Ottobre 7th, 2011 Riccardo Fucile
PARMA L’ATENEO PIU’ CARO D’ITALIA, AL NORD SI SPENDE DI PIU’…MENO FONDI PER LE BORSE DI STUDIO DA DESTINARE AGLI STUDENTI DI FASCIA BASSA DI REDDITO
Università del nord più care, aumento dell’evasione fiscale e meno fondi per le borse di studio da destinare agli studenti di fascia di reddito più bassa.
Questi i dati emersi dal rapporto annuale presentato dall’Osservatorio di Federconsumatori, che anche quest’anno ha condotto uno studio su un campione di 18 università , scelte in tutta Italia tra quelle con il più alto numero di studenti.
L’ateneo più costoso della penisola è, anche per il 2011, quello di Parma, con una retta che parte da 890 euro per le facoltà umanistiche e da 1005,87 euro per quelle scientifiche.
Tasse che pesano soprattutto sulle spalle degli studenti meno abbienti che, rispetto a coloro che provengono da famiglie benestanti, spendono annualmente solo pochi euro di meno.
Nell’ordine dei 300 euro.
Inoltre, mentre i ragazzi entro i 6000 euro di reddito Isee saranno aiutati dall’Ente regionale per il diritto allo studio, tutti coloro che supereranno anche di poco quella soglia si troveranno soli a dover fronteggiare le spese universitarie.
Al secondo posto è tornata Verona, che annualmente ha un costo che va dai 642 euro, fino ad arrivare, per i più ricchi, a circa 1800 euro.
Seguita a ruota dall’Università Statale di Milano.
Bologna invece ha sorprendentemente trionfato, classificandosi al secondo posto tra le università meno care di Italia.
L’Alma Mater della Dotta, infatti, nonostante la qualità dei suoi insegnamenti, classificatisi molto meglio delle sorelle italiane nel ranking internazionale, esige dagli studenti tasse accessibili.
A fronte di ragazzi appartenenti a una fascia di reddito Isee inferiore a 20.000 euro, ad esempio, ha applicato una tassazione che, rispetto alla media nazionale, è stata inferiore del 35%.
Ma come sempre, gli Atenei più economici sono quelli del sud, con la vistosa eccezione delle università pugliesi che hanno adottato un sistema meritocratico che relaziona il costo della retta al profitto negli studi: quanto più i voti dello studente saranno alti, meno care saranno le tasse da pagare annualmente.
“Complessivamente” ha evidenziato l’analisi dell’Osservatorio di Federconsumatori “rispetto al 2010 si registra una lievissima contrazione dei costi a carico degli studenti appartenenti alle fasce di reddito più basse, e un incremento a carico, invece, delle fasce più alte.
Nel dettaglio per gli studenti appartenenti alla 1 ed alla 2 fascia di reddito Isee i costi sono diminuiti, rispettivamente, del -1% e del -4%. I costi relativi alla 3 fascia rimangono pressochè invariati, mentre aumentano rispettivamente del +4% e del +10% le tasse per gli studenti appartenenti alla 4 e la 5 fascia”.
Il divario — tasse sancito così tra Nord e Sud per il 2011 è stato pari a una differenza di spesa del 28,3% per gli studenti più poveri e del 68% per i più ricchi.
Tuttavia il quadro relativo ai costi universitari peggiora sensibilmente per le famiglie italiane se si considerano gli altri due importanti fattori emersi dallo studio.
In primo luogo, infatti, a fronte della riforma Gelmini quest’anno saranno disponibili ben 70.000 borse di studio in meno (su un totale di 184.043), che non verranno concesse nemmeno a chi i requisiti per riceverle li ha tutti, con buona pace del principio secondo cui tutti dovrebbero avere la libertà e la possibilità di farsi un’istruzione.
.Il calcolo è stato tra l’altro effettuato solo sulla base della diminuzione del fondo statale per il diritto allo studio, cioè meno 144.000.000 di euro in due anni, e senza calcolare i tagli che subiranno i fondi regionali a seguito della manovra finanziaria.
In secondo luogo, a dimostrazione di come il sistema scolastico italiano sia una miniatura fedelissima del paese, l’evasione fiscale, o meglio la falsa dichiarazione dei redditi, sta intaccando lentamente ma inesorabilmente le risorse destinate agli studenti più poveri. Federconsumatori ha segnalato, infatti, una situazione di diffusa disonestà che cercherebbe di allineare le disponibilità economiche di professionalità evidentemente diversamente abbienti.
Per comprendere la relazione tra dichiarazione dei redditi e costo dell’università , spiega Federconsumatori, è sufficiente prendere come riferimento una data tipologia di nucleo famigliare, ad esempio quella monoreddito, composta di tre persone.
Dai dati elaborati dai Caf, i Centri di Assistenza Fiscale, risulterebbe che circa un terzo di questi particolari contribuenti disporrebbe di un reddito medio inferiore ai 15.000 euro.
Ma tra queste famiglie ‘povere’, stando al Ministero dell’Economia, vi sarebbero molti lavoratori autonomi come ristoratori, gioiellieri, albergatori: tutte categorie che vanno a pagare per i figli una tassa universitaria media annuale di 515,82 euro.
Cioè la stessa cifra sborsata da una famiglia ugualmente monoreddito in cui il genitore che lavora è un operaio non specializzato.
“Questi dati”, prosegue Federconsumatori, “se affiancati a quelli della crescente evasione fiscale e della diminuzione degli investimenti sulla pubblica istruzione, fanno emergere un quadro drammatico: infatti si andrà sempre più verso un aumento degli studenti che appartengono o dichiarano di appartenere alle prime fasce, e quindi una diminuzione delle risorse da distribuire agli studenti che realmente ne hanno bisogno”.
Annalisa Dall’Oca
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Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
MATTEO, GEOLOGO, 28 ANNI, E’ RIENTRATO DAGLI USA: “L’ASSEGNO DELLA FACOLTA’ NON BASTA”
Matteo Alvaro di professione fa il ricercatore è alla sua prima domenica da tassista, lo si
capisce subito.
Una svolta a destra di troppo e si dirige nella direzione opposta a quella richiesta. «Mi scusi, sono un po’ confuso», si giustifica. E inizia a raccontare.
«Sono salito sul taxi di mio padre dopo due anni di specializzazione negli Stati Uniti». Si ripassa esattamente al punto di partenza e il taxista-ricercatore azzera il tassametro: «È da stamattina che faccio sconti per le mie sviste».
Matteo è nato 28 anni fa a Milano, vive a Binasco nella casa dei genitori e ha una sorella più grande.
Ha alle spalle il biennio passato alla Virginia Tech di Blacksburg, prestigiosa università del profondo Sud americano.
«Fin da piccolo sognavo di fare il geologo: così, dopo essermi diplomato all’istituto tecnico di Pavia mi sono laureato in Geologia. Poi ho vinto una borsa di studio per il dottorato e ho continuato a lavorare all’università .
A un convegno ho conosciuto Ross J. Angel, il numero uno nel campo della cristallografia e, grazie anche all’aiuto dei miei professori, ho potuto anticipare il dottorato e partire per un ruolo di postdoc (l’equivalente del nostro posto di ricercatore) alla Virginia Tech».
Negli Usa gli avevano proposto di scegliere tra due contratti: «Uno di 4 anni e l’altro di 2. Scelsi quello più breve anche per questioni di cuore, visto che avevo una storia in Italia».
Pentito di quella decisione?
«Sì, anche perchè nel frattempo la storia è finita. Lo penso soprattutto dopo una giornata passata sul taxi con la moda a Milano».
Quando in America la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, il suo professore gli ha scritto un’email prima che scadesse il contratto e gli ha consigliato di cercarsi un’altra opportunità , offrendo le sue referenze.
«I colleghi di Pavia con cui ho mantenuto i rapporti, mi hanno suggerito di rientrare. Devo ringraziare il dipartimento che si è sempre adoperato per non farmi restare senza un minimo di sussidio economico. Ma in Italia le retribuzioni per chi lavora in ricerca sono molto più basse rispetto a quelle americane».
Un postdoc guadagna mediamente 40 mila dollari all’anno e può arrivare anche a 80/100 mila.
«In Italia, invece, lo stipendio credo sia intorno ai 1.400 euro al mese. Esattamente non lo so ancora, visto che devo aspettare il concorso per entrare in servizio».
Nel frattempo Matteo ogni domenica mattina sale sull’auto bianca del padre e fa il tassista a Milano, «possibilità offerta dalla “collaborazione familiare” per cui la licenza taxi può essere estesa a un parente», spiega. «E lo farò anche quando arriverà l’assegno, per arrotondare».
Poi, dal lunedì al venerdì, il tassista ricercatore con la passione per la tecnologia («ho quattro computer, due sono portatili») frequenta il laboratorio del dipartimento di Scienze della Terra all’Università di Pavia.
«Scrivo articoli scientifici in attesa di riprendere la mia attività : lo studio delle proprietà chimico-fisiche dei minerali. I risultati possono essere utilizzati per approfondire le conoscenze di base nel campo della geologia ma possono anche servire per produrre nuovi materiali, come certe argille utilizzate per la messa in sicurezza di siti contaminati»
All’estero la possibilità di fare ricerca è maggiore grazie anche ai fondi privati.
«Nel mio dipartimento eravamo in 17 italiani, siamo rientrati solo in tre. Abbiamo fatto tutti il dottorato in Italia e siamo costati allo Stato, costi che vanno a vantaggio dei Paesi esteri. Senza contare che qui lavoriamo con strumenti degli anni 80 mentre negli Usa hanno a disposizione le ultime tecnologie. E questo incide sui risultati».
Maria Teresa Veneziani
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
DEI 38 DOCUMENTI NECESSARI PER L’OPERATIVITA’ SOLO 4 SONO STATI PUBBLICATI SULLA GAZZETTA UFFICIALE…GLI ALTRI STAZIONANO ALLA CORTE DEI CONTI PER LA COPERTURA FINANZIARIA
Scampoli di fine estate: gli atenei riaprono i battenti, comincia un nuovo anno accademico ma dei
decreti attuativi della legge 240/2010, indispensabili per rendere operativa la Riforma dell’Università , si son perse le tracce.
L’ultima comunicazione ufficiale reperibile sul sito istituzionale del Miur è datata 7 luglio: “Università , procede velocemente l’approvazione dei decreti attuativi della riforma”, questo il titolo del comunicato in cui si spiega che “dei 38 provvedimenti previsti (decreti legislativi, regolamenti, decreti ministeriali), 32 sono già stati firmati dal ministro e a breve saranno emanati anche i restanti 6”.
Ma il 16 settembre (cioè ben 71 giorni dopo), la situazione non è cambiata: “Dei sei decreti restanti – rispondono dal Miur – alcuni sono alla firma del ministro, per altri l’iter è più lungo perchè si tratta di decreti legislativi”.
Il 13 aprile scorso, intervenendo al question time alla Camera, il ministro Mariastella Gelmini aveva garantito che entro sei mesi tutti i decreti attuativi sarebbero stati operativi.
Il 13 ottobre è vicino ma questa promessa del ministro difficilmente sarà mantenuta: la sua firma, da sola, non basta e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale avviene solo al termine dell’iter legislativo che, in alcuni casi, può essere molto tortuoso.
Come nel caso dei decreti legge che, facilmente, possono “perdersi” in un dedalo di meandr
burocratici nel corso del loro lungo cammino legislativo.
Dei 38 decreti attuativi di stretta competenza del Miur, a tutt’oggi soltanto 4 sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale e sono entrati, dunque, in vigore: quello sull’importo minimo degli assegni di ricerca; quello sulla definizione dei settori concorsuali per il conseguimento dell’abilitazione scientifica; quello sulla rideterminazione del numero dei posti disponibili nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia e la loro distribuzione su base regionale; infine, quello sui criteri per l’individuazione con regolamento d’ateneo degli standard qualitativi per la valutazione dei ricercatori a tempo determinato in possesso di abilitazione.
Quest’ultimo, il n.344 emanato il 4 agosto, è stato pubblicato sul n. 198 della Gazzetta Ufficiale in data 26 agosto. Altri 6 decreti sono attualmente in fase di pubblicazione.
Non tutti i decreti attuativi “in via di approvazione” sono uguali: ciascuna tipologia prevede un determinato percorso e necessita di pareri vincolanti da parte di una molteplicità di soggetti.
Per quanto riguarda i “decreti regolamentari” c’è una tappa obbligata dal presidente della Repubblica o presso il Consiglio di Stato; alcuni altri devono essere decisi di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con quello della Salute o con le Commissioni parlamentari; altri ancora necessitano del parere del Cun (Consiglio Universitario Nazionale), del Cnam (Consiglio Nazionale per l’Alta Formazione Artistica e Musicale) o dell’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).
Attualmente 7 decreti “stazionano” alla Corte dei Conti che deve verificarne la copertura finanziaria.
Manuel Massimo
(da “La Repubblica“)
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Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCONO LE DIFFERENZE: IL CONFRONTO SU RETRIBUZIONI ATTESE E ASPETTATIVE PROFESSIONALI CON GLI ALTRI PAESI EUROPEI TRA CARRIERE E TIMORI
Non solo Btp e Bund. Non solo titoli di stato, tassi di interesse e politiche finanziarie. 
C’è un altro spread che continua ad aprirsi e separa ancora di più Roma da Berlino.
Un altro divario che dovrebbe preoccupare con la stessa intensità .
Gli universitari italiani guardano al proprio avvenire in una maniera che si discosta sempre di più, da quella con cui, i loro coetanei di Berlino, Bonn o Monaco, si proiettano negli anni che verranno.
Le nuove generazioni italiane si aspettano dal primo impiego uno stipendio sempre più basso, meno della metà di quanto si attendano i loro coetanei tedeschi, e guardano al proprio percorso professionale con una crescente preoccupazione che in Italia coinvolge un numero di laureati doppio rispetto a quello che accade nei diversi land tedeschi.
Più di sette italiani su dieci si dicono in apprensione per il proprio futuro lavoro e guardano con ansia al proprio percorso professionale.
I dati emergono dell’indagine del Trendence Institute che ha ascoltato 311 mila studenti in più di mille università europee.
I giovani coinvolti sono quelli delle facoltà di economia e di ingegneria, ovvero quelli che, a conti fatti, dovrebbero temere il futuro, meno di altri che escono da quelle facoltà considerate meno interessanti dagli imprenditori e dai datori di lavoro.
Se in Italia gli universitari di economia preoccupati per il proprio futuro sono il 72,9 per cento e quelli di ingegneria sono il 72,4 per cento, in Germania i valori scendono, rispettivamente al 37,4 per cento e al 27,8 per cento.
Un altro mondo. Un altro futuro
Lo stesso sembra avvenire anche per quel che riguarda lo stipendio atteso al primo impiego.
In Italia un giovane che esce da economia indica una paga di 19.837 euro, mentre chi esce da ingegneria si attende 20.864 euro.
Valori pressochè identici a quelli indicati nel 2007, ai tempi in cui, almeno dalle nostre parti, la crisi non era ancora esplosa.
In Germania, invece, chi studia economia si attende 43.100 euro e chi diventa ingegnere 44.343 euro.
Cifre più che doppie rispetto a quelle italiane. Ma non solo.
Sono anche valori cresciuti del 10 per cento rispetto a quelli di quattro anni fa.
Questo per dire che mentre da noi, in questi quattro anni, sembra essersi fermato tutto, in Germania, nonostate la crisi, nonostante tutto quello che è successo, qualcosa sembra lo stesso avere un fermento.
Se si cercano valori simili a quelli italiani, si trovano gli stessi paesi che lottano, come noi, per gli spread dei tassi d’interesse dei titoli di stato sui mercati finanziari.
Gli stessi livelli di preoccupazione, o un po’ più elevati, per il proprio futuro professionale si riscontrano infatti in Spagna e Portogallo (sopra l’80 per cento in entrambi paesi).
Solo la Grecia sembra ancora più drammaticamente coinvolta in un gorgo più cupo con, pressochè, la totalità dei giovani preoccupati per il proprio futuro.
In Irlanda, altra nazione coinvolta nel precipizio di crisi e speculazioni, le aspettative sembrano migliori di quelle dei giovani italiani.
Così, ancora una volta, non desta stupore che più di un terzo di loro (35,3 per cento) dice che lascerà l’Italia al termine degli studi per trovare un posto di livello professionale. Valori più elevati di qualche punto percentuale della media in Europa (31,6 per cento) e di dieci punti percentuali rispetto alla media dei paesi dell’Est (23,9%).
Federico Pace
(da “La Repubblica“)
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Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
STUDIARE IN ITALIA OGGI: LA SCELTA DELLA FACOLTA’ E’ LEGATA ALLE POSSIBILITA’ ECONOMICHE…AL NORD SI SPENDE IL 13% IN PIU’ RISPETTO AL RESTO DEL PAESE…CHIRURGIA L’INDIRIZZO PIU’ CARO… SALASSI PER I FUORISEDE E LE SPESE PER I TESTI… ALL’ESTERO PRESTITI PER CHI STUDIA: RESTITUITI QUANDO SI TROVA LAVORO
La mappa dell’Università italiana illustra una realtà dalle economie variegate, profondamente
legata al territorio e ai redditi.
Una sorta di federalismo della specializzazione, con le sue peculiarità e i suoi costi specifici.
In generale, studiare all’Università in Italia costa caro.
Ma molto dipende da dove si ‘sceglie’ di studiare e che facoltà intraprendere.
Scelta legata in gran parte al reddito familiare: studiare al sud in una facoltà umanistica è infatti più accessibile che decidere di diventare chirurgo a Milano.
Le rette universitarie variano sia da regione a regione che tra diversi indirizzi universitari. Ma anche rispetto alla fascia di reddito.
Redditi e facoltà .
Generalmente sono cinque le fasce di reddito considerate, calcolate considerando dei valori di Isee fissi. la prima fascia considera un reddito sino a seimila euro, la seconda sino a 10mila, la terza sino a 20mila, la quarta sino a 30mila e la quinta il massimo, anche se è difficile fare una comparazione in quanto variano da ateneo ad ateneo.
La spesa annuale, comunque, cambia non solo in base al reddito ma anche a seconda del tipo di Facoltà : Medicina, Ingegneria, Architettura e Farmacologia risultano essere sicuramente le più care.
La speranza di avere un ingegnere in famiglia se costruita alla Federico II di Napoli costa a un padre 1432 euro l’anno, mentre mandare un figlio a Chirurgia alla Bicocca di Milano può arrivare a 3000.
Costi e città .
Gli studenti del nord pagano circa il 13% in più rispetto alla media nazionale per la prima fascia e addirittura il 32% in più se si considera l’importo massimo da versare. L’università più cara è Parma (oltre il 70% in più rispetto alle media), seguita dalla Bicocca di Milano.
La più economica è l’Aldo Moro di Bari, seguita dall’Alma Mater di Bologna.
Secondo uno studio condotto da Federconsumatori nel 2010, le tasse universitarie annuali si aggirano intorno ai 1.000 euro con picchi che variano dai 400 agli oltre 2.000 a seconda della regione e delle scelte amministrative della struttura.
Mentre a Napoli studiare all’Orientale può costare da un minimo di 440,00 euro a un massimo di 910,00, al Politecnico di Milano si pagano anche 1.700 euro.-
Stesso discorso per chi sceglie di studiare nella Capitale.
A Tor Vergata le famiglie in ultima fascia pagano 1.300 euro e la Sapienza non è da meno.
Pur garantendo il diritto allo studio con una tassa minima di 330 euro annuali, la storica università di Roma arriva a costare anche 2.000 per chi ha un reddito familiare alto.
Nord più caro, Sud popolare, Bologna in mezzo.
Sempre secondo la ricerca di Federconsumatori, gli atenei del Nord sono quelli più cari: del 13,13% rispetto alla media nazionale se si considera la prima fascia, e addirittura del 31,92% se si considera il massimo importo dovuto.
La media nazionale è quindi fortemente influenzata dal Nord, in quanto nel Centro e nel Sud i costi delle tasse sono quasi sempre inferiori a tale media.
La differenza è ancor più evidente tra Nord e Sud, dove il divario, per quanto concerne la prima fascia, raggiunge il 25,27%, e sale fino all’88,87% quando si prende in considerazione la fascia relativa al massimo importo dovuto.
Sono gli atenei del Sud, in termini generali, ad applicare tasse più basse, con l’Università Aldo Moro di Bari in testa alle università che costano meno (considerando la prima fascia), anche se bisogna sottolineare che parte dell’importo della retta è dovuta al merito: una votazione media bassa o un basso numero di crediti conseguiti, quindi, si traduce in un aumento delle tasse.
Al secondo posto tra le università meno costose si trova l’Università “Alma Mater” di Bologna che considera come fascia base quella che arriva a circa 20.000 euro di ISEE, soglia al di sotto della quale gli studenti pagano il 55% in meno rispetto alla media nazionale.
Parma, top class. Al contrario l’Università più cara, sempre prendendo in considerazione la prima fascia, è quella di Parma con una retta di 865,52 Euro annui per le facoltà scientifiche e di 740 Euro per quelle umanistiche, pari al 71% in più rispetto alla media nazionale.
Al secondo posto si trova invece, l’Università degli studi di Milano con una retta annuale di 685 Euro per le facoltà umanistiche e 789 Euro per le facoltà scientifiche. La distinzione tra facoltà scientifiche e facoltà umanistiche non è attiva in tutte le Università , comunque generalmente le facoltà scientifiche hanno un costo maggiore dell’8% nella maggior parte delle fasce.
Fuori sede, salasso in agguato.
E se studiare costa caro in assoluto, scegliere di cambiare citta può diventare un salasso.
Uno studente italiano “fuori sede” spende, infatti, fino a 6.958 euro annui in più rispetto ad uno che studia in sede.
In Italia, sempre secondo Federconsumatori, il 20,5% degli studenti universitari, stando ai dati Istat 2009, studia al di fuori della propria regione di residenza, inoltre, a questi andrebbero aggiunti gli studenti che, all’interno della stessa regione, si spostano in un’altra città .
E’ l’affitto la voce più costosa per uno studente “fuori sede”, che, insieme alle spese accessorie (riscaldamento, condominio, energia, ecc.), raggiunge mediamente 4.982 euro annui se sceglie di vivere in singola, e 3.756 euro annui se, invece, sceglie di condividere una stanza con altri studenti.
Dividendo l’Italia in Macro-regioni si scopre che è il Centro ad avere le spese per la casa (affitto+mantenimento) più alte, pari a 5.544 euro annui per una stanza singola e 4.194 euro annui per una stanza condivisa.
Più economico, invece, risulta il Sud con una spesa pari al 31% in meno rispetto al Centro, per quanto riguarda la stanza doppia e del 34% in meno relativamente alla singola.
Libri, che prezzi.
Di non poco conto risultano anche le spese per i libri, con una differenza tra le facoltà umanistiche e quelle scientifiche: per le prime la spesa ammonta in media a 454 euro annui, il 17% in più rispetto a quelle scientifiche.
Ad orientare lo studente nella scelta dell’università non è quindi solamente la qualità della facoltà prescelta, ma gioca un ruolo fondamentale anche il reddito della propria famiglia.
Chi non ha la possibilità di sostenere i costi di una vita da studente fuori sede, perciò, deve accontentarsi di frequentare l’università più vicina.
Sempre se ce n’è una.
Anche i ricchi piangono.
Mandare i figli all’università in Italia è una spesa non indifferente anche per una famiglia benestante.
Le nostre Università sono infatti tra le più care in Europa.
Solo ad Amsterdam le tasse universitarie si avvicinano quelle nostrane: fino a 1.713 euro annuali.
Una spesa esorbitante se si pensa che le università svedesi, tra le prime nella classifica mondiale, sono tutte completamente gratuite.
E nelle altre capitali europee? La Sorbona di Parigi costa al massimo 500 euro mentre alla Freit Universitat Berlin si superano a malapena i 200 euro annui.
All’estero: credito (quasi) a fondo perduto.
Tutta un’altra storia se si prendono in esame gli Atenei universitari britannici, per lo più privati. La University College London costa ad una famiglia 9.000 euro all’anno, neanche troppo in realtà , se si pensa che far studiare il proprio figlio alla Luiss di Roma costerebbe lo stesso, con l’unica differenza che il college londinese si posiziona al 4° posto tra le top 10 mondiali.
Nonostante i finanziamenti statali, a meno che non si tratti di studenti particolarmente meritevoli, studiare in un Ateneo privato in Italia costa in media 8.000 euro l’anno.
Lo sanno bene i futuri medici per ora studenti alla Cattolica di Roma o Milano, o le famiglie dei quasi economisti della Bocconi, dove la retta annuale arriva anche a 10.000 euro.
Basandosi su un sistema universitario pervalentemente privato, i paesi anglossassoni, per permettere anche alle famiglie meno abbienti di mandare i propri figli all’università , mettono a disposizione dei prestiti finanziari.
Il governo britannico paga infatti, agli studenti inglesi e europei che lo richiedono, tutte le rette universitarie previste per una laurea triennale.
A differenza di quello che accade in America però, dove gli studenti appena finita l’università devono ripagare il debito, i giovani europei dovranno riconsegnare il denaro solo una volta trovata un’occupazione che possa permetterglielo.
Un sistema, quindi, che mette in evidenza la fiducia delle istituzioni nei confronti della preparazione e della possibilità occupazionale offerta dalle università del proprio paese.
Partire per studiare: i costi.
Ma quanto costa vivere e studiare in un’altra capitale europea? I paesi europei, sono più competitivi anche sotto questo aspetto.
Se sceglie Stoccolma, uno studente dovrà spendere in media 800 euro al mese tenendo conto di affitto, libri, tasse di residenza e divertimenti vari.
Anche Berlino risulta essere molto vantaggiosia offrendo ai propri studenti moderni studentati a prezzi vantaggiosi anche per coloro che non riescono a vincere la borsa di studio.
A Parigi, invece, la scelta più conveniente per uno studente, come consiglia il sito della Sorbona, è lo ‘studettes’, delle stanze-studio di circa 17mq situati in zone residenziali negli ultimi piani dei palazzi.
L’unico inconveniente è che non hanno l’ascensore, e i bagni sono spesso in comune, cosa che però potrebbe facilitare la conoscenza dei propri vicini.
I siti delle Università straniere sono molto precisi al riguardo e offrono piano dettagliato sul costo complessivo di un anno di vita universitaria mentre le maggiori università italiane, rimandano al sito del Miur ‘Study in Italy’ che non offre particolari informazione riguardo i costi e lo stile di vita che l’Italia si appresta ad offrire.
Londra, sicuramente, rimane la più cara con un budget complessivo che si aggira intorno alle 250 sterline a settimana; si sa, Londra è costosa, ma forse, in confronto ai servizi offerti dalle metropoli nostrane, ne vale veramente il sacrificio.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 9th, 2011 Riccardo Fucile
PER UN PAESE CHE INVESTA SULLA RICERCA E SULLE GIOVANI GENERAZIONI INVECE CHE MORTIFICARNE LE COMPETENZE E LA VOGLIA DI LOTTARE PER IL NOSTRO PAESE… BERLUSCONI UMILIA I GIOVANI, RACCONTA BARZELLETTE OSCENE CHE FANNO RIDERE SOLO I SUOI DEBOSCIATI COMPAGNI DI MERENDE E CONSIGLIA LORO DI TROVARE UN FIDANZATO RICCO… SONO GIOVANI E INCAZZATI? HANNO RAGIONE
Questa volta i «bamboccioni» fanno sul serio.
Gli eterni giovani, senza diritti nè certezze lavorative, scendono in piazza per lanciare alla politica un messaggio forte e chiaro: «Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta».
È questo lo slogan — e il nome del comitato promotore — della manifestazione che oggi mobilita l’Italia intera.
Quella dei precari, dei disoccupati, il popolo delle partite Iva, gli studenti, gli stagisti, i ricercatori, i free lance che sfilano per le strade di Roma e di un’altra trentina di città italiane (e non solo), per riprendersi il presente, ancor prima del futuro, ed il Paese, partendo dal lavoro.
Sono laureati e arrabbiati. Sono giovani e incazzati.
Per questo oggi sono in piazza in tutta Italia per affermare il proprio diritto a non vivere per tutta la vita la condizione di “fantasmi” del lavoro: “vogliamo far sentire la nostra voce e raccontare chi siamo, perchè vogliamo un altro paese, un paese che investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le competenze e cancellando ogni possibilità di realizzazione personale».
Sono «oltre 2 milione i Neet in Italia, ovvero i giovani che non studiano non lavorano e non si formano; sfiora il 30% la disoccupazione giovanile», sottolinea Salvo Barrano, archeologo free lance, tra i 14 promotori della manifestazione.
A Roma è in programma l’evento principale con una street parade rumorosa e colorata in vero «Torretta Style». «Vogliamo essere ironici e dissacranti: siamo tutti giovani, studenti, precari, non precari e cittadini. L’unica cosa che non vogliamo sono le bandiere di partito» spiega Luca De Zolt, organizzatore dell’evento romano
Al fianco dei giovani, senza se e senza ma, si schiera la Cei: «Il precariato lavorativo sia solo una fase transitoria», ammonisce il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, per aprire le porte ad un lavoro «a tempo indeterminato» e «dare anche la possibilità di un futuro, di un progetto di vita».
I precari accusano il governo «che ha deciso di sacrificare una o più generazioni sull’altare degli interessi di qualcuno, della rendita e della speculazione».
E chiedono al premier Silvio Berlusconi di «farsi da parte»: «Non ha affrontato la crisi — dicono – ci ha umiliati e trascinati in un baratro di povertà e disoccupazione».
I precari, chiedono un Paese diverso che «permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare» e che, quindi, «investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni, invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le competenze e cancellando ogni possibilità di realizzazione personale».
Una mobilitazione insomma per denunciare le condizioni di lavoro, e di vita, di una grande fetta di giovani italiani.
Mobilitazione che assume anche una connotazione particolare, dato che ieri Berlusconi ha messo in atto il suo ennesimo show davanti ai giovani laureati parlando di “opportunità ” senza indicare poi i mezzi e gli strumenti: «Davvero Berlusconi pensa — risponde il comitato – che i suoi successi personali siano da prendere ad esempio per i giovani italiani? Gli chiediamo di sollevarci dalla sua presenza….
È davvero raggelante, in effetti, guardare in successione le storie sul lavoro che i ragazzi raccontano e le battute dispensate dal presidente del Consiglio a una platea di neolaureati.
Che nemmeno ridevano.
“È lui ad umiliare i giovani e il Paese, per l’assoluta incapacità di fronteggiare la crisi economica gli chiediamo di farsi da parte”.
E una destra vera, sociale e popolare, nazionale e solidale, oggi sa con chi stare: con la gioventù italiana della speranza e del merito, non con i vecchi puttanieri della politica.
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Marzo 30th, 2011 Riccardo Fucile
MANICOMIO ITALIA: SOLDI BUTTATI A VERONA PER IL NUOVO DIPARTIMENTO NELLA PALAZZINA 32… PRIMA SPENDONO SOLDI PUBBLICI PER RISTRUTTURARE L’EDIFICIO, POI LO SGOMBERANO…IL NUOVO PIANO DI RIQUALIFICAZIONE NON PREVEDEVA QUELL’IMMOBILE, MA NESSUNO SE N’ERA ACCORTO
Il dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Verona deve sloggiare. E
deve farlo in fretta.
Il Comune ha infatti notificato la diffida a liberare la Palazzina 32, che sorge all’interno dell’ex caserma Passalacqua e che ospita il centro universitario.
La struttura verrà rasa al suolo per lasciare spazio a ruspe e operai che dovranno realizzare il progetto di riqualificazione dell’area.
La stessa sorte che è toccata alla Fondazione Aida, storico ente teatrale della città scaligera.
Con un’unica, grossa, differenza: la Palazzina 32 è stata ristrutturata appena un paio d’anni fa e per i lavori l’Università ha speso all’incirca un milione di euro. Denaro che ora è destinato a finire letteralmente sepolto dalle macerie.
Si tratta di una struttura imponente, su due piani all’interno dei quali trovano spazio uffici e laboratori del dipartimento.
Con l’avvio della costosa ristrutturazione, l’Università aveva fatto le cose a regola d’arte.
L’edificio, infatti, attualmente contiene un biblioteca, una sala informatica con l’intero archivio e i super-computer ad alta velocità utilizzati dai ricercatori, le aule didattiche del dottorato e i laboratori per gli studenti.
Ci lavorano una settantina di persone tra docenti, dottorandi, ricercatori, assegnisti e personale tecnico.
Tutto personale che ora dovrà levare le tende, nell’arco di poche settimane.
Dal Comune nessun commento.
Gli uffici dell’assessorato al Patrimonio si limitano a precisare che le strutture dell’intera area dovranno essere sgomberate entro aprile.
Il programma di riqualificazione dell’ex caserma, infatti, prevede che si proceda al più presto con la bonifica bellica e la demolizione degli edifici.
La consegna della Palazzina 32, come quella degli altri edifici occupati da associazioni ed enti, viene definita «essenziale per l’assegnazione del finanziamento regionale» da dieci milioni di euro.
In pratica: o iniziano i lavori o il Comune potrà dire addio ai soldi stanziati da Venezia.
Per il dipartimento è una corsa contro il tempo.
Pare che l’Università abbia già trovato una sede alternativa che ospiterà (temporaneamente) la sede di Scienze economiche, almeno fino a quando non si concluderà la realizzazione del nuovo campus.
Quindi, a lavori conclusi, l’Ateneo di Verona si ritroverà a disposizione strutture nuove e funzionali.
Il problema è più che altro di natura pratica: in dipartimento la notizia di dover lasciare la Palazzina 32 pare sia stata accolta dai mugugni di chi teme che il trasferimento in una sede precaria possa peggiorare la qualità del lavoro svolto da docenti e ricercatori.
E come non bastasse, ora sull’intera operazione si staglia l’ombra di uno spreco di denaro pubblico proprio per quel milione di euro speso da poco per rendere accogliente una struttura che, subito dopo la sua sistemazione, si è scoperto che sarebbe stata demolita.
In tempi di crisi e di continui tagli all’istruzione, quei soldi avrebbero certamente fatto comodo all’Università .
Andrea Priante
(da “il Corriere del Veneto“)
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO DI FELTRI CONFERMA: “IN GRAN BRETAGNA NON RISULTA NESSUNA LAUREA RILASCIATA AL SOTTOSEGRETARIO DELLA LEGA”… E ANCHE IL PERCORSO ALLE SUPERIORI RISULTA PIENO DI STRANEZZE, CAMBI DI SCUOLA, NON AMMISSIONI E SPARIZIONE DI DOCUMENTI
Umberto Bossi e, dicono, soprattutto il figlio Renzo sono
arrabbiatissimi.
I due casi che stanno facendo ballare la Lega Nord rischiano di diventare antipatici, soprattutto per chi, come la prole del Senatùr, ha faticato tanto per arrivare alla maturità .
Sono Francesco Belsito e Monica Rizzi a trovarsi nell’occhio del ciclone, per aver millantato, a quanto pare, di avere titoli di studio non riconosciuti o non validi.
Ne parla il quotidiano Libero che, essendo vicino agli ambienti leghisti, fa sospettare che a qualcuno, all’interno del Carroccio, faccia comodo sollevare ora un argomento peraltro noto da tempo.
Ecco cosa scrive Libero:
Il caso Rizzi, sollevato da Libero, sta imbarazzando la Lega: dopo essere stata convocata in via Bellerio pochi giorni fa, il leader del Carroccio lombardo Giancarlo Giorgetti le ha dato due giorni di tempo per buttare giù un memoriale difensivo.
L’assessore è vicina alla famiglia Bossi: non s’è candidata a Brescia alle ultime regionali per far posto a Renzo, che poi ha seguito passo passo in campagna elettorale.
È stata ricompensata con l’ingresso in giunta con le deleghe allo Sport e Giovani.
L’affaire Belsito è più intricato.
Dice di essere addirittura bi-laureato, ma è buio pesto pure sul diploma.
Lui stesso ha spiegato che, per «un disguido sui timbri», la sua esperienza alle superiori finì con qualche grattacapo.
Ha aggiunto di aver frequentato il Palazzi di Genova, ormai chiuso: invece era iscritto all’istituto Abba.
Evidentemente non fu ammesso agli esami, perchè nel 1991 si buttò proprio sul Palazzi.
Da lì, un altro trasferimento.
Al Vittorio Emanuele II di Genova, che il 29 gennaio 1992 scriveva alla scuola precedente per avere conferma che lo studente Belsito Francesco avesse frequentato la classe quinta.
A questo punto, i certificati sembrano inghiottiti dagli archivi.
Quello che è certo è che il girovagare tra istituti — che avrebbe sfiancato un toro — non ha fiaccato il tesoriere leghista.
Che oggi proclama di avere addirittura due lauree.
Effettivamente, uscito dal tunnel delle superiori strappando un diploma da ragioniere (non si sa dove), nel 1994/95 s’è tuffato nell’università .
Prima a Genova, dove la sua carriera risulta annullata.
Poi — a sentire la versione dell’interessato, fornita al quotidiano Il Secolo XIX — un altro girovagare, questa volta per gli atenei di mezza Europa. Malta.
Poi Inghilterra, a Londra, anche se ha messo nero su bianco di conoscere solo il francese.
Un vagabondare che spiega — afferma lui — perchè quando è stato nominato sottosegretario, nel febbraio 2010, ha annunciato di essere laureato in Scienze Politiche.
Mentre nel 2008, quando finì nel cda della Finanziaria ligure (Filse spa), si era qualificato come dottore in Scienze della Comunicazione: all’epoca aveva solo quel titolo.
Stranezze che hanno fatto scattare un’interrogazione in regione Liguria dell’Udc.
Il sottosegretario s’è limitato a dire — anche a Libero — di aver querelato per calunnia i cronisti che avevano scritto della sua presunta “laurea fantasma”:
Solo pochi mesi fa, pur ribadendo di non avere tempo da perdere («devo occuparmi di come far uscire l’Italia dalla crisi» ha sibilato al Secolo XIX) ha spiegato di malavoglia alcune cosucce.
Per esempio che s’è laureato davvero in Scienze della Comunicazione, però in un’università privata di Malta.
Che non è riconosciuta dall’Italia.
Da lì, ecco il curriculum per la Filse dove ha dimenticato di aggiungere che è sì “dottore”, ma solo per La Valletta.
Poi, il grande salto a Londra.
Questa volta «in un ateneo riconosciuto » — giura — dove avrebbe fatto Scienze Politiche.
Scriviamo avrebbe perchè, subito dopo le dichiarazioni del sottosegretario, Libero ha verificato che in Gran Bretagna non risulta nessuna laurea a suo nome fatta riconoscere anche da Roma, così come dispone la legge italiana.
Dottore o no, oggi è il potente tesoriere federale del Carroccio: ne conosce tutti i segreti finanziari e gestisce in prima persona anche il forziere ligure (e quindi, a Genova, è tecnicamente il controllato e il controllore dei quattrini padani).
Ha ereditato l’incarico da Maurizio Balocchi, quando quest’ultimo è passato a miglior vita, e sta creando qualche malumore tra chi collaborava con la vecchia gestione e oggi si sente emarginato.
Belsito è protetto sia da Rosi Mauro (nonostante qualche recente bisticcio) che dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone.
Non a caso fa parte del cosiddetto “cerchio magico”, il gruppo di fedelissimi che segue come un’ombra il Senatur.
Matteo Pandini
(da “Libero”)
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Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile
INDICA NEL CURRICULUM SULLE PAGINE DEL GOVERNO UN MISTERIOSO MASTER ALLA BOCCONI, MA IL SETTIMANALE “OGGI” RIVELA: “ALLA BOCCONI NON RISULTA MAI CONSEGUITO”… LEI DICE DI AVERE UN ATTESTATO, MA POI PARE NON TROVI NEANCHE QUELLO, CAUSA TRASLOCHI
Secondo il settimanale della Rcs, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non ha
mai ottenuto un master all’università milanese.
Il dato, secondo il giornale, viene confermato dallo stesso ateneo
La laurea c’è, il master no.
Eppure il curriculum del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Daniela Santanchè pubblicato sul sito del governo recita testualmente: “Laureata in Scienze politiche, consegue un master alla Sda Bocconi”.
La verità , dunque, dove sta?
A rispondere è la stessa università milanese: “Abbiamo verificato e dalla nostra banca dati alunni non risulta abbia frequentato un nostro master o mba. Non possiamo escludere, ma non abbiamo modo di verificare, che abbia frequentato un corso breve”.
La Sda della Bocconi, continua il settimanale Oggi, ”organizza in continuazione seminari di aggiornamento per manager che durano uno o più giornate. E di queste decine di migliaia di persone non conserva traccia. Ma sono corsi che non possono essere certo confusi con un master’.
Infine il settimanale ricorda che “pochi giorni fa l’astro nascente della politica tedesca, il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg, ha dovuto dimettersi perchè si è scoperto che aveva copiato parti della tesi di dottorato, domandandosi “cosa farà adesso Daniela Santanchè?”.
Immediate le reazioni politiche di Ettore Rosato dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo del Pd. “Se tutto è vero — dice Rosato — , Daniela Santanchè abbia la decenza di dimettersi dal suo incarico di sottosegretaria”.
Quindi prosegue: “Se il sottosegretario non è in grado di dimostrare il contrario non ha altre strade se non quella di rinunciare al suo incarico istituzionale e di farlo anche rapidamente”.
Identica posizione quella della Idv. “Se la notizia fosse confermata — dice Leoluca Orlando — , che un membro del governo inserisca il proprio curriculum taroccato e lo esponga in bella vista sul sito ufficiale dell’esecutivo, prendendo così in giro gli italiani”.
La ex rivoluzionaria replica di aver fatto un corso di 12 mesi e di avere un attestato. Ma per la Bocconi, ammesso che la tesi della sottosegretaria fosse provata, una cosa è un attestato, altra cosa un master, riconosciuto all’estero e che quindi deve corrispondere a precisi parametri.
La Santanchè peraltro ha sostenuto ieri sera che l’attestato non lo trova, a causa dei suoi ripetuti traslochi.
Non è chiaro se si riferisse a quelli di casa o a quelli politici che l’hanno portata in pochi anni da An al Pdl, poi a “la Destra”, quindi al Movimento per l’Italia e ora di nuovo al Pdl.

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