FUORI DALLA MOSCHEA DI ROMA: “IL BURKINI E’ SOLO UNA MODA, SE UNA VOLESSE COMPIERE UN ATTENTATO SI VESTIREBBE DA SUORA”
“DIVIETI FRUTTO DELL’IGNORANZA, LA NOSTRA COMUNITA’ E’ INTEGRATA, DA NOI IL RADICALISMO NON ATTECCHISCE”
Intorno all’alta inferriata che circonda la Grande Moschea di Roma, già dalle prime ore del mattino, si anima un piccolo mercato all’aperto.
I profumi dei dolci arabi si mischiano ai fumi della carne halal che, poco prima dell’inizio della preghiera del venerdì, sfrigola sulle griglie.
Tre ragazze siedono dietro un lungo banco di vestiti tradizionali per donne musulmane. Occhi fissi sugli smartphone e capo coperto, sorridono ma dicono di non voler rispondere alle domande dei giornalisti.
Davanti a loro centinaia di veli colorati, tuniche lunghe e ricamate. «Burkini ne vendete?», chiede un giornalista arrivato con telecamera al seguito, alla ricerca del costume da bagno integrale salito agli onori della cronaca per essere stato messo recentemente al bando su alcune spiagge francesi. «No. Nè burqa, nè burkini. E ora basta domande, per favore».
«Qui a Roma di burqa integrale non ne ho mai visto uno», conferma Karim, marocchino da diciotto anni in Italia. «Capisco anche che la paura abbia giocato un ruolo importante in Germania e in Francia, dopo gli attentati, e sono d’accordo sul divieto di indossare il velo che copre il viso se è un problema per identificare le persone, ma mi sembra più che altro una mossa politica. Noi, i musulmani veri, con il terrorismo non c’entriamo nulla. La Jihad è ignoranza dell’Islam, e anche questi divieti sono frutto dell’ignoranza».
Le persone che si fermano a parlare vengono dalle parti più disparate del Medio Oriente e del Nord Africa.
La maggior parte di loro, però, vive qui da almeno quindici anni e qualcuno, come Meghoub, egiziano del Cairo ed ex venditore di lenzuola e tovaglie ora in pensione, spiega che sono stati soprattutto i primi immigrati ad aver assorbito la cultura italiana. «L’integrazione, con chi veniva qui dai paesi del Nord Africa negli anni Ottanta e Novanta, ha funzionato perchè non c’era un business così forte come quello di oggi», spiega aggiustandosi gli occhiali da sole.
«Ed è proprio perchè l’integrazione ha funzionato che il fondamentalismo islamico non è riuscito ad attecchire. Qui a Roma – ricorda Meghoub – qualche estremista era passato tanti anni fa, ma la comunità ha rifiutato le sue idee e non gli ha permesso di rimanere. Insomma, in Italia non hanno trovato terreno fertile anche grazie ai musulmani che vivevano qui e si erano integrati. Per questo sono stati tutti costretti ad andare via, in Francia o in Belgio».
Allo stesso modo di Meghoub, che parla poi con più serenità dei suoi quattro nipoti, tutti nati a Roma, c’è Jahmal, libanese, appena diventato nonno.
Si accende una sigaretta e scorre il dito sul suo cellulare fino a quando non trova la foto del nipotino appena nato, messo in posa nella sua tutina celeste davanti a una torta sulla quale è scritto ‘Buon battesimo, Jacopo’.
«Mio figlio ha sposato una donna italiana e hanno deciso di battezzarlo. Però è stato anche circonciso – aggiunge ridendo – come la mia tradizione vuole».
«Da nonno libanese spero diventi musulmano, è chiaro. La nonna italiana invece si augura che diventi cristiano. Allora abbiamo fatto un patto: nessuno gli farà pressioni di alcun genere. Poi quando sarà grande abbastanza deciderà da solo. Ogni musulmano, uomo o donna che sia, deve avere e dare libertà di scegliere».
Il discorso sulla libertà finisce presto per cadere sull’argomento del burkini, e sulle posizioni di chi accusa i musulmani di obbligare la donna a coprirsi anche quando va al mare.
«Quella del burkini è solo una questione di moda – ribatte secco Jahmal – ma non capisco il senso del divieto messo in Francia: se i terroristi volessero fare un attentato usando una loro donna, potrebbero travestirla da suora. Vogliamo proibire anche alle suore di andare in spiaggia con il velo e il vestito lungo?».
Le donne musulmane che camminano verso la Moschea o passeggiano tra i banchi del mercato non parlano volentieri dell’argomento.
Una battuta, e via con il passo più rapido. Nel caso migliore, prende la parola l’uomo che, quasi sempre, le accompagna. Ognuno assicura che la propria moglie o figlia, qui in Italia, è libera di fare come vuole.
«Le mie bambine quando vanno in spiaggia hanno un costumino e i capelli sciolti, come le loro amichette», racconta Ahmed.
«Mia moglie invece non vuole. Lei non è nata qui, è algerina come me ed è nella sua cultura indossare il velo. Ma io non le ho mai detto di metterlo. Ha sempre fatto di sua volontà ».
Nessuna donna musulmana è però disposta a rispondere. Poi, distante ormai qualche centinaio di metri dalla Moschea, i giovani Brahim e Fadila attraversano la strada mano nella mano.
Entrambi hanno tratti mediorientali ma l’accento inglese tradisce la provenienza. Vengono da Glasgow, in Scozia, e sono a Roma in vacanza. Delle polemiche sollevate intorno ai divieti di indossare burqa o burkini, però, non ne sanno nulla, ammette Brahim.
Quando gli si chiede cosa ne pensi del divieto che potrebbe coinvolgere sua moglie se decidessero di proseguire il viaggio sulla costa francese o in Germania, Brahim si volta verso Fadila e le dice: «A questo dovresti rispondere tu».
(da “La Stampa“)
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