Febbraio 25th, 2011 Riccardo Fucile
I FONDI DESTINATI A FORMARE I DIRIGENTI DEGLI ENTI LOCALI: ASSEGNATI A SUA DISCREZIONE A DUE ATENEI SENZA GARA PUBBLICA: I FONDI ASSEGNABILI ANCHE A UNIVERSITA’ PRIVATE…COME NON ESISTESSERO GIA’ LE SCUOLE SUPERIORI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE PER AGGIORNARE I DIRIGENTI.. LA COMPLICITA’ DEL PD
Ai disfattisti accaniti contro la riforma dell’università di Mariastella Gelmini dev’essere sfuggito.
E come a loro, dev’essere sfuggito anche a chi si lamenta che il federalismo fiscale rischia di essere un guazzabuglio difficile da capire per gli stessi amministratori locali.
Ebbene, mentre la Cgil denunciava che le università italiane si vedranno ridurre quest’anno i fondi statali di 839 milioni e i poveri ricercatori restavano quasi all’asciutto, proprio nella riforma Gelmini è spuntato un finanziamento nuovo di zecca: due milioni l’anno per cinque anni. Totale, dieci milioni.
Da destinare a uno scopo decisamente particolare: spiegare ai dirigenti degli enti locali i segreti del nostro futuro federalista.
Ci credereste?
Quei soldi, c’è scritto nell’articolo 28, servono al ministro per «concedere contributi per il finanziamento di iniziative di studio, ricerca e formazione sviluppate da università » in collaborazione «con le regioni e gli enti locali». Tutto ciò in vista «delle nuove responsabilità connesse all’applicazione del federalismo fiscale».
Atenei, beninteso, non soltanto pubblici: potranno avere i quattrini pure quelli privati, nonchè «fondazioni tra università ed enti locali anche appositamente costituite». E qui viene il bello.
Perchè dopo aver stabilito questo principio, la legge dice che non ci potranno essere più di due beneficiari, uno dei quali «avente sede nelle aree dell’obiettivo uno».
Cioè nelle regioni meridionali ancora considerate sottosviluppate dall’Unione europea.
Insomma, una norma fatta apposta per distribuire un po’ di soldi a una università del Nord e a uno del Sud.
Le loro identità ?
La riforma Gelmini dice che a individuarle ci penserà il ministero.
Quanto al modo che verrà seguito, è del tutto misterioso.
L’articolo che istituisce il fondo prevede che «con decreto del ministero, da emanarsi entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge », cioè prima del 29 maggio prossimo, «sono stabiliti i criteri e le modalità di attuazione delle presenti disposizioni».
Aggiungendo però che sempre con il medesimo decreto «sono altresì individuati i soggetti destinatari».
Perciò, se abbiamo capito bene, il 29 maggio sapremo quali saranno i due soggetti pubblici o privati scelti da Mariastella Gelmini, e perchè.
Senza una gara, nè un concorso pubblico.
Fatto piuttosto singolare, visto che al Fondo per la formazione e l’aggiornamento della dirigenza» possono accedere anche istituzioni private. A meno che, circostanza assai probabile, non si sappia già a chi devono andare i soldi.
Perchè poi le università prescelte devono essere proprio due, di cui una al Sud?
Forse che per un amministratore di Agrigento è più facile raggiungere, poniamo, Bari, anzichè Roma?
E per un sindaco friulano è più agevole recarsi in una città del Nord, come magari Torino, invece che nella capitale?
Dove peraltro lo Stato già possiede proprie strutture create appositamente (e appositamente finanziate) per formare gli amministratori?
Non esiste forse una meravigliosa scuola superiore di pubblica amministrazione, che peraltro ha sedi anche a Caserta, Acireale, Reggio Calabria e Bologna?
E non disponiamo perfino di una magnifica scuola superiore di economia e finanza, la ex Ezio Vanoni, in teoria la struttura più idonea per dare lezioni di federalismo fiscale?
Perchè chi deve istruire gli amministratori locali su quella riforma, se non chi l’ha fatta?
La verità è che questa storia emana un odore molto simile a quello della vecchia vicenda della Scuola superiore della magistratura, che Roberto Castelli aveva dislocato, oltre che a Bergamo e Latina, pure a Catanzaro: sede che il successore del ministro leghista, Clemente Mastella aveva poi dirottato nella sua Benevento.
Odore, dunque, decisamente politico.
Anche bipartisan, come vedremo.
Imperscrutabile, infine, è il legame fra il ministero dell’Università e il federalismo fiscale.
A meno che la riforma Gelmini non sia stata soltanto un pretesto.
Lo ha sospettato, senza peli sulla lingua, Pierfelice Zazzera.
Quando il 23 novembre del 2010 l’emendamento istitutivo di questo fondo per la formazione, recapitato all’improvviso in aula dalla commissione Cultura della Camera presieduta dall’azzurra Valentina Aprea, è stato messo ai voti, il deputato dipietrista ha fatto mettere a verbale: «In un momento in cui non si trova la copertura dei soldi previsti per i ricercatori, si trovano comunque due milioni per fare corsi sul federalismo fiscale. Mi sa tanto di lottizzazione politica dei finanziamenti o di qualche marchetta ».
Sfogo inutile.
L’articolo che fa spendere dieci milioni per questa curiosa iniziativa è passato con una maggioranza schiacciante grazie anche ai voti del Partito democratico, che pure ha bombardato la riforma Gelmini.
È successo pochi giorni prima della clamorosa bocciatura rifilata invece all’emendamento presentato da Bruno Tabacci e Marco Calgaro che puntava a dirottare appena 20 milioni di euro dai lauti rimborsi elettorali destinati alle casse dei partiti alle buste paga dei ricercatori universitari.
Anche in questo caso, con un aiutino dal centrosinistra.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 7th, 2011 Riccardo Fucile
POCO INVIDIABILE PRIMATO PER I NOSTRI ATENEI, LA MEDIA OCSE E’ DEL 10%, NEL REGNO UNITO I RAGAZZI CHE ARRIVANO PER STUDIARE SONO QUASI IL 18%… IN ITALIA POCHE RESIDENZE E POCHISSIME BORSE DI STUDIO
Nell’epoca della globalizzazione della cultura e dell’istruzione gli atenei italiani
detengono un primato poco invidiabile: ospitano il minor numero di studenti stranieri (solo il 3,1% degli iscritti), un dato largamente al di sotto rispetto alla media dei Paesi Ocse (10%) e lontanissimo dalle eccellenze rappresentate da Regno Unito (17,9%), Germania (11,4%) e Francia (11,2%).
Lo denuncia la Fondazione Migrantes, evidenziando anche i motivi alla base di questa scarsa capacità di attrazione di studenti universitari stranieri da parte degli atenei di casa nostra: in primis le politiche di accoglienza, di fatto inadeguate.
La bassa mobilità studentesca “in entrata” dipende in larga parte da ragioni di ordine pratico: in primo luogo le poche residenze universitarie presenti, a disposizione soltanto del 2% degli studenti stranieri, contro il 17% della Svezia, il 10% della Germania e il 7% della Francia; poi le pochissime borse di studio erogate quasi esclusivamente da enti privati.
Da non sottovalutare, infine, la barriera linguistica: i corsi in lingua inglese, fondamentali per l’internazionalizzazione degli studi, sono ancora pochi e presenti a macchia di leopardo solo in alcuni atenei.
Nell’anno accademico 2008/2009 il totale degli iscritti alle università italiane risulta essere di 1.759.039 studenti, di cui soltanto 54.707 stranieri (il 3,1% appunto).
I più numerosi sono gli albanesi (11.380) seguiti da cinesi e greci (oltre 5.000), rumeni (4.000) e camerunensi (3.000).
Il maggior tasso di crescita tra gli iscritti stranieri si registra tra i cinesi, con un aumento del 10,9% rispetto all’anno precedente, grazie anche allo specifico programma di interscambio culturale “Marco Polo”, definito a livello ministeriale. L’ateneo con il maggior numero complessivo di iscritti stranieri è la Sapienza di Roma (6.500 studenti, circa il 5% del totale), non a caso l’istituzione universitaria più grande d’Europa.
Nel corso del 2009 si sono laureati in Italia 6.240 studenti stranieri.
Le facoltà più “gettonate” tra gli studenti stranieri sono quattro: Economia (17,6%), Medicina e Chirurgia (14,7%), Ingegneria (13,2%) e Lettere e Filosofia (10,4%).
La maggior concentrazione di iscritti stranieri si registra negli atenei del Centro Italia – che ospitano il 34% degli studenti – grazie alla presenza di numerose città universitarie come Roma, Perugia, Firenze e Pisa.
Nel Nord Ovest (30,3%) gli atenei più “internazionali” si trovano a Milano e Genova.
Nel Nord Est (26,6%) le città con una significativa presenza di studenti stranieri sono Padova, Trieste e Bologna.
Infine al Sud (7,2%) i due principali poli d’attrazione sono rappresentati da Napoli e Bari.
La più alta percentuale di iscritti stranieri sul totale degli studenti a livello nazionale si registra alla Bocconi di Milano (1.000 studenti, pari al 15,9%).
In questo panorama non esaltante, in cui l’Italia rappresenta il “fanalino di coda” della mobilità studentesca internazionale, il nostro Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca ha un apposito portale dedicato agli studenti stranieri che vogliono venire a studiare qui (www. studiare-in-italia. it).
Il sito – realizzato in collaborazione con il Cimea e potenziato dal Cineca – è naturalmente multilingue (inglese, tedesco, spagnolo e francese) ma manca il cinese.
I contenuti specifici rivolti agli studenti stranieri “incoming” sono piuttosto scarni e poco interattivi, anche per questo stupisce l’ampiezza della sottosezione “Vivere in Italia” infarcita di luoghi comuni che riporta la ricetta della pizza napoletana e suggerisce la migliore strategia per difendersi dai borseggiatori sui mezzi pubblici.
Peraltro il dato sulla presenza dei (già ) pochissimi corsi in lingua inglese nei nostri atenei è fermo al 2007.
Insomma: un pessimo biglietto da visita.
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
AL PRIMO POSTO L’ALMA MATER DI BOLOGNA, SEGUITA DA CNR E DALLA STATALE DI MILANO… GLI ISTITUTI PRIVATI SOLO IN OTTAVA E DECIMA POSIZIONE… AD ELABORARE LA CLASSIFICA, SCIENZIATI E RICERCATORI CHE LAVORANO ALL’ESTERO
In Italia la ricerca migliore è quella pubblica e in particolare universitaria. 
Lo segnala la prima classifica dei centri di ricerca che ospitano i migliori “cervelli”.
Tra i primi dieci, sette sono atenei pubblici: l’Alma Mater di Bologna apre la graduatoria, seguita dal Cnr e dalla Statale di Milano.
I primi due istituti privati sono in ottava e decima posizione: l’Ospedale San Raffaele e l’Istituto nazionale dei tumori, entrambi milanesi.
A precederli, università di Padova (quarta), Roma La Sapienza (quinta), Statale di Torino (sesta), l’Istituto nazionale di astrofisica (settimo), mentre l’università di Firenze è nona.
La classifica è basata sul numero di scoperte di rilievo dei migliori scienziati e ricercatori.
A contarle, i loro colleghi, anch’essi italiani, che però lavorano all’estero, riuniti nell’associazione Virtual italian academy (Via-academy), nata a Manchester. Via-academy ha prima classificato i migliori cervelli attivi in Italia, tenendo conto della quantità e della rilevanza accademica delle loro scoperte.
Poi li ha suddivisi per posto di lavoro, ricavando una classifica delle strutture.
Il valore delle ricerche di ciascuno studioso è misurato col cosiddetto indice “h”: se uno scienziato ha un h-index di 32, ad esempio, significa che ha fatto 32 scoperte citate ciascuna almeno 32 volte, in scoperte di altri suoi colleghi. L’indice “h” privilegia in particolare i ricercatori che ottengono molti risultati di rilievo, a scapito di chi ne produce tanti, ma di scarso interesse, o di chi fa il colpo isolato.
Per la graduatoria, sono stati considerati solo gli studiosi con un indice “h” di almeno 30.
Poi sono stati raggruppati per centri di ricerca, e per ognuno di questi si sono sommati gli indici “h” dei relativi ricercatori.
Più alta la somma, più alta la posizione in classifica.
Via-academy si è soffermata sui primi 50 enti.
Sono per lo più università statali, ma comprendono anche 11 università e istituti privati.
L’ateneo di Pisa è undicesimo, seguito dall’Istituto Mario Negri e dagli atenei di Ferrara, Napoli e Genova. La Normale di Pisa è ventiduesina, la Bocconi trentanovesima, il Politecnico di Milano, quarantasettesimo.
Il limite principale della classifica, nota l’università di Bologna che ha diffuso la notizia, è forse il fatto che la valutazione non è necessariamente esaustiva. Gli studiosi considerati sono infatti solo quelli rintracciati dai loro colleghi.
E’ però plausibile che col tempo, e la notorietà , la classifica (aggiornata in tempo reale) vada via via completandosi con un numero crescente di partecipanti.
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Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NAPOLITANO FIRMA, MA SOLLEVA “CRITICITA'” SULLA RIFORMA UNIVERSITARIA: DA UN LATO TOGLIE OGNI FUTURO AI GIOVANI, DALL’ALTRO LI ESORTA A NON PERDERE OGNI SPERANZA… UNA VOLTA PROMULGATA, LA LEGGE ENTRA IN VIGORE E IL GOVERNO, COME DA PRECEDENTI, NON MODIFICA UNA VIRGOLA…L’ANALISI DI MARCO TRAVAGLIO
I sopravvissuti ai veglioni, ai cenoni, ma soprattutto alla torrenziale conferenza stampa di
Berlusconi e al letale messaggio ipnotico di Napolitano avranno forse notato il paradosso di un signore di 85 anni che potrebbe un bel giorno lasciare il posto a un ometto di 75 (che ne avrà 78 quando si libera la sedia) e intanto firma la cosiddetta legge Gelmini che toglie ogni speranza ai giovani, poi li esorta a non perdere la speranza (l’espatrio).
Già ci pare di sentire le obiezioni di quirinalisti e corazzieri di complemento, secondo i quali il Presidente sarebbe, in gran segreto, un roccioso baluardo contro le leggi vergogna: infatti l’altro giorno ha, sì, firmato pure la Gelmini, ma segnalando coraggiosamente “alcune criticità ”.
Purtroppo anche Rodotà , su Repubblica, ha tentato di gabellare la promulgazione della controriforma universitaria come un trionfo del dialogo presidenziale con gli studenti e un altolà al governo: il Colle ha firmato la Gelmini, ma gliele ha cantate chiare.
La tesi ricorda quel pugile che, messo al tappeto dal suo avversario e portato in ospedale più morto che vivo, biascicava prima di entrare in coma: “Ne ho prese tante, ma gliene ho dette quattro”.
La verità nuda e cruda è che ha stravinto un’altra volta Berlusconi e hanno perso un’altra volta gli italiani.
Le chiacchiere stanno a zero, la Gelmini è legge, farà danni irreparabili per decenni (anche perchè il centrosinistra, ove mai tornasse al governo, si guarderebbe bene dall’abrogarla) e delle “criticità ” segnalate dal Quirinale il governo farà l’uso che Bossi fa del tricolore per celebrare degnamente l’Unità d’Italia.
Oltretutto questa cosa di firmare le leggi dicendo che non vanno tanto bene è un controsenso e una presa in giro.
La Costituzione dice che il presidente, quando gli arriva una legge dal Parlamento, ha due opzioni: se gli piace, firma; se non gli piace, respinge al mittente con messaggio motivato alle Camere.
La firma con monito, con criticità , con faccia scura, con naso storto, con ditino alzato, con mano sinistra o su una gamba sola non è prevista.
E in ogni caso, una volta promulgata, la legge va sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore.
Come, e soprattutto perchè, il governo dovrebbe correggerla dopo “ampio confronto” con gli studenti ignorati per tre anni, soprattutto ora che il Quirinale ha scaricato l’unica arma in suo possesso per imporglielo?
Naturalmente, come si fa col nonnetto che raccomanda di coprirsi bene, la Gelmini ha assicurato che “terrà conto” delle osservazioni. Tanto domani nessuno se ne ricorda più.
Illazioni? Malignità ? No, memoria storica.
Il 2 luglio 2009, con la solita fiducia, diventava legge l’ennesimo “pacchetto sicurezza” di questa banda di magliari che si fa chiamare governo: la legge 15.7.2009 n. 94, piena di norme razziste e incostituzionali, tipo il reato di immigrazione clandestina e il via libera alle ronde.
La penna più veloce del west la firmò il 15 luglio, ma lo stesso giorno scrisse al premier e ai ministri Maroni e Alfano che alcune “rilevanti criticità ” suscitavano in lui “perplessità e preoccupazioni”: la legge era mal fatta (3 articoli per modificare quasi 200 norme), malscritta (il solito ostrogoto) e addirittura viziata da scarsa “coerenza con i principi dell’ordinamento” e da “dubbi di irragionevolezza e insostenibilità ”.
Anche allora, vivi applausi al Colle dai corazzieri della penna: che monito, perbacco, gliele ha cantate chiare!
Immancabilmente Maroni, Alfano & C. si impegnarono “tener conto delle osservazioni del capo dello Stato”, di cui sentitamente lo ringraziarono.
Poi se ne infischiarono: infatti, in un anno e mezzo, di quella legge non han modificato un punto e virgola.
Le uniche variazioni le ha imposte la Consulta, stabilendo che la legge firmata (ma con monito) da Napolitano era incostituzionale in più punti.
Ora, con la Gelmini, il copione si ripete. Eppure qualcuno ancora ci casca.
A Napoli si dice “’ccà nisciuno è fesso”.
Nisciuno, o quasi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 29th, 2010 Riccardo Fucile
NELLA RIFORMA UNIVERSITARIA NIENTE PIU’ OBBLIGO DI RICORRERE AL PART TIME…L’ART 6 COMMA 10 SALVA LE CONSULENZE E STRIDE CON LE PROMESSE DELLA GELMINI: “DOCENTI PIU’ IN AULA AD INSEGNARE”… I BARONI FESTEGGIANO, LE OPPOSIZIONI DORMONO
Doveva essere una legge che “colpisce i baroni e i privilegi”: così il ministro Gelmini ama descrivere la riforma universitaria che porta il suo nome.
Ma a leggerne il testo, appena approvato in via definitiva al Senato, viene un dubbio: il privilegio di molti baroni che, alla professione e allo stipendio da docente, affiancano un’intensa attività extra-accademica, trascurando spesso i loro doveri universitari, non sembra colpito.
Appare invece rafforzato.
Vediamo l’art. 6 comma 10 che è molto chiaro: “I professori a tempo pieno possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione, di collaborazione scientifica e di consulenza, di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, pubblicistica ed editoriale”.
Non solo.
“Possono altresì svolgere, su autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonchè compiti istituzionali e gestionali presso enti pubblici e privati”.
Tutto ciò senza rinunciare a un solo centesimo del proprio “stipendio pieno” di professore che si aggira a fine carriera, per un ordinario, intorno ai 5.000 euro mensili.
Passata sotto silenzio, questa liberalizzazione delle consulenze esterne dei professori, rischia di avere gravi conseguenze.
Ottime per i professori, che potranno liberamente fare i docenti e contemporaneamente i divulgatori, i collaboratori, i pubblicisti e i gestori di enti pubblici o privati.
Pessime per i conti dell’Università pubblica.
In base a un decreto del 1980 i docenti a tempo pieno, con stipendio pieno, non potevano prima svolgere altra attività .
Potevano chiedere il “tempo definito” che portava però metà stipendio: “stranamente” solo il 5,8% dei docenti ne usufruisce.
Ma questo decreto che farebbe risparmiare centinaia di migliaia di euro l’anno, non è mai stato ovviamente applicato con rigore.
Ora la riforma Gelmini, quella che a spot “combatte i baroni”, addirittura lo spazza via, così tutti potranno fare man bassa di doppi incarichi, con relative entrate.
Chi fino ad oggi era fuorilegge, ora con la riforma può stare tranquillo: ci ha pensato la Gelmini, nel silenzio delle opposizioni, a garantire ai baroni il doppio lavoro, a spese dell’Università italiana.
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
I TAGLI SULLA PELLE DI UNA GENERAZIONE… “GLI ASSALTI AL BANCOMAT? MOLTI DI LORO NON LO AVRANNO MAI”… LE FAMIGLIE E I LORO FIGLI: SU DI LORO IL CONTO DI CHI SI E’ “MANGIATO TUTTO”
Faccio il regista, ma sono anche docente alla Sapienza e ho insegnato vari anni in
un’università americana.
È la prima volta che mi trovo davanti a una lotta studentesca che non ha somiglianza alcuna con quelle del passato.
Per capirla, il modo migliore è lasciar parlare loro.
Sono scesi in piazza non soltanto gli studenti universitari, ma tantissimi adolescenti delle scuole medie e superiori.
Di nuovo nelle prossime ore, assieme a loro, scenderanno per le strade di tutta Italia disoccupati, terremotati, cassintegrati.
Non so se ce rendiamo conto. Qui il problema non è più e non solo il decreto Gelmini. La posta in gioco è molto più alta.
È il governo, sono i politici tutti, chiamati a pagare un conto da troppo tempo rimasto in sospeso.
Non sono gli studenti soltanto a scendere in piazza ma l’intero popolo dei precari. “Vi siete pappati tutto, siete peggio delle cavallette”, dice rivolto al mondo degli adulti Alberto, 17 anni, ultimo anno di liceo.
Stiamo parlando di un blocco sociale che oggi rappresenta un vero soggetto politico, il solo che vive sulla propria pelle l’impoverimento crescente del paese.
I politici, quelli dei piani alti, non sono neppure capaci di dare un segnale. Tacciono quando gli chiedono di rinunciare a poche migliaia di euro, a fronte delle decine che percepiscono, al fine di colmare le casse del diritto allo studio, svuotate con tagli mostruosi da Tremonti.
Il linguaggio delle interviste che raccolgo non è forbito. “Mi hanno rotto il cazzo”, dice Giorgia, 15 anni, liceo romano.
Chi? Risponde Luca, suo compagno di scuola: “C’hanno rotto tutti: Berlusconi e il suo gregge di maiali. Ma anche Fini, che fa tanto il democratico ma al Senato vota contro di noi per i suoi giochini di Palazzo”. Chiedo: Vendola almeno ti piace? “È un politico pure lui! Ma almeno è gay”.
Due ragazze di Scienze politiche, entrambe vent’anni ce l’hanno con i giornalisti. Scrivono sui disordini del 14 dicembre, ma “cagano stronzate, black-bloc qua, infiltrati là , ma non spendono una parola sulle ragioni della protesta”.
Se la prendono anche con Roberto Saviano, per il suo articolo sulla violenza. La prima dice: “Sta a fare le prediche come i chierichetti. Cazzo ne sa lui di cosa significa vivere con 1.000 euro al mese, doversi trovare un letto a 500 euro, pagarsi da mangiare e se ci riesci andare una volta al mese in birreria?”.
Prende la parola la sua compagna: “Sai cosa ti dico, che hanno fatto bene a dare fuoco ai bancomat. Io il bancomat non l’avrò mai. Il bancomat non ce l’ha neppure mio padre, che guadagna 1.600 euro al mese. Mia madre non ha lavoro e a noi il bancomat la banca non lo dà ”.
Chiedo come fa a mantenersi gli studi con un reddito familiare così basso.
Di giorno studia, la sera fa la cameriera in una pizzeria sulla Tiburtina.
Quanto ti pagano? Mi guarda fisso: “Aho, ci fai o ci sei?”.
Non capisco. Allora precisa: “Mica lavoro a stipendio”.
Anche pizzerie e trattorie per campare trattano in nero.
Lei guadagna solo con le mance. “Se mi va bene, prendo 30-40 euro a sera, lavoro sino alle due del mattino, prima di andare via devo pure pulire i cessi, ma almeno con questi soldi non peso su mio padre”.
Sarebbero questi i figli della borghesia di cui ha parlato la tv in questi giorni? In mezzo agli studenti ci saranno pure i figli di papà , ma sarà un caso che ne incontro pochissimi.
La maggioranza che protesta è messa veramente male.
Rispetto al ’68 c’è un mare di differenze. Là i figli della borghesia se la prendevano con i poliziotti, che venivano difesi da Pasolini.
Qui in mezzo alla protesta ci sono i figli di falegnami, pompieri, impiegati, militari. Quelli che La Russa ha difeso con tanta passione.
“Quel cazzone di La Russa”, dice Michele 19 anni, primo anno di Matematica. E aggiunge: “Se c’ero io da Santoro sapevo come fargli un culo così!”. Come? “Chiedendogli quanto guadagna lui e quanto guadagna un militare per andare a farsi ammazzare in Afghanistan”.
Luigi, secondo anno di Fisica, aggiunge: “Mio padre è carabiniere, rischia la pelle per 1.300 euro al mese. Fa la scorta ai politici che ne prendono ventimila”.
Dei politici, La Russa, dopo l’exploit da Santoro, è il più gettonato.
Uno studente del terzo anno di Fisica mi dice: “Quel taroccato di La Russa Ignazio Benito s’è messo d’accordo con la Gelmini per insegnare a scuola a sparare, tirare con l’arco e compiere esercizi ginnico-militari. Siamo tornati allo studio e moschetto, fascista perfetto”.
Devo ammettere che non sapevo nè che il secondo nome di La Russa fosse quello del Duce, nè dell’accordo bombardiere con la Gelmini.
A dimostrare per le strade ci saranno anche tanti figli di papà , ma il fatto è che la grande maggioranza dei loro genitori non è più appartenente alla borghesia benestante come nel ’68.
Sono madri e padri che a migliaia, quando va bene se lavorano entrambi, portano a casa in due 4.000 euro al mese.
Con un figlio a carico non ci campano, anche se i sociologi continuano a iscriverli tra le classi borghesi.
Nel ’68 gli slogan erano infarciti di idealismo: la fantasia al potere, viva Marx, viva Engels, viva Mao Tse Tung… Qui si parla poco di ideali, ma molto di soldi che mancano, di salari, di stipendi, di borse di studio.
Nel ’68 la rivolta era contro i baroni e contro i genitori. Qui la media dei docenti, la maggior parte dei quali non sono baroni, non arriva a guadagnare 3.000 euro al mese, partecipa alle veglie degli studenti, sale sui tetti assieme a loro.
E per la prima volta salgono sui tetti anche molti genitori, che si sentono in colpa perchè vedono per i loro figli un futuro nero.
A un’assemblea della Sapienza all’indomani degli scontri di Roma partecipano tutti insieme studenti, docenti, precari e sub precari.
I baroni, quelli veri, che sfruttano un esercito di sub precari hanno coniato un termine da vernissage. Li chiamano “collaboratori didattici”. Sono quei trentenni che lavorano gratis all’università , sperando un giorno di ricevere una qualche forma di remunerazione. Affiancano i docenti nelle tesi di laurea, dialogano con gli studenti, compiono ricerche che poi vengono firmate da baroni e baroncini.
Anche loro a formare una massa sempre più impoverita di giovani e meno giovani da sotto-pagare, da sfruttare, da mantenere ai livelli minimi di sussistenza, in perenne attesa di un posto di lavoro lontano come un’araba fenice.
Federica, 20 anni, fa il secondo anno a Ingegneria. Suo padre, dice, “viaggia sui 10.000 euro”. È il suo stipendio mensile.
“Lo invidio”, aggiunge. Le ha raccontato che trent’anni fa, ingegnere pure lui, dopo cinque anni dalla laurea già poteva permettersi di metter su famiglia e comprar casa.
Federica invece sa che una volta laureata, se trova lavoro, potrà contare al massimo su 1.300-1.400 euro al mese. Con i quali non potrà permettersi di uscire di casa.
Mi impressiona il percorso di Mario, laureato in Fisica a pieni voti. Ha già 37 anni e non ha smesso di sperare in un posto da ricercatore. Intanto può solo contare su assegni sporadici e dare ripetizioni di matematica.
Quei pochi soldi non bastano.
Per sopravvivere, fa il potatore nei pressi di Roma. Sale sugli alberi, taglia rami e continua a sognare.
Giovanni, 21 anni, laureando a Tor Vergata, se la prende con i parlamentari: “Vorrei vedere loro scendere in strada perchè gli tolgono l’86% dello stipendio, vorrei vederli caricati dalla polizia, schiacciati nell’imbuto di Piazza del Popolo. Cosa farebbero?”.
Cita l’86%, che è quanto la Finanziaria di Tremonti toglierà al fondo per il diritto allo studio nei prossimi anni.
Giovanni prosegue: “Sì, vorrei vedere La Russa, magari con in mano il manganello di quando manifestava coi fascisti contro la polizia. Lo vorrei proprio vedere. Altro che camionette incendiate. Quel rotto in culo si mette a sparare se gli toccano lo stipendio da parlamentare!”.
Gentile signor Prefetto e caro signor Questore, ho letto che per le prossime manifestazioni studentesche è prevista la mano dura.
Mi permetto di darvi un consiglio. Lasciate perdere le zone rosse.
È la città blindata che scatena la rabbia di chi si sente impedito a manifestare e protestare. Non ripetete l’errore del 2001 a Genova e della caserma Bolzaneto.
La massa degli studenti e dei precari è profondamente pacifica.
Lo ha dimostrato in tutti questi mesi.
Lasciateli arrivare davanti al Parlamento. Non lanceranno un sasso.
Lasciateli arrivare di fronte al Senato.
Ricordatevi da dove nasce quel termine. Senatus Populusque Romanus. Senza la presenza del popolo non sarebbe mai nato.
Quelli che oggi scendono in piazza sono la parte più sana del popolo.
Non sono nemici cui sbarrare la strada e tantomeno da manganellare.
Roberto Faenza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
AI TEMPI DI TANGENTOPOLI ERA IN MEZZO AI GIOVANI MISSINI CHE AVEVANO CIRCONDATO LA CAMERA, IMPEDENDO L’ACCESSO AI DEPUTATI… FINI’ INDAGATO PER TURBATIVA DELL’ATTIVITA’ DEL PARLAMENTO… ORA VUOLE ARRESTARE CHI MANIFESTA PER L’UNIVERSITA’ E IMPEDIRE CHE GLI STUDENTI RAGGIUNGANO MONTECITORIO…. CONVERTITO SULLA VIA DI ARCORE
Era il 1 aprile 1993: Maurizio Gasparri era un parlamentare missino di 37 anni, con un
passato di giornalista al Secolo d’Italia e di dirigente giovanile, sempre alla corte delle persone giuste, da Almirante a Fini, a Tatarella.
Quel giorno un centinaio di militanti del Fronte della Gioventù cinge d’assedio la Camera, bloccandone l’ingresso.
Le forze dell’ordine vengono colte di sorpresa, per lunghi minuti gli “assalitori” spadroneggiano.
Le cronache parlano di biglie e monetine contro le vetrate d’ingresso, di insulti, di un tentativo di aggressione ad alcuni deputati, mentre si alzano cori da stadio contro i politici corrotti.
Siamo nel pieno della bufera di Tangentopoli.
Sempre le cronache dell’epoca raccontano che ai contestatori si uniscono diversi parlamentari del Msi: tra questi Gasparri, Buontempo, Pasetto, Nania e altri.
Sotto il giubbotto i manifestanti indossano tutti una maglietta con la scritta: “Arrendetevi, siete circondati”.
Gasparri è in mezzo ai contestori, solo l’intervento dei carabinieri evita che la situazione degeneri quando dai missini si alza il grido “All’attacco”.
Finisce tutto con qualche spintone: giustificazione risibile per la magistratura che indaga Gasparri e colleghi, oltre a 30 attivisti.
L’ipotesi di reato è di turbativa dell’attività del Parlamento, tutto finirà senza conseguenze per i parlamentari missini.
Ma se Gasparri ora vuole arrestare tutti i manifestanti e i dissidenti, quando era presidente del Fuan, l’organizzazione universitaria missina, indicava un’altra strada agli aderenti: “dobbiamo sempre porci come alternativa al sistema e mai perdere gli autobus rivoluzionari”, affermava durante il convegno “La destra e il ’68”.
Ora che si ritrova dall’altra parte della barricata, non gli si chiede certo di scendere in piazza con lo stesso spirito rivoluzionario: ormai è più dedito agli strapuntini di Palazzo Grazioli che alle piazze, più agli stipendi della Casta che ai sacrifici dei militanti.
Ormai la polizia non la contesta, dagli agenti semmai si fa scortare.
Ma per quel minimo di decoro che dovrebbe contraddistinguere chi ha fatto politica a destra in quei tempi, forse sarebbe opportuno conservasse un approccio diverso ai giovani che vogliono migliorare la società italiana.
Coi criteri che ora auspica per gli altri, lui avrebbe trascorso in carcere sicuramente qualche mese.
E pensare che lui contestava allora i “socialisti ladri” e sosteneva che “Di Pietro per me è un mito”, proprio quando il suo attuale sultano invece finanziava Craxi a botte di miliardi.
Strano destino dei piccoli uomini.
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
CORO DI NO ALLA PROPOSTA DEL DASPO PER I MANIFESTANTI FERMATI… “LA LIMITAZIONE DELLA LIBERTA’ PERSONALE SPETTA ALLA MAGISTRATURA, NON AI QUESTORI”… I PARERI DI VARI DOCENTI UNIVERSITARI
“In nome della sicurezza non si possono espropriare i diritti fondamentali”. 
I costituzionalisti lanciano l’allarme e bocciano l’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza: “Il rischio è di violare le libertà costituzionali”.
Il divieto di assistere a spettacoli sportivi è una misura restrittiva della libertà personale, disposta dall’autorità di pubblica sicurezza (il questore) nei confronti di una persona ritenuta pericolosa.
È una misura di prevenzione – che prescinde cioè dalla commissione di un reato – giudicata legittima dalla Consulta con la sentenza 512 del 2002.
Qual è allora il problema?
“Una cosa è comprimere il diritto di tifare Lazio, un’altra limitare il diritto di manifestare contro una riforma universitaria – risponde Michele Ainis, costituzionalista a Roma Tre – in questo secondo caso, infatti, c’è una tutela costituzionale rafforzata, perchè esistono diritti funzionali ad altri”.
Tradotto: “La democrazia non si limita al voto e se prima delle elezioni non potessi manifestare la mia opinione, verrebbe aggredito un bene costituzionale di valore ben superiore al tifo calcistico”.
Per questo “i beni costituzionali vanno bilanciati e in nome della sicurezza, o della paranoia della sicurezza, non si possono certo espropriare i diritti”.
Sulla stessa linea, il ragionamento di Stefano Merlini, costituzionalista a Firenze: “In base all’articolo 17 della Costituzione, le riunioni in luogo pubblico possono vietarsi “solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”. Il divieto vale dunque per tutti ed è esclusa la possibilità di impedire a un singolo cittadino di partecipare a riunioni non vietate. Non solo. Sulle misure di prevenzione si discute ormai da anni. Limitare la libertà personale con pronuncia dell’autorità di pubblica sicurezza, e non del giudice, è già al limite della costituzionalità nell’ambito sportivo; se esteso alla piazza travolgerebbe tutto il sistema delle libertà costituzionali, violerebbe la riserva di giurisdizione indicata dall’articolo 13 della Costituzione e rischierebbe di riportarci a una situazione simile a quella originaria del Testo unico di pubblica sicurezza”.
Contro il rischio di generalizzare una misura eccezionale si schiera anche Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza di Roma: “Con una reazione emotiva e poco razionale agli avvenimenti complessi degli ultimi giorni – sostiene il giurista – il governo ancora una volta si contrappone all’autonomia e al ruolo della magistratura, alla quale sola spetta il potere di limitare la libertà di circolazione”.
E ancora: “Tutto questo è segnale di una cultura di governo più attenta alle questioni d’ordine pubblico, che alle garanzie di libertà dei cittadini, col rischio concreto di disattendere il chiaro quadro costituzionale improntato al garantismo”.
Alla cautela invita Federico Sorrentino, docente di diritto costituzionale a Roma, “perchè – premette – vanno comprese le legittime esigenze della sicurezza pubblica”.
Ma non per questo il giurista nasconde la sua “perplessità su una misura grave e di dubbia conformità al quadro costituzionale”.
L’estensione del Daspo al di là del ristretto ambito sportivo, infatti, “non incide tanto sull’articolo 21 della Costituzione relativo alla libertà di manifestazione del pensiero, quanto principalmente sull’articolo 17 che prevede la possibilità di vietare le riunioni per motivi di sicurezza, ma mai fa riferimento al singolo manifestante”.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
PARLA ROGNONI, MINISTRO DEGLI INTERNI NEL 1979: “NON C’E’ PIU’ IL CLIMA DEGLI ANNI SETTANTA: E POI NOI NON ABBIAMO MAI FATTO ARRESTI PREVENTIVI”…”QUELLO DI OGGI E’ UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO, NON DI TERRORISMO”…”DA GASPARRI SOLO PAROLE STRAMPALATE. I DASPO? ILLIBERALI”
Il 7 aprile 1979, quando il magistrato padovano Pietro Calogero fece scattare la più grande retata di estremisti mai vista in Italia, ministro dell’Interno era il democristiano Virginio Rognoni.
La Dc aveva una sponda importante nella sua linea dura contro la violenza di piazza: il Pci.
E infatti i comunisti approvarono subito il blitz di Calogero.
Insomma c’era un vasto consenso politico all’uso del rigore nei confronti di quell’ambiguo mondo che in qualche modo spalleggiava, proteggeva, nascondeva il terrorismo di estrema sinistra.
Eppure Rognoni, che oggi ha 86 anni e vive a Pavia, sembra non credere alle proprie orecchie quando gli riferiamo che il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri ha chiesto «arresti preventivi» citando proprio il blitz del 7 aprile.
«Ha detto proprio così? Ma che cosa c’entra il 7 aprile?».
Ha detto proprio così, ministro. Ha detto che bisogna fare come allora.
«Ma noi non abbiamo mai fatto arresti preventivi. Sono provvedimenti che non hanno senso».
Neanche in situazioni di particolare emergenza?
«Guardi, noi a un certo punto, per contrastare il terrorismo avevamo introdotto il fermo di polizia. Consentiva appunto di fermare persone sospettate di avere commesso reati e di trattenerle per due o tre giorni, non ricordo bene, prima di consegnarle all’autorità giudiziaria, cioè al magistrato. Ma era una cosa ben diversa dagli arresti preventivi. La polizia poteva fermare persone che, come ho detto, erano sospettate di avere già commesso un reato: non di essere in procinto di commetterlo».
Il fermo di polizia funzionò?
«Non servì a niente. E infatti a un certo punto lo levammo».
Torniamo agli arresti preventivi.
«Quelle di Gasparri mi paiono parole strampalate. Il 7 aprile la magistratura ordinò l’arresto di persone che si riteneva si fossero rese responsabili di gravi reati. C’era di mezzo anche un omicidio. E poi il sequestro Moro: Toni Negri era sospettato di essere stato uno dei telefonisti delle Brigate Rosse. Negri da questa accusa fu poi assolto, perchè risultò che la voce non era la sua. Ma fu condannato per altro. Così come furono condannati altri estremisti dell’Autonomia».
Dove sbaglia Gasparri?
«Nel non distinguere tra la punizione per reati già commessi e il processo alle intenzioni. L’inchiesta di Calogero era un’inchiesta seria, con imputazioni precise, moltissimi arrestati. Calogero indagava su attività illegali precise e diffuse. Gasparri fa una confusione totale, gli arresti preventivi non c’entrano niente. E sarebbero provvedimenti illiberali».
E dei «Daspo» proposti dal sottosegretario Mantovano che cosa pensa?
«Sono contrario anche a quelli. Mi sembrano provvedimenti illiberali anche quelli. I cortei sono libere manifestazioni di pensiero, non si può impedire a nessuno di parteciparvi».
Anche se poi va a spaccare vetrine, incendiare auto e tirare pietre ai poliziotti?
«Se lo fa, lo si arresta e lo si mette in carcere. Ma non si può intervenire prima sulla base di una supposizione».
Ma lei non rivede, in quello che sta accadendo in questi giorni, il clima terribile che visse da ministro dell’Interno?
«Quello di oggi è un problema di ordine pubblico. Quello dei miei tempi era terrorismo».
Allora si cominciò con l’ordine pubblico, e poi si finì con i killer delle Br. Non teme che la storia possa ripetersi?
«No. Non si può fare un parallelo tra allora e oggi. Sono situazioni completamente diverse. Non temo il ritorno del terrorismo, non c’è il clima degli anni Settanta e Ottanta».
Michele Brambilla
(da “La Stampa“)
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