Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
CHI E’ GUIDO VENEZIANI, A CAPO DI UN IMPERO DI PERIODICI CHE SUPERA I 200 MILIONI DI RICAVI E NEO AQUIRENTE DELLO STORICO QUOTIDIANO
Unità . Stop. Vero. Non è un titolo vecchio della scorsa estate, quando il quotidiano fondato da
Antonio Gramsci “è stato tolto dalle edicole”, come ha scritto il suo ultimo direttore, Luca Landò.
Unità . Stop. Vero. E Miracoli. Sono alcune testate della scuderia del nuovo editore che arriva nell’anno primo dell’era renziana: il cinquantenne torinese Guido Veneziani, a capo di un impero che tra periodici e stampa (tra cui quasi 21 milioni di copie del catalogo Ikea) supera i 200 milioni di ricavi.
L’Unità passa dal rosso antico al rosa del gossip, ma le battute contano fino a un certo punto quando si tratta di salvare posti di lavoro.
Perchè l’offerta del gruppo Gve (Guido Veneziani Editore) è stata accolta benissimo dai giornalisti del quotidiano.
Dal comunicato di ieri: “Dopo lunghe settimane di silenzio il Pd rompe gli indugi e annuncia di aver individuato una soluzione solida e credibile per riportare in edicola in tempi brevi il giornale di Antonio Gramsci”. Il cdr giudica “positivamente” l’operazione anticipata ieri dal Corriere della Sera.
Un anno fa tentò l’assalto (fallito) anche a La
Guido Veneziani da un anno tentava il grande salto nell’editoria, pur vantando ben 17 periodici familiari e rosa, una propria concessionaria di pubblicità , la maggioranza di Rotoalba (che stampa i giornali dei Paolini, in primis Famiglia Cristiana) e la proprietà delle Grafiche Mazzucchelli di Seriate, le prime al mondo ad avere una rotativa Goss Sunday a 96 pagine.
Un anno fa ha infatti tentato invano l’assalto a La7, poi presa dal suo competitor (anche nel settore della stampa nazionalpopolare) Urbano Cairo.
Insomma, un signor editore, che il Pd renziano ha preferito alla berlusconiana Daniela Santanchè e soprattutto alla coppia formata dal banchiere Matteo Arpe e dal giornalista Paolo Madron, direttore di Lettera 43, quotidiano online.
La svolta è stata concordata con Matteo Renzi dall’attuale tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. Che al Fatto spiega che non c’è stato alcun “no” politico ad Arpe, di cui si malignava per la sua presunta vicinanza a Massimo D’Alema.
Sostiene Bonifazi, che ieri ha incontrato i giornalisti dell’Unità : “L’offerta di Veneziani è la migliore anche perchè è un editore puro, con Arpe non ci sono stati problemi politici e abbiamo conservato un grande rapporto di amicizia, ci tengo a dirlo”.
Inizialmente, il gruppo di Veneziani verserà 10 milioni di euro che serviranno a evitare il fallimento (la data ufficiale per la presentazione delle proposte è il 31 ottobre) e a chiudere “in bonis” la liquidazione.
Tutto il resto verrà dopo. La trattativa sul rilancio, i numeri della redazione (probabilmente rimarranno in 30, la metà dell’organico di oggi) e il nome del direttore.
Quest’ultimo è una delle questioni più delicate. Veneziani ha fama di editore tosto e decisionista ma dovrà certamente tenere conto delle preferenze politiche del potere renziano.
E ai vertici del Pd il nome che gira di più è quello di una donna.
La favorita, come già trapelato un mese fa, è la firma di punta del Corsera per le cose di sinistra, Maria Teresa Meli.
Bisognerà capire se la scelta rimarrà questa, nelle prossime settimane, e soprattutto se lei accetterà .
In alternativa, potrebbe spuntare un volto noto di La7, Gaia Tortora, che i renziani qualche tempo fa hanno dato in corsa per una direzione a Viale Mazzini.
L’Unità a Veneziani vuol dire anche un nuovo assetto editoriale del Pd.
Il partito diventerà socio del quotidiano con una quota del 5 per cento che sarà detenuta da una fondazione.
Secondo lo schema di Bonifazi, questa fondazione, a sua volta, nascerà per controllare la tv Youdem e l’altro quotidiano di partito che esce clandestinamente in forma cartacea: Europa di Stefano Menichini.
Nella fondazione, che sarà minoranza nel giornale di Antonio Gramsci, entrerà anche uno dei soci della vecchia Unità , Maurizio Mian.
“Ha vinto tra tantissime offerte arrivate”
Continua Bonifazi: “Evitate ogni tipo di congettura politica, dietro l’offerta di Veneziani non c’è nessuno. È stato lui a presentarsi, nessuno di noi lo conosceva. In queste settimane sono arrivate tantissime offerte. La sua è la migliore ed è quella che garantisce di più l’autonomia dei giornalisti”.
Per la cronaca queste le principali testate di Gve dopo l’aggiornamento di ieri: Vero, Vero Tv, Stop, Rakam, Confessioni Donna, Vero Cucina, Vero Salute, Donna al Top, Miracoli, Unità .
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile
UN CONTRAPPASSO SPIETATO, NON C’E’ PIU’ UNA SINISTRA, MA DUE CENTRODESTRA: E ORA CON CHI PRENDERSELA?
Un fantasma si aggira per gli studi televisivi: si chiama Alessandro Sallusti e somiglia all’uomo che
ricordavamo, ma non sembra più lui.
È stanco e spento. Per nulla convinto di quello che dice.
Per carità , gli capitava anche prima, ma la passione nel difendere posizioni improponibili era — se non proprio autentica — vibrante.
Ora che si trova non più a supportare Berlusconi ma a incensare Renzi, come un Menichini qualsiasi, ne soffre. Comprensibilmente.
Lo si è visto giovedì a Servizio Pubblico e lunedì a Piazzapulita.
Quando gli dicono che è ormai più renziano dei renziani, non prova neanche più a difendersi: prende, incarta e porta a casa, da persona (quando vuole) intelligente e arguta qual è.
Lunedì sera, ospite di Corrado Formigli, ha implorato gli elettori di votare Forza Italia, non perchè ci sia ancora qualcuno che creda in Berlusconi (neanche Sallusti arriva a tanto) ma per un imprecisato “bisogno di rendere il centrodestra abbastanza forte da condizionare Renzi e liberarlo dal ricatto dei D’Alema”.
Sallusti è il primo a sapere che la realtà è esattamente opposta, sia perchè D’Alema ormai non conta nulla (anzi: più attacca Renzi, più lo rafforza) e sia perchè il Pd è pressochè perfettamente coincidente con il centrodestra.
Berlusconi o Verdini non hanno bisogno di “condizionarlo”, perchè la sintonia è totale o quasi.
Siamo ben dentro i Sepolcri: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”. Berlusconi è Renzi e Renzi è Berlusconi.
Infiniti i punti di contatto, dal programma (legge elettorale, riforma del lavoro, non-riforma della giustizia, distruzione della Costituzione) alla tecnica elettorale (slogan, promesse, bugie, circondarsi di yesmen e vestali, insistere sul “quasi 41 percento che ci ha votato”).
Sallusti è conscio che, al momento, di lui non c’è bisogno. E ne soffre.
Sempre a Piazzapulita , il sindaco di Firenze Nardella ha sostenuto che, finora, la sinistra italiana ha avuto una grande colpa: quella di essere stata troppo di sinistra. Doppio delirio, perchè la sinistra questo dovrebbe fare e perchè in Italia non lo ha fatto quasi mai.
Mentre Nardella parlava, esponenti di Forza Italia e imprenditori ieri berlusconiani e oggi renziani ribadivano che “la rivoluzione culturale di Renzi” (stessa immagine usata nel ’94 con Berlusconi) è stata quella di appropriarsi di quasi tutto il programma del centrodestra.
Ecco perchè non c’è più bisogno di Berlusconi: perchè ce n’è già uno più efficace e giovane di lui.
I renziani fanno bene a rivendicare la capacità attrattiva che esercitano sull’elettorato altrui: il problema non è calamitare i voti degli ex berlusconiani, ma come li si calamita.
Se si è disposti a copiarne il programma, ci si trova davanti al paradosso attuale: non la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, ma la coincidenza di due centrodestra.
E — come unica alternativa — un movimento di opposizione che combatte battaglie giuste ma non sa comunicare quello che fa (M5S).
Ormai i più grandi sostenitori di Renzi sono i Sallusti e i Formigoni, e c’è da capirli: Renzi, godendo dei favori di quasi tutta l’informazione italiana perchè non indossa la maglia dei “cattivi” ma dei “buoni”, può ottenere tutto quello che non ha ottenuto Berlusconi.
Nanni Moretti gridò che “con questa classe dirigente non vinceremo mai”: ora che ha vinto, sarebbe bello domandargli come si sente (e se ne è valsa la pena).
L’ulteriore paradosso è che questa “sinistra” più a destra della destra, al punto che ormai la Fornero in confronto pare il subcomandante Marcos, imbarazza più i berlusconiani dei piddini.
I secondi, al di là di qualche bizza irrilevante civatiana, tutto ingoiano. Di contro i primi, se per certi versi godono, avvertono comunque il loro essere periferici.
Il Capo è all’angolo e i sondaggi piangono: i berluscones si trovano così costretti ad accucciarsi ai piedi dei renziani, scodinzolando a comando delle Picierno.
Un contrappasso spietato, che non si augura a nessuno.
Gli siamo vicini.
Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
“ACCUSATO DI SCEGLIERE LE MINISTRE PER LA BELLEZZA E L’ETA'”
“Non avrà l’età di Silvio Berlusconi ma in una cosa lo ricorda: Matteo Renzi è accusato di scegliere le sue ministre non per il cervello ma perchè belle e giovani”.
La polemica innescata da Rosy Bindi è arrivata anche sulle pagine dei giornali stranieri.
E così il Telegraph titola sulla somiglianza del primo ministro con il Cavaliere.
“Renzi come il suo predecessore Sivlio Berlusconi è accusato di essere un Playboy”. “Mr Berlusconi”, scrive Nick Squires da Roma, assegnava i ministeri a donne belle e piacenti, showgirls e modelle.
E in questo il suo successore non sembra essere molto differente.
Finiti i tempi della Gelmini, della Carfagna e della Brambilla, iniziano quelli della Boschi, della Mogherini e della Madia.
“La presenza delle donne nei governi del nostro Paese ha avuto una gradualità : ricordo il governo Prodi, il governo D’Alema ma anche il governo Berlusconi. Certo, il 50% di donne al governo del Paese è una conquista importante. Ritengo però che ancora siamo alle gentili concessioni”.
Le parole di Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, in un’intervista al Corriere Tv, non volevano certo essere distensive nei confronti del Governo Renzi. “Penso che le donne ministro siano state scelte anche perchè erano giovani, non solo perchè erano brave ma anche perchè erano belle. Forse possono rifiutare qualche intervista sul personale, farne una in più sul merito del lavoro – è il suo consiglio alle giovani donne ministro – E comunque ritengo che sia un grande passo avanti rispetto a quando dovevo rispondere che ero più bella che intelligente, meglio che vengano considerate nella loro bellezza e nella loro giovinezza”.
Secondo il Telegraph, la Bindi che in passato fu accusata da Silvio Berlusconi “È più bella che intelligente”, si riferisce in modo particolare al ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi.
“A 33 anni è la più giovane delle donne ministro. Attira l’ammirazione degli uomini e il risentimento delle donne. I suoi abiti, in particolare i tailleur sempre aderenti, sono sempre sotto la lente di ingrandimento dei media italiani”.
Certo, aggiunge il Telegraph, va detto che la ministra ha portato a casa la riforma del Senato.
E che non è l’unica giovane: ci sono anche Federica Mogherini, 41 anni, da una settimana nomita Lady Pesc, Marianna Madia, 34 anni, ministro della Pubblica amministrazione.
Le parole della Bindi non sono cadute nel vuoto.
“Non ho intenzione di fare polemiche quando Bindi o altri tornano ad attaccare il governo ma non credo che ci facciano del male, anzi in fondo ci fanno un favore: questo governo ha fatto un forte investimento sulle donne scegliendone alcune per l’incarico di ministro ed altre in ruolo chiave della Pubblica Amministrazione. Ed abbiamo già risposto con i fatti” ha risposto la Boschi.
Anche l’eurodeputata Alessandra Moretti ha risposto alla Bindi provocandola: “Siamo state scelte anche perchè belle. La Bindi non può sopportare che una donna, oltre ad essere bella, sia anche brava”.
La vicesegretaria Pd Serracchiani ha risposto che le donne al governo sono state scelte per merito. “Quello contro la Boschi: sono attacchi che non stanno nè in cielo nè in terra”. “La bellezza non c’entra niente. Le ministre del Pd sono state scelte perchè competenti, capaci e devo dire che il premier aveva avuto la possibilità di conoscerle bene per l’attività svolta in segreteria e come amministratrici”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL DOCENTE DI HAVARD LE TANGENTI SONO LA QUESTIONE PRINCIPALE DA AFFRONTARE… MA IL TEMA FINISCE IN UN PICCOLO RIQUADRO
Secondo l’economista Kenneth Rogoff il problema principale dell’Italia è la corruzione. 
Lo spiega al Corriere della Sera, lo fa con chiarezza, con una risposta secca a chi lo intervista dal forum di Cernobbio.
Ma per scoprirlo bisogna scorrere fino a metà della terza colonna.
Nella titolazione e nell’impaginazione dell’intervista, infatti, non c’è traccia della parola corruzione: non c’è nel titolo, non c’è nell’occhiello, non c’è nel catenaccio. C’è solo in un inciso di una infografica dal titolo “I nodi del sistema” dove si riassume il pensiero dell’economista di Harvard.
“Tra le fragilità dell’Italia — si legge in questo piccolo riquadro — l’economista Kenneth Rogoff ha indicato, oltre alla corruzione, il sistema di governance e l’incapacità di adattarsi a un mondo che cambia: le aziende familiari, ha detto, non riescono ad adeguarsi all’economia globale e per questo hanno bisogno di crescere”.
Eppure le parole di Rogoff erano state chiare.
Alla prima domanda (“Perchè salva l’Italia visto che il suo debito pubblico sfiora il 136% del Pil?”) l’economista risponde che “il problema del debito è legato alla vulnerabilità dell’indebitamento privato: e le famiglie italiane sono poco indebitate”. E su questo si è deciso di titolare l’articolo.
Ma la seconda domanda, quasi chirurgica, (“Qual è il primo problema italiano”) porta Rogoff a rispondere in maniera ancora più chiara: “La corruzione”.
Due parole, senza troppo sviluppare il discorso che poi prosegue sul “sistema di governance e l’incapacità di adattarsi a un mondo che cambia”.
Ma niente, nel resto della titolazione della pagina del Corriere non c’è traccia.
Come se ormai fosse quasi sottinteso.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
RENATO FARINA REINTEGRATO DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI DOPO NON ESSERSENE MAI ANDATO
Da ieri Renato Farina è di nuovo un giornalista professionista.
L’Ordine della Lombardia l’ha reintegrato all’unanimità dopo averlo sospeso nel 2006 per la sua collaborazione prezzolata col Sisde del generale Niccolò Pollari e del fido Pio Pompa, e il suo coinvolgimento nel sequestro Abu Omar (con patteggiamento di 6 mesi per favoreggiamento), quand’era vicedirettore di Libero.
Nome di battaglia: “agente Betulla”. Il reintegro nasce dal solito pastrocchio leguleio all’italiana.
L’Ordine sospende Farina per 12 mesi. Il Pg di Milano impugna la sentenza troppo blanda e chiede la radiazione. Prima che il Consiglio nazionale decida, Farina con agile balzo si cancella dall’Albo, pur continuando a scrivere su Libero con lo pseudonimo “Dreyfus” e a fare danni (suo il pezzo anonimo che diffama il giudice Cocilovo e costa al neo direttore Sallusti la condanna per diffamazione senza condizionale; segue grazia di Napolitano).
L’Ordine lo radia comunque, ma l’ex giornalista ciellino ricorre in Cassazione sostenendo che — essendosi dimesso — non poteva essere espulso.
La Corte gli dà ragione. Farina, che intanto s’è fatto eleggere deputato di Forza Italia, chiede di essere riammesso.
L’Ordine, nel 2012, respinge la domanda perchè “la collaborazione con i servizi è incompatibile con l’esclusività della professione giornalistica”, perchè si “sottrasse al giudizio dei colleghi” e perchè “ha continuato a collaborare quotidianamente con varie testate, con atteggiamento di svalutazione dell’ente preposto alla vigilanza”.
Farina, ormai ex deputato, ripresenta la domanda. E ieri l’Ordine, smentendo se stesso un anno e mezzo dopo, lo riaccoglie a braccia aperte.
Delle due l’una: o lavorare per i servizi, sottrarsi al giudizio dei colleghi e svalutare l’ente di vigilanza è diventato lecito, oppure boh.
Leggeremo, come si dice, le motivazioni. Non saremo certo noi, fautori dell’abolizione di questo ente sempre più inutile e ridicolo chiamato “Ordine dei giornalisti”, a protestare: cazzaro più, cazzaro meno, non cambia nulla.
Non sarà il ritorno di Betulla, che peraltro non se n’era mai andato, a screditare una categoria già abbastanza sputtanata di suo.
Ciò che colpisce in questa farsa è l’assoluta impermeabilità dell’“ente preposto alla vigilanza” all’aspetto più grave del caso Farina: la sua inveterata, scientifica, spudorata attitudine a raccontare balle.
Stiamo parlando di uno che si è sempre difeso spacciandosi per un combattente della “Quarta Guerra Mondiale” (e noi che ci siamo persi la Terza) contro l’Islam in difesa della “civiltà ebraico-cristiana”, in missione per conto di Dio come i Blues Brothers.
E di uno che per anni ha pubblicato dossier-patacca di Pompa & C. per sostenere panzane sesquipedali: che Prodi, come presidente della Commissione Ue, avesse autorizzato i rapimenti illegali della Cia; che il Sisde avesse sgominato terribili attentati di al Qaeda in Italia (mai nemmeno progettati); che il sequestro Abu Omar fosse stato autorizzato dalla Digos e dalla Procura di Milano; che gli italiani sequestrati in Iraq fossero “vispe terese” (Simona Pari e Simona Torretta), “amiche dei terroristi” (Giuliana Sgrena), “pirlacchioni” sventati in cerca di “vacanze intelligenti” alla Sordi (Enzo Baldoni, di cui Farina narrò per filo e per segno un inesistente video per dimostrare che se l’era cercata).
Altre bufale raccontò sulle migliaia di euro che gli passava il Sisde: rimborsi spese, anzi compensi per confidenti, anzi omaggi dati in beneficenza.
Ieri, dinanzi all’Ordine, non ha perso il vizio: “Ho agito in buona fede, pensavo di salvare il mondo”.
Ma da chi, visto che iniziò a lavorare per il Sisde nel ’99, due anni prima delle Due Torri?
E in che senso salvava il mondo spiando cronisti e pm? Quisquilie: se l’Ordine espellesse tutti i giornalisti che contano balle, farebbe una strage.
Ieri, per dire, ha scritto una sua appassionata difesa — tutta incentrata sulla libertà di opinione, che non c’entra una mazza — il senatore del Pd Luigi Manconi, già capo del servizio d’ordine di Lotta continua (Lc e Cl si piacciono tanto).
Dove? Sul Foglio di Giuliano Ferrara, ex spia della Cia, che vanta fra i suoi columnist Pio Pompa.
Non è meraviglioso?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL SETTIMANALE BRITANNICO SPIEGA CHE “L’EURO POTREBBE ESSERE CONDANNATO SE I LEADER DEI MAGGIORI PAESI NON TROVERANNO IL MODO DI RIMETTERE A GALLA L’ECONOMIA”… DRAGHI E’ L’UNICO CHE TENTA DI SALVARE LA BARCA
Una barchetta fatta con un banconota da 20 euro che rischia di affondare. 
A bordo Matteo Renzi che tiene in mano un gelato e davanti a lui, a prua, Francois Hollande che scruta l’orizzonte e una soddisfatta Angela Merkel.
A poppa, Mario Draghi che cerca di svuotare lo scafo dall’acqua che lo sta sommergendo.
E’ la copertina con cui l’Economist lancia l’allarme sui nuovi rischi per l’economia dell’Unione e la stabilità dell’euro, dopo “l’illusione” di essere riusciti a superare la tempesta.
“Nelle ultime settimane i paesi dell’eurozona hanno ricominciato a fare acqua”, scrive il settimanale economico nell’editoriale che dà il titolo alla copertina,
“Quella sensazione di affondare (di nuovo)”.
“Se Germania, Francia e Italia non riusciranno a trovare il modo di rimettere a galla l’economia dell’Europa, l’euro potrebbe essere condannato”, avvisa il giornale britannico.
“Le cause profonde dei nuovi malanni dell’Europa sono tre problemi ben noti e correlati” scrive l’Economist, riferendosi alla mancanza di leader con il “coraggio per le riforme”, ad un’opinione pubblica ancora non “convinta della necessità di cambiamenti radicali e ad un “sistema monetario e di bilancio troppo rigido”.
Quanto a Draghi, “nonostante i suoi sforzi la cornice di politica monetaria e fiscale è troppo restrittiva e soffoca la crescita”.
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ IL PIU’ DIVERTENTE, IL PIU’ FICCANTE, IL PIU’ SPIRITOSO. E ANCHE IL PIU’ TENACE NELLE POLEMICHE”
Vittorio Feltri, giornalista de il Giornale, incorona il collega de Il Fatto quotidiano Marco Travaglio come il migliore della classe tra i giornalisti italiani.
“È il migliore”, dichiara l’editorialista intervenendo alla trasmissione della web-tv di Libero registrata a Capalbio libri.
La motivazione di Feltri è che Travaglio “indipendentemente da cosa scrive è il più divertente, il più ficcante. È il più spiritoso. È anche il più tenace nelle polemiche”.
Per rafforzare la sua posizione Feltri usa anche una metafora calcistica: “Siccome io giudico non le idee o la persona, ma le capacità , giudico Travaglio come farei con un calciatore. Se segna 30 goal a campionato – continua Feltri – è ovvio che è bravo e merita un buon voto. Ritengo che in questo momento Travaglio sia il numero uno”.
Anche Luigi Bisignani, presente all’incontro, è d’accordo con Feltri: “Salvo quando Travaglio scrive quegli articoli noiosissimi su Stato e mafia”.
Feltri condivide l’osservazione sottolineando che quando Travaglio scrive di queste tematiche il suo primato non è più tale.
Per il giornalista de il Giornale infatti “non c’è mai stata una trattativa tra Stato e mafia” e qualora ci fosse stata sarebbe stato meglio perchè “almeno avremmo finito con la mafia”.
In ogni caso dato che la mafia fa fatturati miliardari secondo Feltri “se c’è stata trattativa è andata a favore dei mafiosi per cui siamo di fronte a una classe politica di bischeri”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile
DAL 1 SETTEMBRE AL 31 OTTOBRE OCCASIONE STORICA PER SCOPRIRE IL PERCORSO DELL’INFORMAZIONE: DAGLI “AVVISI” DEI GONZAGA AL WEB
La Gazzetta di Mantova celebra, con una mostra a Palazzo Te, il suo straordinario record di giornale italiano più antico ancora stampato su carta.
Si tratta della testimonianza unica di una costanza di sguardo sul mondo che non si interrompe da 350 anni: un sodalizio con la città plasmata dai Gonzaga che rappresenta, a tutt’oggi, una delle storie più articolate e appassionanti che questa città sappia raccontare.
La Gazzetta fu fondata a Mantova nel 1664.
In principio circolava sotto forma di fogli di notizie, o “Avvisi”, con i quali, fin dal Cinquecento, i menanti – cronisti retribuiti – informavano i Gonzaga, signori di Mantova, di quanto accadeva nel resto d’Italia e d’Europa.
Un giorno di giugno dell’anno 1664, però, gli Osanna, stampatori ducali fin dal 1588, ottennero dal duca Carlo II Gonzaga Nevers il privilegio di stampare in esclusiva, e a loro spese, fogli di avvisi.
Questi fogli, venduti a Venezia a due soldi, nell’uso comune venivano chiamati”gazzette”, proprio dal nome della moneta che aveva corso in città e che riportava una gazza su una delle due facce
Per l’occasione sarà esposta la prima copia, finora nota, della Gazzetta stampata a Mantova: il numero 48 del 27 novembre 1665.
L’articolo di apertura è dedicato alla visita alla Corte di Mantova dell’ambasciatore del duca di Modena, in occasione della morte di Carlo II Gonzaga.
Le altre notizie riguardano le capitali estere, con Vienna in primo piano.
In questa mostra, che mette in scena tanto la storia del giornalismo italiano quanto la storia di una città per secoli tra le più internazionali del panorama europeo, vi sono 160 pezzi: antiche e nuove edizioni del giornale, stampe, ritratti, vedute della città e dei suoi monumenti, medaglie e monete, fotografie, oltre alla linotype rimasta in funzione sino al 1981.
Si possono ammirare anche pagine che raccontano grandi eventi della città : la canonizzazione di San Luigi Gonzaga (1726), l’inizio della costruzione della cupola di Sant’Andrea (1732), o il passaggio per Mantova di un giovanissimo Mozart in concerto al teatro Bibiena (1770).
E ancora: la città che cambia volto e si arricchisce di nuovi monumenti, come il palazzo dell’Accademia, voluto dal governo di Maria Teresa d’Austria e costruito dall’architetto Piermarini, o la Biblioteca Teresiana (1780), che dall’imperatrice prende il nome.
Da sempre giornale di respiro internazionale, nel Settecento la Gazzetta era edita con il titolo di “Ragguagli universali d’Europa e di altri luoghi” ed era letta addirittura dal sultano Mustafà III a Costantinopoli.
Questa mostra è l’occasione per leggere la storia di un intero Paese attraverso l’evoluzione e il progresso di una singola città intraprendente, accogliente, conosciuta oggi nel mondo grazie ai suoi tesori d’arte, primi fra tutti Palazzo Ducale e Palazzo Te, e inserita nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco nel 2008.
Dagli anni ’60la città comincia a valorizzare il suo patrimonio e la Gazzetta racconta questa presa di consapevolezza che ha come ideale data d’inizio la mostra dedicata a Mantegna nel castello di San Giorgio nel 1961 che, con i suoi 250.000 visitatori, determina la nascita del moderno turismo culturale.
Oggi Mantova è anche la città del Festivaletteratura, una formula per vivere la lettura vincente e amata in tutto il mondo.
Mantova ha da rivendicare anche una straordinaria, millenaria, tradizione di economia rurale e agricola grazie alla sua posizione geografica centrale nella Pianura Padana, sulla quale ha saputo innestare con successo, non senza difficoltà e sacrifici, la vocazione industriale italiana del dopoguerra.
Anche qui la Gazzetta è testimone attento della nascita delle prime grandi fabbriche: lo stabilimento di raffinazione petrolifera ICIP, la cartiera Burgo, gli stabilimenti Corneliani, Lubiam, Marcegaglia, OM di Suzzara.
Le pagine della Gazzetta di Mantova, inoltre, in più occasioni hanno raccontato per prime notizie che hanno fatto il giro del mondo.
Da queste righe di inchiostro è passata la Storia. C’è ancora chi ricorda la tragedia dell’incidente a Guidizzolo durante l’edizione del 1957 della Mille Miglia, gara che in seguito venne sospesa definitivamente.
Tra i primi ad arrivare sul posto fu proprio il cronista della Gazzetta Paolo Ruberti, che soccorse i feriti, con il fotografo Quinto Sbarberi, le cui foto fecero il giro del mondo.
E anche la morte di Ayrton Senna (1 maggio 1994 a Imola, Gran premio di S. Marino) “preannunciata” dallo stesso pilota in un filmato girato da un reporter della Gazzetta: lo si vede segnalare, durante le prove, una curva del circuito da lui ritenuta pericolosa, il punto esatto in cui sarebbe accaduto l’incidente.
È in mostra la sequenza esclusiva di foto comparse sulla Gazzetta.
I visitatori potranno seguire anche la proiezione di una selezione delle oltre 3000 foto eseguite dal fotografo Sbarberi tra il 1950 e1970 circa, donate dalla Gazzetta alla Biblioteca Baratta.
Mantova, Fruttiere di Palazzo Te – 1 settembre / 31 ottobre 201
Orario: lunedì: 13-18; martedì, mercoledì, giovedì e domenica: 9-18; venerdì e sabato: 9 -2
Ingresso libero
Catalogo a cura di Daniela Ferrari, Direttore degli Archivi di Stato, e Cesare Guerra, Direttore della Biblioteca Comunale, edito da Publi Paolini.
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Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile
LA STAMPA ESTERA CRITICA IL PREMIER: “TAGLIANDO LA SPESA FA CALARE ANCORA LA DOMANDA”… ANCHE IL “FINANCIAL TIMES” PARLA DI “TIMORI” DEI GRANDI IMPRENDITORI CHE SONO STATI SUOI SUPPORTER… IL “WALL STREET JOURNAL”: “POCHI SEGNI DELLE RIFORME PROMESSE”
Il Financial Times, il giorno dopo la notizia della nuova recessione italiana, aveva parlato di “fine della
luna di miele” tra Matteo Renzi e il Paese.
Ma, come dimostra il contenuto stesso dell’analisi del quotidiano finanziario inglese, i dati Istat sull’andamento dell’economia sembrano aver segnato un punto di svolta anche nel rapporto tra il premier italiano e la stampa internazionale.
Che al giovane ex sindaco di Firenze, presentatosi come rottamatore e alfiere del cambiamento, in passato ha concesso un’ampia apertura di credito.
Ora — forse anche in seguito alle pesanti dichiarazioni di Mario Draghi sulla necessità che i Paesi europei “cedano sovranità ” alla Ue sulle riforme strutturali — il vento è cambiato.
A rimarcarlo è il blog di Beppe Grillo, che riporta integralmente la traduzione di un articolo critico comparso sull’ultimo numero dell’Economist.
La prima frase dice tutto: It’s the economy, stupid.
Ovvero lo slogan della vittoriosa campagna presidenziale condotta nel 1992 da Bill Clinton. Il senso era che solo i numeri sulla crescita e l’occupazione avrebbero determinato l’esito delle elezioni.
Il settimanale della City continua spiegando che “se Matteo Renzi, uno studente appassionato di politica americana, avesse prestato più attenzione allo slogan di successo inventato per la campagna presidenziale di Clinton nel 1992, potrebbe essere in una posizione migliore di quella in cui si trova oggi”.
Cioè con il Pil in calo dello 0,2% nel secondo trimestre, “il peggior colpo per il primo ministro dall’inizio del suo mandato nel mese di febbraio”.
Poi la sferzata: “La notizia della recessione lascia un’ammaccatura enorme nella credibilità della strategia complessiva del governo. Mister Renzi ha fatto una scommessa: che l’economia avrebbe recuperato senza bisogno di molte riforme strutturali, in modo da poter andare andare avanti con quello che lui ha giudicato l’aspetto più importante: il cambiamento istituzionale”. §
“Per Renzi riforme come il Pin del telefonino. Ma che succede se nel frattempo la batteria si è scaricata?” Seguono il racconto delle trattative con Silvio Berlusconi (che nel 2001 l’Economist definì “inadatto a guidare l’Italia”) sull’Italicum, la descrizione delle difficoltà che il governo sta incontrando nel varare iniziative pro-crescita e la previsione di “tagli alla spesa profondi (di 15, 20 miliardi secondo i più)” per “rispettare i propri impegni di riduzione di bilancio della zona euro senza aumentare le tasse”.
Peccato che “se il governo non agisce rapidamente per liberare i mercati e favorire la razionalizzazione e l’efficienza, c’è il rischio che i tagli faranno ulteriormente calare la domanda accelerando la spirale discendente”.
Conclusione: “Mr Renzi il mese scorso ha paragonato il suo programma di riforma costituzionale con il Pin di un telefono cellulare. E’ solo dopo aver digitato il numero, ha spiegato, che il telefono funzionerà . Ma cosa succede se nel frattempo la batteria si è scaricata?”.
Secondo il Financial Times ora “i grandi imprenditori esprimono timori”
Anche sulle pagine color salmone del Financial Times, che a febbraio celebrava “l’agenda ambiziosa” di Renzi e solo a giugno giudicava “importante” la sua battaglia per un ripensamento delle rigide regole del Patto di stabilità , ora lo scetticismo nei suoi confronti è palpabile.
Pur se attribuito, come nel colloquio con il presidente del Consiglio pubblicato domenica, ai “grandi imprenditori italiani” che “sono stati grandi supporter di Renzi” ma ora “hanno iniziato a esprimere timori che si tratti di un micromanager che si basa troppo su pochi amici fidati quando avrebbe invece bisogno di consulenti esperti da abbinare alla sua capacità politica”.
Parla di “paralisi italiana”, in contrasto con la ripresa di Spagna e Grecia, il Wall Street Journal, che in un editoriale firmato da Simon Nixon sottolinea come rispetto alle promesse di sei mesi l’esecutivo Renzi abbia realizzato troppo poco: “Ci sono pochi segni dei cambiamenti di vasta portata del mercato del lavoro e dei prodotti e delle revisioni della burocrazia e del sistema giudiziario necessari per rilanciare la crescita”.
Die Welt: chiusura dell’Unità e successo di Fanpage simbolo dell’Italia renziana
Infine la stampa tedesca, che da Renzi si aspettava un nuovo corso e riforme profonde, ora è rapidissima a scaricarlo prevedendo (Suddeutsche Zeitung) che il premier “sarà più debole in Europa”.
Ma non solo: ampliando lo sguardo, il quotidiano conservatore Die Welt pubblica un’analisi sul nuovo Zeitgeist (“spirito del tempo”) italiano perfettamente incarnato dal presidente del Consiglio.
“A 39 anni già premier. Non segue alcuna ideologia. È un pragmatico. Era democristiano, ora è socialdemocratico. È la personificazione del ‘sia…sia’.
È contrario alle politiche di risparmio d’Europa, ma allo stesso tempo a favore di riforme strutturali dolorose.
Distribuisce 80 euro a chi guadagna di meno, e allo stesso tempo sbraita contro i sindacati.
Renzi non pensa in ‘destra’ e ‘sinistra’, ma in veloce e lento. È uno che fa. Sono gli altri a frenare”, spiega il corrispondente Tobias Bayer ai concittadini di Frau Merkel. La descrizione dello stile giovanilistico dell’inquilino di Palazzo Chigi continua con riferimenti all’abbigliamento (“Non porta vestito e cravatta, ma jeans e camicie aperte”), all’uso della tecnologia (il solito Twitter) e all’atteggiamento “alla mano” (“Si fa portare la pizza a Palazzo Chigi, velocemente passa al tu: ‘Io sono Matteo’. Non è ‘uno di quelli’ ma ‘uno di noi’).
E questo “riflette uno Zeitgeist che ovviamente plasma anche i media”.
In che modo? L’Unità chiude e gran parte delle testate tradizionali sono in crisi, mentre, scrive Bayer, riscuote successo il giornale online Fanpage.it.
Il giudizio su questa evoluzione è lasciato ai lettori.
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