DAVVERO L’IMPEGNO DI GIORGIA MELONI CONTRO OGNI MAFIA E’ CRISTALLINO, COERENTE E DURATURO?
ATTACCA I GIORNALISTI CON LO STESSO FRAME RETORICO USATO CONTRO PAOLO BORSELLINO
Giorgia Meloni reagisce alla foto rilanciata da Report che la ritrae insieme a un pentito
del clan dei Senese. Lo fa, come di consueto, con un post sui social che oscilla tra vittimismo e attacco. La leader di Fratelli d’Italia si lamenta di una “redazione unica” (composta da Il Fatto Quotidiano, la Repubblica e Fanpage, oltre a Report) che vorrebbe dimostrare “non so quale commistione con la criminalità organizzata”
La giustificazione che la Presidente del Consiglio propone rispetto alla foto è, in sé, fondata: chi fa politica e sta in mezzo alla gente accumula migliaia di selfie con sconosciuti, e sarebbe scorretto costruirci sopra un teorema di contiguità mafiosa. Ma con le sue parole Meloni non si limita all’autodifesa, passa alla rivendicazione di una storia politica antimafiosa: “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova.”
Una frase verificabile e, quindi, da verificare.
I professionisti dell’informazione e i professionisti dell’antimafia
Prima ancora di entrare nel merito delle politiche, c’è però un dettaglio retorico che vale la pena segnalare. Nel suo post, Meloni attacca i giornalisti che hanno pubblicato la notizia definendoli “professionisti dell’informazione”, con le virgolette a fare da grimaldello ironico. È una formula che chi conosce la storia dell’antimafia italiana non può leggere senza un certo disagio
“I professionisti dell’antimafia” era infatti il fortunato titolo di un articolo del 1987 di Leonardo Sciascia, che fu poi utilizzato negli anni successivi per muovere accuse
e allusioni contro i magistrati antimafia, dipinti come opportunisti in cerca di visibilità. Anche Paolo Borsellino fu vittima di quella delegittimazione. Meloni, per difendersi da un’inchiesta giornalistica sulla criminalità organizzata, ricorre allo stesso frame retorico che veniva usato contro l’antimafia, e lo fa nonostante riconduca proprio a Borsellino la sua genesi politica.
“Parlate di mafia”, ma solo in tema di immigrazione
Al magistrato ucciso in via D’Amelio quel 19 luglio del 1992 si deve un appello, diventato negli anni quasi un manifesto: «Parlate di mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però, parlatene». Anche il partito di Giorgia Meloni si è appropriato di quell’invito: da qualche anno, in luglio, Fratelli d’Italia promuove un evento intitolato proprio “Parlate di mafia”.
Eppure, per trovare qualcosa contro la criminalità organizzata nel programma elettorale del partito alle politiche del 2022, si deve arrivare al sesto capitolo, ottavo punto: dopo l’istituzione del poliziotto di quartiere e la promessa di “norme più severe per atti contro il decoro”, ecco finalmente arrivare “lotta alle mafie e al terrorismo”. Tutto qui. Non una parola di più.
Questa lotta (non argomentata) sta comunque alla voce “Sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale”. Non è un dettaglio trascurabile: rivela una visione della criminalità organizzata ridotta a fenomeno di confine e di ordine pubblico. Come se la mafia esistesse solo come prodotto dell’immigrazione irregolare e non come sistema economico radicato nel tessuto sociale italiano da più di centocinquant’anni.
Questa impostazione ideologica, questa gerarchia di valori e priorità, ha conseguenze pratiche. Meloni stessa ha denunciato sospetti di infiltrazione criminale nei flussi migratori, con le organizzazioni mafiose che gestirebbero il traffico di manodopera straniera sfruttando le procedure legali di ingresso. Ma, anziché interrogarsi sul funzionamento di quelle procedure, il primo atto del governo Meloni in materia di immigrazione è stato la dichiarazione dello stato di emergenza, l’ennesimo ostacolo a una gestione logica e umana dei flussi migratori.
Attivare lo stato di emergenza, previsto per catastrofi e calamità, significa infatti
affidare la gestione degli ingressi e l’organizzazione dell’assistenza alla Protezione Civile, privilegiando così l’efficienza logistica sulla qualità dell’inserimento: chi arriva viene gestito come un’emergenza, da controllare e dislocare, invece che come una persona che entra in una comunità. Si creano così sacche di segregazione e invisibilità (persone che non parlano la lingua, non conoscono i diritti, non hanno accesso ai servizi), il terreno di coltura su cui la mafia prospera, sia attingendo a un bacino di manodopera da sfruttare, sia come fornitore di quei servizi che lo Stato non riesce o non vuole garantire.
Da diritti a favori: il welfare mafioso come strumento di consenso
Se la mafia prospera in assenza di diritti, allora anche le politiche sociali diventano parte integrante del discorso antimafia. Le organizzazioni criminali costruiscono consenso e radicamento territoriale offrendo come favori quel che le istituzioni non riescono (o non vogliono) garantire come diritti. Ma chi riceve un favore dalla mafia contrae un debito, che resta alla base di relazioni clientelari attivabili a piacere dell’organizzazione criminale.
In questo quadro, la scelta di smantellare il reddito di cittadinanza è tutt’altro che un atto neutro. Quel sussidio, strumento imperfetto e non privo di problemi teorici e applicativi, poteva ridurre, almeno in parte, specie nei contesti più fragili, la pressione del bisogno e quindi la dipendenza da reti informali o illegali.
L’abolizione del reddito di cittadinanza non ha eliminato quel bisogno: ha semplicemente smesso di offrire una risposta istituzionale. E la narrazione con cui Meloni ha accompagnato quella scelta (l’idea di “non disturbare chi vuole fare”, la contrapposizione tra chi produce e chi pesa) finisce per trascurare un dato elementare, che chi ha una cultura antimafiosa non può ignorare: nei contesti in cui il lavoro dignitoso è scarso e quello irregolare abbonda, la vulnerabilità economica non è una scelta, ma una condizione di partenza, oltre che un presupposto di ricattabilità che fa comodo alla criminalità organizzata.
Carcere duro e rave party: la soluzione è sempre e solo repressione
Non sorprende, allora, che l’unica prova di impegno citata da Giorgia Meloni nel ù
suo post sia il carcere duro: tra i primi atti del governo c’è stato infatti il decreto legge sull’ergastolo ostativo. Lasciando sullo sfondo il merito della norma e i rilievi della Corte Costituzionale e della Corte europea dei diritti umani che esigevano una riforma, vale la pena notare che la legge sul carcere duro è contenuta nel cosiddetto “decreto anti-rave”.
Lo Stato non c’è se non al momento del castigo e l’unica proposta politica che il governo Meloni riesce a elaborare di fronte alle questioni sociali, più o meno complesse, è una e una sola: repressione. Non si tratta certo di un’esclusiva di questo esecutivo di destra estrema: il populismo penale è una pratica ormai trasversale. E la normativa antimafia è da anni l’espediente con cui si inasprisce la reazione repressiva, a prescindere dalla contiguità con la criminalità organizzata.
Sul piano retorico, infatti, la lotta alla mafia mette d’accordo tutti. Anni fa, Andrea Delmastro Delle Vedove aveva trovato una sintesi eloquente durante un intervento parlamentare: contro la criminalità organizzata servirebbe “durezza, lotta senza tregua, nessun gargarismo garantista, ma pronta, dura, spietata reazione dello Stato”.
Ammesso e non concesso che il garantismo non sia dovuto anche a chi debba fronteggiare accuse di criminalità organizzata (così ignorando la differenza tra Stato e mafia), le misure di prevenzione antimafia hanno rappresentato negli ultimi anni strumenti applicati oltre il loro perimetro, anche contro chi, con la mafia, non ha nulla a che fare: la sorveglianza speciale è stata richiesta anche nei confronti di attivisti per il clima che utilizzano metodi di lotta nonviolenta, rivelando come la ricetta repressiva non riguardi solo i criminali, ma anche chi venga, di volta in volta, considerato tale.
Il “solito sistema clientelare” non è lotta alla mafia
Cristallino, coerente, duraturo: questo, secondo Giorgia Meloni, sarebbe il suo impegno contro ogni mafia. La verifica restituisce un quadro più complicato. L’antimafia di questo governo vive quasi interamente di simboli: la scelta della leader di impegnarsi in politica il giorno della strage di via D’Amelio, le frasi di
Borsellino usate come titoli di festival, la retorica del carcere duro. Nel frattempo, le misure di sostegno al reddito vengono smantellate lasciando il bisogno senza risposta istituzionale, la gestione dell’immigrazione produce invisibilità e ricattabilità, la risposta alla complessità sociale si riduce sistematicamente a repressione.
Ma le politiche non esauriscono la verifica. C’è anche una cultura politica, che si misura dalle parole dei singoli, e dal silenzio di chi le ascolta senza intervenire. Poche settimane fa, nel pieno della campagna referendaria, Aldo Mattia, deputato di Fratelli d’Italia, ha suggerito di utilizzare anche il “solito sistema clientelare” per convincere le persone a votare sì alla riforma Meloni-Nordio (“non ci credi? Be’, fammi questo favore, perché sei mio cugino, perché io t’ho fatto questo favore, aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”).
Quelle parole, che non hanno ricevuto pubblici rimproveri né formali dissociazioni da parte del partito, svelano un cortocircuito fatale: la criminalità organizzata, prima ancora di essere un impero economico o un esercito, è un metodo. E il metodo mafioso si basa sul favore che sostituisce il diritto, sulla rete di fedeltà personali, sul debito di riconoscenza usato come moneta di scambio. Pretendere di sradicare la mafia invocando il carcere duro, per poi normalizzare e rivendicare la logica del clientelismo pur di raccogliere consensi, svela il vero limite dell’antimafia di questo governo, che venera i simboli e si indigna per le foto, ma si rifiuta di prosciugare la palude culturale e sociale in cui le mafie, da sempre, continuano a prosperare.
(da Fanpage)
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