Destra di Popolo.net

ALLA COLUMBIA UNIVERSITY STUDENTI ALLA FAME

Settembre 28th, 2015 Riccardo Fucile

LE RETTE DA 60.000 DOLLARI CONDANNANO GLI STUDENTI A PAGARE A VITA I LORO DEBITI… E UNA STARTUP DISTRIBUISCE BUONI PASTO PER GLI INDIGENTI

All’università  Columbia di New York, una delle più prestigiose al mondo, molti studenti stanno patendo la fame. Letteralmente.
Schiacciati dalle rette insostenibili, dal costo della vita newyorchese, dai debiti.
Così, mossa dalla compassione, una startup che era nata per donare cibo ai senzatetto permetterà  agli allievi benestanti di condividere i buoni pasto con i colleghi meno fortunati.
Succede in un’istituzione-colosso che nel 2014 ha ricevuto 9,2 miliardi di dollari in donazioni, ha un patrimonio di oltre 16 miliardi e ha mediamente oltre quattro miliardi di ricavi l’anno.
L’idea è stata partorita dai volenterosi rappresentanti del corpo studentesco, di concerto con l’università 
«È stato portato alla nostra attenzione il fatto che molti studenti non hanno da mangiare», si legge nella newsletter inviata il 9 settembre dal presidente del Columbia College Student Council, Ben Makansi, e dal vice responsabile del regolamento interno, Viv Ramakrishnan.
Nella lettera annunciano «un approccio duale» per affrontare «l’insicurezza alimentare nel campus» (food insecurity è il pudico termine tecnico usato dagli amministratori, ndr).
Da un lato, una app che consentirà  agli studenti più ricchi di cedere i propri buoni pasto ai più poveri («Come un Uber per la condivisione del cibo», l’hanno definita).
Dall’altro, una banca di buoni pasto («Emergency Meal Fund») accumulati grazie a donazioni private.
Un Kickstarter per gli affamati? Il duo non ha usato questa metafora, anche se ci sembra la più ovvia
Ma come funziona il sistema dei buoni pasto in America? All’inizio di ogni semestre, gli studenti comprano blocchetti di questi che in gergo si chiamano «meal swipes», che consentono di mangiare presso mense universitarie, ristoranti e bar convenzionati ad un prezzo leggermente scontato.
Il tutto gestito da aziende di catering, spesso private, per un giro d’affari di miliardi di dollari.
Nel 2013, tre matricole della Columbia avevano fondato una società , Swipes for Change, che voleva dare la possibilità , a chi lo volesse, di convertire i buoni pasto inutilizzati in porzioni di cibo di eguale valore da donare alle associazioni caritatevoli del quartiere.
E ce ne sono tantissimi di poveri nell’Upper West Side, un’area di Manhattan che sarebbe piuttosto anonima se non fosse che la Columbia vi possiede il suo campus principale, oltre settemila appartamenti e una lista infinita di edifici.
Qui i figli dell’èlite finanziaria globale convivono, o sarebbe meglio dire si sfiorano, con gli ultimi della scala sociale: si vedono studentesse indiane con stivali di marca Ugg e felpa d’ordinanza ritirare pizze da 20 dollari dal ristorante Bettola, tra una sessione d’esame e l’altra, passeggiando tra vecchi immigrati di origine latina e i pochi scampoli di presenza afro-americana nella zona.
Un’iniziativa dettata dalla pietà , dunque. O forse dai sensi di colpa
Ma oggi, con un mercato del lavoro meno vivace d’un tempo, una metropoli dispendiosa come poche, affitti alle stelle e soprattutto le stratosferiche tasse universitarie (alla Columbia mediamente superano i 60 mila dollari l’anno) molti studenti sono finiti sul lastrico, nonostante le borse di studio che pure non mancano.
E per paura di dover chiedere aiuto ai genitori si sentono costretti a saltare il pranzo e a volte anche la cena.
Un gruppo Facebook, creato a marzo, che raccoglieva le testimonianze dei più disagiati tra gli iscritti, in pochi mesi è stato sommerso dalle storie di chi si barcamena tra lavoretti saltuari per arrotondare, mezzucci per arrangiarsi, e la prospettiva di quarant’anni di debiti.
Non mancano, per intenderci, suggerimenti su come scavalcare i tornelli d’ingresso alle mense o rovistare nell’immondizia.
Un simile squallore non è prerogativa della Columbia.
Nel 2005 aveva fatto scandalo la notizia che ad Harvard, un’altra gemma della cosiddetta Ivy League, alcune studentesse si erano messe a lavorare come donne di servizio per pagarsi la retta, rifacendo i letti e rassettando le camere degli studenti più facoltosi.
Non molto tempo fa, poi, ci era capitato d’incontrare studenti dell’altrettanto prestigiosa Cornell, che campavano grazie ai food stamps – i buoni spesa per gli indigenti.
Un po’ come succede con i dipendenti Walmart, per intenderci, con la differenza che qui si tratta di alta borghesia dalla prole affamata. Uno scenario tutt’altro che raro, negli Stati Uniti.
Eppure, quando un ateneo che manovra più soldi di una vecchia finanziaria italiana, che ha più donazioni di qualunque altra università  in America, tranne dieci — certo, niente a confronto di Harvard coi suoi 20 miliardi — usa Uber come una metafora di generosità , viene da chiedersi perchè nessuno si sia indignato per questa satira grottesca.
E non solo perchè la nota azienda di car-sharing fa qualcosa di profondamente diverso dalla carità  (come un po’ tutte le startup della cosiddetta sharing-economy, che spacciano i mercanteggiamenti della borghesia in crisi per «condivisione»).
Ma perchè l’istituzione che dovrebbe garantire uno status paritario tra studenti si defilerebbe, lasciando il posto ad un paternalistico welfare tra individui mascherato da imprenditoria sociale.
Come se non bastasse, sarebbe una soluzione oltremodo dispendiosa.
I meal swipes alla Columbia costano tra i dieci e i 12 dollari a pasto. Fanno almeno 20 dollari al giorno per studente.
New York è una città  proibitiva ma, se proprio si volesse aiutare chi ha bisogno, non sarebbe difficile mettere insieme un cornetto, un succo di frutta e un caffè per cinque dollari nelle umili strade di Morningside Heights, poco più a nord dell’ateneo.
Un bagel con lattuga, pancetta e pomodoro costa tipicamente tre dollari.
Chi ci guadagnerebbe dunque da questo approccio, se non l’azienda di catering della Columbia?
E questo ci riporta a quanto pensavamo anni fa della mensa bocconiana, a Milano: che cioè le università  private funzionano un po’ come i Paesi socialisti — ti fanno mettere in fila per del cibo di seconda qualità , che non hai scelto o prodotto tu, che costa più di quanto costerebbe sul mercato.
Lasciamo perdere però i dettagli tecnici. La vera questione di una strategia simile è tutta politica, inutile girarci intorno: com’è possibile che, con tutti i soldi di cui dispongono, la Columbia e gli altri ricchissimi atenei non riescono a garantire refezioni gratuite, senza costi aggiuntivi?
Ebbene le università  americane si trovano ad affrontare, ormai da molti anni, una first generation, quella dei figli di immigrati latini, asiatici e africani, che riesce ad accedere all’istruzione superiore con risultati strepitosi ma non ha genitori ricchi alle spalle, ed è dunque, solitamente, più politicizzata e meno disposta alle vessazioni che in passato (se consideriamo il passato gli Ottanta e i Novanta, poichè il passato remoto narra una storia diversa: nel ’68 la Columbia fu occupata in protesta contro la guerra in Vietnam).
D’altro canto, di fronte alle critiche per le rette stellari, e non volendo ricorrere ad una qualche forma di salario per gli studenti (come avviene in molte parti d’Europa), le scuole allora ricorrono ad una subdola forma di tassazione indiretta, facendo pagare tutta una serie di servizi «extra», ma che extra non dovrebbero essere.
Dunque, che si deve pensare di questo mutuo soccorso al tempo di Tinder? Che il ricorso alla tecnologia, ormai spacciato da molti intellettuali come l’unica cura per le storture sociali, è in questo caso particolarmente odioso, perchè mantiene di fatto una sorta di divisione castale tra studenti.
E piuttosto che ridurre il costo effettivo della mensa, l’università  scarica il problema su una startup. Tutti, secondo i piani, dovrebbero essere soddisfatti: gli amministratori – che si liberano da un grattacapo – e i meno abbienti che, sottomessi all’elemosina dei ricchi, alla loro eroica empatia, alla narrazione dello sharing, avranno meno voglia di far politica, organizzarsi o protestare.
Qualcuno però, nonostante i controlli polizieschi e la sorveglianza, riesce ancora a ribellarsi, e a cambiare sul serio le politiche universitarie.
È di giugno la notizia che la Columbia — primo ateneo in America — dovrà  disinvestire parte dei suoi nove miliardi di fondi dal business carcerario.
Proprio così: l’istituto più liberal della città  possedeva 220.000 azioni del gruppo G4S, azienda leader del settore che gestisce, oltre a numerose prigioni, centri di detenzione per immigrati e fette del confine militarizzato col Messico.
A scoprirlo sono stati, quasi per caso, l’anno scorso, degli studenti giovanissimi e dal cognome poco yankee.
Va bene che i loro soldi non li avrebbero salvati dalla fame o dal cappio dei debiti; ma profittare pure dell’incarcerazione di massa, questo no, non gli stava bene.

Paolo Mossetti

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MALE LE UNIVERSITA’ ITALIANE, SI SALVA SOLO IL POLITECNICO DI MILANO

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

LA CLASSIFICA DEL WORLD UNIVERSITY RANKINGS: IL PRIMO ATENEO ITALIANO E’ AL 187° POSTO

Cattive notizie per le università  italiane. Salvo rare eccezioni, la loro posizione nella classifica mondiale si riconferma nelle retrovie e rispetto agli anni passati alcune sono addirittura arretrate. Lo sostiene la graduatoria annuale pubblicata da QS (Quacquarelli Symonds), nota come QS World University Rankings.
L’unica nota positiva riguarda il Politecnico di Milano, primo nella classifica internazionale al 187esimo posto e in ascesa nel ranking.
Quest’anno è la sua prima volta tra i 200 atenei migliori del mondo.
La seconda in graduatoria è invece l’Università  di Bologna, 204esima, mentre la Sapienza si colloca al terzo posto; l’ateneo romano, 213esimo, arretra di 11 posizioni. Quarta, ma sotto la trecentesima posizione, la Statale di Milano.
È bene però segnalare che la deludente situazione italiana è dovuta anche -e soprattutto- ai cambiamenti nei criteri di valutazione adottati da Qs.
A partire dal peso inferiore che è stato dato alle facoltà  di medicina, che in Italia sono molto buone.
Per di più la classifica si è concentrata sul valori dell’insegnamento, senza tenere conto della qualità  dei laureati: bisogna infatti dire che i risultati che emergono dalle misurazioni sulla preparazione degli studenti sono molto diversi, dal momento che i laureati nostrani sono piuttosto preparati.
Senza sorprese, la migliore università  -per il quarto anno consecutivo- è il Mit (Massachusetts Institute of Technology).
Lo seguono a ruota Harvard, Cambridge e Stanford. Fino all’ottavo posto troviamo atenei anglosassoni, mentre al nono c’è l’elvetica Eth.
Tra le prime venti posizioni si collocano anche due università  di Singapore.

(da “Huffingtonpost”)

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STUDENTI FUORI SEDE, UNO SU SETTE COSTRETTO AD AFFITTO IN NERO: UNA VERGOGNA ITALIANA

Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile

E IN POCHI DENUNCIANO PER PAURA DI PERDERE L’ALLOGGIO

Studiare lontano da casa costa. E, a volte, si alimenta il mercato nero degli affitti.
A denunciare il caro vita dei fuori sede è il portale studentesco Skuola.net.
Dall’analisi dei dati della Grande Guida Università , emerge un dato allarmante: un ragazzo su sette di coloro che pagano un affitto dichiara di non avere un contratto regolare.
Una situazione incresciosa che, però, in pochi denunciano: secondo l’indagine, infatti, il 26% non denuncia l’irregolarità  perchè teme di perdere l’alloggio.
Dietro le stanze e le case degli studenti emerge una zona grigia alimentata dagli stessi giovani che spesso (il 10%) non denuncia il proprietario dell’appartamento nella convinzione di avere qualche vantaggio da un contratto irregolare.
Resta il fatto che i costi degli affitti sono alti. Le città  più care sono Milano e Roma.
Un universitario, nel capoluogo lombardo, per affittare un monolocale deve far conto di spendere 650 euro. Poco meno, 600 euro, costa una sistemazione nella capitale. Al terzo posto nella classifica stilata da Skuola.net c’è Firenze, dove un ragazzo che frequenta l’ateneo toscano costa ai suoi genitori 500 euro.
Qualcosa in meno (400 euro) si registra a Siena e Bologna per un monolocale.
Tra i centri più economici ci sono Trieste e Salerno dove si riesce a metter piede in una casa con soli 200 euro.
Chi vuole studiare e risparmiare, invece, deve puntare su Messina e Pavia dove un posto costa rispettivamente 250 e 280 euro.
Cifre non sempre facili da sopportare per una famiglia che magari ha due figli universitari costretti a studiare lontano da casa.
Molti ragazzi cercano di coprire le spese trovando un lavoretto, magari anche questo in nero. Altri si adattano ad una vita senza privacy ma più economica: circa la metà  dei ragazzi intervistati da Skuola.net ha raccontato di dividere la casa con un inquilino.
Situazioni al limite: se il 26% degli studenti si accontenta di una stanza doppia, il 12% sceglie persino la tripla per non spendere eccessivamente e l’8% si piazza in stanze con più di tre persone.

Alex Corlazzoli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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MENO BORSE DI STUDIO, PIU’ TASSE, NIENTE ALLOGGI: E’ L’UNIVERSITA’ DI RENZI

Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile

E SONO SEMPRE MENO GLI STRANIERI CHE VENGONO A STUDIARE IN ITALIA

La vita dello studente universitario sembra davvero difficile nel nostro Paese.
Almeno, sfogliando l’ultimo Rapporto del Cnsu: il Comitato nazionale degli studenti universitari, che scatta una fotografia abbastanza impietosa dell’istruzione terziaria nazionale, vista secondo l’ottica degli studenti.
Disoccupazione e crisi economica, carenza endemica di interventi per il diritto allo studio, welfare studentesco debole e interventi politici in controtendenza rispetto ai bisogni di ragazzi e famiglie stanno svuotando le università  italiane di nuove leve.
Mentre le riforme degli ultimi quindici anni non hanno sortito quasi nessun risultato sull’efficienza del sistema universitario nostrano. Insomma, un mezzo disastro che anno dopo anno allontana l’Italia dai sistemi universitari europei.
Il Rapporto sulla condizione studentesca 2015, previsto dal Dpr 491 del 1997, analizza diversi aspetti della vita universitaria: dal diritto allo studio alla didattica, passando per l’inserimento nel mondo del lavoro e la rappresentanza studentesca.
Un terzo del dossier è dedicato agli interventi sul diritto allo studio con alcuni confronti internazionali che presentano subito un’Italia in ritardo.
Bastano due semplici numeri per capire di casa si sta discutendo: la percentuale di studenti borsisti rispetto al totale della popolazione studentesca e il trend degli stessi negli ultimi sei anni. Dal 2006/2007 al 2012/2013 la percentuale di studenti che percepisce una borsa di studio, in Italia, è scesa dell’8 per cento.
In Francia e Germania è cresciuta del 34 e del 33 per cento, mentre in Spagna si è incrementata del 59 per cento.
Un dato che si ripercuote sulla percentuale di beneficiari rispetto al totale della popolazione studentesca: il 2,4 per cento in Italia, il 21 per cento in Germania e 18 in Francia,
Per non parlare di paesi come la Finlandia e l’Olanda dove si raggiungono percentuali di studenti cui viene assegnata una borsa di studio impensabili nel nostro paese: il 58 per cento nel paese scandinavo e addirittura il 95 per cento nel paese dei mulini a vento.
Questione di impegno nello studio?
Non proprio, perchè anche le borse di studio in favore degli studenti regolari è bassissimo: appena l’8,2 per cento dell’intera platea.
Ma non solo. “Nonostante vi siano tre fonti di finanziamento: risorse regionali, fondo statale, tassa regionale, il 42,2 per cento delle borse è coperto da quest’ultima tassa. Sono quindi principalmente gli studenti a pagarsi le proprie borse di studio”, spiegano gli studenti.
Già , perchè la tassa regionale sul diritto allo studio, incrementata a 140 euro annui ormai in quasi tutti gli atenei italiani, è a carico degli studenti e si scopre come la maggiore fonte di finanziamento per le borse di studio: il 42 per cento del budget totale.
Se ci si limitasse ai soli fondi statali e regionali, le borse di studio sarebbero circa la metà  di quelle attuali: a favore dell’1,5 per cento della popolazione studentesca.
Con tantissimi studenti “idonei non beneficiari” che hanno un reddito bassissimo ma che non riescono ad accedere alle borse di studio.
Numeri che non hanno bisogno di ulteriori commenti. C’è poi la questione dei posti-letto per gli studenti fuori-sede e delle agevolazioni sui mezzi di trasporto.
Anche in questo settore l’Italia è in enorme ritardo rispetto ai paesi europei.
Sono soltanto 40mila i posti-alloggio garantiti dagli enti regionali per il diritto allo studio o da strutture convenzionate.
Un ammontare che copre solo il 4 per cento della popolazione studentesca, a fronte di un pendolarismo in forte crescita.
“Diversi studi   –   si legge ne rapporto   –   hanno evidenziato che gli studenti fuori sede sostengono un costo di mantenimento molto superiore rispetto a chi abita in famiglia, soprattutto perchè devono affrontare una spesa, quella per l’alloggio, che occupa una parte preponderante del totale delle uscite, ovvero circa un terzo”.
Secondo il Comitato nazionale degli studenti universitari “Lo stato, in collaborazione con le regioni, dovrebbe porsi l’obiettivo di aumentare il numero di alloggi convenzionati di almeno 100mila unità “.
I 100mila posti-letto servirebbero a coprire le esigenze abitative di tutti gli idonei alla borsa di studio e degli studenti non idonei ma con reddito basso.
Anche le agevolazioni per i trasporti e la ristorazione, negli ultimi anni, si sono ridotte quasi dappertutto rendendo sempre più difficile studiare senza contemporaneamente lavorare.
Tagli sul diritto allo studio che hanno come contraltare l’aumento delle tasse universitarie del 63 per cento e il calo delle iscrizioni universitarie del 17 per cento negli ultimi dieci anni.
Una situazione ulteriormente aggravata dalla mobilità  interna degli studenti meridionali in cerca di un buon ateneo dove studiare, spesso al nord, che richiederebbe più strutture e interventi per gli studenti pendolari e fuori-sede.
E con sempre più studenti che cercano condizioni di studio e di qualità  migliori in atenei all’estero.
A nulla, o a poco, sembra avere portato la riforma che a ridosso del 2000 ha portato dalle lauree a ciclo unico al 3+2.
Secondo gli studenti, i dati negativi pre-riforma   –   dispersione universitaria, durata media degli studi e alto numeri di fuori corso   –   sono rimasti tali: “Il tasso di abbandono degli iscritti alla triennale rimane al 40 per cento, circa il 42 per cento degli studenti iscritti alla triennale risultano fuoricorso e ci vogliono 5,1 anni per conseguire una laurea triennale”.
Con l’aggravante del taglio al Fondo di finanziamento ordinario degli atenei e all’aumento dei corsi a numero chiuso degli ultimi anni. Politiche restrittive che gli studenti condannano e considerano lesive del diritto allo studio universitario in Italia, che si trova in coda alla classifica europea per numeri di giovani laureati.
Per gli studenti, “il tasso degli immatricolati e dei laureati in Italia è in profondo ritardo rispetto al resto dei paesi europei, e ciò dipende soprattutto dalla miopia politica degli ultimi governi che non si sono adoperati per innalzare il livello di istruzione e a consentire ad ampi segmenti della popolazione di accedere all’istruzione terziaria”.
Anche sul fronte dell’internazionalizzazione, le università  italiane scontano un ritardo, con pochi studenti stranieri che considerano l’Italia come paese dove andare a studiare in confronto agli studenti italiani che preferiscono studiare all’estero: il rapporto è di 100 studenti italiani che si recano all’estero contro 85 studenti stranieri che approdano in Italia, soprattutto spagnoli, francesi e tedeschi.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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ANCHE L’UNIVERSITA’ DICHIARA GUERRA AL GOVERNO

Luglio 3rd, 2015 Riccardo Fucile

DAI RETTORI AGLI STUDENTI E’ RIVOLTA CONTRO LA NORMA CHE VALUTA GLI ATENEI

Introdurre dalla finestra quel che non si vuol far passare dalla porta.
La riforma della pubblica amministrazione targata Marianna Madia, se verrà  confermata nella sua forma attuale, è destinata a smantellare di fatto il valore legale dei titoli di studio.
Quel meccanismo, cioè, che equipara tutte le lauree, a prescindere di dove vengano conseguite.
E ha mandato in subbuglio l’intera comunità  universitaria, dal presidente dei rettori alle organizzazioni degli studenti.
Ma andiamo con ordine.
Per fare un esempio a grandi linee, oggi un laureato per corrispondenza e un laureato ad Oxford, a parità  di fascia di voto, godono dello stesso punteggio nei concorsi pubblici.
Regole avversate da una larga fetta di professori, intellettuali e, a parole, dal mondo della politica, che da anni professano che chi si laurea in atenei competitivi e selettivi debba essere premiato rispetto chi esce da un diplomificio.
Senza che nel tempo cambiasse mai alcunchè.
È stato il deputato Marco Meloni ad escogitare una regoletta che evita di passare per le forche caudine dell’abolizione del valore legale e la costruzione di complicati sistemi di valutazione.
Funziona così. Se ti laurei con 110 e lode in un ateneo dove la percentuale di laureati con il tuo stesso voto è del 90%, il tuo punteggio sarà  estremamente inferiore del tuo collega che ha ottenuto il medesimo voto ma in un’università  più selettiva, dove solo l’1% dei tuoi colleghi ha raggiunto l’eccellenza.
Il voto di laurea, più in generale, sarà  parametrato alla media generale di facoltà  e ateneo di laurea, assunto come criterio indiretto di valutazione delle università .
L’intera comunità  accademica sta in queste ore levando gli scudi, parlando all’unisono di un tentativo di aggirare la legge.
“Non sono un giurista ma un ingegnere, però dico: se esiste il valore legale del titolo di studio la laurea deve pesare allo stesso modo. Oppure hanno pensato di intervenire abolendo il valore legale del titolo di studio?”, dice Stefano Paleari, rettore dell’Università  di Bergamo e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori intervistato dal Quotidiano nazionale.
Poi attacca frontalmente il governo: “Magari si è deciso di ripartire da zero su tutta la materia e io non ne sono stato informato”.
Mario Panizza, rettore di Roma Tre, ateneo tradizionalmente considerato non ostile a un certo riformismo di sinistra, ha un giudizio sprezzante: “Propongono la brutta copia del modello americano. In Italia professori percepiscono stipendi unificati e soprattutto sono selezionati attraverso valutazioni “garantite” a livello nazionale, proprio per assicurare a tutti gli studenti di avere docenti con competenze standardizzate da mediane prestabilite”.
Come a dire: prima lo stato garantisce standard uguali per tutti di professionalità  nell’insegnamento e nella ricerca e poi discrimina ritenendo i suoi stessi standard inadeguati?
Dall’Udu passando per Link e arrivando a Run, sono in rivolta anche tutte le principali organizzazioni degli studenti di sinistra.
Trovando l’appoggio della Cgil: “Il governo introduce divisioni e disparità  inaccettabili – ha tuonato Rossana Dettori, segretario generale della Funzione pubblica – Stilano classifiche senza alcuna logica, alla ricerca di un ‘merito’ che non sarà  altro che l’introduzione di una ennesima diseguaglianza”.
Nelle aule parlamentari il Movimento 5 stelle annuncia che la strada per l’approvazione sarà  impervia.
“Un nuovo colpo mortale che governo e Pd assestano al sistema pubblico d’istruzione – dicono i parlamentari M5s – spazzando via definitivamente i principi di uguaglianza e inclusione su cui questo si fonda. Se questo è l’antipasto della Buona università , c’è solo da preoccuparsi”.
Siamo solo all’inizio di una battaglia che si combatterà  senza esclusione di colpi.
E, qualora il valuta-atenei passasse alla Camera, al Senato ne vedremo delle belle.
“È una norma incostituzionale che va cancellata. Se non lo fanno a Montecitorio, lo faremo noi a Palazzo Madama”. Parola di Antonio Gentile.
Che fa parte di quella Ncd senza la quale nella Camera alta non c’è maggioranza.

(da “Huffingtonpost“)

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LAUREARSI CONVIENE, MA BISOGNA LAVORARE ALMENO 12 ANNI PER RIPAGARSI GLI STUDI

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

I “DOTTORI” GUADAGNANO 15.000 EURO L’ANNO IN PIU’…LE UNIVERSITA’ PRIVATE E QUELLE DEL NORD GARANTISCONO REDDITI MAGGIORI

Università , anno sabbatico o subito sul mercato del lavoro?
L’interrogativo se lo pongono tutti i maturandi del 2015, ma anche le loro famiglie. Studiare può costare molto, come per gli 11 mila euro annui della Bocconi di Milano, e le differenze tra corsi di studio e singoli atenei sono tante.
Per questo scegliere l’università  giusta e con il miglior rapporto spesa-opportunità  future diventa sempre più difficile.
Per aiutare a districarsi tra le incognite del futuro, report di JobPricing ha analizzato il mercato del lavoro italiano e quanto influisce sul reddito la scelta dell’università .
La laurea continua ad essere «conveniente»  
Si guadagna davvero di più, grazie a un titolo di studio?
La risposta, nonostante la crisi, continua ad essere sì. La retribuzione globale annua media di un laureato è di 41.220 euro, mentre quella di chi non ha un attestato universitario è di 26.008 euro.
Il reddito, infatti, cresce esponenzialmente all’aumentare del livello di istruzione.
I neolaureati, però, non devono illudersi che il titolo tanto faticosamente ottenuto li ripaghi in tempi rapidi.
La differenza di retribuzione rispetto a chi ha scelto di abbandonare gli studi, infatti, diventerà  significativa solo dopo i 35 anni.
I laureati degli atenei privati e quelli del Nord continuano a guadagnare di più   Quando si punta ad un corso di laurea umanistico (economico, giuridico, letterario) una delle scelte determinanti è quella tra ateneo statale o privato.
Per chi, invece, punta a studi più tecnici, la scelta si allarga anche ai Politecnici. L’interrogativo, allora, è uno: vale la pena di investire nelle salate rette delle università  private?
Dal punto di vista del ritorno economico successivo sì.
Aver frequentato un ateneo privato garantisce un ritorno economico del 21% più elevato rispetto ad uno statale.
Si difendono i Politecnici, i cui laureati continuano ad essere mediamente più appetibili per le aziende.
Attenzione, però, a non trascurare la variabile territoriale.
I laureati del Nord guadagnano sensibilmente di più, rispetto ai loro colleghi che hanno scelto atenei del sud Italia e hanno anche più probabilità  di trovare lavoro nello stesso territorio in cui hanno frequentato l’università .
Il 92% degli studenti, infatti, trova lavoro in aziende del Nord, mentre il 63% laureati nel Meridione è costretto a emigrare al Centro (25%) e al Nord (38%).
Ecco gli atenei che fanno guadagnare di più i loro laureati  
Pubblici o privati, non tutte le università  sono uguali.
La media nazionale del reddito dei laureati tra i 25 e i 34 anni è di 28.869 euro, ma guadagnare di più o di meno nei primi 10 anni di lavoro varia da università  a università .
Il top lo raggiunge la Bocconi di Milano: i suoi laureati guadagnano in media il 20% in più rispetto alla media nazionale (34.914€), mentre fanalino di coda è l’Università  di Cagliari, con un -8% (26.562€).
Studiare costa e la spesa si ripaga in almeno 12 anni.
Il percorso universitario è un investimento significativo per le famiglie, soprattutto quando l’ateneo è privato.
Ovviamente, anche il tempo in cui il futuro laureato riuscirà  a «ripagare» la spesa dipende dall’università  frequentata.
L’indice realizzato da JobPricing tiene conto del costo totale sostenuto nell’arco dei cinque anni di studi (tasse universitarie, materiale didattico) e del mancato introito, ovvero quanto lo studente avrebbe guadagnato se, invece di studiare, fosse andato a lavorare.
Nel caso degli studenti fuori sede, si aggiunge il dato sulla spesa per l’alloggio.
Questi dati vengono messi in relazione con la retribuzione media di un laureato per ogni ateneo e di quanto questa sia più alta – a parità  di età  – rispetto a quella di un diplomato.
Il risultato varia in modo significativo da ateneo ad ateneo. Se un laureato al Politecnico di Milano «si ripaga» la laurea in meno di 11 anni di lavoro, un suo collega dell’Università  Parthenope di Napoli ce ne mette quasi il doppio.
Per i fuori sede, il tempo lievita in maniera omogenea in tutti gli atenei di circa 1 anno e mezzo.

Giulia Merlo
(da “La Stampa”)

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UNIVERSITA’, VIETATO ASSUMERE PARENTI. TRANNE LE MOGLI

Novembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

A BARI 31 ASSUNZIONI: LA LEGGE VIETA CONGIUNTI DEI DOCENTI FINO AL QUARTO GRADO…IL RETTORE: “INTERPRETAZIONE NON UNIVOCA”

La moglie è una parente? «Che razza di domanda!», direte voi.
All’università  di Bari, invece, indifferenti alle risate di scherno, la domanda se la pongono sul serio: d’accordo che la legge vieta l’assunzione in facoltà  di «parenti e affini fino al quarto grado» ma perchè mai escludere le mogli?
Passi pure per i cognati, ma i mariti?
Il tormentone di Parentopoli, all’ateneo «Aldo Moro» di Bari, va avanti da tempo immemorabile.
«Per anni giornali, settimanali, libri e tv hanno elevato agli onori della cronaca i casi di alcune famiglie particolarmente portate alla carriera accademica – scrive Roberto Perotti già  nel 2008 -. Nella facoltà  di Economia sono noti i casi della famiglia Girone, con l’ex magnifico rettore Giovanni professore di Statistica, la moglie Giulia Sallustio, tre figli, un genero tutti docenti nella stessa facoltà ; o della famiglia Massari, con Lanfranco professore di Economia aziendale, due fratelli, e almeno cinque tra figli e nipoti, a Bari e atenei limitrofi; o della famiglia Tatarano, con il padre Giovanni e due figli, tutti docenti di Diritto privato e tutti nello stesso corridoio».
«Meno noto è il fatto che non ci sono soltanto loro – insiste il docente della Bocconi -. Nella facoltà  di Economia almeno 42 docenti su 179 (quasi il 25 per cento) risultano avere almeno un parente stretto nella stessa facoltà ; altri parenti sono sparsi per le altre facoltà  dell’ateneo, e altri ancora insegnano negli atenei satelliti, nella sede staccata di Taranto, a Lecce, a Foggia. Tutte queste sono stime prudenziali, perchè in parecchi casi fortemente sospetti non sono riuscito a rompere il muro di omertà  e ad accertare al di là  di ogni dubbio l’esistenza di un legame di parentela. E non c’è soltanto Economia: a Medicina e Chirurgia i cognomi che ricorrono almeno due volte sono 40, su 417 docenti».
L’anno dopo, nel libro Parentopoli , Nino Luca rincara: «Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio (vale uno nonostante il doppio nome), Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela Monica Danila (tre nomi ma vale sempre uno) e Stefania.
Totale otto Massari: Massari, Massari, Massari, Massari, Massari, Massari, Massari e Massari. Nell’ordine: ordinario, associato, ricercatore, associato, associato, ordinario, ricercatore e straordinario. Facoltà  di Economia, economia, economia, economia, tutti ad economia. Stessa facoltà , stesso cognome, stessa famiglia, stesso mestiere, la stessa città . Anche se qualcuno, forse per frenare le malelingue, si è dovuto sobbarcare una piccola trasferta a Lecce e a Casamassima. Ma gli otto Massari portano l’università  di Bari nel guinness dei primati».
Macchè record! Tre anni dopo, nel 2012, Striscia la notizia becca il direttore amministrativo Giorgio De Santis, via via consolato nella sua solitudine dall’arrivo all’ateneo barese della moglie, della figlia, di un fratello, della cognata, della sorella della cognata e di sette nipoti.
Totale: dodici.
«Ma no! Ma no!», si affrettavano via via a precisare dopo ogni scandalo i più rocciosi difensori del buon nome dell’università . «È tutta roba vecchia, un accumulo di casi isolati che non possono essere messi insieme. È il passato! Adesso c’è il codice etico!».
Giusto, dal gennaio del 2007.
Quando l’allora rettore Corrado Petrocelli benedisse le nuove regole, che vietavano le assunzioni dei parenti prima ancora che arrivasse la legge nazionale firmata da Maria Stella Gelmini, con parole di esultanza: «È un momento altissimo per l’intera comunità  accademica barese. Bari adesso si pone come capofila nazionale per la lotta ai mali dell’università . Spero che da oggi in poi si parli più della bravura dei nostri ricercatori che degli scandali che in passato han travolto l’intera istituzione».
Nel 2010, replay. Col trucco.
Codice etico alla mano, Medicina è costretta infatti a negare l’assunzione di Maria Luisa Fiorella, prima al concorso per un posto da associato ad Otorinolaringoiatria. «Non è giusto!», si ribella il padre, Raffaele Fiorella, otorinolaringoiatra lui pure, professore e primario del Policlinico.
E perchè non sarebbe giusto? «Non è una legge, è un regolamento».
E spiega al nostro Corriere del Mezzogiorno : «Mi verrebbe voglia di dimettermi, ma non lo faccio solo per rispetto dei miei pazienti e degli studenti».
Poi ci ripensa, si dimette, va in prepensionamento e fa strada alla figlia.
Il tempo che Maria Luisa si insedi e lui torna ad insegnare, con un contratto a tempo, nel dipartimento che dirigeva. Tiè!
Ma, ahinoi, il 30 dicembre 2010 l’insieme di «Norme in materia di organizzazione delle università , di personale accademico e reclutamento», meglio nota appunto come legge Gelmini, sembra spazzare via ogni scappatoia.
Dice infatti che «in ogni caso, ai procedimenti per la chiamata non possono partecipare coloro che abbiano un grado di parentela o di affinità , fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell’ateneo».
Chiaro?
Non bastasse, una sentenza dell’Abruzzo annulla due anni dopo un’assunzione furbetta all’università  di Teramo, basata proprio sul fatto che la legge non cita espressamente tra i parenti mogli e mariti, spiegando che «se l’affinità  presuppone il coniugio, la ragione di incompatibilità  riferita all’affinità  (si badi, fino al quarto grado), a maggior ragione, deve valere per il coniugio».
Linguaggio buro-giudiziario orrendo, ma chiaro. O no?
No, pensa qualche testa fina a Bari. Tanto è vero che, essendo in arrivo i bandi per assumere trentuno nuovi professori associati, un’occasione in altri tempi unica per infilare un po’ di parenti, il problema è stato sollevato dal Collegio dei garanti, deciso a sciogliere le «incongruenze» appunto tra il codice etico dell’ateneo che precisa il divieto per i coniugi e la legge Gelmini che lascerebbe, per quanto sia ridicolo, questo pertugio.
Il presidente del Collegio Ugo Villani ha invitato in una lettera i colleghi a interpretare la legge Gelmini in modo costituzionalmente corretto: «Sarebbe irragionevole il divieto per gli affini entro il quarto grado e non per il coniuge».
Insomma, ha spiegato alla Gazzetta del Mezzogiorno , «non posso chiamare in dipartimento il cugino di mia moglie, che magari non ho mai visto in vita mia, ma posso chiamare mia moglie. È una situazione assolutamente irragionevole».
Ovvio, agli occhi di tutti gli italiani. Ma non a quelli di tutti i docenti di Bari.
Tanto che il rettore Antonio Uricchio, spiegando che «quella del Collegio dei garanti non è una interpretazione univoca» (testuale!), ha convocato il Senato accademico.
Il tema è quello che dicevamo: la moglie è una parente?
Chissà  se questa dotta disquisizione contribuirà  a rafforzare il profilo internazionale dell’università  barese.
Nell’ultimo ranking «Times Higher Education World» è tra il 351 º e 400 º posto in Europa.
E quella mondiale è ancora più umiliante.
Auguri.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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TASSE UNIVERSITARIE CRESCIUTE DEL 63% IN DIECI ANNI

Ottobre 10th, 2014 Riccardo Fucile

MENTRE IN GERMANIA SI STUDIA GRATIS

Di là , in Germania, è caduta pure l’ultima «roccaforte», la Bassa Sassonia: dal 1° ottobre l’università  è gratuita.
Di qua le tasse restano. E aumentano del 63% in dieci anni.
Tedeschi o no, quando si tratta dei conti del sistema accademico l’Italia non brilla. Lo spiega un documento della Commissione europea che ha preso in esame la contribuzione studentesca, le borse di studio e le esenzioni previste nella dichiarazione dei redditi.
Ci si laurea gratis in Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia (e Germania).
In Spagna per un percorso triennale si spendono 1.074 euro, in Belgio fino a 837, in Francia 183, in Gran Bretagna 11.099, tra 830 e 3.319 in Svizzera.
L’Italia fa pagare in media 1.300 euro.
L’Estonia, invece, spicca per la sua «originalità »: se lo studente raccoglie 30 crediti formativi in sei mesi (o 60 in un anno) non paga nulla. Altrimenti per ogni credito mancante deve sborsare 50-120 euro, a seconda del corso.
Le cose non vanno meglio alla voce «diritto allo studio».
Secondo il dossier comunitario siamo il Paese che dà  meno supporto finanziario (tra borse per motivi di reddito e premi per merito), se si esclude la Grecia: lo riceve soltanto il 7,5% degli studenti.
Lontani dalla Francia, dove lo ottiene più di un giovane su tre. Lontanissimi dalla Danimarca dove lo Stato, oltre a non far pagare le rette, mette a disposizione fino a 9.274 euro.
E la percentuale italiana potrebbe pure diminuire – denunciano le associazioni studentesche – se va in porto un punto dello sblocca Italia che permetterebbe di far inserire alle Regioni i fondi per le borse nel patto di Stabilità .
Un’università  gratuita per tutti anche da noi?
«Me lo auguro, magari non da un anno all’altro, ma per gradini», ragiona Ivano Dionigi, rettore dell’Università  di Bologna, un ateneo che conta 87 mila iscritti. Sarebbe un modo, secondo il docente, «per fermare l’emorragia di studenti che non si iscrivono più nei nostri atenei e per trattenere quelli che vanno a formarsi all’estero. La fuga dei cervelli non è più solo quella dei ricercatori trentenni, ma anche dei 18-19enni».
Sarebbe anche un modo «per garantire davvero il diritto allo studio: un principio costituzionale rispettato più negli anni 60-70 che oggi».
Copiare la Germania sì, ma con due precisazioni.
La prima: «Il sussidio non deve essere un assegno di pre-disoccupazione, ma deve verificare che lo studente abbia un percorso regolare negli studi, che dia gli esami».
La seconda: «La gratuità  non si può applicare a chi ha un reddito elevato, di centinaia di migliaia di euro».
Tutto questo in tempo di crisi. «Mi rendo conto che per il Paese sarebbe un costo immediato notevole – continua Dionigi – ma si tratta di un investimento».
Certo, per i tedeschi è facile. «A loro i soldi non mancano e a livello pro capite spendono più dell’Italia», aggiunge Stefano Paleari, numero uno dell’Università  di Bergamo e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori.
Preso il finanziamento pubblico agli atenei nel 2012, la Germania ha dato alle sue istituzioni quasi 25 miliardi di euro, 304 per ogni cittadino.
In Italia quella voce è stata di 6,6 miliardi, pari a 109 euro a testa. Un terzo. «E dal 2008 quella spesa è aumentata del 20% in Germania, ma diminuita del 14% in Italia».
Paleari non è molto d’accordo sulla gratuità . «Noi e i tedeschi abbiamo sistemi diversi e di là  le tasse non sono mai state altissime».
Però, se vogliamo fare come loro, «dobbiamo copiare tutto il modello, altrimenti il meccanismo salta».
«Quello che ci serve nell’immediato è una stabilità  del sistema contributivo – analizza Paleari –: stop a ulteriori tagli dei finanziamenti statali e di conseguenza stop all’aumento delle tasse universitarie».
Un modo per concentrarsi sul diritto allo studio «che in Italia funziona male ed è insufficiente».

Leonard Berberi
(da “il Corriere della Sera”)

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TAGLI ALLA RICERCA, L’UNIVERSITA’ SI RIBELLA

Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile

OLTRE LE PAROLE VUOTE DEL GOVERNO, NON CI SONO CERTEZZE DI RISORSE

Si procede alla vecchia maniera, pre-Renzi.
Si promette un finanziamento alla scuola, tre miliardi si era detto, almeno uno necessario per portare in cattedra 148 mila insegnanti precari.
Ci si costruisce sopra, per sei mesi, una riformona ricca e articolata.
Poi ci si accorge che l’Europa non scuce un centesimo, nonostante i proclami del premier. Piuttosto continua, come con Monti e con Letta al timone, a non farti spendere neppure gli euro che tu, Stato, Regione o Comune, hai in cassa.
Si ammette, e al governo sono serviti altri sei mesi per questo, che bisogna trovare venti miliardi nella prossima legge di stabilità .
Quindi, per garantire la riforma e le assunzioni, si fa partire un piano di spending review sui ministeri. Il tre per cento per tutti, lineare, alla Tremonti.
Per il ministero dell’Istruzione fa un miliardo e mezzo secco.
Un po’ di quel miliardo e mezzo si andrà  a recuperare, sostiene Il Sole 24 ore, togliendo 400 milioni alla ricerca.
Siamo da capo. Non c’è nulla di diverso dai governi Monti-Profumo e Letta-Carrozza, che pure hanno operato in una fase politica costretta dall’emergenza spread.
In più, ci sono solo le promesse, in alcuni casi vere e proprie iperboli.
Siamo in attesa dell’approvazione del piano universitario del ministro Giannini che dovrà  definire   –   a ottobre – i livelli essenziali delle prestazioni per il diritto allo studio, introdurre i costi standard negli atenei (da Catania a Trento), specificare i finanziamenti sulle singole università .
Le bozze che circolano sul decreto ministeriale dicono, però, che sono previsti nuovi tagli alla ricerca, un inasprimento dei criteri di merito e di quello anagrafico (fuori corso) per ottenere borse di studio.
Gli studenti, nel caso la Link, sostengono che con i nuovi parametri “in tutte le regioni italiane le borse di studio diminuirebbero in modo sostanziale”.
E offrono proiezioni sul taglio della platea degli idonei: “Il governo proverà  a far passare l’eliminazione dell’idoneo non beneficiario”.
Ecco, diminuzione degli aventi diritto, aumento dei criteri di merito e anagrafici e ancora tagli delle risorse del fondo integrativo statale per le borse di studio.
Le ipotesi sul piano università  si fanno fosche.
Scrive Alberto Campailla di Link: “Così facciamo un enorme passo indietro rispetto a quanto previsto dal cosiddetto decreto “l’Istruzione riparte” firmato nell’autunno 2013 dal ministro Carrozza. Serve   un rifinanziamento totale”.
Più in generale: “Pensare di cambiare il sistema formativo italiano continuando a togliere risorse economiche rappresenta lo svelamento degli slogan del presidente Renzi. Tagliare 400 milioni sulla ricerca non è la strategia politica di chi vuole investire sull’innovazione e sul futuro della nostra generazione, è solo il gioco delle tre carte”.
La Cgil scuola, fin qui messa ai margini come tutto il sindacato, attacca: “Se dovessero trovare conferma le notizie che circolano sui tagli pesantissimi a scuola, università , ricerca e Afam saremmo di fronte a decisioni gravissime che metterebbero in soffitta tutte le promesse fatte dal governo Renzi. Nel piano scuola non ci sono certezze di risorse, ma adesso si scopre che addirittura si vogliono fare altri tagli alla scuola pubblica. Università , ricerca e Afam rischiano il collasso finanziario e invece di affrontare le questioni vere la ministra Giannini continua a vendere fumo. Di certo nel piano scuola ci sono la cancellazione degli scatti, un’idea di istruzione piegata alle logiche del mercato, la competizione individuale e l’autoritarismo”.
L’Anief: “Il governo vuole fare la riforma a costo zero. L’Esecutivo vuole attuare una partita di giro tra tagli di spesa e nuove risorse”.
L’Anief illustra quali sono gli altri tagli che porteranno il Miur ad autofinanziare “La buona scuola”: riduzione della pianta organica degli Ata, bidelli, applicati di segreteria, assistenti tecnici dei laboratori, quindi stop alle assunzioni per coprire il turn-over e ai commissari esterni per la maturità , avvio di un piano di dematerializzazione per ridurre il personale di segreteria. Sembra il piano Brunetta”.
Il ministro Giannini nega che le bozze circolanti siano definitive, sostiene che l’ipotesi che la spending review possa colpire la ricerca è “assolutamente in contrasto con questo governo che mette istruzione sì ma anche ricerca al centro dell’agenda politica”, poi ammette che anche nel campo della ricerca si può “ancora agire su costi intermedi”.
La quality spending, è l’ultimo anglismo importato.
Ci prova Francesca Puglisi, neoresponsabile Istruzione del Pd, a fermare l’onda di contestazione: “Rispetto ai “si dice” il governo ha investito grandi risorse in un piano straordinario per l’edilizia scolastica”.
Parole alte, che si frantumano sulla questione finanziamenti. Anche il piano edilizia, fin qui, di nuovi soldi ne ha visti davvero pochi.
La gran parte dei (pochi) fin qui utilizzati li aveva già  trovati il penultimo governo.

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