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CHI FA LE LEGGI: OTTO SU DIECI SONO DEL GOVERNO

SONO 15.000 LE PROPOSTE MA SOLO 565 TAGLIANO IL TRAGUARDO

Neanche due settimane per ratificare il trattato sul fondo di risoluzione unica, quello – tanto discusso in questi giorni di proteste dei risparmiatori – su risanamento bancario e salvataggio interno (bail in).
Ben 871 giorni, invece, per licenziare il ddl sull’agricoltura sociale che ha impiegato quasi due anni e mezzo per diventare legge.
Nel mezzo ci sono da un lato lo svuota-carceri, i decreti   lavoro, fallimenti, missione militare Eunavfor Med, competitività  e riforma della pubblica amministrazione che hanno tagliato il traguardo con – al massimo – 44 giorni di tempo.
Dall’altro si piazzano Italicum, divorzio breve, ecoreati, anti-corruzione e affido familiare che oscillano tra i 664 e i 796 giorni necessari al via libera finale.
Leggi ‘lepre’. E leggi ‘lumaca’.
Per rimanere in tema: durante la consueta conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha detto a proposito delle unioni civili che sì, il tema divide, ma che “nel 2016 queste vanno” necessariamente “portate a casa” perchè “a differenza di quello che avrei voluto, non siamo riusciti ad approvare nel 2015” il ddl Cirinnà  presentato in commissione a Palazzo Madama già  a marzo del 2013 e successivamente modificato.
“Purtroppo – ha poi aggiunto Renzi – non siamo riusciti a tenere il tempo. Da segretario del Pd farò di tutto perchè il dibattito che si apre al Senato” a fine gennaio “sia il più serio e franco possibile. Un provvedimento di questo genere non è un provvedimento su cui il governo immagina di inserire l’elemento della fiducia, bisognerà  lasciare a tutti la possibilità  di esprimersi”.
In fatto di leggi, tuttavia, i numeri appaiono chiari.
Sono 565 le norme approvate nelle ultime due legislature su un totale di oltre 14mila proposte. In percentuale, però, tra quelle che sono riuscite a completare l’iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e non dal parlamento italiano nonostante – costituzionalmente – siano Camera e Senato a essere titolari del potere legislativo.
Vero è che nel corso degli anni, i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d’azione. Tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari.
Le cifre sono quelle analizzate (al 4 dicembre 2015) da Openpolis per Repubblica.it.
Secondo l’osservatorio civico, infatti, “ormai è diventata una prassi che la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal nostro parlamento sia di iniziativa del governo”. Nell’attuale legislatura, come nella scorsa, circa l’80% delle norme approvate è stato proposto dai vari esecutivi che si sono succeduti.
Ma cosa trattavano le oltre 500 leggi votate nelle ultime due legislature? E poi: nei pochi casi in cui l’iniziativa del parlamento è andata a buon fine, quali gruppi si sono resi protagonisti? Con che provvedimenti? Quanto ci vuole in media a dire sì a una legge?
Chi arriva in fondo.
Un’analisi sulla produzione legislativa del nostro parlamento non può che partire dai numeri. Dei circa 183 disegni di legge che vengono presentati ogni mese, solo sei raggiungono la fine del percorso. Di questi sei, nell’80% dei casi si tratta di proposte avanzate dal governo.
E mentre le iniziative di deputati e senatori diventano legge nello 0,87% delle volte, la percentuale sale al 32,02% quando si tratta del governo.
Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Fra i governi presi in considerazione, l’apice è stato raggiunto con il governo di Enrico Letta: in quel periodo il parlamento ha presentato soltanto l’11% delle leggi poi approvate.
I tempi.
In media, dal momento della presentazione a quello dell’approvazione finale trascorrono 151 giorni se si tratta di una proposta del governo. Ne passano 375 se si tratta di un’iniziativa parlamentare.
Non stupisce quindi che la top 10 delle ‘leggi lumaca’ sia composta per il 90% da ddl presentati da deputati e senatori, e che nella top 10 delle ‘leggi lepre’ vi siano soltanto quelle proposte del governo. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (poco più di 4 mesi), i membri del parlamento ne impiegano 408 (oltre 1 anno).
Nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto allo scorso quinquennato, quelle del parlamento risultano più veloci.
Tante ratifiche di trattati.
Un altro elemento analizzato è il contenuto di questi testi. Delle 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, il 36,28% erano ratifiche di trattati internazionali, il 26,55% conversione di decreti leggi. Questo vuol dire che 6 volte su 10 una legge approvata da Camera e Senato non nasce in seno al parlamento ma viene sottoposta all’aula per eventuali modifiche o bocciature.
Cambi di gruppo e instabilità .
Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall’altro ha introdotto una forte instabilità  nei rapporti fra maggioranza e opposizione.
Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di ‘trincea’ fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l’opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggiorparte dei casi in contrasto con il Partito democratico.
Pd in testa.
Dalle politiche del 2013, sono 30 le proposte di deputati e senatori che hanno completato l’iter parlamentare (su più di 5mila ddl di iniziativa parlamentare).
Protagonista assoluto è il Partito democratico, che ha presentato il 73,33% dei testi in questione. A seguire Forza Italia (10%), e poi 5 gruppi a pari merito: Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Per le Autonomie-Psie-Maie, Misto e Lega Nord.
I decreti.
A seguire nell’analisi, con un’altra fetta importante della torta, le conversioni in legge dei decreti emanati dai vari governi che si sono susseguiti. La conversione in legge dei decreti è una delle attività  principali del nostro parlamento.
Succede molto raramente che un testo deliberato dal Consiglio dei ministri non venga poi approvato da Camera e Senato.
Negli ultimi 4 governi, il più ‘efficiente’ è stato è stato quello a guida Letta, con soltanto il 12% dei decreti decaduti.
I decreti deliberati dal Consiglio dei ministri devono essere convertiti entro 60 giorni. Non sorprende quindi che il 90% delle leggi che rientra nella top 10 delle più veloci sia conversione di decreti. Fra le 10 più lente invece, tutte tranne una sono state proposte da membri del parlamento. La legge di iniziativa governativa più lenta è stata l’Italicum, che ha impiegato 779 giorni dal momento della presentazione per completare il suo iter.
Le Regioni.
Nelle ultime due legislature le Regioni italiane hanno presentato 119 disegni di legge. Di questi, solamente 5 hanno completato l’iter, e tutti nello scorso quinquennato.
Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato (in materia di sicurezza stradale), mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi.
Come si vota.
Un altro elemento fondamentale nell’approvazione delle leggi è il voto. Soffermandosi in particolare sull’attuale legislatura, l’analisi si è concentrata su chi ha contribuito, e in che modo, all’approvazione finale di questi provvedimenti.
Dalla percentuale di posizioni favorevoli sui voti finali dei singoli gruppi presenti in aula, alla consistenza della maggioranza nel corso della legislatura, passando per il rapporto fra voti finali e questioni di fiducia.
Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità  di principale forza politica all’interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd.
Le opposizioni.
Il comportamento delle opposizioni nei voti finali regala molti spunti interessanti. Perchè se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontanto altro.
Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd.
Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.
Voto di fiducia: chi l’ha usato di più.
Per completare il quadro sulle votazioni, non si poteva non affrontare il tema delle questioni di fiducia sui progetti di legge. Due gli aspetti analizzati: da un lato il rapporto tra blindatura e leggi approvate, dall’altro le occasioni durante le quali lo strumento è stato utilizzato più di due volte sullo stesso provvedimento.
Non solo la maggior parte delle leggi viene proposta dal governo, ma emerge pure che l’approvazione richiede un utilizzo elevato delle questioni di fiducia.
In media, nelle ultime due legislatura, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti: il 45,13 per cento.
Ma quali sono stati i provvedimenti che hanno richiesto più voti di fiducia?
Al primo posto c’è la riforma del lavoro, governo Monti, che ha richiesto 8 voti di fiducia. Cinque voti di fiducia per il ddl anti-corruzione (sempre governo Monti) e ancora cinque per la Stabilità  2013.
Quattro voti di fiducia per il decreto sviluppo e la riforma fiscale (governo Monti), tre per la legge sviluppo 2008 (governo Berlusconi). Tre voti di fiducia per la Stabilità  2014 (governo Letta), tre anche per Stabilità  2015, Italicum, Jobs Act e riforma Pa (governo Renzi).
Voti finali alla Camera.
Uno dei modi per capire il reale posizionamento in aula dei gruppi parlamentari è vedere se il loro comportamento durante i voti finali è in linea o meno con quello del governo.
Questo esercizio permette anche di osservare come è variato il sostegno all’esecutivo con la staffetta Letta-Renzi. Se da un lato Forza Italia durante il governo Letta votava l’86% delle volte con il Pd (al tempo in maggioranza), con il governo Renzi – e il riposizionamento dei berlusconiani – la percentuale è scesa al 64,57 per cento.
Voti finali al Senato.
I numeri del governo a Palazzo Madama sono molto più risicati rispetto a quelli di Montecitorio. Non sorprende quindi che la maggior parte dei gruppi, per un motivo o per l’altro, spesso e volentieri abbia votato con il Pd nei voti finali dei provvedimenti discussi in aula. Da sottolineare come i fuoriusciti da Forza Italia, sia Conservatori e Riformisti (di Raffaele Fitto) che Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (di Denis Verdini), da quando sono nati hanno votato rispettivamente il 78,69% e il 78,13% delle volte in linea con il governo nei voti finali
Voti finali panpartisan.
Nel dibattito parlamentare può succedere che su determinati argomenti si arrivi ad una votazione panpartisan. Sono i casi i cui tutti i gruppi che siedono in aula votano a favore, con nessuno ad astenersi o votare contro.
Su 435 voti finali che si sono tenuti da inizio legislatura, è successo ben 104 volte (23,91%). Più ricorrente al Senato (28,10%) che alla Camera (20%). Trattasi principalmente, nel 74% dei casi, di ratifica di trattati internazionali.

Michela Scacchioli
(da “la Repubblica”)

This entry was posted on martedì, Gennaio 5th, 2016 at 23:34 and is filed under Parlamento. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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