
Sessanta, un numero forse eccessivo se si pensa che la manovra finanziaria di luglio aveva ristretto l’uso di auto (nuove) di cilindrata superiore ai 1600 cc “al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera, del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Corte costituzionale”.
Insomma, si dovesse dar retta al decreto di luglio, sarebbero bastate una decina di vetture.
Invece compriamo 60 “ultimi modelli” (nel bando di gara è chiarito che se escono dei nuovi modelli della vettura che si era deciso di fornire, va sostituita).
Saranno in uso “fino alla loro dismissione o rottamazione” per poi – nelle intenzioni – “non essere” sostituite.
È l’ultimo paradosso di una vicenda fatta di molti annunci e pochi numeri.
Il 3 agosto, ad esempio, lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlò alla Camera di “una forte riduzione delle auto blu”.
Quello stesso giorno, l’anfiere dei tagli annunciati dal governo, il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, tuonò: “È pronto il Decreto del presidente del Consiglio che dimezzerà le auto blu”.
Sarà anche pronto ma nessuno l’ha presentato, nemmeno nella manovra correttiva di agosto.
Così, per adesso, le auto restano quelle che lo stesso Brunetta ha conteggiato: 86.000, di cui 5.000circa di “rappresentanza” e con autista dedicato (lui le chiama “blu-blu”), 10 mila sempre con autista (almeno due per vettura), destinate ai più alti dirigenti dell’amministrazione pubblica (lui le definisce solo “blu”).
Le altre 71mila, senza autista dedicato, secondo questo calcolo, sarebbero a disposizione degli uffici.
Quali siano quelle da tagliare ancora non si sa.
Citiamo un dato ufficiale: nel maggio 2010, delle 33.388 autovetture registrate successivamente al 2001 al Pra dalle pubbliche amministrazioni, il 22% (circa 7300) era di cilindrata superiore a 1600.
Può essere un dato utile per vedere se almeno in futuro qualcuno terrà conto del decreto di luglio.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
LISTINO RIVOLUZIONATO DOPO LE POLEMICHE: ORA I PASTI SARANNO A PREZZI DI MERCATO…NIENTE PIU’ FILETTO DI ORATA A 5,23 EURO, PREVISTI RITOCCHI ANCHE ALLA BUVETTE… CI SARA’ IL FUGGI FUGGI NEI BAR LIMITROFI?
L’ondata di polemiche per i prezzi irrisori dei ristoranti del Parlamento ha sortito i primi
effetti.
Gli spaghetti all’astice non avranno più il prezzo «politico» di 5 euro circa e il filetto di Orata non costerà più 5,23 euro.
Ieri infatti il collegio dei Querstori del Senato ha allineato i prezzi del ristorante di palazzo Madama a quelli di mercato, o quasi.
Ironia della sorte la formalizzazione del rincaro è arrivata proprio all’ora di pranzo e a darla è stato Angelo Maria Cicolani (Pdl) al termine della riunione mattutina del collegio.
Dando seguito all’ordine del giorno votato a inizio estate, all’attenzione alla materia mostrata dal presidente del Senato, Renato Schifani, e soprattutto al malcontento dell’opinione pubblica, che ha identificato nei prezzi «popolari» del ristorante di palazzo Madama uno dei più deprecabili privilegi della Casta, i questori, ha raccontato Cicolani, hanno «portato i prezzi del ristorante a un livello tale da coprire circa l’80% dei costi» (era ora n.d.r.)
Ecco allora il nuovo listino.
Per un antipasto, che fino a oggi costava da 1,5 a 3 euro, chi siederà ai tavoli del ristorante dovrà sborsare dai 5 ai 10 euro.
Stesso discorso anche per i primi: si andrà dai 6 euro circa per un piatto base fino a 21 euro per una pasta asciutta di fascia alta.
Ritocchi anche per i secondi piatti: il listino salirà , a fronte di un costo massimo attuale di 5,50 euro circa a portata, a una forchetta compresa tra 10 e 24 euro per piatto.
Rialzo «record» perfino per i contorni, che passeranno dai 1,3 euro attuali, saliranno fino a 5 e 6 euro.
Insomma, rincari anche oltre il 100 per cento in vista dalla prossima settimana per i frequentatori di un ristorante che, sempre secondo i dati forniti da Cicolani, ha servito lo scorso anno circa 20.000 pasti in tutto.
Una decisione dei questori quasi obbligata e presa «insieme» che, ha riconosciouto ancora Cicolani, potrebbe avere «leggere ripercussioni sull’afflusso al ristorante».
Ma chi pensa di potersi rifugiare alla buvette, anch’essa una sorta di tavola calda caratterizzata da prezzi più che scontati, avrà una amara sorpresa: la scure si abbatterà anche su quella, che vedrà a breve il proprio listino ritoccato al rialzo.
Quel che è peggio, però, è che verranno rivisti, e sempre al rialzo, anche i prezzi della mensa riservata al personale di palazzo Madama, che si vedrà portare il ticket pasto, sempre a detta di Cicolani, attorno ai 5 euro.
Il tutto, ha spiegato il questore, «per non creare sperequazioni».
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
MANOVRA RISCRITTA, BOSSI E TREMONTI SBUGIARDATI… BUCO NERO SUI NUMERI: MANCHEREBBERO 20 MILIARDI PER FAR QUADRARE I CONTI
È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. 
Quasi di soppiatto, da sconfitto.
Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà , che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì.
Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi.
È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità .
Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente.
E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop.
La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto.
Con un’unica eccezione, quella di Maroni.
Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali.
Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.
Ma soprattutto, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia.
“Per la prima volta — ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto — non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”.
Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla.
Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”.
Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.
Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà , ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà ”.
Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.
Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti — che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio — ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi.
Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima.
Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta.
È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato.
Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula.
Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto.
Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”:
“Non vedo come possano quadrare questi conti”.
Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20.
Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.
Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”.
Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini.
Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.
“Berlusconi — commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria — ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”.
Forse.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
DUE NUOVI APPALTI DI CAMERA E SENATO PER LA STAMPA DEGLI ATTI LEGISLATIVI MENTRE DA ANNI IL GOVERNO SI VANTA DELLA SVOLTA DIGITALE
Foreste di tutto il mondo, tremate.
Arriva la tempesta perfetta, la passione per la carta dei 630 deputati italiani che, nei prossimi cinque anni, dovranno consultare 3 miliardi 850 milioni di fogli se il prezzo fosse di un centesimo ciascuno.
Una fatica mostruosa, una punizione esemplare che Montecitorio paga con un appalto di 38,437 milioni di euro.
L’impresa fortunata è la Carlo Colombo di Roma: dovrà stampare blocchi interi di atti parlamentari, elaborare pagine per il sito, trascrivere gli interventi in aula.
Al bando potevano partecipare anche le aziende europee, ma soltanto in due (e italiane) hanno risposto al richiamo dei 38,437 milioni di euro in cinque anni.
E la Carlo Colombo ha vinto di nuovo.
Ma gran parte dei 3 miliardi e 850 milioni di fogli andrà al macero.
La Camera taglia a mano chiusa e aggiunge a mano aperta: a luglio staccava un assegno di quasi 40 milioni di euro per la stampa, ad agosto il questore e deputato Francesco Colucci (Pdl) annunciava risparmi per 50 milioni di euro.
Forse i fannulloni con la memoria corta dimenticano, eppure il ministro Renato Brunetta, ormai tre anni fa, condannava a morte la burocrazia: eliminiamo la carta nella pubblica amministrazione entro 18 mesi, anche le pagelle scolastiche saranno consultabili solo in rete. Sono trascorsi 36 mesi, ancora niente.
Sfidando la canicola agostana di Roma, combattivi nel coinvolgere la Casta nel forcone chiamato manovra, due senatori dell’Udc declamavano la rivoluzione di Palazzo Madama: “Dobbiamo fermare il retaggio dei documenti cartacei, così avremo una riduzione non inferiore al 50 per cento nel capitolo di uscita ‘Comunicazione istituzionale’, per un importo effettivo di 5,1 milioni di euro”. Giusto.
Non sapevano, però, che il Senato ha pubblicato un bando di gara per fare l’esatto contrario: “Procedura ristretta per l’affidamento in appalto dei lavori di stampa degli atti parlamentari e del servizio di riproduzione di documenti per il Senato della Repubblica”.
Al costo di 6,5 milioni di euro più Iva per tre anni.
Con un governo precario e un Parlamento spesso in vacanza, i tecnici di Palazzo Madama prevedono una pioggia di carta istituzionale, caterve di volumi per rendere immortale il lavoro dei senatori: “Produzione di un numero base annuo di 67 milioni di pagine stampate o riprodotte. Circa 40 milioni in bianco e nero”.
Quasi 7 centesimi di euro per un foglio formato A4, il più piccino e nemmeno a colori.
Qui non rischia il diritto allo studio dei parlamentari, così ansiosi di rivedere su carta le leggi in discussione o già approvate, ma la credibilità di chi illustra sacrifici e poi raddoppia gli sprechi. Perchè deputati e senatori, uno a uno, vantano già un’imponente dotazione di carta e stampanti negli uffici (che si riferisce a un’altra voce di spesa).
I due appalti di Montecitorio e Madama valgono insieme 45 milioni di euro, prevedono miliardi di fogli che andranno nel cestino o verranno dimenticati nei vari palazzi che lo Stato affitta per il Parlamento: poca utilità pratica, semplice da sostituire con il digitale.
Il deputato Roberto Marmo del Pdl ha stupito i colleghi in Commissione, soprattutto quelli del suo partito.
Ex presidente della Provincia di Asti, Marmo è tornato a Montecitorio tre mesi fa e, per la prima volta, è intervenuto con un ordine del giorno: “Nel progetto di bilancio sono previsti ancora 800mila euro per rimborsi spese per deputati cessati dal mandato; le spese previste per le locazioni di immobili ammontano a oltre 35 milioni di euro; nonostante l’affermarsi delle nuove tecnologie, la diffusione dei più moderni strumenti informatici e l’introduzione della posta elettronica certificata, le spese relative per servizi di stampa degli atti parlamentari e di atti vari ammontano a oltre 8 milioni di euro; un migliore utilizzo delle tecnologie digitali non solo potrebbe determinare una maggiore produttività dell’apparato amministrativo, ma dei benefici economici”.
Troppo tardi, la Camera ha appena stipulato un contratto di cinque anni e di 38,5 milioni di euro per dichiarare guerra alle foreste di tutto il mondo.
Tremate.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile
ENTI INUTILI E CONSORZI CHE COSTANO PIU’ DEL PARLAMENTO E DOVE I PARTITI HANNO PIAZZATO I PROPRI COMPAGNI DI MERENDA… SETTEMILA ORGANI COLLEGIALI, UNA FORESTA PIETRIFICATA DI 24.000 PORTABORSE CHE FA COMODO A TUTTI
La Casta di serie B è poco appariscente, quasi sempre anonima, sostanzialmente scialba. Finisce poco o punto sui giornali, non sdottora in tv, non usa macchinoni blu, tutt’al più qualche anonima utilitaria, non ha scorte, non troneggia in uffici grandi come piazze d’armi con le scrivanie di mogano tirate a lucido.
Però ci costa molto più dell’altra.
Se per mantenere la prima Casta, la Casta per antonomasia degli “eletti”, deputati, senatori, presidenti regionali, consiglieri, sindaci delle grandi città , dobbiamo tirar fuori ogni anno oltre 2 miliardi di euro (calcolo del Sistema informatico sulle operazioni degli enti pubblici-Siope), per l’altra Casta, quella di livello inferiore, il conto è molto più salato, 3 volte tanto, oltre 7 miliardi di euro (calcolo delle stessa fonte).
E generalmente in cambio otteniamo poco, molto poco.
La Casta di serie B è una selva di 7mila enti, aziende, consorzi, società , organi collegiali, una specie di foresta pietrificata di sedi, uffici, 24mila consiglieri di amministrazione, presidenti, direttori con stipendi, compensi e spese di rappresentanza per circa 2 miliardi e mezzo di euro all’anno.
Gli esperti li chiamano “enti di secondo livello”, cioè di un livello derivato rispetto a quello primario degli eletti, i politici.
I rappresentanti degli enti di secondo livello sono nominati, infatti, dai politici e quindi devono tutto a questi ultimi.
Rapportato allo schema gerarchico medievale, se i presidenti di regione, sindaci e assessori possono essere considerati i feudatari, gli altri sono i valvassori e i valvassini.
Detto in modo più crudo: se i primi ce l’hanno fatta a ottenere un seggio, i secondi spesso sono politici trombati, ai quali viene concesso un contentino e un ripescaggio.
Pagato con soldi pubblici, naturalmente.
Competenze, merito, professionalità ?
Non sono escluse a priori, ma non abbondano.
Benefici per la collettività ? Non sempre certificabili, soprattutto in relazione ai costi.
Magari poi qualcuno dirà che nonostante le apparenze questi enti, aziende e consorzi in realtà sono utili, utilissimi e senza la loro presenza crollerebbe mezzo mondo e metterne in discussione l’esistenza e le funzioni è da qualunquisti scriteriati.
Ma è difficile, per esempio, riuscire a capire perchè accanto a un organismo statale ad hoc per le erogazioni in agricoltura, l’Agea, ente che ha il compito di coordinare e pagare i fondi dell’Unione europea agli agricoltori, poi sono spuntati tanti sotto-enti a livello locale, con le stesse funzioni e lo stesso scopo.
Come, per esempio, l’Arsea in Sicilia, l’Arpea in Piemonte, l’Agrea in Emilia-Romagna, l’Artea in Toscana.
E via elencando.
Così come non è facile comprendere perchè, tanto per fare un altro esempio, la Regione Piemonte che non ha competenze sulle strade avendole trasferite alle Province, poi ha istituito una società apposita per la progettazione delle strade che si chiama Scr.
E ancora resta arduo rendersi conto per quale motivo la Regione Lazio abbia promosso una società per incrementare il turismo sulle spiagge, la Litorale Spa, quando già esisteva un’altra agenzia regionale con lo stesso scopo (Agenzia per lo sviluppo del turismo di Roma e del Lazio), più 4 agenzie provinciali per il turismo a Viterbo, Rieti, Frosinone e Latina, più una quinta a Roma.
Cinque anni fa la Regione Sicilia ha istituito una società di promozione del cinema, una specie di Cinecittà isolana, che infatti si chiama Cinesicilia alla quale l’assessorato alla Cultura ha elargito una dote di 2 milioni di euro più royalties tra il 3 e il 5 per cento per ogni progetto avviato.
Proprio ora ce n’è uno in corso, “Il giovane Montalbano”, sulla scia della serie famosa di Rai1 con Luca Zingaretti, avviato all’inizio di agosto e coprodotto da Rai-Palomar e Regione Sicilia.
Tutte le Regioni italiane hanno istituito per legge propri enti strumentali con uffici, dipendenti, dirigenti, presidenti etc…
Ci sono decine, centinaia di agenzie per il lavoro, lo sviluppo, i rifiuti, il patrimonio, il turismo, la formazione professionale.
Nel bilancio della Casta di serie B tutti questi organismi non sono affatto una voce accessoria, anzi, assorbono più della metà delle spese annue, 3,6 miliardi di euro.
Però nessuno ci mette il naso, come fossero una specie di manomorta della politica.
E come se la Casta di serie B alla fine fosse in realtà di A.
Alcuni di questi enti hanno nomi strambi.
Qualche comune mortale sa che cosa sono i Bim o gli Aato o i Cvb?
Tradotti significano Bacini imbriferi montani, Ambiti territoriali ottimali acqua/rifiuti, Consorzi per la vigilanza boschiva e anche dopo la traduzione il significato non è che sia tanto più chiaro. I Bim sono 63, con compiti assai generici, come si deduce, per esempio, dallo statuto di quello per il fiume Brenta in cui si parla di “favorire il progresso economico e sociale della popolazione dei Comuni consorziati”.
L’anno passato i Bim sono costati 150 milioni di euro anche se secondo la Carta delle Autonomie sarebbero dovuti sparire.
Idem le Comunità Montane: ce ne sono ancora 246 nonostante il governo avesse deciso di cancellarle.
In attesa del trapasso, abbiamo pagato 800 milioni nel 2010.
Idem i 222 Aato (91 per le acque e 131 per i rifiuti).
La loro soppressione era sancita dalla manovra finanziaria del governo nel 2010.
Poi ci hanno ripensato e con il decreto Milleproroghe la cancellazione è stata rinviata a dicembre 2011.
Ci sono costati altri 240 milioni, tanto per gradire.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Costume, denuncia, economia, emergenza, governo, la casta, Politica, radici e valori, sprechi | 2 commenti presenti »
Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile
UNA CITTADELLA DI 3.000 PERSONE TRA DEPUTATI, QUESTORI E PORTABORSE CHE OCCUPA A ROMA 22 PALAZZO STORICI… UN BUDGET DI 1 MILIARDO DI EURO PER ARREDI, BOLLETTE, TENDAGGI, DIVISE, SAPONI E PULSANTIERE
L’accorpamento dei Comuni più piccoli e la cancellazione di 29 provincie previste dal decreto
anticrisi sono un passo avanti per la riduzione dei costi della politica.
Se mai si farà .
Peccato che a Roma i tagli restino ancora un tabù.
Diminuire il numero di parlamentari (e dei rappresentanti di altre assemblee tipo consigli regionali, provinciali e comunali) resta una chimera, mentre è un fatto che i costi complessivi per il funzionamento della Camera, nonostante le promesse seguite al boom del libro “La Casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, dal 2007 al 2011 siano aumentati di ben 60 milioni di euro: a dicembre sfioreranno la stratosferica cifra di un miliardo e 71 milioni.
Denaro speso per far funzionare 22 (!) palazzi e una popolazione di nemmeno tremila persone, tra deputati, portaborse, questori e personale vario.
Eppure, sono tante le voci che potrebbero essere ridotte.
Scorrendo la nota al bilancio pluriennale si scopre che gli assegni vitalizi diretti, per esempio, sono stati limati di un ridicolo uno per mille (95mila euro su un totale di 96,7 milioni), e che – ecco la beffa – nel 2013 l’intero capitolo di spesa (comprese le pensioni di reversibilità ) riprenderà a crescere.
Anche il fondo per i viaggi degli ex deputati aumenterà , passando da 800 a 900mila euro l’anno: nessuno ha avuto il coraggio di cancellarli con un tratto di penna.
Altro costo difficile da abbassare è quello che riguarda gli stipendi (altissimi) del personale: aumentato di 12 milioni dal 2007, a fine 2011 toccherà i 235 milioni di euro nel 2011, per schizzare a 246 milioni nel 2013.
Anche la voce “pensioni” di ex commessi e funzionari è data in crescita di 12 milioni.
Alla faccia dei risparmi promessi.
Andiamo con ordine, e passiamo alle spese di manutenzione: 14 palazzi sono tanti, troppi, così per aggiustare gli onorevoli ascensori i contribuenti italiani pagheranno nel 2011 circa 930mila euro di bulloni e pulsantiere, mentre 990 mila euro serviranno a riparare i vecchi arredi (ma sono previsti nuovi mobili per oltre un milione di euro) e ben 7,7 milioni serviranno per la pulizia e l’igiene.
Dal primo gennaio 2012 i costi per aspirapolveri, scope e detergenti sarebbero dovuti aumentare di altri 120 mila euro l’anno, invece i deputati hanno deciso che gli ottoni di Montecitorio sono già abbastanza splendenti e hanno, bontà loro, congelato l’aumento previsto. I nostri onorevoli non sono riusciti nemmeno a tagliare la voce vestiario: si tratta di 490mila euro l’anno destinati alle divise di autisti e commessi (chissà qual è il sarto che s’è accaparrato l’appalto).
Soldi a cui bisogna aggiungere i 70 mila euro annui per la lavanderia e 100 mila per i guardarobieri che custodiscono cappotti e pellicce delle signore del Parlamento.
Se il decoro dell’istituzione è sacro, anche il benefit del cellulare resta intoccabile: il fondo da 2,3 milioni del 2011 è stato confermato anche per il 2012 e il 2013.
Carta, matite, gomme e penne ci costano invece un milione l’anno, assai meno della stampa di tutti gli atti parlamentari: 7,1 milioni di euro previsti a fine 2011.
A questo fiume di denaro (“Abbiamo già tagliato le pubblicazioni, se tutti i parlamentari ci chiedessero gli atti di giornata non avremmo copie sufficienti”, dice un dipendente) vanno sommati i 2,2 milioni spesi quest’anno per l’accesso gratuito al sito Internet, più altri denari per la realizzazione del “portale storico” della Camera, in occasione del 150 anniversario dell’Unità d’Italia.
Nel bilancio è annunciato anche il fondamentale “sviluppo del palinsesto del canale satellitare”, in modo da assicurare ai telespettatori che finissero per sbaglio sulla tv della Camera in prima serata o nei week-end “la continuità ” delle trasmissioni.
I deputati hanno però annunciato che tenteranno di risparmiare su biglietti aerei, pedaggi autostradali e treni: un milione in meno (sui 13 previsti) a partire dal 2012.
Un taglio inferiore al 10 per cento, che riporta la voce di spesa ai livelli – già altissimi – di quattro anni fa.
“Scorrendo il documento appena modificato, lei vedrà spese che sarebbero giustificate se il denaro fosse usato bene. In realtà sono soldi sprecati, dal momento che la classe dirigente non è all’altezza dell’istituzione per la quale lavora”, chiosa ancora l’alto funzionario che chiede l’anonimato.
Mentre la politica dell’Italia è commissariata da Ue e Bce, a Montecitoro s’è deciso di potenziare “le attività di analisi e documentazione in materia di politica internazionale” di 125 mila euro, a cui bisogna aggiungere 454 mila euro da investire in non meglio specificate “strutture di supporto del Parlamento”.
Altra spesa esorbitante è quella destinata alla comunicazione: dal 2007 ad oggi la crescita della voce è stata costante, e l’ufficio stampa costerà a fine 2011 4,3 milioni di euro.
Un esborso che – questa la promessa – a partire dall’anno prossimo verrà ridotta di 550 mila euro.
Anche la maxivoce “beni e servizi e spese diverse” (che valeva 56 milioni nella scorsa legislatura, oggi toccherà quota 59,5) verrà limata del 10 per cento.
Scorrendo la lista della spesa del 2011, però, si notano uscite che forse potrebbero essere ridimensionate di più: banche dati e agenzie di informazione del Palazzo costano 3,5 milioni di euro l’anno, mentre – nonostante il numero altissimo di avvocati che siedono tra gli scranni o dietro gli uffici – altri 160mila euro verranno usati per assistenze legali esterne. Il controllo dei rendiconti dei partiti politici costa 300 mila euro l’anno, mentre la gestione dei Centri informatici ben 5,3 milioni di euro, a cui s’aggiunge ulteriore assistenza di esperti per 2,8 milioni (capitolo di spesa che, rispetto al 2007, è cresciuto di quasi il 20 per cento).
Già : alla Camera sono tante le voci che, invece di diminuire, in questi ultimi quattro anni sono cresciute: dalle pensioni del personale (più 42 milioni), alle bollette di luce, acqua e gas (più 135 mila euro), dal facchinaggio (che costa ormai 1,6 milioni l’anno) al presidio medico fisso (stessa, folle cifra).
I partiti politici, dal Pdl al Pd, passando per Lega Nord e Udc, non hanno messo un freno nemmeno ai “contributi” per il funzionamento dei vari gruppi parlamentari: se nel 2007 le segretarie costavano 9 milioni, quest’anno ne costeranno 11.
Pure il totale degli stipendi dei dipendenti assunti dai partiti è cresciuto da 12,4 a 13,4 milioni. Commissioni, giunte e comitati hanno un fondo, per missioni di vario tipo e “spese di rappresentanza” e conferenze, di 690 mila euro mentre il capitolo sulle attività interparlamentari ed internazionali tocca i 2,1 milioni.
Anche il restauro delle opere d’arte ha un costo, 150mila euro quest’anno.
Un capitolo a parte merita, infine, la biblioteca di palazzo San Macuto: complessivamente le spese per tenere in piedi la struttura sommano tre milioni e 50 mila euro tondi tondi.
Solo per la gestione dell’inestimabile patrimonio librario (1.385.000 volumi) si spendono quasi 1,3 milioni di euro l’anno (210 mila euro in più rispetto al dato 2007), e quest’anno altri 900 mila euro serviranno ad acquistare libri nuovi, mentre 100 mila verranno destinati alle rilegature. Anche mantenere l’archivio ha suoi prezzi: 270 mila euro da spendere per il 2011.
Bisogna ordinare e fare l’inventario di migliaia di documenti: quest’anno gli esperti si concentreranno soprattutto sull’informatizzazione dei “Disegni e proposte di legge e incarti delle Commissioni del Regno d’Italia”.
Se gli storici e i ricercatori saranno felici, chissà quanti dei nostri deputati andranno a leggere i lavori dei loro antenati.
“Pochini” ammette il funzionario: “Gli onorevoli che vanno a studiare in biblioteca sono rari come un’edizione di pregio.
Preferiscono chiacchierare al bar della buvette”.
Emiliano Fittipaldi
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Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI PAGANO OGNI ANNO UNA TASSA OCCULTA DI 400 MILIARDI PER COLPA DI VARIE CATEGORIE DI LADRI: 120 DI EVASIONE FISCALE, 60 DI CORRUZIONE, 52 DI LAVORO NERO, 43 IN INFORTUNI SUL LAVORO, 18 IN MERCI CONTRAFFATTE, 20 IN ABUSI EDILIZI, 135 NEL FATTURATO DELLA MAFIA, ALTRI IN TRUFFE ALLA UE…. RECUPERANDO SOLO IL 10% DI QUESTA SOMMA AVREMMO COPERTO LA MANOVRA DEL GOVERNO
Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due
anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto.
Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo.
Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete.
Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri.
Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse.
Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più.
Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anzichè degli onesti.
Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltrechè riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato.
Perchè non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel?
Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ’99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà un giorno di galera e si terrà il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa.
Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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