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VASCO ERRANI COMMISSARIO PER LA RICOSTRUZIONE, LA SCELTA GIUSTA

Agosto 28th, 2016 Riccardo Fucile

ABITUATO A PARLARE CON I FATTI, NON CON LE CHIACCHIERE, E HA SIA ESPERIENZA CHE   SENSO DELLE ISTITUZIONI

Chi lo conosce bene, e qualche contatto con lui lo ha avuto, prevede che Vasco Errani dirà  di sì: “Come fa a dire di no di fronte al terremoto? Accetterà  per spirito di servizio verso il paese”. E non “per discorsi politicisti come referendum, Italicum, rapporti con la minoranza e questa roba qui”. Anzi, “se qualcuno lega le cose, terremoto e referendum, è la volta buona che manda qualcuno a quel paese”.
Il Sì riguarda la sua nomina a commissario del governo per la ricostruzione, che Renzi ha intenzione di varare con un dpcm (decreto presidenza del consiglio dei ministri) già  nei prossimi giorni.
E di cui ha parlato con la sua cerchia ristretta e con i presidenti delle regioni toccate dal terremoto.
È una mossa che risponde ad almeno tre esigenze. E che rivela la profonda consapevolezza di quanto il dramma abbia una dimensione “politica” in grado di toccare, orientare, influenzare gli umori dell’opinione pubblica.
Ecco i perchè di Errani.
Primo: il suo “modello Emilia” di ricostruzione — rapporto con i sindaci e le comunità  locali, efficienza, nessuno scandalo – è l’opposto delle new town e del “modello Aquila” (ricostruzione dall’alto).
Secondo: le Regioni toccate dal sisma sono quattro (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) e una figura esterna che conosce la politica e la pubblica amministrazione, le sue regole e le sue procedure e faccia sintesi — hanno ragionato a palazzo Chigi — è utile.
Soprattutto ora che l’inchiesta della procura sui crolli è destinata a coinvolgere figure dell’amministrazione locali e regionali, come lascia già  intravedere lo scaricabarile di queste ore tra comune e uffici regionali sulla famosa scuola di Amatrice.
Terzo: non è un mistero che Renzi stimi Errani e che più volte abbia tentato di portarlo al governo, con l’obiettivo di cooptare una parte della Ditta e di depotenziare l’opposizione interna. O meglio: il suo cuore pulsante emiliano-romagnolo.
E più volte Errani, capita la logica e il tentativo di scavare un solco tra lui e Bersani cui è legato da affetto fraterno, ha detto di no.
Ora però non si tratta di sostituire la Guidi. O di ricalibrare i rapporti col governo. Prosegue chi conosce bene Errani: “Come fa a dire di no di fronte alle aspettative della popolazione? Ma questo è Vasco, uno che ha detto di no a tanti incarichi e che si va a infilare in un inferno per spirito di servizio”.
Già , come fa a dire no. Il suo no lo dirà  quando qualcuno gli chiederà  se aver accettato l’incarico cambia qualcosa nei rapporti su referendum, Italicum e rapporti interni. Detto in altri termini, accetterà  più da uomo delle istituzioni che da esponente di peso del partito emiliano.
E, conoscendolo, parlerà  con i fatti più che con le interviste

(da “Huffingtonpost”)

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CHI PAGA I DANNI DA CALAMITA’ E PERCHE’ E’ COSI’ POCO DIFFUSA L’ASSICURAZIONE

Agosto 27th, 2016 Riccardo Fucile

IN EUROPA I DANNI SONO COPERTI DALLE COMPAGNIE DI ASSICURAZIONE… PER UNA CASA DI 100 MQ SI PAGHEREBBE TRA 250 E 400 EURO L’ANNO

Terremoti, danni e risarcimenti: in Italia l’unica legge è la gestione dell’emergenza, tra vuoti normativi e paradossi.
Il primo: nel Paese dove almeno 24 milioni di persone vivono in zone a rischio sismico (secondo i dati del Consiglio nazionale dei geologi) a coprire tutti i danni è solo lo Stato.
Un’anomalia rispetto a quanto avviene in altri Paesi europei, dove è già  consolidato da tempo un sistema basato sulla sinergia tra pubblico e privato e dove i danni provocati dalle calamità  sono coperti dalle compagnie di assicurazione.
Salvo eventi davvero eccezionali: in tali circostanze entra in gioco lo Stato.
Non è un caso se l’agenzia di rating Fitch ha stimato che l’impatto sulle assicurazioni del terremoto che ha colpito il centro Italia sarà  limitato, a testimonianza della bassa copertura assicurativa nella zona interessata.
Situazione simile in molte altre aree d’Italia e diametralmente opposta a quella di altri Paesi europei, in cui stipulare polizze contro le calamità  è obbligatorio o semi-obbligatorio.
In Italia sono stati fatti dei tentativi, ma non si è mai arrivati a nulla di concreto. La mancanza di regole certe è causa di altre questioni irrisolte, come la possibilità  per le compagnie di scegliere discrezionalmente le zone dove assicurare e l’inesistenza di agevolazioni fiscali per chi sottoscrive una polizza antisismica.
I TENTATIVI DEI GOVERNI
Da anni in Italia si discute dell’introduzione di un sistema obbligatorio di polizze anti-terremoti. Il caso volle che pochi giorni prima del terremoto in Emilia Romagna, nel maggio 2012, fosse il governo Monti a prevedere l’obbligo delle assicurazioni per gli edifici privati nella bozza del decreto legislativo 59 (la riforma della Protezione civile) convertito dalla legge 100 del 12 luglio 2012.
Nessuna traccia della previsione, però, rimase nel testo definitivo della norma durante l’esame parlamentare.
Ed anche sul fronte delle assicurazioni volontarie ci furono degli intoppi, in quanto nello stesso testo erano stati previsti alcuni criteri direttivi che dovevano far parte di un regolamento sulle coperture assicurative volontarie, ma il decreto attuativo che avrebbe dovuto contenere il regolamento non è più stato scritto.
Quel provvedimento puntava a escludere, o anche ridimensionare, l’intervento statale e a introdurre incentivi fiscali, anche attraverso regimi agevolati all’imposta sul premio di assicurazione.
Passati due anni, dopo le alluvioni che nel novembre del 2014 hanno colpito la Liguria e il Nord Italia, la questione è tornata d’attualità  e Graziano Delrio, allora sottosegretario alla Presidenza del consiglio, annunciò che si stava valutando di nuovo la possibilità  di introdurre l’assicurazione obbligatoria, sia per soggetti pubblici sia per i privati.
E dato che sembrava un paradosso (l’ennesimo) stipulare un’assicurazione volontaria senza scaricarla dalle tasse, si discusse anche dell’ipotesi di scaricare il costo (totale o parziale) della polizza dalla dichiarazione dei redditi. Ad oggi nulla di fatto.
COSA AVVIENE IN ITALIA
E allora: chi e attraverso quale forma paga i danni da terremoto? Dalla riforma varata dal governo Monti, lo Stato non paga più i danni direttamente ai cittadini in caso di calamità  naturale, lasciando a loro la facoltà  di assicurarsi.
Il ruolo di Roma tuttavia rimane centrale nella copertura dei disastri. Dalla dichiarazione dello stato di calamità  naturale, infatti, parte un iter che ingloba sia la gestione dei pagamenti che la valutazione dei danni.
Il capitolo finale è semplice: gli enti territoriali (Regioni e Comuni) distribuiscono a chi ne ha fatto richiesta i fondi stanziati dal Governo.
Nel mezzo, tuttavia, ci sono procedure dai tempi biblici, assai complesse e spesso inefficaci.
L’ammontare dei fondi destinati alle calamità  naturali viene indicato in Legge di Stabilità . Per il 2016 e il 2017 sono stati stanziati 47,8 milioni di euro. Che servono un po’ per tutto: dalle alluvioni al crollo di un ponte. Basti pensare che per il terremoto che ha distrutto Amatrice è stato annunciato uno stanziamento d’emergenza di 50 milioni di euro.
LE ASSICURAZIONI: UN CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI
La diffusione delle assicurazioni per le calamità  in Italia è bassa, come rilevato da un dossier del 2015 di Ania, l’associazione delle imprese assicuratrici.
Una tendenza che vale anche per le polizze in caso di terremoto e le compagnie ad oggi possono scegliere i cittadini e le imprese da assicurare, privilegiando ad esempio le aree a basso rischio.
Tra timidi tentativi, dibattiti politici e proposte, dunque, l’Italia è rimasta indietro rispetto all’Europa. Basta dare un’occhiata a quanto avviene in Gran Bretagna, Spagna, ma anche Belgio, Danimarca e Francia, dove dal 1982 qualsiasi contratto di assicurazione si estende anche alle calamità  naturali. In questo modo le compagnie non possono rifiutare la propria copertura assicurativa, anche nelle aree più a rischio. Lo Stato però, nei casi di difficile copertura, interviene con la Caisse Centrale de Reinsurance, attraverso la quale le compagnie possono a loro volta assicurarsi a un tasso fisso, quindi favorevole, di cessione. In Spagna, invece, l’assicurazione è obbligatoria, ma la gestione è statale, con il Consorcio de Compensacion de Seguros che assume direttamente le garanzie relative al rischio straordinario.
I COSTI DI UNA POLIZZA
Ma quanto bisogna sborsare in Italia per una polizza assicurativa e quanto costerebbe se fosse obbligatoria?
L’assicurazione contro il terremoto e le calamità  naturali è una polizza a valore. Questo significa che il rimborso dei danni avviene in base al territorio (e ai rischi a esso legati) in cui si trova l’abitazione.
Le compagnie assicurative prevedono un rimborso per ricostruzione, sistemazione a nuovo o acquisto di un nuovo immobile, in base all’entità  dei danni subiti e alle clausole contrattuali stabilite in fase di sottoscrizione.
Fondamentale per stabilire il costo è la grandezza dell’abitazione (e anche, ovviamente, l’anno in cui è stata edificata e se è stata edificata con i criteri antisismici), visto che le tariffe sono tutte al metro quadrato.
In tal senso, si va dai 2,50 euro per i territori italiani a basso rischio sismico fino ai 3,50/4 euro al metro quadro per gli immobili situati in zone ad alto rischio di terremoto.
A questa somma bisogna sommare un’altra voce obbligatoria di spesa, ovvero quella relativa al costo del premio minimo di partenza.
In soldoni: per assicurare contro il terremoto una casa di circa cento metri quadri si va da un minimo di 250 euro a un massimo di 400 euro l’anno.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SCUOLA CROLLATA, L’OMBRA DEI LEGAMI CON COSA NOSTRA

Agosto 27th, 2016 Riccardo Fucile

INTRECCI TRA DITTA E GRUPPO COLPITO DA INTERDITTIVA… I LAVORI AFFIDATI ALLA VALORI: 700.000 EURO PER METTERLA IN SICUREZZA

La scuola elementare “Romolo Capranica” di Amatrice è crollata per il terremoto. E questo nonostante nel 2013 fossero stati spesi circa 700mila euro per metterla in sicurezza.
In attesa degli sviluppi dell’inchiesta aperta dalla Procura di Rieti (leggi), un primo dato emerge netto: attorno all’azienda che ha lavorato, pesa forte l’ombra di collegamenti con i clan di Cosa Nostra.
Per capire bisogna partire dal sito della Valori Scarl.
Qui, nell’elenco delle opere, alla voce “Restauro e riqualificazione ambientale” si legge: “2013: Amatrice, ristrutturazione polo scolastico verticalizzato”. Parte del denaro speso (200mila euro) è stato prelevato dal fondo messo a disposizione dal governo dopo il terremoto de L’Aquila.
A svelare i sospetti di collusione sono, però, gli intrecci societari.
La Valori scarl, infatti, fa parte del gruppo Mollica il cui principale socio è Francesco Mollica nato a Patti in provincia di Messina nel 1977.
La Valori, poi, è detenuta per l’88% dalla Dionigi Soc. Coop la cui sede si trova a Roma in via Dionigi 43, un indirizzo che risulterà  decisivo.
Qui, infatti, si trova un’altra società : la Sed srl che si occupa di elaborazione dati. L’amministratore è un cittadino russo, il quale controlla anche la Ricos, una società  immobiliare che fa parte del gruppo che detiene le quote della Valori scarl.
Al netto di questo risiko societario, ciò che solleva sospetti di mafiosità  è uno degli azionisti della Sed. Si tratta di Domenico Mollica che ne detiene il 90% e che è nato a Piraino (Messina) nel 1955.
Ecco il legame. Il signor Mollica è stato socio della Siaf (società  di costruzioni fallita) assieme ai fratelli Pietro e Antonino. Ai tre è riconducibile il consorzio Aedars che nel 2013 riceverà  un’interdittiva antimafia firmata dalla Prefettura di Roma. Di più: Francesco Mollica, che controlla la Valori Scarl, è figlio di Domenico.
Nella giornata di ieri abbiamo tentato di raggiungere i diretti interessati e i loro legali, senza esito.
L’interdittiva raccoglie un lungo elenco di annotazioni di diverse polizie giudiziarie su collegamenti con i clan di Cosa Nostra radicati a Barcellona Pozzo di Gotto.
Il caso diventa pubblico perchè in quel periodo il consorzio sta lavorando a Milano. La chiave, in questo caso, è rappresentata dalla Fracla srl che detiene il 72% dell’intero gruppo ed è riconducibile a un parente degli imprenditori.
La storia dei fratelli Mollica inizia qui e torna indietro al 1991, quando il Comune di Piraino viene sciolto per mafia.
Nella relazione firmata dall’allora ministro Enzo Scotti si legge: “In meno di tre anni i fratelli Mollica si trasformano in un sostanzioso gruppo finanziario che si aggiudica ripetutamente appalti per svariati miliardi in Sicilia e fuori dall’isola”.
Emerge, fin da allora, la capacità  dei Mollica di influenzare la vita politica. Nel marzo del 2013, poi, viene sciolto il Comune di Augusta (Siracusa).
Anche qui le relazioni allegate citano più volte i Mollica. In particolare si sottolinea il rapporto di amicizia e di affari con Francesco Scirocco, arrestato nel 2011.
L’interdittiva antimafia viene però sospesa dal Tar del Lazio nel 2014. Il giudizio ribalta l’impianto accusatorio.
Si legge: “Da quanto illustrato si svilisce il quadro indiziario circa la contiguità  con le organizzazioni mafiose del Consorzio ricorrente”. In sostanza il collegio afferma “che mancano gli elementi di collegamento con la criminalità  organizzata”.
Una delle vicende più spinose e dalla quale i Mollica usciranno immacolati, è quella della vecchia Siaf. In questo caso il nome dei Mollica viene tirato in ballo da Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, il quale li inserisce nella lista degli imprenditori che si spartivano gli appalti.
Dichiarazioni considerate “troppo generiche”. Per Pietro Tindaro Mollica i guai, però, non finiscono. Nel 2015 viene arrestato a Roma nell’ambito dell’indagine Variante inattesa. L’accusa è di bancarotta fraudolenta.
L’inchiesta parte dal consorzio Aedars che in dieci anni — ragiona l’accusa — si è aggiudicato una serie di appalti pubblici (118 milioni totali). Scrive il gip: “Dagli atti è facilmente evincibile come Mollica applichi un metodo delinquenziale”.
L’ombra di questo metodo si affaccia ora sulle macerie di Amatrice.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHI E’ IL SINDACO DI AMATRICE: DALLA POLEMICA SULLA PASTA AI CAMPI DI CALCIO

Agosto 27th, 2016 Riccardo Fucile

IL RITRATTO DI SERGIO PIROZZI, ABITUATO A INIZIATIVE ECLATANTI… E’ ALLENATORE DEL TRASTEVERE, LA SQUADRA IN CUI ESORDI’ TOTTI

“Amatrice non esiste più”. Il primo grido di dolore, la prima richiesta d’aiuto sui media è stata la sua. Sergio Pirozzi, il sindaco della cittadina laziale devastata dal terremoto del 24 agosto, la comunicazione la conosce alla perfezione.
Ben prima di quella scossa che ha decimato il suo paese, il sindaco-allenatore (guida il Trastevere, la squadra in cui esordì Totti, oggi in serie D) aveva portato alla ribalta il nome del suo bellissimo paese con iniziative sempre più eclatanti.
Prima la minaccia di fare una secessione dal Lazio se avessero chiuso l’ospedale (oggi inagibile).
Poi la polemica sulla pasta alla amatriciana con lo chef Carlo Cracco (che nel sugo ci voleva mettere l’aglio).
Infine le frecciate a Matteo Renzi e ultimamente alla collega romana Virginia Raggi, che avevano usato il termine “all’amatriciana” in senso dispregiativo.
“Tutelerò il nome della mia città ”. Questo è Sergio Pirozzi, vivace e sanguigno.
Poi la scossa, tutti quei morti e la distruzione di una città  che era una bomboniera. Una ecatombe di quasi 300 morti, una cittadina quasi isolata dal mondo.
“Ho perso tutto e non scappo”, rassicura i suoi concittadini. Ma mentre il sindaco organizza i soccorsi ecco le polemiche sulla scuola Capranica, ristrutturata con sistemi antisismici nel 2012 e implosa alla prima scossa. “Secondo te con i miei figli piccoli che vanno a scuola, i documenti non erano in regola? Ancora nel 2013 un sopralluogo del Genio civile mi aveva certificato che era tutto a posto”, replica al fattoquotidiano.it quando gli si chiede un commento.
Poche ore dopo tramite agenzia fa sapere che il suo comune si costituirà  parte civile nell’inchiesta sul crollo della scuola aperta dalla procura della Repubblica di Rieti, anche se non esclude che potrebbe ricevere lui stesso, che quei lavori li volle e li inaugurò, un avviso di garanzia: “Sarebbe un atto dovuto”, ha spiegato al Messaggero. “Tutta la documentazione comunque è agli atti perchè si trova al Genio civile e alla Regione. State sereni che Amatrice non fa sconti a nessuno”.
Sulla ricostruzione inoltre non ha dubbi: “Amatrice è da radere al suolo e ricostruire lì dove è adesso”.
Linguaggio diretto, da uomo tosto. Di destra.
Eletto sindaco per la seconda volta nel 2014, ha un passato da consigliere provinciale di Alleanza nazionale: tra i tanti politici dai quali ha ricevuto conforto nelle ore dopo il sisma c’è anche Gianni Alemanno.
A chi gli ha chiesto cosa ha detto a Renzi nel loro incontro, ha poi risposto senza indugi: “Barcollo ma non mollo, questo gli ho detto”.
Pirozzi da un anno e mezzo è anche presidente dell’Associazione dei comuni dimenticati. Una battaglia portata avanti anche dopo le scosse di questi giorni: “Mandate il messaggio di positività : se non c’è positività  i piccoli centri si spopolano e le città  non ce la fanno più. Se ragioniamo nell’ottica dei numeri l’ospedale qui ad Amatrice non ci doveva stare. Anche se oggi è inagibile per il sisma fino all’altro giorno salvava vite umane, in questa che è un’area di frontiera. Dobbiamo fare ritornare la gente nei borghi: poi se i tecnici sbagliano, pagheranno”.
Pirozzi è considerato un buon allenatore di calcio: un passato con il Rieti in serie C2 poi come vice allenatore dell’Ascoli in serie B.
Nelle ultime settimane prima del sisma il suo Trastevere aveva incontrato in una amichevole, tenutasi proprio ad Amatrice, la squadra dell’Ascoli che milita in serie B: risultato clamoroso, 3-2 per il Trastevere.
Ma ora, a poche settimane dall’avvio del campionato, Pirozzi ha promesso che lascerà  la guida della squadra per seguire il suo paese.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“PALAZZI CON PIU’ SABBIA CHE CEMENTO”: L’ACCUSA DEL PROCURATORE CAPO DI RIETI

Agosto 27th, 2016 Riccardo Fucile

SI INDAGA SUL CROLLO SI 115 EDIFICI… VERIFICHE SUL RUOLO DI IMPRENDITORI CHIACCHIERATI

Una scuola elementare appena ristrutturata che si sbriciola, i pilastri portanti incrinati. Un campanile restaurato tre volte che diventa la tomba di un bambino di pochi mesi. Case che crollano sotto il peso di soffitti in cemento armato poggiati sopra fragili mura di sassi. Palazzine dai tramezzi con più sabbia che malta.
“No, quanto accaduto non può essere considerato solo frutto della fatalità “, dice il procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva.
L’uomo che, in queste ore, deve trovare la risposta più difficile: c’è una responsabilità  “altra” per la strage dei 281 morti causata dal terremoto?
“L’esperienza e la logica ci dicono che, ad Amatrice, le faglie hanno fatto tragicamente il loro lavoro. E questo si chiama destino. Ma se gli edifici fossero stati costruiti come in Giappone, non sarebbero crollati”.
LA VERITà€ DEI TRAMEZZI
Chiuso nel suo ufficio di Rieti, Saieva ricontrolla per l’ennesima volta la lista dei morti accertati sulla sua scrivania.
“Sono loro, per ora, la mia priorità “. Le salme. Da identificare ufficialmente, da sottoporre ad esame medico- legale una per una.
“Tutte le nostre risorse sono impegnate su questo fronte”. Ma il procuratore, che ha aperto un’inchiesta per disastro colposo e omicidio colposo, sa bene la mole di lavoro che lo aspetta. E di cui già  ha intravisto le tracce.
Poche ore dopo il terremoto della notte del 24 agosto, infatti, è andato personalmente sui luoghi del disastro. “Per portare la mia solidarietà “, spiega. Ma era anche un sopralluogo.
Di fatto, il primo atto della sua inchiesta. “All’ingresso del paese ho visto una villa schiacciata sotto un’enorme tettoia di cemento armato”, racconta.
“Poco lontano c’era anche un palazzo di tre piani che aveva tutti i tramezzi crollati. Devo pensare che sia stato costruito al risparmio, utilizzando più sabbia che cemento”. Sono i primi appunti di un fascicolo tutto da scrivere. “Cose che accerteremo a tempo debito. Se emergeranno responsabilità  e omissioni, saranno perseguite. E chi ha sbagliato, pagherà “.
DOCUMENTI DA RECUPERARE
Sotto le macerie ci sono anche le carte su cui si baserà  l’indagine della procura di Rieti, affidata a un pool di quattro magistrati.
Sono i documenti raccolti dagli uffici tecnici di Amatrice (dove il municipio è devastato) e Accumoli, dove il campanile della chiesa è caduto. Permessi di costruzione, autorizzazioni, adeguamenti antisismici, progetti esecutivi, collaudi, relazioni dei direttori dei lavori. In sintesi, la vita burocratica di ogni edificio, di ogni appartamento, di ogni palazzo di questo territorio inserito dai geologi nella zona rossa, rischio sismico massimo.
La polizia giudiziaria non li ha ancora acquisiti. Una volta presi tutti i faldoni, l’indagine si concentrerà  sugli immobili che hanno subito i danni maggiori.
Iniziando da quelli dove ci sono state delle vittime.
Secondo una prima stima, sono 115 gli edifici crollati o gravemente lesionati nei due comuni del reatino. I pm, per prima cosa, verificheranno se ciò che è stato costruito ex novo o modificato negli ultimi 15 anni sia conforme al testo unico del 2001, la norma base con le disposizioni in materia di progettazione antisismica.
Ma non basterà  risultare in regola sulla carta. Ulteriori accertamenti saranno svolti su come sono stati realizzati i progetti dalle imprese.
E neanche allora basterà , perchè poi si guarderanno i collaudi: sono stati fatti per tutti? Sono stati fatti correttamente?
I COSTRUTTORI SOTTO ACCUSA
Questa radiografia la subirà  anche la scuola Romeo Capranica di Amatrice. Il simbolo di un fallimento, a suo modo. Torniamo indietro di qualche anno, intorno al 2010.
Il comune di Amatrice riceve un primo finanziamento di 500mila euro dal fondo per l’edilizia scolastica. A questi, dopo il sisma dell’Aquila, se ne aggiungono 200mila, stanziati dalla Regione con l’obiettivo specifico del miglioramento antisismico di quell’edificio. Soldi che in realtà  il comune di Amatrice anticipa dalle proprie casse, perchè ancora oggi non sono stati erogati dalla Provincia.
L’istituto viene comunque ristrutturato e inaugurato in tempi record: il 13 settembre 2012, alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico.
Ma sull’esecuzione dei lavori, la storia si ingarbuglia. L’appalto lo vince il Consorzio Stabile Valori, controllato dalla Dionigi srl, di cui è socio l’avvocato amministrativista Francesco Mollica, 39 anni. Un suo zio, l’imprenditore di Patti Pietro Tindaro Mollica, si è ritrovato più volte coinvolto in vicende giudiziarie, senza però aver mai riportato condanne e ottenendo da Tar e Consiglio di stato l’annullamento di alcune interdittive antimafia.
Oggi Pietro Tindaro Mollica è ancora imputato per bancarotta a Roma. Attraverso l’avvocato Filippo Dinacci, il Consorzio stabile Valori, rappresentato da Valentino Di Virgilio, spiega: “Eseguiamo i lavori attraverso circa 80 consorziate. Nel caso di Amatrice sono stati assegnati ed eseguiti totalmente dalla Edil Qualità  di Roma. Siamo certi della correttezza dell’operato dell’impresa costruttrice”.
POLISTIROLO NELLE MURA
Altro nodo da sciogliere riguarda un ulteriore appalto “per la prevenzione e riduzione del rischio connesso alla vulnerabilità  degli elementi anche non strutturali della Capranica”.
La gara, per un valore di 172.000, si apre il 22 dicembre scorso e se la aggiudica la ditta Cricchi con un ribasso del 36,1 per cento.
Solo pochi giorni prima del terremoto, alla preside della scuola viene comunicato che si sarebbe fatto un intervento al tetto.
Le prime foto degli interni, scattate dalle squadre dei vigili del fuoco dopo il disastro, sembrano però suggerire problemi strutturali ai pilastri più che al soffitto. E alcune immagini televisive mostrano polistirolo e retine nelle strutture portanti.

(da “La Repubblica”)

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IL LABRADOR LEO HA SALVATO LA PICCOLA GIORGIA E IL COCKER ABBRACCIA LA BARA DI ANDREA

Agosto 27th, 2016 Riccardo Fucile

DUE STORIE CHE DOVREBBERO FAR RIFLETTERE I COSIDDETTI “UMANI”

È in forza alla Squadra Cinofili della Questura di Pescara il cane Leo, l’eroe a quattro zampe, citato anche dal premier Renzi, al termine del Consiglio dei Ministri, che ha individuato sotto le macerie a Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno, la piccola Giorgia, permettendo il salvataggio della bambina rimasta sotto le macerie per oltre sedici ore.
Leo, splendido esemplare di Labrador di tre anni e mezzo, è specializzato nella ricerca persone.
Il suo fiuto infallibile e poi il suo abbaiare particolare hanno permesso ai soccorritori, raccontano gli stessi operatori, di individuare la piccola e salvarle la vita.
Una storia incredibile, quella di Leo, figlia della generosità  di un privato cittadino che, qualche tempo fa, ha donato l’esemplare di Labrador alla Questura di Pescara.
Il cane viene spesso utilizzato in operazioni di ricerca persone anche fuori regione, come sta accadendo in queste ore drammatiche e di corsa contro il tempo nelle zone terremotate
A Pescara del Tronto stanno operando con il cane Leo il suo conduttore, l’assistente della Polizia di Stato Matteo Palladinetti, e il responsabile della Squadra Cinofili della Questura pescarese, il sovrintendente capo Liborio Desimone
“Alle nove e quarantacinque di mercoledì 24 agosto – racconta Desimone – eravamo già  con la nostra squadra a Pescara del Tronto. Sono stati tre giorni di grande lavoro. Per fortuna siamo riusciti a trovare e salvare questa piccola innocente e per noi è stata una gioia immensa. Se non credessimo ancora oggi di trovare persone in vita non faremmo questo lavoro”.
Altra storia straziante quella del cocker che saluta la bara del padrone Andrea.
“Erano inseparabili”
Sembra non rassegnarsi alla morte del suo padrone. Andrea Cossu, 45enne morto a Pescara del Tronto nel terremoto, e il suo cocker erano “inseparabili”.
Nel video di Fanpage si vede il cane irrequieto davanti alla bara di Andrea nella camera ardente.
I familiari, straziati dal dolore, hanno avvicinato il cane che ha quasi abbracciato la bara del suo “inseparabile” amico.
Storie di amore e solidarietà  che dovrebbero far vergognare certi “umani”, incapaci di esprimere sentimenti positivi.

(da agenzie)

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“SCUSA GIULIA SE SIAMO ARRIVATI TARDI”: IL BIGLIETTO DEL VIGILE DEL FUOCO SULLA BARA DELLA PICCOLA

Agosto 27th, 2016 Riccardo Fucile

AVEVA FATTO SCUDO CON IL SUO CORPO PER SALVARE LA SORELLINA GIORGIA

“Ciao piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi, purtroppo avevi già  smesso di respirare ma voglio che tu sappia da lassù che abbiamo fatto tutto il possibile per tirarvi fuori da lì”.
E’ la lettera che un vigile del fuoco ha scritto e lasciato sulla bara della piccola Giulia, la bambina morta a Pescara del Tronto, uno dei comuni dell’Italia centrale più colpito dal terremoto del 24 agosto.
La bambina di dieci anni con il suo corpo ha protetto la sorellina Giorgia, di 4 anni, portata in salvo dai soccorritori dopo 16 ore dal sisma.
“Quando tornerò a casa mia a L’Aquila – continua la lettera –   saprò che c’è un angelo che mi guarda dal cielo e di notte sarai una stella luminosa. Ciao Giulia, anche se non mi hai mai conosciuto ti voglio bene. Andrea”.
Le due piccole sono diventate tra i simboli del sisma, ha ricordato monsignor Giovanni D’Ercole nell’omelia durante i funerali celebrati ad Ascoli Piceno per le vittime del terremoto: “La più grande Giulia purtroppo morta, ma ritrovata in una posizione protettiva su Giorgia, una bimbetta di scarsi cinque anni – ha detto il vescovo – che sembrava spaesata con la bocca piena di macerie. Morte e vita erano abbracciate, ma ha vinto la vita: Giorgia. Anzi, dalla morte è rinata la vita perchè chi esce dal terremoto è come se nascesse di nuovo”.
Anche suor Mariana, rimasta ferita nel crollo del convento “Don Minozzi” di Amatrice ha un pensiero per le due bambine: “Mi ha colpito la storia di questa sorella che copre il corpo dell’altra sorella per difenderla. Un gesto – sottolinea la religiosa – che parla più di ogni discorso che uno voglia fare. Una bambina che ne sa che bisogna salvare la vita dell’altro? Eppure lo fa, è istintivo. Lei col suo corpo ha detto alla sorella ‘io ti salvo, io ti proteggo’. Non ha fatto discorsi e, benchè anche lei avrebbe voluto vivere, lo ha fatto e basta”.
Ieri la madre di Giulia è venuta in barella a salutare la figlia deceduta, nella palestra comunale dove si sono svolti i funerali. “Ciao, mamma ti ama tanto” ha detto la donna avvicinando al volto la foto della figlia appoggiata sulla cassa. Assistita dai parenti e dagli scout, è stata poi riportata in ospedale dopo qualche minuto.

(da agenzie)

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LA RICOSTRUZIONE CI E’ COSTATA 120 MILIARDI IN 50 ANNI

Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile

ERRORI ED ORRORI DAL BELICE ALL’EMILIA, SOLO IL FRIULI E’ STATO UN MODELLO VIRTUOSO

All’inizio la ricostruzione non fu facile nemmeno in Friuli. «Fasin di bessà’i», avevano detto gli abitanti dopo la tragedia del 6 maggio 1976. Facciamo da soli.
E avevano cominciato a riparare le case distrutte, a rinforzare quelle pericolanti. Poi venne la scossa del 15 settembre e tutto crollò di nuovo.
Ci sono voluti dieci anni e quasi 20 miliardi di euro per far rientrare a casa gli ottantamila sfollati e far tornare come prima i 137 Comuni colpiti dall’Orcolat, l’orco sotterraneo della Carnia.
«Dopo un sisma non ci sono ricostruzioni felici», commenta Andrea Barocci, mentre si prepara a partire per le zone terremotate. Ingegnere delle strutture, coordinatore della sezione norme, certificazioni e controlli in cantiere dell’associazione Ingegneria sismica italiana, Barocci è autore di un manuale, «Rischio sismico» (edizioni Grafill), in cui spiega che il terremoto, in Italia, è una certezza con cui dobbiamo convivere.
In meno di cinquant’anni sette sismi ci sono costati cinquemila morti, oltre 500 mila sfollati e 121 miliardi di euro di soldi pubblici spesi per ricostruire.
Come una manovra aggiuntiva di due miliardi e mezzo ogni anno.
LA VERGOGNA DEL BELICE  
Primo venne il Belice, la valle siciliana dove l’Italia diede il peggio di sè negli aiuti e nella ricostruzione. Gibellina, Salaparuta, Montevago erano polvere, ma lo Stato lasciò per quasi due anni i cittadini nelle tende, assieme ai loro sindaci esautorati, per ricostruire malamente i paesi in una distesa di case a schiera tutte uguali.
A poco servì la protesta di Danilo Dolci, il Gandhi della Sicilia, che gridava «La burocrazia uccide più del terremoto». Quarant’anni fa c’erano ancora 47 mila sfollati, le ultime baracche di eternit sono state smantellate nel 2006.
Agli antipodi dell’Italia, il Friuli è un’altra storia.
Siamo ancora in guerra fredda, il premier Aldo Moro non può lasciare solo il territorio militarmente più esposto a eventuali attacchi da Est. Già  il 7 maggio, il giorno dopo la scossa da quasi mille morti, Giuseppe Zamberletti viene nominato commissario straordinario ad hoc.
Tre le linee guida: decentrare le decisioni, reinsediare al più presto la popolazione, ricostruire tutto com’era e dov’era. Prima le fabbriche, per garantire il lavoro, poi le case e infine le chiese. Sono anni da stato d’assedio: roulotte sequestrate in tutta Italia, case espropriate, interi Comuni come Venzone che diventano «opera pubblica», edifici privati compresi.
Cossiga, ministro dell’Interno, scrive di suo pugno: «Il commissario agisce in deroga a tutte le leggi ivi comprese quelle sulla contabilità  generale dello Stato». Fioccano le denunce e le proteste di chi aveva un appartamento e si vede restituire una stanza. Ma intanto i paesi rinascono.
Con la tecnica certosina dell’«anastilosi» si ricostruiscono palazzi e chiese numerando le pietre e rimettendole al loro posto esatto. Diecimila quelle del Duomo di Venzone, finito quasi vent’anni dopo. Alla metà  degli anni ’80 gli ultimi sfollati lasciano i prefabbricati e tornano a casa. Ed è questo il modello Friuli, forse l’unico esempio positivo di ricostruzione in Italia, che non ha purtroppo fatto scuola.
Solo quattro anni dopo viene l’Irpinia, quasi tremila morti, la madre di tutte le sconfitte dello Stato e delle cosiddette autorità  locali. La prima stima dei danni, nel 1981, parla di 8.000 miliardi di lire, ma alla fine il conto totale supererà  i 50 miliardi di euro.
Ogni volta che facciamo benzina, paghiamo 4 centesimi al litro per la ricostruzione dell’Irpinia, una piaga che nel frattempo si è allargata dai 99 Comuni dichiarati all’indomani del sisma ai 643 riconosciuti dal governo di Arnaldo Forlani e ai 687 finali: miracolo al contrario di un’Italia che promette consensi elettorali in cambio di contributi non dovuti. Ancora oggi i quartieri di Penniniello e Quadrilatero delle carceri a Torre Annunziata, feudi di camorra, aspettano la ricostruzione. I fondi dello Stato sono finiti altrove.
LA RISATA E LE NEW TOWN  
Della ricostruzione in Umbria e Marche si può parlare bene o male, ma il lavoro di restauro della basilica di Assisi e la riparazione dei paesini storici feriti hanno del miracoloso.
Nulla di sacro c’è, invece, nella gestione del dopo-sisma in Abruzzo, marchiato dalla risata oscena fra Francesco Maria De Vito Piscicelli e suo cognato al pensiero dei lucrosi appalti in arrivo. «Ricostruiremo in sei mesi tenendo fuori speculazione e mafia», aveva promesso Silvio Berlusconi. Ma la sua idea della «new town», i paesi di plastica dove ricollocare gli sfollati, è stata un autogol.
Sette anni dopo la tragedia, migliaia di persone vivono nelle Case (Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) o nei Map (Moduli abitativi provvisori). L’Aquila non è risorta, l’emergenza non è mai finita.
Nemmeno il terremoto nella pianura padana emiliana è un esempio di rapida ricostruzione: in quattro anni sono poche le attività  ripartite.
Per il Centro Italia nuovamente colpito non ci sono modelli vincenti.
L’unica strada è una vera prevenzione strutturale, con la revisione di tutti gli edifici a rischio.
Ma questa sarebbe un’altra Italia.

Alessandro Cassinis
(da “La Stampa”)

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MIGRANTI IN CODA PER DONARE SANGUE PER I TERREMOTATI

Agosto 26th, 2016 Riccardo Fucile

“CI SEMBRAVA GIUSTO AIUTARE CHI E’ IN DIFFICOLTA'”

Continua la gara di solidarietà  per aiutare i terremotati dopo il sisma di questi giorni.
In tutta la Liguria oggi si sono presentate oltre 1500 persone per donare il sangue, rispondendo all’appello in favore dei feriti del terremoto.
E a donare il sangue oggi, all’ospedale San Paolo di Savona, si sono presentati anche una decina di migranti ospiti di una cooperativa locale.
“Abbiamo saputo di questa emergenza umanitaria e siccome l’Italia ci ha aiutati quando siamo scappati dalla guerra e dalla miseria – ha raccontato un profugo – ci sembrava giusto rispondere all’appello e aiutare coloro che ora soffrono e sono in difficoltà “.
Anche nei prossimi giorni altri migranti andranno in ospedale o presso altre associazione che raccolgono il sangue per effettuare le loro donazioni.
A dimostrazione che il senso di solidarietà  e di umanità  non ha confini o barriere.

(da agenzie)

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